I ventimila tifosi italiani che sugli spalti dello stadio Ataturk di Istanbul tifavano per la loro squadra del cuore, alla fine del primo tempo cominciarono a preparare il viaggio di ritorno a casa. Alcuni abbandonarono addirittura il campo, sicuri ormai del risultato finale: il Milan conduceva la partita con un 3 a 0 che sembrava senza appello, la squadra del Liverpool era distrutta, senza gioco, senza idee, senza fiato, undici fantasmi con la sconfitta nelle gambe e nel cuore. Poi, dopo altri settantacinque minuti di gioco e cinque rigori dopo i tempi supplementari, è finita come è finita: il Liverpool ha rimontato e vinto, ha portato a casa la coppa della "Champions" e il Milan ammutolito e annientato ha preso la triste via del ritorno.
Penso che questa immagine sia stata presente alla mente di tutti i sostenitori dell'Ulivo e dell'Unione di centrosinistra quando lo scontro tra la Margherita e Prodi ha provocato un trauma altrettanto improvviso, una crisi di fiducia profonda accompagnata da rabbia e incredulità. Si potranno rimettere insieme i cocci di questo sfascio? Si potranno sanare le ferite, riannodare i fili spezzati, recuperare una credibilità così spensieratamente dissipata?
Per ora, da una parte e dall'altra, si cerca di gettare acqua per domare il fuoco e i più impegnati in quest'opera di pacificazione sono i Ds. Ma spegnere l'incendio non basta. Bisogna ricostruire ciò che le fiamme hanno distrutto, recuperare speranze, progetti, fiducia, reciproco rispetto. Soprattutto rispetto nei confronti degli elettori, della loro delusione, del loro desiderio di unità così incautamente frustrato dall'egoismo di partito.
I commenti dei giorni scorsi hanno equamente spartito i torti, gli errori e le ragioni tra le due parti contendenti. E certamente un contrasto così devastante non può essere addossato ad un solo protagonista. Resta tuttavia inevasa una domanda che è al centro dell'implosione provocata dall'assemblea della Margherita di nove giorni fa: perché è stato deciso di silurare la lista unitaria dell'Ulivo che avrebbe dovuto rappresentare la Federazione riformista nelle elezioni del 2006?
Le risposte date dal gruppo dirigente della Margherita sono note: vogliamo intercettare i voti moderati in uscita dal centrodestra; continuiamo a operare nel quadro della Federazione delle forze riformiste; riconfermiamo la nostra fiducia nella leadership di Romano Prodi; non vogliamo annegare la nostra identità cattolico-liberale in un partito unico dominato dai post-comunisti.
Infine, la scelta di presentarci con il simbolo Margherita nella scheda per il voto proporzionale riguarda soltanto il 25 per cento dei seggi della Camera dei deputati. Tutti i seggi del Senato e il 75 per cento di quelli della Camera sono in gara col sistema maggioritario rappresentato da un simbolo unitario, che è quello dell'Unione. La scelta di liste separate riguarda soltanto il 12,5 per cento del totale. Perché dunque fare un dramma per una decisione tecnica che non ha alcun significato politico? Perché strapparsi i capelli per così poco?
Queste le risposte di Rutelli, Marini, De Mita, Franceschini, confortati dal voto dell'80 per cento dei componenti dell'assemblea federale del loro partito. Risposte, anzi motivazioni, fornite subito, prima ancora che l'assemblea votasse, e poi ribadite in dichiarazioni, interviste, conferenze-stampa con martellante ripetitività per nove giorni fino ad oggi.
Come non credere a tanta ossessiva insistenza? Ma - se permettete - come crederci? Quelle risposte infatti sono assai poco persuasive anche per chi desidererebbe esserne persuaso per tornare a sperare in una vittoria che sembrava a portata di mano ed è invece improvvisamente svanita, proprio come è accaduto mercoledì scorso allo stadio di Istanbul.
Cominciamo dall'ultima di quelle motivazioni, cioè l'influenza marginale della scelta di silurare il simbolo "Uniti nell'Ulivo": essa si smentisce da sola. Se si tratta d'una decisione così poco importante, perché non può essere modificata? Perché non si vuole neppure ridiscuterla con gli alleati e con la stessa minoranza dissidente della Margherita?
Un'intransigenza così inflessibile nel difendere una scelta che si giudica priva di significato politico e di effetti rilevanti, fa nascere inevitabilmente il sospetto che si tratti di un pretesto che copra in realtà altre questioni. Un sospetto che non aiuta a recuperare la perduta credibilità, anzi peggiora la situazione.
Intercettare i voti moderati in uscita dal centrodestra: questa sì, è una buona motivazione anche se le prove a supporto sono piuttosto scarse. Nelle ultime elezioni regionali la lista unitaria c'era in tutte le grandi regioni ed ha registrato ampio successo. Nelle regioni con liste distinte tutti partiti del centrosinistra hanno guadagnato voti (salvo Rifondazione). La Margherita ha avuto dovunque buoni risultati. Benissimo, ottima notizia per tutti.
I sondaggi fin qui effettuati da stimate agenzie e pubblicati nei giorni scorsi da tutti i giornali dicono che oltre il 40 per cento degli elettori della Margherita non approvano la decisione presa dall'assemblea di quel partito. Può darsi che tra un anno questo dissenso si sia riassorbito, ma può anche darsi di no. Se si votasse oggi, come si comporterebbero questi elettori delusi e arrabbiati? Si può legittimamente supporre che una parte di loro deciderebbe di non votare? In tal caso il danno sarebbe grave per la Margherita e per l'intera coalizione.
Non varrebbe la pena di approfondire la questione? L'altra motivazione riguarda il partito unico riformista. La Margherita non lo vuole e nessuno può obbligarla a cambiare idea. Ma che c'entra la lista unica dell'Ulivo? Lì non c'è il simbolo della Margherita, ma neppure quello degli altri partiti, c'è soltanto l'Ulivo. Tutti hanno accettato di fare un passo indietro in nome dell'unità.
Tutti, tranne uno.
L'altro giorno ho incontrato casualmente Ciriaco De Mita e gli ho chiesto di chiarirmi alcune di queste mie perplessità. Mi ha risposto: io non sono contrario ad un contenitore unitario ma prima bisogna avere pensieri, programmi, volontà comuni, poi si arriva al contenitore.
L'inverso non si può fare.
Debbo dire: ha ragione. Almeno in teoria, l'inverso non si può fare. In pratica però si fa, eccome se si fa. Prendiamo il caso di De Mita, quando era più giovane e guidò il suo partito e anche un governo di centrosinistra.
Ebbene De Mita, proprio lui, non aveva né idee né progetti né volontà comuni con molti dei suoi compagni di allora. Non aveva certo nulla in comune con Salvo Lima, con Cirino Pomicino, con Franco Evangelisti, con Publio Fiori, con Forlani, con Bisaglia, con Rumor. Insomma non aveva nulla o ben poco in comune con il centrodestra della Dc. Era più grande la distanza tra lui e questa parte del suo partito che quella, tanto per dire tra lui e Ugo La Malfa.
Però lui in quel contenitore unitario ci stava, così come oggi sta con Rutelli che, fino a prova del contrario, è un post- radicale, un post-verde e non pare ancora che sia diventato democristiano. Allora, qual è il problema? Diteci qual è il vero problema e sarete creduti. Ma non vi nascondete dietro un dito perché un dito non è mai riuscito a nascondere la verità.
Certo, Prodi, ha commesso parecchi errori. Sono stati tutti impietosamente elencati in questi giorni: è andato avanti a strappi, non ha fatto crescere la Federazione riformista, si è occupato troppo della sinistra e troppo poco del centro, ha preferito decisioni solitarie sfuggendo a quelle collegiali.
Personalmente seguo poco queste cose. Può darsi che questi difetti li abbia. Diciamo: do per scontato che li abbia. Ma dovevate saperlo, voi della Margherita, visto che proprio lui è stato uno dei fondatori di quel partito.
Allora perché l'avete accettato, anzi voluto come candidato leader, fin da quando andò a guidare la Commissione di Bruxelles? E avete insistito sul suo nome in tutti i cinque anni successivi fino ad oggi?
Adesso vi accorgete dei suoi difetti e vi sembrano così gravi da indurvi ad una decisione così traumatica e non condivisa da nessun altro dei vostri alleati. Voi però rispondete che Prodi è ancora e sempre il vostro leader. Ebbene, siamo franchi: la credibilità di questa affermazione è prossima allo zero e, purtroppo per tutti, si tratta d'una percezione oggettiva amplissimamente diffusa, dentro e fuori del centrosinistra.
Ieri D'Alema ha rilasciato un'intervista al nostro giornale. Le sue argomentazioni coincidono più o meno con le domande che anch'io mi sono permesso qui di formulare come cittadino elettore e quindi legittimamente interessato a questa tristissima e pasticciatissima vicenda.
D'Alema ha avuto il pregio di parlar chiaro, il che coi tempi che corrono è sempre più raro. Salvo su un punto: D'Alema confida che la Margherita cambi idea sulle decisioni di nove giorni fa. Ma non cambierà idea e questo D'Alema lo sa benissimo.
Una cosa è certa: se la situazione rimane al punto in cui attualmente si trova, saranno i Ds a dover decidere sul "che fare". Opporre il simbolo della quercia a quello della margherita? Sarebbe la soluzione più semplice ma avrebbe tra i vari effetti quello di escludere i partiti più piccoli dal proporzionale, magari compensandoli con collegi della quota maggioritaria. Ma Prodi?
Il leader dell'Unione non potrebbe far parte di una lista di partito e dovrebbe candidarsi soltanto nel collegio di Bologna sotto il simbolo dell'Unione. Ogni riferimento all'Ulivo scomparirebbe dalle schede del voto.
Oppure: tutti i partiti della Federazione riformista potrebbero aggiungere al loro simbolo un ramoscello d'ulivo (vegetale più, vegetale meno) e il nome di Prodi come riferimento.
Oppure ancora: i Ds non presentano il loro simbolo e vanno avanti con quello che Paolo Franchi ha battezzato "l'Ulivetto", cioè una federazione riformista senza la Margherita.
Come si vede le soluzioni tecnicamente ci sono, ma il pasticcio politico resta enorme. E rimane inevasa - lo ripeto - la domanda rivolta al gruppo dirigente della Margherita: perché l'avete provocato? Viene in mente la famosa storiella dello scorpione che, dovendo attraversare un ruscello, chiese alla tartaruga di portarlo dall'altra parte.
Stai tranquilla, le disse, non ti pungerò perché se lo facessi moriremmo tutti e due in mezzo al guado. La tartaruga si convinse e accettò di traghettarlo ma in mezzo al guado lo scorpione la punse.
Prima di morire della velenosa puntura la tartaruga chiese allo scorpione perché mai avesse fatto un gesto così inconsulto e la risposta fu: non volevo ma questa purtroppo è la mia natura.
Non voglio paragonare Rutelli, Marini, Franceschini e anche De Mita allo scorpione e il resto del centrosinistra alla ingenua tartaruga, Prodi compreso. Ma l'immagine che tutti abbiamo dinanzi agli occhi è questa. Oppure quella, equivalente, del Milan allo stadio Ataturk di Istanbul.
Dovrebbero tremare tutti al solo pensiero, mentre il Paese, in tutt'altri affanni affannato, guarda con la coda dell'occhio a questo deprimente spettacolo che interessa soltanto gli addetti all'infimo lavoro di un'infima politica politicante.
Sembrava che Romano Prodi avesse a disposizione due sole alternative possibili, ambedue rischiosissime, per affrontare la sfida lanciatagli da Francesco Rutelli e dalla Margherita: cercare di circoscrivere la portata dello scontro, accettando un ruolo da re senza terra, oppure promuovere, per la quota proporzionale, una sua lista personale, nella speranza di guadagnare voti un po' dappertutto, certo, ma soprattutto nel territorio elettorale degli sfidanti.
Invece ne ha scelto una terza, ancora più rischiosa, visto che innesca un terremoto destinato a squassare sin dalle fondamenta quel poco che resta della Federazione dei riformisti, e a mutare in profondità gli assetti dell'Unione.
Una Lista Prodi ci sarà, sì, ma sarà la lista dei riformisti che ci stanno a farsi federare dal loro candidato premier. I Ds, dunque, e la piccola pattuglia dello Sdi e quella, ancora più piccina, dei repubblicani europei. E niente Margherita, si capisce. Una coalizione dei volonterosi, magari con l'aggiunta di Arturo Parisi e dei suoi. Un Ulivetto.
All'apparenza la sua può anche sembrare una sortita azzardata per tentare di spezzare l'assedio: in parte, lo è.
Ma le apparenze, come è noto, molto spesso ingannano. Il rischio è alto? Certamente. Dal punto di vista di Prodi, però, ha anche tutta l'aria di essere un rischio calcolato, che il Professore si è accollato dopo essersi fatto e rifatto i conti. Muovendo dalla convinzione che la sua leadership sia tuttora più salda di quanto pensino molti nella sua coalizione, non foss'altro perché nessuno ha la forza, il coraggio o l'interesse necessari a metterla apertamente in discussione; e che, a guardar fuori dal recinto del ceto politico, è buona parte della società civile ( ivi compresa la società civile che conta, non solo quella convocata via fax) a considerarla fuori discussione. Forse è troppo affermare che Prodi si comporta, anche nei confronti dei partner scomodi, come se al governo ci fosse già, e potesse regolare i conti sin d'ora. Ma di sicuro pensa che il destino del centrodestra sia segnato, nonostante Catania, nonostante Bolzano. E sa che molti e importanti interlocutori, anche fuori dalla sua coalizione, condividono la previsione. Anzi, la considerano quasi una certezza.
Resta da capire, naturalmente, se questi calcoli siano davvero esatti. E, prima ancora, quali effetti avrà, sul centrosinistra, l'imprevisto decisionismo del Professore. Dell'Ulivo si rischiano di perdere le tracce; dell'Unione, non si sa.
Quella di Rutelli e della maggioranza della Margherita, come ricordava ieri su questo giornale Michele Salvati, era già una sfida assai seria: adesso si trasforma in uno scontro duro, spietato. Piero Fassino ha già dato il via libera a Prodi, ma il ruolo assegnato ai Ds, il più grande partito del centrosinistra, assomiglia da vicino a quello di una forza gregaria: non è solo il correntone a ribellarsi a una simile prospettiva. I socialisti si oppongono all'idea che alla lista del Professore si aggreghi Antonio Di Pietro. E' probabile che tutto questo, e altro ancora, Prodi lo abbia messo in conto. Ma il pericolo di implosione è serissimo.
Che cosa conta Cicciobello Rutelli nella storia d'Italia? Meno di zero. E Franco Marini e Ciriaco De Mita? Idem come sopra. E la Margherita? Poco più di zero. Cicciobello e i margheriti andranno da soli nel proporzionale? E chi se ne importa!, nel proporzionale si distribuiscono soltanto un quarto dei seggi alla Camera dei deputati. Quanti potranno conquistarne, sempre da soli, i margheriti? Non lo so e non m'interessa saperlo, perché non è dal proporzionale che nasce un governo degno di questo nome, ossia stabile ed efficiente.
Ma allora perché a tanti elettori di centro-sinistra fumano i santissimi per la mossa di Cicciobello, di Marini e del redivivo Ciriaco? È dal giorno del siluro sparato contro l'Ulivo dai margheriti che incontro gente imbufalita. Gente che mi chiede: come mai quelli là hanno fatto questa schifezza? Li ho incontrati persino alla Prima Comunione di mia nipote. Sul piazzale della chiesa, mi hanno fermato, ciascuno per proprio conto, quattro padri di famiglia. E tutti e quattro, chi dispiaciuto, chi allarmato, chi imbestialito, mi hanno rivolto la stessa domanda.
Nel mio piccolo, penso di aver capito la ragione del terremoto scatenato dai margheriti. Da almeno una dozzina d'anni, dopo Tangentopoli, la gran parte degli elettori italiani ha scoperto di non poterne più del sistema dei partiti nato con la Prima Repubblica e che, via via, si era andato degradando. E ha guardato con interesse ai tentativi di riformare la politica. Nel 1994, Silvio Berlusconi ha vinto sull'onda di questa speranza e dopo aver creato un movimento nuovo, Forza Italia. Nel 1996, Romano Prodi ha conquistato il governo per lo stesso motivo, grazie a uno strumento anch'esso nuovo, l'Ulivo, embrione di una forza politica mai vista da noi: il Partito Democratico.
Dopo la sconfitta del 2001, Prodi ha ripreso in mano quel tentativo fallito. Lo ha fatto non da solo, certamente, ma con l'aiuto dei Ds, della Margherita, dei socialisti e dei repubblicani. È nata la Federazione dell'Ulivo e, intorno, si è formato l'anello più vasto dell'Unione. Alle elezioni europee la Fed si è comportata bene, con il 31 per cento dei voti, mica pochi in un paese dai troppi partiti come il nostro. Poi, giorno dopo giorno, il cancro del partitismo ha ricominciato a corrodere l'albero dell'Ulivo.
Credo che il ritorno di questa malattia sia stato favorito proprio dalle ripetute vittorie elettorali del centro-sinistra. I partiti dell'Unione hanno di nuovo sentito il profumo del potere. Si sono ingolositi. E hanno deciso che era meglio badare all'interesse della propria parrocchia invece che a quello dell'Ulivo o dell'Unione. Con una vera marcia all'indietro rispetto al sogno e al progetto coltivato da Prodi.
Ad attestare il ritorno del 'mi faccio i cavoli miei' sono poi emersi alcuni casi che non potevano sfuggire agli elettori. Ne volete uno, da manuale? L'elezione dei nuovi consiglieri d'amministrazione della Rai: tutti lottizzati e tutti fieri di esserlo. A cominciare dal più grottesco, Sandro Curzi. Un sempre a galla che, fin dalle prime interviste, si è vantato di aver ricevuto la poltrona dal suo partito, Rifondazione comunista, e ha pensato bene di attaccare Prodi.
La rinascita di un cadavere che ci eravamo illusi di seppellire ha visto anche il ritorno di un'abitudine miserabile: quella degli sputi in faccia tra alleati che dovrebbero, come minimo, rispettarsi. Sono rimasto di sasso leggendo sulla 'Stampa' un'intervista di Federico Geremicca a De Mita. La cosa più gentile che Ciriaco ha detto di Prodi è la seguente: Romano avrà pure attitudini di governo, "ma con la politica ha le stesse difficoltà che ho io a parlare fiorentino".
Insomma, come ammoniva il vecchio Carlo Donat-Cattin, capo della sinistra democristiana, è ricominciato il tempo dell'uccello padulo che vola all'altezza del culo. Volgare, ma efficace, no? In questo clima, la mossa della Margherita è stata vista come la prova regina che stiamo ripiombando nel passato. Invece di uno per tutti e tutti per uno, il motto dell'Unione rischia di essere: tutti contro tutti. Tanto è vero che il Parolaio Rosso (cito 'l'Unità') ha subito dichiarato: "Sulla rottura facciamo crescere il progetto di una sinistra radicale".
Se questo clima fetido non verrà dissolto, che cosa accadrà in un ipotetico governo dell'Unione? Prodi non rischierà di essere un presidente travicello, prigioniero di una banda di boiardi rissosi? Adesso l'unico che può metterci una pezza è proprio il Professore. Gli auguro di non lasciarsi prendere dall'orgoglio, dalla stizza e dal rancore. E faccia suo il motto: troncare e sopire. Ossia, smussare gli angoli e trovare del buono anche in una sbobba che sembra soltanto cattiva. Qui si vedrà la sua statura di leader. In caso contrario, tanti elettori, stufi di turarsi il naso, cominceranno a domandarsi: ma perché dobbiamo votare per l'Unione? Confesso che comincio a chiedermelo anch'io.
Barbara Palombelli, che è la signora Rutelli, raccontò in un´intervista familiare che la forza del suo Francesco, anzi alla romana del suo "Franciasco", sta tutta "nell´essere sempre sottovalutato". Ma forse lei lo sopravvaluta, come forse lo sopravvaluta Romano Prodi,
Il quale litiga con lui e lo spinge al duello all´ultimo sangue, invece di capire che anche l´organo politico pretende il riconoscimento da parte della sua funzione, della funzione politica, perché insomma Rutelli è oggi il leader della Margherita, e la Margherita è il partito di Prodi. Ha gridato al microfono Marini: "Prodi ci ha fatto sapere che ha passato un´ora con Fassino. Mai che passi un´ora con Rutelli". Un´ora per ragionare ed elaborare, un´ora per raccogliere un poco di cicoria da mangiare con il pane.
Ma certamente sbaglia chi pensa che sia solo una faccenda di personalismi, la rappresentazione di quella "accademia del rancore" che un giorno D´Alema intravvide nel partito di Prodi, che allora si chiamava Asinello e già l´orso marsicano Marini dichiarava: "Voglio prendere a calci nel culo il somaro come si fa con gli asinelli". Oggi quello tra Rutelli e Prodi è lo scontro tra la politica-istituzione e la politica movimento, tra il culo di pietra e il viandante errabondo, tra il monumento e lo scandalo. E non è un caso che il conflitto sia scoppiato adesso, dinanzi all´indebolimento dell´antagonista Berlusconi che teneva in piedi come una stecca ortepedica anche il suo avversario storico, il suo nemico di sempre. Davvero sarebbe banale inscrivere il dissidio di Prodi con Rutelli tra i soliti regolamenti di conti dei capibastone. È una battaglia molto più ricca e complessa di come appare a prima vista. È infatti la lotta tra la politica e la sua funzione, tra l´organo e la sua capacità, tra la mano e la prensilità, tra l´occhio e la vista, tra l´aggettivo e il sostantivo, tra l´apparire e l´essere. La funzione-Prodi è un attributo dell´organo politico, è la forma che ha deciso di darsi quella sostanza che è fatta di Rutelli, di Fassino, di D´Alema, di De Mita , e di tutti quelli che, ogni volta che l´albero della rigogliosa frutta elettorale inaridisce e secca, scendono dai rami, dal sopra al sotto, per mangiare cicoria, visto che non possono trovare un´altra funzione, una presidenza, un´aula universitaria, un´industria di stato.
E quella di Rutelli è davvero una storia di pane e cicoria, che vuol dire politica in tutte le sue asprezze, politica umiliata, politica dimessa, politica bastonata. La cicoria infatti è la politica dello sconfitto indomito che si vede condannato dall´ironia dei suoi stessi alleati a interpretare "la diva di Hollywood", "il leader delle cento padelle", "la sedia a rutelle". E basta aprire quel frigorifero della realtà che è l´archivio di un giornale per ritrovare tutte le altre amorevoli perfidie che riservarono a questo loro "leader per un giorno" gli oracoli della sinistra, da D´Alema a Cofferati, dal Financial Times a Le Monde. C´era chi gli consigliava "un concorso di bellezza", chi lo considerava "solo uno spot pubblicitario", chi lo paragonava alla "statuina del presepe". Cicoria è vedersi eternamente identificato con "il bello guaglione" che, nel giugno del 2001, consegnando nelle mani di Berlusconi la più forte maggioranza parlamentare della storia repubblicana, si era ridotto a misurare l´abisso della propria solitudine alla maniera dei comici tristi che misurano il tempo con il metro o con la bilancia. È cicoria ricominciare appoggiando la scala nel vuoto per risalire sino alle stelle.
Romano Prodi invece non conosce la cicora, ed è bene che non la conosca. Non ha provato il sapore amaragnolo che anche in politica hanno la lacrime, che ha la resa. Prodi infatti è una funzione senza politica. E la funzione è sempre assoluta, senza topografia, senza un sopra e un sotto: né pane né cicoria. Professore universitario, quindi commesso di Stato, e poi premier senza partito e generale dell´esercito di D´Alema, Prodi non è mai stato considerato "indispensabile" all´organo, vale a dire alla politica, che lo evocò perché aveva bisogno di vestirsi, di darsi una pelle adatta ai tempi, agli antagonisti, alla propria debolezza, una faccia accomodante e rassicurante contro il viso terrificante di Previti, la faccia dello zio buono e pieno di competenze contro quel museo di figuri che è stata Tangentopoli. "Con l´autorità che ci viene dal nostro ruolo, noi le conferiamo l´incarico di candidato premier della nostra coalizione", disse D´Alema al professore sul palco della Sala Umberto. Ma Prodi non è stato solo una concessione alle ossessioni di Berlusconi che non può certo dare del comunista a un democristiano statalista ma non soviettista. Con i suoi pullman, le sue biciclette, i suoi asinelli, è stato anche una risorsa di saperi, un antidoto tranquillizzante pur senza essere un rigido e algido tecnocrate, come un poliziotto di quartiere, ma di un quartiere deserto di politica.
E Prodi è stato una nobile funzione senza politica anche come presidente europeo su mandato diessino, ancora una volta fu accreditato come faccia amabile del sarcasmo di D´Alema il quale invece fu anch´egli relegato, come è facile ricordare, ad una dieta di pane e cicoria.
Rovesciato da Bertinotti e da una congiura di palazzo attribuita, non sappiamo se con ragione, a Marini e a D´Alema, Prodi, se non fosse un abile democristiano, tornando al potere rischierebbe di cadere in ostaggio del rancore, che è un vizio privato e mai una virtù pubblica: il rancore contro Marini, che della Margherita è l´anima tecnica; il rancore contro Rutelli che lui nominò amministratore delegato di un partito che, come un posteggiatore a cui si affidano le chiavi della macchina, avrebbe dovuto limitarsi a parcheggiare, a gestire in attesa del suo ritorno in Italia; il rancore contro troppi; il rancore come futuro.
Ma l´essere solo una funzione è la grande forza di Prodi, la forza che lo salverà dal rancore, perché la funzione non crea problemi all´organo ma deve invece risolverli. Mai la prensilità deve creare problemi alla mano. Al contrario è la mano che, quando ha problemi, attiva la prensilità. Prodi e la politica sono due mondi distinti che diventerebbero inconciliabili solo se si volessero reciprocamente sopraffare.
Del resto, proprio perché è funzione della politica, Prodi è oggi di nuovo candidato. E di nuovo lo è senza senza elettori militanti, senza sezioni, uffici di rappresentanza e senza segreterie; senza il pane dei congressi e la cicoria delle sconfitte; senza il pane dell´amministrazione del territorio e la cicoria del dissenso; senza il pane del colloquio con gli elettori e la cicoria delle bocciature; senza il pane della complicità con traffici e interessi, reali ma a volte non tutti legittimi, e la cicoria di capire e di non poter capire, di non voler capire e di non essere capiti; senza il pane di parlare in nome degli elettori e la cicoria di non poterlo fare con le loro parole, in nome del popolo italiano ma senza la lingua del popolo italiano.
Pur non condividendo il percorso di Rutelli, da radicale a cattolico astensionista del partito di Ruini, bisogna ammettere che il personaggio è vivo, si espone allo scandalo della conversione, alla revisione dell´estremismo antinucleare, che da giovane lo portò in galera, sino al moderatismo, che è la nuova stagione della sinistra; da verde arcobaleno a grigio democristiano, correndo persino il rischio di diventare il Follini del centrosinistra, un disadattato alla politica dei Poli, il Gianburrasca che non porta mai alle estreme conseguenze i propri umori e le proprie convinzioni. Davvero il follinismo di centrosinistra sarebbe letale per lui.
Ma ora Prodi gli rimprovera d´essersi alleato con i suoi nemici, benché Marini e De Mita non siano Berlusconi né alleati di Berlusconi, e benché siano legittimi tanto il bisogno di unità espresso da Prodi quanto il disegno di subentrare a Berlusconi nel cuore degli italiani conservatori, di bonificare la palude elettorale del conformismo di centro, di chi non vuole vivere scagliando il cuore oltre l´ostacolo, dei borghesi piccoli piccoli, dell´Italia decentemente democristiana alla quale prima o poi di nuovo bisognerà far mangiare pane e salsiccia.
ROMA. Se accadesse che... se lui dicesse qualcosa, se l'altro facesse così, se quello rispondesse picche, se lui avanzasse una proposta nuova, se loro riflettessero un momento, se noi facessimo una mossa. E' il se, il condizionale, l'ipotesi, la subordinata che governano (si fa per dire) il momentaccio che sta passando l'ex Ulivo. Se Rutelli ci ripensa, se Prodi fa la la sua lista, se non la fa, se i Ds ci stanno o no, se la Margherita si scinde, se magari si scindono pure i Ds, se Boselli, se i repubblicani, se Di Pietro. Se, se e ancora se. Ma il se più grosso, quello che se diventa un sì cambia tutto, l'ha detto lo stesso Prodi parlando del suo ruolo da leader: "Un impegno che non potrebbe esserci se venisse a mancare la lista dell'Ulivo". Quel se significa che Prodi potrebbe anche mollare, essere costretto a mollare, oppure mollare per rabbia, o magari far finta di lasciarsi convincere che è meglio così. E allora: se Prodi lasciasse che succederebbe? Succederebbe Veltroni.
Non lo dice nessuno ma lo dicono tutti, da mesi ormai. Il sindaco di Roma, un fiume carsico che compare e scompare, ovviamente tace, fedele nei secoli al suo leader. Non si è mai sognato di dire neanche una parola su se stesso come eventuale candidato premier Prodi, Prodi e ancora Prodi. Certo, legge i giornali, incontra gente, è informato, sa che il suo nome circola con insistenza e tanto più si tira indietro. E' ancora convinto che il leader dell'Unione debba essere Prodi, le interviste, le dichiarazioni, gli interventi di questi ultimi mesi lo hanno sempre sottolineato. Così come, anche durante le varie crisi che si sono alternate nel mondo dell'Ulivo, ha sempre tentato di allontanare il momento dello scontro, in altre parole di salvare il salvabile. Senza mai forzare, anzi invitando a smussare, a spostare il piano dal conflitto al discorso. Amareggiato se un giornale romano (Il Tempo di ieri) lo raffigura felice che brinda insieme a Rutelli e a Marini alle spalle di Prodi. Preoccupato dalla rottura di Rutelli e ancor di più dallo strappo di Prodi.
Ma mentre Veltroni si tiene in terza fila, c'è chi pensa intensamente a lui. Un pensiero trasversale che parte dalla Margherita e arriva fino a Bertinotti, passando ovviamente per i Ds. Per qualcuno è una buona idea, per altri un sogno, per altri ancora forse un incubo. Comunque è un'ipotesi, magari non realistica oggi o domani ma dopodomani chissà.
Solo che prima di arrivare a Veltroni, troppi condizionali devono trasformarsi in indicativi. Per esempio quelli che riguardano i Ds, il partito messo più in crisi dalle decisioni di Rutelli prima e di Prodi poi. Se già l'idea del Listone unitario e del Partito riformista era stata digerita a fatica nel corpo della Quercia, figuriamoci l'ipotesi di sciogliersi in un partito prodiano di cui loro sarebbero solo gli anonimi portatori d'acqua. Una cosa è scommettere su un progetto che unisca le due grandi culture politiche del Novecento (socialista e cattolica democratica), anche a costo di perdere qualcosa in voti, identità, soggettività. Tutt'altra è sacrificarsi per una sua caricatura. Ma è difficile per Fassino e D'Alema dire di no al leader dell'Unione, anche al prezzo di dover affrontare un congresso straordinario (che la minoranza è già pronta a chiedere) e magari una scissione (che la minoranza non esclude).
Se però i Ds dovessero dire di no a Prodi, Prodi potrebbe a quel punto anche essere tentato di mollare (una lista da solo è poco probabile e una sua marcia indietro pure: l'uomo è coriaceo). Ma anche in questo caso Veltroni non avrebbe ancora la strada spianata. Certo, nell'opinione pubblica il suo nome è popolare e anche nel partito c'è una diffusa convinzione che potrebbe essere l'uomo giusto per battere Berlusconi (o Casini). A una condizione: che sia il candidato di tutto il partito. Se invece Fassino non fosse d'accordo, se volesse puntare su se stesso per la leadership dell'Unione, i Ds entrerebbero in crisi: chi fare?
Ma se (ancora se) invece Veltroni riuscisse ad arrivare al nastro di partenza, magari perché addirittura investito dallo stesso Prodi, sostenuto dalla Margherita, dal suo partito, da D'Alema e da Fassino, troverebbe sostegni anche alla sua sinistra. Bertinotti non ha mai fatto questioni di nomi, Prodi andava e va benissimo, il problema è "il programma, il programma, il programma".
Ma se non ce la facesse, anche Veltroni gli andrebbe bene, anzi benissimo. Per capirlo basta leggere in questa chiave la durissima polemica che lo contrappone a Cofferati (altro eventuale cavallo di riserva) e sfogliare il giornale del partito. Il titolo di apertura di Liberazione dell'altro ieri diceva così: "Veltroni dà le case agli sfrattati, ai poveri e a chi le occupa".
Mentre nella Roma di sinistra risuona sordo un tam tam che scandisce "Walter, Walter", i mediatori sono al lavoro e diffondono parole d´ordine sedative: "Suturare la ferita, subito", dice al suo entourage dell´Arel Enrico Letta, "poi si vedrà". Nella piccola tribù prodiana lunghi sospiri precedono ogni considerazione.
Le convinzioni si formano lentamente. Certo, la sensazione generale è che si "siamo all´angolo". Ma "Romano lo conoscete tutti". Dà il suo meglio quando è in emergenza. Quando le cose vanno a rovescio si chiude nel suo studio, come gli rimprovera Franco Marini, stira le labbra, incassa la testa e si prepara a resistere. È un uomo a cui gli attacchi rimbalzano addosso.
Ad ogni modo tutti sono consapevoli che è cominciata una mano di poker segnata da un rilancio altissimo, lo strappo di Prodi. Il quale Prodi è convinto (anzi, più che convinto, sostiene di avere la certezza) che gli uomini di Fassino lo sosterranno. È possibile, naturalmente. Si può ragionevolmente pensare che gli "ex comunisti" abbiano ancora bisogno di Prodi, perché Prodi è una garanzia verso il voto cattolico, perché ha una competenza da economista affinatasi nei processi decisionali di Bruxelles, perché impersona quasi fisicamente l´idea dell´Ulivo. "E anche perché il centrosinistra esiste in quanto l´ha creato lui", come dicono i suoi fedeli: "prima c´era la gioiosa macchina da guerra".
Va bene, ma dietro l´angolo, oltre le trappole in cui il centrosinistra si è cacciato, si intravede qualcosa? A questo punto la storia della crisi diviene intricata, e delicata. E anche a lasciar perdere gli scenari da panico (secessione dei prodiani dalla Margherita, torneo di accuse reciproche, discredito generale della coalizione, disunione dell´Unione), c´è un punto politico ancora più essenziale, un tema cruciale per l´intero presente e futuro del centrosinistra.
Vale a dire: allorché è esplosa la crisi, Piero Fassino e tutti i Ds non ci hanno messo nulla a capire che fra la loro ormai piena legittimazione politica e la candidatura a governare in prima persona c´è solo un diaframma, rappresentato paradossalmente proprio dal democristiano che all´ultimo Congresso li chiamò "care compagne e cari compagni", il professor Romano Prodi.
Basta accennare a un´ipotesi, su questo terreno sdrucciolevole, e subito partono gli esorcismi. Ci vuole una bella riflessione, dice Gavino Angius. Alt, fermi tutti e meditare, si schermisce Pier Luigi Bersani. Si capisce facilmente la ragione di tanta prudenza. Nell´eventuale "Prodi 2, la ricaduta", i Ds non possono interpretare la parte dei killer. Ma se Prodi cade da solo, o lo fa cadere la Margherita, o ancora se Bertinotti lo molla, accadono allora alcune cose forse perfino più complicate.
In primo luogo si verifica sul campo la tesi secondo cui in una democrazia appena decente, e in un bipolarismo appena normale, l´espressione del leader tocca al partito più forte di una coalizione. E in secondo luogo, come corollario, che questo candidato al governo coincide con la figura del segretario politico del partito suddetto.
Sono regole schematiche: e soprattutto è sufficiente enunciarle perché nella Quercia si avverta un brivido. Perché ovviamente il capo del partito è Fassino. Mentre qualsiasi sondaggio formale o informale realizzato fra i Ds rivela che il candidato alla guida della coalizione, il più popolare, sarebbe a furor di popolo Walter Veltroni. "Walter, Walter", appunto, come dice il passaparola romano.
Non conviene mai addentrarsi nella fantapolitica. Intanto però prendiamo tutti nota che in futuro la "normalità" della politica italiana dovrà indurre i partiti, a partire proprio dai Ds, a procedere alle nomine del vertice non più come prodotto di alchimie e compensazioni interne, bensì funzione della competizione politica esterna.
Si tratta di un criterio tendenziale a cui per ora la Quercia non ottempera, e ciò comporta conseguenze. Se infatti i Ds dovessero esprimere oggi il loro candidato alla premiership, si troverebbero alle prese con un rompicapo. Il loro segretario è un perfetto uomo di governo. Serio, credibile, solo sfiorato, non scosso, da una tensione che rappresenta l´impulso elettrico di una capacità di lavoro impressionante, Fassino è un esemplare politico nell´accezione di Max Weber, "Politik als Beruf", politica come vocazione e professione inscindibilmente fuse.
Se oggi la vocazione della sinistra è orientata esplicitamente al governo, il segretario Ds sarebbe l´uomo giusto al posto giusto. Ma per governare occorre vincere le elezioni, cioè condurre una campagna, usare i media, convincere gli indecisi, mobilitare i propri elettori. Bisogna introdurre nella razionalità del messaggio politico una scintilla di creatività capace di accendere anche l´emotività pubblica.
Sotto questa luce, Veltroni non ha rivali, perché è un interprete straordinario della politica post-materialista, basata sulle passioni e le tendenze più che sugli interessi. La sua propensione a innamorarsi di missioni antropologicamente impegnative e il suo essersi defilato in Campidoglio (un "gran rifiuto"?) gli avranno attirato le ermetiche ironie di Francesco De Gregori ("Chiudi la porta e vai in Africa, Celestino"), ma la sua popolarità capitolina sembra in grado di trasmettersi anche a tutto un paese che sente ancora il bisogno di mobilitazioni psicologiche e di utopie.
Mentre per il torinese Fassino la politica è ancora un riflesso quasi automaticamente "fordista", un ritrovarsi nelle fabbriche e fra compagni, e il suo cattolicesimo ("la fede dei padri mai perduta") contiene un´ombrosità giansenista, per Veltroni la politica è un illuminarsi di notti bianche, in una Roma illuminata dai fari dei concerti, e il credo personale è l´adesione per sentimento a figure interpretate in chiave progressista, da Martin Luther king a don Milani.
Sarebbe facile concludere che Fassino è il popolo e Veltroni è la popolarità, "Walter, Walter". Ma la realtà è che entrambi rappresentano una sintesi ancora imperfetta. Scegliendo l´uno, si perde qualcosa dell´altro. Ed è forse per questo che difficilmente la crisi dell´Ulivo potrà essere risolto con blitz estemporanei. Soluzioni anche ciniche, dopo la rottura fra Prodi e Rutelli, ce ne sarebbero a iosa; e dunque se per ora prevale la cautela, non dipende solo dall´atteggiamento "fair" dei protagonisti e degli attori di contorno.
Già è complicato, come si è visto, trovare procedure e modalità condivise per lo sviluppo della coalizione in direzione riformista. Se poi si aggiunge che gli equilibri interni all´Unione sono talmente delicati da produrre effetti disgregativi e virtualmente "suicidi" quando essi vengono modificati, è facile capire che il grande gioco di ruolo che si sta recitando in queste ore attorno alla figura di Prodi non ha esiti comodi o alternative facili.
Fassino una volta ha lasciato capire che sarebbe un´ingiustizia scartare dalla corsa per la leadership chi si è assunto il lavoro duro di tenere in piedi il partito. Ciascun partito ha il suo uomo "pane e cicoria". È giusto che l´abbia detto, ed è un monito per riconoscergli che al momento buono avrà il diritto almeno a un posto sui blocchi di partenza nella corsa per la candidatura. Ma è anche un criterio più generale per riconoscere che dalle crisi non si esce con invenzioni estemporanee, e che la via più facile non è la più sicura.
La lotta politica in Italia sta diventando un laboratorio di cavie impazzite, una corsa a chi si suicida per primo. Il centrosinistra è impegnato nella non facile impresa di sfasciarsi ad appena un mese dalla più clamorosa vittoria elettorale della sua storia. Ed ecco che Berlusconi, invece di sfruttare il regalo, irrompe sulla scena con i soliti tre passi nel delirio. L´Italia grande malato d´Europa? Macché, intona il mandolinaro di Palazzo Chigi, gli italiani sono un popolo di ricchi e felici collezionisti di telefonini, Ferrari e fidanzate, un´allegra brigata di giovani miliardari e playboy, cinquanta milioni di Pier Silvio e Marine. Ora, finché si tratta di confezionare un testo per il posteggiatore Apicella, la trovata può anche funzionare.
Ma se è questa la strategia del premier per rimontare la china e reagire all´effetto prodotto sull´opinione pubblica dai discorsi di Ciampi e Montezemolo, allora il centrosinistra può dormire sonni tranquilli. L´opposizione è condannata a vincere le prossime elezioni anche se dovesse presentarsi divisa in quindici liste al proporzionale e il simbolo della cicoria al maggioritario.
Gli dei accecano chi vogliono perdere. Berlusconi è accecato da anni dal suo dio, se stesso, nel tentativo di ripetere il Berlusconi vincente d´altri tempi. Quello aveva intuito una cosa semplice ma decisiva, che l´elettorato, come qualsiasi pubblico, preferisce il discorso positivo al negativo, ed era diventato l´uomo dei sogni. Questo Berlusconi non capisce però un dato altrettanto elementare, che in presenza di una crisi drammatica e dopo quattro anni passati al governo, forse è il caso di farsi venire un´altra idea e cambiare strategia. Il pubblico non crede più ai sogni, si sente preso in giro e reagisce con fastidio o rabbia.
È paradossale come il tramonto della seconda repubblica stia ripercorrendo le tappe e gli errori che portarono alla rovina la prima. La stessa arroganza e presunzione d´invincibilità, lo stesso progressivo e schizoide distacco dalla realtà. Oggi come allora l´Italia è caduta in recessione e la politica, chiamata a trovare soluzioni, si rinchiude a palazzo. L´opposizione non riesce a parlare al Paese, affacendata in astruse diatribe politichesi. La maggioranza, anzi Berlusconi, invece si rivolge di continuo al popolo nella puerile speranza di cambiare la percezione della realtà con gli slogan, l´immagine, il controllo sui media, i vecchi trucchi ormai scoperti. L´illusione di entrambi, governo e opposizione, è che non esista comunque un´alternativa alla classe dirigente. E invece l´alternativa può comparire da un giorno all´altro. Nel vuoto di rappresentanza, basta portare un principio di realtà nell´angusto recinto del dibattito politico per scatenare folle plaudenti e accreditarsi come un potenziale leader. Quanti voti prenderebbe domani Montezemolo se decidesse di scendere in campo?
Non si tratta d´una questione di carisma personale, di questo o quel leader giusto, come credono i politici e i loro guru sondaggisti, ai quali hanno ormai delegato il molesto contatto con il mondo esterno. Ma i sondaggisti, come tutti i venditori, tendono ad accontentare il cliente. Dietro l´inopportuna mandolinata di Berlusconi ci sarà senz´altro un sondaggista ansioso di compiacerne i tic e il narcisismo. Quanto è più insicuro e in declino, tanto più un leader è portato a ripetere il proprio passato vincente, proprio quando gli servirebbe invece uno sforzo creativo. Ma il Berlusconi davvero vincente all´occasione se ne fregava dei sondaggi e inseguiva il proprio fiuto. Perso il mantello d´invincibilità oggi allo sguardo esterno di molti, anche elettori di destra, sembra soltanto un vecchio attore prigioniero di un successo d´altri tempi, una specie di Gloria Swanson sul viale del tramonto. Va detto che allo sguardo esterno non fanno una bella impressione neppure i suoi avversari, pericolosamente illusi d´aver liquidato i rapporti con la base elettorale convincendo Cofferati a fare il sindaco a Bologna e Moretti a tornare al cinema. Quasi davvero milioni d´italiani adulti e consapevoli fossero scesi in piazza per le carismatiche barbe di un regista e d´un sindacalista e non perché erano le due uniche figure pubbliche, in quel momento, capaci di rispondere al gigantesco bisogno di partecipazione, chiarezza e unità. Una domanda che cova ancora sotto le ceneri di movimenti e girotondi.
Se l´economia italiana è malata, questa politica sembra addirittura agonizzante. Per un contrappasso, nel finale della seconda repubblica le virtù dell´antico successo si rovesciano in vizi capitali: il personalismo, il culto dell´immagine, la sovraesposizione mediatica, l´insostenibile leggerezza del discorso politico. La crisi impone un´agenda reale al dominio del simbolico. Alla fine vincerà il primo che riuscirà a sottrarsi al gioco per ritornare alle cose concrete. Oppure più modestamente, conoscendo gli attori, vincerà chi riuscirà da qui alle prossime elezioni a fare e dire il meno possibile, a lasciare campo libero all´autolesionismo altrui. Come nel ciclismo su pista, è importante stare fermi più a lungo possibile, immobili nel surplace, per poi sfruttare la scia favorevole in volata. Almeno queste cose Prodi dovrebbe saperle.
Non si vedono pile di cadaveri, non ci sono gerarchi impiccati a un distributore di benzina, apriamo le porte delle segrete e non troviamo trofei di teste mozzate, non ci sono camere a gas, non c'è l'ultima stazione del lager, con il cartello della schiavitù totale: 'Il lavoro rende liberi'. C'è solo l'ultima inutile menzogna: "L'economia italiana va male perché facciamo troppe vacanze".
La menzogna in politica e nella vita è un rimedio cattivo ma necessario alla noia e all'impossibile, ma la menzogna ridotta al gioco delle tre carte, alla penosa furbizia personale è umiliante.
Il passaggio è forte: da Churchill che promette al suo popolo lacrime e sangue, al Cavaliere che se la cava con gli impiegati dello Stato annunciando: in cassa non ci sono più soldi. La sincerità beffarda del debitore che se ne lava le mani.
Ma non aveva detto il giorno prima che le casse erano ancora piene e che chi lo negava era un disfattista? Lo aveva detto, ma cosa contano per i furbi le parole? Sono stato frainteso. Prendo atto delle cifre fornite dall'Istat. Esorto l'opposizione a far fronte al pericolo comune, dice adesso.
Roba dell'altro mondo e gli italiani nemmeno una piega. Non si vedono file di cadaveri, e neppure trofei di teste mozzate, ma è questa la fine del piccolo regime? Annunciata da un signore di media età che oggi ha il caschetto dei capelli finti più nero di ieri (si può mostrare ogni giorno un caschetto diverso, un giorno fino a metà nuca, il giorno dopo a nuca intera, si può mostrare ai cittadini questo fregolismo?).
Cose da pazzi e i nostri giornali continuano a prenderlo sul serio, titoli normali, pacati, da ordinaria amministrazione: 'Non è recessione ma stagnazione'. 'Contratti i sindacati ci aiutino'.
Non aveva detto l'altro ieri che in Italia i sindacati sono tutti comunisti, sovversivi? È stato frainteso, voleva dire esattamente il contrario.
Non è solo lui, intendiamoci, a ballare sull'acqua ondosa come un re travicello. Dove li mettete i neofascisti che ci ritroviamo? Il fascismo è stato tante cose, una tragedia e una esplosione di nazionalismo, una infatuazione ducesca e piazzale Loreto, una modernizzazione del paese e la madre dei peronismi, tutto quel che volete, ma non la presa per i fondelli di quelli che si mettono in testa la kippà, vanno a Gerusalemme al sacrario dell'Olocausto, e intanto chiedono la parificazione delle milizie di Salò con i partigiani; cioè la parificazione delle milizie che sono state fino alla fine con i nazisti, con quelli che li combattevano.
Ma è possibile che questo indecente trasformismo sia stato favorito, appoggiato dal piccolo regime di Silvio l'imbroglione? Il danno, forse irreparabile, che il piccolo regime ha fatto alla nazione è di avere coltivato tenacemente il peggio.
Avevamo una classe politica ballerina, ma tutto sommato di livello europeo. Ne ha fatto in pochi anni una classe di uccelli migratori che passano da un partito all'altro. Avevamo una informazione bella di forme e mediocre di carattere. L'ha riempita nei giornali e soprattutto nella televisione di provocatori e di servi. Il grande regime del cavalier Mussolini cooptava le penne più abili, il piccolo regime del cavaliere di Arcore ha assoldato pagliacci e pazzoidi.
Il piccolo regime se ne va pian piano senza una gioiosa liberazione e senza grandi rivincite. Ne prendiamo atto con la cattiva coscienza di chi lo ha sopportato passivamente, di chi non ha avuto subito un rifiuto, una ribellione totali. Ci siamo sporcati tutti le mani in questa vicenda mediocre, abbiamo tutti mostrato la nostra remissività, la nostra sudditanza al consumismo edonista della televisione pubblica e privata, abbiamo partecipato tutti alla resa a un capitalismo senza regole e senza principi.
La scena del dopo Berlusconi è vuota. L'antifascismo e i partiti antifascisti vanno ripiantati, il futuro dobbiamo inventarcelo.
Da mesi ormai i francesi discutono di Europa, come mai si è discusso in un Paese dell'Unione. Se ne sente parlare nei metrò, se ne discute e ci si divide tra amici, nei caffè basta una scintilla e la conversazione parte sui paragrafi più complicati della Costituzione (quelli che riguardano le decisioni all'unanimità, oppure concernono la sopravvivenza del servizio pubblico, essenziale in Francia). Intanto nelle librerie s'affastellano i libri sull'Europa, positivi o no. Chi voglia comprendere cosa accade alla vigilia del referendum del 29 maggio dovrà non solo occuparsi della storia di questo Paese, ma leggere quel che la Costituzione dice esattamente sui poteri attribuiti ai vari organi dell'Unione, e sulle politiche che intende promuovere o frenare, inventare o superare.
I francesi sono infatti più preparati di tutti i loro concittadini europei, al momento attuale. Fanno pensare alla Germania, quando negli Anni 80 la Nato decise di installare nuovi missili in Europa, per replicare al riarmo di Breznev: i tedeschi comuni parlavano di strategia militare con la destrezza di esperti. E gli esperti dovettero smettere l'arroganza dei propri criptici vocabolari, per potersi misurare con i cittadini ostili ai missili. È proprio quel che succede quando si parla di Unione, oggi in Francia.
La grande disputa francese sull'Europa ha in effetti qualcosa di singolare, se la si guarda da vicino: è bifronte, e di conseguenza non subito afferrabile. Da una parte disvela quella che è una riluttanza antica della Francia: la sua ripugnanza a sacrificare lo Stato nazione, l'atavica reticenza del Regno francese a dissolversi nell'Impero europeo. Una reticenza che risale all'impero romano e poi al successivo, germanico Sacro Romano Impero. È il volto vecchio, dell'attuale suo antieuropeismo. Al tempo stesso tuttavia la disputa ha aspetti avanzati, anticipa addirittura i tempi futuri: la maggior parte di coloro che votano no alla Costituzione si dice europeista, non mette affatto in questione l'esistenza dell'Unione, vorrebbe poter dire la sua sulle politiche che l'Europa in quanto tale favorirà, non sull'essere o non-essere dell'Europa stessa.
Questa seconda tendenza si esprime in maniera confusa - il più delle volte confonde la Costituzione con le politiche dell'Unione, o i poteri ancora esercitati dagli Stati con quelli esercitati dalle istituzioni sovrannazionali -, ma è una tendenza che ha peso in Francia e potrebbe presto averlo altrove. Parigi non costituisce un caso unico: se tutti votassero, la somiglianza tra i popoli dell'Unione apparirebbe assai più grande dell'immaginato.
La cosa grave per l'Unione è tutta qui: che non tutti i popoli d'Europa si esprimeranno, la prossima domenica, ma solo un popolo e solo la Francia, che nella storia dell'Unione ha da sempre un posto speciale. È il Paese grazie al quale l'Europa si è fatta, nel dopoguerra assieme alla Germania, ma è anche lo Stato senza il quale l'unificazione si blocca, come è ripetutamente accaduto in passato, sia quando Parigi affossò la Comunità Europea di Difesa (1954), sia quando De Gaulle si oppose a nuovi poteri sovrannazionali e al voto a maggioranza (politica della sedia vuota, 1965-66). Se si votasse lo stesso giorno in tutti i Paesi dell'Unione avremmo non solo una Costituzione pienamente ancorata nella democrazia.
Supereremmo anche la singolarità della Francia, e quest'ultima sentirebbe più forte l'obbligo di tener conto degli argomenti avanzati dai Paesi alleati, compresi gli europei dell'Est appena entrati nell'Unione e guardati con accanito sospetto a Parigi. Quest'occasione è stata purtroppo perduta, né i convenzionali presieduti da Giscard né i governi hanno osato proporre un referendum globale in Europa, e ora si paga il prezzo di questa pusillanimità e miopia.
In altre parole: la natura schizoide dell'elettore francese è caratteristica di quel Paese ma al tempo stesso ci appartiene e ci rispecchia. Vuol dire che i popoli europei sono complessivamente a un bivio. Da un lato sono prigionieri del mito che fonda lo Stato nazione, e ad esso continuano a essere aggrappati nonostante la sovranità esclusivamente nazionale faccia acqua da tutte le parti. Dall'altro si comportano come se l'Europa già esistesse, perfettamente organizzata, e si trattasse ora di decidere quale politica seguire al suo interno: se una politica più liberista, o più sociale. Questo significa che l'europeizzazione dei popoli è ormai iscritta nei fatti, anche se è mal adoperata e a volte cinicamente sfruttata dalle élite politiche di destra o di sinistra.
È la tesi d'un libro indispensabile sullo stato dell'Unione, scritto l'anno scorso in Germania dai sociologi Ulrich Beck e Edgar Grande (Das kosmopolitische Europa, Suhrkamp 2004). L'europeizzazione dei popoli è secondo gli autori già ampiamente diffusa nell'Unione, e sono in genere le classi politiche o intellettuali (giornalisti, esperti, sociologi) a indulgere nel "nazionalismo metodologico" dei giudizi e previsioni. Un metodo che vede tutto attraverso il binocolo dell'esperienza passata, tipica dello Stato nazione, e che dunque non scorge quel che vi è di nuovo e di diverso nella costruzione - per metà sovrannazionale per metà intergovernativa - dell'Europa unita.
È un po' come se nel '500 gli uomini della scienza e della politica avessero descritto la propria epoca facendo finta che non fosse stata inventata la stampa, scrivono gli autori: allo stesso modo, oggi, le classi dirigenti non vedono in che cosa l'europeizzazione degli Stati e dei popoli già esiste, e già ha trasformato in modo radicale l'idea dello Stato e della nazione, della diversità e dell'uguaglianza, del comando politico e delle decisioni raggiunte attraverso cooperazione e consenso. In realtà le élite politiche e intellettuali si lamentano di mancanze europee che non sono mancanze, non appena si smette di osservare l'Unione con l'occhiale dell'auto-inganno nazionalista.
Molti sono i luoghi comuni, che saltano grazie a quest'analisi sull'Europa cosmopolita. Ad esempio, non ha più senso alcuno denunciare l'assenza di un dèmos europeo, di un'unica popolazione con ben definita identità. Un popolo simile è concepibile all'interno dello Stato nazione, non nella variegata Europa dove cittadini e nazioni sono uguali di fronte alla legge e però restano diversi. Il dèmos europeo non ha nulla di omogeneo, e in fondo non è unito neppure dalle radici religiose, più o meno forti nei singoli Stati. È unito dalla diversità stessa, come avviene appunto nel cosmopolitismo.
Ha le radici tipiche di un impero, non di uno Stato nazione omologato a forza tramite un monarca, un'idea etnica, o anche un potere egemone universalista. Viene congiunto da un insieme di norme, risponde a più centri di comando che non si escludono a vicenda. Già da quarant'anni ha un ordinamento giuridico autonomo e costituzionalizzato: le prime decisioni della Corte europea di giustizia, in cui si sancisce la preminenza del diritto comunitario su quello nazionale, sono del '63-'64.
Un altro luogo comune che salta è l'idea che la sovranità dei singoli Stati si perda, nel momento in cui viene trasferita ai poteri europei sovrannazionali: che in qualche modo evapori. In realtà - questa la tesi degli autori di Europa Cosmopolita - i poteri che gli Stati perdono sul piano nazionale si riconquistano raddoppiati sul piano europeo. Alcuni vale la pena preservarli. Altri vale la pena trasferirli per rigenerarli. Il gioco non è a somma zero (i poteri sovrannazionali possono guadagnare solo quei poteri che strappano alle istituzioni nazionali - l'Europa o diventa tutta federale o resta tutta intergovernativa) ma è un gioco a somma positiva (tramite cooperazione si ottiene un guadagno maggiore in sovranità di quel che s'ottiene non cooperando).
Alla logica dell'alternativa secca (aut-aut) si sostituisce la logica del sia-sia (i poteri sono sia nazionali sia comunitari). Il modello non è più lo Stato nazione ma l'impero: non l'impero moderno dell'800-'900 e neppure l'impero egemonico descritto da Antonio Negri e Michael Hardt (Impero, Rizzoli 2002). È un impero cosmopolita, che si dà regole ma non un solo comando centrale. In esso, il senso nazionale non coincide più con un unico Stato. È la seconda grande separazione che l'Europa deve compiere per fronteggiare la propria violenza, scrivono Beck e Grande: "Dopo aver separato lo Stato dalla religione nel trattato di Vestfalia, tocca adesso separare lo Stato dalla nazione".
In questi giorni, in Francia, possiamo toccare con mano i vizi dell'Unione. Non esiste ancora una vera narrativa dell'europeizzazione avvenuta nei suoi popoli, ma esistono solo narrative nazionali. Anche in Italia, quando si critica l'euro, si ragiona in tal modo: ricorrendo alla "menzogna esistenziale del nazionalismo". Così non sappiamo difendere la Costituzione. Così non sappiamo vedere le carenze dell'Unione, che ha esautorato i parlamenti nazionali, ha rafforzato gli esecutivi in Europa e nelle nazioni, e davvero soffre di deficit democratico.
Quale che sia il risultato del referendum francese - e dei successivi referendum in Olanda e Polonia, Danimarca o Inghilterra - è a queste cose che occorrerà riflettere con più profondità e meno arrogante sicurezza: sia tra cittadini europei, sia tra esperti e artefici della costruzione europea.
La legge 40 che sarà sottoposta tra poco ( il 12 13 giugno) a referendum è una legge su che cosa? Ufficialmente è una legge sulla " fecondazione artificiale " , o assistita, anche detta, seppur impropriamente ed erroneamente, sulla fecondazione eterologa. In verità è molto molto di più. È una legge che stabilisce che l'embrione è già vita umana, e che perciò correda l'embrione di " diritti " . Ora, nessuno contesta che l'embrione sia vita. Un sasso non ha vita; ma tutto ciò che nasce, si sviluppa e muore, è vita.
Le piante sono vita, gli animali sono vita. E da un punto di vista biologico il genoma ( i geni) di uno scimpanzé è quasi eguale al 99,5% a quello di un essere umano. Eppure la differenza tra uno scimpanzé e un homo sapiens è immensa.
Qual è? Perché l'embrione umano va protetto e quello dello scimpanzé no? Se dobbiamo proteggere la vita, allora di questa " vita e basta " esistono miliardi di miliardi di specie e di varietà. Ma se ci interessa specificamente la protezione della vita umana, allora la dobbiamo definire, allora dobbiamo stabilire quale vita è umana e perché.
Fino a circa mezzo secolo fa, lo sapevamo.
Grosso modo ( ci sono eccezioni) per la Chiesa e per la fede l'uomo è caratterizzato dall'anima, e l' " anima razionale " , per dirla con San Tommaso, arriva tardi, non certo con il concepimento. Invece per la filosofia, o per la riflessione razionale, l'uomo è caratterizzato dalla ragione, dalla autocoscienza o quanto meno da stati mentali e psicologici coscienti. Per Locke, per esempio, la persona è " un essere consapevole di sé " , e " senza coscienza non c'è persona " ( Saggio , II, 27). Ma ecco che d'un tratto, la Chiesa cattolica dimentica l'anima ( e con essa tutta la sua teologia) e si affida alla biologia, alla quale fa dire che tra il mio embrione e me non c'è differenza: vita umana la sua, vita umana la mia. Ma purtroppo la differenza c'è; ed è anche addirittura a mio danno. Se, come mi augura un simpatico lettore, io fossi stato ucciso in embrione io non me ne sarei accorto e nemmeno avrei sofferto; invece io come persona umana so che dovrò morire e forse anche soffrire.
E il discorso serio, l'argomento logico, è questo: che se un embrione sarà una persona, ancora non lo ècome embrione. E sfido qualsiasi ruiniano a fornire una definizione di " persona umana " che si applichi all'embrione.
Passo ai risvolti pratici e agli aspetti concreti della questione. Un primo argomento dei sostenitori della 40 è che proteggere l'embrione è proteggere il più debole, la vita più debole. Ma da questo punto di vista gli embrioni non se la stanno cavando tanto male. I testi di demografia di quando nascevo prevedevano per il 2000 una popolazione di 2 miliardi; invece siamo addirittura più di 6 miliardi e si prevede che saliremo fino a 9. Ne risulta un eccesso di successo degli embrioni: una sovrappopolazione che porta alla distruzione della Terra, del pianeta Terra, e così anche al suicidio tendenziale del genere umano.
In questo contesto, il diritto alla vita si capovolge in una straziante condanna a morte per i già nati, i viventi in eccesso.
Un altro argomento è che la 40 tutela la donna.
Questa poi. Se l'embrione è sacro e inviolabile, anche la pillola ( contraccettiva) del giorno dopo deve essere proibita. Così centinaia di milioni di minorenni inesperte o anche violentate si devono tenere un bambino indesiderato o altrimenti ricorrere all'aborto. Che però dovrà essere anch'esso lestamente proibito, perché se passa la 40, la legge 194/ 78 sull'aborto non potrà essere mantenuta: la contraddizione non lo consente. E così torneremo alle " mammane " clandestine che spesso massacrano e ammazzano le loro clienti. Davvero una bella tutela.