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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 24 aprile 2005



In che mani è caduto lo stato
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 24 aprile

All'inizio sembrava un rebus. Non si capiva perché Follini volesse ritirarsi dal governo insieme a tutti i suoi ministri e sottosegretari. Non si capiva, al di là delle oscure motivazioni ufficiali, quale fosse il vero obiettivo di questa manovra da Prima Repubblica: un nuovo programma? Un nuovo governo dove la Lega contasse di meno e i centristi di più? Il logoramento a fuoco lento di Berlusconi? Le elezioni politiche immediate? E non si capiva perché mai Fini, che per primo aveva preso iniziative "revisionistiche" dopo la batosta elettorale delle regionali, da un certo momento in poi avesse lasciato Follini in mezzo al guado restando indifferente alle peripezie del suo alleato.
Poi il rebus assunse l´aspetto di un´operetta. Trascinato dall´empito vendicatorio di Storace e dal desiderio antico del camerata Alemanno di soppiantarlo nella guida del partito, Fini preannunciò anche lui il ritiro di se stesso e dei ministri dal governo se....
Quel "se" conteneva le stesse ingiunzioni elencate da Follini: nuovo governo, nuovo programma, sospensione della "devolution", estromissione di Calderoli da ministro delle Riforme, nuova politica economica concentrata su imprese, famiglie e Mezzogiorno, fine della catastrofica strategia di riduzione dell´Irpef.
Nella tenaglia Fini-Follini Berlusconi tentò di giocare d´anticipo: si presentò da Ciampi per dimettersi ma strada facendo cambiò idea: non si dimise affatto, uscì da quell´incontro facendo marameo ai suoi (ex) alleati sfidandoli a negargli la fiducia, forte del conforto di Bossi. Ma poi, dopo averci dormito sopra e temendo il peggio, si pentì del voltafaccia della mattina e ritornò all´idea di accettare la crisi formale. La grandissima e inutile buffonata della crisi formale, come disse in Senato preannunciando le dimissioni che infatti dette mezz´ora dopo.
Un´operetta - dicevo - di cattiva musica suonata e cantata da attori scadenti. Passarono altre ventiquattr´ore e arrivò il giovedì.
La mattina di quel giorno il "premier" dimissionario ottenne da Ciampi il reincarico per formare il nuovo governo. Studia il programma secondo le linee richieste dagli (ex) alleati. Studia la struttura del nuovo ministero. Si mormora di novità importanti, di new entry clamorose. Venerdì sera finalmente il presidente del Consiglio è pronto per l´incontro con il capo dello Stato nella Sala della vetrata. Con in tasca la lista del suo terzo ministero.
A questo punto l´operetta diventa una comica. Ciampi lo accoglie con un impercettibile sorriso (o almeno così racconterà poi il Berlusconi furioso) e gli chiede subito se tra i nuovi ministri ci sia anche l´ex governatore del Lazio, Francesco Storace, battuto pochi giorni prima dal signor "Mi manda Raitre". Affermativo, risponde il "premier": alla Sanità.
Hai riflettuto bene sulle ripercussioni di questa nomina? Quali ripercussioni? chiede Berlusconi che comincia a fiutare puzza di bruciato. E Ciampi lo informa d´aver ricevuto pochi minuti prima una telefonata autorevole che lo avverte del profondo malcontento dentro Alleanza nazionale per una nomina così indigesta alla maggioranza del partito. "Almeno metà dei parlamentari di An non darà la fiducia al governo" prevede l´autorevole informatore del presidente della Repubblica. Ma chi è? sbotta Berlusconi.
Maurizio Gasparri, risponde Ciampi, e insiste: "Riflettici, consultati, non avere fretta".
Ora la comica si fa serrata. Berlusconi ritorna nel suo ufficio e convoca Fini. Lo informa di quanto ha saputo.
Fini trasecola. Convoca Gasparri. Lo ricopre di contumelie e poi lo butta fuori dall´ufficio. Torna da Berlusconi e gli propone di cancellare il nome di Gasparri dalla lista dei ministri. Cercano insieme chi possa prenderne il posto.
Provano con La Russa. Mi piacerebbe, risponde il D´Artagnan dei poveri, ma non posso fare uno sgarbo a Maurizio. Allora Landolfi. Il quale accetta.
Tutto a posto? Non ancora. Berlusconi si sente ora più forte di fronte alla figuraccia del ministro degli Esteri.
Gli comunica d´aver deciso l´ingresso di Tremonti come vicepresidente del Consiglio al posto di Follini che per propria scelta resta fuori dal ministero.
Fini oppone una timida resistenza ma capisce che ormai la sua forza negoziale è ridotta a zero, con un partito diviso e disfatto.
Il "premier" taglia corto. Sabato mattina al tocco ritorna al Quirinale. Le new entry" oltre a Tremonti sono quelle di Giorgio La Malfa e del socialista Caldoro, riesumato dalle catacombe del centrosinistra Prima Repubblica. E Miccichè, per il quale viene inventato un ministero chiamato "Sviluppo e coesione territoriale". Fantastico.
Spara il cannone dal Gianicolo. L´ufficio stampa dell´Udc diffonde un comunicato per annunciare che il partito valuterà in Parlamento se il programma e la struttura del governo meriteranno la fiducia oppure no. Il ministro leghista Maroni, dal canto suo, dichiara che con il ritorno di Tremonti nel governo la Lega passa da tre ministri a tre e mezzo. Altro che liquidazione dell´asse nordista.
La comica per ora termina qui. Martedì alla Camera si vota la fiducia.
Oppure no?

* * *

Questo Paese si merita pagliacciate di questo infimo livello in un momento in cui incertezza e preoccupazione per il futuro sono al loro massimo e problemi gravi incombono non solo su di noi ma sull´Europa e sul mondo intero? Sarebbe diplomatico rispondere no, il Paese non merita uno spettacolo così avvilente. Ma la verità non è questa. La verità, per sgradita che sia, è che ogni paese ha la classe dirigente che si merita. La maggioranza degli italiani credette nel maggio del 2001 alle cervellotiche e miracolistiche ricette di un Dulcamara da strapazzo e affidò il potere a lui e ad una banda di dilettanti.
Dilettanti per imperizia a guidare lo Stato, ma fior di professionisti nel calcolare, difendere e amministrare i propri interessi usando a tal fine le pubbliche istituzioni.
Questa accolita discende direttamente da Tangentopoli, è costola e figlia di Tangentopoli. Le sue radici sono cresciute in quell´humus e hanno tratto alimento da quel concime. I frutti si vedono: un disastro morale, un collasso economico, un mucchio di rovine politiche e istituzionali.
Questo governo bis è nato col forcipe e ne mostra tutti i segni e le malformazioni. Sarà seppellito dalle risse interne e dalla disistima internazionale. Arrecherà all´Italia danni ulteriori e ulteriore disdoro.
Per rilanciare l´economia dovrebbe chiedere sacrifici severi ai ceti più abbienti e snidare il "sommerso" con pugno di ferro. Ma chi parla più del "sommerso"?
Ricordate? Doveva essere uno dei grandi temi del nuovo miracolo. L´Italia ha un vantaggio sui concorrenti: un quarto della sua economia sfugge ai controlli, alle regole sindacali, al fisco. È come avere una piccola Cina in casa. È il nostro tesoro nascosto e la riserva per quando finalmente emergerà.
C´era soltanto follia e predisposizione al malaffare in questo ragionamento. La Cina non ha un´economia sommersa; alla luce del sole le sue aziende operano con costi bassissimi nei settori produttivi di scarso valore aggiunto, ma con costi di mercato nelle tecnologie avanzate e avanzatissime.
Noi siamo inesistenti nei settori avanzati. Tra poco lo saremo anche nella grande industria matura. Ma nelle produzioni tradizionali con basso valore aggiunto neppure il nostro sommerso regge alla concorrenza asiatica. Nel frattempo, negli ultimi quattro anni la nostra economia che lavora in nero è passata da un quarto ad un terzo del totale. Si può andare avanti così? Consumi fermi, investimenti fermi, esportazioni in discesa.
Il cavallo non beve. Lo credo: è un cavallo moribondo. Ci vorrebbe un´alimentazione forzosa.
Secondo i calcoli più attendibili le dimensioni della manovra destinata a rimettere il sistema in moto ad un ritmo accettabile ammontano a 35 miliardi di euro, 47 miliardi di dollari, 70 mila miliardi di vecchie lire.
Chi glieli darà a Siniscalco? Dove pensa di prenderli? Bisognerebbe tassare severamente i patrimoni, quelli immobiliari e quelli mobiliari. Infatti hanno già cominciato a farlo alla chetichella, sperando che la gente non se accorga. Ma ben presto la gente se ne accorgerà.
Una manovra da 35 miliardi di euro l´Italia non se la può permettere dopo quattro anni di dissipazioni mascherate a colpi di condoni.
Siniscalco pensa infatti ad una manovra dimezzata, da 18 miliardi di euro.
Ma anche questa non sarà indolore e probabilmente servirà a ben poco. Non potrà essere totalmente espansiva con un debito pubblico al 106 per cento del Pil. Diciamo che sarà espansiva per 6 miliardi e restrittiva per 12. Con un saldo netto deflazionistico e tassi sul debito in aumento.
No, non è un bel periodo quello che ci aspetta. Meglio sarebbe stato chiudere subito la partita, prima che degradi in una rissa tra piccoli uomini sulla pelle del Paese.
Richiedeva coraggio e dedizione allo Stato e ai cittadini.
Ma uomini di questa fatta non si trovano più da un pezzo nella destra italiana che perciò è destinata ad andare a fondo. La speranza è che non ci si porti dietro.


La democrazia fluida
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 24 aprile

La crisi e la stessa formula usata per definire il nuovo governo: il Berlusconi-bis, inducono molti commentatori a evocare i riti e i linguaggi della prima Repubblica. Non è così. Un tempo, si ricorreva alle crisi e ai rimpasti per aggiornare gli equilibri "interni" alla coalizione. I rapporti di forza tra i partiti o fra le correnti. Oggi, invece, la crisi riflette l´esigenza della coalizione di governo e dei partiti che ne fanno parte, di ricostruire il rapporto con la realtà "esterna".
Per rimediare a una situazione che vede l´attuale maggioranza parlamentare ridotta a minoranza fra gli elettori. In vista delle prossime elezioni politiche. È qui la differenza. Ieri il sistema politico era bloccato, senza possibilità di alternanza. Oggi, invece, la competizione elettorale è aperta. Fluida. Siamo in tempi di "democrazia fluida". Perché "fluido" è l´andamento delle consultazioni, "fluido" il comportamento elettorale. Perché non ci sono più ideologie, paure, regole che possano "congelare" le scelte elettorali dentro i confini di uno schieramento. Né stabilizzare la geografia politica del paese. Si tratta di un cambiamento profondo, consumato in pochi anni. Al punto che non ce ne siamo resi conto davvero.
Cinque anni fa, alle soglie del nuovo millennio, la transizione sembrava finita. Il centrodestra aveva, allora, conquistato la maggioranza delle regioni. E aveva vinto le elezioni politiche del 2001, con un risultato clamoroso, dal punto di vista dei seggi (molto più equilibrato sotto il profilo dei voti). Si pensava, allora, a una nuova era. L´era di Berlusconi. Caratterizzata da una nuova stagione di "stabilità" elettorale, paragonabile alla prima Repubblica. D´altra parte, gli sconfinamenti da uno schieramento all´altro, fino ad allora, erano apparsi poco significativi. Il successo di una coalizione dipendeva dall´ampiezza e dall´eterogeneità dei partiti che ne facevano parte molto più che dalla capacità di attrarre gli elettori dell´altro schieramento. L´era-Berlusconi, invece, è stata scossa da una progressiva instabilità dei rapporti tra coalizioni, partiti ed elettori: sul piano territoriale e del comportamento di voto individuale.
1. È cambiato, profondamente, il paesaggio politico italiano, in pochi anni. Dal 2002 ad oggi si è votato in 87 province. In partenza quelle amministrate dal centrosinistra erano 55. Oggi sono 65. E, fra le altre, 2 (Sondrio e Treviso) sono governate da una maggioranza monocolore leghista. Nell´ultimo anno (dal 2004 a oggi), poi, si è votato in quasi 300 comuni (297, per la precisione) con più di 15mila abitanti. Prima delle consultazioni, il centrosinistra governava già in 189 comuni, oggi in 216. Quanto alle regioni, il dato è sotto gli occhi di tutti. Rispetto al 2000, i rapporti di forza tra coalizioni si sono rovesciati. Allora il centrosinistra governava nelle quattro regioni dell´Italia centrale, a tradizione di sinistra e, inoltre, in Campania e in Basilicata. Oggi, invece, è maggioranza quasi dovunque: in 12 delle 15 regioni a statuto ordinario. Al centrodestra sono rimasti il Lombardo-Veneto e, inoltre, Sicilia e Molise (dove, però, non si è votato). Fra le regioni a statuto speciale, il centrosinistra, nel frattempo, ha "conquistato" il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna e si è confermato nella provincia autonoma di Trento. Mentre in Val d´Aosta e in provincia di Bolzano governano forze autonomiste, sicuramente non amiche del governo.

Certo, le elezioni amministrative e regionali non sono "politiche", ma assumono sempre significato "politico". Soprattutto quelle regionali. Tanto che, in questa occasione, al pari del 2000, hanno prodotto una crisi di governo. Nell´insieme, però, sottolineano come in pochi anni si sia delineato un nuovo paesaggio politico. Il voto alle elezioni europee dello scorso anno lo conferma. Anche se il confronto con le precedenti, del 1999, non lo rende del tutto evidente. Nel 1999, infatti, il centrodestra aveva appena iniziato la sua "rincorsa" elettorale, che sarebbe proseguita alle regionali del 2000 per concludersi con il successo alle politiche del 2001. Tuttavia, alle europee del 2004 il centrosinistra raggiunge il centrodestra. Per la prima volta, se si fa riferimento al voto proporzionale. Cresce del 3,2% rispetto alle europee del 1999 e dell´1,6% rispetto alle politiche del 2001. Mentre il centrodestra è stabile, rispetto al 1999, ma perde il 4% rispetto al 2001.
So che è faticoso seguire questa complessa sequenza di cifre. Ma recitarla restituisce bene, più di molti ragionamenti, l´immagine dell´instabilità del nostro tempo politico. In parte dettate dalle nuove regole elettorali "maggioritarie", che impongono la logica delle alleanze e rendono esplicito il bilancio di chi vince e chi perde. Tuttavia, questa instabilità riflette anche cambiamento più profondo, che scava nel rapporto fra elettori e politica e si traduce in una accresciuta "mobilità" degli elettori. Secondo l´Osservatorio Ispo, di Renato Mannheimer, alle recenti elezioni regionali il 20% degli elettori ha deciso per chi votare solo il giorno del voto. Un altro 12% nella settimana precedente. Lo stesso Renato Mannheimer stima che il 20% degli elettori che alle politiche del 2001 avevano votato per il centrodestra, alle regionali abbiano scelto diversamente: preferendo metà il centrosinistra, l´altra metà l´astensione. Ipsos, a sua volta, indica nel 4% la quota del voto ceduto dal centrodestra al centrosinistra, solo parzialmente recuperato dai flussi in entrata (1% circa). E, ancora l´Ipsos, nel descrivere il profilo sociale dei "transumanti" - pensionati, casalinghe, lavoratori autonomi - , ne coglie alcuni dei motivi mobilitanti: l´incertezza, la vulnerabilità sociale, la sfiducia nel presente e nel futuro.

Siamo, dunque, entrati in una "democrazia fluida". Caratterizzata dalla crescente disponibilità degli elettori a "cambiare" voto. E dalla crescente incertezza nella decisione (da cui dipende la tendenza a dilazionare i tempi della scelta). Una democrazia fluida: nella quale si può votare diversamente in diversi tipi di elezione: regionali, piuttosto che amministrative o politiche.
Fra le diverse cause che hanno contribuito a questo "scongelamento" delle fedeltà politiche, ne indichiamo tre, particolarmente importanti, in occasione delle elezioni recenti.
1. La personalizzazione, che si è riprodotta a ogni livello. A partire dai contesti locali. Così che gli elettori si sono abituati a votare, oltre che per appartenenza, interesse o opinione, anche sulla base dell´identificazione con il leader. Luigi Di Gregorio, al proposito, ha parlato di "voto personalizzato e o populistico".
2. La ripresa del voto di scambio, soprattutto nel Mezzogiorno, dove, come ha sottolineato Mauro Calise, il voto ai partiti coincide ormai quasi integralmente con il voto ai candidati consiglieri. Con percentuali di "preferenze espresse" oltre la soglia del 90%.
3. A livello più generale e "fondamentale": il ridimensionamento di Berlusconi, della sua capacità di dividere e di aggregare. Di imporsi come metro e misura del nostro piccolo mondo. Di spaccare gli elettori in due: berlusconiani e/o comunisti. Così, cambiare partito, ma anche coalizione, è divenuto meno difficile, meno drammatico, più normale; tanto più quanto più lo si pratica, senza drammi, a livello locale e regionale.
Personalizzazione, voto di scambio, organizzazione, sberlusconizzazione: accentuano la "fluidità" degli elettori. Soprattutto dei meno politicizzati. Gli elettori moderati di "centro", naturalmente (come ama ripetere Giovanni Sartori); ma anche i "non allineati", i più "esterni" rispetto all´alternativa fra destra e sinistra. I più sensibili al richiamo personalista e populista e, al tempo stesso, i più esposti all´incertezza economica e all´insicurezza sociale.
Il punto di svolta di questo processo si è realizzato nel 2004, quando la mobilità elettorale, alle europee, si è associata a un sensibile cambiamento dei governi locali, alle amministrative. Quest´anno, le elezioni regionali e la successiva crisi di governo l´hanno reso definitivo ed evidente. Ma, soprattutto, hanno chiarito che dovremo abituarci a convivere con l´instabilità politica. Che non è un "vizio", una anomalia, ma il "carattere costitutivo" di un mercato elettorale aperto e concorrenziale. Il distintivo della "democrazia fluida".
Per questo, chi, nei risultati delle elezioni regionali, vede il segno di una vittoria annunciata, per il centrosinistra, probabilmente ha sbagliato occhiali. Usa lenti vecchie e consumate. È meglio che si affretti a cambiarli. Altrimenti rischia di perdersi. E di perdere.


Il Medico del Cavaliere
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera 22 aprile

CATANIA - " U cavaddu 'bonu " dice di essere lui, Omero (Antonio). Un pubblicitario poeta (" Sicilia, terra di focu, / fatta di suli, di mari e d'amuri... ") che si candida con Di Pietro e ha invaso la città di santini elettorali con un ronzino ridens . Catania, però, è tutta presa dal duello fra i due cavalli principali Umberto Scapagnini ed Enzo Bianco, il medico di Berlusconi e l'ex ministro degli Interni, che corrono e si soffiano come i purosangue di Ben Hur e Messala. Un duello che si è fatto così duro da mettere in ombra perfino la puledra carioca Surama de Castro, la fimmina spaziale che ha fatto perdere la testa al sindaco e nascere mille leggende metropolitane. L'altra volta, cinque anni fa, non ci fu partita. Si votò nella scia dei trionfi azzurri che avrebbero poi portato la Sicilia a regalare alla destra 61 parlamentari su 61. E il brillante farmacologo, diventato celebre per avere dato al Cavaliere il famoso elisir che lo rende "sotto il profilo immunologico, predisposto per l'immortalità", stravinse contro il candidato della sinistra con 15 punti di distacco: 56 a 41%.
Da allora, però, è cambiato il mondo. O almeno l'Italia. E dopo le catastrofiche elezioni regionali che hanno spostato l'intero Mezzogiorno alle sinistre, spaccata la Cdl e spinto Berlusconi alle dimissioni, le Comunali catanesi sono attese dall'una e dall'altra parte come un passaggio campale. Dalla destra come la trincea sulla quale inchiodare le truppe nemiche dilaganti. Dalla sinistra come la breccia per irrompere in quella roccaforte che solo poco tempo fa pareva inespugnabile. E che sia una battaglia campale lo dicono, per cominciare, gli eserciti in campo. I quali mostrano il caos raggiunto dalla politica italiana. I candidati sindaci sono 7, cioè i due citati più un radicale, un democristiano, un repubblicano, un mussoliniano e uno della Lista Consumatori. Le liste 31, di cui 14 stanno con Bianco, 12 con Scapagnini. E quelli che si contendono un seggio in consiglio comunale sono 1.323. Una mostruosità. Dovuta in parte allo scontro intestino nell'Udc che, compatto a Roma (salvo Giovanardi) nel chiedere la fine del governo, si è qui diviso e moltiplicato per sei. Oltre alla lista ufficiale, quello che si considera il socio di maggioranza del partito siciliano (e quindi anche nazionale) Raffaele Lombardo, ha schierato infatti quattro liste guidate da fedelissimi più una quinta che formalmente si rifà al Mid di Sergio Berlinguer. Totale dei candidati più o meno folliniani: circa 250. Un delirio. "Che senso c'è?", ride Roberto Commercio, capolista di "Ama Catania", "Certo che c'è un senso. Le liste servono a contarci. Poi qualcuno presenterà il conto". Traduzione: pur controllando il partito, lo sconosciuto (di qua dello Stretto) ma potente Lombardo era stato tagliato fuori dalla giunta uscente. E pure dalla entrante. Tanto che fino all'ultimo si è messo di traverso alla conferma di Scapagnini e perfino ieri mattina, a giochi fatti, faceva dettare al coordinatore cittadino che la formazione scelta dal candidato della destra è "inadeguata".
Vada come vada, nubi fosche su Scapagnini. Ma l'Umberto etneo, zazzera giovanile, erre rotonda, fama di rubacuori, fa spallucce. Voleva la conferma e l'ha avuta. Alla faccia non solo dei neo-diccì ma anche di An e dello stesso Gianfranco Fini di cui si racconta una memorabile litigata in Consiglio dei ministri: "Silvio: con lui perdiamo! Ce l'abbiamo noi quello giusto!". "No", ha risposto il Cavaliere. E "quello giusto", cioè Nello Musumeci, il pizzetto più amato d'Italia secondo un sondaggio Datamedia ai tempi che faceva il presidente della Provincia, è stato arruolato come vice. Anzi: "co-sindaco". Primo caso italiano e forse mondiale di poltrona singola a due piazze. Ma soprattutto è stato confermato, il bell'Umberto, alla faccia delle polemiche sull'Elena, la vistosa moglie platinata che per alcuni mesi si era fatta un quartierino dentro il Municipio (nacque una storiella su un tizio che bussa al comune: "C'è il sindaco?", "È dalla sarta, se vuole c'è suo marito") finché non fu costretta a sloggiare. Dispetto che vendicò sloggiando di casa lui, reo di avere sbandato per la brasilera e costretto da allora a vivere ramingo di albergo in albergo. "Enzo, ritorna!", chiese allora una petizione che raccolse 38 mila firme tra i cittadini, in larga parte di sinistra, che si sentivano orfani.
E lui, Bianco, per otto anni e passa sindaco di Catania, abbandonata per istallarsi al Viminale (cosa che gli sarebbe stata rinfacciata sui manifesti del rivale: "Io ho scelto Catania") è tornato. Deciso a dimostrare che è ancora valido il suo motto: "Cuavi chiù sali consa 'a minestra". Chi ha più sale condisce la minestra. Quella del sindaco azzurro, dice, è insipida: "Questi sono stati anni di non governo. Di stasi. Basta vedere i ritardi su tutta una serie di opere pubbliche, lo sfascio dei conti comunali, l'aumento del 78% del deficit dei trasporti municipali o i lacci imposti al "Modulo 46", il nuovo stabilimento della "St" di Pasquale Pistorio che è il gioiello dell'Etna Valley e coi suoi 4.000 dipendenti più altri 4.000 nell'indotto è una realtà ormai più importante della Fiat di Termini imerese. Insomma, è una città da rilanciare". "E me lo dice lui? Lui!", risponde il sindaco. E come sventolò l'elisir che rende il Cavaliere immortale ("Provitamine, antiossidanti, immunostimolanti, enzimi, amminoacidi...") sventola un depliant dove ha "elencato tutte le cose fatte: l'apertura del call-center Vodafone, i nuovi bus dell'Amt, l'attenzione alle periferie, il rifacimento di piazza Università, la pavimentazione di via Etnea in pietra lavica, i parcheggi scambiatori, le fognature, l'aeroporto, gli alberghi che hanno triplicato i posti letto con un aumento del 73% del turismo...". Tutte cose, ridacchia, che ovviamente Bianco dice di avere fatto o finanziato o almeno pensato prima lui". "Cose di pazzi! Sono sul serio cose fatte dalla nostra giunta!", salta su il candidato di sinistra. E chiama a conferma Salvo Vitale, presidente degli albergatori: "È vero?". "Beh, no, l'abbiamo spiegato a Scapagnini: il settore è in crisi". "Vergogna!", riprende Bianco: "Ci sono le date dei documenti! Come può dire che l'aeroporto è merito suo? Fu deciso dal governo nostro, finanziato dal governo nostro, iniziato per iniziativa nostra!". "Scherziamo?", ride il sindaco uscente, "Bianco è un ballista. Vedrà che le dirà che anche i complimenti di Ciampi all'amministrazione di Catania erano per lui". "Con che faccia! Ma certo che erano per noi! Tanto è vero che li fece dopo l'unica visita fatta, ai miei tempi. Come potrebbe averli fatti a lui, se non è più tornato in città? Se fosse venuto avrebbe visto com'è ridotta. Dove sono, per dire, questi parcheggi di cui parla? Dove? Mostratemene uno e pago una cena".
E non c'è aiuola, tangenziale o restauro che non sia oggetto di scontro. Perfino lo scontro è oggetto di scontro. Con Bianco che accusa Scapagnini di non aver mai accettato un faccia a faccia in tivù, Scapagnini che risponde "è lui che non vuole venire a Teletirreno" e Bianco che risponde "che c'entra Teletirreno che nessuno vede dato che siamo su un altro mare?". E via così. Finché l'ex ministro tronca: "Basta. Non ci sto a questo giochino. I catanesi sanno come è andata. Magari non lo sa il resto d'Italia, ma i catanesi sì".


Sì, Follini fa rima con Casini
Edmondo Berselli su
L'espresso

Sono due anni che gli ortodossi berlusconiani del centrodestra si chiedono "ma che vuole Follini?". Per gli idolatri di Berlusconi, la presunta irriconoscenza dei neodemocristiani, con l'autentica 'ingratitudine' di Marco Follini, è perfettamente incomprensibile. I centristi cattolici dovrebbero limitarsi a manifestare il loro eterno ringraziamento a Silvio Berlusconi, che ha offerto loro riparo, rappresentatività, potere e consenso, e anzi di più, la stessa possibilità di esistere in quanto forza politica.

Ma proprio la politica ha ragioni che il cuore non conosce e il mistero doloroso del leader dell'Udc si può spiegare proprio esaminando gli obiettivi politici delle sue scelte. Di obiettivi se ne possono infatti individuare almeno tre: il primo di essi, per usare le parole della retorica berlusconiana, è 'alto e nobile'; gli altri due sono bassi e spregevoli, almeno secondo i berluscones più devoti, anche se comprensibili e spiegabilissimi in chiave strategica.

La prima finalità Follini l'ha espressa un'infinità di volte: non è possibile che il baricentro della Casa delle libertà oscilli sempre più pericolosamente dalla parte della Lega. Ci vuole un riequilibrio, altrimenti il centrodestra cambia la sua natura, non è più la casa dei moderati ma la casa degli estremisti. Un cattolico come Follini (ma anche come il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) non può accettare facilmente che la coalizione cui appartiene scivoli via via a destra con una deriva liberista e devolutiva che non appartiene alla cultura della mediazione che da sempre caratterizza la democristianità.

Il fatto è che Berlusconi da questo orecchio non ci sente. Il suo disinteresse pratico per le disquisizioni politico-culturali è tale da non capire nemmeno le obiezioni di Follini. Ha gestito a lungo il rapporto con Umberto Bossi con le cene del lunedì sera ad Arcore, "concedendogli tutto ogni volta", come confessò in diverse occasioni Follini, perché concedergli tutto era l'unico modo per evitare il fastidio delle richieste politiche di Bossi e delle sue affabulazioni mitico-magiche. Quindi ha sempre considerato le argomentazioni di Follini come elucubrazioni incomprensibili, fumisterie provenienti dagli ultimi fuochi della prima Repubblica.

Naturalmente le considerazioni di Follini erano invece il punto qualificante della polemica interna alla Cdl, soprattutto per i riflessi che la deriva nordista aveva in tema di riforme costituzionali (ma senza trascurare le ripercussioni che ha avuto sulla politica economica del governo, e i contraccolpi che ha avuto nel Centro-sud).
Di questo si tratta dunque secondo Follini: di trovare all'interno della Cdl una composizione che sintetizzi le posizioni federal-liberiste e nazional-centraliste presenti nel centrodestra. Per l'empirismo assoluto di Berlusconi, una sofisticheria incomprensibile. Ed è anche per questa incomunicabilità che vengono in luce le altre due finalità di Follini (e Casini), i due obiettivi un po' meno alti e un po' meno nobili, ma politicamente rilevanti. Il primo obiettivo consiste naturalmente nel tenere alta la tensione e quindi intensificare il ruolo politico e la visibilità del suo partito, che non a caso appare in netta crescita nei sondaggi dopo lo scatenamento della crisi di governo.

D'altronde, la minaccia berlusconiana di arrivare al voto 'espellendo' il partito di Follini sembra un'arma spuntata, dal momento che in termini di potenziale di coalizione nei collegi l'Udc vale quanto la Lega (ossia senza i voti neodemocristiani la Cdl perderebbe le elezioni senza scampo). Ovviamente il capo di Forza Italia minaccia l'Udc di portare via tutti i suoi voti, ma non è detto che si tratti di un'operazione scontata: il Berlusconi del 2005 non è più il Berlusconi del 2001, non è il vincitore per diritto divino. Quindi non è affatto detto che le sue minacce si avverino meccanicamente.

Infine, proprio per queste ragioni, l'ultimo obiettivo di Follini & C. è il più rischioso. Consiste nel ridimensionare Berlusconi. Logorarlo. Relativizzarlo. Fare diventare Re Silvio una fra le ipotesi di leadership del centrodestra. Questa per i berlusconiani puri è la finalità più ignobile. Ma la politica è politica, e non prevede la gratitudine come modello comportamentale obbligato. Anzi, dopo le regionali, il risultato più vero è che Berlusconi è sceso dal trono: e Follini, con i suoi ingrati, vede complicarsi il futuro in modo promettente.


Elogio veneziano al voto fluttuante
Giampaolo Pansa su
L'espresso

Il gioco del calcio è bello, perché il pallone è rotondo e va dove vuole. Lo scriveva il grande Gianni Brera. Lo stesso si può dire delle elezioni in democrazia: sono belle perché il voto è fluttuante, una volta gira di qua e un'altra di là. Alzi la mano chi, negli anni, ha sempre votato per lo stesso partito o per la medesima coalizione. Certo, ci sono i fedelissimi. Ma esistono anche gli elettori che cambiano di volta in volta. E non sono per niente da demonizzare, anzi.

Questa lezione l'avevo imparata, tanti anni fa, al corso di Scienze politiche a Torino. Ce l'aveva insegnata Norberto Bobbio. Lui diceva che, nelle democrazie più arretrate, dominava il voto 'per ideologia', che non mutava mai. Mentre nelle democrazie più collaudate prevaleva il voto 'per interesse', nel senso nobile del termine. E Bobbio ci metteva sotto gli occhi quanto era accaduto nella Gran Bretagna del 1945, dopo la fine della guerra.

In quell'estate, si erano svolte le elezioni parlamentari. E Winston Churchill, uno dei vincitori dello scontro mortale con il nazifascismo, era stato mandato a casa dagli elettori. Che, pensando al proprio interesse e a quello del paese, avevano deciso che l'uomo giusto per guidare la ricostruzione della Gran Bretagna era il laburista Clement Attlee. Anche se era un omettino grigio, sempre rimasto nell'ombra, di cui Churchill diceva, sprezzante: "Arriva davanti al numero 10 di Downing Street un'auto Morris vuota e ne scende Attlee".

Qualche giorno fa, l'elettore per interesse e fluttuante ci ha regalato la sorpresa di Venezia. Dove, contro le previsioni che davano per vincitore Felice Casson, ha prevalso Massimo Cacciari, che tutti, a cominciare da lui stesso, consideravano sconfitto in partenza. Come i lettori sanno, lo scontro era interno al centro-sinistra. Casson, sostenuto anche dall'ala radicale dell'Unione, era sicurissimo di trionfare pure nel ballottaggio. Ma a farcela non è stato il magistrato, bensì il filosofo. Mettendoci di fronte a un risultato che ci obbliga a ragionare su due o tre verità troppo spesso trascurate.

Per cominciare, dovremmo ricordare che l'arroganza non paga. Casson era stufo di fare il pubblico ministero e ha tentato di diventare sindaco di Venezia. Senza neppure dimettersi dalla magistratura, ma scegliendo soltanto l'aspettativa. Forse, lo dico con stima per il suo lavoro di inquirente, non ha riflettuto sino in fondo sulla inopportunità di un fulmineo passaggio di campo, per di più nella stessa città. Anche questa è una forma di arroganza. Adesso, per cinque anni, Casson non potrà più fare il magistrato nel distretto giudiziario di Venezia. Dovrà andare altrove e stare soltanto in organismi collegiali giudicanti.

Non ha pagato neppure la inusitata asprezza polemica della sinistra radicale contro Cacciari. Rivisto oggi, il fuoco di batteria organizzato da Rifondazione comunista attraverso il proprio quotidiano, 'Liberazione', appare ridicolo nella sua inutilità davvero parolaia. Cito soltanto un titolo: 'Venezia al voto per evitare la truffa centrista'. Che figura da cioccolatai per Rina Gagliardi, Gianfranco Bettin e Paolo Cacciari (fratello del filosofo) e per le loro invettive sulla campagna berlusconiana del professore! Questi pifferi post-comunisti erano andati per suonare e sono tornati suonati. Gli servirà la lezione? Temo di no. Sbagliare è il loro mestiere.

Chi non ha sbagliato sono gli elettori veneziani di centro-destra che, invece di andare al mare del Lido, sono corsi a votare per Cacciari. Sempre in quei lontanissimi anni universitari, ci avevano insegnato che cosa accade nei sistemi bipolari: se non è in corsa un tuo candidato, devi votare per il candidato meno lontano da te. Così hanno fatto molti della Casa delle libertà. Prendendo due piccioni con una fava. Primo: mandare al tappeto un Casson troppo radicale. Secondo: mettere zizzania in quell'Unione che li ha stangati dappertutto.

Sempre a Torino, nei secondi anni Cinquanta, i nostri formidabili professori ci spiegavano che le alternative vincenti sono quelle che stringono sul centro, ossia risultano appetibili agli elettori moderati. Qui siamo dentro una questione cruciale. In Italia c'è chi nega questa verità e arriva a sostenere che il centro non esiste o conta come il due di picche. Il Bestiario appartiene alla scuola opposta. I moderati esistono in entrambi i blocchi. Chi vuole vincere deve strapparli al polo avversario e portarli dalla propria parte. Ma questo non si può fare con i Casson, i Bertinotti, i Pecoraro e via radicaleggiando.

Meditate, capi dell'Unione, meditate! Cicciobello Rutelli, leader della Margherita, ha meditato e, a Venezia, ha vinto con Cacciari. L'elettore fluttuante li ha premiati. Speriamo che i margheriti sappiano far tesoro del successo. Senza superbie e senza mattane. Mediti anche Romano Prodi. Ma su di lui, vecchio democristiano astuto, non ho alcun dubbio. E, salvo sorprese, dormo fra due guanciali.


A comic opera
Editoriale su
The Economist 22 aprile

The new pope is not the only leader whose future has been in the balance in Rome this week. Across the Tiber, Italy's prime minister, Silvio Berlusconi, handed in his resignation on April 20th, bringing to an end the longest-serving government in Italy since 1945. Not that Mr Berlusconi was planning to leave office. Under the constitution, a change of government is required before any big shake-up—which is what two of his key centre-right allies have been demanding for the past week.
At the root of the crisis was the centre-right's disastrous showing in Italy's recent regional elections. On April 3rd and 4th, it lost in all but two of 13 regional votes. This week, it was defeated in a 14th, Basilicata. Italy's voters are clearly telling the government it is on the wrong track. But the prime minister and his allies have little time left to find the right one. A general election is due by May 2006, and there is no sign that the dismal economy will improve much before then.
Mr Berlusconi still seems convinced that his existing policies will work, economically and politically, if given time. The centrepiece is his plan for the progressive reduction of income tax. The biggest cut, worth €12 billion ($16 billion), has been announced but not yet implemented. But his allies (to say nothing of the European Commission) are worried that these tax cuts cannot be afforded—and it remains to be seen if they will form part of a new government's programme.
The prime minister's first response to the regional elections was to propose a minor cabinet reshuffle. That was not enough for the Union of Christian Democrats (UDC), the third-biggest party in government. The UDC's leader, Marco Follini, one of Mr Berlusconi's two deputies, urged a clean break to show voters that the government was changing direction. With hesitant support from Gianfranco Fini, the other deputy prime minister and leader of the second-biggest coalition party, the formerly neo-fascist National Alliance, Mr Follini demanded that the prime minister resign, rewrite his programme, reshape his cabinet, and go back to parliament for a fresh vote of confidence. When Mr Berlusconi refused, the UDC leadership said on April 15th that it would pull out of the cabinet, though it would continue to support the prime minister in parliament.
After a hectic weekend, Mr Berlusconi agreed, at a meeting of party leaders, to hand in his resignation to President Carlo Azeglio Ciampi. He set off to do this, only to emerge with an impish grin and a statement that he had changed his mind. His about-turn snapped the patience of Mr Fini, who said that he would pull his party out of the government unless Mr Berlusconi gave way.
This battle has been largely over tactics, but the surface hides layers of substance. One question is the real aim of the UDC, long the most suspect of Mr Berlusconi's allies. The earthquake that shook Italian politics in the early 1990s scattered the Christian Democrats into rival camps. Mr Follini and his friends sided with Mr Berlusconi; others chose to ally with the left. The prime minister's followers have long feared that Mr Follini's ambition is to reunite the wings of Christian Democracy into a movement that could recapture the middle ground—perhaps after a Berlusconi defeat and a spell in opposition.
Italy's halting progress towards a more liberal economy and a two-party, or at least two-sided, democracy on Anglo-Saxon lines may thus be in question, since both would be blocked by the re-creation of an all-embracing Christian Democrat party. The UDC, like the National Alliance, is rooted in the poorer, more welfare-dependent, south where fears about Mr Berlusconi's agenda have been heightened by another part of his programme: a constitutional reform that would boost the autonomy (and also the resources) of the richer, more entrepreneurial north.
Although it may not seem like it at first, Italy's political crisis in part reflects the wider debate over how far to go in replacing Europe's social model with American-inspired free-market principles. The debate has real substance. Not that that will stop Mr Berlusconi thinking Mr Follini is a rat. Or Mr Follini from fearing that he may be re-boarding a sinking ship.


"Submission" e i vili europei
Michele Serra su
la Repubblica 22 aprile

Sarà anche vero che il Parlamento europeo "è un´istituzione particolarmente prudente e formale", come spiega l´europarlamentare Michele Santoro. Ma è altrettanto vero che la decisione di vietare la proiezione del film Submission nella sala stampa dell´Europarlamento, per "ragioni di sicurezza", espone l´Europa politica, tutta intera, al sospetto, ahimè fondato, di viltà culturale. È vero che la proiezione era stata organizzata dal gruppo leghista, il cui dichiarato spirito di agitazione antislamica non lascia dubbi sulla strumentalità dell´atto. Ma è altrettanto vero, tristemente vero, che il cortometraggio olandese, a qualche mese dall´assassinio del suo regista, è stato abbandonato al suo violento oscuramento da istituzioni culturali e politiche dell´intera Europa democratica. Parafrasando amaramente uno storico slogan, si potrebbe dire che la Lega si è limitata a raccogliere, a suo modo e per i propri scopi, una bandiera che altri avevano gettato nel fango: quella della libertà d´espressione, uno dei sacri principi della democrazia. Ed è ancora leghista la prossima, annunciata proiezione del film, domani, nella non neutra Treviso, amministrata da una giunta xenofoba. E nuovamente una decisiva battaglia di libertà, fin qui disertata dai molti che ne avrebbero la doverosa titolarità, diventerà ringhiosa e generica ostilità contro il mondo musulmano.
Submission non è un film come gli altri. Come è noto il suo autore, il regista olandese Theo Van Gogh, è stato ucciso a coltellate da un fanatico islamico per avere osato girarlo: un altro caso Rushdie, semmai aggravato dall´esito orribilmente infausto. La sua sceneggiatrice, la coraggiosa somala Ayaan Hirsi Ali, rischia uguale sorte. Il suo produttore olandese, terrorizzato dalle minacce di morte, nega a tutti la proiezione del film, aggrappandosi malinconicamente a questioni di copyright.
Come scrive Adriano Sofri nella prefazione di "Non sottomessa" (Einaudi), il libro della stessa Ali sulla segregazione delle donne nella società islamica, "è in corso una guerra mondiale, ancora sparpagliata, per il controllo e la riconquista delle donne, e il corpo delle donne è il campo di battaglia". Esattamente di questo tratta Submission, in 12 minuti di dolente riflessione sull´espiazione e la prostrazione femminile sotto il giogo dei tabù religiosi, e dell´eterna potenza tribale-patriarcale del dominio maschile.
È blasfemo, Submission? Lo è tanto quanto lo furono, agli occhi dell´integrismo cristiano, "Ti saluto, Maria" di Godard, o addirittura "La dolce vita di Fellini", accusato a suo tempo di immoralismo e blasfemia perché osava parlare di suicidio. Eppure (e ovviamente) vennero proiettati, visti e giudicati dal pubblico, sulla base dell´irresistibile corso della libera espressione artistica che è, nelle nostre democrazie, importante come il pane. Vero: l´integrismo musulmano non sembra limitarsi a protestare. Minaccia di uccidere e uccide. Terrorizza. Ma allora la domanda è, e non può che essere: basta un rischio infinitamente più grave, un ricatto così odioso ed esiziale, a giustificare il penoso arretramento del coraggio democratico? O non è piuttosto proprio la gravità della sfida, l´intollerabilità di un bavaglio imposto a fil di coltello, a suggerire di rialzare la testa, di organizzare una risposta politica e culturale all´altezza? Oppure quanto più violenta è la reazione dell´oscurantismo, quanto più flebile e impaurita dev´essere la risposta?
Se gli europei pacifici e aperti confondono la remissività (specie su principi non sindacabili come la libertà) con la tolleranza, la debolezza con il dialogo, diventa poi ridicolo lamentarsi quando nel campo abbandonato della lotta civile trovano ampio spazio le pattuglie xenofobe e i radicalismi "neocristiani".
Specie in questi giorni, di totale predominanza mediatica e culturale del mondo cattolico, molti laici lamentano la sgualcita e dispersa potenza del loro pensiero e dei loro ideali, e in larga parte si improvvisano vaticanisti senza averne la scienza, come per rianimare la loro silenziosa minorità intellettuale, e ricollocarla in qualche maniera laddove il dibattito è vivo, e attivo. Ma come diavolo si può partecipare a quel dibattito (e a qualunque altro) se si trascurano del tutto le più elementari incombenze del proprio campo? Forse che non esistono più "umili lavoratori della vigna della libertà", disposti anche a rischiare qualcosa pur di battersi per la dignità e la sicurezza dei cittadini europei? Che sia questo il famoso "relativismo etico", questo posporre i principi alla convenienza, l´orgoglio della libertà alla paura, la difesa dell´integrità fisica e intellettuale delle persone a un malinteso (molto malinteso) "dialogo con l´Islam"? Ma allora, scusate, rischia di avere ragione la Fallaci quando inveisce contro l´Occidente "senza palle". E rischia di avere ragione il parlamentare leghista Stiffoni (Treviso, Italia) quando annuncia di voler proiettare Submission senza se e senza ma.
Il sonno della ragione genera mostri, appunto. O l´opposizione al fanatismo islamico (e, in parallelo, il dialogo con il grande resto dell´Islam) viene fatta da posizioni di forza, cioè nel nome del diritto, della democrazia e della libertà, oppure genererà un fanatismo uguale e contrario. A meno di voler credere, e sarebbe la peggiore delle ipotesi, che l´argomento stesso di Submission (la liberazione e la dignità del corpo femminile) sia ancora, perfino per gli illuministi rinati dell´Europa moderna, un dettaglio così trascurabile da non meritare urti indesiderati con il già minaccioso estremismo musulmano.


Lo spettro del relativismo
Giulio Giorello sul
Corriere della Sera 22 aprile

MILANO - Nell'omelia alla messa Pro eligendo romano Pontifice celebrata lunedì scorso nella Basilica di San Pietro, prima del conclave che lo ha eletto papa, Joseph Ratzinger ha ammonito i cristiani a non lasciarsi "ingannare" dalle "mode del pensiero", dalle "correnti ideologiche" che nel recente passato avrebbero scosso la barca di Pietro. Dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo a un "vago misticismo religioso"; dall'agnosticismo al sincretismo: ce n'è per tutti. Ma il nemico pubblico numero uno pare quello che molti chiamano il relativismo, e che Ratzinger accusa di essersi ormai trasformato in una sorta di "dittatura" che "non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le proprie voglie". Non intendo associarmi a chi con faciloneria e scarso sforzo di immaginazione liquida tali posizioni come "fondamentaliste" o "oscurantiste" (e sarà da vedere se, ora che è pontefice, Ratzinger le vorrà riprendere). Piuttosto, mi preme far notare come lo spettro del relativismo sia un'etichetta di comodo per stili di vita e forme di pensiero estremamente diverse e sovente incompatibili tra loro.
IL PENSIERO LIBERALE - Che c'entra, per esempio, il liberalismo con la new age e le espressioni di "vago" misticismo? È davvero solo una "moda" quel pensiero liberale che ha dato sostanza a esperimenti politici come gli Stati Uniti, dopo la vittoriosa guerra d'indipendenza, o alle altre forme di "società aperta", capaci di realizzarsi contro sistemi dispotici e di resistere all'offensiva dei totalitarismi del '900? Che ne è di quel particolare liberalismo che si è schierato a difesa dei cattolici laddove erano discriminati o perseguitati? Infine, cosa resta di quel cattolicesimo liberale che tanto ha dato alla stessa Italia, non solo alla teoria, ma anche alla pratica della politica - da Sturzo a De Gasperi? Certo, il liberalismo ha un'aria di famiglia con il libertinismo. Lo sapevano bene pensatori come John Stuart Mill, che riconoscevano il proprio debito ai "libertini" che avevano pagato talvolta con la vita la loro passione per la conoscenza fuori da ogni vincolo religioso o politico. E Karl Popper era solito riconoscere, quasi con una punta di civetteria, che il liberale altro non era che un libertario timido. Il confine passava, come spesso capita in questa tradizione di pensiero, che è alla radice dell'Europa (e degli Usa) non meno che il Cristianesimo, tra una libertà normale e l'eccesso di libertà. Ma quale libertà non è eccessiva, quando è in gioco una completa fioritura umana? Popper, come Mill, aveva a modello l'impresa scientifica, ove la possibilità del confronto, ed eventualmente del conflitto, tra le più diverse linee di ricerca significa crescita della conoscenza e abbondanza di occasioni - anche sul piano economico e tecnologico.
LO SPIRITO CRITICO - Sovente si spaccia l'esercizio dello spirito critico e la costruzione di un sapere fallibile e rivedibile come assenza di responsabilità e cedimento a qualsiasi protervia. Ma chiunque abbia mai davvero partecipato a questa paziente e faticosa impresa sa che è tutto il contrario. Ciò che spirito critico e società aperta consentono è che qualunque punto di vista abbia i propri difensori pubblici; quello che esigono è che la difesa non si limiti a imposizioni o scomuniche, bensì porti delle ragioni. Questo è "relativismo"? Non ho paura delle parole, ma allora sono relativisti anche Jefferson e Cattaneo, Einaudi e Popper. Comunque sia, non c'è qui traccia alcuna di dittatura, perché il nucleo della tradizione liberale è la consapevolezza che fare tacere anche uno solo è un danno, ancor prima che per lui, per il resto della comunità.


Mazzini, la religione della libertà
Maurizio Viroli su
La Stampa 22 aprile

E' stata una scelta saggia di inaugurare il restaurato monumento a Giuseppe Mazzini nell'imminenza del 60° anniversario della Liberazione. Mazzini, lo hanno riconosciuto anche i critici più severi, è stato l'uomo che ha saputo risvegliare negli Italiani l'amore per la libertà, che ha saputo spiegare che essere davvero liberi vuol dire essere moralmente liberi, ovvero vivere secondo il senso del dovere accettato come obbligo con la nostra coscienza e solo con essa, e per questo assoluto e incoercibile. Mazzini è stato l'uomo che ha insegnato che vera libertà è fede religiosa nella libertà che sa tradursi, se necessario, nel sacrificio di sé stessi per un ideale.

Oggi, nel 60° della Liberazione, per rimanere liberi dobbiamo rinascere moralmente, dobbiamo ritrovare la forza interiore dell'ideale e il senso della vita come missione. Mazzini può ancora aiutarci, se sapremo riscoprire il significato del suo insegnamento. Perché Mazzini? Immagino l'obiezione di molti: 'Mazzini è stato il grande sconfitto del Risorgimento; è oggi un pensatore politico marginale, poco studiato e poco discusso'. Come può essere guida morale e politica per la rinascita dell'Italia nella libertà?

È vero, se pensiamo al 1872, quando muore sotto falso nome a Pisa nella casa di Pellegrino Rosselli, prozio di Carlo e di Nello Rosselli, Mazzini è un uomo sconfitto: l'unità e l'indipendenza dell'Italia si sono compiute sotto l'egida di Casa Savoia; l'Italia non è diventata una repubblica; i poveri e le donne sono escluse dai diritti politici; l'Europa è dilaniata dalle guerre e altre, ancora più spaventose, verranno; interi continenti sono sotto il dominio coloniale. Ma oggi il verdetto della storia è completamente diverso. L'Italia è una Repubblica democratica; ha, e mi auguro che avrà ancora per molti anni, una Costituzione nata da un'Assemblea Costituente eletta a suffragio universale, l'Europa è unita e libera dall'orrore delle guerre; milioni di uomini e di donne si sono emancipati dal dominio coloniale.

Sconfitti, se guardiamo alla realtà delle cose, sono piuttosto i nemici degli ideali mazziniani: coloro che volevano tenere l'Italia divisa, il potere temporale della Chiesa, la monarchia, gli ideologi del nazionalismo e delle guerre di conquista, gli avversari dell'uguaglianza democratica. Fra il 1943 e il 1947, anzi, l'Italia ha vissuto un vero e proprio "momento mazziniano": una guerra di popolo per la liberazione e l'unità d'Italia in cui i volontari furono molto più numerosi che nel Risorgimento; poi un referendum popolare, a suffragio universale, che sceglie la Repubblica; poi ancora un'Assemblea Costituente, l'ideale per cui Mazzini lottò fino all'ultimo, che approva una Costituzione ricca di contenuti mazziniani: la sovranità popolare, l'uguaglianza dei diritti politici e sociali, il legame inscindibile fra diritti e doveri sancito con un linguaggio esplicitamente mazziniano.

Certo, molti importanti aspetti dell'utopia mazziniana sono ancora lontani dall'essere realizzati. Ma sono davvero pochi i pensatori politici che indicarono mete che nel loro tempo sembravano poco più che sogni e duecento anni dopo sono diventate realtà. Mazzini non è dunque uno sconfitto, e non è neppure un pensatore che ha bisogno di essere riabilitato da deformazioni che ne hanno travisato la fisionomia intellettuale. Una deformazione molto grave a dire il vero c'è stata, quella di Gentile, che presentò Mazzini come apostolo di una religione della patria che aveva trovato nel fascismo la sua compiuta realizzazione storica. Ma è talmente grossolana che non merita davvero perdere tempo.

Mazzini non ha bisogno di noi. Siamo noi che abbiamo bisogno di Mazzini perché la sua eredità contiene le idee che possono aiutarci a ritrovare una vera etica da cittadini, prima fra tutte la sua concezione del dovere. Mazzini riconosce il valore dei diritti, ma accusa la "teoria dei diritti" di essere contraddittoria: afferma il valore dei diritti e poi insegna una morale che rende di fatto impossibile la conquista e la difesa di quei medesimi diritti. "E voi, scrive Mazzini nei Doveri dell'uomo, dopo aver insegnato per cinquant'anni all'individuo che la società è costituita per assicurargli l'esercizio dei suoi diritti, vorreste dimandargli di sagrificarli tutti alla società, di sottomettersi, occorrendo, a continue fatiche, alla prigione, all'esilio, per migliorarla? Dopo avergli predicato per tutte le vie che lo scopo della vita è il ben essere, vorrete a un tratto ordinargli di perdere il ben essere e la vita stessa per liberare il proprio paese dallo straniero, o per procacciare condizioni migliori a una classe che non è la sua?".

La teoria dei diritti non può motivare l'individuo all' impegno che richiede sacrifici ed è fonte di delusioni amare più che di gioie. A volte, per ragioni polemiche, Mazzini non distingue fra il principio dei diritti e la sua degenerazione, ma ha perfettamente ragione quando sottolinea che la teoria dei diritti non può ispirare nè motivare la lotta per l'emancipazione nazionale o per l'emancipazione politica e sociale che permettono l'effettivo godimento dei diritti individuali. Benché appaia a prima vista idealistica, la dottrina mazziniana della priorità del dovere sui diritti è in effetti più realistica delle teorie che pongono i diritti al primo posto.

Un patriota del Risorgimento affrontava forse il carcere, l'esilio, la morte per affermare un suo diritto? E quale diritto e quale interesse guidava il patriota della Resistenza che affrontava i fascisti e i nazisti? Per difendere o conquistare quale loro diritto tante donne italiane hanno nascosto, nutrito, curato soldati e partigiani sapendo benissimo che rischiavano la loro vita e quella dei loro figli? Andare in carcere, subire la tortura, affrontare il plotone d'esecuzione vuol dire perdere, non conquistare i diritti e i beni più preziosi. Chi ha saputo farlo lo ha fatto per fede, per dovere, per amore.

Ascoltiamo le parole di uomini che hanno dato la vita per la libertà dell'Italia. Guglielmo Jervis, nato a Napoli il 31 dicembre 1901, fucilato a Villar Pellice (Torino) il 4 agosto 1944, ingegnere, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria: "Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un'idea", scrive colla punta di uno spillo su una Bibbia trovata sul luogo della fucilazione. Eusebio Giambone, linotipista, fucilato al Poligono del Martinetto il 5 aprile 1944: "Sono tranquillo perché ho la coscienza pulita. Ho lottato senza tregua per la Grande e Santa causa della liberazione dell'umanità oppressa". Franco Balbis, ufficiale, fucilato anch'egli al Poligono del Martinetto scrive alla madre: "Mi hai allevato nella fede, nell'amore, nella rettitudine e nell'onestà. Ho imparato dal tuo esempio ad essere uomo. Possa il mio sangue servire per ricostruire l'unità italiana". Ascoltiamo anche le parole che Carlo Rosselli, scrive nel confino a Lipari: la conquista della libertà esige il "concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale".

Non sono queste parole di chi ha lottato davvero contro il fascismo la prova più eloquente dell'idea mazziniana che l'emancipazione si ottiene con il dovere e con la fede? La necessità del dovere ce l'ha del resto insegnata proprio Norberto Bobbio, il più lucido teorico dei diritti, pochi anni prima di lasciarci: "Se avessi ancora qualche anno di vita, che non avrò, sarei tentato di scrivere L'età dei doveri". La libertà la possono conquistare uomini e donne che hanno una fede religiosa nel dovere. Ecco la lezione di Mazzini, nella sua semplicità, e quella sua lezione si è dimostrata vera nel Risorgimento e nella Resistenza. Due volte l'Italia ha saputo rinascere dall'oppressione, dalla corruzione e dalla menzogna, e tutt'e due le volte ha trovato sostegno e guida nella lezione di Mazzini.


Ultimo post del Papa
su
Personalità confusa 16 aprile

Ciao a tuti amici terestri, sono il Papa. Anzi, l'ex papa, dovrei dire. Come sapete o la password per postare sul blog del'amico Confuso e mi dispiaceva andare via senza salutare li amici di questo blog che mi a tenuto compagnia neli ultimi tempi dificili, e cosi sono tornato per l'ultima volta. Ma prima devo racontarvi, cari amici, cosa mi e suceso dopo.

Duncue, e suceso questo. Sabato scorso verso le dieci di sera finalmente arivo cui, nel'aldila. Una sensazione strana. Mi materializo ala porta del Cancelo e trovo cuesto tizio col turbante, la barba nera e le pantofole a punta, sembrava ali baba. Ero un po dubioso, o pensato che strano non me lo imaginavo mica cosi il paradiso, lo credevo piu metafisico, e chisa chi e questo tipo. Comuncue mi son presentato: "Buonasera, io sarei il papa, sono arivato, mi porti da Dio."
"Dio non esiste" - mi risponde lui.
"Come non esiste?" - dico io.
"Mi spiace, lei a sbaliato: esiste Alah", mi replica lui.

Ci son rimasto malisimo. Tuti cuesti ani pasati a fare il papa cristiano e a studiare la teologhia e poi al momento di verificare le mie certeze mi vengono a dire questa roba cui. Che amareza. Alora al tizio li chiedo "Ma scusa tu chi sei", e lui mi risponde "Io son Maometo, il profeta." Mi stavo proprio arabiando: "Ma come Maometo?!? E Dio? E Gesu? La Madona???" "Mai esistiti nepure loro." - mi risponde il barbuto, serisimo - "Bizare legende inventate da quatro mitomani palestinesi che voi ocidentali chiamate evangelisti. E poi scusa, sinior papa bocalone, come ai potuto credere a tute quele fandonie? Specialmente quela storia della dona vergine che partorisce, ma dai, ti sembrava posibile?"

Insoma, non sapevo piu che fare, ero proprio deluso, mi stavo quasi metendo a piangere dala disperazione quando il tizio e scopiato a ridere, si e tolto il turbante e il costume da arabo: "Ah ah ci sei cascato come un polo, Karol! Io son Gesu! Ti aspetavamo, abiamo visto tuto in televisione, vieni dai che andiamo a salutare il mio babo, che poi lui e Alah sono la stessa persona, ah ah che facia che ai fato avresti dovuto vederti ih ih." Non la finiva piu di ridere.

Per farla breve, amici, adeso sono cui nel'aldila, si sta bene, fa caldo, Gesu e gentile e insieme ci divertiamo molto, mi a anche permeso di fare un ultima telefonata, anzi un ultimo contato con voi umani. Mi a chiesto se volevo aparire a Navaro per salutarlo o a cualche altro mortale, ma io li o deto no, io non volio aparire, non volio diventare come padrepio o la madona di fatima, se proprio devo salutare cualcuno vorei salutare li amici del blog confuso che tanto cueli li mica mi prendono sul serio. E lui a deto "Boh, contento tu".
Cosi ecomi cui, colegato in wireless dal'Infinito per un estremo "ciao" a tuti voi.

Vi aspeto, a presto,

Il Papa


   24 aprile 2005