All´Iran non poteva toccare presidente peggiore, e ai governi occidentali avversario più ostico, del pasdaran Mahmud Ahmadinejad, campione di quel poderoso Stato parallelo cui si affida un regime incapace di riformarsi. L´hanno scelto soprattutto i poveri, per ragioni più pratiche che ideologiche.
Non hanno votato il rivoluzionario puro e duro, ma il populista che promette lotta alla corruzione e altri anni di assistenzialismo. Però l´hanno votato, e adesso guiderà il governo un uomo che considera la democrazia un modello "controrivoluzionario" e la bomba atomica un obiettivo imprescindibile dell´Iran. Se a questo aggiungiamo che Teheran dispone sia in Iraq sia in Afghanistan di formidabili leve militari e politiche, dai rapporti occulti con tutti i gruppi armati a relazioni speciali con segmenti dei partiti sciiti, c´è da chiedersi se queste elezioni non rappresentino un passo ulteriore verso il disordine generalizzato in quella parte del mondo.
Si discuterà a lungo della sorprendente vittoria di Ahmadinejad e della somma di cause che l´ha prodotta. L´antagonista, il ricco e pragmatico Rafsanjani, è stato azzoppato sia dalla fama di corrotto sia dalla scelta "aventiniana" di parte dell´Iran democratico, che ha rifiutato di turarsi il naso e di votare per lui. Poi hanno pesato la delusione dell´elettorato per la timidezza dei "riformisti", al governo da otto anni; la selezione dei candidati, operata dal regime squalificando quelli più insidiosi per il sistema; e ovviamente l´effetto Iraq, che ha depresso in tutta l´area le opzioni filo-occidentali. Ma non capiremmo un risultato che ha smentito ogni sondaggio e colto di sorpresa perfino analisti iraniani d´area "conservatrice", se non considerassimo il patto che in genere si stabilisce tra regime e sudditi in uno Stato petrolifero. Grazie ai suoi enormi ingressi valutari il regime costruisce di sua tasca un generoso Stato assistenziale e in cambio della passività politica offre servizi, posto fisso, esenzioni fiscali. In Iran questo patto è stato messo in crisi dal boom demografico del passato, che oggi produce mezzo milione di giovani disoccupati all´anno.
Attraverso Rasfanjani, un grande mercante, la fazione più concreta della teocrazia iraniana ha proposto all´elettorato un nuovo accordo: più capitalismo, cioè meno tutele. Uno dei passi ventilati era la privatizzazione di alcune Fondazioni, veri giganti dell´economia iraniana e centri d´un assistenzialismo clientelare in gran parte legato al blocco militare e paramilitare. Quest´ultimo s´è difeso mettendo in campo il suo candidato, Ahmadinejad. E l´elettorato povero ha bocciato il capitalista, per difendere piccoli benefici o magari in odio a quella nomenklatura furba che già si preparava al business. In Rafsanjani ha percepito il campione dei rivoluzionari in affari.
Così proprio il disgusto per la classe che rappresenta antropologicamente il fallimento della rivoluzione khomeinista ha favorito il pasdaran ("guardia della rivoluzione") Ahmadinejad.
Il nuovo presidente ha vinto con una maggioranza ampia, ma più grande è l´Iran che non l´ha votato e gli è distante oppure ostile. Questo potrebbe suggerirgli un atteggiamento accomodante, per esempio una certa tolleranza dei costumi (però l´unico giornale che ha appoggiato Ahmadinejad con entusiasmo non fa distinzione tra l´arricchimento illecito e, per esempio, la moda che trasforma il chador in un abbigliamento vezzoso: l´uno e l´altra sono "corruzione"). Gli ottimisti possono inoltre confidare nella complessità del blocco militare e paramilitare da cui proviene Ahmadinejad. Non è affatto un potere monolitico e potrebbe mostrare anch´esso una certa disponibilità al pragmatismo. Così non sarebbe del tutto tramontata la possibilità di quel compromesso con Washington che proponeva Rasfanjani. Ma anche i fiduciosi non possono evitare la questione vera: con un "falco" al posto del riformista Khatami, dopo otto anni il governo non è più un freno per la Guida suprema, l´ayatollah Khamenei. E la Guida è un autentico caso di autismo rivoluzionario. Ha un potere smisurato ma sa nulla del mondo. Desume la realtà dall´ideologia, nel suo caso da un khomeinismo mai aggiornato. È entrato rozzamente nella campagna elettorale, contro Rafsanjani, per ribadire in ogni modo che gli Stati Uniti sono il nemico eterno. E ha celebrato la vittoria del suo protetto Ahmadinejad come "un´umiliazione inflitta al nemico", Washington.
Si direbbe che non abbia mai dimenticato la promessa dell´ayatollah Khomeini tuttora scritta con la vernice sul muro esterno dell´ex ambasciata statunitense: "Infliggeremo all´America una sconfitta severa". E le grandi città irachene sono appena al di là del confine, quasi tutte collegate all´Iran da un fiume e da una montagna, insomma da un´orografia ideale per il movimento di guerriglieri e di armi.
Tutto questo dovrebbe provocare un colossale malditesta all´amministrazione Bush e a quella cosa ancora chiamata Europa.
Di qua e di là dell´Atlantico si confidava in una vittoria di Rasfanjani, cui probabilmente sarebbero seguiti un qualche accordo segreto con gli americani e un massiccio incremento degli affari con l´Iran. Ora bisogna sperare che Ahmadinejad sia diverso dal suo mentore, la Guida, e confidare nei sondaggi che compirà la diplomazia (anche quella italiana, rappresentata a Teheran da uno dei nostri migliori ambasciatori). Ma intanto bisogna fare i conti con eventualità sgradevoli. Il primo effetto delle elezioni iraniane potrebbe essere una proliferazione degli arsenali atomici. Da qui a qualche settimana Teheran dovrà decidere se prorogare la sospensione del suo programma nucleare. Però Ahmadinejad ha ripetuto che l´Iran non vi rinuncerà. Stando a previsioni israeliane, Teheran potrebbe avere la Bomba in un paio d´anni da quando fosse in grado di produrre uranio arricchito. E questa prospettiva ora potrebbe essere sufficiente per spingere altri Paesi del Medio Oriente, per esempio l´Arabia saudita, a dotarsi anch´essi dell´arma atomica.
L´efficacia delle risposte occidentali dipenderà soprattutto dalla capacità di dimostrare con i fatti a Teheran che europei e americani marciano uniti e fanno sul serio. Il regime iraniano finora non ha avuto questa percezione. Anzi s´è convinto d´essere in una posizione di vantaggio strategico, non senza qualche ragione. In Iraq la cosiddetta `Coalizione dei volenterosi´ è assai vulnerabile. Da quando l´Iran ha i missili russi "Sunburn" le acque del Golfo persico non sono più praticabili con la tradizionale sicurezza dalla marina degli Stati Uniti. Israele ormai è nel raggio della missilistica iraniana. E la determinazione europea è frenata dagli interessi petroliferi.
Quanto all´amministrazione Bush, purtroppo ha ragione Khamenei: le sue sono "ciarle", come ha detto ieri la sarcastica Guida. Per mesi la politologia americana s´è raccontata che l´invasione dell´Iran era un´opzione praticabile malgrado fosse chiaro che non lo era affatto. Poi l´amministrazione, e la tv della diaspora iraniana da Los Angeles, hanno incitato gli iraniani alla rivolta, con l´unico risultato di scatenare la repressione contro gli studenti. Infine ieri Washington ha giudicato le elezioni iraniane "in controtendenza", con implicito riferimento ad una "primavera della democrazia" in Medioriente di cui non v´è traccia, almeno in quei termini. Accettare la realtà può essere doloroso, ma ignorarla, o velarla di "ciarle", comporta alla fine un prezzo molto maggiore.
Da qualche tempo, con frequenza quasi quotidiana, il vicepresidente del Consiglio, on. Giulio Tremonti, esprime sulla stampa e alla televisione valutazioni lapidarie sull'Antitrust europeo, che ritiene responsabile di una parte rilevante dei mali dell'Europa. Il " no " francese al trattato costituzionale " è un voto contro chi ha fatto l'Antitrust europeo " ( Corriere della Sera, 31 maggio). Con l'Antitrust " l'Europa va verso una costruzione integralistica sterilizzata del modello sublime del mercato perfetto " ( Agenzia giornalistica Italia , 6 maggio). " Questa Europa in cinque anni ha distrutto l'economia con l'Antitrust e la lotta agli aiuti di Stato " ( La Stampa , 16 giugno).
" Distrutto l'economia " . .. " cinque anni " . Chi è stato responsabile, proprio negli ultimi cinque anni, dell'Antitrust europeo sente il cappio stringersi al collo. Tuttavia non vorrei replicare a queste affermazioni. Non perché sia ( già) soffocato, ma perché la politica europea della concorrenza ( che in quei cinque anni è forse diventata più efficace, ma in una linea di continuità, che oggi prosegue) è stata oggetto in Europa e nel mondo di dibattiti approfonditi, a volte aspri, ma di solito abbastanza seri. Riprendo il tema dell'on. Tremonti solo perché in quelle affermazioni vedo affiorare ma spero sinceramente di sbagliarmi tratti di una visione culturale e di politica economica che mi preoccupa, perché potrebbe soffocare ulteriormente non una singola persona, ma l'economia italiana.
Nei dibattiti sulla politica europea della concorrenza, come è noto, è diffusa l'opinione certo con diversi accenti e con divergenze su specifiche questioni che nel corso degli anni essa abbia contribuito a ridurre privilegi e rendite, abbia stimolato le imprese europee a diventare più competitive e i pubblici poteri a prestare maggiore attenzione alle ragioni dell'efficienza, abbia impedito anche alle più grandi multinazionali di violare le regole della concorrenza a danno dei consumatori e delle imprese europee. Il tutto avviene entro un quadro politico normativo definito dagli Stati membri, dal quale l'Italia non ha mai dissentito e al quale, durante la Presidenza italiana, l'attuale governo ha dato un contributo attivo. Può accadere che, nel suo compito di enforcement, la Commissione prenda decisioni sbagliate. Ogni decisione è soggetta al controllo della Corte di Giustizia.
Che la politica della concorrenza, per quanto efficace, non basti a dare slancio all'economia europea, è ovvio. Sulle altre politiche necessarie a questo scopo, non credo che l'on.
Tremonti e io abbiamo opinioni molto diverse.
Per parte mia, ho sempre ritenuto necessari a livello europeo sia un'impostazione di finanza pubblica magari più rigorosa sulla spesa pubblica corrente ma più aperta sulla spesa per investimenti ( pur nella consapevolezza delle difficoltà di applicazione) sia un'adeguata politica industriale.
Una politica industriale europea esige una diversa struttura del bilancio comunitario, con un ridimensionamento della spesa per l'agricoltura. Tale politica non è incompatibile con una seria politica per il mercato unico e per la concorrenza, ma anzi la richiede. In particolare, il controllo delle concentrazioni non è di ostacolo alla nascita e allo sviluppo di imprese europee grandi e grandissime, in grado di affermarsi nella competizione globale ( ad esempio EADS, che tra l'altro produce gli Airbus; Air France KLM; o ancora il numero uno nella siderurgia Arcelor, nate in questi anni da fusioni autorizzate dalla Commissione). Gli aiuti di Stato, a loro volta, non sono proibiti. Sono disciplinati affinché non distorcano troppo il mercato unico e si indirizzino soprattutto a conseguire ciò che il mercato da solo non può fare: è il caso, ad esempio, degli aiuti alla ricerca e all'innovazione.
Un minore peso della regolamentazione sulle imprese è anch'esso una componente essenziale. E' peraltro più facile denunciare nei dibattiti televisivi questa o quella norma e, magari, ridicolizzarla ( alcune si prestano), che procedere a una profonda semplificazione. Per riuscirci, occorre un maggiore impegno da parte della Commissione e di ciascun governo nazionale, tutti coautori non dimentichiamolo di ogni direttiva europea. Per parte sua, la politica della concorrenza aiuta: via via che un mercato viene liberalizzato, a esso si applicano i principi generali della concorrenza anziché le ingombranti regolamentazioni settoriali.
Sulla politica commerciale verso i Paesi terzi, in questo momento si confrontano in Europa visioni diverse. Non entro ora in questo tema.
Vorrei però sottolineare un punto. Anche chi auspica una Europa meno aperta, più protezionistica verso l'esterno, dovrebbe considerare importante e non un fastidioso optional voluto da burocrati " dementi " che l'Europa disponga al suo interno di un grande mercato unico senza distorsioni alla concorrenza. Come sanno bene gli imprenditori, questa ampia base " domestica " favorisce le economie di scala e obbliga a ricercare l'efficienza, due condizioni essenziali per affermarsi nell'aspra concorrenza mondiale.
Perché è preoccupante la demonizzazione dell'Antitrust europeo, fatta da un leader politico del peso, e della capacità di comunicazione, dell'on. Tremonti? Se l'obiettivo fosse quello di attaccare " questa " Europa, o chi in quei famosi " cinque anni " ha presieduto la Commissione europea, o chi in quel periodo, come commissario alla concorrenza, ha " distrutto l'economia europea " , poco male.
Ciò che mi preoccupa veramente sono due altre cose. La prima è l'impatto, in termini di diseducazione di massa, sull'opinione pubblica di un Paese che già non è tradizionalmente molto predisposto a comprendere il valore e le esigenze di una moderna economia di mercato.
La seconda è una preoccupazione di politica economica. Se la personalità più autorevole e influente del governo dell'economia italiana ha, e manifesta, questa visione sul ruolo della concorrenza, dell'antitrust, degli aiuti di Stato, come possiamo sperare che l'Italia trovi la convinzione, la forza per superare le resistenze corporative, per aprire i mercati, per creare opportunità agli esclusi ridimensionando il potere degli inclusi? Da dove trarrà la forza, l'impulso, la motivazione, le necessarie risorse l'Antitrust italiano, per il suo difficile compito, se fa parte di una rete di autorità, guidata dalla Commissione, che ha " distrutto l'economia europea " ? Se questa è la posizione del governo e se, nell'opposizione, stenta a emergere una linea chiara, che sia condivisa da tutti, a favore di un'economia di mercato con una politica della concorrenza incisiva non si può essere ottimisti sulla possibilità nei prossimi anni di riforme strutturali che, unite a una migliore politica economica europea, siano capaci di riavviare l'economia italiana.
Oggi si usa, anche in Italia, riferirsi aTony Blair. Sarà bene tenere presente che una rigorosa politica antitrust e di controllo degli aiuti di Stato è una componente centrale della politica economica britannica e della visione britannica per l'Europa.
L´Italia accartocciata su se stessa, che non crede nella ripresa dell´economia. E non consuma. O meglio: consuma sempre meno. Si prova un certo disagio a parlarne. Perché si rischia la "mitridatizzazione" (come prendere sul serio le solite cassandre?). E perché, soprattutto, altre versioni circolano, rassicuranti. Ciniche oppure etiche.
Da un lato, c´è chi, (con un sorriso ammiccante) suggerisce che non è così. Basta guardarsi intorno. I telefonini, gli sms, il lavoro sommerso, le prime e le seconde case, le vacanze esotiche. Le auto di lusso. Lo pensa (e lo dice) il premier. Che non manca occasione per dichiarare tutto il suo disincanto da apota. Che sottintende: so che non state così male. Io. E neanche voi, in fondo, ci credete davvero. Anche se non lo ammettete. Ma vi capisco. Io. Perché è legittimo lamentarsi. E poi evadere, eludere, bypassare le regole. Per difendersi da queste istituzioni inefficienti e da questo fisco oppressivo.
D´altra parte, c´è chi contesta agli italiani il vizio della cicala. Noi, un tempo formichine laboriose, dedite a metter da parte riserve per gli inverni duri, negli ultimi anni, avremmo cominciato a cantare e a viaggiare. Senza preoccuparci del futuro. Lo ha denunciato qualche giorno fa il procuratore della Corte dei Conti, Vincenzo Apicella, criticando la deriva debitoria degli italiani, ormai abituati "a vivere al di sopra dei propri mezzi, anche a causa delle tentazioni del consumismo".
Evasori o consumisti: all´impoverimento degli italiani sembrano credere in pochi.
D´altronde, nel corso degli anni Novanta, e ancor più all´inizio del nuovo millennio, abbiamo pensato di esserci definitivamente salvati dal dissesto finanziario; di essere divenuti europei. Ci siamo sentiti al sicuro. Convinti di aver conquistato il benessere, dopo decenni di fatica; dopo anni di finanziarie pesanti, abbiamo cominciato a "consumare" con gusto. D´altronde, anche per questo Berlusconi ha vinto le elezioni. Persuadendoci che, dopo tanti sacrifici, meritavamo, infine, il successo. Le cose, in seguito, sono andate diversamente. Non solo per colpa del governo, ma è capitato di tutto. L´economia, la finanza, i mercati: hanno frustrato le nostre aspettative. Ridimensionato i redditi familiari. E le nostre aspettative. Minacciando quei "vizi" (perdonabili), che nel frattempo avevamo coltivato. Alcuni viaggi. Una maggiore attenzione al cibo e al gusto. Una diffusa disposizione verso i prodotti elettronici. Peccati commessi, però, da una quota di persone sempre più limitata. Perché, bisogna rassegnarsi, gli italiani oggi, quando confessano la crescente fatica di "farcela" con il reddito di cui dispongono, non fingono, per ragioni tattiche. Né pagano per gli stravizi appresi nel corso dei decadenti anni Novanta. D´altra parte, le statistiche sui consumi ribadiscono, ormai da tempo, come gli italiani spendano di meno; e, parallelamente, come il volume delle vendite del commercio (piccolo, grande e iper) stia calando rapidamente e sensibilmente.
L´Osservatorio sul capitale sociale, curato da Demos, nell´indagine condotta nelle scorse settimane, fornisce, in tal senso, ulteriori indizi. E alcune spiegazioni. Diverse, da quelle a cui abbiamo fatto cenno.
Il 45% degli intervistati, in primo luogo, afferma che, rispetto a due anni addietro, la sua famiglia spende di meno. Uno su quattro prevede che, nei mesi a venire, consumerà ancora di meno.
Peraltro, l´Osservatorio riprende e rafforza le tendenze già rilevate, da altre ricerche (ultime: Censis, Ipsos e Istat). La maggiore attenzione ai prezzi e, di conseguenza, la crescente propensione a fare acquisti negli hard discount; e la parallela rinuncia ai prodotti di marca, alle etichette. Un certo stallo dei consumi critici, che avevano caratterizzato lo scorso decennio: il biologico, l´equo-solidale, il "naturale garantito". È come se si assistesse al ritorno, impetuoso, di richieste di tipo materialista; dettate da insicurezza del reddito, del lavoro, della salute. Anche se, alcuni "consumi", un tempo voluttuari, sono entrati nelle priorità delle famiglie: i viaggi e le ferie (magari brevi, last minute), i prodotti tecnologici (telefonini, lettori Mp3).
Nel complesso, quasi metà degli italiani rivela di aver "metabolizzato" il calo dei consumi: come comportamento presente e prospettiva futura. Si tratta di una componente sociale che propone orientamenti e atteggiamenti condivisi e coerenti.
Rispetto alla media, appaiono molto insoddisfatti del reddito, del lavoro, del risparmio. Insicuri. Pessimisti nelle prospettive dell´economia. Guardano il passato con nostalgia. Vedono con preoccupazione il futuro. Immaginano il destino dei giovani peggiore rispetto a quello dei genitori. Si sentono infelici. È il ritratto di un´Italia consumata, più che consumista. Lo specchio dell´Italia in declino. "Che non ce la fa proprio" a mantenere il livello di spesa del passato. E non perché fosse abituata a "vivere alla grande". All´interno di questo gruppo, infatti, prevalgono i pensionati e le casalinghe. Persone con basso livello di istruzione, che risiedono nelle zone urbane e metropolitane, nel Mezzogiorno. Di età matura. Soprattutto gli anziani (con oltre 65 anni).
La depressione del sentimento sociale e dei consumi segnalata dalle inchieste e dalle statistiche origina da loro. Ad essi, si affiancano coloro (il 30% circa), che cercano, con qualche fatica, di mantenere il livello di vita e di spesa passato. Il resto degli italiani (intervistati), effettivamente, si dichiara "consumista". Dichiara di aver aumentato la spesa dedicata ai consumi, negli ultimi anni. Oppure prevede di allargarla anche nel prossimo futuro. Si tratta di una componente significativa, che, peraltro, non supera il 20% del campione. Fra i "consumisti" risulta più ampia della media la presenza di persone ottimiste sul futuro (e anche sul passato: convinte, beate loro, che negli ultimi dieci anni le condizioni dell´Italia siano migliorate). Soddisfatte del reddito e del tenore di vita familiare. Abbastanza felici. Hanno un livello di istruzione elevato, risiedono nei piccoli centri, nelle piccole città di provincia. Dove i prezzi sono meno elevati, le reti di solidarietà familiare e comunitaria più ampie. I "consumisti", però, si caratterizzano, soprattutto, dal punto di vista generazionale. Sono giovani. Anzi: giovanissimi. Un terzo di loro ha meno di 25 anni, un altro 20% è compreso fra 25 e 34 anni. E, soprattutto, si tratta di studenti. Che appartengono (in prevalenza, ma non solo) a famiglie di ceto medio e della borghesia. Dietro ai comportamenti di spesa, quindi, si colgono mutamenti e fratture sociali e generazionali, che potrebbero determinare effetti di lungo periodo.
In particolare, emerge una forbice, che oppone due situazioni diverse. Da un lato, una maggioranza di persone - anziane, socialmente periferiche, ma anche di ceto medio - che, negli ultimi anni, ha cominciato - e continua - a tagliare i consumi. Per necessità. Per difficoltà. E perché riassume e interpreta modelli di vita e di valore tradizionali, fondati sulla parsimonia. Dall´altro, una minoranza di "consumisti", prevalentemente giovani, di ceto medio-alto. Che non considera il risparmio - necessariamente - una "virtù". Né il debito un "vizio". Ma un metodo per anticipare l´acquisto di beni e servizi, ricorrendo al credito. Un po´ come avviene, da tempo, negli Usa.
Il resto delle persone combina, faticosamente, questi due modelli. Ma appare più affine ai "consumisti" che ai "consumati".
Così la società, appare scissa. Nei comportamenti e nei sentimenti. Ma chi ritiene la depressione sociale, di questi ultimi anni, una finzione o un´invenzione sociale, guarda troppa televisione. Scambia l´Italia mediale per quella reale. E chi pretende di leggere i cambiamenti in atto ricorrendo a stereotipi o a (pre) giudizi antichi, si rassegna, semplicemente, a non vedere. E a non capire.
Sono davvero molto numerosi e particolarmente interessati coloro che in questo momento tripudiano, per le tribolazioni che l'Unione europea attraversa. È una gioiosa macchina da guerra che si è messa in moto soprattutto in America e Inghilterra, in concomitanza col referendum francese sulla costituzione europea, e adesso che il vertice a Bruxelles è fallito il tripudio è ancor più grande e quasi tracima in Schadenfreude, in piacere per come l'uomo accanto a me vacilla e cade. Blair che non ha voluto rinunciare all'esorbitante anacronistico assegno ricevuto ogni anno da Bruxelles, e che affossando il vertice ha mostrato di sprezzare la disponibilità a far sacrifici dei dieci nuovi Stati (tutti più poveri di Londra), non ha esitato a parlare di nuovo inizio nella storia dell'Unione, presentandosi addirittura come precursore di un'avventura europea più esaltante, più moderna e promettente.
Proprio lui che usa corteggiare gli europei orientali, e che spesso li ha usati per impedire l'unità continentale, oggi ignora il loro desiderio di superare la crisi, e li respinge.
Perfino la sua insistenza sulla riduzione delle spese agricole, anche se nasce da un'aspirazione giusta - evitare che i sussidi agricoli divorino il 40-45 per cento delle spese comuni, dedicare molte più energie a settori più vitali come ricerca e impiego -, ha finito con l'offendere l'Europa e le sue istituzioni: rompendo patti precedentemente stipulati, e disconoscendo accordi come quello, sottoscritto da tutti nel 2002, di non toccare le spese agricole fino al 2013.
Tony Blair si sente in queste ore nuovo leader-ispiratore dell'Europa, ma assomiglia poco ai personaggi che in passato furono leader e ispiratori. Schuman o De Gasperi o Kohl avevano l'animo non di divisori, ma di federatori. Interpretavano le crisi in senso etimologico, come momenti di passaggio alla scelta, alla decisione: non come declino che si assapora come si assapora una vendetta o perfino un malessere. Il presidente di turno lussemburghese, Juncker, ieri notte è stato amaro: aveva visto come i Paesi poveri dell'Est erano disposti a sacrificare parte degli aiuti pur di evitare il fiasco, e ha detto di "provar vergogna" per come la nave dell'Unione è stata affondata da pochi ricchi. Ma la vergogna è qualcosa che i tripudianti non conoscono, e questa loro spregiudicatezza morale va attentamente studiata, perché spiega quel che accade nell'Unione e dintorni.
Non c'è infatti spazio per la vergogna e neppure per quella speciale tristezza che si chiama timore della decadenza storica, nella macchina da guerra che sta esultando sulla scia dei referendum.
E ancora una volta non è verso l'Inghilterra che dobbiamo guardare per comprendere la formidabile potenza della macchina e neppure verso quella parte d'Italia che s'esercita nel presunto anticonformismo della critica antieuropea, ma verso l'oltre Atlantico, e più precisamente verso l'America nazionalista di Bush e dei centri di studio e d'influenza neoconservatori vicini all'amministrazione. È qui che il godimento si manifesta con tutta la sua forza: volitivo, guerresco, e con accenti di forte anche se simulata trasgressività. È qui e solo di riflesso in Italia che si parla con festante militanza di utopie giustamente punite, di dogmi europeisti finalmente smantellati, di immobilizzanti tabù infranti, di riscatto lungamente atteso del vecchio Stato-nazione.
Chi abbia voglia di conoscere vada a esplorare i siti Internet della rivista neoconservatrice Weekly Standard, dell'American Enterprise Institute, degli articolisti neocon sul Washington Post. Vedrà che non c'è senso del dramma, in quella parte d'America, ma d'una rivincita e soprattutto d'una prodigiosa opportunità. Forse l'Europa con la sua moneta non è più la potenza che pareva recentemente, forse il predominio mondiale Usa non ha più rivali, forse gli asiatici come Cina e Corea torneranno a comprar dollari e non saranno più attratti dall'euro (Irwin M. Stelzer, Delizie dopo il no, Weekly Standard), forse la Nato prevarrà sull'Unione (Gerard Baker, Weekly Standard), forse è finita nella polvere quella sfida fastidiosissima che l'Unione lanciava e lancia a chi inforca gli occhiali del vecchio Stato-nazione per interpretare le cose del mondo: memento cita mors venit - era il monito che veniva dall'Europa - Ricordati: viene la morte veloce! Gli incoronati degli Stati-nazione hanno deciso di scommettere sulla sconfitta del modello statuale inventato nel vecchio continente (una confederazione di Stati che abbandonano parte delle sovranità e la trasferiscono a poteri federali) e per questo parlano quasi all'unisono, nelle ultime ore, di Europa a pezzi, di Europa finita, di tabù infranto.
Il vero paralizzante tabù è in realtà il loro (la sovranità nazionale assoluta, incapace di far fronte da sola ai mali del mondo), ma almeno per ora l'impaurente pericolo sembra passato, e le intemperie europee consentono d'imbrogliare le carte: ecco dunque che è l'Europa, a esser descritta come tabù rigido, anacronistico, non-pratico. Celebrando i suoi funerali, la giubilante macchina neoconservatrice si lancia in un'operazione furba oltre che bellica: a forza di dichiarar morta l'Europa, magari la desiderante profezia s'invererà.
Non è detto che il suo calcolo sia vincente: non solo l'Europa esiste ancora, ma in gran parte è già federale e dunque già costituzionalizzata (l'80 per cento delle leggi economiche si fanno a Bruxelles; il diritto comunitario premia su quello nazionale). Ma l'imbroglio vien tentato, e il metodo somiglia molto ai modi di Bush d'esportare le democrazie dall'esterno. Quel che conta è puntare sulle piazze che s'ergono contro qualsiasi status quo, e contro le correzioni di rotta gestite gradualmente da forze endogene. Verso l'Europa, questo significa puntare esplicitamente sulla crisi della democrazia parlamentare classica. Di qui l'apologia dei referendum, nei commenti neoconservatori, e l'esaltazione del Paese reale che si ribella contro il Paese legale, come nel nazionalismo antiparlamentare francese dei primi '900. Irving Kristol sul Weekly Standard parla addirittura di una battaglia europea di liberazione, elogiando il no francese, e lo paragona ai movimenti neodemocratici in Libano e Medio Oriente. Gerard Baker su Weekly Standard consiglia di sostenere i Paesi "meno istericamente europeisti", concedendo loro con più facilità i visti.
Sotto accusa è una cricca, ovvero un establishment, che governerebbe con orribile burocrazia a Bruxelles. Liberati sarebbero gli Stati, brutalmente defraudati di sovranità dall'arroganza dell'utopia europeista. Poco importa se per far valere le proprie tesi si ricorre alla menzogna: se si dice che quest'Europa tecnocratica impedisce crescita e occupazione, e manovra contro riforme liberali. Non è vero, visto che il no francese rifiuta proprio flessibilità del lavoro e dell'economia. Ma la menzogna serve ed è sbandierata come verità.
Altri studiosi dicono che l'Europa è morta perché i popoli non hanno voluto il predominio di questo o quello Stato. Per lo storico Niall Ferguson (The New Republic) è il predominio tedesco che vien rifiutato: predominio che la Costituzione avrebbe sancito, fondando i voti a maggioranza sulla potenza demografica. Altri ancora dicono che è l'Europa imperiale e antidemocratica a crollare (Efraim Karsh, The New Republic). Un argomento, comunque, accomuna gli estasiati disfattisti. Lo Stato-nazione sembrava fuori moda, ed ecco che fa ritorno imbaldanzito. L'Europa stava diventando un'unione politica dopo esser stata per decenni solo economica, ed ecco che provvidenzialmente torna a essere mero mercato. Non ci saranno una politica estera né una difesa autonome, anche se i disfattisti tacciono l'enorme favore che tale obiettivo incontra nei popoli. La sfida che Europa lanciava a Washington sarebbe fallita.
In realtà non è fallita, sempre che i Paesi dell'Unione s'accorgano che la stasi è una trappola per loro, e una manna per chi vuol tenere l'Unione in stato d'inferiorità. La costituzione andrà forse in parte riscritta, ma resta un'esigenza per gli europei. Tanta parte della loro esistenza è ormai decisa a Bruxelles, e per quella parte è importante avere una comune carta costituzionale. E poi la costituzione è un mezzo per raggiungere il fine dell'unità politica. Il mezzo magari muterà, ma il fine resta anche per gran parte di chi ha votato no. Non è escluso che la questione stessa della Turchia aiuti. Tutti dicono che con la presunta morte dell'Europa e la xenofobia in rimonta l'ingresso di Ankara è per sempre bloccato. Non è necessariamente così, se l'Europa coglierà l'occasione per ripartire a due velocità. Una parte più piccola e ardita potrebbe unirsi strettamente, con istituzioni forti e confini chiarissimi. Una seconda parte, più gelosa delle sovranità nazionali, potrebbe collocarsi in un cerchio periferico pur essendo parte dell'Unione. In questa parte potrebbero stare gli Stati contrari all'Europa politica che vogliono solo un gran mercato: fra essi Gran Bretagna, forse Polonia e Repubblica Ceca, infine Turchia.
Tutto sta a non dare a Londra la leadership del rilancio dell'Europa politica, perché a esso Londra non è interessata. Molto dipenderà anche dall'Italia, che in passato ha sempre privilegiato - e non per dogma ma con una sapiente astuzia che ha accentuato il nostro peso internazionale - le soluzioni sovrannazionali. Dipenderà dai nuovi Paesi, traditi da Blair. Dalla Francia, che potrà uscire dalla paralisi accettando l'Europa più profondamente. E dalla Germania, che non ha più un leader federatore come Kohl ma in un'amministrazione democristiana potrebbe averne uno nuovo.
L'Europa è al bivio, certo. Ma non fra essere e non essere. Siamo ben oltre il dilemma esistenziale, anche se il declino è possibile in tutte le civiltà. Una gran parte del cammino è alle nostre spalle, e la crisi oggi nasce proprio perché questo cammino è già compiuto. Si tratta di continuare sulla via intrapresa, spiegandosi meglio coi popoli. Come diceva giustamente uno dei padri d'Europa, Jean Monnet, ci sono crisi in cui conviene giocare coi paradossi e raccomandare questo a se stessi: "Prima continuare, e soltanto dopo cominciare". Lo stesso Monnet diceva che l'ultima guerra era il "gran federatore" d'Europa. I federatori di oggi sono i tormenti esterni all'Unione, la mondializzazione, la sfida indiano-cinese. Il che significa che l'Europa non è affatto a pezzi e resta bisogno ineludibile: per i popoli, per gli individui e per gli Stati deboli che siamo diventati.
Sempre più spesso sentiamo ripetere che ormai Berlusconi è alla frutta, che politicamente è da considerarsi finito. Parole ascoltate soprattutto negli ambienti dell'opposizione. Dove, in tempi non lontanissimi, si era convinti che del presidente-padrone non ci saremmo liberati per altri dieci anni almeno. Ma dove ora si sostiene, quasi con stanchezza, che il problema non più lui. Prendiamo le feste dell'Unità. Per anni l'argomento Berlusconi ha infiammato le platee. Ma oggi, nel luogo simbolo della sinistra, si parla sempre di meno del conflitto d'interessi mentre le domande all'ospite di turno vertono sulla crisi nella Margherita o sul programma per governare l'Italia che ancora non si vede.
Governo: ecco la parola attorno a cui ruota questa sorta di cambiamento epocale. Dopo la serie ininterrotta di successi elettorali, culminati con il 12 a 2 nelle Regionali dell'aprile scorso, l'opposizione ha smesso di sentirsi tale e ragiona come se l'avvento del premier e dei ministri del centrosinistra fosse ormai soltanto una questione di tempo: un anno o giù di lì. Un traguardo ritenuto così a portata di mano che quando, per l'appunto, Prodi e Rutelli litigavano sulla Fed o sul listone il popolo unionista, più che dividersi sulle ragioni dell'uno o dell'altro si chiedeva, compatto, come diavolo fosse possibile gettare all'ortiche una vittoria elettorale considerata praticamente già in tasca. Reazione, infatti, che ha suggerito ai due leader di raggiungere una tregua.
Torniamo però a Berlusconi e alla sua strategia del profilo basso. Fateci caso. Più il premier raccoglie in ogni dove fischi e proteste da industriali delusi, artigiani ignorati, commercianti con gli scaffali vuoti, magistrati contabili inorriditi dal buco di bilancio, semplici cittadini impoveriti, e più l'uomo che doveva rivoltare l'Italia come un calzino (e a suo modo lo ha fatto) si rifugia nel piagnisteo.
Se i consumi calano, i prezzi crescono, le fabbriche chiudono, lui non può farci niente. E quando questa infinita sequela di fallimenti gli viene fatta notare (magari da chi gli aveva dato il voto sperando nel miracolo), egli appare costernato da tanta ingratitudine. Come osate criticarmi, ha detto ai poveri artigiani, io che lavoro incessantemente per voi e per il paese. Visti i risultati non si capisce, tuttavia, a cosa si applichi realmente. Negli ultimi giorni, infatti, oltre a raccogliere rabbia e malcontento il presidente del Consiglio è sembrato soprattutto interessato ai rapporti diplomatici tra Italia e Finlandia messi in crisi con le sue vanterie da attempato palyboy e alla campagna acquisti del Milan con la trattativa Gilardino.
Attenzione, però, al Berlusconi vittimista perché con questo sistema ha già colpito in passato contando proprio sull'elemento sorpresa. Nel '96, dopo essere stato battuto da Prodi accennò a un possibile ritiro dalla scena politica. Si parlò a lungo dei suoi possibili successori e lui stesso indicò alcuni nomi dicendosi pronto a mettersi da parte se si fosse trovato l'uomo giusto. Lo stesso teatrino che sta mettendo in piedi adesso. Lo fa per nascondersi meglio in attesa di sferrare il colpo decisivo. Che potrebbe essere l'Europa.
Appare trasparente, infatti, il tentativo della destra di speculare sulla crisi dell'Unione europea e di farne il capro espiatorio dei fallimenti della politica italiana. Le mosche cocchiere di questa operazione sono i leghisti con le mascherate padane, il rifiuto dell'euro e il ripristino della liretta e dell'italietta che fu. È l'antipasto di quella che, secondo D'Alema, sarà la campagna elettorale berlusconiana: addossare a Prodi le responsabilità, come ex presidente Ue di tutti mali italiani. Specialista nel rovesciamento della realtà, e delle responsabilità Berlusconi cercherà di giocare a suo favore tutti gli elementi che oggi gli sono contro. Non è difficile immaginare come. I consumi calano e i prezzi salgono? Colpa di Prodi (e di Ciampi) che hanno imposto una supermoneta inadatta alla fragile economia italiana. L'Europa traballa e non riesce a mettersi d'accordo su bilancio e costituzione? Colpa di Prodi che ha voluto l'allargamento ad est destabilizzando l'intera struttura. Mancano i soldi per abbassare le tasse e rilanciare la competitività delle imprese? Colpa di Prodi che si è battuto per la difesa dei vincoli del Patto di Stabilità. Le merci cinesi invadono i nostri mercati mettendo in ginocchio interi comparti industriali? Colpa di Prodi che da presidente della Comnissione non ha saputo alzare le necessarie barriere a difesa della produzione continentale.
Certo si tratta di argomenti privi di fondamento, inefficaci, facilmente confutabili. In un paese normale, forse. Non in Italia dove l'antagonista di Prodi possiede quasi tutte le televisioni e potrà imbastire qualunque campagna denigratoria, grazie a una schiera di agit-prop travestiti da conduttori equidistanti. Insomma, la vera la battaglia del 2006 deve ancora cominciare e il centrosinistra farebbe bene a non cantare vittoria troppo presto.
La sinistra italiana, si sa, è sempre alla ricerca di un leader all'estero, e ne incorona uno nuovo ad ogni stagione. Spesso però gli idoli cadono o risultano impresentabili. E' capitato con Lionel Jospin, che aveva infiammato gli animi con la sua avventurosa riforma delle 35 ore, e poi è finito travolto nella sfida presidenziale non solo da Jacques Chirac ma persino da Jean Marie Le Pen. Poi è toccato a Gerhard Schröder, lo strenuo difensore del modello sociale europeo, che ora rischia di finire seppellito sotto le sue macerie. Da ultimo a conquistare i volubili cuori della sinistra italiana è stato José Luis Rodriguez Zapatero, ammirato per la sua fuga dall'Iraq e per la sua campagna anticlericale. L'esito del referendum sulla procreazione assistita, però, ha fatto intendere che su quella strada, da noi, non si va molto lontano.
Resta Tony Blair, un leader della sinistra europea che continua a reggere, grazie a due idee semplici ma vincenti: che l'asse dell'occidente deve restare quello atlantico e che bisogna cambiare, modernizzare la società e non illudersi di poterla conservare così com'è. Ma la lezione di Blair, l'uomo che dice che l'Europa si deve occupare più dei posti di lavoro che delle vacche, è troppo semplice per le orecchie raffinate della sinistra italiana. Nei salotti in cui si raduna non ci si è neppure resi conto che l'interprete italiano del pensiero riformista nel campo del lavoro era Marco Biagi, mentre il rozzo padano Roberto Maroni l'ha capito benissimo. Ora che, dopo il tracollo dell'asse conservatore franco-tedesco, animatore del fronte del rifiuto nella guerra al terrorismo e dell'Europa burocratica e senza radici spirituali e popolari, anche nel birignao della sinistra si sente parlare di Blair. Non si tratta, però, di un confronto serio con una proposta che richiede di mettere in discussione antichi pregiudizi. E' piuttosto una specie di gioco di società: Quanto Blair si può mettere nel nostro riformismo?. Così persino chi lo difende, come Claudia Mancina, è disposto a prendere atto dei risultati economici del blairismo, ma senza tener conto dell'alleanza con l'America. Poi ci sono quelli che calcolano quanti cromosomi di sinistra ci sono nel sangue del premier inglese, e quelli, come Furio Colombo, che lo regalano volentieri alla destra. Come se dovessero votare per il premio Strega, con uno snobistico e infondato senso di superiorità, valutano una politica che continuano a non capire.
Licenziate Arturo Parisi! Avevo esclamato così, una settimana fa, a 'Controcorrente' di Corrado Formigli, su Sky. Stavamo concludendo un dibattito sulla sorte di Romano Prodi e dell'Unione. In quel momento, mi sembrava che il braccio destro del Professore, nonché capo degli ultrà prodiani, fosse soltanto d'impaccio alla costruzione di un'intesa chiara nella Babele unionista. E lo fosse per il carattere puntiglioso all'eccesso, rivolto sempre a cercare il pelo nell'uovo.
Poi ho ripensato a quella proposta carogna. E me ne sono pentito. Ho cominciato a pentirmi domenica 19 giugno, dopo aver letto un colloquio di Parisi con un redattore del 'Corriere della Sera', Roberto Gressi. 'Artullino', come lo chiama Francesco Cossiga, ha detto un paio di cose che mi hanno spinto a riflettere.
Le cito: "Noi dell'Unione possiamo vincere, ma rischiamo di non poter governare, di spaccarci malamente alla prima Finanziaria. Che me ne faccio così di cento seggi in più? È in agguato il ritorno alla cultura del proporzionale, assolutamente inadatta al governo del paese. Vedo il rischio di una scivolata all'indietro che può farci trovare con il sedere per terra". A questo punto, ha concluso Parisi, l'unico rimedio sono le primarie: "Primarie vere, come quelle fatte in Puglia, e non lo sventolio di fazzoletti in un'assemblea".
Mi sono scoperto d'accordo con 'Artullino', tranne che sulle primarie come rimedio alle sfortune di Prodi. Posso dirla schietta, da elettore ulivista, ai dieci partiti unionisti? Ci avete rotto i santissimi con la faccenda delle primarie. Era stato scelto un leader, il Professore. Questo leader doveva avere attorno a sé un blocco compatto, il listone dell'Ulivo, la famosa Fed. Attorno alla Fed c'era il resto dell'Unione. Tutto chiaro, no? Macché, chiaro per niente.
Nel volgere di poche settimane, l'Ulivo è sparito, la Fed è deceduta, la primazia di Prodi si è dissolta. E adesso il Baraccone dei Dieci (stavo per scrivere la Mafia dei Dieci) ci spiega che il Prof è stato rimandato a ottobre e dovrà presentarsi all'esame di non si sa bene chi: mille eccellenti, diecimila sub-eccellenti, qualche milione di votanti qualunque.
Non voglio dilungarmi sulle primarie, un mistero ben poco gaudioso che sta germinando un'infinità di opinioni. Dico soltanto che, a mio parere, saranno un bagno di sangue. Per settimane prima del voto di ottobre, vedremo scontrarsi Prodi, Bertinotti, Pecoraro Scanio, Di Pietro, Mastella e chissà quanti altri. Il prodiano Giulio Santagata ha proposto che si presenti anche Rutelli: "Se ha una linea diversa da Prodi, si candidi in competizione con lui". E tutti dovranno sventolare il loro bravo programma. Ve le immaginate le sparate massimaliste del Parolaio Rosso? Non a caso, a proposito delle primarie, 'Liberazione' del 21 giugno strillava trionfante: 'Una terapia d'urto democratica'.
Se uscirà indenne da questa prova, ossia con un'ottima percentuale di voti, Prodi dovrà poi affrontare un secondo giudizio di Dio: quello dell'assise programmatica, incaricata di definire le priorità dell'ipotetico governo di centro-sinistra. So di attirarmi le maledizioni degli assemblearisti, ma voglio dire ciò che mi ha insegnato la vita: quando un lavoro da fare finisce nelle mani di troppe persone, quel lavoro non si farà mai o risulterà un pasticcio indefinibile. E infine verrà la battaglia per le candidature. Il capo dei Verdi, Pecoraro, ha già avvertito che il candidato-premier non potrà metterci bocca: "L'ultima parola spetta al tavolo dei partiti".
Avevo sperato, e scritto, che Prodi fosse il Dittatore Democratico del centro-sinistra. Invece rischia di essere un Cristo in croce, prima ancora di andare alle urne. Esagero? Per niente. Lo prova l'ultimo marchingegno escogitato per tenere insieme il Baraccone dei Dieci. È il Patto anti-ribaltone, che obbliga gli unionisti a stare insieme per cinque anni, dal 2006 al 2011. E senza cambiare leader. Sarà un nuovo patto d'acciaio, non si capisce se verbale o scritto, e magari firmato davanti a un notaio.
Qui siamo all'assurdo. La politica italiana è il luogo del 'mai dire mai'. Ossia è il regno di tutte le svolte, dei cambiamenti di fronte, degli accordi stracciati. L'unità di una coalizione può reggersi soltanto sulla fiducia nel leader e sulla lealtà fra gli alleati. Se manca questo, non c'è notaio che tenga. Si possono siglare decine di carte, ma nessuna scartoffia eviterà altri bagni di sangue.
Che malinconia! Copiare l'odiato Berlusca e il suo patto con il celodurista Bossi: a questo stiamo arrivando? Ma allora tanto vale imitare il Cavaliere sino in fondo. Ossia chiedere a Bruno Vespa di organizzare un Super-Porta a Porta. Tirando fuori dai magazzini della Rai il magico tavolino sul quale Silvio firmò, in diretta televisiva, il Contratto con gli Italiani. Nella speranza che, nel frattempo, qualcuno degli alleati di Prodi non abbia già provveduto a segarne le gambe.
C´era una volta il Ginnasio: in greco, palestra, dall´aggettivo gumnós, nudo, poi luogo d´humanitas. Nel vecchio sistema scolastico, ribadito dalla riforma Gentile, 1923, è una scuola secondaria quinquennale propedeutica al liceo che schiude le porte dell´università, altrimenti inaccessibile: nel giugno 1939, uscito dalle elementari cuneesi, sostengo l´esame d´ammissione.
Quattro mesi dopo incipit schola e vale la pena dire che aria vi spiri, perché siamo l´ultima classe del vecchio ginnasio inferiore, estinto nella riforma Bottai (l´annuncia una Carta votata dal Gran Consiglio, 12 gennaio 1939); nel luglio 1940, infatti, nasce la Scuola media unica, comune ai futuri laureati, ragionieri, geometri, periti, maestri elementari.
La nostra materia capitale era il latino, che i nuovi programmi diluiranno: analisi logica, declinazioni, verbi; il resto della grammatica in seconda, dove impariamo la prosa su Cornelio Nepote. L´ormai vecchio Annibale, ospite del re Prusias in Bitinia, sente i sicari romani: un bambino nota movimenti sospetti e l´avverte; vistosi perso, beve il veleno che porta con sé; "sic vir fortissimus", dopo tanta gloria faticosa, "anno acquievit septuagesimo". Conta altrettanto l´italiano: letture, riassunti, componimenti; non è più l´epoca delle poesie a memoria; tiene banco lo spiritoso Massimo d´Azeglio, I miei ricordi. L´anno dopo scopriamo un´incantevole Odissea. La lingua straniera è il francese, mentre studiano tedesco le femmine, così brutalmente chiamate. Terza ginnasio segna un salto nella qualità dell´apprendimento: sintassi latina, De bello Gallico, l´Iliade tradotta da Vincenzo Monti; che perfetta ratio studiorum, fosse meno marginale la matematica. Quarta, 1942: traslochiamo dall´ex convento delle clarisse nella città vecchia all´arioso palazzo nuovo sull´altipiano ancora agreste, davanti a una "bialera" verso Torre Bonada, sotto lo scenario delle Alpi Marittime; è l´anno del greco; Ovidio, le Metamorfosi; dopo l´ Iliade, Eneide. In quinta, il secondo libro della stessa, testo latino ("Conticuere omnes, intentique ora tenebant": Enea racconta come sia finita Troia), e Gerusalemme liberata. Non vigono privilegi classisti: a pari talento, i figli dei contadini o piccoli bottegai riescono bene, più impegnati degli enfants gâtés, né costituisce un handicap l´uso domestico del dialetto; semmai l´italiano imparato suona meglio. L´humanitas sviluppa quadri mentali d´alto rendimento: al Politecnico chi viene dalla maturità classica risente d´un deficit matematico, poi però rimonta i provenienti dal liceo scientifico; quante volte l´ho sentito dire. La sintassi discrimina chi pensa meno bene ed emette fumi verbali.
I cinque anni finiscono nel maggio 1944: poco dopo, la macabra repubblichina mussoliniana veste tre giorni a lutto, essendo caduta Roma; gli Alleati sbarcano in Normandia; la fine pare prossima, invece passeranno ancora 11 mesi. Lo squadrista homme de lettres cattolico Bottai, ex boiardo onniloquente, adesso acquattato nella Legione Straniera, voleva una scuola che riempisse l´intero spazio psichico secondo i modelli del regime (nome santo, allora). S´illudeva: latino e greco iniettano agli scolari razionalità, rigore, economia verbale, discorso pulito, pensiero laico; nessuno piglia sul serio i riti pseudoguerreschi del sabato; l´opzione antifascista risulta naturale nel climaterio 1943... Autunno 1944, ultimo della guerra. Siamo liceali: e liceo significa filosofia greca; Ulisse evoca i morti, XI Libro dell´Odissea; egloghe virgiliane; Tacito, De vita Iulii Agricolae, disseca le perversioni conformistiche in una lingua ostica alle anime morte; coltiviamo le storie, letteraria, politica, dell´arte, e l´Inferno; equazioni, teoremi, botanica, zoologia. Annus mirabilis d´avventure intellettuali. In sei mesi, approfittando della congiuntura, mi svolgo i programmi della seconda: dal Rinascimento a Kant; scalo la montagna del Purgatorio; Georgiche, Odi oraziane e relativa metrica, lirica greca, Demostene contro i filomacedoni. La guerra è finita da poche settimane quando salto in terza. Ormai sono un rentier fannullone: l´ultimo anno se ne va in passatempi poco seri, inclusa un´effimera fortuna politica perché i socialisti m´hanno promosso sul campo oratorio, ma gli abiti acquisiti restano: le ruote dell´italiano, latino, greco girano da sole; e lo storico della filosofia, benevolo, mi considera suo interlocutore. Primavera 1946, l´Italia è ancora una monarchia impersonata dal Luogotenente: riappare l´esame di maturità; sospeso dall´anteguerra, vive nelle iperboli della memoria collettiva; fatica erculea, dicono, notti bianche, studio matto. L´adoucissement è che la materia triennale non vada intesa nei particolari minimi e abbiamo esaminatori locali, esclusi gli autori dello scrutinio, dove pagavo l´anno prodigo con l´8 in scienze naturali, un punto meno del futuro ministro democristiano, studioso, bienséant, fine letterato.
Sei settimane rabberciano molte lacune. Gli scritti partono male, con un tema su Manzoni, del quale non so niente, tanta antipatia m´avevano ispirato "Ei fu. Siccome immobile", ecc. e un paio d´Inni sacri inghiottiti nelle elementari: l´altro è una massima mazziniana; faute de mieux, sudo fredde e secche riflessioni, mentre l´antagonista vola nei Promessi sposi. Sono in ballo le simboliche mille lire del premio intitolato ad Alice Schanzer Galimberti, cattedratica anglista, madre dell´eroe partigiano: dall´anteguerra il preside lo consegna davanti alle classi nell´incipiente anno scolastico; insegnava scienze naturali, vecchio signore colto e solitario; stringeva il cuore vederlo nell´orbace coatta del carnevale fascista. Quando me lo consegna, ottobre 1946, sto già a bottega da un avvocato. Ha rotto lui l´ex aequo col futuro ministro invertendo quei due voti. Così ricordo la maturità: giocavo con delle perle, di vetro, commentano epuloni sogghignanti; vero, nelle mercuriali del successo è arte povera ma viene utile se, navigando sulla sintassi, uno esce onorevolmente incolume dalle tempeste del praticismo gaglioffo.
I celebri versetti della "Gita", che possiamo considerare il Vangelo amatissimo dell'induismo, non lasciano dubbi sull'affermazione dell'"essere" e possono rappresentare il fondamento di ogni riflessione in prospettiva hindu sulla nascita e, più precisamente, sulla relazione fra "spirito" e "corpo" in rapporto all'evento della nascita. Lo spirito (atman in sanscrito, il Sé profondo e reale), in quanto "essere" per eccellenza, è sempre esistito e sempre esisterà: in altre parole non ha origine (né fine), è eterno e non solo immortale. La convinzione segna qui fra induismo e cristianesimo una differenza profonda e non colmabile: l'idea "della creazione ad hoc dell'anima nell'istante preciso" (G.G. Filippi) del concepimento è assolutamente esclusa a occhi hindu proprio in forza dell'esperienza dell'"essere" testimoniata dalla "Gita" e condivisa sostanzialmente da tutte le grandi religioni sorte in India salvo il buddhismo. Un'esperienza dell' "essere" che si afferma in assoluta autonomia da ogni intervento o presenza divina.
Essa decongestiona alla radice l'intero atteggiamento hindu verso la nascita, o meglio verso il ciclo nascita-morte: l'atman, unico soggetto autentico nell'uomo, non è sottoposto al ciclo stesso, ma "è", eternamente, immutabilmente. E in generale, secondo le filosofie hindu più diffuse, è già costituito di conoscenza, piena e inalterabile: in se stesso non è perciò sottoposto a colpe, cadute, possibili risalite o salvazioni. Proprio a questo punto, sorge tuttavia un quesito gigantesco: se questa è la premessa, che relazione c'è fra l'atman e la materia, il corpo, il mondo umano, la manifestazione in generale? Chi ha un poco presente la caratteristica concezione indiana del barman e del ciclo delle rinascite, per cui le azioni compiute in una vita provocano la rinascita (migliore o peggiore) in vite future, si chiederà anche: come può l'atman eterno e immutabile essere soggetto infinite volte a rinascite e rimorti in forme diverse, non tutte necessariamente umane?
Le risposte qui non sono univoche, ma tutte influiscono - forse inaspettatamente - sulla concezione di nascita prima adombrata e la modificano. Per una delle filosofie più diffuse, anche la materia, la natura, è reale ed eterna non meno dell'atman; si tratta del samkhya che proclama una metafisica dualistica molto simile a quella di Cartesio, e incappa necessariamente nelle stesse difficoltà: se i due princìpi, anima e corpo per dirla alla occidentale, sono autonomi ab origine, come si mescolano (almeno apparentemente) nell'essere umano? L'orizzonte da tenere presente è sempre quello del barman e del ciclo delle rinascite: ciascuno essere umano è costituito da un atman, da un sé reale compiuto e non soggetto a mutamenti, come si è detto; esso è impersonale di per sé, ma connettendosi con la materia, riflettendosi nella materia che prepotentemente reclama la distinzione di personalità separate, "appare come l'ego, il quale sperimenta tutti i nostri stati, piacere e dolore inclusi" (S. Radhakrishnan). Questo ego è detto jiva, "sé empirico", ed è propriamente il titolare - se così possiamo esprimerci - del barman e delle rinascite. In questo ciclo, sorto inspiegabilmente dall'ignoranza e foriero di dolori infiniti, il sé empirico non può non reincarnarsi, allo scopo di avanzare (possibilmente) verso la liberazione; e questa si raggiunge con il riconoscimento e con l'esperienza dell'assoluta autonomia di atman e materia. E' quindi proprio il jiva che, all'atto del concepimento, si installa come "principio astratto individuale" (Filippi), in altre parole come sé empirico, come personalità o ego distinto, nella materia che secondo l'embriologia indiana antica è fornita dalla mescolanza di seme maschile e sangue femminile (ovvero, secondo altre concezioni, dal solo seme maschile di cui l'utero rappresenta il ricettacolo). Da questo momento l'unione è inscindibile, ma non è, ripetiamo, l'unione dello spirito eterno con la materia corporea.
E tuttavia quella vita che comincia a svilupparsi e articolarsi passando - secondo l'embriologia tradizionale, molto sviluppata da questo punto di vista - dallo stadio di embrione a quello di feto fra il terzo e il quarto mese di gravidanza, è circondata da attenzione e affetto straordinari. Innanzi tutto, i passaggi principali di questo processo sono segnati da riti precisi, che ne sottolineano la sacralità: anzi, il momento stesso precedente un accoppiamento che si presume fecondo è sacralizzato da un rito particolare fra i coniugi inteso a creare una corrente di influssi positivi. Il rito successivo sarà celebrato ai primi movimenti del nascituro, allo scopo di tenere lontani i demoni dell'aborto; mentre intorno al sesto mese ha luogo il rito della "partizione della chioma": il marito, usando un pettine di aculei di porcospino dalla punta bianca, divide a metà da due bande i capelli della sposa e strofina la scriminatura con polvere rossa; il simbolico canale allude alla definitiva disposizione della donna a partorire e sarà ripetuto in ogni giorno della sua vita futura. Altri riti precedono il parto, perché avvenga nel momento più propizio al termine della gravidanza (dieci mesi lunari), mentre il nuovo nato sarà poi accolto con cerimonie adeguate di grande intensità.
E' implicito in tutta questa cura religiosa che l'aborto sia visto come una grave minaccia, e come un grave crimine se procurato intenzionalmente, soprattutto dopo che lo sviluppo intrauterino ha raggiunto lo stadio di feto. Ma anche prima, visto che l'uccisione di un embrione (più tollerata sul piano concreto) è annoverata in linea di principio fra le colpe più gravi fin da Atharvaveda VI, 113, 2 e da Kaushitakyupanishad III, 1, che la dichiara equivalente all'uccisione di padre e madre!
Questo dato di fatto, se esaminato freddamente e dall'esterno, non può non apparire contraddittorio: nella relazione fra materia e "Sé profondo" o spirito (atman), quest'ultimo non è mai realmente coinvolto, ma dimora intatto nella sua eterna e inalterabile essenza; la natura d'altra parte, che secondo la visione indiana forma evolvendosi non solo la realtà corporea, ma anche quella psichica, affettiva e intellettuale, è a sua volta sostanziale, eterna e inalterabile. L'esistenza umana, per di più, non è affatto considerata una condizione perfetta e foriera di realizzazione, ma si ritiene insorta ab origine dall'ignoranza e foriera inevitabilmente di dolore: perché allora circondare la nascita, e il processo che la prepara, con tanta attenzione e partecipazione? Sul piano strettamente logico, tutto questo non ha senso.
Ma la soluzione all'antinomia c'è, naturalmente, anzi, vi sono diversi fattori che concorrono a formarla. Innanzi tutto la necessità, religiosamente ferrea, di discendenza maschile che perpetui i riti dovuti agli antenati; in secondo luogo quella che è stata chiamata l'"Indian obsession with procreation": strettamente connessa con la prima motivazione, essa rappresenta anche in se stessa una forza potentissima, che riflette forse la radicale, contraddittoria passione della civiltà indiana per i sensi e la vita.
Ma vi è un terzo fattore, a mio vedere, più profondo e segreto, che rappresenta uno degli scarti di piano mirabili (di cui ogni grande religione è capace) tendenti a superare la logica per valorizzare evidenze e aspirazioni interiori profonde e, in definitiva, per dare voce nella sua purezza al senso religioso della vita che precede ogni forma religiosa: la condizione umana è fragile - si è detto -, immersa nell'ignoranza e nell'illusione, votata alla sofferenza. Perciò niente affatto desiderabile, ma anzi da dissolvere il più rapidamente possibile. Essa è tuttavia l'unica a offrire la facoltà di superamento nella conoscenza e di autoliberazione. Su questo l'induismo non ha dubbio alcuno: per la visione filosofica, largamente condivisa, che abbiamo seguito, nemmeno gli dèi hanno la facoltà di elevarsi e di salvarsi; è vero che riposano in uno stato scevro da dolori e dal rischio di rinascite in condizioni infelici, ma la gioia ultima dell'estinzione del samara, della meraviglia nella contemplazione della propria natura eterna e del riassorbimento nell'Assoluto è preclusa anche a loro. Essa rimane retaggio e destino - esclusivo - dell'essere umano. La condizione dell'uomo, in questa prospettiva, appare unica e sacra: il limite è, al tempo stesso, il mezzo del superamento del limite e il terreno dove questa grande sfida è giocata. Perciò la sua discesa nel mondo dev'essere attesa e preparata con infinita delicatezza a attenzione... di cui c'è spesso ben poca traccia nelle posizioni di confessioni dogmaticamente molto più altisonanti e perentorie.
Che idea abbiamo di Mozart? A duecento cinquant´anni dalla nascita, il più grande musicista e forse artista d´ogni tempo rimane un mistero. Nonostante le infinite indagini letterarie e la sterminata saggistica, non sappiamo ancora come è morto né come è davvero vissuto. L´immagine più popolare di Mozart è quella di un piccolo uomo che ospita un grande genio. E´ l´Amadeus che ha trionfato nei teatri e nelle sale cinematografiche degli anni Ottanta, il protagonista della commedia di Peter Shaffer poi tradotta in film da Milos Forman nel 1984. Un successo travolgente che si è fondato su due espedienti narrativi. Anzitutto il delitto "giallo": l´avvelenamento di Mozart da parte del collega e amico Antonio Salieri, ossessionato dalla gelosia. Una versione di fantasia che aveva cominciato a circolare già nella Vienna del primo Ottocento, incoraggiata dalla vedova di Mozart (assai ingiusta col povero Salieri), e che Puskin già nel 1830 aveva ripreso in Mozart e Salieri. L´ipotesi del giovane genio braccato e ucciso dalla mediocrità era tanto piaciuta al romanticismo da resistere fino ai nostri giorni, al trionfo hollywoodiano di Amadeus rock star.
L´altro elemento, psicologicamente più sottile, del successo di Amadeus è la raffigurazione di Mozart come genio inconsapevole, ignorante e volgare nella vita quanto sommo nell´arte. Un eterno fanciullo che gioca a capriole con Costanze prima di esibirsi davanti all´imperatore, verga di continuo oscenità alla cuginetta carina, si ubriaca nelle bettole austriache e soltanto negli intervalli fra un´idiozia e l´altra trova miracolosamente il modo di comporre capolavori immortali, sia pure in stato semi ipnotico, come posseduto da un dàimon, toccato da un dono sovrannaturale. Una versione a tratti caricaturale che nella commedia e nel film serve a dar forza al paradossale conflitto fra l´ometto "amato da Dio" (Amadeus) e il suo Caino, Salieri, intelligentissimo ma senza talento. Ma a parte le forzature da kolossal, l´immagine corrisponde a un´idea di Mozart accreditata perfino da grandi scrittori come Stendhal e musicologi di altissimo livello come il nostro Massimo Mila.
Ora un libro di una studiosa italiana rovescia il cliché. Fin dal titolo (Mozart massone e rivoluzionario) e per cinquecento dense pagine la musicologa Lidia Bramani ci porta alla scoperta di un altro Amadeus (Bruno Mondadori, euro 28). Era del resto mai possibile che il trentenne pargolo di Shaffer fosse davvero l´autore di Don Giovanni e del Requiem? Il Mozart rivelato dalla ricerca è un genio tutt´altro che inconsapevole, un uomo immerso nel secolo dei Lumi, una mente potente che nella sua arte infonde, come Leonardo o Shakespeare, una profonda e meravigliosa filosofia.
Il modo di procedere dell´autrice è acuto e inesorabile. Non si tratta di rivelare chissà quali fonti o epistolari segreti. Quello che Lidia Bramani ha fatto, in un decennio di lavoro, è di leggere con altro sguardo i segnali che erano sotto gli occhi di tutti e che Mozart ha sparso per tutta la sua opera, fra le centinaia di lettere a parenti e amici.
Infantile, egotico, isolato? Il genio che compone rinchiuso nella sua stanza viennese, indifferente al mondo, mentre Costanze cinguetta in salotto, cede il passo a un personaggio molto più complesso e ricco. Cosmopolita (parla cinque lingue), vorace lettore, profondo conoscitore di Shakespeare, curioso d´ogni campo del sapere, dalla legge alla medicina, dalla politica alla filosofia.
Massone e rivoluzionario, oppure massone perché rivoluzionario. La massoneria del Settecento, alla quale Mozart è introdotto dal padre Leopold, non è uno strumento di potere ma di conoscenza. Una vera culla del pensiero rivoluzionario, dove maturano le figure di Franklin e Washington, fino al generale Lafayette. Sono massoni i primi comunisti, gli Illuminati di Baviera, con i quali Mozart rimane in contatto fino alla morte, nonostante la messa al bando imperiale e le persecuzioni poliziesche. Il credo massonico è per Mozart una fonte d´ispirazione artistica e veicolo di una cerchia di relazioni intellettuali e amicali con le migliori menti dell´Austria giuseppina. Per esempio il filosofo Oetinger, il socialista Ziegenhagen e i poeti e radicali Wieland e Blumauer.
Spicca fra i fratelli di culto il grande medico viennese Anton Mesmer, cui Mozart è talmente amico e devoto da farne un personaggio risolutivo in Così fan tutte. Mesmer è famoso come inventore del "magnetismo animale" ed è stato a lungo considerato una specie di moderno per quanto geniale stregone. Ma è stato in realtà un pioniere della medicina moderna, ha rovesciato il rapporto medico-paziente, inaugurando un pensiero critico che avrebbe portato agli sviluppi della psicanalisi di Freud e Jung.
Altrettanto intenso e significativo è il rapporto di Mozart con il maestro massone Joseph von Sonnenfels, insigne giurista, vero autore della riforma che abolì per prima in Europa la tortura, teorico ancor prima di Beccaria dell´inutilità e della barbarie della pena di morte.
Oltre alla ricerca biografica e allo squarcio storico di vita intellettuale nell´epoca rivoluzionaria, Mozart massone e rivoluzionario offre una migliore lettura dell´opera ed è questo naturalmente il merito maggiore. Nella leggenda mozartiana era compresa l´idea che il compositore fosse troppo preso dalla musica e troppo poco letterato per considerare i testi. Al contrario, dedicava uno scrupolo infinito alla scelta dei libretti, fino a scartarne centinaia prima di giungere al testo definitivo. Ed è un limite della critica l´aver costantemente sottovalutato quello che il genio di Mozart voleva esprimere anche con le trame e le parole.
La seconda parte del saggio è una confutazione dei molti e a volte geniali fraintendimenti delle grandi opere mozartiane, da Le Nozze di Figaro a Zauberflote. A cominciare dall´ipotesi, mitizzata dal celebre saggio di Soeren Kierkagaard, che con Don Giovanni l´autore avesse voluto dipingere un eroe della trasgressione. Quando la condanna morale è inequivocabile, nel testo quanto nell´uso drammaturgico della musica. Ben lontano dall´essere il Prometeo dell´erotismo della lettura romantica, il Don Giovanni incarna una "spaventevole negazione della vitalità". E´ un parassita aristocratico dedito all´inganno e al narcisismo, un finto trasgressore che si diverte a infrangere le regole senza tuttavia mai metterle in discussione. In questo, secondo una brillante lettura critica, fratello del più nero dei personaggi di Molière, Tartufo.
Un equivoco ancora più inspiegabile ha circondato a lungo Così fan tutte, considerata l´opera meno felice della trilogia di Lorenzo Da Ponte, la più leggera e incongrua. Lidia Bramani, che ne ha curato una memorabile edizione diretta da Claudio Abbado, la considera una specie di manifesto di una nuova morale sessuale che prefigura Le affinità elettive di Goethe. Il bellissimo gioco dell´autrice si applica pure alla lettura della Clemenza di Tito come "inno alla tolleranza" e al Flauto Magico come testamento di una profonda e allegra filosofia dei rapporti umani. Dove i simboli e i principi massonici, le suggestioni alchemiche, l´orientalismo, confluiscono per vie originali in una visione rivoluzionaria, nello spirito dell´epoca. Ma con una capacità quasi profetica di trascendere le ideologie del tempo per arrivare a un pensiero libertario di molto successivo, in un certo senso già postmoderno. Tanto da suggerire all´autrice una brillante digressione sulla contemporaneità dei personaggi mozartiani, un divertente paralellismo fra la massoneria settecentesca e la New Age, volendo stare al gioco: un viaggio da Papageno dritto fino a Harry Potter.
Alla fine del libro il mistero di Mozart non è del tutto rivelato e non sarebbe possibile. Ma, svaporato il facile fascino del piccolo Amadeus, rimane l´interrogativo su come si sia potuto ignorare nei secoli tanto materiale sulla vita e le idee del vero Mozart. Certo era il suo stesso sublime modo d´alternare tragedia e buffonerie a spiazzare i biografi. Nei giorni in cui, già molto malato, sta componendo in contemporanea il Requiem, la Clemenza di Tito e le arie comiche del Flauto Magico, scrive una lettera straziante a Da Ponte, nella perfetta coscienza della morte precoce: "Lo sento a quel che provo che l´ora suona; sono in procinto di morire e ho finito prima di aver goduto del mio talento". E subito dopo scrive alla moglie Costanze un messaggio esilarante, in cui la incita a torturare l´allievo Sussmayr: "Meglio dargli troppi che troppo pochi colpi".
Oppure chissà, forse l´artista era già troppo grande perché si potesse accettare che lo fosse anche l´uomo. Uno che aveva capito tutto del suo tempo e della vita, prima di lasciarla a soli 35 anni. Nella società dell´invidia partorita proprio dalle rivoluzioni settecentesche, alla fine si capisce che il vero, inconfessabile eroe sia diventato il musicista di corte Antonio Salieri.