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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 22 maggio 2005



L'Italia l'è malada
ma i dottori sono troppi
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 22 maggio

Dico subito, per la chiarezza che debbo ai nostri lettori, che il caso Rutelli-Margherita sarà uno dei punti di questa mia predica domenicale (così la definiscono molti miei amici e moltissimi dei miei critici). Uno dei punti ma non il solo e comunque inserito in un contesto che finora è stato trascurato.
Alcuni grandi giornali europei, il Financial Times, l´Economist, hanno definito il nostro paese come il grande ammalato d´Europa e Ezio Mauro ha molto opportunamente fatto nostra quella definizione. La quale si fonda sull´insufficienza della nostra economia reale (che datano da molti anni) e della nostra economia finanziaria (che era stata provvidamente risanata negli anni tra il 1992 e il 2000 e che è stata di nuovo e ancor più profondamente dilapidata nei quattro anni del fantasismo berlusconiano.
Ma il dissesto economico-finanziario è solo uno degli aspetti del malanno italiano. Esso va collocato all´interno di un quadro e di una cornice che danno il tono all´insieme e interagiscono con l´insieme, ne rappresentano la causa prima e al tempo stesso l´effetto più rilevante.
La disgregazione: questo è l´elemento di fondo della crisi italiana. Una disgregazione presente in tutti gli aspetti della vita pubblica, politici, culturali, economici, sociali. Una disgregazione da 8 settembre, contrastata soltanto da poche forze e da pochissime personalità, come avvenne appunto nell´Italia del dopo 8 settembre.
La disgregazione d´un corpo sociale è una malattia di lenta incubazione, che lavora sottotraccia, corrompe e divora i tessuti, alla fine esplode e si manifesta con tutta la sua virulenza. Noi speriamo che ora, di fronte a quella virulenza, gli anticorpi e le difese immunitarie si mettano al lavoro. Noi speriamo che ne abbiano ancora il modo e il tempo, non sembri inutile retorica se ricordo, come del resto ho fatto altre volte, che se c´è un uomo che in questi anni disgregati e disgreganti ha fatto il possibile e l´impossibile per contrapporre coesione e cura del bene comune, quest´uomo è stato Carlo Azeglio Ciampi, che ha iniziato l´altro giorno l´ultimo anno del suo settennato. Non può dunque che esser lui il nostro punto di riferimento.
Non è un punto di riferimento neutrale né tanto meno banale. Operare per la coesione del bene comune in un mondo dominato dall´egoismo, dalla visibilità propria a danno di quella altrui, dall´amor proprio contro l´amore per gli altri, non è neutrale né banale. È, al contrario, l´essenza della laicità responsabile e del cristianesimo testimoniato dal Vangelo. Purtroppo sia l´una che l´altro sono stati abbandonati da gran parte dei loro sedicenti seguaci in una società che si sfascia come una zattera fragile in mezzo a un mare tempestoso.
Uno degli esempi più recenti e più visibili della disgregazione nazionale si è visto all´opera nelle elezioni al comune di Catania. Se è vero che il linguaggio è la manifestazione di una persona e del suo pensiero, si fa fatica a comprendere il fatto che il 52 per cento dei catanesi si sia riconosciuto nel riconfermato sindaco di quella città. Il linguaggio di quel medico prestato alla politica è scurrile, i suoi lazzi sono quelli delle taverne, ma non è questo l´aspetto più disgregante. Per vincere la sfida quel sindaco rivendica la sua abilità ad aver ottenuto una massa di risorse destinate alla Sicilia e concentrate nel capoluogo occidentale dell´isola con la benevola complicità del ministro di un ministero che ha per nome la "coesione del territorio". Denominazione quanto mai fantasiosa ma comunque stringente, tradita dal fatto d´aver funzionato come una pompa idrovora per irrorare una campagna elettorale altrimenti rischiosa e forse perdente.
Il centrodestra ha vinto a Catania? Neppure questo è interamente vero.
A Catania hanno vinto i sicilianisti di Lombardo con il 20 per cento dei consensi, riducendo Forza Italia dal 26 al 14 per cento, l´Udc dal 9 al 4, Alleanza nazionale dall´8,7 al 7,8. Se a questo si aggiunge che il voto di An è stato in gran parte ottenuto dal co-sindaco Musumeci, anch´egli in aperto distacco dal suo partito, si deve concludere cifre alla mano che le liste locali hanno ottenuto un quinto dei voti espressi e il 50 per cento della maggioranza su cui si regge lo Scapagnini riconfermato.
Non ci sarebbe nulla di preoccupante nella vittoria di liste locali se non fosse che i loro leader hanno dato alla vittoria un significato politico che va molto al di là di Catania. Quelle liste rappresentano infatti il nucleo germinale di una Lega sicilianista che dovrà propagarsi in tutta l´isola e comportarsi politicamente secondo il modello della Lega padana, condizionando l´azione del governo nazionale così come la Lega padana ha fatto in questi quattro anni.
Gli esponenti della Lega padana dal canto loro non sono stati affatto allarmati da questa possibile contrapposizione, anzi se ne sono dimostrati entusiasti. Il ministro delle Riforme, Calderoli, ha già in programma un viaggio in Sicilia per meglio erudire i nuovi compagni di strada. Come togliere il potere a Roma-ladrona, agendo a tenaglia dal Nord e dal Sud: questo è il programma, che si materializzerà in un "arraffa-arraffa" delle risorse disponibili. Ma quali risorse? Quelle esistenti non bastano a soddisfare gli appetiti perché qui non si parla di piani di sviluppo coerenti che abbiano il Mezzogiorno come tema di politica nazionale, bensì di regalie che rafforzino ed estendano clientele e centri di potere locali.
L´alleanza tra clientele di questa natura non può avvenire che con l´obiettivo di rompere le compatibilità economiche e finanziarie del sistema Italia e portarle fuori dai confini dell´Unione europea. Se le Leghe locali, al Nord e al Sud, dovessero essere il modello vincente, la nuova sovrastruttura politica e istituzionale del Paese, la sottostante struttura sarebbe fondata su clientele e "bande cammellate" politicamente nomadi, tallonate e infiltrabili da poteri extra-statuali storicamente presenti in forza in quelle società. La localizzazione della politica denuncia una tragica debolezza dei partiti nazionali e delle istituzioni centrali e locali.
Disgrega un tessuto, non lo articola; consegna i cittadini al dominio delle classi dirigenti locali; moltiplica le leggi e differenzia gli ordinamenti, gli statuti, i servizi pubblici, le retribuzioni e i diritti dei lavoratori.
Le nuove Leghe saranno federate al partito nazionale berlusconiano. Infatti Berlusconi non è affatto preoccupato da queste prospettive. Sarà pur sempre lui il punto di riferimento centrale, il protettore del sistema delle clientele. Leggete sul Giornale di venerdì scorso l´intervista del neoministro Miccichè. Lì è tutto spiegato con una chiarezza che fa paura: l´Italia delle Leghe, alias delle clientele, federate col potere centrale. Per questo ci vuole un partito unico, perché le Leghe non possono convivere con più partiti. Il sistema non è né moderno né postmoderno, ma semplicemente e regressivamente feudale. Un re e uno stuolo di vassalli e di valvassori; i titolari dei feudi sono padroni in casa propria, il re ne riceve l´omaggio e la fedeltà, l´ospitalità nei castelli, l´investitura a regnare e assume in contropartita l´impegno di difendere le prerogative feudali e il sistema che le legittima.
Lo slogan di partenza (ricordate?) fu "meno Stato, più mercato"; lo slogan di arrivo è diventato "niente Stato, niente mercato".

Purtroppo è questo il contesto nel quale si pone il caso Rutelli-Margherita. Appassiona il ceto politico, sconcerta gli elettori del centrosinistra, rischia, eccome, di capovolgere la tendenza che sembrava aver guadagnato terreno ad un cambiamento politico alla guida del Paese.
Il racconto e il commento a quanto è accaduto tre giorni fa all´interno del partito di Rutelli, di Marini, di De Mita, sono già stati scritti su questo giornale e ad essi mi resta ben poco da aggiungere né voglio addentrarmi nella ricerca delle intenzioni dei protagonisti. Posso soltanto ordinare i fatti, la loro sequenza, il segno oggettivo che ne deriva, magari a dispetto delle imperscrutabili intenzioni di chi lo ha promosso.
1. L´80 per cento della Margherita ha "sovranamente" deciso che alle prossime elezioni politiche (tra un anno) quel partito presenterà una sua lista con il suo proprio simbolo per la quota proporzionale prevista dalla legge elettorale.
2. La conseguenza tecnica di questa decisione sarà la scomparsa dalle schede elettorali del simbolo dell´Ulivo, del quale nessuna altra lista potrà avvalersi essendo quel simbolo di proprietà comune dei suoi fondatori tra i quali c´è la stessa Margherita. Altri potrebbero usarlo ma soltanto se la Margherita gliene desse il permesso: ipotesi che possiamo escludere con certezza.
3. Rutelli, Marini, De Mita e i loro sodali hanno confermato la loro fiducia nella Federazione dei partiti riformisti, già fondata e già munita di organi e regole, nella leadership di Romano Prodi, nella coalizione dell´Unione che va da Mastella a Bertinotti.
4. La Margherita si autonomizza elettoralmente per intercettare i voti moderati in uscita dalla Casa delle libertà. Si autonomizza altresì perché la lista unitaria della Federazione, voluta da Prodi, segnerebbe una subordinazione del partito Margherita ai Ds, dati i rapporti di forza esistenti.
5. Rutelli, Marini, De Mita, hanno lanciato contro i medesimi Ds accuse di slealtà e di complessi egemonici di natura leninista, con un´asprezza di linguaggio del tutto inusuale tra forze alleate.
6. De Mita ha anche proposto nel suo intervento che il partito si schieri per l´astensione dal voto nel prossimo referendum sulla procreazione assistita, zittendo pubblicamente e ruvidamente una donna partecipante all´assemblea perché – "in quanto donna" – non aveva la capacità di discutere su questioni serie e gravi.
7. Prodi, commentando da lontano le decisioni della Margherita, le ha definite "un suicidio". Non ha però precisato chi si è suicidato o chi è stato suicidato. Ha anche aggiunto che non è disponibile a guidare "un governicchio" composto da partiti rissosi e preoccupati principalmente di accrescere la propria visibilità a danno dell´intera alleanza.
8. In seguito a queste decisioni non si capisce dove potranno collocarsi i partiti minori (socialisti, Udeur, Verdi, Comunisti italiani, Di Pietro) i quali rischiano di non raggiungere la soglia minima prevista dalla legge elettorale, con la conseguenza di scomparire e di rendere inutili i voti da loro raccolti, con grave perdita per tutta l´Unione.
9. I Ds finora hanno emesso un comunicato di "preoccupazione" e aspettano il rientro in Italia di Prodi.
10. Rifondazione comunista, anche in seguito a questi fatti, sembra aver accresciuto la propria immagine di sinistra radicale, scatenando nella città-vetrina di Bologna un´offensiva contro il sindaco Cofferati, reo di "riformismo legalitario" anziché "riformismo movimentista".
Tutta la sequenza che ho qui sintetizzato senza discostarmi dai fatti oggettivi e non contestabili, si iscrive a mio avviso nel quadro della disgregazione. Tutto ciò che era stato con estrema fatica aggregato, soprattutto a opera di Piero Fassino, è stato ora disgregato. Non solo dalle decisioni prese ma ancor più dall´asprezza delle invettive e dalla rivendicazione d´una sovranità di partito che fa a pugni con l´esistenza d´una Federazione creata proprio per limitare la sovranità dei singoli partiti all´insegna di un disegno comune.
Se la Federazione doveva essere l´anima del riformismo e la lista "Uniti per l´Ulivo" il suo corpo visibile; se il corpo è stato ormai seppellito; è difficile capire dove possa esser finita l´animula tremula vagula. Oppure sia il corpo sia l´anima sono ora trasmigrati nella Margherita e in essa soltanto? O sono stati relegati in un limbo dove resteranno in perpetuo?
Queste sono le mie modeste domande di cittadino elettore (non so più per chi). Del cittadino elettore c´è qualcuno che si occupi? La sua rabbia e la sua frustrazione dopo questi deplorevoli accadimenti interessa a qualcuno? Rutelli, con bella eloquenza, ha detto che per tre anni ha mangiato pane e cicoria. È già stata una chance, visto che usciva da una sconfitta elettorale dopo la quale di solito i leader si ritirano dalla gara. Comunque non è certo il solo ad aver mangiato pane e cicoria. La vittoria alle regionali ha molti padri. Politici e anche non politici. Rutelli è certamente uno di loro. Forse anche Marini. Forse anche De Mita. Sicuramente non loro soltanto.
Prodi no? Ha mangiato pane e cioccolata? A me non sembra.
Quanto a me – se interessa – sono a dieta per ragioni terapeutiche. Non di salute ma di igiene mentale. E mi ci trovo benissimo e in ottima anche se piccola compagnia.


Con Prodi
Furio Colombo su
l'Unità 22 maggio

Noi siamo con Prodi. In queste righe dovrò dire noi chi, noi perché. E che cosa è accaduto per motivare questa dichiarazione. Sono trascorsi alcuni giorni difficili. Sono stati i giorni in cui ha avuto luogo, rimbalzando da un telegiornale all'altro, un dibattito in stretto politichese di cui i non addetti ai lavori (tutti gli italiani che vanno a votare) e alcuni che dovrebbero almeno avere più orecchio (parlo di me) hanno capito solo la domanda iniziale ("Dobbiamo restare uniti nel centrosinistra per battere il centrodestra?") e la risposta finale (un no secco accolto da prolungati applausi). Ma non hanno capito il senso di quella domanda e di quella risposta. Sto parlando dell'assemblea della Margherita, un partito nuovo, moderno, composto di laici e credenti, di persone impegnate nel cambiamento del Paese, nella netta vittoria su questa destra, nel tentativo di cancellare i gravi danni inflitti agli italiani e al Paese dal governo di Berlusconi.
Dunque - dice e pensa chiunque stia all'opposizione - un punto di riferimento indispensabile nella vita politica del nostro Paese. Se poi qualcuno, come me, ha avuto l'occasione e il modo di vedere da vicino (mentre ero deputato) il lavoro, l'impegno, la qualità morale di molti che ora sono "La Margherita", allora sa bene che l'opposizione di questo Paese non è una aggregazione occasionale di scontenti. È l'accostarsi di affinità profonde che vengono prima di qualunque programma elettorale, che costruiranno insieme quel programma, e lo sosterranno insieme fino a dare, al "Paese più malato d'Europa" (definizione dell'Economist) una realistica speranza di tornare a vivere e a contare orgogliosi della nostra Storia antifascista, della nostra Costituzione repubblicana, del nostro lavoro, delle conquiste sociali fatte e di quelle che verranno.
È sgradevole e sbagliato giudicare la vita interna di partiti a cui non si appartiene o i lavori di una assemblea a cui non si è partecipato.
Se avessi un diritto per farmi ascoltare dagli amici della Margherita, chiederei loro di spiegarsi. E mi permetterei di dire loro che deve essere accaduto qualcosa di tremendo nella selezione che i telegiornali hanno fatto delle presunte frasi chiave di quella assemblea. Erano frasi appassionate, frasi gridate fra tuoni di applausi, che ai cittadini italiani desiderosi di votare per il centrosinistra devono essere apparse - ci azzardiamo a dire - del tutto incomprensibili. Per esempio: "Ho mangiato pane e cicoria per portare questo partito a Prodi", è la premessa per una conclusione dei lavori che dice un no netto a Romano Prodi. Per esempio è stato proclamato: "Niente lista unitaria nelle prossime elezioni" (che sono le elezioni più importanti del dopoguerra italiano). Ma non ci è stato detto quando, come, perché Prodi ha demeritato dei sacrifici fatti per lui, al punto da far sapere irritati "Noi ce ne andiamo da soli". Da soli dove? Da soli, con l'attuale sistema elettorale, non si va da nessuna parte. Lo dimostra anche il dibattito specularmente uguale che sta avvenendo in questo momento nel centrodestra. Ma il centrodestra (che è stato battuto malamente in quasi tutte le ultime elezioni regionali e locali dall'Ulivo e dall'opposizione unita, con la magra consolazione di Catania) invece di iniziare il suo dibattito lavorando su un punto di rottura, lo ha aperto dal lato opposto: come creare - se possibile - un blocco unito, o meglio un partito unico. Certo si tratta di un progetto vago e per ora impossibile. Ma queste due diverse affermazioni hanno un grande riflesso nella comunicazione che producono. La comunicazione del centrosinistra dice: noi cerchiamo di stare insieme. Il messaggio di quella parte importante del centrosinistra che è la Margherita (nonostante le voci coraggiose di coloro che si sono opposti) fa sapere invece: no, meglio divisi.
* * *
Non mi arrogherei mai il diritto di recensire l'assemblea della Margherita come se fosse uno spettacolo, annotandone le scene più discutibili. Parlo da cittadino. Da cittadino ho diritto di sapere, bisogno di capire, e devo decidere dove andare.
Diritto di sapere. È bene dire agli amici della Margherita che, forse per colpa del sistema mediatico che premia solo le frasi ad effetto, non è stato possibile capire, da fuori, come si è arrivati a questa drammatica resa dei conti. Dove, quando, Prodi ha detto le parole (che devono pur essere gravi per portare a una reazione così aspra) capaci di giustificare la solenne, non chiara ma pubblica dichiarazione che dice: ognuno per la sua strada.
Bisogno di capire. Questa non è la trama di un romanzo ma il futuro di un Paese. Spiacente di dirlo chiaro ma è inevitabile. Quando parla in politichese De Mita non si capisce, Marini non si capisce. Perfino i commentatori di professione esitano incerti intorno al loro linguaggio politico che è, letteralmente, del secolo scorso. Spero che non sembri troppo irrispettoso verso persone che nei momenti più tesi della storia repubblicana hanno saputo fare (e aiutare a fare) scelte giuste e cruciali. Forse quello che sto dicendo è motivato dalla insufficienza del giornalismo politico che cerca solo i nodi di scontro. Lo dirò più mitemente. Pacchi di giornali e sequenze dei telegiornali non mi hanno aiutato a capire e a spiegare che cosa è successo per rendere De Mita così sgarbato e brutale verso una collega che offriva obiezioni sul tema rovente del referendum, per mostrarci un Marini infuocato non per chiamare tutti all'impegno finale contro la destra, ora che tante elezioni intermedie sono state vinte, ma per chiamare fuori il suo importante partito.
Decidere dove andare. Qui la risposta tocca a Rutelli. Non è una sfida. Al contrario, è una speranza. C'è un mondo, fuori dalla assemblea della Margherita, che vuole legittimamente sapere dove andare, se non si va insieme. Chi, nella coalizione che stava vincendo tutto, è indegno al punto che è meglio scostarsene anche a costo di lasciar perdere la vittoria elettorale ormai quasi certa? Che cosa induce la maggioranza di un partito democratico a dichiarare d'urgenza e drammaticamente di voler prendere le distanze dagli altri partiti democratici - prima di tutto i Ds - con cui ha vinto bene, molto, dovunque, fino a un momento fa?
Come vedete qui non diamo spazio alle voci del centrismo risorto che fa alzare sguardi e pensieri da una parte e dall'altra dei due schieramenti.
Il centrosinistra, meglio, tutta l'opposizione, è fatta di affinità e di fiducia. Ha in mente un mondo che non è la rivoluzione ma il ripristino pieno della legalità e della Costituzione repubblicana in Italia. Sono impegni e affermazioni che abbiamo sentito esprimere, sui banchi della Camera e su quelli del Senato, con la stessa chiarezza, la stessa passione da Deputati e Senatori dei Ds, della Margherita e di tutto lo schieramento che lotta per ritrovare un'Italia pulita e stimata nel mondo.
Vorrei, per una volta, citare Berlusconi senza irriderlo o parlarne male. L'altro giorno, concludendo la sua assemblea del partito unico, ha detto: "Troveremo un leader pulito". Affermazione sacrosanta e urgente per la sua coalizione.
L'opposizione parte con un vantaggio incredibile. Ha già un leader pulito. Si chiama Romano Prodi. Noi - non dico solo il centrosinistra e l'opposizione, ma tutti i cittadini che vogliono tornare ad essere guardati con rispetto in Europa e nel mondo - siamo con Romano Prodi. Volete aiutarci a capire perché voi improvvisamente avete gridato no?


Il festival delle identita'
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera 21 maggio

Lo strappo che ieri si è consumato formalmente fra la Margherita da un lato e Romano Prodi e i Ds dall'altro lato è l'inizio di un confronto nel centrosinistra per il primato politico, ed è anche un colpo duro per la leadership di Prodi. La Margherita, mettendo in minoranza i prodiani, ha affossato il progetto della Federazione ( non si può dare " federazione " se i partiti che dovrebbero comporla non rinunciano a presentarsi separati) e ha frustrato l'aspirazione dei Ds a svolgervi un ruolo egemonico. La votazione di ieri è il portato delle ambiguità e contraddizioni che hanno segnato, dall'inizio, questo tentativo di unificazione del centrosinistra. Due soprattutto: il fatto che i Ds sono il partito più forte della coalizione ma non così forte da poter imporre la propria volontà al secondo partner ( la Margherita); il fatto, in secondo luogo, che il candidato alla premiership non è espresso dal partito più forte ma è invece un leader sostanzialmente " senza partito " , il cui prestigio dipende dal fatto che fu lui, nel 1996, a sconfiggere Berlusconi.
Non avendo forza politico organizzativa propria e disponendo di un doppio cappello, di capo dell'Unione ( l'insieme delle forze di sinistra comprendenti anche Rifondazione) e di capo della progettata Federazione ( il raggruppamento Ds, Margherita più alcuni minori) Prodi si è trovato, forse necessariamente, ad agire in modo tale da mettere sempre più in difficoltà il secondo partito della coalizione. Come capo dell'Unione, Prodi ha cercato di non perdere il contatto con Bertinotti, creando problemi ai Ds ma soprattutto contrastando il tentativo di Rutelli di accreditarsi come leader centrista. Come capo della Federazione, questa volta in sintonia con i Ds, Prodi non ha tenuto conto della paura della Margherita di essere assorbita.
C'è da scommettere che la battuta d'arresto del processo di aggrega zione a sinistra avrà contraccolpi anche a destra, rendendo ancor più accidentato il percorso del partito unico vagheggiato da Berlusconi. Soprattutto, c'è da notare un fatto interessante che la dice lunga, più che sulla classe politica, sul Paese e i suoi atteggiamenti profondi.
A sinistra come a destra, né quelli che vogliono unificare, creando nuove " identità politiche " , né quelli che resistono in nome di una " identità " che non si vuole abbandonare sembrano avere qualcosa da dire sulla " politica " , ossia sulle scelte a cui essi intendono legare le nuove o antiche " identità " ( anche se è vero che Rutelli, per lo meno, si è sforzato, nel corso del tempo, di fare qualche proposta su questo o quel tema). Programmi e progetti restano indeterminati. Sembra che l'identità politica, anziché mezzo, ancoraggio di progetti e idee sulle cose da fare, sia fine a se stessa.
Gli unici che esprimono chiare idee programmatiche si trovano nelle posizioni estreme: Bertinotti ( la patrimoniale), Alemanno ( la tassazione delle rendite finanziarie).
Il vuoto di idee in cui si svolgono queste discussioni su partiti unici, Unioni e federazioni risponde forse a certe abitudini della parte più politicizzata del Paese. Gli atteggiamenti pragmatico propositivi ( la cosiddetta " cultura di governo " ) continuano ad avere, fra gli italiani che più seguono la politica, poco spazio. Tirare palle contro i birilli, colpire l'odiato nemico politico del momento, è l'unica cosa che i supporter chiedono, soprattutto ai politici d'opposizione. Da qui l'irrilevanza di programmi e progetti. E' accaduto quando il Polo era all'opposizione. E accade oggi.
Prodi è stato scelto per sconfiggere Berlusconi.
Che cosa farà in concreto una volta al governo sembra avere poca importanza. Il gran discutere di " soggetti " e di " identità " , vecchie e nuove, nasconde, malamente, assenza di idee e vuoto di identità.


La tentazione neodemocristiana
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 18 maggio

E´ finita a Catania la grande paura del centrodestra e del suo leader. La paura dell´implosione. A Catania era stata piantata la bandiera della roccaforte azzurra del Sud: la Sicilia. Dove alle elezioni politiche del 2001 la CdL aveva fatto il pieno di seggi: 61 a 0. Dopo un mese di sconfitte elettorali, consumate soprattutto nel Mezzogiorno, il voto di Catania si è caricato di significato. La linea del Piave spostata a Sud Ovest: ha tenuto. E oggi tutti – o quasi – tirano un sospiro di sollievo, nel centrodestra.
Tuttavia, questo risultato non cambia, nella sostanza, l´agenda dei problemi per Berlusconi, Forza Italia e la CdL.
1. Forza Italia resta un partito debole. A Catania ha perso il 10% rispetto a 5 anni fa. A Enna il 7%.
La vittoria del centrodestra, invece, dipende dagli altri partiti, radicati in ambito locale: An e Udc. Ma soprattutto dal contributo dei leader "regionali" di questi partiti: Lombardo e Musumeci. E dalla loro rete di relazioni con la società locale. Forza Italia resta, quindi, un partito "debole"; una pianta che, per attecchire al territorio, deve attaccarsi alle radici di altri arbusti, piccoli ma longevi.
2. Berlusconi ha abbandonato l´illusione che si possa fare politica dall´alto, per via mediatica e carismatica. Se per anni aveva trascurato le vicende politiche e di partito, in ambito nazionale e locale, stavolta si è speso in prima persona. E´ nuovamente "sceso in campo".
3. Ancora una volta, è risultato determinante il voto degli elettori più lontani dalla politica. I più incerti. Spesso riassunti, in modo improprio, come elettori moderati e di centro. In realtà si tratta di elettori, perlopiù, disincantati e marginali dal punto di vista economico e sociale. Che, spesso, votano in base alla logica dello scambio, fra benefici e consenso. Il loro voto è orientato da figure e gruppi, che, nella prima Repubblica, facevano riferimento soprattutto alla Dc (il partito che garantiva accesso al potere centrale e locale). Questi soggetti, nell´occasione, sono stati intercettati soprattutto dal centrodestra. Non è un caso che Scapagnini abbia ottenuto i risultati migliori nelle periferie popolari e degradate; dove il distacco dalla politica è più alto. Dove il centrosinistra non è stato in grado neppure di predisporre una adeguata rete di rappresentanti di lista, al momento dello spoglio. E´ (anche) la mobilitazione di questi settori sociali che spiega la partecipazione elettorale raggiunta in questa occasione. Il 75%: 6 punti in più della consultazione precedente.
4. I limiti del "modello Berlusconi" e di Forza Italia, per questo, appaiono confermati e, semmai, accentuati. Berlusconi, in altri termini, è costretto a "fare politica", a confrontarsi con la società e con il territorio. Deve, inoltre, affidarsi al sostegno dei soggetti politici e ai gruppi di potere locale. La sua leadership, di conseguenza, dipende e dipenderà non tanto dalla sua capacità di seduzione e di comunicazione, ma, sempre più, dalla capacità di mediazione e di coalizione. Peraltro, riconquistare Catania lascia intatto il problema alla base della crisi della CdL: come tenere insieme territori e interessi tanto diversi? Come comporre, in un unico contenitore, le rivendicazioni del Nord Est e del Sud Ovest? Dei lavoratori autonomi e degli operai privati con quelle dei lavoratori pubblici? Come rendere compatibili gli interventi e, prima ancora, i "discorsi" politici quando si voterà, nello stesso momento, a Catania, Bari, Bergamo e Treviso?
Il voto di Catania, però, interroga anche il centrosinistra. Il quale ragionava, fino a ieri, come se la vittoria alle politiche dell´anno prossimo fosse già segnata. Dettata dal "declino" (parola-chiave buona per ogni occasione, di questi tempi) inevitabile e inarrestabile del "berlusconismo". A Catania, ad esempio, il centrosinistra, per vincere, riteneva sufficiente proporre un candidato di prestigio, come Enzo Bianco, raccogliendo, attorno a lui, tutte le sigle dell´area. In ordine rigorosamente sparso. Non è bastato. E oggi, nel centrosinistra, di fronte alla sconfitta, si osservano orientamenti facili quanto riduttivi. E rischiosi. Tre, in particolare.
1. La svalutazione localista, che induce a delimitare il voto di Catania, come un episodio "siciliano". Mentre in Italia vige una sorta di democrazia elettorale, nella quale ogni voto, ogni consultazione, per quanto delimitata, produce effetti significativi sul sistema politico nazionale.
2. La stigmatizzazione moralista, che tende a liquidare la vittoria del centrodestra come frutto di un voto clientelare e, quasi, "colombiano". Il che non spiega perché non distante (a Enna, ad esempio) il centrosinistra abbia egualmente vinto. E perché, nella stessa Catania, Bianco abbia governato per 8 anni. Il fatto è che il clientelismo attecchisce e si sviluppa dove la società civile e la politica sono più deboli.
3. La tentazione neodemocristiana. Che induce a considerare il voto di Catania una conferma della necessità di inseguire gli elettori incerti e impolitici sul loro terreno. Attribuendo più peso a soggetti inseriti nella rete degli interessi e delle relazioni locali. In altri termini: garantendo maggiore spazio e visibilità ai partiti e agli uomini del "centro". Come ha fatto il centrodestra, a Catania. Com´è riuscito a fare il centrosinistra, con successo, in Campania o in Calabria.
Così, la consultazione di Catania potrebbe produrre conseguenze significative, per il centrosinistra. Non tanto per il risultato in sé, ma per il significato che gli viene attribuito. Può essere salutare: se aiuta a comprendere che, in tempi di democrazia fluida, la competizione elettorale è sempre aperta. E incerta. Ma anche dannoso: se indebolisce l´unione, aumenta la divisione e moltiplica i personalismi. Se induce ad affrontare la nuova domanda di partecipazione oppure il disincanto dei cittadini attraverso vecchie esperienze politiche.


Il contropiede
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera 17 maggio

Agli elettori di Catania, per uno di quei misteri che rendono curiosa quanto improbabile la politica italiana, era stato affidato da tutti ( centrodestra, centrosinistra, informazione) il compito di decidere le sorti di Silvio Berlusconi.
Avesse vinto al primo turno Enzo Bianco, come era, chissà perché, nelle previsioni universali, le conseguenze sarebbero state quasi scontate: pollice verso per il Cavaliere, rifiuto degli alleati di rinnovare l'abbonamento alla sconfitta, cambio della guardia a Palazzo Chigi e, di fatto, alla guida della Casa delle libertà già in quest'ultimo anno della legislatura, proprio come era capitato, a suo tempo, al centrosinistra. Unica alternativa teoricamente possibile, quelle elezioni anticipate che in molti, a cominciare da questo giornale, avevano suggerito già dopo il disastro delle regionali come la soluzione migliore anche per il centrodestra e per Berlusconi.
E invece? Invece gli elettori di Catania sembrano aver votato infischiandosene bellamente dei sondaggi e delle previsioni più diffuse anche nella maggioranza.
E' difficile dire se si siano riconosciuti davvero nel compito ( quasi) storico che era stato loro affidato. Però, se i primi dati verranno confermati, hanno deciso di mandare a Palazzo degli Elefanti non Bianco, ma il sindaco uscente Umberto Scapagnini, il medico di Berlusconi. Ed è altrettanto certo che Berlusconi, appena conosciuto il risultato, dopo settimane e settimane di tregenda ha potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo: di come fosse fatto un successo elettorale aveva quasi perso la memoria, adesso non solo una vittoria, come è ovvio, ma persino un ballottaggio devono sembrargli un balsamo.
Tutto sta, naturalmente, a stabilire quanto profondo possa essere, il sospiro in questione, e come possa essere meglio messo a frutto questo imprevisto contropiede. Certo, se Scapagnini vincerà, non sarà solo per la due giorni catanese del presidente del Consiglio, e per la granita ( mandorle e pistacchio) che il medesimo ha pubblicamente gustato con lui a un tavolino del Caprice: gli esperti di cose catanesi e siciliane suggeriscono di guardare con più attenzione a cose più concrete, come per esempio la gran messe di voti raccolta, per il sindaco, dalle liste ispirate da un'importante personalità locale come Raffaele Lombardo, che ha appena lasciato, di fatto, l'Udc. Ma questo voto conferma che a Catania, e forse in tutta la Sicilia, e magari in larga parte del Mezzogiorno, l'impegno diretto di Berlusconi nella campagna elettorale ( quell'impegno che è mancato nelle elezioni regionali) rappresenta ancora un valore aggiunto importante per le fortune del centrodestra. Persino in tempi peggio che grami per il governo.
Anche per questo dalla probabile vittoria di Catania il presidente del Consiglio potrebbe trarre motivo per cercare di tirare dritto, di restare in campo in primissima persona, di giocarsi la partita in una lunga campagna elettorale destinata a trasformarsi, e per scelta, in un referendum sulla sua persona: adesso, chi nel centrodestra punta a un passaggio di mano sembrerebbe avere qualche freccia in meno al suo arco, e pure nel centrosinistra può insinuarsi ( fortunatamente) il dubbio che il trionfo, tra un anno, non sia poi scontato. E' possibile, anzi, probabile che Berlusconi questo abbia in mente. Ma, se così stessero le cose, non sarebbe certo segno di pregiudiziale avversione consigliarlo di rifletterci meglio. Con tutto il rispetto per gli elettori catanesi, non è facile immaginare che il loro voto rappresenti l'inizio di un'inversione di tendenza rispetto alla crisi evidente non soltanto della politica di un governo, madi quel fenomeno ben più complesso che, da dieci anni e passa, va sotto il nome di berlusconismo. Prenderne atto, e agire di conseguenza, sarebbe un segno di lucidità politica, non di debolezza.


Il giorno del Rutelli Pride
Editoriale su
Il Foglio 20 maggio

Roma. A un certo punto, tutti hanno una fretta del diavolo perché tutti dicono che gli altri mettono fretta. E i prodiani puntano contro Rutelli, “che fretta c'era nel cancellare così la lista unitaria?”, e i rutelliani contro Prodi, “che fretta c'era nell'accelerare il processo?”, e tutti quanti contro Fassino, “pensa che lui è Biancaneve e noi i sette nani”. E tutti accellerano perché dicono che gli altri accelerano, e tutti sospirano: “ah, se ci fosse più tempo...”, e tutti intanto corrono, “magari le decisioni fossero più diluite”. E poi, di colpo, ognuno si blocca se qualcuno chiede: “ma Prodi che dirà?”, stante il Professore vagante per Pechino, mentre in un albergone della periferia romana i suoi mettono in scena “Addio mia concubina”. Preoccupati? “Preoccupati di niente, mi sembrano cazzate”, sbotta Franco Marini, che ha la pipa all'erta e l'aria del satollo capocordata. E Rosi Bindi, incaricata di fare da pontiere in una situazione in cui neanche Lunardi potrebbe progettare una soluzione, dice che fortunatamente “Prodi è in Cina e non so se ci sente”, confida sul fuso orario, e pure lei dice che “c'è bisogno di più tempo, ci lasci più tempo, pure Marini e Rutelli non devono accellerare”. I prodiani dicono che se Rutelli e compagnia mettono la croce sulla lista unica, beh, non casca mica il mondo, “non è un dramma, reazioni zero, più avanti vediamo”. Persino Arturo Parisi, che molta della sua scienza politologica nella lista unica ha infilato, se ne sta con la febbre a trentotto e fa la faccia rassegnata: “Perché se si vota è spaccatura? Un voto è un voto, non una spaccatura”. Vabbé, ma Prodi? Non li riduce, questi della Margherita, con due borbottii ben assestati come degli involtini primavera? E infatti basta nominare il Professore e tutti tirano dritti. Secondo voi, che ne dirà di questa vostra pensata? Sergio Mattarella: “Non lo so”. Giampaolo D'Andrea, fresco vicepresidente: “Non ne ho idea”. Willer Bordon: “E' in Cina e non è un componente della Margherita”. Nicola Mancino: “E che ne so... Fare politica con moderazione significa senso di responsabilità. Perché tanta fretta? Ma bisogna fare attenzione: chi rischia è Prodi”.
La fretta e il Professore
Appunto, rieccoci qui. La fretta e il Professore. Ma stavolta gli eserciti vanno fino in fondo. Ciriaco De Mita vaga ringalluzzito, “si deve votare e la minoranza non può evitarlo”, e appunto perché si sente in gloria usa le metafore dei tempi migliori, “sennò si fa come quel mio amico quando ero bambino che voleva giocare con me solo se lo facevo vincere, e con me non ci ha giocato mai”. E solo s'incazza quando una giornalista gli chiede di Parisi, e se uno comincia a chiedere di Parisi come niente si passa a Prodi, e allora addio buonumore... I prodiani vagano con l'aria un po' stranita. Forse non pensavano che Rutelli sarebbe andato fino in fondo, ci si attacca a un possibile documento dei pontieri che appunto (e dai!) chiede tempo e chiede di rinviare il voto, ma tanto la loro perizia politica quanto la loro pratica geometristica non sembra molto richiesta. Non molla Enrico Letta, seduto nelle penultime file: “Fare il pontiere è la cosa più saggia da fare. Spaccarsi così, a freddo...”. Sul palco, Rutelli ha cominciato a parlare. Non cede di un millimetro, mostra il petto a Fassino, sogna il partito democratico, sbaracca il partito riformista (“cosiddetto”), elogia la Fed, ammonisce i patiti dell'egemonia – vuoi “l'amico Fassino che contraddice verità a noi dette”, vuoi il compagno D'Alema che organizza a Italianieuropei “una parata in sostegno del partito riformista” – affonda la lista unica, seleziona i migliori transfughi di razza. Anzi, chiede il “sì alle liste della Margherita nel proporzionale”, mica un no che male suona. La pipa di Marini s'impenna soddisfatta, la pelata di De Mita s'illumina, la temperatura di Parisi schizza in alto, il baffo di Bordon s'innervosisce. “Fermiamoci, le discussioni distruttive non le iniziamo neanche”, dice Rutelli. Si capisce che il partito lì di fronte è pronto a seguirlo – tanto lui quanto Marini hanno tempestato in questi giorni di telefonate i membri dell'assemblea federale – ma nessuno può dire se ci sarà un prezzo da pagare. O quale prezzo imporrà Prodi, se deciderà di non ingoiare quello che tutti possono presentare come una discussione, ma che di sicuro lui prenderà come una polpetta avvelenata. “Se muta il Dna del partito...”, mormoravano i suoi mentre Rutelli va avanti. Già, il Dna prodiano, che qui è minoranza, forse di tipo molto minore, “avranno il 15 per cento”, gongolano i rutelliani.


L'Italia dei cambi di regime
Gian Guido Vecchi sul
Corriere della Sera 16 maggio

Lo storico Sabbatucci: da noi il bipolarismo è una tragedia, scatta il " si salvi chi può " Poche le eccezioni alla vecchia arte di cambiare casacca: penso a Nenni e De Gasperi
L'Italia, diceva Leo Longanesi, dovrebbe portare sulla bandiera la scritta "tengo famiglia"
" Già, un po' quello che diceva Flaiano: gli italiani sono un popolo che corre in soccorso del vincitore. Però... " .
Però?
" Prenda il caso della Rai: dico, ma le pare normale che ad ogni cambio di governo cambino non dico i dirigenti, ma pure i conduttori di telegiornale, i comici di varietà e magari le soubrette? E allora, poveracci, si capisce che ci siano questi comportamenti un po' ridicoli per salvar se stessi... " . Il professor Giovanni Sabbatucci, ordinario di Storia contemporanea alla Sapienza, affronta la faccenda con ironia indulgente. Sarà che in opere come La soluzione trasformista ( Il Mulino) o Il trasformismo come sistema. Saggio sulla storia politica dell'Italia unita ( Laterza) ha affrontato la faccenda in tutte le sue accezioni.
E adesso di che si tratta, professore?
" Del terrore da " si salvi chi può" che di norma accompagna un cambio di regime " .
Una sindrome 8 Settembre, dalla Rai al Parlamento?
" Appunto. E tutto questo, secondo me, accade per due motivi: il primo è che in Italia ci sono troppe cose che dipendono dal governo, tipo le carriere in Rai; e poi c'è il fatto che non siamo abituati ai cambi di maggioranza, il bipolarismo è giovane e viene vissuto in modo catastrofico, una tragedia nella quale ciascuno sente affannosamente il bisogno di ricollocarsi. S'è mai visto niente di simile in Inghilterra o in Francia? "
E perché in Italia sì, allora? Siamo un Paese di trasformisti?
" Il trasformismo in senso proprio nasce con il governo di Agostino Depretis, dal 1876, ma era una cosa diversa. Depretis lo intendeva in modo positivo e progressivo, parlava di trasformazione dei partiti: non c'erano più destra né sinistra ma un grande centro moderato visto come un rimedio alle contrapposizioni troppo laceranti che avrebbero messo a rischio l'unità d'Italia, conquistata tardi e sentita come precaria. Fu Carducci, piuttosto, a scrivere un'invettiva contro il trasformismo, diceva che era una cosa disgustosa... " .
" Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri " . ..
" E questa è l'accezione divenuta corrente, potremmo chiamarlo trasformismo in senso carducciano. Parlando in termini rigorosi, è puro e semplice opportunismo, la vecchia arte di cambiar casacca, quello che per gli inglesi è l'effetto bandwagoning : il classico salto sul carro del vincitore " .
E quando si è esercitata l'arte?
" In realtà, nel dopoguerra, c'era poco da saltare, i voltagabbana ci son sempre stati però alla fine le vinceva sempre la Dc, le elezioni! Il trasformismo nel senso di Depretis è diventato una specie di gabbia che ha impedito all'Italia di conoscere una democrazia compiuta, c'era un centro che s'allargava o restringeva ma nessun cambio reale " .
Finché siamo arrivati al bipolarismo...
" Ecco il problema: non siamo abituati alla normale democrazia dell'alternanza. Per più di un secolo, da Depretis agli anni Novanta, in Italia non c'è stato nessun cambio reale di governo ma solo due cambi traumatici di regime: dallo Stato liberale al regime fascista e dal regime fascista all'Italia Repubblicana. Quindi il cambio di governo, ora, è vissuto come un cambio di regime " . Qui però gli italiani non hanno mai dato il meglio di sé, no? Giorgio Boatti, in Preferirei di no , ha raccontato la storia dei dodici professori universitari — 12 su 1.250 che rifiutarono il giuramento di fedeltà a Mussolini, e nessuno se li ricorda più. Conviene fare i furbi?
" Nei due cambi di regime la società italiana è stata partecipe, difficile sanzionare comportamenti di cui sei complice: quelli ostili al fascismo finché non è andato al governo, quelli che si sono inventati d'essere antifascisti dopo il crollo del regime. Però c'è stato chi ha saputo mantenere la propria coerenza, antifascisti in esilio come Nenni. E ancora De Gasperi, i comunisti... Alla fine è stato loro riconosciuto " .
Esempi in negativo?
" Tra i politici di primo piano non direi. Mussolini era socialista, certo, ma lui era già cambiato prima! Forse più nel mondo della cultura, anche se molti casi sono delicati e controversi. Potrei citare, che so, Giovanni Ansaldo: prima è gobettiano, poi diventa fascista, quindi tenta di riciclarsi. Oppure Mario Missiroli, altro antifascista che s'avvicina al fascismo e se ne riallontana... Però bisogna stare attenti! " .
In che senso?
" Sa com'è, storicamente ci sono anche i casi di chi salta sul carro sbagliato, tipo quelli che aderirono in ultimo alla repubblica di Salò, diventarono craxiani prima di Mani Pulite o magari, da poco, si son fatti berlusconiani... " .
Alla Rai non hanno problemi del genere, anche in Parlamento pare siano dei professionisti...
" Eh, se soltanto imparassimo a vivere il cambio di governo in modo normale... È anche una questione di stile: scelgo una parte politica, quella parte perde e aspetto il mio turno, no? Almeno ci risparmieremmo questi riposizionamenti un po' grotteschi, poveretti anche loro... " .


Fotografia sbagliata
Mario Deaglio su
La Stampa 20 maggio

Non molti tra i partecipanti all'incontro tra governo e parti sociali devono aver letto il recente rapporto dell'Ocse sull'economia italiana. E se anche l'hanno fatto, la lettura di questo documento, dal tono pacato ma dalla diagnosi molto severa, non ha influenzato le posizioni del governo e delle "parti sociali" che si sono confrontate ieri a Palazzo Chigi. Sarà stato probabilmente etichettato come l'ennesima predica dell'estero e come tale immediatamente dimenticato nell'ansia di affrontare problemi "concreti".
La cura proposta dall'Ocse (ampie riforme nel senso della concorrenza) può risultare più o meno condivisibile ma si proietta ad ampio raggio in tempi medio-lunghi. Per contro, la "concretezza" dei problemi sul tavolo di Palazzo Chigi è in realtà una forma di, forse voluta, miopia: da un lato del tavolo ci si concentra sul rinnovo dei contratti, dall'altro sulle riduzioni dell'Irap, come l'escursionista che soffre di vertigini si concentra sui fili d'erba del sentiero per non vedere i precipizi che il sentiero attraversa; si parla di qualche euro di aumento in più e di qualche frazione di Irap in meno per evitare di parlare dei pericoli che l'intero sistema italiano sta correndo.
Le parti sociali si sono trovate a fare il… gioco delle parti con posizioni tradizionali e stereotipate (questo è particolarmente vero per il sindacato, per il quale il confronto si trasforma, in definitiva, in una grande trattativa sugli aumenti salariali) di fronte a un governo con le mani legate: non ha soldi da spendere, semmai può tagliare qualche scampolo di imposte - una ricetta più pericolosa che utile - e soprattutto non dispone di molto tempo prima della scadenza naturale della legislatura. Per questo ha desiderato fin da principio che l'incontro si limitasse a "fare la fotografia" della situazione, come aveva da subito dichiarato il presidente del Consiglio. E così è stato: il confronto di Palazzo Chigi non è certo stato l'inizio di un nuovo dialogo bensì una verifica dei punti di disaccordo, un confronto sui minimi sistemi mentre il sistema economico italiano continua, lentamente ma sicuramente, a percorrere la via del declino.


Il medico di Silvio
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera 17 maggio

Se abbia messo a punto sul serio l'elisir dell'immortalità per il Cavaliere, suo paziente prediletto, lo dirà il tempo. Ma l'elisir della resurrezione politica Umberto Scapagnini l'ha trovato di sicuro. Lo davano per morto i sondaggi, lo davano per morto i cantori del travolgente tornado ulivista, lo davano per morto gli avversari e perfino gli amici. E invece subito dopo l'apertura delle urne, al di là del risultato finale ( vittoria secca o ballottaggio) una cosa era certa: il sindaco di Catania chiamato a difendere l'ultima trincea dopo tante Caporetto subite dalla destra, è vivo e vegeto.
Racconta adesso Gianfranco Micciché che lui ne era sicuro. E che quando ieri l'aveva chiamato Gianni Letta manifestandogli la preoccupazione sua e del premier, lui l'aveva rincuorato dicendogli che per carità, a Catania " l'unico dubbio è se si va al secondo turno o si vince subito, ma che vinca Scapagnini è sicuro " .
Sarà. Ma bisognava vederle, ieri sera, le facce dei tifosi dell'una e dell'altra fazione. Bisognava vederlo, lo stupore euforico dei sostenitori del primo cittadino uscente, travolti dall'entusiasmo di quegli ultrà che hanno assistito alla rimonta di una squadra che stava sotto di tre goal. E bisognava vedere la meraviglia sbigottita di chi aveva votato per Enzo Bianco nella convinzione che sì, certo, tirava in città un'aria strana che lasciava intuire come il vento avesse girato e non fossero più affidabili i sondaggi che davano il loro candidato in largo vantaggio sul rivale. Ma mai avrebbero immaginato un ribaltamento di quelle dimensioni.
Il segretario regionale diessino Angelo Capodica sa, al calare della notte, sospira che mai nella storia recente una coalizione aveva schierato tutte le armi leggere e pesanti come questa volta la destra a Catania e si consolava con le notizie che arrivavano da qua e là dicendo come sia passata l'epoca delle vacche magre quando la destra conquistava 61 seggi su 61.
Claudio Fava dice che dai dati emersi gli pareva " duro il giudizio della città su Scapagnini anche se quest'ultimo dovesse vincere per il rotto della cuffia " . E da Roma rimbalza un Oliviero Diliberto che, visti i dati di Enna, tuona: " La Cdl non è più maggioranza nel paese, si vada alle urne " . Ma tutti sanno cosa c'era in palio: la sinistra sentiva già d'aver Catania in pugno. E non ce l'ha.
La roccaforte della de stra ha tenuto. E su tutto ha tenuto la torretta della roccaforte. Quei quartieri popolari che sono il grande serbatoio di voti della Cdl.
Come San Cristoforo. Strade strette ingombre di macchine, edifici segnati dalle crepe, capannelli di donne sedute davanti alla porta, folate di fetori nauseabondi, taxisti nervosi perché " troppe volte capita da queste parti di essere rapinati " , viavai di motociclisti tutti senza casco tra i quali spic ca un giovanotto in vespa che il casco ce l'ha e gira con un foglio per le sezioni con un diavolo per capello.
Si chiama Vincenzo Ternullo, sta con Bianco e mostra un foglio con la Waterloo organizzativa ulivista: " Scuola " Cesare Battisti": su sette sezioni ospitate nelle due sedi, abbiamo due rappresentanti di lista.
Scuola " Vespucci" di via Zappalà Gemelli: sette sezioni, due rappresentanti di lista... Vado avanti? Un disastro " . " Come fai a controllare il rispetto delle regole? " . Tira fuori un libretto: " Dice la legge che esiste " l'obbligo di scrutinare le schede una per volta e di non estrarre altre schede dall'urna fino a quando la precedente non sia stata completamente scrutinata" " . Lo spiega anche agli scrutatori del seggio 53: " Non potete fare così! È illegale " . Quelli fanno spallucce ( " decide il presidente! " ) e vanno avanti, aprendo tutte le schede insieme e ammucchiandole separatamente. Di qua il mucchio di Bianco ( basso basso) di là quello di Scapagnini, alto alto.
Come mai questo trionfo? " Perché siamo forti " , ride Salvo D'Amico, un finto biondo detto " Cerotto" candidato alle circoscrizionali per uno dei partitini schierati da Raffaele Lombardo.
Spiega suo fratello: " Salvo porta settecento voti " . Perché li porta a Scapagnini che per la fama di viveur chiamano " Shampagnini"? " Perché è più elastico.
Bianco è troppo rigido.
Con lui non potremmo lavorare. Non potresti più metter fuori un banchetto.
Troppe regole " .
Sulla porta della sezione 54 c'è il risultato del referendum sulla legge elettorale: 173 sì, 99 no. Come mai? La Casa delle Libertà, fatta eccezione per An, non aveva sconfessato la proprio riforma invitando a bocciarla col " no"? " E invece a noi hanno detto di votare sì " , rispondono tranquilli i lombardiani. Come mai? " A noi hanno detto di votare sì " .
Che storia sia mai questa dice di non saperlo bene neanche quel gigione di Micciché: " Diciamo che ho vinto a Catania e perso al referendum... " .
Chi sicuramente ha vinto su tutti i fronti, anche se a tarda sera era ancora incerta la dimensione di quello che potrebbe essere un trionfo, è Raffaele Lombardo. Il quale, affiancando alla lista ufficiale dell'Udc altre quattro liste proprie, avrebbe mostrato di controllare un pacchetto tra il 15 e il 20 per cento. Il che farebbe di lui il socio di maggioranza del partito in Sicilia. E cioè, visto il peso elettorale dei neo dc nel resto d'Italia, il socio di maggior a n z a d e l p a r t i t o tout court.
L'unico così forte da mandar a dire a Mario Baccini di non esultare troppo: " Non confonda il mio movimento con l'Udc " . L'unico in grado, alla faccia di chi l'accusa d'avere metodi troppo disinvolti e di quel Follini che gli preferì come ministro lo stesso Baccini, di reggere l'assalto della sinistra inchiodandola sull'ultima trincea: " Abbiamo offerto non a Scapagnini ma a Berlusconi una ciambella di salvataggio " . Il vero artefice, più dei forzisti di Gianfranco Micciché e degli aennini di Nello Musumeci ( deciso lui pure a far pesare i voti dei siciliani " donatori di sangue traditi da chi a Roma fa del sangue mercato nero " ) di quell'elisir per Scapagnini che ha ridato fiato alla destra italiana.
Adesso passerà alla cassa. Per avere cosa?


Bologna la città degli impazienti
Edmondo Berselli su
la Repubblica 16 maggio

Sì, ma Cofferati? Che fa Cofferati? Dov´è Cofferati? Per la cronaca, al momento il sindaco Cofferati, l´autore della "reconquista", tratta con il ghiaccio il ginocchio martoriato da un´asse della libreria caduta proprio sulla rotula. E osserva con nonchalance il polverone che si è sollevato intorno a lui. "Un politico deve saper guardare all´immediato, ma pensare anche al lungo periodo". Non se la prende, forse perché ha capito che Bologna non è una città unica: è una città di città, un´associazione di associazioni, un salotto di salotti. Dove tutti parlano, alzano il dito, criticano; difatti si staglia in primo piano la Bologna degli impazienti: "Cofferati non fa niente". Corollario: si è circondato di figure sbiadite, sicché tutti dovrebbero rivolgersi direttamente a lui, l´inaccessibile. Sì, buonanotte. Qualcuno, aria complice, buttà lì che perfino con Prodi, "con Romano, capisci?", in un anno, si sarà scambiato al massimo due telefonate. La borghesia naturaliter di centrosinistra, quella che si ritrova la domenica nelle solite case, si stringe nelle spalle: sarà un problema di indole, di temperamento, di carattere, ma Sergio non comunica.
Ma è impaziente anche la galassia movimentista che l´ha sostenuto nella campagna elettorale, sovraccaricandolo di aspettative, e che adesso censura il sindaco "proibizionista" (niente alcol in centro dopo le 21), che comanda e decide in solitudine: "È sotto attacco da parte del radicalismo bolognese", dice a Palazzo Hercolani, sede di Scienze politiche, il politologo Piero Ignazi, commentando il provocatorio "meglio Guazzaloca" del settantasettino Francesco Berardi detto inevitabilmente Bifo: "è all´opera un oltranzismo straccione, un tutto e subito rivendicato da gente che non ha mai combinato nulla". Ma poi Ignazi riconosce che, come ogni città contemporanea, anche Bologna è intessuta di interessi inconciliabili, che sfociano in conflitti: "Ci sono zone, come quella universitaria di piazza Verdi, in condizioni inaccettabili, non compatibili con un livello europeo di convivenza urbana".
E dunque. Attacchi a ripetizione di Rifondazione comunista. I movimenti, disillusi. Le associazioni, ipercritiche. Anche se Anna Maria Tagliavini, direttore della Biblioteca italiana delle donne, rappresenta una Bologna fuori linea rispetto alla nevrosi da insofferenza: "Sta lavorando bene. Sul tema del recupero della legalità come patrimonio della sinistra svolge una campagna importante. E poi ha una dote, quando dice una cosa la fa. Aveva annunciato una giunta con il 50 per cento di donne e l´ha fatta".
I sostenitori del nuovo realismo progressista elencano altre decisioni impegnative. Cofferati ha finalmente introdotto Sirio, l´occhio elettronico che vigila su tre varchi, riducendo sensibilmente il traffico nel centro storico. Ha sgomberato l´insediamento irregolare di via Roveretolo, una favela di extracomunitari fra la tangenziale e l´aeroporto. Ha bloccato un progetto della giunta Guazzaloca che secondo gli ambientalisti avrebbe cementificato la collina (la cui integrità è un cammeo storico della Bologna progressista). Ha impedito la costruzione di un grattacielo nella zona della Fiera. Ha rinnovato i vertici di Hera, l´ex municipalizzata, chiamando nel cda una personalità di prestigio come l´ex direttore geneale della Rai, Pier Luigi Celli, ma soprattutto decidendo fuori dalle logiche di partito, e soprattutto fuori dalle pretese della Margherita locale, che mugugna.
Vogliamo aggiungere un tocco folk? Ha anche smontato, al prezzo piuttosto salato di 150 mila euro, le contestatissime "gocce" davanti a Piazza Maggiore, che erano il museo delle realizzazioni guazzalochiane, per spedirle alla Certosa, il cimitero cittadino.
"Il problema di Cofferati", commenta Pier Luigi Cervellati, l´urbanista che negli anni Settanta realizzò il recupero del centro storico, "è che non ha ancora dimostrato di avere un´idea di città. Governa per ordinanze, ma in questo modo gli sfugge la complessità dell´area metropolitana bolognese, di cui il Comune è solo un pezzo". Un altro architetto bolognese, Francesco Ceccarelli, condivide: "Dà l´impressione di essere un politico postmoderno, convinto che lentamente le entità urbane si armonizzeranno da sole". Tuttavia il sindaco, aggiunge Ceccarelli, ha intuito la prospettiva dell´integrazione con Firenze: "Quando l´alta velocità metterà le due città a 25 minuti di distanza, e si dovrà pensare in modo diverso al loro rapporto".
Da Palazzo d´Accursio infatti fanno sapere che è in vista la firma di un protocollo con Firenze proprio per cominciare a unire "aspetti immateriali", cominciando dalla cultura. In seguito si penserà al fatto che da Firenze per i voli internazionali si potrà andare all´aeroporto di Borgo Panigale anziché alla Malpensa. Ma nel frattempo "Coffy" vive anche la realtà immediata di conflitti politici più estemporanei, come quando si è trovato in Comune gli impiegati in mutande che protestavano rivendicando i 400 euro di premio promessi da Guazzaloca (ma poi hanno trovato un accordo, compatibilmente con un "recupero di risorse" entro ottobre). Scenette che sono sempre avvenute, ma che fanno più effetto quando a interpretare il rigore contro il sindacato è un ex sindacalista.
"Ecco, questa è la demagogia di Cofferati, la sua doppiezza", geme rassegnato Giovanni Salizzoni, numero due di Guazzaloca nella giunta precedente. "È un sindaco che non si fa prendere: non è credibile ma è superprofessionale, un affabulatore che riesce sempre a spostare mediaticamente un problema locale sul piano nazionale". Una specie di "star diabolica", insomma, secondo l´ingegner Salizzoni, vecchio allievo politico di Nino Andreatta, idee di centrosinistra, amici di centrosinistra, eppure schieratissimo nell´opposizione a Cofferati. "Anche lo sgombero così spettacolare di via Roveretolo è stato un capolavoro demagogico ai danni di quei poveri disgraziati che avevano trovato rifugio in quella periferia desolata".
Dove non sembrano esserci troppe discussioni è nei rapporti con i centri di potere economico. Il sindaco ha rapporti eccellenti con il presidente dell´Associazione industriali, il moderato Gaetano Maccaferri, con l´Api del moderatissimo Paolo Mascagni, con la Camera di Commercio presieduta da Gian Carlo Sangalli, e perfino con l´Ascom, che strilla per il calo del traffico in centro (15 per cento di consumi in meno, si lamentano i commercianti) ma evita lo scontro. Piuttosto, davanti alla stagione di nomine che attende l´Atc, l´aeroporto, la Fiera, c´è chi teme che il decisionismo cofferatiano, dopo avere scontentato la Margherita, possa entrare in attrito anche con i Ds.
Rapporti normali con il rettore Pier Ugo Calzolari. Relazioni decenti con l´arcivescovo Caffarra, dopo qualche irrigidimento laicista del Cinese. I più critici, anche nel giro del centrosinistra, laggiù a Corticella verso la Fabbrica prodiana, sostengono però che il limite principale di Cofferati consiste nel non avere mai sanato il suo doppio peccato originale: il non essere bolognese ed essere il frutto di una mezza rinuncia politica.
A parlarci, lui, il Cinese, "apprezzatissimo dalla Bologna femminile, mi creda, anche se tutte sanno che è fidanzatissimo" (come ammicca una delle dame dei salotti cittadini), ha idee ben definite. Il problema numero uno è l´invecchiamento delle infrastrutture, a partire dalla tangenziale, che "negli anni Settanta faceva di Bologna una piccola Los Angeles". L´aeroporto, su cui si è investito molto, ha problemi di capitalizzazione, deve entrare in rete con quelli vicini e connettersi con uno hub internazionale.
Poi c´è la Fiera, area Luca Cordero Montezemolo (autore delle primissime ironie sul candidato Cofferati, "come comprare i tortellini in Svezia", ma poi firmatario di un informale patto fra uomini di mondo), che subisce la concorrenza di Milano e deve difendere con le unghie marchi e attività: "Ma soprattutto deve esercitare una sintonia maggiore con la città", dice Cofferati. "Bologna ha un rapporto singolare con la sua Fiera. La considera un´occasione economica ma la guarda con fastidio perché porta affollamento e traffico. E non si è mai pensato di offrire Bologna in quanto città, cioè occasioni di cultura e di intrattenimento, al turismo professionale convogliato dalle diverse esposizioni".
E per ciò che riguarda il problema più sentito, la mobilità? Il sindaco accenna al passante, alla stazione: "Con l´arrivo dell´alta velocità sotterranea occorrerà pensare alla grande stazione di superficie, per farne un nuovo centro cittadino. E poi naturalmente c´è da risolvere la questione del metrò". Ad accennare alla vicenda della metropolitana, il gemito dell´oppositore Salizzoni diventa un urlo soffocato: "Ecco, questa è un´altra diavoleria di Cofferati. Il quale sul metrò ha buttato via mille miliardi di vecchie lire. Mille miliardi! Trecentoquindici milioni di euro assegnati dallo Stato e gli altri provenienti dalla privatizzazione di Hera. Gli ho dato del criminale, e lui ha pensato che scherzassi. Ma bocciare la metropolitana di Guazzaloca e inventare progetti alternativi improbabili ha costituito un atto di vera criminalità amministrativa".
"Vede", teorizza invece il Cinese, "Bologna primeggiava perché sapeva usare l´innovazione, sia sui prodotti sia sul versante sociale. Adesso dobbiamo fare i conti con una città trasformata. Cambia la composizione sociale perché è aumentata la popolazione: effetto combinato di tre fattori, cioè incremento della natalità, più 6 per cento sull´anno precedente, decremento della mortalità, meno 9, immigrazione, più 10". Più bambini, più vecchi, più stranieri: "Significa che ci vogliono più scuole e più servizi. Quindi dobbiamo decidere come ci allarghiamo, pensare alla grande area metropolitana da integrare con i comuni collegati, con San Lazzaro, con Casalecchio".
Cofferati snocciola cifre. Ma viene fuori o no, un´idea di città, come chiede Cervellati? "Lavoriamo per una città moderna, dove la coesione sociale diventa un fattore competitivo". Forse questa è la cosa più emiliana che ha detto. Un´idea prodiana, se è lecito. Ma si telefona, insomma, con Prodi? "Ma sì, qualche volta ci siamo telefonati".


   22 maggio 2005