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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 17 aprile 2005



Una crisi degna dei racconti di Gogol
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 17 aprile

I cronisti nelle ultime quarantott´ore hanno dato fondo a tutte le risorse del lessico e dell´immaginazione per descrivere quanto sta accadendo tra Palazzo Chigi, il Quirinale e gli altri palazzi della politica. E anche in Vaticano e nelle sacre cappelle dove si amministra la religione da parte di un gerontocomio nel quale i settantenni sono considerati giovani e i sessantenni poco più che ragazzi.
Alcuni ci sono egregiamente riusciti. Francesco Merlo, commentando l´irre-orre dell´Udc ha scoperto l´inedita prassi di dimettersi il venerdì lasciando aperta la porta al re-immettersi il lunedì. Concita De Gregorio ha evocato Fellini per descrivere una città che di botto si è trovata con due sedi vacanti, percorsa da cortei di suorine, preti in clergyman, cappuccini in sandali e saio che incrociavano all´altezza della galleria Colonna intitolata ad Alberto Sordi fitte schiere di portaborse e di "peones" provenienti o diretti verso Montecitorio, circondati da paparazzi come ai tempi della Dolce vita. Mancava Anita Ekberg; in compenso furoreggiavano le tre veline di "Striscia" dedite al rito della "baceria", che consiste nell´amorosa aggressione del Vip di giornata per potergli stampare sulle guance il rossetto d´un bacio-ricordo. Ad evitare quel rischio Follini pare abbia usato l´automobile tre volte di seguito per percorrere centocinquanta metri dalla Camera all´ufficio di Gianni Letta che nel frattempo tagliava la torta e stappava spumante per festeggiare il suo settantesimo compleanno nel bel mezzo d´una rissa politica in salsa berlusconese (auguri).
Va detto come ultimo tocco che le lettere di dimissioni firmate venerdì dai ministri e sottosegretari dell´Udc e indirizzate al presidente del Consiglio e al capo dello Stato sono rimaste sulla scrivania di Follini fino alla tarda mattinata di ieri, quando finalmente sono state rimesse ai destinatari istituzionali e la crisi di governo si è formalmente aperta.
In questo quadro dai lineamenti comici e grotteschi si è tuttavia consumato un evento non privo di elementi drammatici. Eccone l´elenco. La solitaria e insolita fermezza dei moderati post-democristiani, costretti a rompere un sodalizio decennale con il capo del populismo italiano e con il gruppo di avventura che lo circonda. La disperazione di Berlusconi, costretto alle dimissioni ma aggrappato fino all´ultimo minuto alla sua postazione di capo di governo, dal quale 15 milioni di elettori l´hanno strappato con la forza del voto.
Il declino malinconico (per lui) e inarrestabile di Gianfranco Fini, ormai ex aspirante al titolo di delfino e successore del re, stretto e quasi schiacciato tra Forza Italia e Lega, con un partito penalizzato dagli elettori e dilaniato da una lotta senza quartiere tra i suoi colonnelli.
Infine (e soprattutto) gli italiani che dopo quattro anni di governo berlusconiano, tessuto di promesse non mantenute e di annunci mai seguiti dai fatti, si trovano ora al centro di un disastro economico, politico, istituzionale e morale, causato dalla leggerezza con la quale la maggioranza degli elettori rilasciò nel 2001 una sorta di delega in bianco a quel gruppo avventuroso e dilettantesco che ha portato il paese a queste distrette.
Sì, ci vorrebbe Fellini per raccontare in immagini il rapido procedere d´un simile degrado, ma ci vorrebbe la penna di Gogol per penetrare al fondo d´una vera e propria mutazione antropologica che ha colpito una società intera facendole perdere i frutti d´un lungo e faticoso cammino che l´aveva portata a gareggiare con i paesi più ricchi e sviluppati del mondo e che ora la fa galleggiare al fondo delle classifiche internazionali da dove potrà risollevarsi solo prendendo coscienza di quanto è accaduto e pagando con severi sacrifici l´errore compiuto quattro anni fa.

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Quanto sta per accadere nei prossimi giorni è ancora alquanto oscuro. Una sola cosa è certa: Silvio Berlusconi dovrà salire nelle prossime ore al Quirinale e presentare a Ciampi le dimissioni del suo governo. Secondo la prassi il presidente della Repubblica lo inviterà a restare in carica per l´ordinaria amministrazione e aprirà le consultazioni con i presidenti delle Camere e dei gruppi parlamentari. Il reincarico è certo, ma credo non possa esser conferito prima di un incontro sia pur brevissimo di Ciampi con i rappresentanti del Parlamento: il ritiro di un´importante componente politica del governo pone infatti il problema di accertare se vi sia ancora una maggioranza o se anch´essa, insieme al governo, non si sia dissolta. Accertamento che non basta leggere nei giornali e nelle dichiarazioni televisive ma che deve essere registrato nelle forme istituzionalmente previste.
I seguiti, lo ripeto, sono ancora oscuri. Dipendono infatti dal negoziato sul programma e sulla composizione del governo, che è già in corso all´interno della ex coalizione di centrodestra, finora con esiti negativi, ribaditi ancora una volta da Follini in una dichiarazione resa alla stampa alle 17.30 di ieri.
Programma. I due documenti finora redatti da Berlusconi - Letta e consegnati il primo a Fini la scorsa settimana e il secondo (che ne è quasi la fotocopia) a Follini venerdì, impostano assai genericamente i lineamenti di una politica economica che è esattamente l´opposto di quella fin qui seguita nei quattro anni trascorsi dal 2001. Non entriamo nel merito di quelle proposte, ma ciò che conta per la storia deriva dal fatto che i due principali membri della coalizione hanno imposto questa svolta programmatica addebitando alla politica fin qui adottata la responsabilità della recente sconfitta elettorale. Non ci potrebbe essere conferma più lampante che la linea precedente altro non è stata che un cumulo di errori, di vacui annunci, di successi vantati ma inesistenti e di impegni non mantenuti.
A un presidente del Consiglio credibile sarebbe sufficiente presentare a un suo (ex) alleato un documento accettabile pur nella sua genericità, ma a un personaggio antropologicamente bugiardo e riconosciuto come tale questo non basterà per riguadagnare il consenso della sua maggioranza parlamentare (quello popolare è un altro paio di maniche molto più arduo da riconquistare).
L´Udc e forse anche Alleanza nazionale pretenderanno un testo parlamentare molto più concretamente impegnativo e soprattutto una struttura di governo che modifichi alcuni punti particolarmente sensibili: l´Economia, le Riforme, l´assetto della Rai e la politica delle telecomunicazioni.
Se il negoziato andrà a buon fine è anche possibile (anche se alquanto grottesco) che l´Udc si re-immetta nel governo.
Altrimenti non resta altra strada che quella dell´appoggio esterno e probabilmente delle elezioni immediate entro la fine di giugno. Il tempo è dunque strettissimo e il negoziato tra le rissose correnti del centrodestra non ha molti margini. Dovrà essere intenso quanto breve. Se ci sarà fumata bianca torneranno tutti insieme e procederanno fino alla fine. Si riaffideranno così alle mani di un "boss" la cui antropologia non è correggibile.
Credo che questo sia il vero rovello di Follini: l´ipotesi di rientrare nella gabbia sia pur dorata dalla quale è riuscito ad evadere per il bene della sua parte e del Paese.



Polo sconfitto ma l'Unione non sfonda
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera 17 aprile

L'ipotesi di voto anticipato: centrosinistra avanti, FI in recupero. Gli italiani: no alle urne subito Chi vincerebbe se si andasse oggi ad una nuova consultazione elettorale? Allo stato attuale paiono confermate le difficoltà per il centrodestra, peraltro già emerse in occasione delle recenti elezioni regionali e, ancor prima, un anno fa alle Europee. In più, subito dopo le ultime consultazioni, si è verificato il cosiddetto effetto bandwagon ( che si potrebbe forse tradurre in " salita sul carro del vincitore " ) , per il quale il consenso per il centrosinistra, dopo la vittoria elettorale, si è ulteriormente accresciuto, specie nelle regioni meridionali. Anche se, proprio in questi ultimi giorni, pare manifestarsi un lieve recupero dei consensi di Forza Italia, a danno di Alleanza Nazionale ( Forza Italia, come si sa, è la formazione che ha subito le perdite più significative alle ultime Regionali). Nel complesso, al di là delle specifiche indicazioni dei singoli sondaggi, si può stimare che il centrodestra possa contare nel proporzionale sul 40 45 per cento, ( con FI grossomodo sul 22 per cento e An tra l' 11 e il 12%) a fronte del 45 50 per cento del centrosinistra ( Ds attorno al 20 21% e Margherita intorno al 13%) e del 10 11 per cento a favore di forze esterne ai due schieramenti principali.
Il trend sfavorevole per la Cdl coinvolge naturalmente l'atteggiamento verso il presidente del Consiglio e verso l'azione del governo nel suo insieme: entrambi vedono accrescersi i giudizi negativi. Ma, al tempo stesso, si registra un incremento ancora più accentuato delle critiche verso l'operato dell'opposizione, anche da parte dei votanti per il centrosinistra. Ciò che sembrerebbe indicare come il sentimento preponderante nell'elettorato sia, in queste ore, la disapprovazione verso la politica nel suo insieme. Una quota sempre più ampia di popolazione vive le vicende politiche con stanchezza, talvolta con repulsione, più spesso con indifferenza.
È questo, forse, il motivo principale del netto rifiuto della prospettiva di elezioni anticipate da parte della grande maggioranza degli italiani. Non a caso, si rileva un dissenso ancora più accentuato nei confronti di una nuova convocazione alle urne proprio da parte di chi afferma di essere oggi ancora indeciso su cosa votare e, in misura ancora maggiore, da chi dichiara sin d'ora l'intenzione di astenersi. Tra chi invece ha già maturato un orientamento, si registra una differenziazione significativa in relazione alla posizione politica. L'elettorato di centrosinistra è letteralmente spaccato a metà tra quanti ( specie chi vota all'estrema sinistra) vogliono subito le elezioni e quanti ( in particolare i Democratici di Sinistra) preferiscono attendere il 2006. Viceversa, la maggioranza ( 84 per cento) dei votanti per il centrodestra auspica il mantenimento dell'assetto attuale e la convocazione delle consultazioni alla scadenza naturale, nel 2006. La ragione sta nel fatto che, secondo gli stessi elettori del centrodestra, lo svolgimento di una eventuale elezione anticipata porterebbe ad un esito sfavorevole per la Casa delle Libertà.
Quest'ultima si trova effettivamente in una situazione problematica.
In occasione delle Regionali si sono manifestati per la prima volta, sia pure in misura relativamente limitata, passaggi diretti dal centrodestra al centrosinistra, specie a scapito di Forza Italia. Ciò mostra il possibile avvio di una mobilità " vera " , non solo da e per l'astensione: un processo che potrebbe accentuarsi in futuro. In più, sempre per la prima volta, l'erosione dei voti per il candidato del centrodestra ha avuto luogo, magari per ragioni diverse ma in misura pressoché omogenea, in tutta Italia. E in tutto il Nord ( ma anche, ad esempio, in Lazio e in Campania) il candidato del centrodestra ha ottenuto assai meno consensi nel capoluogo rispetto al resto della regione. Secondo alcuni, ciò indica l'esistenza di una più spiccata tendenza anti Casa delle Libertà proprio dove si trova il motore economico e sociale del Paese.
Ma occorre sottolineare che questo quadro è suscettibile di mutamenti, anche rilevanti.
A causa, come si è detto, dell'esistenza di una gran quantità di persone che in questo momento è lontanissima dal porsi il problema della scelta di voto e di conseguenza afferma ( se e quando risponde alle ricerche di opinione, dato che una parte consistente della popolazione rifiuta di sottoporsi ad un'intervista) di essere indecisa. Magari non lo è veramente e finirà col votare come la volta precedente, ma, certo, deciderà all'ultimo momento: in occasione delle elezioni regionali quasi un quarto dell'elettorato ha affermato di avere scelto cosa votare solo negli ultimi giorni. Si tratta di cittadini perlo più poco interessati alla politica, poco attenti al dibattito e alle vicende in corso e, anche per questo — per il fatto di non avere una opinione predeterminata — particolarmente influenzabili dalle impressioni che la campagna elettorale suscita in loro.
Tutto ciò suggerisce una grande cautela nel formulare previsioni sul possibile esito delle consultazioni. Le ricerche di opinione, per quanto accurate, non possono che offrire una fotografia della distribuzione attuale delle opzioni di voto. Non sono sfere di cristallo ed è poco serio attribuire loro questa funzione. In particolare, descrivono lo stato delle opinioni senza potere tener conto della campagna elettorale che deve ancora svolgersi. E che, come si è visto, costituisce il fattore determinante dell'esito delle consultazioni.


Il Cavaliere ha perso il partito
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 17 aprile

C´è un aspetto tanto evidente da risultare quasi invisibile, nella della crisi del governo Berlusconi e della maggioranza di centrodestra. È il collasso di Forza Italia. Non solo sotto il profilo elettorale. Anche se il calo, alle elezioni regionali, è stato pesante. Oltre ogni previsione. Forza Italia, in questa consultazione, ha perso oltre un milione e mezzo di elettori (il 7%) rispetto al 2000 (e il 2% rispetto alle europee di un anno fa). Ma, soprattutto, ha perso la "faccia". Nel senso che oggi non dispone più di un´identità specifica.
(Né di un margine di autonomia, per quanto limitato, rispetto al suo leader. Di cui appare, ormai, una protesi. Meno efficace di altre, ai fini dell´attività e della comunicazione politica (penso alle aziende, ai media, alle bandane). Per questo, la rapida e sensibile devolution di Forza Italia, per quanto evidente, non viene quasi considerata, tanto appare "naturale". Perché viene "naturalmente" ricondotta al destino del leader. FI: un semplice riflesso.
Eppure, non era detto e non era scritto che dovesse finire così. Anzi, per molti anni, FI è stata guardata con attenzione e con una certa curiosità, non solo dagli studiosi, ma anche dagli attori politici. Alleati e avversari. Considerata un "modello di partito" possibile, adatto a rimpiazzare quelli tradizionali, affondati insieme alla prima Repubblica. Il "partito del presidente", l´aveva definito Angelo Panebianco, all´indomani della vittoria del 1994. Perché, effettivamente, era stato ideato e costruito da Berlusconi, in pochi mesi, per vincere le elezioni impostando una campagna di tipo "presidenziale", tutta focalizzata sulla figura del leader. Un soggetto gregario, che aveva occupato il vuoto lasciato dalla Dc e dai partiti di governo della prima Repubblica. Guidato, al centro, dallo staff di Publitalia, la società pubblicitaria di Fininvest. Ciò che ne sottolinea la "missione": modellare la politica come marketing, per "vendere" il Presidente come un prodotto. Gli stessi candidati locali (prima alle elezioni politiche, poi a quelle amministrative) erano stati selezionati e reclutati ricorrendo ai "pubblicitari" dell´azienda. Comparse e comprimari di una comune rappresentazione, con un solo protagonista. Berlusconi. L´unico volto, marchio, l´unico spot proposto sul mercato elettorale.
Tuttavia, Forza Italia, nel corso della sua breve e intensa storia, non si è limitata a recitare il copione del "partito personale" (secondo la nota formula di Mauro Calise). Al contrario, si è sviluppata e consolidata, come organizzazione, in rapporto con la società e sul territorio. Consolidando il suo peso elettorale in numerose province, distribuite nel paese. Nel Nord: lungo l´asse che corre fra Milano e Imperia. Nel Centrosud: lungo la fascia tirrenica e, soprattutto, nelle isole. In particolar modo in Sicilia. Inoltre, per strutturarsi, in modo stabile e robusto, ha seguito, principalmente, due logiche alternative e conflittuali.
a) Quella originaria, di tipo "aziendalista", del partito leggero, in periferia, e pesante al centro. Fatta di consulenti, professionisti (e di amici e consiglieri del Presidente). Un soggetto che cura le campagne elettorali e la comunicazione di Berlusconi, collocando i leader e i candidati "locali" in posizione gregaria.
b) Quella del "partito tradizionale", aggiornato secondo le esigenze del caso, ma con una presenza organizzata sul territorio e nella società. Una prospettiva sostenuta, soprattutto, da coloro che hanno un imprinting democristiano, primo fra tutti Scajola.
In tempi più recenti, dopo la battuta di arresto alle elezioni del 2004 e le sconfitte, ripetute, nelle elezioni amministrative e in quelle suppletive, è emersa una "terza via", che riassume le precedenti. Il "partito dei persuasori professionali porta-a-porta". I "mille della resurrezione", come li ha definiti Marcello Dell´Utri: collaboratori retribuiti, addestrati a vendere il prodotto-Berlusconi sul territorio. Di casa in casa. Una sorta di evoluzione commerciale del partito di massa.
In realtà, la presenza politica e la continuità elettorale di FI in ambito locale, soprattutto nel Mezzogiorno, era ed è stata garantita dal legame con gruppi di interesse, circoli economici, "grandi elettori". Soggetti che pre-esistevano, in quanto costituivano il retroterra del consenso alla Dc e ai partiti di governo, nella prima Repubblica. Per cui FI è cresciuta come un albero dal tronco robusto, impiantato su radici diffuse, profondamente innervate sul terreno. Ma che non erano sue. Da ciò l´instabilità elettorale di FI, che rende al massimo quando le elezioni assumono significato politico nazionale. Alle elezioni legislative, soprattutto. Ma anche alle elezioni regionali o europee, se la campagna elettorale le trasforma in un referendum pro o contro Berlusconi. Non è riuscita, invece, FI, a ritagliarsi riferimenti ideali, che riuscissero a specificarla, ad attrarre gli elettori per motivi di identità, di "senso". Ma ha svolto, comunque, fin dall´inizio, un fondamentale ruolo di "fattore coalizionale". Unico soggetto politico "nazionale", e quindi cerniera fra i partiti alleati, tutti fortemente regionalizzati. Cornice e ponte fra il Nord padano della Lega e il Centrosud di An e dell´Udc. Mastice che tiene insieme pezzi altrimenti scollegati e inconciliabili. Anche dal punto di vista delle idee. Perché l´a-ideologia forzista, il suo blob-pensiero, nel quale convivono valori eterogenei ed estemporanei, in realtà, hanno creato il tessuto connettivo e al tempo stesso gli argini che collegano e trattengono frazioni di elettorato tanto eccentriche e polarizzate. I moderati e gli estremisti, i nordisti e i sudisti, i secessionisti e i nazionalisti, i liberisti e gli assistenzialisti.
Per questo la crisi di Forza Italia non va considerata effetto e variabile dipendente della crisi di Berlusconi. Semmai è vero il contrario. È la crisi di FI ad aver accelerato la crisi della Cdl, del governo e di chi ne è alla guida. Perché se FI perde, quando FI perde, tutta la Cdl perde. Insieme al leader. Non solo per quel che significa, in termini elettorali, ma perché vengono meno il mastice e il network della coalizione. Le relazioni fra la Lega, An, i neodemocristiani diventano faticose. I linguaggi diventano reciprocamente incomprensibili. Gli interessi inconciliabili. E la geografia elettorale disegna un´Italia fatta di regioni distinte, distanti, contrastanti.
D´altra parte, Berlusconi, negli ultimi anni, dopo la vittoria del 2001, ha smesso di pensare al suo partito. Lo ha trasformato in un´agenzia di "portavoce" (come amava scrivere Giorgio Lago), preferendo proporsi come il Presidente del centrodestra. Anzi: il Presidente e basta. Impegnato a risolvere i problemi del Mondo con i Grandi del Mondo. Limitandosi a intervenire, nella sua Casa (delle Libertà), di quando in quando, per sedare le risse fra i nani irriconoscenti, alla guida dei partiti alleati. Così FI ha perduto le sue radici. Gruppi di interesse, circoli economici, "grandi elettori", che l´avevano appoggiata, hanno ripreso a frequentare, perlopiù, gli amici ex-democristiani, posizionati di qua, ma anche al di là del confine fra destra e sinistra. Mentre, alla periferia del partito, le tensioni e le fratture sono divenute regola. Difficile restare insieme, d´altronde, quando la passione non c´è mai stata e gli interessi diventano incerti.
Oggi FI interpreta, davvero, la politica senza società e senza territorio. La comunicazione senza identità. Non è più un albero, ma un´antenna. E le antenne non mettono radici, non fanno foglie, né frutti. È un´antenna, Forza Italia. Per questo nessuno ne parla. Nessuno "le" parla. Nessun leader degli altri partiti alleati (?) – Fini, Casini, Follini o Alemanno – che senta il bisogno di consultare Tremonti, Bondi, Cicchitto. O, magari, Elisabetta Gardini. Figuriamoci. E ciò fa apparire Berlusconi ancora più solo. L´inventore e il leader del "partito del presidente" oggi è un "presidente senza partito".


Il patto fra India e Cina
Federico Rampini su
la Repubblica 12 aprile

È l'abbraccio tra il dragone e l´elefante, simboli dei due paesi che stanno cambiando la faccia del mondo. Ancora pochi anni fa il vertice di Nuova Delhi tra il premier cinese Wen e l´indiano Singh sarebbe stato il summit dei giganti poveri. Ieri i due leader si sono definiti "partner strategici" e guidano il nuovo asse geoeconomico che diventa il centro del pianeta. Sono da un decennio i due paesi vincenti per la crescita del Pil (+9% annuo la Cina, +8% l´India), insieme fanno il 40% della popolazione mondiale. Per questa combinazione tra dinamismo economico e peso demografico, esercitano una pressione drammatica su tutte le risorse del pianeta: consumano di tutto di più, dal petrolio all´aria che respiriamo.
La locomotiva industriale cinese procede nell´invasione dei mercati mondiali: +60% le esportazioni del "made in China" in Italia negli ultimi due mesi, +44% in Germania, +37% in America. L´India sta conquistando un predominio in settori ad alto contenuto intellettuale, nel software informatico, nella biogenetica, perfino nella delocalizzazione della medicina ospedaliera dai paesi ricchi. C´è una complementarietà tra i due paesi che ha fatto nascere il neologismo "Cindia", per designare il nuovo macro-sistema.
Per rendere omaggio alla specializzazione hi-tech dei suoi vicini, Wen Jiabao ha cominciato la visita non dalla capitale politica New Delhi, ma dalla Silicon Valley dell´India, Bangalore.
Da lì il premier cinese ha lanciato uno slogan che non molto tempo fa sarebbe sembrato velleitario: "Insieme possiamo fare del XXI secolo l´èra della leadership tecnologica asiatica". Di recente il fondatore della Microsoft Bill Gates, parlando davanti ai governatori degli Stati Usa, ha detto: "Sono terrificato per la nostra forza lavoro di domani. Nella competizione internazionale per avere il maggior numero di lavoratori nelle industrie della conoscenza, l´America perde terreno mentre avanzano Cina e India". Banche d´affari angloamericane e venture capitalist in cerca di opportunità di investimento, tutti ormai ragionano su uno scenario in cui la crescita futura verrà esclusivamente da un nuovo club di paesi: i "Bric", cioè India e Cina più Brasile e Russia. L´India cerca di riformarsi per diventare meno protezionista, meno burocratica, più deregolata, e il suo modello neoliberista lo trova a Pechino. L´esperimento di "zone franche" che il premier Manmohan Singh vuole varare ricorda la prima apertura cinese al capitalismo, un quarto di secolo fa sotto Deng Xiaoping.
Il vertice di ieri a Nuova Delhi non è stato solo il simbolo di una nuova èra per l´economia globale ma anche una svolta politica. Per decenni i rapporti bilaterali sono stati tormentati. Nel 1962 la Cina attaccò l´India, invase il suo territorio e la sconfisse in poco tempo. Quella breve guerra combattuta per il controllo di zone dell´Himalaya ha lasciato in eredità un contenzioso sul confine tra i due paesi, lungo 3.500 km che spaziano dal Kashmir a ovest fino alla Birmania a est. In tempi molto più recenti, i test nucleari indiani del maggio 1998 crearono una forte tensione quando Nuova Delhi fece sapere esplicitamente che il suo rafforzamento atomico non era diretto solo contro il Pakistan ma anche contro una minaccia cinese. Nella lista dei dispetti incrociati figurano l´amicizia tra Cina e Pakistan, e il sostegno indiano al Dalai Lama, il leader religioso tibetano in esilio.
Ieri a Nuova Delhi, Singh e Wen hanno voltato pagina: i due premier hanno firmato un accordo su una "roadmap" che traccia il metodo per risolvere il contenzioso territoriale. Un segno forte di amicizia è stato l´annuncio da parte di Wen che la Cina sosterrà la candidatura indiana per un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu (anche in chiave anti-giapponese). Un gesto che ha una portata economica concreta ma anche un significato politico: è l´avvio da parte cinese dei lavori per ricostruire la celebre "Stilwell Road" che dalla città di Kunming (Yunnan) arriva al confine indiano passando dalla Birmania. È una strada importante per migliorare le infrastrutture che collegano i due paesi. Ha una valenza politica particolare, perché fu fatta costruire dal generale americano Jospeh Stilwell nel 1942 per collegare le forze alleate impegnate su due fronti contro i giapponesi; cadde in rovina via via che le relazioni fra India e Cina si deterioravano.
Oggi Pechino e Nuova Delhi continuano ad avere alcune divergenze. La più importante riguarda il rapporto con gli Stati Uniti, che si "curano" l´alleato indiano proprio per contenere un´influenza cinese in espansione in tutta l´Asia. Ma su terreni chiave come i negoziati commerciali in seno al Wto, India e Cina hanno formato un´alleanza insieme con Brasile e Messico, che ha sconfitto più volte gli interessi americani ed europei. E in quest´area del mondo non è sfuggito a nessuno il parallelo tra la recente tournée asiatica di Condoleezza Rice, e questo viaggio di Wen Jiabao che è andato a visitare le aree dello tsunami, poi Bangladesh, Pakistan e India. In Pakistan i cinesi stanno costruendo un grande porto (Gwadar) che consente alla loro flotta - oggi mercantile, domani forse militare - di affacciarsi sullo stretto di Hormuz, da dove transita il 40% del petrolio mondiale.
Il culmine di questa tournée asiatica di Wen resta Bangalore. In una sola città, il premier cinese ha potuto visitare le sedi di Infosys e Tata Services, due multinazionali indiane che sono ormai dei colossi mondiali del software, e a poca distanza le filiali indiane di Huawei e Haier, due grandi industrie cinesi delle telecomunicazioni e dell´elettronica di consumo. È un riassunto di quel miracolo asiatico che ha portato Cina e India a dimezzare in vent´anni la popolazione mondiale che vive sotto la soglia della povertà. Proprio il weekend scorso è partita per sempre dal porto cinese di Shiwan l´ultima nave Blue Dream che trasportava gli aiuti alimentari del programma Onu: da ora la Cina è uscita a tutti gli effetti dal mondo dei poveri. Secondo il rapporto "Mapping the Future" della Cia entro vent´anni la Cina sarà la seconda economia mondiale a ridosso degli Stati Uniti. Al terzo posto, sempre per l´intelligence americana, sarà già salita l´India.


L'incudine e il martello
Carlo Bastasin su
La Stampa 13 aprile

Prima di tutto i fatti. I dati a disposizione della Commissione europea sui deficit italiani sono noti: 3% nel 2004, 3,6% nel 2005 e 4,6% nel 2006. Ma Eurostat, che deve verificare i dati, stima il deficit 2004 oltre la soglia del 3%. Ciò fa scattare la "procedura di deficit eccessivo" prevista dal Trattato di Maastricht e annunciata ieri dal commissario Almunia. In base a scadenze precise, la procedura determina se il deficit è troppo alto, induce l'Italia a correggerlo e, in assenza di ciò, porta il Consiglio a sanzionarla.

Il primo passo è quello di ieri: in base all'articolo 104.3 Almunia annuncia la preparazione di un rapporto, dovrà quindi esprimere un'opinione e inviarla al Consiglio Ecofin. Entro giugno, il Consiglio deciderà a maggioranza qualificata e su raccomandazione della Commissione, se il deficit italiano è eccessivo. Entro settembre l'Italia dovrà disporre correzioni efficaci, tali da ridurre di mezzo punto di Pil il deficit nell'anno (o nei due anni, se va bene) successivo a quello di violazione. In assenza di ciò il Consiglio Ue decide le sanzioni, al più tardi dieci mesi dopo la segnalazione di ieri: si arriverebbe così al gennaio 2006.

Ecco dove si trova il governo: tra l'incudine di una correzione severa - una manovra da almeno 1,5 punti di Pil per ridurre il deficit tendenziale del 2006 al 3,1%, senza contare l'addio alle promesse fiscali - e il martello di una pesante sanzione politica all'inizio dell'anno elettorale.

Può sperare nella modifica del Patto di stabilità? No: c'è pressione da ogni lato (Bce, altri Paesi, mercati) perché il Patto resti efficace e purtroppo il primo vero test è proprio l'Italia. Può sperare che Francia e Germania ricambino gli aiuti che permisero il loro trattamento privilegiato? Nemmeno: Parigi e Berlino evitarono grazie a Roma la sanzione politica, ma poi seguirono le raccomandazioni della Commissione e ora stanno, pur tra incertezze, completando il rientro sotto il 3%. L'Italia comincia ora la procedura ed è sola. Non resta che seguire le indicazioni della Commissione come hanno fatto gli altri Paesi: una Finanziaria "commissariata" da Bruxelles, strappata dalle mani di chi vorrebbe politiche dissipatrici ed elettorali.
A ben vedere sarebbe un'opportunità anche per il governo, può ritrovare grazie al vincolo europeo una linea condivisa che da solo non sa più trovare. Bruxelles potrebbe accogliere bene, col rigore, la sostituzione di spese correnti con investimenti, la riduzione del cuneo fiscale e le misure a favore di crescita e competitività.

Per il governo significa cambiare strada. Il velo dell'illusione fiscale è strappato. Nell'ipotesi migliore si è trattato di una scommessa andata male. Nei primi due-tre anni il governo poteva sperare di finanziare la propria politica economica con un po' più di debito e un po' meno di tasse. Non era stravagante in presenza di tassi d'interesse reali negativi. Ma i margini di manovra erano irrisori e dal 2003 si sarebbe dovuti "rientrare". Ciò non è avvenuto e i conti sono ormai fuori linea.

Gli economisti chiamano "equivalenza ricardiana" l'ipotesi che non ci sia vantaggio nel finanziare la politica con debito anziché con le tasse: un cittadino razionale capisce infatti che più debito oggi, significa più tasse domani. Perché si faccia illudere e quindi si entusiasmi per tasse un po' più basse, sono necessari almeno due requisiti: che veda il futuro con cieco ottimismo e che attribuisca un valore irrazionale al taglio delle tasse. Il lettore riconoscerà in questi requisiti una parte considerevole dei messaggi politici del governo degli ultimi anni. Non ha funzionato come era prevedibile in un Paese che ogni giorno paga caro i debiti accumulati nel passato.


Lasciate parlare i Cardinali
Gad Lerner su
la Repubblica 12 aprile

Sarà lecito esprimere rammarico e disagio di fronte alla decisione del silenzio stampa, assunta dai cardinali riuniti nell´aula del Sinodo per le Congregazioni, a una settimana dall´inizio del Conclave? Proposta con insistenza dal cardinale Ratzinger, tale inedita scelta frena la riflessione collettiva e limita il tragitto plurale attraverso cui infine, nella clausura della Cappella Sistina, verrà presa una decisione cruciale per il futuro della Chiesa apostolica cattolica.
Lo ha giustamente rilevato domenica Marco Politi su questo giornale: il silenzio stampa favorisce l´influenza della Curia, non limita le manovre dei movimenti organizzati, impedisce di cogliere le voci dei porporati giunti a Roma dai quattro punti cardinali.
Davvero qualcuno temeva influenze nefaste sulla serenità dei 115 maturi elettori, o nel vastissimo gregge dei credenti, o in un´opinione pubblica mondiale appassionatamente coinvolta nell´attesa?
Non esistevano, come è noto, impedimenti giuridici di alcun tipo alla prassi di una riflessione pubblica, tanto opportuna, per non dire necessaria, nelle giornate precedenti l´extra omnes. In quelle giornate speciali, cioè, di preghiera e meditazione, che vedono concentrarsi attorno ai Principi della Chiesa un´attenzione densa di interrogativi come forse non si registra in nessun altro momento della vita ecclesiale. Né si può sostenere che da papa Giovanni Paolo II fossero giunte indicazioni limitative alla pubblica espressione del punto di vista dei cardinali. Al contrario.
La costituzione apostolica Universi dominici gregis, da lui emanata il 22 febbraio 1996, ribadisce testualmente: "Non intendo, tuttavia, proibire che durante la Sede Vacante ci possano essere scambi di idee circa l´elezione". Scambi d´idee preziosi, per i quali non è indicato il vincolo del riserbo, almeno circa i criteri e le finalità della scelta, se non pure sulla fisionomia dei candidati.
Il "tuttavia" della costituzione wojtyliana fa riferimento a ben altro tipo di prescrizioni. Essa vieta infatti "patteggiamenti, accordi, promesse od altri impegni di qualsiasi genere" fra cardinali, "che li possano costringere a dare o a negare il voto ad uno o ad alcuni". Parimenti vieta ai cardinali di "fare, prima dell´elezione, capitolazioni", cioè di dar vita a organigrammi per cui un certo candidato andrebbe eletto papa a condizione che nomini questi o quello negli incarichi di curia. Infine Giovanni Paolo II esorta "vivamente" i cardinali "a non lasciarsi guidare, nell´eleggere il Pontefice, da simpatia o avversione". Nessun limite alla trasparenza, dunque, solo il divieto a traffici impropri e a scelte di convenienza.
La storia dei conclavi del passato, al contrario, e in particolare dei due ultimi conclavi del 1978, evidenzia la fecondità di spunti generata dalla disponibilità dei cardinali a rendere pubblici i loro auspici d´innovazione, in un senso o nell´altro. S´erano espressi i cardinali così come si erano espressi i teologi non aventi diritto al voto. Ne "Il conclave", edito dal Mulino, Alberto Melloni cita fra gli altri l´appello per un papa "carismatico" firmato da Congar, Chenu, Schillebeeckx, Hourdin e Kung. O inoltre una dichiarazione di porporati tedeschi contro il marxismo opera, guarda caso, proprio di Joseph Ratzinger. Il cardinale genovese Giuseppe Siri aveva rilasciato invece una lunga intervista alla Gazzetta del Popolo che a quanto pare ne danneggiò le chances di papabile. Ma anche nei conclavi precedenti, in epoche di minore invasione mediatica, la prassi della riflessione pubblica si manifestava come antidoto benefico agli eccessi manovrieri. Insomma, non è proprio questo il momento del silenzio, ma semmai della parola.
Durante il pontificato di Wojtyla s´era felicemente accresciuta la propensione dei cardinali a dialogare fuori dagli ambiti strettamente ecclesiali, utilizzando anche tribune laiche, con l´intenzione di rivolgersi ai credenti così come ai non credenti. Un´intervista come quella concessa dal cardinale Camillo Ruini a Repubblica nella domenica di Pasqua, solo quindici giorni fa, non può forse essere letta a suo modo come un utile manifesto programmatico?
Vorrei che fosse chiaro: qui il problema non sono i giornalisti rimasti a bocca asciutta. La sottrazione del diritto di parola ai cardinali nella settimana precedente il Conclave ammutolisce la loro relazione con il mondo, comprime l´ansia e le domande spirituali diffuse ben oltre la già vasta comunità dei credenti. Non dubitiamo che alla fine la risposta verrà, ma intanto mancheranno indicazioni preziose, nel segno di una Chiesa per qualche giorno ancora plurale.
P. S. Giacché mi sono preso la libertà di esprimere un disagio, lasciate che ne indichi pure un altro, minore, relativo al racconto della presunta miracolosa guarigione operata da Giovanni Paolo II, secondo la confidenza di don Stanislao Dziwisz a due vaticanisti. Mi sarei risparmiato, nell´occasione, il riferimento in prima pagina a "un ebreo americano molto ricco". E pure una certa, anacronistica, ansia di conversione.


L'ombelico del mondo
Barbara Spinelli su
La Stampa 10 aprile

C'era una specie di follia, nella determinazione con cui tanti uomini nel mondo hanno deciso di confluire in massa verso Roma, per rendere omaggio a Giovanni Paolo II appena scomparso dalla terra. Follia che precede il discorso razionale, la parola articolata. Follia di chi non smette di sognare quel che ha intuito di notte, e il suo mattino è un prolungamento del tempo notturno e del suo vedere speciale. Prima ancora di cercare un messaggio religioso, prima di riconoscersi nella Chiesa cattolica e nei suoi riti, tanti uomini e tantissimi giovani hanno amato il Papa per come egli ha dato spazio a questa follia, che è primordiale nell'umanità e nel nascere della sua sapienza, nella storia delle grandi religioni e in quella della filosofia. "Io vi ho cercato, e adesso voi siete venuti da me. Vi ringrazio": queste parole, che il Papa agonizzante ha rivolto ai giovani riuniti sotto la sua finestra, hanno il soffio di arcaici riti. Dioniso e Orfeo organizzavano in tal modo le loro cerimonie di iniziazione. Nei misteri eleusini si veniva in tal modo chiamati.

Roma, è stato detto, è tornata magicamente a essere, lo spazio d'una settimana, caput mundi, come sulle monete del Sacro Romano Impero e come scrivevano Livio, Tacito. Per una volta ancora, come nell'Europa medievale, il latino è tornato a esser lingua universale. Ma Roma è stata qualcosa di più, nei giorni scorsi, di una capitale politica e spirituale del pianeta. È stata ombelico del mondo, come nei primordiali misteri della Grecia precristiana. È stata omphalos, pietra conica di forma ombelicale da cui tutto inizia, nella follia oracolare di Delfi: il contatto fra la terra e le potenze del sottoterra, il senso istintivo della bellezza e dei suoi colori, la sete dell'assoluto e l'enigma che il divino chiede all'uomo di sciogliere nella parola intelligibile. Omphalos come centro del mondo è un concetto non solo greco. È condiviso dalle civiltà della Mesopotamia, della Cina, dell'India. Dioniso irrompe nell'Ellade da Oriente. Orfeo viene dalla Tracia. La mondializzazione delle cerimonie cui abbiamo assistito in questi giorni ha radici negli esordi della storia d'Europa e dell'umanità.

Spesso assimilata alla mania delle baccanti, la follia che si impadronisce della Grecia presocratica è condizione insostituibile della sapienza, del vedere estetico, del naturale stupore conoscitivo che precede quello che gli uomini - così Pindaro nelle Olimpiche - "imparano poi come corvi turbolenti che balbettano". La mania induce la mente a trovare la parola razionale che spiega il vero dietro l'illusorio. La follia sapiente di Dioniso prepara l'occhio a guardare con lo sguardo onniveggente di Apollo, e non sorprende che gli occhi siano stati a tal punto importanti in Giovanni Paolo II (il presidente Ciampi ha parlato dei suoi "occhi luminosi e acuti che ti scavavano nel profondo", del "suo sguardo carico di affetto che ti abbracciava prima ancora che egli alzasse le braccia", ed è vero che uno sguardo così "si conserva nel cuore per sempre"). Accanto a un pensiero esigente - anzi proprio grazie a esso - il Papa aveva anche questo: una sorta di entusiasmo vitale, al tempo stesso estetico, musicale, filosofico, religioso, che si rigenerava a ogni abbraccio fisico con i fedeli, a ogni carezza data a un bambino.

È l'entusiasmo quasi panico che permette all'uomo di liberarsi del più terribile dei fardelli: il fardello della realtà, dunque della Necessità. Anche questo ha significato il Papa, per i tanti giovani accorsi verso l'omphalos di San Pietro: una porta aperta su ciò che vive accanto alla necessità.
Una libertà completa, dunque imprevedibile, di esistere così profondamente da sconfinare in una condizione che è fuori dall'esistenza e che si chiama estasi. Da questo punto di vista le masse che per giorni hanno invaso Roma son state estatiche, prima ancora che religiose o cattoliche. E non stupisce che nell'estasi si siano ritrovati cattolici e musulmani, ebrei e non credenti, come mai è avvenuto in passato.

Il teologo Bruno Forte ha accennato con ragione al libro di Elias Canetti su "Massa e Potere" (Il Sole-24 Ore, 7 aprile), per rilevare quel che distingue le masse del Papa dalle masse del XX secolo. Giacché siamo di fronte a un fenomeno di folla, e più precisamente di massa aperta, ma diversa dal passato. La massa chiusa non si preoccupa tanto del numero e vuole innanzitutto durare, dunque organizzare, introdurre gerarchie. Per questo mette chiari confini all'affluire di fedeli e pellegrini, per questo erige architetture circoscritte, che prendono la forma di templi e chiese. La massa aperta rompe ogni argine, spontaneamente è una massa estatica, unita dalla pura follia dell'uguaglianza. Nelle forme peggiori imita gli animali predatori e in particolare i lupi, e s'aggruma in muta. La muta è animata da volontà di potenza, di predazione. Nel secolo scorso ha assunto aspetti secolarizzati ed è divenuta massa totalitaria, nazi-fascista o comunista.

Una parola la simboleggiava, mettendo sullo stesso piano il potere della moneta e della massa. La parola era: "milione". Gli aizzatori delle folle l'avevano sempre sulla bocca: sempre garantivano, vendicativi, l'avvento di "milioni e milioni" di militanti. Le masse attratte dal sarcofago di Giovanni Paolo II non avevano quest'aspirazione ad accrescersi sempre più, nonostante la colossale eccitazione numerica di giornali e telecamere. Non avevano, soprattutto, volontà di far politica, come accadeva nelle masse oceaniche del '900 o negli integralismi pseudo-religiosi dell'oggi. Non sembravano animate da volontà di potenza, ma sembravano piuttosto attratte dal modo in cui Giovanni Paolo II aveva vissuto e proposto la propria impotenza, il proprio spogliarsi, soffrire e morire.

In ogni follia quando è esperienza sapienziale e non politica c'è un enigma oracolare da intuire, e l'enigma di Giovanni Paolo II è ancora da pensare. Ma il più vicino al vero riguarda la libertà, davanti a cui il Papa ha messo un numero così grande di uomini. Lo ha detto tante volte: "Sì, è difficile credere in un mondo così. Non è il caso di nasconderlo". È "difficile vivere la purezza", o esser "leali nelle amicizie", o "uscire dalle logiche del profitto, dell'interesse personale o di gruppo". Perfino la legalità è roba difficile. Ma "si può volere", ed è questo che rende l'uomo nobile, e la vita meritevole d'esser traversata. Questo "si può volere" è la libertà, che ciascuno ha in sé e può riconoscere al diverso da sé. La pace di cui il Papa è stato campione non è che una delle possibili manifestazioni del nostro esser liberi. Il futuro non è già tutto scritto, contrariamente alla minacciosa promessa delle dittature secolarizzate o religiose. "Non si sa più quello che si deve pensare", ci lamentiamo ogni tanto, quando proprio qui è la nobiltà del presente momento storico. Nessuno dice più quel che si deve pensare, per fortuna. Ma quel che si può liberamente pensare sì, è difficile ma "si può". Nostra è l'intera responsabilità del futuro.

Di fronte alle masse - anche questo è detto da Canetti - la Chiesa ha nutrito sempre immensa diffidenza. Ha messo mille ostacoli, tra sé e le folle aperte. Le ha chiuse in istituzioni e norme, per poter durare nei millenni. Ha trasformato le masse e le mute in cristalli di massa, che sono piccole scintille della primigenia follia estatica, impersonate dalle stesse chiese o dai monaci. Ha inventato un cerimoniale lentissimo, per assorbire e addomesticare la massa ancestrale. In questo la Chiesa di Roma mantiene intatta la sua eccellenza. I funerali sul sagrato di San Pietro hanno dato ordine al caos, e hanno trasformato questo caos in musica, canto, bellezza, colori, ritmo, non diversamente da come avveniva nei misteri orfici e nella Chiesa del primo annuncio.

Ma nei momenti di crisi e di angosce le masse spontanee e aperte irrompono di nuovo sulla scena. È accaduto quando Gesù pronunciò all'aperto il sermone della Montagna, scrive ancora Canetti, e "si contrappose al limitativo affaccendarsi cerimoniale del Tempio ufficiale". È accaduto nel cristianesimo paolino, con la sua ambizione a "evadere dai limiti nazionali e tribali dell'ebraismo e di diventare una fede universale per tutti gli uomini" (questo significa: cattolico). È avvenuto nel buddhismo, "che ha disprezzato l'organizzazione di casta nell'India" antica. È avvenuto, spesso, nel papato di Giovanni Paolo II.

Ogni massa spontanea e aperta porta tuttavia dentro di sé i germi di fatali disgregazioni. È votata a svanire, e oggi più che mai perché nella mondiale venerazione di Giovanni Paolo II c'è un po' di tutto: fede ortodossa e fede selvaggia, organizzazione e religiosità "fai da te". Le piazze di Roma si son annerite di entusiasti ma le chiese continuano a essere vuote in Occidente. I cristiani son sembrati per una settimana trionfanti ma sono poverissimi e debolissimi, oggi. I potenti della terra hanno sentito il dovere di mettersi a capo del pellegrinaggio verso l'ombelico del mondo ma con la follia della conoscenza hanno poco a vedere e non sono che pallidi rappresentanti del mondo della Necessità.

Quanto alla Chiesa, essa è oggi davanti a un evento misterico che le toccherà decifrare, spiegare a se stessa. Anch'essa può volere ogni cosa. Può capire o non capire. Può aprire o chiudere e chiudersi. Ogni volta che l'umanità barcolla, e perde il suo centro, è l'omphalos che si rimette a cercare. È avvenuto nella Grecia antichissima, e poi nella Roma disperata e violenta del terzo secolo dopo Cristo, ai tempi delle persecuzioni. Lì fu specialmente grande la Chiesa cristiana. Seppe assorbire quel malessere immane, e s'unì al misticismo già presente nei pagani, impregnandosene. Assimilò quella follia, facendone il lievito della propria chiesa e dandole un ordine durevole. Non sarà cosa semplice far tesoro anche oggi dell'Evento, e trasformare l'omaggio a questo Papa in un omaggio al papato di Roma e alla Chiesa. Ma chi ha detto che la Chiesa e le nazioni e ciascun individuo debbano imboccare la strada facile? Di fronte a ciascuno c'è la via difficile della libertà. La via che porta alle autodistruzioni oppure alla civiltà, alla contaminazione della religione con la politica e alla religione purificata dalla politica, alle enormi decadenze o alle enormi rinascite e resurrezioni. Ed è proprio il difficile che tanti uomini in tutto il mondo hanno mostrato di amare sopra ogni altra idea e promessa, unendosi al Papa nel momento del suo trapassare.


Dopo Berlusconi, aspetta e spera
Stefano Benni su
il Manifesto

Che l'Italia non sia più berlusconiana lo scriviamo da due anni, spesso rimproverati dalla sinistra istituzionale. Ora, con l'eccezione di Giovanardi e di alcuni pastori della Sila, lo sanno tutti. L'ecumenico sorriso di Monna Lisa Prodi è giustificato, ma non deve diventare fisso, come il ghigno da piazzista del cavaliere. Perché la strada è in salita e i sondaggi mutevoli . L'Italia non è berlusconiana, ma il potere sì. E dato che questo potere non è più temperato dalle regole della democrazia, non sarà semplice scalzarlo. In ogni paese flebilmente civile chi perde quattro elezioni di fila, l'ultima con otto punti di scarto si dimette, o quanto meno presenta le dimissioni. Ma questo è un paese dove il neuropremier vittimista è stato inquisito, stralciato, prescritto, i suoi più stretti collaboratori sono stati condannati per corruzione e appoggio alla mafia, e si è fatto finta di nulla. Perciò il nanetto di minoranza vuole dimenticare in fretta la macchinazione comunista di questo voto, e si dice pronto a cambiare la Costituzione e le leggi elettorali. Lo spalleggiano Fini e Follini, giganti che in due hanno il coraggio e l'indipendenza di pensiero di mezzo doroteo anni Sessanta.

E soprattutto, il cavaliere gode dell'appoggio politico e culturale di un gruppo di picciotti padani col cinque per cento dei voti e del clan dei riformisti siciliani col cento per cento dei pizzi. Aspettiamo fiduciosi il 2006, dice una sinistra generosamente premiata dai suoi elettori. Fiduciosi in cosa? Perché il premier tricointermittente, ora che sta davvero per perdere il potere, dovrebbe cominciare a rispettare regole che ha sempre disprezzato? E soprattutto, la sinistra istituzionale ha il coraggio e la voglia di rispettare la volontà degli elettori? Che hanno detto basta a Berlusconi non dal 2006 ma da subito. Ci dicono che esiste la correttezza istituzionale (termine nobile che suona strano nel contesto di questi anni ignobili). Questa correttezza impone di mantenere il premier fallito al suo posto fino a nuove elezioni. Ma le sue menzogne, l'accaparramento di privilegi e capitali, e il suo abuso di potere maggioritario dovrebbero smettere da subito. Passeremo perciò un normale anno di confronto democratico, o un altro anno di calci in faccia alla democrazia e vittimismo da una parte e dall'altra? La sinistra, da ora in avanti, ha una responsabilità che il voto ha accresciuto. Gli scenari fino al 2006 possono essere questi.

Soluzione Ciampi

Nonno Azeglio, in un impeto di coraggio, fa il suo dovere. Depone Berlusconi per manifesta incapacità di gestire questo momento politico, abuso di potere, catastrofe economica, scempio dell'informazione, tintura prolungata. Effettua, diciamo così, un'operazione preventiva di salvataggio della democrazia. Manda Silvio in pensione prima che Silvio ci mandi lui. Augurabile ma assai improbabile, come uno scudetto al Livorno.

Soluzione rivolta alleati

Follini, Fini, Storace, persino Vito e Schifani, si ribellano. Chiedono un rimpasto. La Lega minaccia le dimissioni di tutti i suoi ministri e lo sciopero della fame di Borghezio. Volano insulti, accuse, cachinni e grida di libertà. Alla fine si trova una soluzione nuova e riformista per tutti. Castelli e Lunardi si scambiano il Ministero, e si fanno centosedici nuovi sottosegretari. Come segno di ritrovata autonomia, sarà permesso d'ora in avanti agli onorevoli di portare scarpe coi tacchi anche in presenza del leader.

Soluzione Bush

Bush non è certo venuto in Italia per il Papa. Lo ha sempre trattato come un vecchio importuno e inutile, e ha sempre sostenuto che Dio non abita tra le guardie svizzere ma tra i marines. Se fosse sincero, cederebbe il suo posto al funerale a un pellegrino, tra i milioni che non riusciranno neanche a avvicinarsi a San Pietro. Non siamo fan di miracoli, lacrimazioni, ulcere e poltergeist. Ma mentre George è in ginocchio a fingere contrizione, non ci dispiacerebbe che il bastone papale si librasse in aria e gli calasse sulla groppa. Qual è allora il vero motivo della venuta di Bush? Dato che gli Usa non trascurano mai nessuna opzione, perché non prevenire una nuova sconfitta elettorale con relativo insediamento di regime comunista? Non occorre neanche inviare le truppe, gli aerei e i sottomarini sono già qui. Basta qualche miccia della Cia e far uscire Bin Laden dalle grotte del Vesuvio, ove notoriamente vive insieme alla maga Amalia. Tutti sanno che Prodi possiede armi di sterminio, quasi cento chili di ciccioli in cantina, e la Pidue ha già i piani preparati da anni. Non c'è niente da ridere.

Soluzione vacanza.

Il premier prende l'aereo e nottetempo trasloca nelle isole esotiche dove tiene gran parte dei suoi capitali, fa rasare i capelli all'intera popolazione, incarcera tutti quelli sopra il metro e settanta e diventa imperatore col titolo di Granpeloùd, Gigante dalla lunga chioma.

Soluzione secessione.

Nasce il regno lombardo- siculo, indipendente dall'Italia. Presidente Berlusconi, imperatore Bossi. Una modernissima devolution divide il territorio in numerosi sottoregni feudali affidati a Cuffaro, Caldaroli, Formigoni, Castelli, La Loggia, Dell'Utri, Buttiglione, Dolce e Gabbana. Per l'ultimo litigano l'Opus Dei, gli Hobbit e gli elfi. Lunardi costruisce un ponte che collega Arcore a Siracusa, e dall'alto i padanosiculi dominano e bombardano di pietroni la misera Italia comunista.

Soluzione nuova legge elettorale

Vengono introdotte nuove modifiche, alcune già da me descritte due anni fa, ma ancora valide: ad esempio. Lodo firme: per presentare una nuova lista la procedura sarà snellita e occorreranno meno firme. Per l'esattezza due: Silvio e Pierslivio. Lodo Bossi: per evitare brogli, ritardi e sperperi, il governo verrà scelto votando solo a Treviso. Questa è vera deregulation. Inoltre ci sarà un fotografo in ogni cabina, perché il voto è un bel ricordo da conservare, e gli scrutatori verranno sostituiti da mucche. Lodo Pera: le schede saranno di due tipi. Quella per votare la Casa delle Libertà sarà normale. Quella per votare l'Ulivo sarà di centosei pagine, bisognerà compilare tutti i moduli, risolvere un puzzle di centosei pezzi e un gioco di parole crociate. Le sinistre sospettose e disfattiste obietteranno che questa scheda è troppo grossa per entrare nell'urna. E' un problema secondario. Lodo Previti: la Casa delle Libertà si riserva di cancellare i risultati sfavorevoli in quanto potrebbero far parte di una atteggiamento preconcetto nei confronti del suo leader. L'Emilia fa testo.

Soluzione inciucio

Accordo preventivo. Se la sinistra vince le elezioni, consegna tutte le regioni al Polo, con relativa autonomia politica e amministrativa. Se invece vince la destra, Vespa viene sostituito da Curzi o da un questionario scritto. Ipotesi ancora più audace: le elezioni vengono rinviate di cinque anni, e intanto prende vita un governo Casini con l'appoggio esterno dell'Unione. Berlusconi prende il posto di Ciampi. Unico ostacolo, il papato a Rutelli. Ma la Chiesa esaminerà la possibilità.


Intervista a Sergio Scalpelli
Claudio Sabelli Fioretti su
Corsera Magazine

Sergio Scalpelli era un dirigente emergente del Pci milanese, direttore della Casa della Cultura. Poi, piano piano, la deriva di destra: sguardo verso Craxi, passaggio nei radicali, attenzione a Berlusconi, creazione del Foglio, assessorato nella giunta Albertini. Da qualche anno la retromarcia: critiche al centro destra, abbandono della politica, qualche giro dalle parti di Formigoni insieme a Tognoli, occhiate sempre più insistenti a sinistra. Voltagabbana? Opportunista? Trasformista? Terzista?
Che cosa sei, Scalpelli?
"Rischio di non essere capito quando dico che alle ultime provinciali ho votato centro sinistra, che alle prossime regionali voterò Formigoni presidente e la lista dell'Ulivo e alle comunali vorrei votare una lista civica collegata al centro sinistra?".
Sei un voltagabbana istantaneo.
"Intuisco velocemente le cose e detesto questo bipolarismo. Ad esempio io sono convinto che l'area vicina alla Compagnia delle Opere è in gravissima sofferenza verso il centro destra. Se nel centro sinistra comandassero Bersani ed Enrico Letta sono pronto a firmare che Comunione e Liberazione avrebbe rapporti più con loro che con la destra".
Non fai della coerenza un mito.
"Io sono uno che cambia idea e non lo nega. Ma ho sempre fatto il tifo per quello che veniva chiamato Partito Democratico. Dove lo vedo, vado".
Forza Italia l'hai presa per un possibile "Partito Democratico"?
"La fase di Forza Italia è l'unica vera parentesi di rottura rispetto a questa idea. Ma va considerato che erano gli anni della deriva forcaiola e giustizialista di quasi tutta la sinistra".
Pino Corrias ti ha definito "uomo dalle molte vite e dalle molte parole"… "un grande slalom tra abiure e conversioni".
"Non ho mai negato il mio passato. Non ho mai insultato i miei vecchi compagni".
I tuoi erano comunisti?
"Stracomunisti. Ho vissuto perfino alcuni anni a Berlino Est dove mio padre era corrispondente dell'Unità. Poi sono tornato in Italia, in tempo per le superiori. Per qualche mese Lotta Continua, poi Fgci".
Incidenti?
"Scontri con la sinistra extraparlamentare molti. La Fgci era la destra del movimento degli studenti a Milano. Comunisti contro il resto del mondo. Ma ricordo anche risse violentissime tra Movimento Studentesco e Avanguardia Operaia".
Come se si prendessero a sprangate Bertinotti e Diliberto.
"Con centinaia di enormi chiavi inglesi, le Hazen 36, si massacravano a sinistra in un clima di intolleranza incredibile".
Nella Fgci segretario era Massimo D'Alema.
"Non gli ero simpatico. Io ero molto rispettoso della sua fredda cerebralità. Pur avendo 25 anni era supponente come adesso. Una volta Radio Popolare mi fece un'intervista sulla droga. Io cominciai a scherzare sul fatto che la sera prima mi ero fatto una canna insieme a Chicco Testa sparlando del gruppo dirigente del Pci, prova che gli spinelli non facevano male. Il giorno dopo D'Alema mi mandò un biglietto al vetriolo e mi fece nero".
Come ha fatto un comunista a diventare liberale?
"Ho diretto per un decennio la Casa della Cultura invitando i filosofi quarantenni di allora, Giulio Giorello, Salvatore Veca, Massimo Cacciari, Salvatore Natoli. E ho visto sgretolarsi il sistema di riferimenti culturali del Pci mentre i germi liberali penetravano nella cultura politica della sinistra".
Non sei passato attraverso il Psi.
"No, ma a me piaceva molto Craxi. L'idea che un piccolo partito semimorto, grazie al genio di Bettino, riuscisse a cambiare le carte in tavola della politica italiana, mi affascinava".
I craxiani sono un movimento carsico. C'erano, erano molti, sono scomparsi, sono riemersi…
"Non era opportunismo: ricordo la caccia alle streghe e il terrore giacobino. Mi colpisce però che Giuliano Amato, uomo di assoluta raffinatezza politica, abbia rifiutato di spendersi. Non ha voluto vedere lontano. Gianni De Michelis lo ha fatto ed è tornato ad avere un ruolo".
Anche Martelli…
"Il rancore verso Claudio Martelli, soprattutto da parte di Stefania Craxi, è ingiustificato. Può aver fatto degli errori, forse si è anche defilato troppo, ma né più né meno di tanti altri".
La federazione milanese del Pci, la sua componente "migliorista", fu indagata ai tempi di Mani Pulite.
"Io ero perfettamente cosciente che il partito non si potesse mantenere con le feste dell'Unità, le lotterie e le salamelle. Ma ero convinto che parte dei finanziamenti arrivassero al partito attraverso il sistema delle cooperative e qualche volta direttamente dalle imprese e poi venissero distribuiti alle componenti e alle correnti".
Quindi miglioristi innocenti…
"Si voleva scaricare tutta la vicenda giudiziaria su di loro. Ma non è credibile che una componente del partito attingesse a finanziamenti illeciti senza che l'insieme del gruppo dirigente ne fosse consapevole".
Vicky Festa mi ha detto: "Non sono sicuro che sui piani regolatori e sulle cose che si facevano negli anni Sessanta-Settanta non vi fosse un contributo di imprenditori che ricevevano un'attenzione speciale da parte dei comunisti". In poche parole: mazzette.
"In quegli anni non c'ero. Ma le imprese che costruivano molto erano le cooperative. Che una cooperativa desse un contributo alla sezione di un partito poteva sembrare lecito".
Però c'eri quando si pubblicava il Moderno.
"Il Moderno conteneva un sacco di cose interessanti".
Conteneva anche un sacco di pubblicità della Fininvest. Festa mi ha detto: "Non escludo che la Fininvest si aspettasse una certa attenzione".
"Il Moderno si collocava come linea culturale sullo sviluppismo industrialista. Che la Fininvest ci desse un po' di pubblicità non mi sembrava strano".
La parentesi radicale?
"Era evidente il disfacimento dell'elettorato laico socialista. Io immaginavo che Pannella potesse essere il punto di aggregazione di quell'area. Purtroppo a Pannella ha sempre dato fastidio l'idea di avere un partito sopra il 2,5%. Lui odia fare i conti con gruppi dirigenti, correnti, elezioni locali".
E l'idea del Foglio?
"Parlando con il mio amico Beppe Benvenuto ci venne l'idea di un giornale liberal socialista. Un foglio, due pagine. Ne parlammo con Vicky Festa che disse: ci vuole Ferrara. Giuliano si appassionò subito. Per finanziarci avevamo bisogno di un miliardo di lire, venti imprenditori da 50 milioni. Chiedemmo una mano a Marcello Dell'Utri, senza risultati. Così ci appoggiammo a Sergio Zuncheddu. Venti giorni dopo l'uscita del giornale arrivò una telefonata di Veronica Berlusconi. Il giornale le piaceva molto e voleva entrare anche lei".
Vuoi che ci creda?
"Tutti pensano che sia una balla. Ma se Berlusconi avesse voluto fare un piacere a Ferrara lo avrebbe fatto subito".
Frequenti la signora?
"Pochissimo e mi dispiace perché sono un suo estimatore. È una donna di assoluta qualità".
Il Foglio usufruì del finanziamento pubblico.
"Giuliano per quasi due anni non ne volle sapere. Preferiva stare autonomamente sul mercato. Poi si è reso conto che i piccoli giornali, come gli enti lirici, senza sostegno non ce la fanno".
E così Marcello Pera e Marco Boato fecero finta di fondare un gruppo che adottava il Foglio. Non vi seccava questo imbroglio?
"Era un'incoerenza, ma quello che contava per me era la qualità, l'autorevolezza".
Ad un certo punto ti è ripresa la voglia della politica.
"Assessore allo sport della giunta Albertini".
La Cittadella dello Sport, la Fabbrica del Vapore, la Fondazione Leoncavallo. Molto impegno ma niente di tangibile.
"La Scarioni a Niguarda, una bellissima piscina degli anni Sessanta, rimessa a nuovo. La cosa più divertente che ho fatto è stata la Festa della Musica sul modello di quella di Parigi: centinaia di ragazzi suonarono per strada nei giorni del solstizio d'estate. E il Leoncavallo è completamente integrato nella vita della città".
Con Albertini qualche dissidio. Sul Gay Pride…
"Da anni il comune dava il patrocinio al Gay Pride. Albertini lo negò".
Lo stesso Albertini che si faceva fotografare in mutande di cachemire?
"Albertini non è un bacchettone. Ma dovette assecondare gli umori conservatori della coalizione".
Una volta Albertini scoprì che tu, Lupi e Casero avevate rapporti privilegiati con la stampa. E vi fece firmare un impegno alla riservatezza. Lo ricordi?
"Certo che lo ricordo".
Ricordi anche che mentre firmavi stavi al telefonino?
"Certo che lo ricordo".
Ricordi anche che entrò il capo ufficio stampa con in mano la notizia Ansa che avevate firmato il patto di riservatezza?
"Ricordo anche questo".
Eri tu lo spione.
"Io, Lupi e Casero eravamo piuttosto abili a gestire i rapporti con la stampa".
Albertini ti "sconsigliò" di andare da Craxi ad Hammamet.
"Mi disse con schiettezza che non era opportuno".
Craxi era un latitante.
"Craxi era un esule. Da lì a sei mesi è morto. Io gli volevo bene".
Dopo l'assessorato di nuovo manager. Non sei costante. Amore e disamore.
"Sono nuovo ogni volta".
E adesso sei qui, disponibile all'avventura di un grande Partito Democratico.
"Potrebbe recuperare tutti quelli che hanno scelto Forza Italia come bene rifugio".
Ti sei iscritto a Forza Italia?
"Quando ero assessore mi hanno chiesto un contributo, 300 mila lire all'anno, e mi hanno mandato la tessera".
Con 300 mila lire non avresti diritto di andare a pranzo con Berlusconi, e nemmeno con Bondi, secondo le tariffe vigenti. E delle partite del Milan in tribuna d'onore non se ne parla proprio.
"Io sono un interista sfegatato".
Puoi sempre diventare milanista come ha fatto Fede.
"Io i milanisti li detesto".
Hai detto di essere uscito da Forza Italia perché Berlusconi è stato incapace di creare una classe dirigente.
"Berlusconi è del tutto disinteressato al ceto politico di Forza Italia. Lui pensa che Forza Italia sia un comitato elettorale. Se dipendesse da lui Forza Italia esisterebbe solo l'anno delle elezioni".
Hai mai frequentato Berlusconi?
"L'ho conosciuto facendo il Foglio. Quando andavo a trovare Veronica qualche volta c'era anche lui".
Che impressione ti ha fatto?
"È una persona simpaticissima, piacevolissima, intelligentissima. E fortunatissima. Basta pensare all'imbarazzante sequela di culo che ha il Milan. È uno che ascolta molto, si informa. Purtroppo lascia molto spazio al servilismo".
Esempi?
"Quasi tutti i coordinatori regionali sono adulatori, persone che non hanno nessuna autonomia".
Dividiamo il mondo in emergenti e bolliti.
"Emergenti: Walter Veltroni che è destinato ad essere il leader indiscusso del centro-sinistra, Enrico Letta, Nicola Zingaretti, Marco Follini e Bruno Tabacci, uno che si è conquistato un ruolo importante nella vita politica e lo manterrà. Un bollitone è Folena. E anche Pecoraro Scanio e Paolo Flores D'Arcais: rappresentano sia il pacifismo che il giustizialismo, le cose peggiori che ammorbano la sinistra. E anche Oliviero Diliberto, con la sua saccenza densa di errori e di imprinting comunista. E anche Buttiglione. Uno strabollito è Calderoli. È condannato dalla fisiognomica".
Secondo te è voltagabbana uno che è passato dal Pci alla presidenza della Compagnia delle Opere?
"Massimo Ferlini è come fosse mio fratello. Abbiamo percorso strade simili. Ma sono molto più voltagabbana io. Massimo è assolutamente lineare. Io sono più teppistello. Massimo è stato nel Pci. Poi ha fatto la sua attività professionale e in virtù dell'amicizia con Antonio Intiglietta è entrato nella Compagnia delle Opere fino a diventarne presidente. Ma sempre sottolineando il suo ateismo. Tutti sanno che Massimo è un non credente. È l'unico ateo dalle parti di Cl".
Hai trovato molta democrazia interna in Forza Italia?
"Zero. Ma non ci metto neanche una briciola di giudizio morale. Forza Italia è il partito personale di Silvio Berlusconi. Se l'è immaginato e configurato lui. Perfino il nome ha inventato. E l'inno. La democrazia interna è un orpello del tutto inutile. Forza Italia è una proprietà di Berlusconi".
E quando, Dio non voglia, se ne andrà?
"Se volesse lasciare al Paese un partito erede della tradizione del moderatismo italiano, allora dovrebbe attrezzare Forza Italia per una vita democratica. Però questa cosa neanche se la sogna".
A lui non frega niente che Forza Italia sopravviva alla sua morte?
"È l'ultimo dei suoi pensieri".
Gioco della torre. Guzzanti o Adornato?
"Ho una vecchia amicizia con Adornato. Me lo ricordo direttore di Città Futura".
Quando era di sinistra spinta?
"Io al confronto ero ai limiti del fascismo".
Bondi o Baget Bozzo?
"Butto Baget Bozzo. È solido teologicamente, ma datato politicamente".
Dire che dietro la nascita di Forza Italia c'è lo Spirito Santo è attribuibile alla solidità teologica?
"È attribuibile alla senilità".
È più adulatore Bondi o Schifani?
"Io voglio molto bene a Bondi. Lui voleva espiare la sua esperienza comunista e vede in Berlusconi l'uomo che lo ha salvato. Schifani è un caso imbarazzante. Ci sono due adulazioni, una dolce e positiva, di Bondi, e una reale e forte, di Schifani".
Santanchè o Mussolini?
"La Mussolini è il vuoto pneumatico. La metterei fra le bollite".
Buttiglione, Tremaglia o Fisichella?
"Se il tema sono i gay, butto Tremaglia e Fisichella. Buttiglione è stato ingenuo, gli altri intolleranti".
Taormina o Di Pietro?
"Butto Di Pietro. Come giudice ha fatto gravi danni. Come politico è uno strabollito".
Nei tuoi prossimi movimenti escluderesti di approdare ai Ds?
"Vincenzo Vita mi ha detto: “Il prossimo giro torni con noi”. Io credo di no. Però non sarebbe uno scandalo"


Perché scomparvero i dinosauri
Michele Serra su
L'espresso

Dopo i recenti, ennesimi disordini nella spianata delle Moschee, a Gerusalemme, un gruppo di studiosi (storici e teologi, affiancati da uno staff di enigmisti) sta cercando di ricostruire con rigorosi criteri scientifici la storia della Città Santa, per stabilire una volta per tutte chi abbia ragione. Come è noto, la sovranità su Gerusalemme è rivendicata da ebrei, musulmani e cristiani, dai turchi, da maccabei, cananei e filistei, da ittiti, persiani e vichinghi, da un ramo minore dei Coburgo-Sassonia, dai discendenti del re assiro Tukulti I, dal miliardario australiano Jeff Boone che sostiene di averla rilevata a un'asta di fallimento e dai figli dell'attore egiziano Omar Sharif che l'aveva vinta in una celebre mano di poker.
Ma questo riguarda l'attuale assetto istituzionale, religioso e catastale, molto semplificato dagli sforzi diplomatici. Assai più complicata e controversa è la storia passata della città, a partire dalla sua fondazione, che avvenne nel neolitico per mano di una decina di coloni-profeti di diversa etnia, provenienti da ogni parte del globo, allontanati dalle rispettive tribù perché rompevano i coglioni tutto il santo giorno. Per una straordinaria circostanza, arrivarono lo stesso giorno e la stessa ora nello stesso posto dichiarando di sentirsi finalmente a casa, sedendosi su un sasso e minacciando gli astanti.
Il nome Gerusalemme è infatti un acronimo composto dalle iniziali dei nomi dei fondatori: Gurk, Ermete, Robertino, Ulk, Sansone, Amin, Leonzio, Ettore, Menelao, Minnehaha ed Escamillo. Scavando negli infiniti strati di terriccio e rovine che raccontano la storia plurimillenaria della città, si possono trovare miliardi di cocci dei servizi di piatti via via andati distrutti nelle risse tra i gerosolimitani, e poi ossa, clave, forconi, armi primordiali (tra le quali una rudimentale fionda-kalashnikov che sparava micidiali raffiche di pinoli), posate da pesce che comproverebbero una presenza fenicia, e numerosissime scritte murali di tipo razzista, tra le quali "israeliani ebrei!", "meglio un morto in casa che un palestinese alla porta" e la misteriosa "scintoisti porci", che lascerebbe intendere anche un antico insediamento giapponese.
Nel museo etnografico e antropologico sono custoditi anche il celebre 'ossario di Ohelal', cinque scheletri strettamente intrecciati tra loro, probabilmente cinque sacerdoti di diverso culto morti nello stesso istante mentre si strangolavano l'un l'altro (esclusa l'ipotesi del gioco erotico, severamente vietato da tutte le 58 religioni succedutesi in Terra Santa). E l'altrettanto celebre 'coccio di El-Baktar', un mattone con la scritta 'viva la figa' le cui matrici storico-culturali sono inspiegabili in un contesto simile. Ma la scoperta più sensazionale di archeologi e paleontologi è che il destino cruento di Gerusalemme risalirebbe addirittura a epoche precedenti, circa mezzo milione di anni prima di Cristo, quando gruppi di ominidi di diverse confessioni (i protopitechi, che adoravano le more e l'uvaspina, gli antropomacachi, convinti che Dio fosse il maschio alfa del branco, e il raffinato Homunculus del Tigri, che essendo alto 70 centimetri era ateo e di pessimo umore) si sterminarono a vicenda proprio nel territorio dove sarebbe sorta Gerusalemme.
Altri studiosi si spingono ancora più indietro nel tempo: l'esame dei fossili dimostrerebbe che Gerusalemme già nel Giurassico fu teatro di feroci competizioni territoriali tra dinosauri, e dunque il famoso "lago di sangue" descritto nel Pentateuco, con autentico entusiasmo, in quasi tutte le pagine, risalirebbe a epoche pre-umane. Questo avvalora la più recente ipotesi sull'estinzione dei dinosauri: non fu un meteorite né una glaciazione ad annientarli, fu direttamente Dio a farli fuori perché ne aveva le tasche piene di quella gentaglia verdastra, rumorosissima, dall'alito disgustoso, che passava le giornate a sbranarsi. Il secondo tentativo (l'uomo) è un esperimento ancora in corso. Scarse le probabilità di successo. In caso di fallimento, il terzo tentativo di Dio sarà affidare la Terra, e Gerusalemme, ai crostacei.


   17 aprile 2005