
La settimana in rete
a cura di Franco Isman - 21 agosto 2005
Né Crociate né Jihad
Marco Politi su la Repubblica del 21 agosto
In 24 ore il Papa ha ricevuto la benedizione di un rabbino e di un musulmano. In un solo viaggio, il primo, ha delineato il corso geopolitico della Santa Sede. Si tratta di fronteggiare e unire le forze per combattere il fenomeno dilagante del terrorismo e del «fanatismo crudele» che semina morte, lutti e disperazione.
Si tratta di costruire una convivenza mondiale di solidarietà, pace e rispetto reciproco. E a questo fine cristiani, ebrei e musulmani devono collaborare insieme. Devono cooperare i seguaci di tutte le religioni. Devono agire insieme tutti coloro che hanno sacra la vita dell´uomo, la sua libera coscienza e dunque la sua dignità e i suoi diritti.
Jihad e crociate sono una «vergogna». Se Wojtyla aveva dichiarato una bestemmia pretendere di uccidere in nome di Dio, Ratzinger chiama retrospettivamente le guerre religiose o pseudoreligiose per quello che sono sempre state: una barbarie o una pulsione di potenza nascosta dietro il manto dell´Onnipotente. Una vergogna, appunto. Di colpo Benedetto XVI cancella anche qualsiasi illusione neocon che il nuovo pontificato sarebbe stato meno inflessibile di Wojtyla nell´opporsi a qualsiasi "occidentalismo", rivestito di paramenti cristiani o drogato dall´idea di possedere la missione di esportare il proprio modello di società.
No, non ci sarà posto nell´azione di Benedetto XVI per nostalgie di crociata o per cedimenti all´idea di uno "scontro di civiltà". Al contrario, il pontefice invita a non cedere alle pressioni negative dell´ambiente e a sbarazzarsi di ogni settarismo. La dimensione del Vaticano è mondiale e resta transcontinentale, aperta al dialogo interreligioso e interculturale, e in questo senso l´eredità di Giovanni Paolo II è diventata, proprio in questi giorni e con questi discorsi, irreversibile. Non è roba di una stagione il rapporto tra Chiesa cattolica e Islam, ha sottolineato Benedetto XVI rivolgendosi ieri ai musulmani.
Non c´è spazio nell´orizzonte del nuovo pontefice per un gesto o una parola che alimenti la campagna di odio anti-islamico, che risuona così chiara negli scritti della Fallaci o straripa nelle ricorrenti campagne di forze xenofobe, né c´è spazio per quelle frasi tipo «siamo già in guerra» che affiorano talvolta sulle labbra di chi pure si è misurato con Ratzinger, come il presidente del Senato Pera. Il nuovo Papa ha in mente altro.
E tuttavia in questo disegno non c´è nulla di buonista o di vago. Quando Ratzinger parla di riconciliazione e di convivenza rispettosa tra culture e religioni diverse elenca una tavola di comandamenti precisi, validi per credenti o non credenti: rispetto dell´identità dell´altro, difesa della libertà religiosa, garanzia per le minoranze. è questo e non qualche immaginario modello di democrazia export che potrà far avanzare la comprensione, il contatto, la «contaminazione» tra civiltà diverse (come ama dire il cardinale Scola), favorendo in ultima analisi l´humus per l´affermarsi sotto ogni cielo di quei valori democratici, che giustamente consideriamo universali.
Nell´aprile scorso, dinanzi al grande vuoto lasciato dalla morte di Karol Wojtyla, i cardinali in conclave meditarono a lungo sulle caratteristiche del successore. C´erano tanti temi intra-ecclesiali da sviscerare. Ma su un punto arrivarono a convergere rapidamente. Doveva essere un europeo per saper parlare a tutto il mondo con una spina dorsale di tremila anni. Il disegno di Ratzinger viene dalla sapienza cattolica e dall´esperienza dell´Europa. Ed è orientato al futuro.
Futuro passato
Ida Dominijanni su il Manifesto del 20 agosto
«L'elezione di Joseph Ratzinger a Papa ha segnato per la Germania la fine della Seconda guerra mondiale e della quarantena seguita al nazismo». Parole del direttore di Die Zeit, intervistato ieri dall' Avvenire. Conviene meditarle, nel ponderare guadagni e costi simbolici e politici della storica visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Colonia, conclusasi con piena soddisfazione della comunità ebraica. Piena e comprensibile: lì, nel tempio distrutto nella Notte dei cristalli del 9 novembre 1938, di fronte alla madre del rabbino Teitelbaum che tutt'ora porta sul braccio il marchio del campo di sterminio, il Papa ha pronunciato frasi solenni. Ha detto che la Shoah fu un crimine inaudito, che non va dimenticato, che ne va trasmessa la memoria alle giovani generazioni convenute a Colonia. Ha evidenziato le radici comuni e le differenze da far dialogare fra cristiani ed ebrei, ha denunciato i segni di risorgente antisemitismo che avvelenano l'Europa, ha promesso rispetto anche ai musulmani. E ha invitato tutti, su queste basi, a volgere lo sguardo più avanti che indietro, più verso il futuro che verso il passato, puntando ai compiti comuni alle due religioni per il governo della vita e del mondo oggi e domani. Ma il dosaggio del futuro e del passato, del progetto e della memoria, è sempre incerto e scivoloso quando c'è di mezzo la colpa della Shoah, e la sua elaborazione in terra tedesca. Sulla scia di Wojtyla, Joseph Ratzinger definisce lo sterminio «mysterium iniquitatis», mistero del male, ma la suggestività teologica dell'espressione - così vicina e così lontana dalla arendtiana e umana banalità del male - non convince: di ciò che è mistero, non si possono e nemmeno si devono nominare le responsabilità. Il mistero del male assolve papi e dittatori, che infatti innominati restano nel discorso di Benedetto XVI. Come pure la scristianizzazione e la paganizzazione della società, poste da Ratzinger all'origine del precipizio, parificano le colpe dei potenti e dei sudditi, e sbiancano la coscienza di troppi cattolici che ne furono partecipi. Non a caso, pur nella dichiarata soddisfazione per la visita, torna insistente nei rabbini di Colonia la domanda che siano finalmente aperti gli archivi della Chiesa. E Benedetto XVI, per ora, non risponde.
Con l'elezione del Papa tedesco la Seconda guerra mondiale è finita, nello stesso anno in cui la Germania riunificata ha potuto celebrare insieme ai vincitori il sessantesimo anniversario della propria sconfitta. Guardando più avanti che indietro, adesso c'è l'Europa da costruire, che per Ratzinger o sarà ebraico-cristiana o non sarà. E' in questo segno del potere che il Papa tedesco e il presidente tedesco possono discutere di dove vanno il mondo e la Germania, e stringersi fiduciosi la mano.
Quel circo equestre chiamato centro
Eugenio Scalfari su la Repubblica del 21 agosto
LA DISCUSSIONE sul "centro" diventò uno dei temi favoriti del chiacchiericcio italico fin dal 2001, quando Berlusconi batté il centrosinistra guidato da Francesco Rutelli. Nel 2003, con le prime sonore sconfitte amministrative subite dalla Casa delle libertà la chiacchiera salottiera si trasformò in polemica politica. Ma dopo la schiacciante vittoria dell´Ulivo nelle regionali del 2004 il tema del centro e della sua possibile resurrezione ha ispirato la condotta di una parte non trascurabile della classe politica e di quella economica, ha suscitato l´attenzione quasi maniacale di alcuni giornali e di quasi tutti i dibattiti televisivi e ha ottenuto il convinto appoggio dell´Udc di Casini e Follini che ne ha fatto motivo di scontro all´interno del centrodestra. Scontro arrivato a un tale livello di intensità da compromettere l´esistenza stessa della coalizione.
Negli ultimi giorni l´intensità si è indebolita, come del resto è sempre avvenuto tra alleati litigiosi ma legati da convenienze elettorali imprescindibili. Ma sotto quella cenere il fuoco non è affatto spento e le sue propaggini lambiscono anche il sottobosco dell´Ulivo, materia infiammabile per eccellenza come ben sanno i piromani delle nostre estati.
Insomma la rinascita del centrismo tiene banco all´interno del gracile establishment italiano, suscita entusiasmi di vecchi arnesi e di giovani leve e contrapposti anatemi.
«A mio parere vanno tenuti distinti gli elettori di centro dai partiti di centro: i primi sono preziosi, i secondi dannosi. Gli elettori di centro sono preziosi perché meno ideologici e più orientati ai risultati di quanto non lo siano i loro concittadini di destra e di sinistra; hanno una mobilità di voto che vivacizza la competizione tra i due schieramenti e rafforza il controllo dell´opposizione sulla maggioranza. I partiti di centro invece sono dannosi perché quando assumono consistenza diventano inamovibili e depotenziano la competizione politica a sfavore del buongoverno».
Questa lucida diagnosi l´ha scritta venerdì scorso Franco Bruni sulla Stampa. Descrive perfettamente quanto è accaduto per quarant´anni con la Democrazia cristiana e con le sue alleanze a geometria variabile ma sempre attorcigliate attorno al centro. Naturalmente la Dc operò in un comodo stato di necessità determinato dalla guerra fredda e dalla indisponibilità democratica del Pci.
Oggi le condizioni sono molto diverse ma la tentazione di dar vita a partiti di centro permane. La tentazione si fa sentire con molta forza nell´Udc, in settori di Forza Italia, nell´Udeur di Mastella, nella Margherita di Rutelli. Ma si fa sentire soprattutto nella "business community".
Gli affari sono affari e viaggiano sulla lunghezza d´onda dell´etica degli affari: produrre ricchezza, trattenerne la parte maggiore per finanziare l´impresa e remunerare il capitale, pagare le imposte nella misura minima possibile, indurre lo Stato e la classe politica a impregnarsi della cultura imprenditoriale, la sola che possa promuovere lo sviluppo del paese e il benessere di tutti gli strati sociali.
Questa, grosso modo, è l´etica degli affari, anzi del capitalismo nelle sue forme migliori. Prevede regole e sanzioni per chi non le rispetta, purché appunto le regole riflettano la cultura dell´impresa. Naturalmente ci sono anche imprenditori che se ne infischiano delle eventuali regole e fanno di tutto per eluderle. Sono parecchi, ma per convenzione sono considerati "mele marce" che non dovrebbero inquinare le mele buone.
Quanto sia valido questo assioma in un paese dove il capo del governo e della maggioranza è una mela col verme in corpo, è un´anomalia che ha creato e continua a creare non pochi problemi.
Così stando le cose, risulta evidente che il luogo preferito dai capitalisti "buoni" (ma anche da quelli "cattivi") è il centro poiché dal centro ci si può più agevolmente muovere verso i due schieramenti maggiori «secondo i risultati», come ha scritto il professor Franco Bruni sopra citato.
* * *
Credo che i centristi "full time" dell´Udc siano perfettamente consapevoli delle riflessioni fin qui svolte e credo lo siano anche i centristi di sinistra. Se perseverano nel loro programma di reviviscenza del centro le motivazioni sono dunque altre. Quali?
Per quanto riguarda Casini-Follini i motivi che li spingono mi sembrano abbastanza evidenti. Vedono una probabile sconfitta della Casa delle libertà. Temono (con ragione) di esser proprio loro il partito più a rischio di un esodo rilevante di elettori moderati in fuga verso l´opposta sponda e ancora di più verso l´astensione.
Il loro problema è dunque di trattenerli e anche di spostare voti all´interno del centrodestra, da Forza Italia e da An sulle liste dell´Udc. In altre parole lottano per la sopravvivenza: trattenere gli elettori in fuga, reclutarne altri dai partiti alleati. Per ottenere questi (legittimi) risultati debbono forzare al massimo il dissenso rispetto alla leadership berlusconiana senza però rompere un´alleanza che è la sola tavola di salvezza di cui al momento dispongono. Poi, ad elezioni avvenute e comunque vadano, tutto sarà diverso.
Per quanto riguarda i centristi della sinistra il problema è diverso: vogliono raggiungere i Ds in quantità di consensi. Per questo tengono alta la tensione con quel partito utilizzando anche l´argomento della questione morale sorta a proposito del "risiko" bancario.
Se l´obiettivo sarà raggiunto, saranno in grado di negoziare da posizioni di forza la composizione del governo e la sua politica valendosi anche della probabile disponibilità dell´Udc a convergere su temi specifici e importanti.
Se poi le elezioni si concludessero con un sostanziale pareggio, avrebbero buone carte per puntare su una "grossa coalizione" non impossibile dopo la liquidazione di Berlusconi. Si tratta di un progetto realizzabile? Diciamo che si tratta di un progetto non impossibile. Ma è chiaro che, per la governabilità del paese, quel progetto si accompagna ad un lungo periodo di tensioni non propriamente idonee a farci uscire da uno stallo politico ed economico che dura da troppo tempo.
La soluzione migliore, in tempi agitati come questi, sta invece in una vittoria netta di una delle due coalizioni e, all´interno di essa, nel rafforzamento altrettanto netto del partito che funge da pilastro centrale. Non sto dichiarando preferenze per questo o quello, ma semplicemente esponendo le condizioni logiche di efficienza auspicabili per far uscire l´Italia dalla palude nella quale si trova.
Il terzo Polo
Valentino Parlato su il Manifesto
Nella torbida confusione di questa fine d'estate s'avanza all'orizzonte uno strano guerriero. Non è detto che venga avanti e tanto meno che vinca, ma la sua ombra c'è. Anche altri - penso al «Riformista» e anche a «Libero» - ne avvertono la presenza. Si tratta del «terzo polo», che potrebbe nascere dalla dissoluzione dell'armata di Berlusconi e da una frattura dell'Unione di centro-sinistra. I segni di questo possibile esito sono già nelle cronache giornalistiche. Da una parte il diffuso convincimento che Berlusconi ha perso e la conseguente polemica senza esclusione di colpi all'interno del suo campo, soprattutto da parte dell'Udc e di quella parte dell'elettorato che non ha gli impedimenti di An o della Lega a cambiare fronte. Dall'altra parte l'attacco - soprattutto con l'uso e l'abuso della questione morale - contro i Ds.
Tutto questo - è quasi inutile scriverlo, ma non va dimenticato - nella attuale situazione di profonda crisi economica, con imprese fortemente indebitate (a cominciare dalla Fiat) e con banche fortemente esposte con crediti non dico in sofferenza, ma di non semplice rientro.
Insomma in una situazione di diffusa e ragionevole paura. Una situazione nella quale, riducendosi il potere del capitale cresce quello dell'opinione e della stampa scritta: le tv aiutano certamente a vincere le elezioni come Berlusconi insegna, ma valgono meno nell'orientamento dell'opinione di quelli che contano, che pesano sul governo degli affari.
Così il fattore di accelerazione o addirittura di scatenamento dei mali che covavano è stato il tentativo di scalata di Ricucci e soci al Corsera, poi, ma con effetti analoghi, c'è stata la Unipol con la Banca Nazionale del Lavoro. Avere messo in gioco il Corriere ha determinato lo stato di emergenza.
Normalmente, ma tanto più in una situazione di emergenza il Corriere della Sera è importante, lo è storicamente tanto che si dice che nella prima guerra mondiale fosse Luigi Albertini a ordinare a Cadorna le famose offensive sull'Isonzo.
Su Ricucci e soci c'è poco da aggiungere a quel che abbiamo scritto e riscritto. Ma questo non significa che il sindacato di controllo di Rcs sia un sancta sanctorum (sarebbe interessante sapere per quale ragione Cesare Romiti e Alessandro Profumo se ne sono usciti) e neppure che Luca di Montezemolo sia l'Arcangelo Gabriele, con tribunale a Cortina d'Ampezzo.
Il punto è - così può sembrare - che in questa situazione di emergenza il Corriere viene assunto come arma decisiva e che la lotta diventa senza quartiere. E si accelerano le divaricazioni degli schieramenti finora esistenti.
Berlusconi è un re sconfitto che va abbandonato, ma non ci si può nemmeno fidare dei Ds che (nonostante tutte le loro ritrattazioni) hanno sempre un'origine comunista e poi potrebbero anche usare le cooperative. Il terzo polo può nascere, per aiutare lor signori, proprio perché malmessi: sarebbe la soluzione per sopravvivere e magari ricominciare. Archiviando il bipolarismo sotto le insegne di Casini.
A questo punto Romano Prodi deve parlar chiaro e non rinviare il suo programma a dopo le primarie. Il fantasma del terzo polo si sta materializzando.
Prodi all'Unione: basta polemiche
la vera questione morale è Berlusconi
Antonio Padellaro su l'Unità del 21 agosto
«Le polemiche nel centrosinistra sulla questione morale? È ora di dire basta. Invito tutti gli esponenti dei partiti dell'Unione a chiudere questa discussione. Stiamo trasmettendo agli italiani un'immagine distorta della realtà. Come se, di fronte a problemi di commistione tra economia e politica che sono esplosi questa estate, centrodestra e centrosinistra fossero e siano uguali. Non è così». Romano Prodi parla quasi con sollievo. È dall'inizio di agosto che l'Unione sta sotto la nuvola nera della cosiddetta questione morale. All'inizio non è intervenuto pensando che la polemica si sarebbe sgonfiata. Poi la spirale di accuse e strumentalizzazioni per le telefonate (intercettate) di Fassino al presidente di Unipol Consorte hanno convinto il candidato premier che era il momento di parlare. E ha deciso di farlo con l'Unità.
Presidente, del suo silenzio si è lamentato il coordinatore della segreteria della Quercia Vannino Chiti. Ha detto che da lei si aspettava una difesa più vigorosa di Fassino.
«Non ho bisogno di ripetere il riconoscimento che tutti, e giustamente, fanno dell'integrità personale e indiscutibile di Piero Fassino. Conosco troppo bene Fassino non solo per non avere dubbi ma per ritenere screanzata la polemica sulla sua persona, una polemica che non ha alcun motivo di esistere. Il mio silenzio? Un'attesa voluta. Aspettavo che dal gioco delle polemiche quotidiane si passasse all'analisi dei problemi reali del paese».
Però le polemiche sulla questione morale continuano. Fuori ma soprattutto dentro l'Unione.
«La nostra capacità di farci del male è davvero straordinaria. È la cosa che mi fa più arrabbiare. Dimentichiamo infatti che la vera gigantesca questione morale è quella di chi da quasi cinque anni governa questo paese: abbiamo un governo e una maggioranza nati sotto l'ombra del conflitto d'interessi del presidente del Consiglio. Un'ombra della quale non si sono potuti liberare e che li ha pesantemente condizionati per tutta la legislatura. Il ruolo di persone strettamente legate al presidente del Consiglio nel tentativo di scalata alla Rcs - oppure, per essere più precisi: il ruolo di suggeritore svolto nel tentativo di scalata alla Rcs da parte di un finanziere a suo tempo ideatore e responsabile della quotazione Mediaset e tuttora membro del consiglio di amministrazione della Fininvest - non è che l'ultimo lampante segno del perdurare e del peso di questo conflitto. Questa è la realtà. Una realtà che le nostre polemiche interne rischiano di rendere meno visibile e chiara».
Tuttavia Arturo Parisi, persona a lei politicamente vicina ha parlato espressamente di questione morale della sinistra. Parole che hanno lasciato il segno.
«Lasciamo stare Parisi che ha posto una questione di carattere generale. Ci sono stati certamente eccessi polemici e processi alle intenzioni che non andavano fatti. È chiaro che ciascuno si è trincerato nella difesa della propria posizione inserendo nel dibattito nostalgie, rimpianti e desideri ma finendo per trascurare l'analisi dei problemi reali. Quelli, per esempio, legati al presente e al futuro del nostro sistema bancario. La polemica sulla questione morale è nata in seguito alle decisioni, e ai comportamenti, del governatore della Banca d'Italia in due casi specifici: le scalate Antonveneta e Bnl. E in una fase molto delicata per l'economia italiana. Arriva infatti, ancora oggi, l'ammonimento del Fondo Monetario Internazionale che mette in dubbio le prospettive di crescita non solo dell'area dell'euro ma specialmente dell'Italia e richiama noi o chiunque governi il paese in futuro, a prendere decisioni drastiche».
L'operazione Unipol-Bnl è stata criticata soprattutto da chi sostiene che le cooperative non sono state create per scalare le banche. È così?
«Si ragiona come se il sistema cooperativo fosse un sistema con minore dignità mentre le cooperative hanno svolto e svolgono un ruolo di importanza fondamentale nell'economia italiana. Anche nel sistema creditizio. Unipol ha impostato una strategia di sviluppo molto vigorosa nel settore assicurativo prima di entrare nel settore bancario: una strategia banca-assicurazioni che io non posso e non voglio giudicare. Le valutazioni sul realismo e la redditività di questo disegno non spettano al politico. Ma certo nessuno può contestare che sia legittimo. Dappertutto in Europa vi sono leggi che tengono conto delle funzioni positive delle cooperative. È una legislazione che cerca di valorizzare la funzione positiva ed equilibratrice del sistema cooperativo. E non a caso in parallelo a questa crescita dell'Unipol assistiamo al fiorire delle Casse Rurali e Artigiane, che svolgono un ruolo di supporto ai piccolissimi operatori economici che è sempre più necessario. Ma in questo campo si può fare di più. Trovo sorprendente che la proposta avanzata, proprio in questi giorni di tensione, da Luigi Marino, presidente della Confcooperative, di ripensare a un rapporto più stretto fino a un'ipotetica fusione tra i movimenti cooperativi non sia stata analizzata con la dovuta attenzione. Il problema che ha oggi il mondo cooperativo è proprio quello della sua crescita e della sua modernizzazione conservando lo spirito originario di solidarietà. Questo è il tema che, penso, dovrebbe prima di tutto starci a cuore».
Lo scontro sulle due scalate ha posto un altro problema, quello dei rapporti, corretti, tra economia e politica. Qualcuno sostiene che anche nel centrosinistra tra
partiti e affari dovrebbero esserci meno contatti. È anche la sua opinione?
«Quando dico che, sul rapporto tra economia e politica, il centrosinistra è diverso dal centrodestra non dico parole vuote. Mi riferisco a posizioni concrete ed impegnative. Nel «Progetto per l'Italia» dell'Unione abbiamo scritto che il nostro paese ha bisogno allo stesso tempo di più mercato e di più politiche pubbliche. Più mercato, per liberare le energie soffocate dai monopoli, dai privilegi delle rendite, dalla mancanza di concorrenza. E più politiche pubbliche, perché allo Stato e alla politica spetta il dovere di assicurare i beni pubblici (sicurezza, giustizia, istruzione, infrastrutture) che il mercato non è in grado di offrire. In una intervista al "Sole-24 Ore" ho, pochi giorni fa, tradotto questa impostazione in una dettagliata proposta: così da dare certezza e trasparenza al governo dell'economia con un riordino sistematico e coerente di tutto il sistema delle autorità indipendenti, a partire dalla Banca d'Italia. Non è stato un esercizio solitario. Per elaborare la proposta mi sono documentato sui più recenti risultati della riflessione accademica, tanto in campo economico quanto in campo giuridico. E ho studiato con attenzione quanto i partiti, ed in particolare quelli del centrosinistra, avevano proposto in Parlamento. Quattro sole autorità indipendenti per vigilare sull'economia e sulla finanza: Banca d'Italia, Antitrust, Consob e un'autorità responsabile del controllo sulle reti (elettricità, gas, acqua, telecomunicazioni). Un sistema trasparente per le nomine, per garantire indipendenza e capacità dei prescelti. Regole severe per rendere impossibile nelle autorità la presenza di parlamentari e membri di governo e per impedire che, finito il loro mandato, i membri delle autorità si trasferiscano in società sino a poco prima sottoposte al loro controllo. Questi sono i pilastri della mia proposta. Perché diventi parte del nostro programma di governo, dovrà essere discussa in dettaglio con tutti i partiti dell'Unione ma ha già ricevuto un sostegno convinto e ampio. Ripeto: noi siamo davvero uniti quando si tratta di dare trasparenza e regole all'economia e, più in generale, alla società. Ma c'è un altro punto che mi preme mettere in risalto. A chiunque abbia dimestichezza con questi documenti non sarà sfuggito che la mia proposta di riforma della Banca d'Italia riprendeva in larghissima parte la proposta avanzata in Parlamento dai Ds e che aveva, come primo firmatario, Piero Fassino. Chi vuole mettere in dubbio la correttezza dei Ds, e il loro impegno per un'economia e di un mercato trasparenti e ordinati sulla base di regole chiare, ha qui la risposta più concreta, forte e convincente. Non ho bisogno di ripetere il riconoscimento che tutti, e giustamente, fanno dell'integrità personale ed indiscutibile di Piero Fassino. Io vado molto più in là e mi riferisco agli impegni politici, alle proposte legislative dei Ds».
Ottimi propositi anche se al momento di questa trasparenza e correttezza non è che se ne veda moltissima in giro. La situazione della Banca d'Italia per esempio. Hanno accusato anche lei di non aver chiesto con adeguato vigore le dimissioni de governatore Fazio. Come risponde?
«Fazio? Il problema, l'ho detto e lo ripeto, non è un problema personale. La credibilità della Banca d'Italia, che certo è stata duramente scossa, la si ricostruisce solo con nuove regole che definiscano in modo trasparente e coerente non solo il ruolo del governatore, ma l'intero sistema di governo e la missione stessa della Banca. E questo, a sua volta, all'interno di un nuovo sistema per il governo dell'economia e della finanza. È la sfida che ci sta davanti. Una sfida che, se saremo chiamati a governare il paese, affronteremo senza perdere tempo perché ci arriveremo sulla base di una posizione comune. Una sfida alla quale saremmo già ora pronti a dare il nostro contributi se questo governo e questa maggioranza fossero disposti a metterla di fronte al Parlamento. Come Unione, se avremo la fiducia degli elettori e ci sarà dunque affidata la responsabilità di governare l'Italia, interverremo inoltre per sanare una situazione che vede oggi privilegiati gli investimenti finanziari a scapito di quelli industriali e produttivi. Queste sono le cose su cui ci dobbiamo concentrare, queste sono le cose di cui dobbiamo parlare agli elettori».
Insisto: e se Fazio non dovesse dimettersi?
«Certamente il paese sta subendo un danno oggettivo da questa indecisione».
Il nuovo assetto di vertice Rai dovrà gestire una campagna elettorale al calor bianco. Cambierà qualcosa nel servizio pubblico o Berlusconi continuerà a farla da padrone?.
«Come sempre la Rai avrà un ruolo determinante sulle decisioni del paese ma non sono affatto ottimista. La situazione è tale che nemmeno un direttore generale come Cattaneo, voluto proprio dal presidente del Consiglio per il suo noto allineamento, appena ha preso decisioni non in linea con i desiderata di Berlusconi è stato eliminato per essere sostituito da un direttore ancora più allineato e obbediente. Con le regole che ci daremo un caso Meocci non sarà più possibile. Questo è il grande impegno etico che il centrosinistra deve assumersi: nomine indipendenti, competenti, trasparenti».
È vero che non ha gradito la nomina di Petruccioli a presidente della Rai?
«Non ho mai messo in dubbio la persona di Petruccioli. Ho ricevuto però da tutta l'Unione l'incarico di dialogare con il Sottosegretario Gianni Letta sulla base di un'accoppiata presidente - direttore generale che garantisse l'equilibrio dell'informazione Rai. Il problema non era Petruccioli, la cui figura risponde ai requisiti richiesti. Il problema è il direttore».
Le primarie. Non c'è il rischio che una conflittualità troppo forte tra i candidati spacchi l'Unione?
«Le primarie sono fatte per mettersi in gara e quindi creano naturalmente momenti di competizione. Poi, come avviene in tutte le primarie, come è avvenuto anche nella primaria più sorprendente, quella delle Puglie, chiuso il dibattito tutti si uniscono intono al candidato prescelto per portarlo alla vittoria»
Non crede sia un errore parlare di implosione della Casa delle libertà, gridare vittoria troppo presto? Nell'Unione si avverte un clima di euforia un po' insensato.
«Parlo dell'implosione delle Casa delle libertà solo per i danni che sta facendo al paese. Ciò non vuole affatto dire che noi abbiamo vinto. Berlusconi affronterà la campagna elettorale con una quantità di mezzi finanziari colossale, per orientare e disorientare gli elettori»
E l'Ulivo? Esiste ancora? Esisterà ancora?
«Le racconto un episodio. All'inizio di maggio ero in Cina a colloquio con il primo ministro. Abbiamo toccato tempi veramente importanti, diritti umani, religiosi e problemi della strategia economica e commerciale. Nel congedarmi il primo ministro cinese mi ha detto: tante congratulazioni per la grande vittoria elettorale dell'Ulivo e tanti auguri per il futuro dell'Ulivo. Uscendo i miei collaboratori mi hanno consegnato l'Ansa con cui si annunciava che le liste unitarie dell'Ulivo venivano messe da parte. Cosa penso? Penso che un Ulivo forte sia fondamentale per l'Unione. Ma che sia ancora più importante per stabilizzare il bipolarismo e per dare all'Italia un governo forte e autorevole. So però anche che questo non è un problema all'ordine del giorno oggi. Ma rimane la mia prospettiva per il futuro».
QUESTIONE MORALE?
Nel Belpaese unito dall'abuso
Michele Ainis su La Stampa del 19 agosto
C'è un altro modo d'indicare la questione morale su cui l'Italia s'arrovella in queste settimane. E c'è anche un altro corpo collettivo, diverso dalla classe dirigente, che a tale stregua merita di farle compagnia sul banco degli imputati. Questo soggetto siamo noi, uomini e donne del Paese. La nostra colpa è d'essere cittadini senza legge, senza rispetto per le regole. L'imputazione che ci pende sul capo apre perciò un secondo fronte della questione morale, che a sua volta evoca una legalità perduta, svuotata, vilipesa. Ecco infatti qualche dato, pescato alla rinfusa fra i molti che le cronache ci elargiscono ogni giorno, inanellandoli come i grani d'un rosario.
Nel Mezzogiorno un lavoratore su quattro è in nero, e in generale il lavoro sommerso tocca ormai quota 3,5 milioni di persone. Cresce di pari passo l'evasione fiscale: secondo l'Istat essa ha raggiunto il 7,1% del pil, che in soldoni significa 200 miliardi di euro scuciti dalle casse dello Stato. Nelle spiagge del Lazio si registra un abuso edilizio ogni mille metri. A Catanzaro si è concluso con una promozione in massa l'esame d'avvocato dove 2585 candidati avevano copiato pari pari lo stesso compitino. La pirateria informatica copre il 75% del software con cui girano i nostri computer (la media europea è del 35%). Legambiente ha appena denunziato un'impennata della caccia di frodo: viene allegramente praticata in undici parchi nazionali, dall'Abruzzo al Friuli, tanto solo un bracconiere su venti ne paga poi le conseguenze. E l'elenco potrebbe continuare.
Da questi dati si ricava una triplice lezione. In primo luogo, non c'è affatto una frattura tra Paese reale e Paese legale, tra elettori ed eletti, tra un popolo senza potere e un potere senza popolo: l'uno, ahimè, è specchio dell'altro. In secondo luogo, insieme al senso della legge abbiamo smarrito giocoforza la capacità d'indignazione, quel soprassalto, quella reazione di condanna e di rigetto davanti alle malefatte altrui che rappresenta l'anticorpo più potente delle democrazie. E d'altronde, dove potremmo trovare l'energia per indignarci quando le violazioni delle regole sono così diffuse e reiterate? Quando attorno a noi dovunque il furbo fa carriera, accumula ricchezze, s'accaparra vantaggi d'ogni sorta? Quando la legge viene elusa perfino da chi dovrebbe farla rispettare?
Da qui il terzo corollario, la terza morale che è possibile desumere dall'immoralità che ci circonda. C'è infatti un approccio, c'è un modo di fare che a sua volta coniuga i comportamenti degli imprenditori, dei banchieri, dei politici le cui trame sono state disvelate in questi giorni, e i piccoli abusi quotidiani rispetto ai quali nessuno è davvero senza peccato. Sta di fatto che quasi mai viene in gioco la manifesta violazione d'una regola: la via è piuttosto quella del raggiro, dell'elusione, dell'atteggiamento capzioso o fraudolento. Sarà per questo che furti ed omicidi scemano, mentre le truffe hanno ormai toccato il picco (+69% negli ultimi quattro anni). Sarà per questo che le regole di correttezza sono cadute in disuso, come dimostra per esempio la parzialità di molti organi imparziali, e perciò le critiche che investono a turno questo o quel giudice, questo o quel presidente d'assemblea parlamentare. Sarà per questo che la gran parte delle leggi viene erosa da disapplicazioni sistematiche. Senza legge, però, è impossibile la stessa convivenza. Ed è lo spirito della legge, forse ancor più della sua lettera, l'alimento di ogni comunità civile.
Vedi Napoli e poi la camorra
Alle accuse dei Ds Antonio Bassolino ha dato una risposta fraternamente sdegnata degna della scuola di recitazione dei De Filippo
Giorgio Bocca su L'espresso del 21 agosto
È Napoli a proporre un nuovo modello di amministrazione articolata e armonica, la democrazia delle commissioni, o meglio la democrazia senza opposizione. Cosa sono le commissioni della Regione? Non sono organi del governo di progettazione e di consultazione, insomma quel che Dio fece è per assicurare al governatore vita tranquilla. Nella Regione Campania le commissioni erano dieci che con gli anni sono diventate 18, equamente divise fra maggioranza e opposizione.
Come è avvenuta la moltiplicazione dei pani e dei pesci? Semplicissimo: accanto alla commissione Mare è sorta la commissione Mediterraneo. Si dovrebbe pensare che la commissione Mare si occupa dei pontili di Mergellina mentre quella Mediterraneo degli accordi per la pesca con la Tunisia o il Marocco. In realtà chi poi decide tutto è la camorra.
Giorni fa è stata indetta una regolare gara di appalto per gli ormeggi di Mergellina. Ha vinto un consorzio regolare che quando ha preso possesso dei pontili se li è trovati occupati dagli abusivi che li affittano dalla camorra. C'è stato uno scontro al quale ha assistito un segretario del consorzio il quale, chiamato a testimoniare dalla polizia, ha detto che non era vero niente, che tutto era regolare.
Si è saputo poi, anzi lo si sapeva da sempre, che era imparentato con il clan camorrista che detta legge nella zona. Gli abusivi sono tornati ai loro posti, al ritorno dal mare spengono i motori per non disturbare gli abitanti della zona. A queste cose di ordine la Camorra ci sta attenta.
Quanto costano alla Regione le nuove commissioni? Il presidente Antonio Bassolino dice che non costano niente, così almeno gli è stato assicurato dai controlli amministrativi. Perché si è provveduto con lo spostamento di personale da un ufficio all'altro, con la razionalizzazione degli impieghi.
Comunque si è calcolato che ogni commissione costa 300 mila euro l'anno. Ogni commissario ha diritto a una segreteria composta da sei persone più una decina di portaborse. Dunque, le otto nuove commissioni costano 2 milioni e mezzo di euro che è sempre una bella spesa per pagare il silenzio dei compagni di cordata e della opposizione.
La moltiplicazione delle commissioni è finita in politica nazionale. Due dirigenti dei Ds hanno accusato i napoletani di comportarsi come dei capi bastone. Al che Bassolino ha dato una di quelle risposte fraternamente sdegnate di cui è maestro, figlio naturale della scuola di recitazione dei De Filippo. Ma come, proprio ora che si va alle elezioni decisive per liberarsi del tiranno Berlusconi?
Ponte sullo Stretto, come spartirsi i soldi della progettazione
Messina, aumenta il consenso popolare contro la Grande Opera. La commissione europea aspetta ancora che l'Italia fornisca le prescrizioni sul'impatto ambientale. Ma non è la costruzione l'obiettivo prioritario
su Liberazione del 7agosto
Giusto Catania - Negli ultimi tre giorni il ponte sullo stretto è tornato a fare notizia: la sentenza del Consiglio di Stato sulle procedure di approvazione dell'opera e la sottoscrizione al Viminale del protocollo contro il rischio di infiltrazioni mafiose non fugano affatto le ragioni di chi è correttamente ostile alla realizzazione di una opera inutile e dannosa.
Anzi, la manifestazione di ieri a Messina ha dimostrato che sempre più aumenta il consenso contro l'obbrobrio sullo stretto, contro il mostro di cemento armato e acciaio tra Scilla e Cariddi, contro il monumento al massacro ambientale e alla speculazione affaristico-criminale.
Il Consiglio di Stato si è ovviamente pronunciato sulle procedure di assegnazione delle gare rispetto ai vincoli ambientali, ma i giudici non sono competenti per esprimere una valutazione di merito sull'impatto ambientale. La Commissione Europea, tramite il commissario all'ambiente Stavros Dimas, ha confermato che l'Italia non ha ancora fornito le adeguate prescrizioni sull'impatto ambientale e perfino la commissione preposta all'analisi del progetto istituita presso il Ministero dell'Ambiente ha redatto una serie di obblighi sull'impatto ambientale che sono rimasti lettera morta.
Il villaggio di Ganzirri e Punta Faro saranno completamente cancellati qualora si procedesse alla costruzione del ponte e solo questo basterebbe ad arginare i furori degli speculatori travestiti da pseudo-modernizzatori. Inoltre non c'è alcuna valutazione sismica su un'area notoriamente sensibile; non si calcola il lento ma costante allontanamento delle coste per cui occorrerebbe costruire il ponte con materiale elastico; non si considera l'impatto devastante che avrebbe su un ecosistema che negli anni è stato oggetto di studi scientifici che ne hanno valorizzato la biodiversità; non esiste una previsione certa sui tempi di conclusione dell'opera; è ignoto il luogo dove verranno scaricati i materiali di risulta.
Ma tutto ciò non frena la smania ossessiva dei cementificatori, perché l'obiettivo reale non è affatto la costruzione del ponte ma l'individuazione dei soggetti aggiudicatari delle gare per la progettazione e la costruzione dell'opera. Nessuno, neanche l'amministratore delegato della Società ponte di Messina Pietro Ciucci, pensa realmente di costruire il manufatto, l'obiettivo prioritario è garantire la spartizione di una ingente massa di denaro previsto per la progettazione e la costruzione.
Ma l'Europa ha già fatto sapere che non sarà disponibile a elargire denaro per la costruzione del ponte, infatti non ci sono le risorse necessarie per il finanziamento contemporaneo delle trenta opere prioritarie di trasporto trans-continentali e il ponte sullo stretto è parte del cosiddetto Corridoio 1, l'asse ferroviario Berlino-Napoli-Palermo.
Malgrado ciò Berlusconi e i suoi Ministri si mostrano fiduciosi e probabilmente ne hanno tutti i motivi, infatti le grandi manovre per l'aggiudicazione delle gare sono partite e il ponte è l'oggetto privilegiato dei desideri di un intreccio inquietante formato da imprese, politici, affaristi, cosche mafiose e Università di Messina.
In una relazione della Procura della Repubblica di Messina si fa già una radiografia minuziosa delle operazioni e degli interessi che si addensano sull'opera e ne è venuto un quadro preoccupante che allo stato attuale non ha prodotto alcuna inchiesta. Intanto, mentre si può assistere ad acquisizioni sospette di cave di sabbia, ad accordi tra società messinesi e lussemburghesi, al ruolo predominante del figlio di uno storico socio dei famosi (o famigerati) cugini Salvo, alle presenze di imprenditori già al centro di numerose vicende giudiziarie, all'impegno della Compagnia Alberghiera Turistica il cui presidente è il segretario provinciale del partito socialista di De Michelis, soltanto i crudi numeri dell'opera fanno spavento: 7 miliardi di euro previsti per il completamento del ponte; movimentazione di 1 milione e mezzo di tonnellate di cemento; 70 mila tonnellate di acciaio; 5 milioni di metri cubi di materiale di risulta; 900 mila metri cubi di calcestruzzo
Mimun spegne il Tg1
Bruno Motrici su l'Unità del 19 agosto
La grande difficoltà a occuparsi della Rai è nel carattere politico di quest'ultima. Attraverso nomine, appalti, consulenze, prodotti, trasmissioni, telegiornali, essa nasconde l'insieme dei mezzi di pressione, di coercizione, di costrizione, di resistenza e di astuzia che la volontà politica o intelligenze politiche adoperano per contenere o combattere altre forze. La Rai come mezzo specifico della politica, del politico, delle istituzioni, e di «quelle forze che - come diceva Proudhon - alla fine fanno diritto».
Innanzitutto in Rai ogni direttore governa secondo la propria forza politica, che lo ha indicato e lo protegge. Non ricordo negli ultimi trenta anni direttori insediati per pubblico concorso o per titoli accademici. Talvolta è però accaduto che il merito personale oscurasse il peccato originale: ma stiamo parlando di tanto tempo fa. La seconda cosa è che quanto vale per la politica vale anche per il giornalismo del servizio pubblico.
E cioè che l'«appartenenza», anche la più devota e la più servile non dona intelligenza a chi ne è sprovvisto, né autorevolezza a chi non la possiede, ma può sviluppare l'astuzia, l'abuso del comando, la violenza della goffaggine.
Non c'è più limite all'invenzione delle giustificazioni né all'opportunità politico-aziendale. Infatti, con un Consiglio Rai super-lottizzato voglio proprio vedere «chi tocca che cosa» che non gli spetti; voglio proprio vedere gli effetti di un «no» alla riconferma di Mimun da parte di Curzi, di Rognoni e di Rizzo Nervo; sono tremendamente curioso di vedere Petruccioli e Meocci alle prese con un caso Tg1. Perché - chiariamo - un caso Mimun esiste. E c'è pure un caso Rai1, un caso giornale radio, e poi le reti e le testate, gli uffici tecnici e le strutture varie: è la Rai nel suo insieme che viaggia a regimi sempre più bassi.
A livello teorico potremmo dire che il potere approfitta dei suoi uomini per estendere il proprio potere e per rafforzarlo.
Ma non dobbiamo dunque prendercela con una procedura fisiologica della politica. Non è questo il punto. È a livello pratico che il potere non riesce a staccarsi dall'agire aziendale. La difficoltà da risolvere è proprio questa: una volta che la politica ha scelto i suoi uomini per il massimo organismo di rappresentanza, sapranno questi ultimi definire nuove scelte di management e di prodotto fuori dalle preferenze e dai programmi politici?
Ma passata questa «esaltazione berlusconiana», la visione del servizio pubblico, della Rai, dell'informazione tornerà ad essere un problema centrale della vita democratica dell'Italia. La politica rimarrà l'essenza di un vero rinnovamento della comunicazione televisiva di Stato, ma forse non sarà più la sola.
Nuovi poteri indiretti si affacciano con piena titolarità di rappresentanza: quello intellettuale, quello spirituale, la scienza, il mondo dei lavori, i giovani, quelli con il passaporto italiano ritirato da poco. Sarà il loro insieme e il ceto che li rappresenterà a stabilire se i Mimun potranno ancora dirigere un servizio per il quale pagano un canone. Sempreché alla Rai non tolgano anche questo alla maniera che sappiamo.
Nel frattempo Mimun ha sfidato l'azienda, vuole un voto di conferma. Perché, direttore, non ne parli in assemblea al Tg1? Perché non partecipi, non ti confronti? Non avrai forse paura dei tuoi colleghi?
L´emirato modernista e il gigante saudita
Tahar Ben Jelloun su la Repubblica del 3 agosto
Ho visto un paese in cantiere, un paese che si costruisce, che ha optato per l´architettura più moderna, che vuole dimenticare le tende nel deserto e lasciarle al limite come vestigia del passato. Ho visto un paese che si muove, che si mobilita dando priorità all´insegnamento. Ho visto ragazze velate, madri velate, nonne velate. Tutte con il cellulare in mano. Ho visto strade larghe e auto che corrono troppo veloci. Ho visto un´automobile accartocciata esposta su un piedistallo di pietra lungo il ciglio della strada per ricordare che in quell´auto è morta un´intera famiglia. Ho visto uffici bancari in cui lavorano indiani, pachistani e arabi della regione.
Il Qatar costituisce un´eccezione tra i paesi del Golfo. Staterello di circa settecentomila abitanti, più della metà dei quali immigrati da paesi arabi e musulmani, si sentiva minacciato. La sua politica estera è vivacemente criticata dagli Stati vicini, che oltretutto non apprezzano gli sconvolgimenti che l´Emiro e soprattutto la sua seconda moglie provocano nella società. Il paese cerca di emanciparsi e di imporre la sua identità attratta dalla modernità. L´Emiro sa che la popolazione è conservatrice e, senza scioccarla, tenta di mostrarle la via del progresso sociale. Sono in previsione elezioni democratiche. Sul primo punto, le cose sono semplici: gli Stati Uniti dispongono di una base molto importante nel sud del paese. È a partire di lì che gli ufficiali americani dirigono la guerra in Iraq. Il Qatar ha dato loro questa ospitalità di genere particolare in cambio della protezione degli Stati Uniti, specie nel caso che il paese venisse attaccato da uno degli Stati vicini. Come mi ha detto un uomo di palazzo, «Abbiamo dato quella base agli Americani per avere la pace; d´altronde alterniamo: abbiamo comprato molti Airbus alla Francia, agli Stati Uniti abbiamo dato il cantiere dell´aeroporto!».
Tutti sanno che tra il Qatar e l´Arabia Saudita non corre buon sangue e il biasimo dei sauditi è tale che si parla di una guerra fredda tra i due paesi. I Sauditi troveranno difficile rimproverare allo Stato del Qatar di aver offerto agli americani uno spazio strategico, visto che fino a poco tempo fa la base dei soldati americani era sul loro territorio. Ciò non toglie che ci sia una sorta di rivalità tra i due paesi. Quello che i sauditi non tollerano è la libertà di tono e di critica praticata dall´emittente Al Jazeera. La maggior parte dei dirigenti arabi hanno avuto da ridire sulle sue trasmissioni che hanno sconvolto la politica dell´informazione nel mondo arabo e sul fatto che sia diventata una televisione popolare e di riferimento.
Il secondo punto è più imbarazzante per i regimi conservatori del Golfo. In effetti, l´apertura verso l´America e l´Occidente è stata accompagnata da riforme sociali. La moglie dell´emiro è apparsa in televisione non velata. Ha permesso alle donne di accedere a funzioni di rilievo nella pubblica amministrazione e ha dato loro la possibilità di guidare l´automobile (cosa tuttora vietata in Arabia Saudita), ha organizzato un immenso complesso universitario in collaborazione con quattro grandi università americane, in modo che studenti e studentesse non abbiano più bisogno di lasciare il paese per completare gli studi. Ora possono seguire, a Doha, i corsi tenuti sul posto dagli stessi professori delle università coinvolte oppure lezioni trasmesse in tempo reale dalle aule americane, poiché il complesso universitario è fornito dei più moderni mezzi di comunicazione.
A questo bisogna aggiungere l´impegno dell´emiro nel fornire il suo paese di strumenti culturali (adesso stanno allestendo un museo islamico) che lo differenziano dai vicini, attualmente più preoccupati dalle questioni economiche che dagli imperativi culturali.
Detto questo, bisogna considerare che probabilmente l´attentato davanti al teatro di Doha è il risultato di un insieme di contraddizioni: questo paese che vuole essere moderno e aperto segue l´Islam rigorista wahabita come in Arabia Saudita (dal nome del teologo Abdel Wahab, vissuto in Arabia Saudita nel XVIII secolo, che sprona a un Islam puro e duro che segue alla lettera la charia). Le donne sono tutte velate, anche se in vario grado. Non ci sono classi miste alle scuole elementari e medie, né al liceo. Una donna del Qatar non ha diritto di sposare un non-musulmano e se un uomo sposa una straniera all´estero, sa che non sarà ricevuto a braccia aperte dalla sua tribù.
È un paese che si sta costruendo, che erige grattacieli sempre più alti, si affida alle nuove tecnologie, pratica una politica razionale sulle riserve di gas e di petrolio. Ma prevale la mentalità beduina. Le relazioni tra le persone sono basate sul grado di parentela. I matrimoni sono per la maggior parte endogamici. L´emiro ha fatto un´eccezione sposando Mouzah, la madre del principe ereditario, che non è della sua tribù.
Rimane il problema posto da Al Jazeera. Alcune voci dicono che abbia degli agganci con alcuni elementi di Al Qaeda. Si rimprovera all´emittente di essere la buca delle lettere di quel movimento. Le si rimprovera anche di non offrire un´informazione obbiettiva, in quanto spesso i giornalisti prendono posizione riguardo ai fatti che riportano. Nessuno può dire chi decida la linea editoriale, ma c´è un tono Al Jazeera, un modus operandi basato su una certa aggressività nelle interviste, un po´ di provocazione e molte immagini scioccanti spesso in diretta.
L´attentato era mirato contro tutte quelle contraddizioni. A ogni modo, appena un paese arabo tenta di emergere, di uscire dal mucchio, e sperimenta la scelta della democrazia come il Marocco o l´apertura verso l´Occidente come il Qatar, esplodono bombe in posti frequentati dagli stranieri, da gente innocente. L´impresa di destabilizzazione del mondo arabo continua ed è lungi dall´essere frenata, perché si nutre delle incrinature e delle contraddizioni visibili in quelle società.
21 agosto 2005