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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 24 luglio 2005



Illusionisti pericolosi
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera 24 luglio

Dopo l'attacco terroristico di Londra la "zietta", la British Broadcasting Corporation (Bbc) ha deciso che non era il caso di spaventare oltre misura i suoi nipotini, gli inglesi, e quindi ha deciso che la parola terrorismo andava bandita e sostituita con la parola bombers, "bombisti".
Ma perché mai gli inglesi non dovrebbero essere spaventati? Uomo avvisato mezzo salvato. Invece uomo ingannato mezzo fregato. Quando la paura è giustificata, allora è "salvifica", allora fa bene. Ma fin qui è una questione di opinioni.
La questione seria è la questione sottostante: la liceità della manipolazione del linguaggio. Una manipolazione nella quale la Bbc si esercita da tempo. Per il broadcasting britannico i terroristi irlandesi sono dei "criminali", quelli palestinesi sono "militanti", gli islamici di Londra dell'altro giorno sono dei "bombisti". Eppoi si dice che i media di massa semplificano troppo. Qui, invece, "sofisticano" e mistificano.
La filosofia della Bbc è che il linguaggio deve essere "neutro", deve essere asettico, e cioè che non deve implicare valutazioni né di bene né di male. Il dibattito è antico. Già Hobbes sapeva. E da un secolo a questa parte il principio della "avalutatività" (la Wertfreiheit di Max Weber) è stato al centro del dibattito delle scienze sociali.
Per questo principio lo studioso non deve valutare e non deve "prescrivere": deve soltanto descrivere. D'accordo. Ma come? Addirittura arrivando a sterilizzare il linguaggio? In tal caso dovremmo eliminare tutte le parole emotive e valutative che indicano cose buone (desiderabili) ovvero cose cattive (da rifiutare).
Pertanto una volta imboccata questa china la Bbc non si può fermare alla eliminazione della parola terrorismo (che suscita, appunto, emozioni di rigetto). Alla stessa stregua dovrebbe espungere dal suo vocabolario la parola pace (rea di essere scandalosamente apprezzativa). Anche "guerra" non va bene: meglio sostituirla con la dizione più asettica di "dissenso armato". E così via per centinaia e centinaia di parole.
Quel che sfugge agli apprendisti stregoni della Bbc è che la vita umana è tale proprio perché intessuta di valori che perseguiamo e di disvalori che rifiutiamo, e che questo "tessuto di valore" ci viene fornito dal linguaggio. Gli animali non hanno un linguaggio valutativo; gli esseri umani sì. A dispetto della Bbc, non è davvero il caso di animalizzarlo.
C'è poi un'altra faccia della medaglia. Eliminare parole è impoverire la presa e la precisione del linguaggio. Come diceva Linneo: nomina si nescis, perit et cognitio rerum, se non hai un nome non percepisci nemmeno la cosa. Così, se non dici terrorismo fai sparire eo ipso la realtà che denota. Il terrorismo c'è, ma se resta innominato lo cancelli. Io sono affascinato dagli illusionisti. Ma al teatro, non alla Bbc o al governo.
La parola deve dunque restare, anche se resta il problema di definirla. Sulla definizione del termine i giuristi ancora annaspano, e i dizionari fanno davvero acqua. Eppure la parola ha, per così dire, una sua evidentissima trasparenza semantica: indica un intento, l'intento di terrorizzare al massimo, con qualsiasi mezzo e senza limitazione di bersaglio, il maggior numero di persone possibili. Questa definizione già basta, direi, a differenziare il terrorismo globale e fideistico del nostro tempo dai più modesti terrorismi locali (baschi e irlandesi), dagli anarchici, resistenti, partigiani e simili. Ma questo è, beninteso, un discorso da approfondire.


Europa secondo fronte
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 24 luglio

Mettete insieme i focolai dell'incendio terroristico degli ultimi sei giorni e avrete la rappresentazione visiva di quanto sta accadendo in quella vasta parte del pianeta che va dalla Mesopotamia al Mar Rosso, dal Bosforo al Tamigi, con il suo epicentro a Bagdad e nelle quattro province che circondano l'antica capitale del califfato sunnita.
La sequenza comincia con i cento morti nella moschea sciita di Musayyib, a sud di Bagdad e si chiude (per ora) con i cento turisti uccisi negli alberghi di Sharm el Sheik. In mezzo c'è il secondo attentato, per puro caso senza vittime, nel Tube londinese con modalità ostentatamente analoghe al primo di appena due settimane addietro; il rapimento di due diplomatici algerini nella capitale irachena; le minacce sempre più incalzanti contro Roma che il nostro ministro dell'Interno definisce serie e preoccupanti. Infine il fermento crescente a Islamabad e nelle madrasse pachistane, culla coranica del radicalismo e della Jihad islamista.
Il numero dei giovani kamikaze è in aumento. Non passa giorno senza che esplodano da cinque a dieci di queste bombe umane il cui numero complessivo ha ormai superato quota mille seminando vittime innocenti sul loro cammino.
La media supera ormai il rapporto di uno a venti. Il materiale umano e sociale infiammabile è in aumento. Le cellule del jihadismo dormiente si stanno svegliando e moltiplicando una dopo l'altra aprendo un secondo fronte nel cuore stesso dell'Europa, dove è ormai drammaticamente cominciato il confronto tra il principio della libertà e quello della sicurezza. Finora si era riusciti a realizzare un equilibrio accettabile tra queste due esigenze primarie di ogni democrazia occidentale: il massimo denominatore comune dell'una e dell'altra.
Un equilibrio a rischio, che poteva e potrebbe esser salvaguardato solo con l'attiva e leale collaborazione delle comunità musulmane residenti e integrate nei Paesi del nostro continente.

* * *

Questo equilibrio tuttavia è sottoposto da ormai tre anni ad una crescente tensione. Un'ampia maggioranza dei musulmani residenti in Europa, molti dei quali hanno da tempo ottenuto piena cittadinanza da parte dei Paesi ospitanti soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, condanna il radicalismo islamico e se ne dissocia. Vive con inquietudine il peggioramento della situazione e la doppia cittadinanza psicologica inevitabile per tutte le comunità derivanti da una diaspora così imponente.
Purtroppo l'equilibrio fin qui realizzato è entrato in crisi proprio dov'era più difficile aspettarselo: non nella prima generazione di emigrati ma nella seconda e nella terza, cioè nei giovani e giovanissimi. Si pensava che la seconda e terza generazione dei musulmani trapiantati in Europa fosse ormai pienamente integrata nelle nostre società occidentali. Frequenta le nostre scuole, lavora nei nostri opifici e nella nostra agricoltura, nei nostri servizi e nelle nostre abitazioni.
Ma ciò si è verificato solo in parte. Una cospicua minoranza dei giovani musulmani di seconda e terza generazione ha prestato orecchio al messaggio fondamentalista del radicalismo islamico. Ha subìto il fascino di quella predicazione. Ha messo il proprio entusiasmo e la propria irruenza giovanile a disposizione degli ideali religiosi e politici dei cattivi maestri. Ha coltivato la differenza rispetto all'adattabilità dei padri e al loro desiderio di integrarsi nelle società che li avevano ospitati.
Si è verificato sotto i nostri occhi un fenomeno in qualche modo inedito: una parte cospicua delle comunità musulmane di seconda e terza generazione, anziché spingere fino alle ultime conseguenze l'integrazione con le società ospitanti, ha fatto marcia indietro, ha riscoperto valori originari propri, ha vissuto in questo modo il conflitto fisiologico con i padri. Continuando e anzi usufruendo ancor più liberamente di loro dei diritti e dei piaceri che la società ospitante offriva, li ha uniti a sentimenti di rivolta e di rifiuto tipici di ogni gioventù, specie se vissuta sotto il segno dell'inferiorità sociale e della divaricazione culturale e religiosa. Di conseguenza il massimo comune denominatore tra ospitanti e ospitati sta paurosamente discendendo al minimo comun denominatore e la sorte non voglia che scompaia del tutto.
Questo disagio della seconda e della terza generazione musulmana emigrata in Europa non si è per fortuna trasformato in affiliazione esplicita al radicalismo della Jihad. Rappresenta per ora una zona grigia, incerta, insicura della propria identità. Certo un terreno di cultura e di copertura di quel radicalismo e di possibile diffusione delle metastasi che ne derivano.
La nostra lotta contro il terrorismo "qaedista" si gioca in gran parte - per quanto riguarda il secondo fronte che si è ormai aperto in Europa - sulla riconquista di quella zona grigia delle seconde e terze generazioni musulmane agli ideali di un Islam civile, pacifico, rispettato e rispettabile. Inserito nel tessuto economico delle società ospitanti. Lasciando ai suoi membri la scelta tra l'integrazione o la convivenza separata o una possibile mescolanza tra questi due principi.
Certo la presenza musulmana nelle società europee, cristiane e/o fortemente secolarizzate, ha caratteristiche assai diverse rispetto alla diaspora ebraica o al problema dei neri americani.
La diaspora ebraica, culturalmente ed economicamente di grandissima importanza storica, è sempre stata dal punto di vista quantitativo un non problema per le società ospitanti. Ciò malgrado sappiamo bene quali drammi spaventosi si siano verificati e quali demoni si siano scatenati nelle società europee sino a quello dell'Olocausto che ne rimane il simbolo atroce.
La diaspora ebraica è stata ghettizzata ma il suo lievito culturale, artistico, imprenditoriale, politico è entrato da sempre a far parte della vita europea.
Quanto ai neri americani, il percorso della loro integrazione è stato lungo, faticoso, punteggiato da vittorie e sconfitte. Senza tuttavia gli ostacoli d'una religione diversa né di una storia statuale contrapposta.
Da questi punti di vista la diaspora musulmana in Europa presenta caratteristiche totalmente diverse. Ha alle spalle una storia politica e militare propria di grande rilievo, cultura e arti autonome, espansione territoriale vastissima, sviluppo demografico intenso, risorse materiali essenziali nelle proprie terre d'origine, valori religiosi e morali profondamente alternativi.
Per queste ragioni la convivenza con le società europee è irta di ostacoli, insidiata ad ogni passo da integralismi, fanatismi, massimalismi sia tra gli ospitati sia tra gli ospitanti. Ed è su questo terreno che il radicalismo islamico tenta di far fruttificare i semi velenosi del suo messaggio e della sua penetrazione organizzativa.

* * *

Si discute vivacemente in questi giorni di crescente tensione se il terrorismo tracimato in Europa abbia le sue radici nella guerra irachena o non sia un fenomeno indipendente da essa. Quella guerra semmai avrebbe avuto il merito di aver portato il fenomeno terrorista allo scoperto e avere impedito, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, che esso ripeta le proprie sanguinose gesta dove esordì con la distruzione delle due Torri di Manhattan.
A me pare che la risposta sia molto chiara, prevedibile e - lo ripeto ancora una volta per i tanti che da quell'orecchio si ostinano a non sentire - ampiamente prevista: la guerra preventiva irachena ha avuto l'effetto di offrire al terrorismo "qaedista" una prestigiosa tribuna mondiale, l'appoggio di un buon terzo della popolazione irachena, la possibilità di combattere, insieme all'insorgenza sunnita, una sorta di guerra di liberazione nazionale, ampliando le capacità di reclutamento e richiamando in Iraq i volontari del fondamentalismo da tutto il mondo musulmano. Infine dividendo profondamente l'Occidente e perfino la cattolicità pacifista rispetto a quella interventista.
La guerra preventiva irachena è stata oggettivamente perduta dall'America di Bush e dalla Gran Bretagna di Blair. Il lunghissimo dopoguerra si consuma da anni tra lutti crescenti, miseria, rovine, imbarbarimento generale, in attesa di una exit strategy sempre promessa e sempre rinviata per l'impossibilità di districare i piedi da una palude che non si riesce a prosciugare e bonificare.
Nel frattempo i veleni e l'onda tossica di quella guerra e del dopoguerra quanto mai sanguinoso si sono diffusi ovunque e servono ad alimentare l'esportazione della violenza terroristica anche in Europa e sui viaggiatori, turisti, commercianti, lavoratori, giornalisti europei. Non bisognava andarci in quel modo in Iraq, ma non si riesce a venirne via per timore di abbandonare il paese al caos della guerra civile. La quale in verità è già largamente in corso con centinaia di vittime quasi giornaliere.
Questo è l'impasse in cui tutto l'Occidente si trova.
"Business us usual"? E' una buona risposta o è una battuta che non fa più nemmeno ridere?


Le scimmie di Churchill e la paura
Claudio Magris sul
Corriere della Sera 24 luglio

A parte le ovvie, sacrosante e scontate reazioni di orrore per le stragi terroriste, pietà per le loro vittime e paura di far parte domani di queste ultime — rischio cui è esposto chiunque, indipendentemente dalle sue scelte politiche e dai suoi sentimenti caritatevoli o astiosi nei riguardi del prossimo — i devastanti attentati di queste settimane e di questi giorni costringono a prender atto che, fra le sconvolgenti trasformazioni che hanno mutato e mutano la nostra realtà, c'è anche la trasformazione della guerra, come avevano genialmente intuito e analizzato già anni fa, ben prima dell'11 settembre, i due generali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui. Il terrorismo non è più un episodio isolato, eclatante ma presto sommerso dal corso delle cose; è una guerra e una guerra che non riguarda soltanto roventi situazioni e conflitti locali, come in passato, ma il mondo intero. Non si tratta più di piccoli gruppi che, con mezzi e azioni anomale rispetto alle consuete modalità belliche, colpiscono un avversario e nemmeno di singoli nuclei sovversivi che colpiscono le istituzioni nella speranza di rovesciare l'ordine sociale vigente o di favorire losche manovre politiche, come è avvenuto in anni non lontani in Italia.
Ora si tratta di una guerra, simile o opposta a quella tradizionale: un'organizzazione clandestina attacca rovinosamente New York, cosa che non riuscì e non poteva riuscire all'aviazione del Terzo Reich; bombarda con le sue bombe Londra, come la Luftwaffe di Hitler.
Dinanzi a una guerra — a parte il dolore per i morti e la paura di morire — si possono fare varie considerazioni. La si può inquadrare — e si deve farlo, se ci si propone di discuterne obiettivamente e al di sopra dei propri timori e interessi — nel complesso della storia, collocando la violenza che ci colpisce nella totalità degli eventi che l'hanno preceduta e generata: è quello che ha fatto — con particolare coraggio, dato il momento tragico e il suo ruolo politico — il sindaco di Londra, collega di partito di Blair, ricordando le violenze compiute in passato dall'Occidente e osservando che ognuno combatte con le armi che ha a disposizione, carri armati e aeroplani o bombe. Si può anche ricordare che Begin aveva compiuto sanguinose azioni terroriste e più tardi, in circostanze e funzioni diverse, ricevette il Premio Nobel per la pace, quasi a significare che è la vittoria o la sconfitta a decidere se il terrorismo ha ragione o torto.
Queste osservazioni del Lord Major londinese sono giuste e servono a ricordare, doverosamente e opportunamente, che, accanto alle vittime barbaramente uccise come quelle di questi giorni e giustamente piante da tutto il mondo, ce ne sono state e ce ne sono tante, tantissime altre massacrate altrettanto barbaramente senza che il mondo e la coscienza del mondo ne avessero e ne abbiano rimorso e nemmeno consapevolezza.
Tali considerazioni tuttavia servono a poco dinanzi al fatto che pure chi le fa si trova esposto al rischio di saltare in aria su una bomba messa nella metropolitana; in questo momento, nella piccola Trieste che non attira l'attenzione del mondo, sono probabilmente più al riparo di chi deve attraversare Londra per guadagnarsi il pane, ma, dati i numerosi viaggi cui mi porta il mio lavoro, non sarebbe statisticamente impossibile che toccasse pure a me. Dopo tutto, è stato un caso che mi trovassi a Londra tre mesi e non tre settimane fa.
Dunque, quali siano o possano essere le origini, le motivazioni, le cause, la realtà da cui nasce il terrorismo, debellarlo significa proteggere pure me, i miei amici, tutti. Ma come può essere sconfitto? Certamente occorre rimuovere tutte le cause, e in primo luogo i nostri errori e le nostre colpe, che possono creare situazioni in cui il terrorismo attecchisce più facilmente, ma, a parte questo doveroso disegno del futuro, è necessario stroncare la sua realtà presente, la sua furia che è autonoma e prescinde ormai da ogni genesi storico-politico-sociale. Ma come vincere questa guerra? Sembra talora che l'Occidente si affidi a una visione e a una tattica bellica invecchiate, sorpassate da quella trasformazione globale e capillare della guerra analizzata dai due strateghi cinesi.
L'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq, se si proponeva di estirpare il terrorismo, è stata una risposta tecnicamente invecchiata a una situazione nuova; il terrorismo infatti è aumentato e in Iraq le vittime quotidiane sono così numerose da non destare più emozione, come denunciava giovedì Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, forse anche perché si tende a sorvolare su di esse in quanto dimostrano il fallimento dell'impresa. La disastrosa invasione sovietica dell'Afghanistan, che è stata condannata moralmente anziché essere bollata in primo luogo per la sua stupidità, non ha insegnato proprio nulla.
L'altro giorno, chiacchierando a tavola, uno dei miei figli mi faceva osservare come, sino a pochi anni fa, il divario tra il potere e i piccoli gruppi ribelli fosse andato, con lo sviluppo della tecnologia, sempre crescendo, mentre oggi è proprio il progresso tecnologico che permette a un'organizzazione segreta di sfidare la più grande potenza del mondo e di disporre di armi non troppo dissimili, così come nell'età della pietra sia il capo tribù sia l'ultimo ribelle disponevano della clava. Pure chiudere le frontiere o espellere non già, giustamente, individui di accertata pericolosità, bensì indiscriminatamente persone provenienti da zone vagamente accostabili al terrorismo, è non solo ingiusto, ma inefficace e contrasta quella circolazione e quella globalizzazione che sono, in bene e in male, la nostra realtà e che è patetico illudersi di bloccare. Come ha scritto Sergio Romano sul Corriere, si combatte il terrorismo mantenendo fede alla normalità quotidiana, non lasciandosi intimidire, continuando a creare quella vita d'ogni giorno ch'esso vuole distruggere, viaggiando in metropolitana nonostante le bombe, anche perché non è la morte la disgrazia peggiore ("morir si deve, morir bisogna, mostrar il cul senza vergogna", dice un proverbio delle mie parti) bensì una vita tarpata, bloccata.
A una situazione nuova occorre rispondere, per non perdere, con metodi nuovi. Un profano pensa istintivamente che in primo luogo un'efficace rete di infiltrati potrebbe permettere di stroncare il terrorismo sul nascere, ma è ridicolo che un profano dica la sua su queste cose. La reazione inglese, nella sua calma e compostezza, è esemplare, e rappresenta forse una delle risposte migliori. I terroristi hanno assassinato tante persone, ma se la loro strage non incide minimamente sull'atteggiamento degli inglesi, questa è già una loro sconfitta. L'Inghilterra ha vinto la Seconda guerra mondiale anche perché Churchill, mentre Londra veniva selvaggiamente bombardata, si preoccupava ostentatamente della salute di alcune bertucce dello zoo diGibilterra.


Ultima fermata a Stockwell
Furio Colombo su
l'Unità 24 luglio

Giorni di terrorismo. Il 7, il 21 e il 22 luglio a Londra, il 23 a Sharm El-Sheikh, più di 80 morti e un'infinità di feriti. Ma il 23 è sabato. Le tv italiane trasmettono solo cartoni animati, vecchie "comedies" americane e programmi "educational" registrati nei secoli.
Chi controlla le televisioni non ha, a quanto pare, alcuna intenzione o possibilità (dato il clima estivo) di interrompere con programmi speciali. Soltanto qualche "finestra" nei telegiornali. Eppure c'è un morto e 20 feriti italiani. Ma i pochi TG e GR che sopravvivono a un giorno di sole di luglio sono impegnati soprattutto a vantare "il prelievo forzoso della saliva dei sospetti", vigorosamente imposto dal ministro Castelli. E i pochi bollettini Rai sul drammatico evento egiziano aggiungono, fino a metà mattina: "Dalla Farnesina non ci sono notizie".
Ma anche da Londra non abbiamo saputo molto, salvo le poco umane, poco credibili frasi fatte sulla esemplare calma degli inglesi.
Come se il 7 luglio tutti si fossero allontanati dal luogo delle esplosioni passeggiando con flemma, come se avessero assistito tranquilli mentre la loro polizia ha prima bloccato e poi ucciso con cinque colpi alla testa ”un sospetto” nella ferrovia metropolitana, stazione di Stockwell.
Non una parola, da nessuna parte del mondo sotto attacco terroristico, sul senso, sul progetto politico del “che fare”.
È come se - in mancanza di una visione e di una strategia sull'orrore del terrorismo - ci stessero dicendo che è più virile, più militare, più combattivo, che i cittadini vedano poco, sappiano poco, e lascino fare a chi se ne intende.
Per questo il centro della scena viene continuamente tolto agli eventi, per quanto gravi e ripetuti essi siano, e spostato sui leader, che ci parlano di nuove leggi e di nuovi espedienti, tipo la saliva, come del vero e tanto atteso rimedio. Purtroppo per i cittadini, per tutti noi esposti a questo grave pericolo planetario, quei leader del mondo sembrano protagonisti piccoli piccoli, come nella triste e non dimenticata fotografia dei G8 riuniti in Scozia, senza niente da dire e niente da dirci dopo la strage di Londra.
“Tutti qui hanno paura. Che devo dire? Bisogna avere fortuna”. È l'unica frase sensata ascoltata in televisione (Tg3, 22 luglio, ore 12) dopo il secondo attacco di Londra. L'ha detta il corridore Valentino Rossi appena arrivato in quella città.
Che cosa c'è di speciale nella sua frase? Primo, un po' di sincerità. Abbiamo paura? Sì che abbiamo paura. È umano, è sensato, è inevitabile. Secondo, Valentino Rossi, con un cortocircuito di buon senso, vede che in tutto ciò che c'è intorno a lui (intorno a noi, cittadini di ogni Paese in pericolo) non c'è nulla a cui aggrapparsi. E conclude come lo “smadruppato” e profetico bambino napoletano delnon dimenticato libro del maestro Orta: “Io speriamo che me la cavo”. In questo modo il giovane campione ha cercato di non vedere il cumulo di detriti che dobbiamo attraversare ogni volta, quel tremendo territorio del dopo-prima attacco terroristico, non i detriti delle bombe ma quelli delle parole a vuoto, delle promesse a vuoto, delle minacce a vuoto, il tipo di retorica a cui ci hanno abituato in caso di guerra (e che qualche volta funziona perché le guerre avvengono il più delle volte altrove e puoi celebrare la morte perché non sai come arriva la morte). Ma non funzionano nel terrorismo di massa.
Per esempio che senso ha affermare, come è stato detto a Londra dopo il primo attacco, “noi non abbiamo paura”? Non ricordate l'onesta lezione dei buoni film realistici americani subito dopo la seconda guerra mondiale? C'era sempre il soldato travolto dalla paura, e qualcuno accanto che gli spiegava: “Hai ragione, anch'io ho paura. sarebbe assurdo non avere paura in questo inferno”. Valentino Rossi arriva a Londra per una gara, si guarda intorno e dice “Qui tutti hanno paura”. Forse hanno fatto bene gli accademici di Urbino a dargli la laurea ad honorem in comunicazioni. Ci ha detto ciò che Scotland Yard nega (ma poi ammette, sparando e uccidendo un sospetto nella ferrovia sotterranea), ciò che Blair aveva appena dichiarato: “Noi continueremo la nostra vita di tutti i giorni”. È evidente che è impossibile. Perché fingere flemma alla James Bond mentre uccidono, sotto i tuoi occhi, il passeggero che sta per salire prima di te? È disumano e anche stupido. Tanto più che la sentenza è stata eseguita da poliziotti in borghese, dunque - per quanto puoi capire al momento - da gente come noi. E poiché a lungo non abbiamo saputo nulla dell'uomo abbattuto pubblicamente con cinque colpi di pistola alla testa, siamo indotti a pensare che anche l'uomo centrato e freddato per il fatto di indossare un cappotto, fosse uno di noi.
* * *
Non credo che possa servire agli inglesi l'incitamento a comportarsi come sotto gli spietati bombardamenti tedeschi,quando si invitava a continuare la vita, come se tutto fosse normale. Allora c'era caos e grave pericolo nel mondo ma non nelle teste. Per quanto spaventosa e infuocata, la linea del fronte era netta sia dal punto di vista degli Stati che si combattevano che delle ideologie contrapposte.
Non credo che possa servire a noi italiani il ricordo dell'unità nazionale contro le Brigate Rosse. Anche allora le identificazioni della parti erano precise, ineludibili, e c'era un rapporto senza equivoci fra i cittadini e chi conduceva la lotta al terrorismo. Sapevano tutti dove, come, quando, perché. A differenza del periodo delle stragi, in quella stagione lo Stato non ha quasi mai mentito o frapposto segreti ai cittadini. E ha vinto.
Anche adesso la maggior parte di noi - cittadini del mondo esposto al terrorismo - ha idee chiare su ciò che sta accadendo. Il terrorismo di massa è un espediente ripugnante che non appartiene ad alcuna ideologia, religione o schieramento. Sono frammenti di orrore, rivendicazione, vendetta, ricatto schizzati sul mondo nel vuoto pauroso e pericoloso del dopo guerra fredda. Qualunque cosa mandi a dire, non c'è niente a cui rispondere, e niente che si possa fare per rendere miti gli assassini.
Ma, come in certe malattie, solo le cure occasionali e palliative si compiono nel punto in cui si manifesta il sintomo. E ciò che chiamiamo azioni intelligenti, tempestive e ben coordinate di polizia.
Ma poiché sappiamo - persino noi cittadini - che un male come il terrorismo non si può bombardare perché non è uno Stato, non si può attaccare perché non ha un esercito, tutti noi in ogni Paese esposto al terrorismo, vorremmo delegare chi ci governa ad agire con intelligenza e prudenza sulla base di ciò che vedono, di ciò che sanno,di ciò che apprendono dalle loro fonti specialistiche e dai rapporti internazionali. Vorremmo condividere le loro decisioni. Vorremmo ascoltare cose di buon senso e cose che si capiscono. Siamo cittadini di uno Stato democratico, dunque abbiamo il diritto di sapere, senza montature e senza segreti. Questo è il modo in cui si difendono le democrazie. Infatti i due pilastri su cui si fondano, e la ragione per cui alla fine vincono sempre, sono la chiarezza condivisibile delle informazioni e la chiarezza condivisibile delle decisioni politiche, specialmente quelle drammatiche come la guerra.
In questi anni tormentati un gruppo di Paesi democratici del mondo è stato all'improvviso colpito in modo spietato dal barbaro evento dell'11 settembre americano. Quei Paesi erano uniti e pronti ad agire come un unico blocco. Ma, quasi all'improvviso, come se il terrorismo, oltre a colpire, fosse stato anche capace di inquinare (ricordate l'incubo mai chiarito della polvere di antrace, che è diventata una sinistra metafora dello sconvolgimento di quei giorni?) si è oscurata la chiarezza. I leader delle due più antiche democrazie del mondo (Stati Uniti e Inghilterra) hanno cominciato a mentire ai propri popoli e a tutti coloro che si erano stretti intorno. Lo hanno fatto per ragioni che sono tuttora un mistero. Ormai il problema non è continuare a indicare l'evidente disastro della guerra in Iraq. Il problema è quello strappo misterioso tra democrazia e politica. La politica, improvvisamente, è diventata autoritaria e sottratta ad ogni dibattito.
Da quel momento il flusso delle informazioni, che è il nutrimento della democrazia, si è bloccato. Hanno cominciato ad astenersi giornalisti e giudici, esperti, commentatori e cittadini comuni. Ognuno ha accettato leggi speciali e in gran parte sconosciute. È rimasto esemplare, nella sua solitudine, il suicidio dello scienziato inglese David Kelly, esperto di armi e vigoroso antagonista di ciò che aveva ripetuto con enfasi al suo Paese e al mondo il Primo ministro inglese, come ragione per fare la guerra. Sono rimaste esemplari, nella storia dell'Inghilterra contemporanea, le dimissioni, volute e ottenute da Blair, del capo della BBC, la leggendaria bocca della verità del mondo. Si era ostinato a dimostrare che ciò che diceva il suo Primo ministro non era provato, che forse era fondato su carte false. Sono comparsi i giornalisti “embedded”, nessuno dei quali, durante e dopo la guerra irachena, ha lasciato una traccia o depositato una sola corrispondenza da ricordare. Pensate al Vietnam,l'altra grande tragedia americana. Di essa, momento per momento, il mondo ha saputo tutto. Lo ha saputo in tempo reale da giornalisti e da soldati degli Stati Uniti.
***
Ed eccoci al silenzio senza precedenti, in Inghilterra e in tutto il mondo democratico. Del 7 luglio non abbiamo saputo quasi nulla, visto quasi solo immense lenzuola disposte prontamente dalla polizia londinese intorno ai luoghi dell'attacco. Il 21 luglio, come risposta a un altro attacco, forse diverso, forse fallito,(ma nessuno ci ha dato notizie), ti dicono che è in corso una grande operazione intorno a una moschea. Ma pochi secondi televisivi mostrano un poliziotto di fronte a un telo bianco.
Il 22 luglio un tale, forse perché indossava un cappotto pesante in un giorno d'estate, viene ucciso fra la folla della ferrovia sotterranea, ma il nuovo clima di segreto fa pensare che non sapremo mai se c'era una ragione (che deve essere estrema) per eseguire (in pubblico, non in combattimento) una sentenza di morte. Soltanto il giorno dopo abbiamo saputo che quella sentenza di morte è stata eseguita in pubblico per sbaglio.
Con ansia e tristezza notiamo che la guerra asimmetrica al terrorismo di cui parlano gli esperti, si sta facendo simmetrica: noi, come loro, furtivi, segreti, pronti a nostra volta a colpire. Solo che loro - su questo siamo tutti d'accordo - perseguono con intenzioni folli un disegno folle, e per questo loro disegno tutto va bene, segreto, ricatto, minaccia, rapimento, tortura e morte. Si vince alla pari, mossa per mossa, crudeltà per crudeltà, segreto per segreto? Si può vincere, certo. Ma chi salverà la democrazia in un mondo di prigioni come Abu Grahib e di azioni inspiegate, segrete e terribili come l'omicidio di una persona già catturata, disarmata e trovata senza esplosivo, alla stazione della metropolitana di Stockwell?
Come vedete abbiamo trascurato di proposito il contributo di miseria morale che l'Italia, con la Lega Nord, tenta di aggiungere a questo clima di un mondo democratico sotto attacco. È un mondo, che a quanto pare, non riesce a trovare e non riesce a comunicare una visione politica del che fare e si abbandona al panico reso più pericoloso dal segreto e dalla finta indifferenza professionale. Il brutto momento si descrive così: i cittadini sono esclusi e devono credere sulla parola. I leader del mondo, o hanno mentito, o non sanno che dire, stupiti e succubi. La segretezza e il continuo depistaggio dell'opinione pubblica sono diventati il metodo. Come se l'opinione pubblica democratica fosse infantile o fosse infida. La democrazia nega se stessa come arma di difesa e questa è certo una prima grande vittoria del terrorismo.
A noi cittadini, qui e in tutto il mondo libero, non resta che contestare con tutte le forze questa vittoria del terrorismo,non resta che batterci in tutti i modi per i diritti umani e civili di tutti. Fascismo e nazismo, che erano più potenti dei fanatici islamici, sono stati battuti senza negare mai un solo principio democratico né oscurare mai una sola notizia.


Nelle terre di nessuno
Guido Rampoldi su
la Repubblica 23 luglio

Da ieri Londra conosce le facce dei quattro "terroristi della porta accanto" che se ne vanno in giro con il proposito di uccidere al più presto il maggior numero di esseri umani. I loro abiti, le loro fattezze, quei loro sguardi inquieti e inquietanti, sono ormai familiari a sedici milioni di occhi, otto milioni di londinesi. Le loro foto compaiono sulle prime pagine di tutti i giornali della sera, aprono i telegiornali, sono sulle auto di migliaia di poliziotti decisi a non dare ai fuggitivi il tempo di farsi esplodere. È difficile immaginare come possano sfuggire alla città che dà loro la caccia. Inoltre non hanno la freddezza e l´esperienza dei terroristi internazionali costruiti nei campi di al Qaida.
A quanto pare, anzi, sono una banda improvvisata e raccogliticcia.
Due giorni fa le loro bombe non sono esplose non perché gli ordigni fossero un perfido avvertimento al governo Blair ideato da menti raffinate, ma più banalmente per un difetto nella miscela. Eppure queste piccole comparse del terrorismo ieri sono riuscite a provocare vari parossismi ad una tra le più grandi capitali della Terra. Mentre centinaia di autisti di mezzi pubblici minacciavano di fermare bus e metro e tornarsene a casa, alcuni tra i poliziotti in borghese disseminati ovunque hanno applicato per la prima volta, e alla lettera, le nuove regole d´ingaggio: shot to kill, sparare per uccidere. Cinque colpi in testa ad un uomo che, nelle parole infelici o raggelanti del capo della polizia londinese, "si era rifiutato di collaborare" con gli agenti. Aveva tentato di scappare tra la folla, pare fosse collegato al gruppo terrorista: ma non era armato. Si corre il rischio di "autorizzare la polizia a sparare a qualsiasi sospetto", come lamenta il Consiglio dei musulmani britannici? Ma neppure si può dare ad un kamikaze il tempo di farsi esplodere ammazzando gli innocenti che gli sono intorno. Non ci sono soluzioni ideali. E se Fini ha ragione quando mette in guardia dai buonismi, allo stesso tempo dovremmo diffidare (così come ci pare diffidi anche il ministro degli Esteri) delle scorciatoie muscolari che a fronte di vantaggi immediati promettono danni di lunga durata.
Probabilmente i quattro fuggiaschi perderanno la loro battaglia contro la città: ma è difficile negare che siano riusciti a dimostrare la vulnerabilità del loro nemico. La promessa di Londra dopo il 7 luglio, "Non riusciranno a modificare il nostro modo di vivere", si sta rivelando un impegno non facile da mantenere quando l´uomo che si siede accanto a te nella metropolitana potrebbe avere nello zaino la tua condanna a morte.
La minaccia del terrorismo provocherà cambiamenti nel paesaggio urbano, nelle nostre consuetudini? Ieri a Londra si discuteva la possibilità di chiudere temporaneamente alcune linee della metropolitana: Londra senza il Tube, la sua storica metropolitana, è come Roma senza il Colosseo o Parigi senza la Tour Eiffel.
Peggio, è un colossale ingorgo. Ovviamente faremo bene a tenerci lontani dalla drammatizzazioni: la 'nostra civiltà´, nel senso della 'civiltà borghese´ e del suo correlato, lo Stato di diritto, cui Londra diede molto, non corrono rischi. Ma come le città sono state il primo spazio della libertà, così in un futuro prossimo potrebbero diventare il primo territorio in cui quella libertà comincia a rarefarsi per cause di forza maggiore. A svaporare un po´: quanto? Qual è il limite oltre il quale, per difendere uno Stato di diritto, lo si mutila? E quali sono gli strumenti legali appropriati all´ennesima emergenza? Gran disorientamento. Dopo il massacro del 7 luglio sia la Gran Bretagna sia la Francia hanno posto fine alla politica spensierata per la quale estremisti islamici potevano predicare il verbo di bin Laden in nome del diritto d´opinione. In Italia l´unico che difendeva Al Qaeda, il cialtronesco imam di Carmagnola, è stato rispedito in Senegal.
Eppure non sembra esservi in Italia un reale desiderio di applicare la legge che punisce chi incita all´odio e alla discriminazione. Sembra ideale per impacchettare ed espellere gli estremisti islamici che facessero professione di antigiudaismo o invitassero i fedeli a pestare la moglie. Ma non piace. Non perché sia labile il confine tra una convinzione e l´apologia di reato, ma perché, si direbbe, i leghisti temano di vedersi contestare quella norma quando esprimono le loro delicate considerazione sugli immigrati da Paesi musulmani. Sembra una storia di folklore padano invece è il cuore del problema: se una legge è applicata solo ad una minoranza etnica lo Stato di diritto liberale cede il passo al diritto differenziale cui per esempio ricorrono alcuni regimi islamici per sottomettere la minoranza cristiana.
Poi vi sono rischi più impalpabili connessi agli slittamenti che avvengono silenziosamente nel nostro linguaggio. Se in un Paese straniero noi italiani venissimo catalogati dai giornali come 'cristiani´ insieme a etiopi, russi, guatemaltechi e rumeni, avremmo qualche motivo per eccepire; e se poi dovessimo condividere, in quanto 'cristiani´, la colpa dei bombardamenti russi su Grozny o della strage serba a Srebrenica, saremmo piuttosto inquieti. Per la stessa ragione, oggi in Europa cominciano ad essere piuttosto inquieti i 'musulmani´: i quali tra loro sono diversissimi esattamente come lo siamo noi cittadini di Paesi 'cristiani´. Eppure il termine 'comunità musulmana´ è ormai entrato nel linguaggio automatico della stampa italiana, talvolta con un´intenzione larvatamente accusatoria. Così ieri, in margine ad una trasmissione televisiva, due donne musulmane colte ed emancipate si confidavano disagi e preoccupazioni: togliere il nome, inquivocabilmente musulmano, dal citofono? Ma se siamo questo, non dovremmo preoccuparci anche noi non-musulmani? E non avrà qualche ragione la stampa araba non islamica quando osserva che alcuni politici occidentali parlano come se fosse in corso lo 'scontro tra civiltà´?
Dovremmo cominciare a chiederci se l´emergenza non ci obblighi in primo luogo ad un linguaggio esatto, ideoneo a rappresentarci la realtà per come è, non per come la vorremmo. In questi ultimi quattro anni abbiamo ascoltato soprattutto il linguaggio trionfale di chi, in testa l´amministrazione Bush, sosteneva che la 'guerra al terrorismo´ andasse a meraviglia. Non vorremmo enfatizzare le bombe di Londra, o tantomeno perorare la causa del ritiro immediato dall´Iraq, ma sarebbe ora di prendere atto che le notizie in arrivo da tutti gli scacchieri non sono affatto rassicuranti.
Non è molto, ma è una delle poche azioni che possiamo intraprendere a fronte d´un terrorismo che dovrebbe costringerci a cercare una strategia nuova. A ripensare il nostro mondo. E a misurarci con la complessità del mondo altrui, non fosse altro perché oggi, ci piaccia o no, lo abbiamo in casa.


Ci serve un nuovo Impero d'Occidente
Editoriale su
Il Riformista 23 luglio

Un fortunato slogan della McDonald's diceva: think globally, act locally. Pensa in termini globali, agisci in chiave locale. Questo modo di procedere - che oggi definiremmo "glocalizzazione" - è tipico di tutte le grandi organizzazioni che abbiano a che fare con una dimensione globale. La Chiesa cattolica funziona così, l'Islam funziona così, le multinazionali funzionano così. Gli imperi hanno sempre funzionato così, e per questo a tutt'oggi rimangono la forma più efficace mai sperimentata nella storia per governare le diversità, farle convivere, dare alle nazionalità una cornice sovranazionale nella quale risolvere rivalità e conflitti. Al punto che c'è ormai una vasta pubblicistica che lamenta proprio la scomparsa degli imperi come la causa prima del caos odierno. Il nuovo ordine mondiale, che doveva sostituirli con la Società delle Nazioni o con l'Onu, non è mai sorto. E la potenza americana, seppure di proiezione e mezzi imperiali, si è sempre intimamente rifiutata di assolvere a funzioni imperiali, alternando isolazionismo a idealismo, protezionismo a mercantilismo; di fatto incapace di garantire da sola una pax paragonabile, per estensione e durata, a quella romana o britannica.
Questo mondo senza imperi si trova ora davanti un nemico che fa esattamente ciò che la McDonald's consigliava ai suoi manager. Il terrorismo islamista pensa in termini globali e agisce su scala locale. Le vicende londinesi dell'ultima settimana ci hanno persino rivelato un nuovo sviluppo di questa tattica, la nascita di un vero e proprio movimentismo del terrore, pronto a sostituire lo zainetto esplosivo alla P38 dell'autonomia, per portare nelle strade lo scontro armato. Il nuovo terrorismo è favorito nel suo progetto dalla sostanziale caduta delle frontiere tra stati e culture. Se si vuole spaventare gli italiani, non c'è nemmeno bisogno di colpire Roma o Milano. A Londra c'erano duecentomila italiani il sette di luglio. A Sharm el Sheikh ce n'erano trentamila venerdì scorso. La quantità degli obiettivi è perciò pressocchè illimitata: tutti i luoghi dove gli occidentali viaggiano, fanno affari, si divertono. Tanto l'Occidente possono trovarlo ovunque si balli, in una discoteca di Bali o del Mar Rosso. Ciò consente di armonizzare alla perfezione l'autonomia dei gruppi locali con l'obiettivo strategico globale. Ogni al Qaeda regionale, che sia londinese o cecena, può fare la sua parte di spontaneismo armato. Il terrorismo islamista è al momento la formula globalizzata di maggior successo, una delle poche organizzazioni umane in cui l'autonomia nazionale non è più un ostacolo all'azione comune. Gode dunque dei vantaggi di un impero; e, non avendo i complessi di colpa dell'Occidente, non nasconde l'ambizione di farsene uno vero e proprio: che cos'altro è, se non un Impero, il Califfato per cui si batte Bin Laden?
L'Occidente non dispone invece di una capacità di risposta imperiale, cioè sovranazionale. In Iraq, l'epicentro dello scontro, dell'Occidente è rimasto ben poco, e quello che c'è non vede l'ora di andarsene. C'è anzi una forte componente dell'opinione pubblica americana, inglese e italiana, che vede proprio nell'esserci andati la causa prima dell'insorgenza terrorista. Il fatto che gli islamisti colpiscano anche l'Egitto di Mubarak o rapiscano i diplomatici algerini e giordani, non sembra scalfire questo assioma. In Europa, dove una forma di impero benevolo e cooperativo era nato con l'Unione, esso si sta dimostrando incapace di andare oltre la moneta per svolgere funzioni di sicurezza comuni, sia dal punto di vista del dispiegamento della forza militare al servizio di una politica estera, sia dal punto di vista dell'uso degli apparati repressivi, con i quali invece ogni stato fa da sé, o non fa affatto.
Questo è il primo problema che l'Occidente ha di fronte: solo un impero può vincere una sfida imperiale. E' augurabile che l'emergere di una nuova classe dirigente - in Germania tra qualche settimana, in Italia e in Francia tra qualche mese - consenta di prendere atto di questa nuova realtà mondiale e metta fine all'illusione post-muro, secondo la quale siccome la Storia era finita l'Occidente poteva finalmente dividersi senza rischi. La nozione stessa di Occidente si è formata nell'unità contro il campo comunista, altra formidabile sfida imperiale. Speriamo che la sanguinosa dimostrazione di unità che ci sta fornendo in queste ore il terrorismo serva almeno a questo: a spingere anche noi all'azione comune, come dopo Berlino, dopo Budapest, dopo Praga. Finchè l'Occidente non rinascerà, rimettendo insieme americani ed europei di ogni nazionalità, l'imperialismo islamista avrà gioco facile e terrà in scacco anche quella parte del mondo musulmano che sarebbe volentieri amica dell'Occidente, se solo ce ne fosse uno.


Le primarie a doppio taglio
Edmondo Berselli su
L'espresso

Le elezioni primarie dovevano essere una cerimonia per incoronare un leader, Romano Prodi, che non ha alle spalle una forza politica: il 'suo' partito, la Margherita, si è via via caratterizzato come una forza post o neodemocristiana; la lista unitaria è stata abbattuta dagli attacchi di Francesco Rutelli; la pace instauratasi in seguito ha consegnato Prodi a un ruolo di sintesi, lasciandolo tuttavia privo di qualsiasi strumento politico. Anche le primarie, che nessuno voleva tranne i prodiani più integrali, fanno parte dello scambio intervenuto per salvare il salvabile, dopo un conflitto interno che avrebbe anche potuto portare l'Unione alla condizione dell'impresentabilità politica.
Si è trattato insomma di una soluzione che ha sostituito un disastro con un problema. Resta però da vedere qual è la posta in gioco l'8 e 9 ottobre prossimi. Si sa che i dubbi sulla leadership del Professore sono largamente accademici, nel senso che malgrado tutte le idee più inventive non si è mai trovato un sostituto in grado di fungere da punto di equilibrio nell'arco del centrosinistra, fra laici e cattolici, riformisti e comunisti, moderati e oltranzisti. Quindi la prova delle primarie non dovrà essere la dimostrazione della forza, dell'autorevolezza e della popolarità di Prodi. Sarà qualcosa di molto più insidioso: vale a dire una specie di giudizio di Dio, o meglio del popolo, sull'esistenza dell'Unione.
Scartiamo a priori la possibilità di un fallimento di Prodi. Se 'Romano' otterrà un risultato scadente, se Fausto Bertinotti lo insidierà troppo da vicino, non sarà il Professore a cadere. Il senzapartito Prodi al massimo è in grado di spostare correnti di opinione pubblica. Non controlla apparati, non ha dietro di sé truppe cammellate. Di conseguenza nell'ottobre prossimo verrà messa ai voti prima di tutto la consistenza del centrosinistra come entità politica. Saranno capaci i partiti di organizzare una consultazione popolare significativa? Di portare i loro simpatizzanti, militanti e quadri nei seggi elettorali? Di tenere vivo il confronto fra i candidati?
Sono domande impegnative, e non ci sono risposte precostituite. In una competizione/consultazione tutta inedita come quella a cui assisteremo, le forze del centrosinistra dovranno impegnarsi nella realtà viva della società italiana per confermare una leadership già scelta. Ora, quando si dà la parola al popolo bisogna farlo seriamente. E prendere sul serio ciò che il popolo dirà. La credibilità dell'Unione verrà misurata anzitutto dalla qualità organizzativa che verrà mostrata nell'occasione. Subito dopo, naturalmente, dal tasso di partecipazione dei cittadini. Infine, dal risultato che Prodi otterrà, e da quello dei suoi competitori.
L'incertezza è altissima, e gli oppositori più fondamentalisti delle primarie sono ancora convinti che alla fine non se ne farà nulla, che un incidente provvidenziale toglierà di mezzo questo inciampo bizzarro. Ma se invece, come sembra, le primarie si faranno, occorrerà che il centrosinistra le faccia riuscire. Perché se le primarie riescono vorrà dire finalmente che l'Unione non è soltanto uno stato d'animo, una condizione mentale modellata esclusivamente dall'antiberlusconismo.
Significherà insomma, o significherebbe, che una parvenza di realtà c'è ancora, nell'Italia del reality postpolitico. Come si vede, la proposizione è ipotetica. Ed è superfluo specificare che i pericoli sono superiori alla opportunità, dato che da troppo tempo il centrosinistra è occupato in esegesi sofisticate sulla propria esistenza per essere in grado di mettere in moto il proprio elettorato. Mancano meno di tre mesi, ci sono di mezzo le vacanze d'agosto, la macchina organizzativa è allo stato fluido. Eppure a questo punto non è consentito sbagliare le primarie. Con una conseguenza imprevedibile, e per certi versi anche paradossale: se il popolo andrà alle urne, vorrà dire che l'Italia di centrosinistra è non uno soltanto, ma diversi passi avanti rispetto ai partiti. Insomma, partiti e uomini di partito devono impegnarsi per dimostrare di essere rimasti indietro rispetto all'opinione pubblica. Complicato. Ma le alternative potrebbero essere tutte peggiori della complicazione.


Proporzionale
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera 23 luglio

Considerare Beppe Pisanu l'alfiere dei polisti schierati a difesa del maggioritario è come immaginare il mondo alla rovescia, dimenticare la sua storia intrisa di Democrazia cristiana e proporzionale. Eppure, nello scontro che divide il centrodestra sulla riforma del sistema di voto, la freddezza con cui il ministro dell'Interno ha accolto la proposta di Pier Ferdinando Casini fornisce riparo a quanti sono ostili al cambiamento del meccanismo elettorale. La verità è che la mossa del presidente della Camera ha scompaginato partiti e correnti di partito, provocato abiure e divorzi.
Dentro Forza Italia, per esempio, il coordinatore Sandro Bondi continua a sostenere le ragioni del "Mattarellum" mentre il suo vice Fabrizio Cicchitto è più propenso a discutere sul "Provincellum". Anche a destra le coppie son scoppiate, sebbene tutti siano legati al dogma del bipolarismo. Ma Ignazio La Russa vuol rimaner fedele al maggioritario, mentre Maurizio Gasparri è disposto a cedere al proporzionale. Da separati in casa vivono anche Adolfo Urso, che se potesse sposerebbe oggi il sistema americano, e Altero Matteoli, che se potesse sposerebbe domani il sistema tedesco. Persino il vecchio duo Francesco Storace-Gianni Alemanno fatica a reggere messo alla prova del progetto.
Insomma, la riforma del sistema elettorale ha diviso le famiglie, se è vero che il responsabile della Sanità non vuole cambiar legge perché teme l'ombra di operazioni neo-centriste, mentre il titolare dell'Agricoltura si è legato a Casini. E ai cenacoli - cui partecipa anche il presidente di Confindustria - è rimasto colpito dai ragionamenti del leader cislino, Savino Pezzotta.
Ovviamente proporzionalista.
La mappa della Cdl somiglia tanto alla cartina della ex Jugoslavia, dove si contrappongono enclave molto agguerrite. Tra i maggioritari lealisti c'è chi, come Antonio Martino, invita a ricordare "la litigiosità che nella Prima Repubblica era la regola delle coalizioni dettate dal vecchio sistema di voto". E anche Roberto Formigoni, a suo modo, fa resistenza. E' vero che il presidente della Lombardia non è insensibile al richiamo della foresta, ma se proprio si deve tornare al proporzionale, allora che i partiti si presentino ognuno con il proprio simbolo. Come dire, a Casini non si può consegnare l'intero asse ereditario di Silvio Berlusconi. Perché è questo il nodo politico della vicenda, e l'attivismo della terza carica dello Stato è il segno che il Cavaliere sembra ormai propenso a passar la mano. E dentro Forza Italia c'è chi non lo accetta. Carlo Vizzini, già segretario del Psdi, nato e cresciuto nel proporzionale, è arrivato a scrivere una lettera al premier per dissuaderlo dal passo.
Sono tante le ragioni che portano personaggi con un passato alle spalle a non schierarsi per la riforma. Claudio Scajola finora non ha mai partecipato alle convention sul partito unico, né si è esposto sulla modifica del sistema di voto. Lo ha fatto sia per tenersi stretti i fedelissimi azzurri del Nord, preoccupati di perdere i collegi sicuri, sia per non esporsi qualora Berlusconi cambiasse idea. Il leader della Cdl infatti non ha ancora sciolto la riserva: "Con il partito unico e il proporzionale non potranno più circondarci", ha detto giorni fa. Ma quante volte ha fatto retromarcia? Ci spera il forzista piemontese Guido Crosetto, e in cuor suo anche Gianfranco Miccichè, autore del 61-0 siciliano nel Duemilauno.
In un quadro di sospetti e divisioni, Pisanu viene ostentato dagli anti-proporzionalisti come un santo protettore, malgrado molti suoi autorevoli amici post-democristiani siano usciti allo scoperto. Raccontano sia sommerso dalle simulazioni chieste agli uffici del Viminale: a ogni sistema di voto un risultato.
Ma c'è un motivo se il fronte dei maggioritari lo identifica come proprio alfiere. Il ministro dell'Interno è ostile al progetto di Casini, sa che un cambio di sistema elettorale comporterebbe un cambio di equilibri politici, ed è legittimo che ognuno tenti di difendere il proprio ruolo e di non veder tramontare le proprie ambizioni.
Così ha buon gioco Pisanu a usare il ragionamento del capo dello Stato. Carlo Azeglio Ciampi non solo è contrario al ritorno delle preferenze nel sistema di voto, ma soprattutto avversa una riforma senza l'intesa dei maggiori partiti di maggioranza e opposizione. Probabilmente nel Polo l'esercito dei maggioritari vincerà la sfida. Ma già da ora i proporzionalisti li avvisano dei pericoli cui l'alleanza va incontro: con l'attuale legge il centrodestra raccoglierebbe ancora una messe di seggi al Nord, ma la gran parte finirebbe alla Lega. E se al Centro e al Sud l'Unione dovesse far man bassa, la Cdl non rischierebbe la sconfitta ma la scomparsa.


Quell'ultimo sogno che dà un senso alla vita
Michele Serra su
la Repubblica 18 luglio

L´idea che la morte abbia una specie di anticamera psichica è perfino un luogo comune popolare, il famoso "ho rivisto tutta la mia vita come in un film" riferito da alcuni redivivi e scampati. (Anche se circola, in proposito, una vecchia e cinica battuta: "ho rivisto la mia vita come in un film, e devo dire che la regia era pessima e i dialoghi scadenti"). Ora uno studio su Newsweek rende noto che la morte sarebbe spesso preceduta da un sogno rivelatore, una specie di quadratura dei conti in extremis che l´inconscio regala agli agonizzanti, rasserenandoli.
Che un "Ultimo Sogno" benefico possa alleviare la partenza sarebbe, a ben vedere, il più sorprendente dei doni, posto che l´inconscio, per rimanere in metafora cinematografica, in genere non è molto propenso agli happy end. L´universo onirico è fonte inesauribile di inquietudini e di spiazzamento, e la sua specialità sembra scompaginare la faticosa certezza degli affetti, dei comportamenti e perfino dei luoghi fisici. Le case e le città dei sogni non sono quasi mai quelle che conosciamo, lo spaesamento è regola, nei sogni non siamo mai padroni di noi stessi, quasi che le zone profonde dell´io, compresse e negate nella vita cosciente, vogliano ribaltare la situazione in loro favore. Lo studio di Newsweek, letto in questa chiave, contiene una vera e propria rivalutazione dell´inconscio, attribuendogli (e dunque attribuendo a noi stessi, individuo per individuo) la potestà dell´ultimo viatico, di un auto-saluto riconciliante.
La notizia - se possiamo definirla tale - ci è istintivamente simpatica. Perché l´inconscio e la psicanalisi sono, culturalmente parlando, quasi in disgrazia, l´uno perché sospettato di essere un surrogato "scientista" e dunque immiserito dell´anima, l´altra in quanto disciplina delle pulsioni e non dei Valori, e insomma figlia di un secolo razionalista e misconoscente le categorie spirituali e le verità rivelate. Di conseguenza i sogni, che nella seconda metà dello scorso secolo parevano finalmente diventati, e non solo per le classi colte, il ricettacolo di preziose rivelazioni sul funzionamento della psiche, essi sono da tempo retrocessi, a furor di popolo e di televisione, al rango precedente di apparizione magica, buona per i numeri al Lotto, per la superstizione, per il penoso traffico di maledizioni e benedizioni da consegnare alle cartomanti. I sogni come l´oroscopo, i tarocchi e la sfera di cristallo. Troppo complicato interpretare i sogni come segni del linguaggio, pur sempre reale, della psiche profonda, meglio fantasticare su presagi e apparizioni di defunti. Meglio la superstizione della scienza, e non è che uno dei tanti corollari della nuova diffidenza di massa (e di molte "avanguardie" culturali) contro la razionalità.
Ora, a sorpresa, ci vengono a dire che l´inconscio, questo maledetto complicatore degli stati d´animo, perturbatore notturno del comune senso della vita, ingarbugliatore indefesso dell´idea che ci siamo fatti di noi stessi, all´ultimo istante viene finalmente a "spiegarci" qualcosa, ad addolcire anziché amareggiare, a semplificare invece che intrigare, regalandoci finalmente un sogno perfetto, risolutore. Una voce fuori campo che accompagna alla fine con amicizia, e quella voce è la nostra, la stessa voce che in vita ci ha così spesso sviato o accusato, ci ha fatti sentire deboli o insinceri.
Il sogno è una voce di dentro, la più autarchica delle immagini, la più intima e inviolabile delle storie. Non delega ad altri nemmeno il più trascurabile dei dettagli, né il volo (quando si sogna di volare) né la caduta, né la luce né il buio, non la cattiva figura e non la buona. Se Newsweek ha ragione, ritroveremo nell´ultimo sogno le scarpe o le chiavi o l´automobile che dormendo abbiamo sempre sognato di avere smarrito.
Io sogno da una vita di avere dimenticato in una strada di Milano il mio primo motorino Guzzi, che in realtà mi venne rubato. E mi scervello per ricordare a quale palo lo avevo incatenato, più di trenta anni fa, facendomi una gran colpa di tanta distrazione. Nell´ultimo sogno, quello pacificatore, spero dunque che la mia vecchia psiche riottosa si decida infine a rivelarmi dove diavolo lo avevo dimenticato, il mio motorino, e dove i miei quindici anni.


Il vescovo macho
Editoriale su
Il Foglio 23 luglio

Purtroppo la stroncatura del vescovo di Pistoia firmata ieri su Repubblica da Francesco Merlo, al quale ci lega un limpido e irreconciliabile disaccordo sulla funzione pubblica della religione, era per la sostanza giusta. Che la faccenda sia personale e che la si possa regolare intimando al sacerdozio celibatario di non occuparsi del sesso, del piacere, dell'amore o della famiglia, questo no, anzi; la castità in queste materie rende semmai più lucidi e intellettualmente distanti dalle passioni e dai luoghi comuni, ed è ai sessuologi casomai che si dovrebbe sconsigliare di parlare dell'eros, della virilità e della femminilità senza prima essersi fatti istruire dai maestri cristiani che studiano il matrimonio da alcuni secoli. Gli uomini di chiesa dispongono spesso di uno specialismo in umanità che i laici conseguenti fanno male a sottovalutare o perfino a deridere. Però il cumulo di banalità e di piccoli pregiudizi messi insieme nella lettera del monsignore fa impressione, allarma. Sconcertano anche la sua falsa sicurezza e la pretesa di trovare ascolto per quelle ideuzze abborracciate, che sembrano fatte apposta per essere messe alla berlina.
Se la battaglia contro le derive del moderno ha un senso, deve essere condotta con strumenti classici, medievali e moderni, ma sempre idonei allo scopo. Se Buttiglione avesse semplicemente dato addosso ai femminielli, nessuno di noi lo avrebbe difeso in nome di un concetto laico di libertà: la strega bruciata era lui, e inquisitori piuttosto ignoranti i suoi esaminatori del Parlamento europeo, perché il candidato cattolico aveva usato la parola “peccato” distinguendola dalla parola “reato”, perché aveva esplicitamente menzionato la distinzione kantiana tra morale e legge. E' vero che la distinzione non è separazione, e che il sogno del positivismo giuridico è svanito nel nullismo, visto che un sistema legale privo di basi etiche esterne al diritto positivo si risolve nello Stato etico, un costrutto intellettualistico abominevole. Ma la distinzione c'è, deve restare ferma, è riconosciuta anche, e bene, nella dottrina sociale della Chiesa.
La battaglia per mantenere in vita la legge 40 sulla procreazione artificiale ha avuto un senso largo e vivo, e nuovo e promettente, perché la legge era un compromesso laico e autorizzava alle donne e alle coppie diritti negati invece dai laicisti al concepito, un soggetto che gli abrogazionisti volevano negare in nome di una demenziale concezione della tecnoscienza, ora rimessa in discussione anche nel loro mondo (Amato eccetera). Così per i matrimoni omosessuali con figli, perfettamente equiparati al matrimonio tra uomo e donna, e la regolamentazione delle coppie di fatto: c'è una distinzione decisiva tra un attacco alla famiglia di inqualificabile asprezza, frivolo in radice, e una politica amministrativa che sana posizioni sociali nuove, bilanciando e contemperando vecchi diritti e diritti emergenti. A quella Chiesa che fa appello all'etica della ragione, e che per questo è sotto il tiro dello spiritualismo neoprotestante di tanti conciliaristi, conviene attenersi alle distinzioni razionali, che sole le consentono di essere nel mondo sebbene non del mondo.


   24 luglio 2005