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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 19 giugno 2005



Cristianismo la strana Italia dei teocon
Francesco Merlo su
la Repubblica 17 giugno

Pensavamo di esserci liberati dell´anticlericalismo, della volgarità applicata ai simboli religiosi, del dileggio di chi presume di rappresentare Dio nella politica, ma non avevamo fatto i conti con la carnevalata degli atei bigotti "neocristianisti", con il Te Deum di Baget Bozzo, con le processioni e i rosari di ringraziamento, con un estremismo mascherato di moderatismo, con le celebrazioni di una presunta "rivolta di popolo" contro la secolarizzazione, con l´esproprio politico di una vittoria che rimane poco intelligibile, ancorata tanto all´Italia minoritaria di Radio Maria e dei pellegrinaggi a Loreto quanto alla vecchia sostanza del nostro vizio nazionale, il mai vinto "me ne frego".
Ed è ovvio che adesso l´anticlericalismo sia la tentazione degli sconfitti, che Pannella lo proclami come valore, perché alla spocchia di chi si pone dentro la politica come il Verbo sarebbe facile rispondere con le pernacchie, con la disobbedienza, con la battaglia per rivedere il Concordato, con la contro-arroganza, con la vecchia idea che dal Concilio di Trento ai nostri giorni qualsiasi miglioramento avvenuto nella Chiesa è da ascriversi al merito dei suoi nemici, con gli slogan grotteschi di un mondo sepolto: "Con le budella dell´ultimo Papa / impiccheremo l´ultimo re". Il liberale ma iperlaicista Bertrand Russell nel 1954 profetizzava: "Quando in Occidente prevarrà l´opinione che il cristianesimo è essenziale alla virtù e alla stabilità sociale, esso riacquisterà i difetti che aveva nel medioevo".
Insomma, verrebbe voglia di cadere nella trappola anticlericale. E invece bisogna distinguere i valori dai pregiudizi, smontare questi ultimi, contrapporre valori a valori.
Il referendum è stato perso anche perché la sinistra era distratta dalle dinamiche di primazia leaderistica, con un profilo rissoso e confuso: a Bologna era più importante dimostrare il "tradimento" di Cofferati, Prodi si è rifugiato a Creta per studiare le mosse contro Rutelli, nel Sud anche i preti solitamente eliocentrici questa volta erano tolemaici. Nel mezzogiorno la battaglia laica per i valori della scienza è stata lasciata alle bandiere rosse di Rifondazione, che è il gruppo più antiscientifico e più ideologico. I raduni e i dibattiti sono stati invasi da femministe invecchiate che hanno riproposto linguaggi stereotipati e irritanti in un patetico revival degli anni settanta. L´embrione, i gameti e gli ovuli fecondati sono finiti nelle kermesse canore di piazza, con tutto il loro armamentario di automatismi senza creatività e leggerezza, senza un reale impegno sui valori alti del pensiero laico, che è materia sofisticata e difficile, continua messa in discussione di se stessi.
La cultura di sinistra, nei suoi anni postcomunisti, ha sinora prodotto il giustizialismo, il moralismo, la subordinazione all´etica dell´economia e della politica, lo statalismo e l´ assistenzialismo. Non c´è nulla dei valori fondanti della società contemporanea che ruotano tutti attorno all´individuo, ai diritti civili, alla nostra identità nazionale che non è data dall´ecumenismo cattolico ma dal pensiero liberale di Cavour, di Croce, di Einaudi, dall´iperindividualismo umanistico di Dante e Machiavelli, da un cristianesimo ghibellino che sa anche vedere nel Papa un intralcio alla propria fede e ai propri progetti temporali: lo Scettro è lo Scettro e la Tiara è la Tiara. La sinistra è una Pompei di valori ottocenteschi e, pur con atteggiamento vagamente scientista, ha ancora una formazione da Frattocchie. Ha detto a Repubblica Umberto Veronesi: "La scienza in Italia ha un deficit culturale molto radicato" e "noi scienziati non abbiamo nessuna tradizione nell´arte della convinzione e del reclutamento, non sappiamo usare le parole giuste a formare la pubblica opinione, non abbiamo chiese, altari, confessionali" e, aggiungiamo noi, sezioni di partito. "La scienza non può pretendere il consenso senza dialogo". Dall´altra parte c´era una pur discutibile concezione della vita e della morte, che ha tagliato il traguardo del referendum sopra un asino. Per far fronte all´eruzione lavica del conformismo travestito da parola di Dio, alla fine si sono generosamente spesi l´eterno Pannella, l´indomabile Bonino, e il sempre più bravo e pacato Fassino.
In questo deserto è stata abbandonata l´Italia cristiana che pensa che la scienza sia un attributo di Dio e non il faustismo demoniaco che gioca con Frankenstein, un´Italia secolarizzata che viene accusata dai teocon d´essere "invertebrata" e "scristianizzata" e che invece è laica e responsabile, né anticlericale né clericale di complemento. Questa Italia cristiana, che non è andata al voto, non somiglia né a Faust né a Radio Maria ma non somiglia neppure alla sinistra. Contro la sinistra, si è astenuta. Ma contro la destra oggi non celebra la propria astensione come una vittoria sui valori laici e sulla secolarizzazione, vale a dire una vittoria su se stessa, ma la contempla impotente come nella Melanconia di Dürer, lo scorno per la banalizzazione di Cristo che faceva miracoli scientifici, ridando la vita ai morti e moltiplicando la ricchezza per i poveri, un Cristo scienziato e quindi misericordioso. Duemila anni fa Cristo faceva miracoli, duemila anni dopo Cristo fa scienza. Ma il problema è sempre lo stesso: ridurre la sofferenza degli individui.
Nelle guerre di una volta vinceva l´esercito che si posizionava con il sole alle spalle. Ebbene, gli attivisti dell´astensione, con il sole alle spalle, sono riusciti ad annettersi anche quest´Italia cristiana secolarizzata, alla quale i laici e la sinistra non sanno parlare. E si sono ancorati alla miseria dell´indifferenza, al dato inerziale di chi non si interessa o non capisce o volta le spalle alla complessità e non vota. I pensatori neoclericali hanno lavorato indisturbati sulla parte più gaglioffa di noi, spacciandola per finissima scienza teologale, raffinatissima alchimia aristotelica: la resurrezione di Sant´Agostino contro la provetta. E ora descrivono un´Italia a loro immagine e somiglianza, un´Italia popolata di milioni di Pera, di Ferrara e di Socci: di pentiti del dubbio metodologico e di ex sofferenti di incertezza; di orfani del sole comunista, ancora persi nel buio a mezzogiorno; di spiritati sedotti dalle ingenuità del catechismo come categorie epistemologiche per schiavardare la secolarizzazione. Almeno Socci ha il merito di predicare un´etica politica basata sulla teologia, mentre Pera e Ferrara predicano una teologia basata sulla propria etica politica, e adesso litigano pure tra di loro. E´ il destino maccheronico degli atei devoti: antea sodali, id est "culo e camicia", post festum inimicissimi disputatores summa cum scientia "de ciccia et pugna". Ma tra i falsi valori degli attivisti dell´astensione il più falso di tutti è il moderatismo. Ed è il valore che bisogna subito strappar loro di mano, in campo aperto, giorno dopo giorno. Se la moderazione è eleganza, sobrietà e misura, non è certo pratica da moderati il nominare invano il nome di Dio, peccato di estremismo oltre che violazione del comandamento, cafonaggine prima ancora che bestemmia. L´idea di legiferare in nome di Dio non è mai stata idea moderata, come ora dimostrano gli spasmi isterici dei neoclericali; la presunzione di Buttiglione e La Loggia di rappresentare, nientemeno, il 75 per cento degli italiani; l´idea di reclutare nel Partito Unico del Catechismo tre quarti di Italia; l´intolleranza vaticana verso i dissidenti come don Gallo a Genova o come padre Rodolfo Zecchino, sospeso dall´insegnamento dal vescovo di Verona. E sono segnali orribili la voglia di cacciare Fini dal suo partito e quella di punire Stefania Prestigiacomo, ridotti ad incarnare una destra moderna ma impossibile.
A questa intolleranza estremista, che nella Chiesa di Benedetto XVI sta assumendo la rigidità e lo schematismo della "Lettera tedesca" contro la dolcezza dello "Spirito italiano", va contrapposto il valore moderato della nostra tolleranza caritatevole, della classicità greca e non di Odino, l´allegro e colorato Olimpo al posto della Walhalla wagneriana così simile al paradiso mussulmano "all´ombra della spada". La nostra tolleranza è valore laico, politeistico, prezioso e antico quanto l´insondabilità del mistero della vita. Non c´è all´orizzonte postreferendario nessun valore moderato, c´è la commedia degli equivoci dell´etica, la tristezza di vedere clericali e anticlericali di nuovo in lotta, la brutta convinzione che se nel 1633 ci fosse stato un referendum su Galileo, il popolo italiano, chiamato a votare sull´eliocentrismo, avrebbe dato ragione alla chiesa tolemaica e geocentrica. Una parte, confusa dall´astronomia "onnipotente", si sarebbe astenuta dal pensare per non dover confliggere con le proprie convinzioni religiose, e un´altra parte si sarebbe astenuta per dedicarsi ai passatempi. Alla fine i Ruini d´epoca avrebbero celebrato la vittoria di Dio contro gli eretici, il trionfo dei Ferrara riconvertiti, dei santi Socci e Pera, con i loro pregiudizi che solo il rinascente anticlericalismo potrebbe trasformare in valori.


L'Ulivo va in pensione
Fabrizio Rondolino su
La Stampa 17 giugno

Il progetto dell'Ulivo resta tutto intero, è soltanto proiettato su una prospettiva un po' meno immediata...", spiega impassibile il portavoce di Romano Prodi al termine di una giornata di incontri e telefonate culminata nella rinuncia alla lista unitaria da parte del Professore. Il quale dunque accetta - né potrebbe fare altrimenti - le decisioni della Margherita, piega il capo alla volontà dei partiti, rinvia sine die la costituzione del "partito riformista" e mette la parola fine all'esperienza e ancor più all'utopia ulivista. Da ieri sera, dunque, il centro-sinistra torna a scriversi col trattino, perché è un'alleanza elettorale fra partiti diversi e non, come fortissimamente voluto da Prodi, l'embrione di un partito nuovo, unitario e, ça va sans dire, prodiano.
Nato fra Bologna e Roma, fra piazza del Gesù e Botteghe Oscure, nei mesi in cui il primo governo Berlusconi andava sfarinandosi e Bossi si preparava al "ribaltone", l'Ulivo ha diversi padri putativi, almeno quante sono le identità culturali e le strategie politiche dei partiti e dei movimenti che vi hanno dato vita. Romano Prodi - il professore di economia, l'ex presidente dell'Iri, il cattolico democratico portato alla politica da De Mita - parve allora il leader ideale della nuova alleanza, sia a D'Alema e a Veltroni (il primo segretario del Pds, il secondo direttore dell'"Unità"), sia alla maggioranza del Partito popolare, raccolta intorno a Gerardo Bianco, Marini e De Mita, che proprio sulla scelta dell'alleanza a sinistra aveva subìto la scissione di Buttiglione. Prodi insomma arriva dopo: o, per meglio dire, incontra ad un certo punto della sua strada, condotto per mano da Beniamino Andreatta, gli eredi della Dc e del Pci che gli offrono la leadership del centrosinistra.
Si capisce già dal racconto delle sue origini come l'Ulivo - il nome venne un anno dopo, e fu subito un successo di marketing - contenga al proprio interno una dicotomia insuperabile. Da un lato, c'è chi l'ha immaginato e voluto come un'alleanza fra partiti rigorosamente autonomi, giustificata di volta in volta come necessità imposta dalla legge elettorale maggioritaria (che consentì a Berlusconi di vincere e quasi cancellò il Ppi), oppure come coronamento della politica di solidarietà nazionale e inveramento della "terza fase" morotea. Dall'altro lato, c'è invece chi ha visto nell'Ulivo un fenomeno qualitativamente nuovo, capace di andare oltre le appartenenze e le identità culturali per forgiare un nuovo soggetto politico, né (post)comunista né (post)democristiano ma "democratico". Proprio quell'aggettivo così amato da Prodi (che chiamerà "I Democratici" il suo partitino poi confluito nella Margherita) e da Veltroni divenne però la pietra dello scandalo: perché se agli "ulivisti" piaceva perché indicava un superamento delle tradizioni e una fusione di culture politiche, ai "partitisti" faceva orrore perché liquidava cent'anni di storia.
Lo scontro fra le due anime della coalizione ebbe picchi di inusitata violenza - per esempio quando D'Alema ironizzò su un "Ulivo mondiale" da fare insieme a Kohl o quando, al seminario ulivista di Gargonza, spiegò senza mezzi termini che la politica è fatta di partiti - e momenti di bonaccia. Come tutte le battaglie ideali, nascondeva anche un robusto scontro di potere: da una parte il tandem Prodi-Veltroni (e dunque il governo), che spesso s'appoggiò a Bertinotti in un gioco di sponda poi rivelatosi fatale, e dall'altra l'asse Marini-D'Alema (e dunque i partiti della maggioranza). Lo scontro, come sappiamo, si risolse temporaneamente a favore dei "partitisti", e il governo D'Alema - giudicato da Prodi frutto di un complotto - si presentò esplicitamente in Parlamento come "governo di coalizione". La caduta di D'Alema, nemmeno due anni dopo, fu da molti imputata ad un'insorgenza ulivista, il cui trasversalismo già in passato aveva aiutato Prodi. Al quale, va ricordato, non è mai venuto meno il consenso e l'appoggio dei partiti minori della coalizione, legittimamente timorosi dell'egemonia dei maggiori.
Gli anni sono passati, Prodi è tornato da Bruxelles intenzionato a guidare nuovamente il centrosinistra, ma i termini della discussione sono più o meno rimasti gli stessi. Prodi voleva la lista unitaria per gettare le fondamenta del "suo" partito unico; Rutelli invece ha difeso - come D'Alema un tempo, per paradossale che ciò possa suonare - l'autonomia della Margherita, e dunque dei partiti in quanto tali. Hanno vinto i partiti, e l'Ulivo se ne va in pensione per sempre.


Il Paese immobile rinchiuso nella sua Casa
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 19 giugno

Siamo un paese immobile. O meglio: immobiliare. Visto che il reddito delle famiglie deve molto alla casa. Circa otto famiglie su dieci sono proprietarie dell´abitazione in cui vivono. Il 15% ne possiede almeno un´altra. La casa è fonte di sicurezza. Protezione. Altrimenti non si capisce come potrebbero, molte famiglie, finire il mese con lo stipendio di cui dispongono. Se dovessero, appunto, pagare un canone d´affitto. La casa è "investimento" per i figli. Patrimonio trasferibile. Per i giovani, nel futuro, è fonte di reddito integrativo (anch´essi non pagheranno l´affitto, domani). E "capitale" che si apprezza costantemente. Perché il valore delle abitazioni è cresciuto e continua a crescere in modo smisurato. La casa è il porto, per i giovani. Che navigano e navigano lontano. Viaggiano. Ma poi tornano. Puntualmente. Cambiano la valigia e ripartono. Per motivi di studio o di lavoro. Oppure per fare esperienza. Ma restano legati alla loro famiglia, sempre più a lungo, fino a 30-35 anni.
Giovani per forza. Se ne andranno di casa quando avranno trovato un impiego che li soddisfa, quando troveranno una compagna o un compagno con cui condividere il rischio della vita. Dunque il più tardi possibile. Quando i genitori daranno loro una casa.
La casa. E´ il fattore che ha garantito, negli ultimi anni, la crescita del reddito delle famiglie (come ha mostrato un recente rapporto del Censis). Perché, nonostante quasi tutti abbiano un´abitazione, si continua a costruire e a comprare. Per tutelare il reddito. Per incrementarlo.
Tra i principali fattori di "arricchimento", negli ultimi anni (come ricordano Dario Di Vico ed Emiliano Fittipaldi, in "Profondo Italia", edito da Rizzoli), c´è, infatti, la rendita da affitto. Che, dopo la liberalizzazione delle locazioni, è divenuta vantaggiosa, da rischiosa qual era. Soprattutto se si dispone di immobili in città universitarie (e in ogni villaggio, ormai, si apre un corso di laurea). Affittare un appartamento a uno studente (ma anche a un immigrato) corrisponde a uno stipendio.
Certo, non tutti possono comprare case. Per cui il reddito si sta ridistribuendo in modo ineguale. A sfavore dei redditi da lavoro dipendente. E, comunque, molti di coloro che acquistano la casa lo fanno accendendo un mutuo. Un prestito. (Quattro su dieci tra chi vive in una casa di proprietà, secondo una recente indagine Demos per l´Osservatorio sul Nordest). Per cui la casa alimenta, in modo cospicuo e continuo, i flussi finanziari che legano le famiglie alle banche e al credito. Sono come i Bot e i Cct. Sopravvissuti al loro declino. E come i Bot e i Cct costituiscono un segnale, inequivoco, che il sistema economico stagna. In altri termini: riflettono (e alimentano) la narcosi sociale dello spirito di "mercato".
Un paese immobiliare: dove i costruttori accumulano grandi ricchezze, che reinvestono nella finanza e nell´informazione. Un´economia sociale fondata sulla "casa", dominata dagli "immobili", che tende a riprodurre una società "immobile". Anche letteralmente: dal punto di vista della residenza. Chi ha una casa, normalmente, progetta di trasmetterne la proprietà ai figli. Nella speranza (non infondata) che un giorno gli subentrino. E chi acquista (o costruisce) un´abitazione per i figli si preoccupa che non sia troppo lontana. Per mantenere saldi i legami di reciprocità. Affettivi, solidali e utilitaristi. Non per altro, otto persone su dieci, in Italia, hanno un parente stretto - figli, fratelli/sorelle, genitori - che abita nello stesso comune (Indagine Demos-Eurisko, ottobre 2004). Altrettante vivono nel comune in cui risiedono dalla nascita. Per cui gran parte delle famiglie sono "stanziali" da diverse generazioni.
Siamo un paese "tribale" per professione. Nel senso che ogni professione recinta gli spazi in cui si svolgono le sue attività, in modo da controllarne l´accesso, rendendolo inagibile ai più. Un paese di notai, farmacisti, giornalisti, avvocati, magistrati, ingegneri, commercialisti, consulenti del lavoro, medici, musicisti. Tutelati, tutti quanti, da "ordini professionali" che gestiscono prestazioni e operazioni, intrecciate, indissolubilmente, con la nostra vita quotidiana. Per comprare - progettare o modificare - una casa, vendere un´auto a un privato, pagare le tasse (il meno possibile), acquistare un´aspirina, contestare una multa, formare o sciogliere una società, occorre sempre e comunque rivolgersi a una figura professionale "legittimata". Ogni atto e ogni relazione di pubblico (ma anche privato) interesse ci impone di ricorrere a professionisti che appartengano a un Ordine. Non siamo lontani dall´ancien régime. Dalla società dei ceti. Dove il posto di ciascuno - nella gerarchia dei poteri - era ascrittivo. Dunque ereditario. Difficile, praticamente impossibile modificare i confini di questo sistema tribale. Di questa repubblica microcorporativa. "Liberalizzare", come si suol dire oggi, è una impresa quasi impossibile. I tentativi di rivedere la legislazione sugli ordini professionali, dopo un lunghissimo e tortuoso percorso, si sono arenati. D´altronde, sospetto, poco meno della metà dei membri del Parlamento sono "professionisti" iscritti a qualche Ordine. Come immaginare che possano legiferare contro se stessi e i propri privilegi? Che possano favorire la "concorrenza" (come ripete, in modo martellante, Confindustria, per bocca di Montezemolo e Cipolletta)? "Liberalizzare" l´economia? Al più possono contribuire a "privatizzarla". Ma in Italia il privato è, spesso, più protetto e protezionista del pubblico. E le imprese, gli imprenditori, rivendicano la concorrenza, ma, nei fatti, dimostrano di temerla.
Siamo un paese di "giovani invecchiati". O di adulti che non si rassegnano a invecchiare. Dove si è giovani - flessibili e precari: la precarietà rende giovani - fino a quarant´anni. Dove tutti, o quasi, i luoghi di potere - in politica, in economia, nel mercato - sono controllati da "giovani anziani". Dove presidenti, papi e vescovi hanno circa ottant´anni; i premier (e i candidati premier) settanta; i banchieri, i leader di partito (quasi tutti ex), di sindacato e delle associazioni di categoria, i direttori di giornali e i professori universitari, attorno a cinquanta (e alcuni di più). Dietro a loro c´è la penombra. Dove si muovono generazioni invisibili. Che per conquistarsi la visibilità - e l´autonomia - si immaginano veline, "costantini", hacker, disc-jockey. Oppure consulenti finanziari (immobiliari), cooperatori internazionali, volontari (di professione). Mestieri nuovi. A volte fatui, a volte nobili. Dallo statuto, comunque, incerto. Generazioni costrette ad attendere, per avere spazio e potere, quando avranno, a loro volta, cinquanta o sessant´anni. Un paese immobile.
Dove la mobilità sociale è frenata da barriere professionali, generazionali, familiari, territoriali. E l´economia, insieme al lavoro, per sfuggire a questi vincoli, a questa rete di veti e di resistenze, si inabissa. Sceglie l´informale, naviga nel sommerso. Come rivendica, quasi con orgoglio, Berlusconi, per spiegare che non ci dobbiamo lamentare dell´economia, del mercato. Vanno bene, marciano, con passo rapido e sicuro. Solo che non si vedono.
Siamo un paese conservatore. E lo siamo diventati tanto più, sempre più nell´ultimo scorcio della nostra storia. Perché è difficile "riformare" l´economia e il mercato, promuoverne l´apertura, la liberalizzazione, se ad ogni angolo, in ogni contrada, in ogni casa prevale la paura del cambiamento. Perché ogni cambiamento, ogni apertura mette a rischio i mille piccoli privilegi, le mille protezioni, i mille interessi, le mille rendite di posizione, che trapuntano la nostra società.
Ed è difficile riformare il welfare, intervenire sulle pensioni, se il corpo del mercato del lavoro è costituito di adulti e anziani, se i giovani e i giovanissimi traggono dalle pensioni, dalle rendite e dalle case in proprietà dei genitori (anziani) possibilità di vita, oggi, ed eredità patrimoniali domani. Se coloro che governano e controllano i centri di potere, del mercato, del lavoro e delle professioni sono anziani-giovani, che intendono difendere e tutelare la loro posizione a lungo.
Siamo come un lago attraversato da mille correnti, che corrono sotto il pelo dell´acqua. Ma lasciano la superficie immobile.
Per questo, però, rischiamo di diventare - e, forse, stiamo diventando - un paese fermo. Irriformabile.


Quei tre errori ( anzi furbizie)
Giuseppe De Rita sul
Corriere della Sera 13 giugno

Questa mia riflessione vuole esprimere il disagio che mi ha accompagnato per tutta la durata della campagna referendaria. Un disagio che a volte mi ha fortemente tentato all'esternazione polemica, tradendo l'impegno a star zitto che tre mesi fa avevo espresso anche su queste colonne; un disagio causato dall'accavallarsi di posizioni strumentalmente faziose, nel proporre come verità assolute posizioni parziali e di improbabile verifica; un disagio sconfortato dal constatare che persone sempre stimate hanno scritto, forzando i toni, termini e parole di cui fare l'elenco mi umilierebbe.
Se qualcuno voleva una zuffa becera, ce l'ha imposta.
Mi sono in questo periodo spesso domandato se un tale disagio fosse da attribuire alla propensione al non protagonismo che accompagna il mio sereno invecchiare; o se fosse invece da attribuire a una regressione psichica verso il protagonismo a tutti i costi che ha colpito la reverenda classe dei nostri opinion makers , politici, religiosi, giornalisti, scienziati che fossero.
Naturalmente è intuitivo ( e da perdonare) che io sia portato a dar le colpe agli altri e non a me; ma se guardo con più freddezza a quanto è successo credo che il calor bianco cui ci si è gioiosamente lasciati andare è at tribuibile a tre errori/ furbizie delle tre grandi parti in causa.
C'è stato anzitutto un errore/ furbizia della leadership referendaria, che ha posto agli elettori non un quesito secco e monotematico ma un caleidoscopio di referendum, su otto temi di diversa natura: sul valore filosofico, teologico, biologico dell'embrione; sulla salute e sulla dignità delle donne; sul primato del soggettivo individuale diritto ad avere comunque un figlio anche senza sapere chi gli è padre; sulla libertà della scienza e della ricerca; sulla speranza di poter, domani, combattere malattie terrorizzanti ( dal Parkinson all'Alzheimer); sulla possibilità di una messa in dubbio della legge sull' aborto, sul ruolo più o meno invasivo delle autorità ecclesiastiche; sul valore e sulla legittimità etica e giuridica dell'astensione.
Non so se queste multiple motivazioni siano state una furbizia volta a fare somma di chiamate alla mobilitazione o se sia stato un errore, non coerente con il significato monotematico e secco ( sì o no, come è avvenuto in Francia per la Costituzione europea) di ogni seria consultazione referendaria.
Ma furbizia o errore che sia stato, l'effetto immancabile è stata la moltiplicazione per otto della carica polemica delle prime linee degli opposti schieramenti.
Il secondo errore/ furbizia è stato quello degli antireferendari, specialmente delle autorità ecclesiastiche.
So che all'interno di quest'ultime ci furono reazioni negative quando all'inizio della vicenda io scrissi " hanno abboccato " ; ma forse oggi esse potrebbero convenire che la scelta di schierarsi, sia pure con l'astensione, ha regalato ai referendari un facile nemico e una insperata carta polemica ( la difesa dell'autonomia dello Stato e della società civile) senza la quale avrebbero dovuto faticare non poco a montare l'opinione su quesiti astrusi e avrebbero avuto ancor meno votanti. Anche qui è difficile discernere quanto ci sia stato di errore o di furbizia; ma quel che è certo è che la radicalizzazione su questo versante ha creato la maggiore dose di calor bianco ed una importante frattura sociale: non sarà facile dimenticare le offese reciproche, non sarà facile riprendere una rispettosa dialettica fra laici e cattolici, che sembrava cosa ormai acquisita in questa società.
Il terzo errore/ furbizia è stato quello dei mezzi di comunicazione di massa e specialmente della carta stampata. Sono stati parte in causa ed hanno fatto del referendum una loro battaglia, un loro punto d'onore, un'occasione di radicalità culturale, una sfida a chi vinceva l'evento. E si sono trovati, se non volevano che l'evento li smentisse, ad alzare i toni, a concedersi paginate illeggibili e non lette, a reiterare gli interventi ( con collaboratori chiamati quattro volte a scrivere le stesse cose), a forzare i titoli, a essere più movimentisti che facitori d'opinione.
Tanti titoli roboanti o velenosi denotano er rori o furbizia del convincimento collettivo? Non lo so, ma certo hanno stressato l'elettore, portandolo a sentirsi solo, con il proprio insoddisfatto bisogno di minimale ragionevolezza.
Da stasera avremo qualche scarica di adrenalina in chi ha vinto e in chi ha perso. Ma dopo la nostra testa, pesante dopo la sbornia emotiva, dovrà tornare a ragionare: non solo sulla sostanza della legge 40, cui comunque si dovrà rimetter mano ( io avrei aspettato la sua sicura sfrondatura da parte della Corte Costituzionale, senza gli urlati sfracelli di questi mesi?); ma anche su un collettivo esame di coscienza sui tre errori/ furbizia di cui sopra. Con la sperabile intenzione di non commetterne più in avvenire.


La politica del cardinale
Alberto Ronchey sul
Corriere della Sera 16 giugno

Prima con il Papa polacco, poi con il tedesco, è toccata in sorte al cardinale Camillo Ruini la missione o l'occasione di massimizzare l'influenza confessionale sulla società italiana e anche su diversi aspetti della sua politica. In circostanze propizie, così pare, al compito dell'eminente porporato vicario del Papa nella diocesi di Roma e guida della Conferenza episcopale italiana. La dispersione della grande Dc poco dopo l'ascesa di Camillo Ruini, 1991, infatti non ha menomato la capacità di pressione della gerarchia ecclesiastica per ogni suo interesse rispetto allo Stato. Tutt'altro.
La parola dei vescovi non solo è decisiva spesso nella coalizione maggioritaria del centrodestra, ma influente su considerevoli tendenze del centrosinistra.
Pochi esempi. Lo Stato ha concesso ai docenti cattolici di religione l'inquadramento nei ruoli di tutte le scuole pubbliche, mentre ha elargito sussidi alle scuole materne private quasi sempre confessionali. E rimane in vigore quella spartizione dell' 8 per mille sul gettito Irpef, che ha ceduto alle finanze vaticane consistenti vantaggi. Oltre alle quote così destinate dai contribuenti, vengono in parte devolute alla Chiesa quelle dei molti che non indicano alcuna scelta. A tale titolo, come segnala il senatore Stefano Passigli, nel 2004 il Vaticano ha ricevuto 936 milioni di euro. Non si tratta solo di benefici finanziari, questi dati presuppongono e comportano potere.
Negli anni di preparazione del Giubileo, era forse inevitabile che i rapporti tra Chiesa e Stato venissero alterati.
Esigenti, e innumerevoli, furono infatti le richieste sia della Curia sia della Cei. Puntuali e onerose per lo Stato furono sempre le risposte di Palazzo Chigi, che anzi concesse oblazioni straordinarie come il contributo di fondi pubblici al monumentale parcheggio scavato in area extraterritoriale appartenente al Vaticano.
Anche il Campidoglio, pressato dalle sollecitazioni, fu zelante nel soddisfare qualsiasi attesa.
Sua Eminenza, dopo quelle prove, ha operato con perizia politica versatile, benché spregiudicata. Da ultimo, dinanzi al referendum sulla legge 40/ 2004 che limita la procreazione assistita, non ha solo avversato l'abrogazione dei vincoli sanciti da norme affini alla dottrina bioetica della Chiesa con richiami ai fedeli e ai valori cattolici. È intervenuto nella vertenza con l'appello all'astensionismo, un espediente per inficiare al massimo la votazione. Poiché nessun referendum è valido se i votanti non raggiungono la metà più uno degli aventi diritto, e poiché l'astensione dai più recenti voti referendari fu sempre molto elevata, il boicottaggio era di facile calcolo e successo. Ma nell'ambito di quella strategia si deformava il carattere della consultazione, sommando ai già tanto complessi e opinabili quesiti bioetici dispute inevitabili sui rapporti tra Stato e Chiesa. Era in atto un'operazione politica, degna del famoso e temerario cardinale de Retz. Altro che don Sturzo.
Il boicottaggio è ben riuscito. E poi? Mentre affiora un tendenziale neoclericalismo, per i laicisti sarà da evitare il ricorso a ogni anticlericalismo sia paleo sia neo. Una tensione conflittuale tra Chiesa e Stato, nelle condizioni dell'Italia, non è certo auspicabile. Ma si ripropone quell'essenziale questione di principio, che nessuno dovrebbe sottovalutare. È da riconoscere alla Chiesa il pieno diritto di raccomandare i suoi precetti ai credenti e praticanti, ma senza dettami da imporre agli altri, manovre propriamente politiche, pretese d'influenza esorbitante sulla legislazione dello Stato. Troppo semplice? No, semplice.


Gioco del cerino tra i due fronti
Umberto Rosso su
la Repubblica 16 giugno

ROMA - Di brindisi stavolta nemmeno l´ombra, nell´ufficio di Rutelli. Però se n´è parlato molto. Di marche di champagne, tanto per continuare a litigare. Comincia Bordon. Sfotte Marini. "Caro Franco, che delusione. Ma come, un intenditore come te che vuol offrire del Krug a Parisi. Via, è roba commerciale". Commerciale un corno. "Krug Grand Cuvèe, ottimo", replica Marini. Parisi, divertito: "Davvero? Allora dev´essere delle mie parti, un prodotto sardo". Quindi, rivolto a Gentiloni: "Un esperto di comunicazione non dovrebbe approvare un brindisi al fallimento del referendum nella sede del partito". Siparietto di inizio vertice, poi il buonumore si smoscia e allo scadere delle quattro ore di riunione, l´ufficio di presidenza si scioglie con una sola certezza. Il grande gioco del cerino nella Margherita non è ancora finito. La scissione non si è ufficialmente consumata solo perché i duellanti stanno ancora cercando di rovesciare l´uno sull´altro la responsabilità della rottura. Franceschini: "E´ chiaro: pensano di mettere in pista una Lista Prodi". Parisi: "Non avete risposto a nessuna della nostra domande. Rifletteremo sul da farsi". E se non si sono detti ancora addio è anche perché i Ds tuttora mediano. Pure se i margini si fanno sempre più stretti.
Piero Fassino, ma anche Giuliano Amato, in queste ultime ore tentano il tutto per tutto. Una telefonata con Rutelli, contatti anche con Prodi. Con una nuova soluzione-ponte, messa a punto dai due. "Caro Francesco, basta con le polemiche fra te e Romano sulla leadership. C´è una via d´uscita...". L´idea è: accantoniamo pure il listone unitario ma impegniamoci a dar vita a gruppi parlamentari unitari della Fed nel prossimo Parlamento. Una via di mezzo, appunto, fra la voglia di identità della Margherita e il progetto del soggetto unico del Professore. Niente da fare. Il primo a respingere tutto al mittente è Rutelli. Ringrazia Fassino, che apre alla proposta dei simboli dei partiti nel proporzionale ma no, "di gruppo unico non se ne parla, abbiamo già alle spalle il fallimento a Strasburgo". Poi, il presidente della Margherita parlando con alcuni deputati della Quercia, appena chiuso con la fumata nera il vertice del suo partito, è stato chiaro. Se arriva la scissione si azzera tutto, si ricomincia da capo, la leadership di Prodi non è più in campo. "Ai Ds - dice perciò il presidente della Margherita - chiedo di non appoggiare un´eventuale operazione nel nome di Prodi. Di Fassino del resto io mi fido pienamente. Ed entro la fine di giugno, tutto nel mio partito sarà chiaro".
E il Professore? Non si schioda neanche lui. Lo conferma ai suoi interlocutori: "Vado avanti. L´Ulivo vive solo se avrà una sua lista. Pensano di mettermi sotto tutela, di ridurmi al ruolo dell´amministratore del condominio? Sbagliano". E Rutelli, al Professore, sembra tanto il Bertinotti di un tempo, "in queste condizioni un mio governo rischierebbe in ogni momento di finire impallinato". Non resta perciò che la resa dei conti. Adesso. Come? Con la lista dell´Ulivetto, secondo i fedelissimi del Professore. Alla Margherita invece sono convinti che metteranno in campo una Lista Prodi, con l´obiettivo di bacchettare Rutelli. Ciriaco De Mita, in riunione, l´avrebbe chiesto a Parisi, "e se c´è la scissione, che fate la lista con i comunisti, vi mettete nelle mani dei Ds?". Risposta del presidente dell´assemblea federale del partito: "Facciamo vivere l´Ulivo. Io, Ciriaco, sono più anticomunista di te". Quanto basta, agli anti-parisiani, per avere conferma dei sospetti: ecco, appunto, stanno lavorando alla lista del Professore. Solo che la ricostruzione viene smentita, "Parisi non ha mai parlato di anticomunismo, è una gag di De Mita". L´altro fronte però conferma tutto. E riferisce di un incontro fra Prodi e Fassino che sarebbe finito male. "Prodi - racconta un deputato dielle - vuole primarie ma in cui affrontare Rutelli, una lista sua e infine garanzie sulla leadership. Un po´ troppo. Il segretario ds gli ha chiuso la porta". Precisi o meno, gli scenari impazzano. Di certo, la Margherita corre sul filo della scissione. Prossima fermata, lunedì prossimo, direzione del partito. A fine mese, assemblea federale sul bilancio. E c´è chi scommette che non arriveranno tutti interi fino a quella data. Perché di mezzo ci sono anche questioni di bilancio, di finanziamenti. Se le strade si separano prima del 30 giugno, chi va via porta con sé anche la quota-parte della cassa (venti per cento circa). Invece con la scissione dopo l´approvazione del bilancio del partito, vai a sapere...


L'immagine sfregiata
Rinaldo Gianola su
l'Unità 16 giugno

Sono stati i sei minuti più brutti per Berlusconi (esclusi, ovviamente, quelli calcistici a Istanbul) da quando è al governo. Ospite all'assemblea della Confartigianato, il premier pensava di poter fare la solita sfilata: con battute, pacche sulle spalle e magari le simpatiche corna, tanto per fraternizzare. Ma quando Guerrini, leader degli artigiani, s'è messo ad elencare le promesse mancate e gli errori del governo, allora Berlusconi ha capito che la giornata si metteva male.
Poi quando Guerrini, che picchiava come un martello mentre qualche temerario gridava "vergogna" all'insegna del premier, ha accusato il governo di discriminare gli artigiani per non averli invitati all'incontro del 16 maggio con le parti sociali, allora il presidente del Consiglio non ce l'ha fatta più: s'è diretto verso il palco, come se fosse a Drive in, e ha iniziato lo show.
Ma è stato uno spettacolo disastroso: ha inanellato una serie di gaffes che resteranno negli annali di Blob.
Ha mostrato agli artigiani il fax di convocazione del vertice a Palazzo Chigi del giorno prima, che uno zelante quanto impreciso collaboratore gli aveva procurato: ma non era questa la contestazione di Guerrini, era di un mese prima la clamorosa esclusione. Poi, mentre si dilungava nella solita litania ("Io lavoro, lavoro, vado a lavorare anche per voi..."), inciampava un'altra volta citando, come predecessore di Guerrini, "il presidente Spallanzani" che, però, non è lui.
Un errore. Due errori. L'abbandono rabbioso della sala. Segni evidenti del nervosismo di Berlusconi che non è abituato alle contestazioni pubbliche, tanto meno a quelle del mondo imprenditoriale che, fin dalle Assise di Parma dei tempi di D'Amato, gli tributava ovazioni imbarazzanti. Il premier è sensibilissimo alla sua immagine pubblica e non tollera nemmeno la sola idea che un fischio o un urlo possa turbare una sua apparizione. Tanto che un giovane contestatore apparso al palazzo di Giustizia di Milano è stato addirittura perseguito per aver inviato il premier a farsi processare.
I fischi e la contestazione degli artigiani, accanto alla pubblica delusione della Confindustria per la beffa dell'Irap, sono un segnale importante che dimostra il distacco crescente tra il presidente del Consiglio e l'opinione pubblica, il mondo imprenditoriale e del lavoro.
Forse ha ragione Berlusconi quando, alla luce dei risultati del referendum, dice che i moderati sono la maggioranza nel Paese. Ma ci sono moderati, come gli artigiani, che non stanno più col governo.


Incapaci di decidere
Mario Deaglio su
La Stampa 16 giugno

Per un Paese come l'Italia, che non può far crescere il proprio deficit e deve ridurre il proprio debito pubblico, l'aritmetica fiscale è molto chiara: a ogni riduzione di imposta deve corrispondere un pari aumento di altre imposte, oppure un uguale taglio delle spese, oppure una combinazione di queste due manovre.
In altre parole, come amano ripetere gli economisti, nessun pasto, neppure quello fiscale, è gratis e il conto dei tagli fiscali alla fine qualcuno lo deve pagare; in caso contrario, non solo l'Italia violerebbe un trattato internazionale ma soprattutto la sua credibilità sul mercato finanziario mondiale subirebbe un colpo durissimo si dovrebbero sopportare tassi di interesse più elevati sul denaro preso a prestito, il che manderebbe in fumo anni di sforzi per il risanamento fiscale.
Sembra tutto chiarissimo. Eppure, all'interno del governo, questa chiarezza appare largamente carente; come chi al ristorante ordina senza badare a spese, molti si sono sbizzarriti a prospettare un menù di riduzioni fiscali - in particolare la riduzione dell'Irap, correttamente identificata come la via più efficace per sbloccare il motore inceppato dell'economia italiana - senza preoccuparsi del conto e di chi lo avrebbe pagato; e al momento in cui hanno tirato le somme, sono emersi i contrasti.
Il presidente del Consiglio, per motivi di scelta politica, ha bocciato l'idea di finanziare il taglio dell'Irap con l'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie; una parte della maggioranza ha bocciato l'idea di finanziarlo mediante un aumento dell'Iva, timorosa che in questo modo a soffrirne sarebbero state le piccole imprese. Venuti meno questi due pilastri di una possibile manovra, è cominciata la litania della riduzione degli sprechi e dell'inefficienza, dei tagli alle "macchine blu", del recupero all'evasione fiscale che produce risultati incerti in tempi lunghi, Il ministro dell'Economia è rimasto pressoché solo a difendere le ragioni della coerenza contabile contro quelle di una politica miope.
Morale di questa triste storia: la riduzione dell'Irap, per la quale si erano convocate con una certa solennità le parti sociali, è rinviata ancora una volta. Come già per il contratto agli statali, il governo sembra paralizzato dai veti incrociati, o forse dall'incapacità di concepire una manovra finanziaria in tutte le sue parti invece che in singoli pezzi. Sembra di cogliere una doppia carenza: di aritmetica e di visione politica.
Questo slittamento è avvenuto nello stesso giorno in cui è slittata ancora una volta la nomina del presidente della Rai e il Parlamento è riuscito a nominare solo uno invece di due giudici della Corte Costituzionale, una vicenda che si trascina vergognosamente da troppo tempo. Un Paese in cui la politica perde la capacità di decidere ben difficilmente potrà avviarsi sulla strada del rilancio economico.


Giuliano Porthos e Dino Aramis
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera 14 giugno

Il direttore del " Foglio " si fece le ossa a Mosca, quello di " Avvenire " alla scuola dei preti. E ora si sono ritrovati assieme Era cominciata, come sempre comincia in questi casi con uno scambio di colpi. Di là Giuliano " Porthos " a infilzare la scelta " pigra " dei vescovi di invitare all'astensione, di qua Dino " Aramis " a rintuzzarlo: " Ti smentiremo! " . È finita con loro due abbracciati in una vittoria che, per i numeri e l'umiliazione inflitta agli avversari, non se la sognavano neanche. Come mai si sarebbero immaginati, solo qualche tempo fa, che un giorno o l'altro si sarebbero trovati a tirar di scherma dalla stessa parte.
Anche in un panorama variegato qual è il mondo del giornalismo, della politica e della cultura italiani, infatti, è difficile trovare persone che si somiglino poco quanto il direttore del Foglio Giuliano Ferrara e quello di Avvenire Dino Boffo. Figli di due storie e due pianeti lontani anni luce. Il primo fu un embrione così rosso fin dal principio che invece di Maurizio Ferrara, direttore dell'Unità e creatore di deliziosi sonetti, avrebbe potuto avere come padre ( chissà con quali risultati) l'ex segretario di Palmiro Togliatti Massimo Caprara, che racconta d'aver declinato la richiesta del partito perché sposasse appunto Marcella, l'indimenticabile mamma di Giuliano, che del Migliore era la segretaria.
Il secondo così bianco, raccontano ridendo gli amici, che il padre camionista ( coincidenza: come il papà di Angelo Scola) era l'unico a girare con l'autocarro tappezzato con una sola donnina: la Madonna.
Dice ancora la biografia parallela che il primo, nato a Roma e battezzato solo ( non si sa mai: ma niente comunione né cresima!) per iniziativa di non so quale parente, fece le prime scuole a Mosca dove apprese i primi rudimenti di quella che sarebbe stata la sua prima chiesa, quella comunista, con tale entusiasmo che giocava per casa urlando " budet revolucija! " ( arriva la rivoluzione!) per poi affinare la dottrina, al ritorno in patria, nel culto del compagno Edo D'Onofrio, " er più comunista de li romani, er più romano de li comunisti " .
Un'infanzia assai diversa da quella del secondo che, nato nel borgo di Onè di Fonte, adagiato sotto i colli asolani, crebbe attaccato alle tonache dei preti: chierichetto, dottrina, processioni, ping pong all'oratorio, novene mariane, cori in latino ( " Eia ergo, advocáta nostra, / illos tuos misericórdes... " ) e scuola dai preti al mitico istituto " Filippin" di Paderno del Grappa.
Un punto sì, lo segnarono in comune. Ciascuno nella propria chiesa, furono tirati su per entrare a far parte della classe dirigente. E se il primo finì " naturaliter " nel Pci, che lo mandò a farsi le ossa a Torino cioè nella capitale italiana del mondo operaio, l'altro fu altrettanto naturalmente mandato a farsi le ossa a Roma, dove finì ancora giova nissimo a capo dell'Acr ( azione cattolica ragazzi) che allevava i lupetti, i pionieri dell'associazionismo religioso.
Ma si sa: c'è chiesa e chiesa. E quella rossa, a un uomo attratto ora dai messia e ora dalle eresie qual è Giuliano, diventò sempre più insopportabile. Fino a farlo rompere con la " religione " di tutta la famiglia per abbracciare prima in Craxi e poi in Berlusconi gli uomini più invisi agli ex compagni. Guadagnando tanti insulti da spingere il padre Maurizio ( che l'avrebbe difeso sempre con un leone difende il cucciolo: " Se ha tradito qualcosa, sono cose che meritavano di essere tradite " ) a scrivere un sonetto dolcissimo: " Quanno li fiji imboccheno la svorta / e pijeno ' na via che t'è negata / puro si dentro c'hai ' na cortellata / è guera perza piagne su la porta " .
Dino no: lui, nella sua chiesa, è rimasto sempre. Salendo di gradino in gradino, di sagrato in sagrato, di pulpito in pulpito. Pri ma responsabile trevisano dell'Azione cattolica, poi direttore del diffusissimo settimanale diocesano La vita del popolo , poi vicedirettore di Avvenire e infine ( da ben 11 anni, durante i quali ha fatto spesso assumere al quotidiano il ruolo di faro anche politico dei cattolici dopo il crollo della Dc) direttore non solo del giornale della Cei ma anche della televisione " Sat2000 " e del network radiofonico " BlueSat " . Il che fa oggi di lui l'uomo forte di tutta l'informazione cattolica italiana. Un trono sul quale, dicono gli avversari, siede grazie a Camillo Ruini, al quale il nostro ha trovato perfino la perpetua Pierina.
Una sottolineatura maliziosa ma inesatta.
Se Boffo è una " creatura " di Ruini, dice la leggenda, Ruini è in qualche modo una " creatura " di Boffo: fu Dino infatti, quand'era il responsabile giovanile dell'Ac, a suggerire come padre spirituale del suo gruppo quel segaligno prete emiliano.
Certo è che, diversi per scelte di vita ( Giuliano è sposato, Dino è una specie di prete laico), per hobby ( Giuliano ha un guscio di noce al mare, Dino ama la montagna), per attenzione al look ( Giuliano mangia e si veste e si pettina come gli pare, Dino ha un guardaroba giovanilista e ha sostituito la barba con una mosca sul mento che i suoi redattori dicono ridendo somigli " alla passerina delle modelle di Penthouse " ) i due hanno un approccio col giornalismo da battaglia non molto dissimile. Certo, Giuliano tracima come una cascata e Dino scorre apparentemente placido come un fiume, Giuliano può alzar la voce ringhiando e Dino parla sempre a voce bassa con gli occhi chiusi come un monaco concentrato sul breviario, Giuliano pare il grasso, gaudente e irruento Porthos e Dino è identico all'Aramis che tra un duello e l'altro studia da prete. Ma entrambi sono capaci di ire, scatti e sanguinosi affondi improvvisi.
Se quelli di Giuliano sono noti ( bollò Scalfaro come " la pomposa caricatura della dignità istituzionale " , liquidò Maroni come un " ven ditore di tappeti falsi " e strillò che " se il pericolo principale è costituito da un ceto togato che vuol sostituire le regole della democrazia, viva i banditi! " ) non meno duri sono stati gli affondi di Dino. Come l'attacco a Violante " impresario di pompe funebri " , ai costituzionalisti critici con l'astensione come Michele Ainis ( " C'è un livello oltre il quale va pagato un dazio. Il dazio della gogna, quanto meno " ) , Luca di Montezemolo ( " i nuovi padroncini " ) o ancora ai giornali rei di non avere appoggiato la scelta dei vescovi sul referendum: " Pagine criptate, ammuine chiare " .
Certo è che nella loro battaglia si son buttati a capofitto, hanno attaccato, hanno vinto. Forse non si ritroveranno più, dalla stessa parte. Ma oggi, per loro, è una giornata da segnare sul calendario.


Benvenuti nel passato
Edmondo Berselli su
L'espresso

Quando le cose vanno male, la prima tentazione è quella resa celebre da Bertolt Brecht: se il popolo non condivide la linea del Partito comunista, si chiedono le dimissioni del popolo.
Ma dopo la catastrofe del referendum sulla fecondazione assistita, sarebbe vano prendersela con l'Italia eterna e neghittosa, incapace di avvertire il fascino e di rispondere all'appello delle minoranze virtuose.
È vero che con il risultato del 12-13 giugno viene seppellito l'istituto del referendum abrogativo, almeno come strumento istituzionale per forzare situazioni politiche altrimenti non scardinabili.
Ed è anche vero che ha vinto un'Italia inerziale, da tempo insofferente delle mobilitazioni, indifferente, anche perché fisiologicamente vecchia, ai temi inerenti alla sfera della maternità e delle paternità.
Ma questo dovrebbe anche indurre i promotori dei quattro referendum a una seria analisi sulla loro capacità di ascolto della società italiana. Che evidentemente non è composta di avanguardie metropolitane, ma è fatta anche dalla provincia profonda; e che non reagisce con la rapidità un po' nevrotica e la vitalità effervescente degli abitanti delle città.
Dunque, anziché gli esorcismi contro gli italiani brutti sporchi e cattivi, o contro i 'nuovi indifferenti' che il berlusconismo ha fatto precipitare nel torpore civico, conviene prendere molto sul serio le ragioni di chi si è astenuto, e nello stesso tempo sarebbe utile riflettere anche sugli escamotage propagandistici con cui si è tentato di curvare il referendum in una specie di plebiscito sulla scienza e la modernità.
Molti, come chi scrive, hanno votato quattro sì, sulla scia di un ragionamento il più possibile laico e liberale, con l'intenzione di colpire una legge irrigidita nelle proprie procedure, che sul fronte opposto la gerarchia cattolica considera una specie di male minore, una difficoltà in più frapposta ai bambini in provetta, e non il meglio possibile, dal momento che in linea di principio la Chiesa cattolica rifiuta tanto la fecondazione eterologa quanto la fecondazione omologa.
Tuttavia c'era da restare infastiditi dalla mondanità con cui le argomentazioni contro la legge 40 sono state presentate pubblicamente, e dalle forzature propagandistiche con cui un voto sulla fecondazione artificiale è stato presentato come un pronunciamento sulla scientificità del mondo contemporaneo e soprattutto sulla prospettiva di aprire vie nuove alla cura delle malattie più temibili dell'età corrente: diabete, Alzheimer, Parkinson (e il cancro, che fine ha fatto? Non è più una malattia 'sociale'? Non è curabile con le staminali dell'embrione?).
Dopo di che, si tratterà di vedere quali saranno le conseguenze politiche di questo referendum disgraziato. Si dà il caso infatti che il quorum mancato attragga una quantità di vincitori, compreso l'ammiccante Silvio Berlusconi, che si è ben guardato dall'assumere qualsiasi orientamento esplicito e pubblico, ma lasciando capire che non era il caso che i referendari contassero su di lui.
Ma il più vincitore di tutti è naturalmente chi ha gettato nell'arena caotica del centrosinistra la propria scelta astensionista. Cioè Francesco Rutelli, che prima ha liquidato la lista unitaria dell'Ulivo, mettendo di fatto in discussione la leadership di Romano Prodi, e poi ha scavato un solco profondo fra la Margherita e il resto dell'Unione.
Si è trattato di un colpo doppio che ha spazzato via dall'orizzonte della politica italiana la prospettiva del 'partito riformista', nonché la chance della Federazione ulivista come motore dell'Unione.
D'ora in avanti sarà difficile anche solo prendere sul serio l'idea di un centrosinistra che prefiguri lo schema americano del partito democratico. Ha vinto l'idea cossighiana dell'alleanza contrattuale fra il centro e la sinistra, fra i cattolici eredi della sinistra Dc e i socialdemocratici eredi del Pci. Addio alle avventure, alle utopie, ai sogni. Manca soltanto che Silvio Berlusconi dichiari chiusa la sua esperienza politica, e che di conseguenza si rimescoli tutto, a destra e a sinistra.
Dopo tutto il dibattito sull'embrione, ne avremmo due di embrioni: un embrione di neo-Dc e un embrione di post-Pci. Ottimo risultato: benvenuti a tutti nel realismo; e forse, benvenuti anche nel passato.


   19 giugno 2005