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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 31 luglio 2005



Barbarie politica
Massimo Giannini su
la Repubblica 31 luglio

C´è quasi un riflesso di barbarie politica, nel modo in cui il centrodestra ha voluto accompagnare il varo della legge contro il terrorismo approvata all´unanimità da maggioranza e opposizione. Proprio nel giorno in cui il Parlamento riesce a produrre uno dei rarissimi frutti autenticamente bipartisan di questa legislatura avvelenata, e all´indomani dell´inquietante arresto a Roma di uno dei quattro attentatori di Londra, Berlusconi e Fini lanciano un´accusa volgare a Prodi sul tema più drammaticamente sensibile del momento: il "pericolo incombente" (come l´ha definito Pisanu) di attentati contro l´Italia. Dire che il leader del centrosinistra, con le sue dichiarazioni sul ritiro delle nostre truppe da Nassiriya, "giustifica gli attacchi terroristici" e addirittura "incentiva a colpire l´Italia le nostre truppe in Iraq", è molto più d´una contestazione politica.
È un´abiezione morale. Il centrodestra può legittimamente avversare il merito della posizione espressa da Prodi. Può essere in disaccordo con la linea dell´Unione, che ha sempre detto, e anche onestamente votato, no all´invio delle truppe, al di fuori del mandato Onu, e no alla adesione alla guerra unilaterale di Bush. Può persino confutare la tesi di chi (non solo Fassino e Rutelli in Italia, ma addirittura l´ex capo dell´antiterrorismo Richard Clarke negli Usa) dice che l´attacco a Saddam non c´entra nulla con la lotta al terrorismo. Può eccepire addirittura una nota di lieve ambiguità nelle parole di Prodi, dalle quali non sono sempre chiarissimi tempi e modi che la nostra opposizione, nel giorno in cui diventasse maggioranza, detterebbe al nostro disimpegno iracheno.
Ma ci sono due cose che il centrodestra non può fare.
La prima è negare un´evidenza. Cioè che, piaccia o no al Cavaliere, le nostre truppe non "sono", ma "vengono percepite" (così ha testualmente affermato Prodi) come "truppe di occupazione" da strati più o meno estesi di opinione pubblica irachena e di fondamentalisti islamici.
Questo, purtroppo, è oggettivamente vero.
La seconda cosa che il Polo non può fare, e questa è infinitamente più grave, è imputare a queste posizioni espresse da Prodi la responsabilità preventiva di qualunque attentato dovesse verificarsi, nel prossimo futuro, a Nassiriya o sul nostro territorio nazionale. Questa è oggettivamente un´infamia. Una miserabile strumentalizzazione. Un meschino argomento da campagna elettorale, purtroppo giocata sulla vita o sulla morte delle persone, civili inermi o militari in armi che siano.
A questa bassezza non è arrivato nessuno, in un´Europa pur tragicamente lacerata dal dibattito sulla guerra e sul terrorismo. Nemmeno la destra di Aznar, che sul sangue della stazione di Atocha ha perso le elezioni. A queste bassezze non è scesa neanche la sinistra radicale italiana, in momenti terribili nei quali un´idea malintesa dello zapaterismo avrebbe pure potuto far breccia: dalla strage di Nassiriya in cui persero la vita diciannove carabinieri all´assassinio di Quattrocchi o Baldoni, dalla morte di Benedetta Ciaccia nel metro londinese al massacro delle famiglie pugliesi e siciliane lungo la costa di Sharm El Sheik. Non parliamo della sinistra riformista di Prodi e Rutelli, di D´Alema e Fassino. Ma nemmeno in quella antagonista di Bertinotti o Diliberto, nessuno ha mai detto che il governo porta sulla coscienza il peso di queste vittime innocenti. Ora, in preda al timore di una triste profezia che rischia di autoavverarsi e con una disinvolta inversione dei ruoli e delle responsabilità, sono Berlusconi e Fini a pronunciare l´impronunciabile. A importare nel dibattito pubblico interno quella logica autolesionistica di "scontro tra civiltà" che attraversa il dibattito pubblico internazionale. Ad applicare lo slogan di Huntington non più solo alla dialettica tra due culture millenarie e universali, quella occidentale e quella islamica ma anche alla contesa tra due assai più banali appartenenze politiche locali.
Il portavoce di Prodi ritorce sul premier e sul suo vice un´accusa uguale e contraria. È una reazione a catena che l´opposizione deve rigorosamente evitare, lasciando a questa maggioranza il monopolio dell´inciviltà politica. Come ha scritto Jean Colombani, su Le Monde, la dialettica sul terrorismo e l´antiterrorismo rischia di iscriversi nella versione catastrofica di quella che abbiamo definito la "dialettica tra borghese e barbaro". Se in passato la modernità è stata una colossale impresa di imborghesimento del barbaro, oggi la lotta al terrorismo può anche produrre il fenomeno inverso: l´imbarbarimento del borghese. Nella politica italiana, purtroppo, questa deriva sembra già cominciata.


Sicurezza e libertà
Bruno Gravagnuolo su
l'Unità 30 luglio

Parliamoci chiaro. Le misure votate ieri in Senato, grazie anche alla disponibilità di una parte del centrosinistra, sono una medicina amara. Misure emergenziali e non prive di rischi. In bilico come sono tra il valore della sicurezza e il pericolo costante dell'arbitrio. E non è certo a cuor leggero che i senatori dell'Ulivo hanno deciso di contribuirvi. Non senza riservarsi la possibilità di migliorarle, a partire dalla giornata di oggi alla Camera, dove il decreto Pisanu è già approdato. Significa che l'opposizione è ben consapevole della situazione di massima allerta generata dalla sfida terrorista, e che essa non viene affatto meno ai doveri di equilibrio e di responsabilità. Al contrario di quanto la propaganda di destra è venuta fin qui ripetendo.
Il criterio è chiaro. Nessuna contraddizione tra il contrasto fermo al terrore alqaedista e l'esigenza di dare risposte diverse, di pace e multilaterali, ad una situazione degenerata anche per colpa della guerra preventiva. E di chi in Italia vi ha aderito irresponsabilmente.
Ciò detto, un giudizio nel merito sul decreto Pisanu si impone. Alcune preoccupazioni espresse in Parlamento non sono infatti infondate. In particolare inquieta l'area di discrezionalità giudiziaria e poliziesca che la nuova legge antiterrorismo contempla. Ad esempio, la militarizzazione del controllo dei "sospetti" attraverso l'esercito, che rende oltretutto i militari obiettivo sensibile di attacchi. La mancanza di avvocati all'inizio del primo colloquio investigativo, in cui i sospetti possono incorrere. Le espulsioni amministrative ordinate dal Ministro dell'interno nei confronti di extracomunitari sospettati di terrorismo. Contro le quali si potrà ricorrere legalmente, ma soltanto dopo l'esecuzione del provvedimento. Ancora: il prelievo forzato di saliva imposto ai fermati per risalire al Dna. La privacy messa in forse dal controllo costante e prolungato dei tabulati nominali delle conversazioni telefoniche. E infine, uno dei punti più controversi, voluto fortemente dalla Lega e non votato dall'opposizione tutta: l'inasprimento delle pene per chi copre il volto in pubblico. Con caschi integrali e fazzoletti. Una vecchia norma peggiorata, che i leghisti intendono estesa a burqa e chador, con il pericolo di scatenare la persecuzione in strada delle donne velate. Specie in certi Comuni "padani" duri e puri. Tutto in spregio al diritto di aderire alle proprie convizioni religiose e con la conseguenza di esasperare negli islamici rancore e senso dell'intimità violata. Come già è accaduto in Francia.
In sintesi il decreto Pisanu è un drammatico portato delle circostanze. Per certi aspetti obbligato ma ancora largamente modificabile in senso garantista. Perciò, oltre a migliorarlo, occorrerà maneggiarlo con cura. Per evitare che il "principio di precauzione" a cui risponde si tramuti in trappola e in benzina sul fuoco. Trappola per la libertà e benzina sui fantasmi della "guerra di civiltà".


La differenza tra Ira e Jihad
Boris Biancheri su
La Stampa 30 luglio

Non è una semplice coincidenza che il vertice dell'Ira, l'organizzazione paramilitare del movimento indipendentista irlandese, abbia scelto di annunciare il suo addio alle armi tre settimane dopo le bombe nelle metropolitane londinesi e pochi giorni dopo il massacro di Sharm el Sheikh, mentre un'onda crescente di repulsione e di orrore verso il terrorismo islamico percorre l'opinione pubblica e ogni giorno di più se ne vedono le infinite infiltrazioni anche là dove (come oggi in Italia) nessuno fino a ieri lo avrebbe immaginato. Non esistono, beninteso, connessioni dirette né rapporti di causa ed effetto tra fatti così diversi: legami tra il mondo islamico e l'Ira vi furono forse in un lontano passato quando si parlò dei sostegni finanziari che Gheddafi avrebbe offerto ai rivoluzionari nordirlandesi; una circostanza d'altronde dubbia, di cui si è ora perduto anche il ricordo. Le connessioni tra il crescente pericolo del fondamentalismo islamico e il rigetto della lotta armata da parte dell'Ira, tuttavia, esistono ma sono di ordine psicologico e morale.
Il cammino dell'indipendentismo dell'Irlanda del Nord da forme violente a forme politicamente mature è stato lungo, costellato durante tutto il corso degli Anni 70, 80 e 90 da brusche impennate, da fasi di remissione e di negoziato e poi da tragici nuovi soprassalti. La lista degli attentati dell'Ira, o mirati a personalità specifiche come la signora Thatcher o Lord Mountbatten, o rivolti ad obiettivi popolari e indiscriminati, è lunga e dimostra quanto erratiche e saltuarie siano state le sue strategie. Ma è un fatto che da alcuni anni in seno all'Ira stessa e nel suo braccio politico si sono sempre più rafforzate le tendenze contrarie al crimine e favorevoli invece alla realizzazione di obiettivi per vie pacifiche. Questo processo ha avuto un forte - e forse possiamo dire decisivo - impulso dalla crescente minaccia del terrorismo islamico.
Il terrorismo occidentale ha le sue radici in due terreni diversi: quello della lotta di classe e quello dell'irredentismo nazionale. Il movimento contro la presenza britannica nell'Irlanda del Nord appartiene con ogni evidenza a quest'ultimo. Per quanto orribili siano i mezzi impiegati, sia il movente di classe che quello nazionalista appartengono in qualche modo alla nostra storia e alla nostra cultura e siamo in grado razionalmente di interpretarli.
Il terrorismo della Jihad islamica, con il suo culto sacrale della distruzione e del sangue, appartiene a tutt'altra, per noi incomprensibile, dimensione. Possiamo confrontare, per esempio, le due diverse pratiche del suicidio: il kamikaze islamico uccide se stesso per uccidere quanti più estranei possibile; il prigioniero politico irlandese uccideva se stesso lasciandosi morire di fame, alimentando così indirettamente la lotta antibritannica. E' del tutto comprensibile che l'indipendentismo nordirlandese, che ha avuto oltretutto tradizionalmente il maggior sostegno nelle grandi collettività irlandesi degli Stati Uniti, cioè proprio nel Paese che dopo l'11 settembre ha con maggior vigore combattuto il terrorismo, abbia voluto con un gesto clamoroso come quello dell'abbandono definitivo della lotta armata dissociarsi dal terrorismo oggi imperante e riacquistare credibilità in un'Inghilterra ancora sotto choc per il 7 luglio, in un'Europa percorsa dalla minaccia fondamentalista, e perfino in quello che del terrorismo è il massimo avversario, cioè negli Stati Uniti. Non a caso Tony Blair ha visto nella dichiarazione dell'Ira, sia per le parole usate sia per le circostanze che l'hanno accompagnata, un valore diverso e un significato che trascende la portata stessa dell'annuncio.


Tra dio e allah
Filippo Gentiloni su
il Manifesto 28 luglio

Scontro di civiltà, di culture, di religioni? L'agenda del terrorismo ripropone, di giorno in giorno, questi interrogativi. Da Londra a Sharm el Sheikh. Ma anche da Baghdad a Gerusalemme e territori palestinesi. Non si tratta di una discussione puramente accademica: è in gioco il giudizio sulle tragedie che stanno insanguinando il mondo e, di conseguenza, sono in gioco le indicazioni per porre fine alle stragi. Fra le voci che cercano di limitare lo scontro ai suoi aspetti esclusivamente politici, brilla quella del Vaticano. Quasi ogni giorno il papa ripete che la religione non c'entra. Non è uno scontro fra cristianesimo e islam. Niente crociate, né da una parte né dall'altra. Niente guerra santa. Non importa se i kamikaze si fanno saltare in aria in nome di allah: si tratterebbe di un piccolo dettaglio insignificante. Il vero islam è quello moderato, anche se molti, con Oriana Fallaci e con la Lega, negano questa distinzione. Con l'islam moderato il cristianesimo può e vuole trattare. E' uno dei punti fermi del nuovo pontificato.
Questa ripetizione di estraneità appare chiaramente giustificabile. E' logico che il Vaticano voglia tenersi fuori da un conflitto che rischia di coinvolgere il suo impegno missionario e non soltanto. Il cristianesimo si trova a contatto con l'islam, infatti, non soltanto nei paesi di missione, ma anche, ormai, nei paesi a maggioranza cristiana, dove gli immigrati musulmani sono sempre più numerosi. Non si può né condannare né combattere il vicino della porta accanto. Tanto più che è necessario far dimenticare, se possibile, la storia di tutte le crociate che hanno insanguinato i secoli passati, fino a ieri, e che rappresentano una brutta macchia - a dir poco - della storia cristiana.
E' logico che Ratzinger, come già papa Wojtyla, cerchi di prendere le distanze.
La parola "anticristiani" attribuita per errore agli attentati di Londra, è stata prontamente fatta sparire dal comunicato vaticano di cordoglio. Probabilmente una "gaffe", come quella che ha dimenticato di menzionare anche Israele fra le vittime del terrorismo. Ma spesso anche le "gaffe" nascondono un fondo di verità.
Piuttosto è opportuno chiedersi con quale coerenza il Vaticano pretenda il disinnesco della religione dalla guerra terroristica quando in altre e importanti sedi lo stesso Vaticano sostiene e difende lo stretto rapporto fra religione, società, cultura, politica. Livelli fra i quali la Santa Sede vuole mantenere un abbraccio: teme, infatti, quella riduzione della religione alla sfera privata che è stato il suo incubo per tutti gli ultimi secoli e che la ridurrebbe alla irrilevanza.
Ma se la religione esce dalla sfera privata, incontra necessariamente le culture e le guerre relative.
Una situazione che il Vaticano dovrebbe chiarire. Una contraddizione. E' illogico sostenere che gli attuali conflitti non hanno niente a che vedere con la religione e insieme sostenere che le radici dell'Europa sono cristiane. Quale il rapporto, allora, fra la religione e la società, la cultura, la storia? E' difficile sostenere in un caso, l'estraneità della religione dai conflitti politici e culturali e, dall'altra, considerare la religione come fondante di una società, di una cultura, di una storia.
Forse la logica costringerà anche il Vaticano ad accettare fino in fondo quella riduzione della religione al suo vero ruolo che il cristianesimo in teoria ha sempre sostenuto (anche nei tanti Concordati), ma che in pratica ha spesso fatto vacillare.
Non è facile oggi sostenere che gli attentati con la religione cristiana non c'entrano quando il cristianesimo - cattolico e non solo - ha accettato quasi sempre e quasi dovunque l'abbraccio con l'occidente, la sua politica, il suo capitalismo. Forse l'affermazione di estraneità delle guerre alla religione cristiana sarebbe più credibile se il cristianesimo prendesse le distanza dai vari Bush che dominano il ricco occidente.


Signor kamikaze si accomodi pure
Giampaolo Pansa su
L'espresso

Si può imparare dall'esperienza? Certamente sì. Per questo, di fronte alle stragi del terrorismo islamico, è utile ricordare qualche verità su un altro terrorismo che abbiamo conosciuto: quello italiano, nero e soprattutto rosso. Per prima cosa, allo scopo di non illuderci sul futuro che ci attende, bisogna rammentare che la nostra guerra interna durò quasi 19 anni. Dal dicembre 1969, piazza Fontana, all'aprile 1988, data dell'ultimo delitto delle Br storiche, l'assassinio del senatore democristiano Roberto Ruffilli.
In quell'epoca, più di una volta lo Stato vacillò davanti all'aggressività delle bande. Poi la guerra venne vinta grazie a tre armi, tutte definite 'speciali', una parola che anche oggi non piace a molti. Innanzitutto, le leggi speciali, a cominciare da quella che garantiva l'immunità ai pentiti. Poi i corpi speciali, come la Brigata anti-terrorismo comandata dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa. E infine le carceri speciali, ossia di massima sicurezza, per impedire le fughe facili dei terroristi catturati. Per dirne una, quella di Renato Curcio dalla prigione di Casale Monferrato, un vero formaggio con i buchi, ve lo garantisco io che la conosco.
Non fu semplice, negli anni Settanta e Ottanta, impostare nel modo giusto la difesa della Repubblica contro l'eversione armata. Partiti e partitini di sinistra, Pci per primo, strillavano contro qualsiasi decisione governativa avesse il timbro della chiara durezza. Sul generale Dalla Chiesa si scrisse di tutto: un fascista, un piduista, un golpista, un macellaio. Ogni morte di brigatista era quasi un lutto in famiglia. Ci volle l'assassinio di Guido Rossa, nel 1979, per convincere le Botteghe Oscure e i sindacati a scendere davvero in battaglia contro i terroristi rossi, per troppo tempo ritenuti soltanto compagni che sbagliavano.
Oggi abbiamo al ministero dell'Interno una vecchia volpe democristiana, Beppe Pisanu, che ha vissuto quella guerra, e soprattutto il delitto Moro, da una delle trincee più esposte, Piazza del Gesù, la centrale politica della Dc. Penso che dobbiamo avere fiducia in lui. Ma la schiettezza impone di dire che il suo pacchetto di misure contro il terrorismo islamico sembra ancora troppo debole. E per rendercene conto basta dare un'occhiata alle richieste che Ian Blair, il capo di Scotland Yard, aveva presentato all'altro Blair, Tony, il capo del governo, quando l'ordine di sparare alla testa dei sospetti kamikaze non era ancora stato impartito.
Il giornale italiano che le ha spiegate nei dettagli è 'Il Riformista' del 23 luglio. Eccone qualcuna. L'allungamento dei termini di custodia preventiva dagli attuali 14 giorni a tre mesi. Introduzione del reato di incitamento e preparazione di attacchi terroristici tramite Internet, con larga possibilità di oscurare i siti ritenuti pericolosi. Ampliamento della facoltà di intercettazioni telefoniche. Istituzione di uno speciale reparto di polizia che si occupi solo della sicurezza delle frontiere. Una riforma del sistema giudiziario che consenta ai sospettati di confessare nel corso di colloqui riservati con i servizi di intelligence, nella certezza che di queste confessioni non si farà un uso processuale.
Misure utili e no? Come dicono del loro budino le massaie inglesi, la prova si avrà soltanto dopo che saranno state messe in atto. Certo, le misure drastiche possono condurre a errori senza rimedio, come l'uccisione del giovane elettricista brasiliano ritenuto un kamikaze. Ma dobbiamo sapere che non siamo più in pace, bensì in guerra. Se vogliamo combatterla per difendere la nostra democrazia, non possiamo muoverci come dieci anni fa. O, peggio ancora, come trenta anni fa, quando si scriveva che le Brigate rosse erano un'invenzione della polizia o, al contrario, i nuovi partigiani.
Sul 'Corriere della sera', Magdi Allam, il giornalista che più di tutti ci segnala da tempo i rischi che corriamo, avverte l'Italia del pericolo di tollerare certe moschee, centri islamici, scuole coraniche e siti Internet integralisti, ormai diventati fabbriche di kamikaze. Invece l'Italia dei partiti si balocca sul diritto o meno di prelevare saliva per stabilire il Dna di una persona. E traccheggia sulla necessità di una Superprocura anti-terrorismo. Dovremmo già averla costituita. Ma troppi, a destra a sinistra, non la vogliono. E così seguitiamo a lasciare a Vienna, presso l'Onu, il magistrato italiano che ne sa più di tutti sulla guerra del fondamentalismo islamico.
Nel frattempo vedo sulla prima pagina dell''L'Unità' un titolone che strilla: "La legge del sospetto minaccia l'Europa". Già, forse mi sbaglio anch'io, come gli agenti dell'antiterrorismo britannico. A minacciare il nostro sistema di vita non sono le autobombe dei terroristi, bensì la polizia armata del diritto di sparare per uccidere. Ma se è così, tanto vale chiudere bottega. E appendere sulla porta un bel cartello che dica: 'Signor kamikaze, si accomodi pure!'.


Quei veleni dentro Bankitalia
Sergio Rizzo sul
Corriere della Sera 30 luglio

ROMA - Nel direttorio della Banca d'Italia le critiche all'operato di Antonio Fazio ci sono state, eccome. Senza mai andare sopra le righe, è certo. Ma più di una voce si è levata per esprimere pareri difformi da quello del Governatore. Per esempio quella del vicedirettore generale Pierluigi Ciocca. E anche quella di Vincenzo Desario, mastino della Vigilanza che da oltre dieci anni è direttore generale e da almeno sette contro il suo volere. E' stato il primo componente del direttorio (governatori esclusi) a sfondare il tetto dei 65 anni, e nonostante abbia chiesto più volte di andare in pensione non è mai stato esaudito. Così resta lì, anche se con qualche acciacco in più e in una situazione imbarazzante.
Al punto che a via Nazionale, fra i più alti dirigenti, c'è oggi chi rimpiange Giulio Tremonti, che quando scoppiarono i casi Cirio e Parmalat condusse contro Fazio una battaglia senza quartiere, ma fu poi costretto alle dimissioni. Eppure nemmeno chi rivaluta a posteriori l'ex ministro dell'Economia, ricordando la stima che suo padre riscuoteva nella "vecchia" Bankitalia, riesce oggi a smarcarsi apertamente. Perché se la bufera che ha investito Fazio ha avuto una conseguenza ai vertici della banca, è stata certamente quella di far tacere, almeno per un momento, le polemiche interne. Anche quelle, striscianti, su come il cattolicissimo Governatore "monarca" regna a via Nazionale.
Uno dopo l'altro, chi non era in perfetta sintonia con Fazio ha lasciato. Magari per assumere incarichi importanti, come il vicepresidente della Bers Fabrizio Saccomanni. O come Ignazio Visco, ex capo del servizio studi, passato all'Ocse e quindi rientrato in banca, dove ha atteso più di un anno senza incarico prima di prendere il posto di Saccomanni ai rapporti internazionali. L'ingessamento ai vertici della banca ha inoltre frustrato molte aspettative di carriera.
Per Ciocca, che ha molti estimatori a sinistra, si era a un certo punto profilata la possibilità della nomina a direttore generale. Poi però la prospettiva è svanita. E lui è sempre più assorbito dalla sua attività preferita: la scrittura, d'estate, in un "maso" in Val Pusteria.
Anche l'altro vicedirettore, Antonio Finocchiaro, qualche pensierino a passare di grado l'aveva fatto. Del resto, nel direttorio l'uomo che in questi 12 anni ha tenuto i rapporti con i dipendenti è la persona più vicina a Fazio. Poi la considerazione di cui gode nella maggioranza, soprattutto fra i seguaci del defunto leader di Alleanza nazionale in Puglia, Pinuccio Tatarella, rappresenta un altro buon biglietto da visita. Ma anche Finocchiaro è rimasto in stand-by. E il tempo passa.
Passa, il tempo, pure per Bruno Bianchi, che Fazio ha voluto trattenere in banca anche dopo l'età della pensione, scatenando una guerra con i sindacati. L'ex capo della Vigilanza era un altro candidato alla direzione generale.
Bianchi continua a occupare la sua vecchia stanza, con gli stessi collaboratori. Ed è ancora lui il vero braccio destro di Fazio per tutte le questioni della Vigilanza, pur essendo un semplice consulente. Circostanza, quest'ultima, che lo ha preservato dalle domande dei magistrati, rivolte invece a Francesco Frasca, capo degli Ispettori.
Le stesse domande che non sono state risparmiate ad Angelo De Mattia, il capo della segreteria e uomo in assoluto più vicino a Fazio, nominato recentemente funzionario generale per un ruolo che non era ricoperto con grado così elevato dai tempi di Lamberto Cantuti, l'assistente di Guido Carli. Ex responsabile del Pci per il credito, De Mattia si è guadagnato l'assoluta fiducia del governatore. Molte critiche dirette a Fazio lo investono quindi per primo. Ma lui ci ha fatto il callo. D'altra parte, anche De Mattia ha la sua età e ne ha viste di tutti i colori.
Sicuramente più di quelle che ha visto Fabio Panetta, giovane emergente che Fazio ha voluto accanto a sé, fratello di quel Gianni Panetta (ex deputato del Ccd e molto legato al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) deceduto sei anni fa in un incidente stradale. E' uno dei pochissimi, fra i fedeli di Fazio, a non avere ancora superato la fatidica soglia dei 60 anni.


Petruccioli e Meocci, non un ticket
Editoriale su
Il Riformista 30 luglio

Per noi che lo proponiamo fin dal primo giorno, la possibilità che finalmente oggi Claudio Petruccioli venga eletto presidente della Rai, piace molto. Non solo per la stima che abbiamo della sua dirittura e indipendenza (che lo hanno speso reso poco popolare a casa sua) ma anche perché il suo profilo risponde alla perfezione al dettato della legge: un politico, visto che a votare è la commissione di vigilanza; un politico dell'opposizione, visto che servono i due terzi; un politico che non userà la sua poltrona per servire gli interessi della sua parte, visto che deve guidare la più grande azienda pubblica del paese.
Non ci voleva tutto questo tempo per arrivare alla soluzione più logica, e soprattutto a quella che rispetta di più lo spirito della legge. Solo per il presidente la norma impone una maggioranza qualificata, perché svolge funzioni di garanzia. E dunque era infondata la richiesta iniziale dell'Unione di trattare insieme per il presidente e per il direttore generale, la cui nomina è invece governativa, via l'azionista Tesoro, e non bipartisan; cosicché, quando non piacesse al futuro governo, il governo lo possa rimuovere e sostituire in piena libertà.
Non vorremmo però che da parte del centrodestra si usasse ora strumentalmente l'argomento del centrosinistra che abbiamo appena criticato. Non vorremmo cioè che la maggioranza chiedesse all'opposizione, come condizione per nominare Petruccioli, il suo assenso preventivo sul nome di Meocci come direttore generale. Si sa che non è la scelta che avrebbe fatto l'Unione, e si sa che a Prodi non piace. Dunque sul nome di Meocci, se quello è il nome, il governo deve solo decidere, senza chiedere pareri all'opposizione e però senza nemmeno richiederle un voto che non può dare. L'unico voto favorevole dai banchi dell'opposizione dovrà essere quello di Petruccioli, a quel punto già presidente, e dunque impegnato a un impegno di lealtà aziendale e di compattezza del nuovo vertice.


Il Divo Claudio
Editoriale su
Il Foglio 30 luglio

Roma. Se stavolta è la volta buona, se davvero Petruccioli riuscirà a montare in groppa al cavallo Rai, la sua consolidata fama di moderato diessino capalbiese si sommerà con quello che qualche compagno di partito, sghignazzando, chiama “il culo del Divo Claudio”, facendo eco tanto alla (sua) fortunata coincidenza quanto al noto romanzo di Robert Graves. Ovviamente, non perché ci sia qualcosa da ridire sulle capacità di Petruccioli – da tempo piace a Fedele Confalonieri, adesso piace persino a Beppe Giulietti – ma il fatto è che l'animo umano rosica e l'invidia striscia, così le congratulazioni per l'avvenuta conquista del presidio democratico di viale Mazzini si sprecheranno, quelli che poco si vedranno saranno i festeggiamenti. E sì, perché il Divo Claudio ha molte qualità ma ha pure molto peccato, “per non essere di parte si sbilancia spesso dall'altra parte”, e finalmente il Cav. cede, ma se il Cav. cede, non sarà perché gli conviene cedere sul Divo Claudio? Malignità. A via Nazionale si cantano le lodi del compagno Petruccioli, “accusato da una certa sinistra di essere troppo trasversale, invece è un liberale vero che detesta un certo radicalismo”, e a chi obiettiva di una mezza vittoria del Cav. seccamente si replica che “questa è una cazzata, Claudio mastica da molti anni di questioni televisive e di informazione”.
Eppure si respira a sinistra più la tiepidezza della soddisfazione che il calore della gioia, “vabbè, addirittura stappare lo spumante, non esageriamo. E' una soluzione ragionevole”. E gli stessi diessini che sono in Rai, raccontano di una duplice sensazione: “Da un lato finalmente una soluzione, un punto di riferimento. Dall'altro, con una direzione generale condizionata invece dal centrodestra, per i prossimi dieci mesi dobbiamo, contemporaneamente, stare in apnea e mostrare gli attributi”. Insomma, bene il Divo Claudio, ma così così, “aho, in fondo è sempre diesse, no?”.
Petruccioli conosce bene questa tiepidezza. Per anni alla guida della Vigilanza, per anni ha sentito il lamento, rispettoso ma costante, dei compagni, “sembra che mi venga mosso il rimprovero di non essere abbastanza vigoroso”. E anche Giulietti, che dei Ds è capogruppo in commissione, gli ha promesso sicuro sostegno e esposto adeguato lamento per la sua visita in casa del Cav. Nessuno tra i diessini dice di sospettare eccesso di intesa con l'avversario, ma certo se l'avversario dà il via libera...
Il dirigente carsico
Per Petruccioli, si profila una bella soddisfazione. Prima del Pci, poi del Pds, poi dei Ds, il Divo Claudio è una sorta di dirigente carsico: appare, e poi si inabissa, poi ricompare. Segretario del Pci abruzzese, gli bruciano la federazione; direttore dell'Unità, incappa nel caso Maresca; braccio destro di Occhetto, sembrava destinato a scomparire, come tutto il gruppo di collaboratori dell'ex segretario. E invece, per paradosso, fa una certa impressione trovare nelle cronache della Vigilanza una richiesta del senatore Falomi (occhettiano) che domanda al presidente Petruccioli (occhettiano un po' ex) se è vero che Massimo D'Alema (occhettiano mai) abbia posto il veto alla partecipazione a una puntata di Ballarò di Achille Occhetto (occhettiano). Del resto, quella straordinaria stagione a Botteghe Oscure ha prodotto diaspora politica e vasta pubblicistica – libri di memorie da Occhetto (ora nel Cantiere) a Massimo De Angelis (ora alla Fondazione Liberal) – ma proprio Petruccioli ha scritto forse il resoconto più intenso e dettagliato e vero, appunto intitolato “Resoconto”, ed è rimasto nel partito che aveva contribuito a fondare, o che dal partito che aveva fondato hanno poi fondato altri, “e i rapporti con Fassino – chiariscono subito i fassiniani – sono ottimi dai tempi di Occhetto”.
Con la convocazione della Vigilanza per l'ora di pranzo (in tempo per bloccare i deputati già con le valigie in mano), la sospirata conquista della presidenza per Petruccioli pare cosa fatta. Solo qualche settimana fa la nomina era stata bloccata da Prodi, che preferiva mantenere la sede vacante per poter agire dopo la possibile vittoria elettorale del prossimo anno. “Una cosa surreale – dice un amico di Petruccioli –. Se c'è un diessino che si può considerare quasi strutturalmente un prodiano, è proprio Claudio”. Che finalmente potrà ora avere uno scambio più spigliato con Bruno Vespa, al quale ha rimproverato “l'atteggiamento fuori misura e arrogante”, e fronteggiare più spavaldamente i compagni che gli rimproverano tiepidezza di carattere (memorabile quando mandò i girotondini fuori dai piedi): “Agitarmi a sproposito, questo non me lo chiedano”. Magari cambierà l'antico cellulare, innocua mania che pareva finora l'ultimo scampolo di una passata celebrità sulla spiaggia di Capalbio.


RAI, la strana coppia
Curzio Maltese su
la Repubblica 30 luglio

"È roba da furbetti del quartierino". L´impeccabile definizione tagliata dallo scalatore Ricucci sulla vicenda Bankitalia s´adatta bene anche alle scelte della maggioranza per le nomine Rai. Un patto fra "furbetti del quartierino" porterà la prossima settimana all´elezione di Claudio Petruccioli presidente e di Alfredo Meocci direttore generale di viale Mazzini.
Il tandem è quanto di peggio si potesse augurare, nella sostanza e nel metodo.
Meocci è l´uomo di Berlusconi, fortemente voluto dal premier al posto di quel Flavio Cattaneo ormai bollato come traditore. Per quanto possa apparire incredibile agli umani, l´attuale direttore generale era accusato in ultimo di aver fatto troppo gli interessi della sua azienda, quindi non abbastanza quelli di Mediaset. In più, non era a sufficienza fidato da condurre la Rai durante la fatidica campagna elettorale del 2006. Chi pensava che la Rai di Cattaneo avesse già toccato il fondo del servilismo politico sarà dunque costretto a ricredersi. Una volta toccato il fondo, al fido Meocci è affidato il compito di scavare. Chissà che cosa potrà ancora inventarsi, forse l´inno di Forza Italia al posto della sigla di Sanremo o il faccione del Cavaliere sovrapposto al mappamondo del tg.
L´altra nomina eccellente è quella del senatore diessino Petruccioli alla presidenza. Era il primo candidato ed è rimasto l´ultimo, dopo una girandola di nomi, veti e controveti. Il senatore è ben visto dall´intero arco politico, da Rifondazione ad An. Certo, il metodo della nomina è terrificante. Petruccioli ha guidato finora la commissione di vigilanza parlamentare sulla Rai e non s´era mai visto che il presidente di un organismo di controllo divenisse senza soluzione di continuità il presidente dell´oggetto da vigilare. Petruccioli ha ottenuto il lasciapassare dopo una visita a casa Berlusconi, una prassi quanto meno inusuale nel resto del mondo civilizzato. Qualcuno può immaginare un pellegrinaggio a Downing Street del presidente della Bbc?
Con questa nomina infine si chiude la stagione dei professori e dei giornalisti, per tornare con un politico puro alla presidenza della prima azienda culturale italiana. Un bel "indietro tutta", verso la prima Repubblica. Del resto era prevedibile dopo la nomina d´un consiglio d´amministrazione che è stato il trionfo del manuale Cencelli.
Sullo sfondo dell´intera commedia si vede nettamente, nello stile e nei contenuti, la regia personale di Berlusconi. Dopo aver giurato un centinaio di volte che non si sarebbe mai occupato di Rai, il proprietario di Mediaset e della maggioranza è sceso in campo a piedi giunti, come sempre libero da vincoli istituzionali o anche solo di decenza. Ha imposto il suo direttore generale e consigliato con successo alle opposizioni il loro presidente. Il controllo sulla tv, 6 reti su 6, è più saldo che mai. Se poi basterà a fargli vincere le elezioni del 2006, dopo aver precipitato il paese nella recessione, è tutto da vedere. Non è scontato che gli italiani siano rassegnati a essere guidati per l´eternità dai "furbetti del quartierino".


Com'è vuoto l'Est senza l'ideologia
Giuliana Morandini su
Il Messaggero 30 luglio

A Orvieto, nell'antico e nobile Palazzo dei Sette, la mostra dedicata all'arte delle nuove repubbliche dell'Asia Centrale offre più ragioni di riflessione.
Un video cattura la mia attenzione. Un uomo vestito da sciamano compie barcollando un viaggio verso l'ignoto, i familiari lo sorreggono e cercano di orientarne la direzione cieca. Attorno il paesaggio è vuoto, arido, con la sola presenza di ciminiere e tralicci industriali. E' un'immagine scelta a ben esprimere la crisi delle ideologie e delle estetiche contemporanee o è segno eloquente di un destino da qualche tempo sempre più difficile da decifrare? Altre immagini e video parlano nello stesso senso, evocano una conflittualità senza respiro o per converso una vitalità, una sensualità trionfante in una cornice di città abbandonate. Donne di intenso erotismo, nude o fasciate in sete sgargianti e barocche, ci fissano con orgoglio, come dee primigenie, in radure misteriose, in lande deserte e piene di scorie.
Queste regioni sono le parti islamiche del vecchio impero russo, le terre da cui si sono mossi gli Unni di Attila, i Turchi che hanno posto fine a Bisanzio, i Mongoli di Gengis Khan ed i guerrieri di Tamerlano. Ora formano una nuova costellazione di stati all'insegna del suffisso “stan”. La loro struttura sociale e politica è quanto mai incerta, i progetti variano in modo incessante per l'emergere di tensioni a stento componibili.
Gli organizzatori della mostra, Valeria Ibraeva, direttore del Soros Center for Contemporary Art di Almaty, il critico d'arte Enrico Mascelloni e l'artista Serenco, hanno correttamente pensato che l'immagine geopolitica più nitida e pregnante potessero offrirla gli artisti che vivono con passione le inquietudini dei recenti eventi ed il travaglio delle nuove generazioni. Ed hanno riunito artisti già attivi nella fase sovietica con giovani venuti da poco alla ribalta: Said Atabekov, Smail Bayalev, Gulnara Kasmalieva e Murathek Djoumaliev, Alimjan Jorobaev, Rustam Khalfin, Erbossyn Meldibekov, Almagul Menlibayeva, Saken Narynov, Gennady Ratushenko, Georgy Tryakin-Bukharov, Aleksander Ugai e Roman Maskaliev.
Questi artisti del corso post-sovietico, sino alla recente silenziosa “Rivoluzione dei Tulipani” in Kyrgyzstan, sono infatti testimoni di una poesia accesa, violenta, e riescono a dare voce ad un dolore, ad una sofferenza antica che la dittatura ha incancrenito ed esasperato e che l'anarchia poi sopravvenuta ha finito per rinfocolare. Una tragedia mai risolta, come indica l'immagine, riportata anche sulla copertina del catalogo, con due uomini nudi che si fronteggiano con le pistole in bocca.
“La sindrome di Tamerlano” chiamano la mostra gli organizzatori. Un nome che evoca l'assoluto del potere, la sua istintualità indomita, la sua crudeltà inaudita. Questo nucleo di antinomie e di contraddizioni è esploso d'improvviso, quando le repubbliche centroasiatiche si sono ritrovate libere nel collasso dell'Unione Sovietica. Da un'oppressione opaca, mortifera, sono nate insperate invenzioni, ma sono apparse anche ferite ed angosce, disagi che i nostri artisti cercano di tradurre ai nostri occhi in modo veritiero. E quali sono i sintomi che vanno ad alimentare la malattia, forse già cronica, della sindrome di Tamerlano? Libertà e insieme schiavitù in un rivolgimento così dilagante da non conoscere regole. Nuove economie, sotto la maschera della modernità, tendono in verità a essere predatorie nei confronti delle ricchezze di questi paesi. Così cotone, petrolio, metalli rari stimolano ogni cupidigia e innescano spirali distruttive, politiche suicide. Così l'intatta bellezza di questi paesaggi mitici rivela in modo sorprendente un'ecologia drammatica per detriti di laboratori diabolici. Nelle terre, sotto cieli puri, si nasconde uno strumentario apocalittico: scorie nucleari, batteri selezionati per produrre malattie infettive, residui corrosivi di armi chimiche.
Il nomadismo antico sembra continuare il suo ritmo di stagioni secolari, non contempla confini, fluisce lungo tracce invisibili e pur esattamente conosciute per esperienza. Ma questo libero, grande e lento movimento si inceppa e soffoca in una rete che ha sedimentato il territorio di sbarramenti e di confini. Incredibile pluralità di etnie, costumi e credenze le più differenziate, un caleidoscopio di umanità e di storia. E per converso, in questi orizzonti senza tempo si coagulano le mostruosità dei gulag, e affiorano razzismi laceranti, a corto circuito, con tentazioni di stermini etnici (proprio come è accaduto nell'ex Jugoslavia).
Le immagini di Orvieto mi rimandano ad un viaggio che ebbi a compiere proprio all'indomani della nascita di queste repubbliche. Gli europei che avevano parlato di questi territori erano ormai figure mitiche della letteratura di viaggio, dall'inglese Alexandre Burnes all'ungherese Arminius Vambéry alla svizzera Anne Marie Schwarzenbach. Ovviamente le loro descrizioni precedevano le recenti radicali sofferenze, e si caratterizzavano per una delicata naïveté, anche se Burnes aveva pagato con la vita la sua acuta curiosità. Eppure, nonostante i trionfalismi sovietici ed una colonizzazione brutale, ancora restavano, a rendere queste terre indimenticabili, il deserto con i suoi pastori, le tende variopinte, i bazar, le architetture di Tamerlano con le cupole d'oro e d'azzurro, il silenzio che ne faceva un non-luogo o meglio un luogo di intensa concentrazione mentale, un sismografo di situazioni epocali. Mi colpì allora come le testimonianze dei viaggiatori che mi avevano preceduto fossero riuscite a cogliere in queste atmosfere enigmatiche suggerimenti esatti: nel silenzio era stato loro rivelato quanto nel mondo sarebbe presto accaduto. Così la Schwarzenbach aveva avuto in questa isolata lontananza la percezione chiara di cosa sarebbe stato il nazismo.
I segni del dominio russo cadevano, andavano ad aggiungersi alla serie dei relitti. Popoli soffocati si affacciavano al mondo con speranze indomite, in una felicità colorata. I campi di cotone fiorivano, le moschee brillavano nella luce tersa. Eppure la terra scura e umida di petrolio già annunciava quella che sarebbe stata, nel giro di pochi anni, la sindrome di Tamerlano come la si vede oggi resa dagli artisti. E tante incognite si affacciavano, mentre vagavo nei mercati tra cumuli di meloni o mi inoltravo nella penombra segreta dei souk. Incognite non ancora sufficientemente percorse. Sintomi precisi di una crisi culturale il cui spettro sembra oggi allargarsi al mondo e indicare un profondo disagio di rapporti tra civiltà. Un crocevia di assoluto privilegio si incontra lungo l'antica via della seta: è il confronto che sempre si rinnova, e non si scioglie, tra l'Occidente e l'Oriente, con le sue porte di polvere, di ori e di azzurri incantati.


   31 luglio 2005