Molte esternazioni si sono lette e ascoltate dopo il voto del Senato sulla riforma costituzionale. Da destra, da sinistra, dal centro nelle sue varie declinazioni. Bossi ha pianto di gioia. Prodi ha chiamato il Paese alle armi (politiche). Fini e soprattutto Follini hanno votato turandosi il naso. Tutti gli altri compari inneggiano.
Ma l´esternazione più significante è quella venuta dal nostro "premier": "Non capisco perché Prodi si lamenta. Se fosse sicuro di vincere le elezioni del 2006 dovrebbe rallegrarsi perché io gli ho preparato un premierato fortissimo. Se se ne lamenta è segno che è sicuro di perdere".
Sembra una barzelletta, invece non lo è. E´ la quintessenza del pensiero berlusconiano. Anzi dell´antropologia berlusconiana. L´uomo berlusconiano è uno che naviga a vista e punta sui risultati immediati. Produrre valore, subito. Mungere la vacca, subito. Far passare una legge, subito, per decreto o con maxi-emendamento blindato dalla fiducia. Trovare i soldi che mancano all´erario, subito, con condoni e prestiti finanziari contratti il 30 dicembre e rimborsati il 2 gennaio. Si chiama finanza creativa e serve ad imbellettare il bilancio per tre giorni su 365.
L´uomo berlusconiano privilegia gli effetti di annuncio.
L´annuncio infatti produce effetti immediati. Purtroppo durano poco se non sono corroborati dai fatti successivi.
E´ un guaio, ma si può scongiurare lanciando un secondo annuncio e poi un terzo, un quarto, un quinto, all´infinito. Un annuncio sorregge il precedente e prepara il successivo. Un castello di carte tenuto insieme con lo scotch, dentro il quale c´è il vuoto. Sta in piedi fino a quando i destinatari scoprono quel niente che c´è dentro.
Allora e soltanto allora la gente smette di credere agli annunci e all´euforia subentra il disincanto.
Così è stato per la riduzione delle imposte, per i cantieri non-aperti, per i reati non diminuiti, per i militari in Iraq non ritirati e tantomeno ritirabili, per la ripresa economica sempre annunciata e mai cominciata.
Il nocciolo della riforma costituzionale è, come ha detto Prodi, la dittatura della maggioranza e quella del "premier". Quindi, se Prodi spera di vincere le elezioni sarà lui il dittatore. E non è contento? Che cosa c´è di meglio che avere poteri dittatoriali? Che un galantuomo democratico si rifiuti di prenderne possesso e di usarli a sua discrezione è un paradosso inconcepibile e incomprensibile per l´uomo berlusconiano. Per il democratico berlusconiano, per il liberale berlusconiano.
Per il liberista berlusconiano.
È la bulimia del potere. Il fascino del monopolio. Tutto il resto sono chiacchiere, demagogia, populismo. Fuffa.
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Dittatura della maggioranza è ben detto. Sappiamo che ne parlava anche Tocqueville come di un "monstrum" devastante di ogni sistema basato sull´equilibrio e sulla separazione dei poteri. In sostanza, l´opposto di uno Stato di diritto.
Su questo punto Rousseau diventò la bestia nera di tutto il liberalismo e il costituzionalismo successivi.
Personalmente credo che il pensiero di Rousseau sia stato molto frainteso, ma questo non c´entra con il nostro discorso. Sta di fatto che la dittatura della maggioranza è l´anticamera del regime totalitario. Serve ad abbassare tutti gli altri poteri e ridurli ad uno. L´esempio più eloquente di questo tipo di regime fu la Convenzione del 1792 in Francia, che accentrò nell´assemblea il potere legislativo. Esecutivo e financo giudiziario. Erano tempi di rivoluzione ma non per questo meno nefasti per la libertà.
Tuttavia - per tornare ai casi nostri - il nocciolo della riforma berlusconiana contrattata con Bossi in contropartita con la devoluzione, sta nella dittatura del "premier" sulla sua maggioranza. Questo è il cuore della questione e ciò che rende inaccettabile l´impianto complessivo della riforma.
La maggioranza parlamentare, in realtà, non conta nulla perché è soltanto la protesi del "premier" eletto a suffragio diretto dal corpo elettorale nello stesso momento in cui si votano i membri della Camera.
Non è la maggioranza uscita dalle urne ad avere in mano il "premier" uscito anche lui da quelle stesse urne, ma è per l´appunto il "premier" ad avere in mano la maggioranza. Perché può scioglierla quando vuole, rimandarla a casa quando vuole, promuovere una nuova votazione quando vuole.
Questo premier dispone di mezzi finanziari propri imponenti e di mezzi di comunicazione altrettanto imponenti. Dispone quindi di un potere esorbitante che non è solo quello, pur abnorme, scritto nella riforma costituzionale, ma suo proprio; un potere privato che dispone di strumenti persuasivi di ogni genere, capaci di contrarre alleanze, comprare o ripartire favori, corrompere corpi e anime, manipolare il consenso. Insomma instaurare e blindare quello che Umberto Eco ha definito un regime populista-mediatico, già in fase di avanzata costruzione.
La riforma approvata dalle Camere, in prima lettura rappresenta il tocco finale di quella costruzione. Quando sarà stata approvata anche in seconda lettura e confermata dal referendum previsto dalla Costituzione, il regime sarà pienamente operante.
Giulio Andreotti, che ha votato contro la riforma, ha ricordato con l´aria svagata che assume tutte le volte che vuole dire cose importanti, che la riforma votata dal Senato il 23 marzo coincide con la data in cui, nel 1919, fu fondato a Milano in piazza San Sepolcro il "Fascio di combattimento".
E´ una coincidenza casuale ma degna di attenzione. Non perché il 23 marzo del 2005 si siano messe le premesse della rinascita del fascismo. Chi pensa questo commette una sciocchezza. Ma è vero che il 23 marzo del 2005 si è fatto un decisivo passo avanti nella costruzione di un regime populista-mediatico imperniato su Silvio Berlusconi e blindato dal patrimonio privato e dalle proprietà televisive di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, leader di Forza Italia e della Casa delle libertà nonché concessionario dello Stato per le frequenze televisive via etere e dell´accesso privilegiato al digitale terrestre sulla base della legge Gasparri, titolare del potere di nomina del presidente della Rai e del potere di nomina del presidente dell´Autorità delle comunicazioni.
Tutto questo è in gran parte già avvenuto sotto gli occhi plaudenti o distratti della maggioranza degli italiani. Disse Indro Montanelli pochi giorni prima delle elezioni del 2001: lasciamolo governare, così gli italiani sperimenteranno sulla loro pelle chi è Berlusconi e ne usciranno vaccinati per sempre.
Più o meno le stesse parole (se l´accostamento non è offensivo) disse la brava Iva Zanicchi, vecchia cantante della Rai e neofita della causa berlusconiana. Indro aveva calcolato male il rischio (la Zanicchi invece, dal suo punto di vista, l´aveva calcolato meglio di lui). Non aveva messo in conto, Indro, gli strumenti potentemente persuasivi in tutti i sensi e in tutte le direzioni del regime populista-mediatico. Che rende dunque incerto l´esito delle elezioni 2006 e anche delle regionali di domenica prossima.
Domenica prossima si disputa una competizione della massima importanza per il futuro del paese. Non ancora decisiva. Se il centrosinistra vincerà, avrà migliori chance per vincere nel 2006; se non vincerà il percorso successivo sarà tutto in salita perché il potere populista - mediatico non perdona. E´ uno schiacciasassi da incubo. E per vincere non basta la Calabria o l´Abruzzo. Ci vuole altro e di più.
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La posta in gioco è molto più alta delle volte precedenti.
Non voglio dire che sia l´ultima "manche" perché per fortuna la storia non finisce; ma certo se il centrosinistra dovesse perdere, dei suoi partiti, dei suoi gruppi dirigenti e anche d´una buona parte dei suoi elettori rimarrebbero ben poche tracce. Qualche sparuto manipolo di ostinati, privi di peso reale.
Un fastidio in meno per il regime populista-mediatico.
L´eventuale resistenza della Chiesa? E perché mai? Dopo Wojtyla ci sarà forse un po´ di sessuofobia in meno, ma non scommetterei un soldo sugli eminentissimi Sodano, Ratzinger, Ruini come difensori dei diritti civili e della democrazia. Del resto non è compito loro anche se, quando gli conviene, se ne arrogano indebitamente la competenza.
Ancor meno farei conto sugli alleati del titolare della ditta. Bossi ha già ottenuto il marchesato padano e se lo terrà ben stretto. Fini e Follini? C´è posto per tutti, se hanno abbozzato finora è segno che sono di stomaco forte.
Potrebbero ancora votare "no" alla legge in seconda lettura ma do quest´ipotesi a uno contro un milione. Il massimo che faranno sarà di concedere benignamente ai propri elettori la libertà di coscienza nel voto sul referendum confermativo quando si farà, sempre che si faccia.
Tutto questo se il centrodestra dovesse vincere nelle elezioni del 2006. Ma se dovesse invece perdere?
Ebbene, scomparirà e loro lo sanno. Se le tracce di un centrosinistra sconfitto saranno molto labili, quelle della Casa delle libertà non esisteranno più fin dal giorno stesso della perdita del potere perché il potere è l´unico cemento che li tiene insieme. Ci ricorderemo ancora di Bondi, Cicchitto, Schifani, Vito, Galan, Marzano, Tremonti, Urbani, Onofrio e compagni?
Berlusconi sì, ce lo ricorderemo per un pezzo. A lui del resto non mancherà né il pane né il companatico che sono già al sicuro e nessuno certo glieli porterà via. Ma la perdita del potere, del monopolio assoluto, del "ghe pensi mi" ovunque e comunque, quello sì gli brucerà disperatamente.
Attenti perciò. I dodici mesi che ci stanno dinanzi saranno durissimi.
Tutti i mezzi saranno impiegati, nessun colpo basso sarà escluso, nessun errore sarà perdonato. La regola confacente all´antropologia dei "berluscones" - lo sappiamo - è quella di bastonare il cane finché affoghi. Chi li contrasta cerchi di non imitarli. In fondo si viene scelti anche per la buona educazione che si dimostra. Almeno oggi è ancora così. Ci si batte anche perché sia così anche domani, non è vero?
Siamo una repubblica elettorale. Un´osservazione che potrebbe apparire perfino banale, visto che le democrazie rappresentative si fondano sul voto, come "metodo" per la scelta di chi governa il paese e come "rito", che dà legittimazione istituzionale al "potere" dei cittadini. Tuttavia, l´Italia costituisce, sotto questo profilo, un caso singolare. Non esiste, infatti, un altro caso, in Occidente, in cui le elezioni, tutte, indistintamente, vengano caricate di altrettanto significato. Fino ad essere drammatizzate. Come si sta verificando, puntualmente, in questa fase. Soprattutto nel "campo (mediatico) di battaglia" attualmente più importante: il Lazio. Dove nell´ultimo mese è successo davvero di tutto.
Prima, la discesa in campo di Alessandra Mussolini, con una lista (che colleziona diversi estremismi e populismi di destra) sicuramente scomoda per la coalizione guidata da Storace. Poi la sua esclusione, decretata dal Tar del Lazio, per una vicenda di firme false (a presentazione della lista), comunque penosa. Contraddetta da una successiva decisione del Consiglio di Stato. Infine, negli ultimi giorni le polemiche sollevate da un´intervista pubblicata dall´Unità, che denunciava un episodio di violenza - poi risultato falso - commesso dal padre di Storace durante il fascismo (ma se anche si fosse rivelato vero, quale responsabilità ne avrebbe avuto, il governatore?). Infine, le contropolemiche della destra contro la campagna d´odio promossa dalla sinistra. Un clima da "guerra civile" - almeno a parole - del tutto spropositato per una consultazione a carattere "regionale". Come ha denunciato ieri il presidente della Camera, Casini. Il fatto è che non esistono, in Italia, elezioni di "medio termine". Oppure periferiche e irrilevanti. Tutte contano e tutte hanno significato politico "nazionale". In particolare per i leader e per i partiti. Tutte. Anche le suppletive, svolte in pochi collegi. E, visto che da noi per qualche motivo si vota ogni sei mesi, vige un clima di campagna elettorale perenne. Una incessante lotta muro contro muro.
Si tratta, in gran parte, di un male genetico della Repubblica, contratto all´indomani della guerra, quando nelle elezioni si riprodussero le profonde divisioni sociali, culturali, religiose e territoriali del paese. Nel 1946: fra Repubblica e monarchia. E soprattutto il 18 aprile del 1948, quando le elezioni si trasformarono in un referendum tra fedeltà al blocco occidentale e a quello socialista, fra America e Russia, fra democrazia di mercato e comunismo. Ma anche fra Chiesa e anticlericalismo. Basta scorrere la propaganda elettorale del tempo, quando sui manifesti campeggiavano immagini truci di "Padroni vaticani e americani" che affamavano i lavoratori; oppure di elettori spaesati, accompagnati dallo slogan: "Nel segreto dell´urna Dio ti vede, Stalin no". Le elezioni, allora, costituivano molto più di un metodo per scegliere chi governa. Non a caso, per circa cinquant´anni, in ampie zone del paese si è votato perlopiù allo stesso modo, in tutte le elezioni. Per la Dc nelle regioni del Nord Est e nelle province periferiche del Nord. Per il Pci e la sinistra, in Emilia Romagna e nelle altre regioni del centro. Zone bianche e rosse. Dove il voto rifletteva la forza organizzativa locale dei partiti e delle istituzioni "religiose", che orientavano e accompagnavano la vita della gente. Esprimeva appartenenza sociale e territoriale. Un atto di fede. In una certa misura, ciò avveniva anche in altre aree. Per questo, in Italia, nel corso della prima Repubblica, si registrano tassi di partecipazione elettorale fra i più alti nei sistemi democratici; e, insieme, indici di mutamento del voto fra i più bassi. E´ che il voto rappresentava una "scelta di civiltà". Questo orientamento si riproduce in modo sempre più inerziale e disincantato, ma, senza significative discontinuità, fino alla caduta del muro, nel 1989. E al successivo crollo della prima Repubblica, (in parte conseguente).
Si pensava, allora, che, insieme alla nuova Repubblica, si sarebbe aperta una nuova stagione elettorale, caratterizzata da un voto meno ideologico e più consapevole. L´epoca dell´alternanza e della stabilità dei governi.
Non è stato così, evidentemente. O meglio, alcune cose sono cambiate. Si è realizzata una certa alternanza, nel governo del paese, delle regioni e delle città. L´esito delle elezioni è divenuto molto più incerto, rispetto al passato. Ma per altri versi la situazione è la stessa. Le parole, i riferimenti della lotta politica. Ritornano. Berlusconi ha conservato e rilanciato il mito dei "comunisti", anche dopo la fine del comunismo, imponendo se stesso come "alternativa". Ha riprodotto la frattura che aveva attraversato la prima Repubblica, fra comunismo e libertà, in opposizione fra comunismo e berlusconismo. Di recente abbiamo assistito anche al ritorno della parola "fascismo", nonostante la rimozione dell´anti-fascismo. Riesumata, paradossalmente, dalla destra per stigmatizzare la lista guidata dalla Mussolini. Insidiosa, per motivi elettorali.
Rispetto al passato, però, appare profondamente diverso il rapporto fra politica e società. Ieri, le divisioni che attraversavano la politica erano socialmente condivise e territorialmente radicate. E, per questo, non avevano bisogno di essere accentuate dal linguaggio. Perché le distanze erano evidenti. Oggi, invece, quasi più di ieri, nella competizione politica prevalgono l´insulto, la bestemmia, la violenza verbale. Perché si tratta di dare significato a polemiche che appaiono, a molti elettori, prive di significato. Insignificanti. Incomprensibili. Costruite ad arte, per ragioni di marketing elettorale. Per l´esigenza di accendere passioni fra elettori largamente disamorati e scettici. Con il risultato di delegittimare, insieme al voto, la democrazia. Come credere ancora nel "mito democratico" se si scopre che le regole per accedere alla competizione elettorale possono venire eluse con trucchi e furberie? Quando il risultato della consultazione, oltre che al giudizio degli elettori, appare esposta a quello dei tribunali?
E´ questa la differenza che separa la democrazia elettorale delle due Repubbliche e il clima, altrettanto aspro, che ne caratterizza le consultazioni, di ogni livello. Allora, con molti limiti, la politica interpretava la società, ne assecondava e alimentava le divisioni; i motivi di fedeltà e ostilità. Oggi fa spettacolo, seguendo le regole del conflitto mediatico; e usa, per questo, i modi sguaiati che ritroviamo in mille reality, in mille telepiazze e telesalotti. Ieri, trasferiva le tensioni e le fratture della società, le parole della guerra, sul piano elettorale, per neutralizzarle. Oggi, al contrario, esaspera il linguaggio e inventa motivi di conflitto per risvegliare identità in sonno e passioni sopite; per contrastare il disamore e l´indifferenza di ampi settori della società; per rafforzare i legami deboli con gli elettori.
No. Non siamo tornati al 1948. Siamo nel 2005. E manca ancora un anno al 2006.
Auguri.
"Don Manganiello!" "Presente!".Italo Bocchino, il postcamerata lanciato alla conquista della Campania, non poteva trovare un prete dal cognome più adatto alle tradizioni di famiglia: don Aniello Manganiello. Dal quale l'esponente di An si è fatto suggerire dei ragazzi da mettere nel listino giacché "c'è un impegno da parte di quel mondo che vuole cambiare e investire sulla mia candidatura alla presidenza della Regione". Fino a che punto sia reale questa asserita dedizione del clero partenopeo alle destre, si vedrà. Ma certo non si vedeva da anni una campagna elettorale con tante tonache in campo.
Don Beniamino Di Martino, di Castellammare di Stabia, qualche giorno fa è sfilato ad esempio dietro a Claudio Scajola come sfilasse dietro San Gennaro. E al posto di "Miiira il tuo popolo / o bella signooora" trainava il coro delle pecorelle intonando "Berlusconi liberaci dai comunisti" e l'amato inno azzurro: "E Forza Italia / che siamo tantissimi!". Il prete stabiese è fedele al premier almeno quanto l'abate Sandro Bondi. Due anni fa, nel pieno delle polemiche sull'intervento in Iraq, alla faccia di quei preti come don Albino Bizzotto o padre Alex Zanotelli che sfilavano per la pace, lui aveva messo a sventolare sulla facciata della parrocchia la bandiera Usa attaccando frontalmente i vescovi più duri nel no alla guerra: "Purtroppo assistiamo alle conseguenze più coerenti del pacifismo da sacrestia legittimato arbitrariamente e, spesso addirittura dispoticamente, da numerosi e irresponsabili interventi della gerarchia ecclesiastica".
L'anno scorso era andato più in là, mandando ai parrocchiani un invito esplicito: "Alle Europee votate Berlusconi". Tutte cose pagate con l'allontanamento. Subìto senza mea culpa: "Siamo come nel '48, quando il clero si impegnò contro il comunismo. Pure oggi dobbiamo salvare l'Italia". Per carità, proprio nel 1948 non siamo. E perfino don Gianni Baget Bozzo, secondo cui il Cavaliere è un dono all'Italia dello Spirito Santo e "va considerato come un evento spirituale", non arriva alle vette toccate in quella campagna elettorale da padre Lombardi che si ergeva sulle folle acclamanti levando contro i comunisti le braccia al cielo: "Italia di San Francesco, di Santa Caterina, di Santa Chiara, di San Bernardino, di San Pio V, di don Bosco, del Cottolengo, di Santa Francesca Cabrini: ancora una volta drizzati in piedi!". In Vaticano (anche perché dall'altra parte non ci sono Stalin e Pietro Secchia, ovvio) non c'è un papa che ammonisca come Pio XII: "O con Cristo o contro Cristo!".
Per le strade non passano le processioni della Madonna Pellegrina. E le parrocchie non fanno raccomandazioni di massa come quella filo-Dc di "mettere la croce dove ce n'è già una" e non distribuiscono volantini con scritto "Pensa, ragazza mia / al tuo sogno d'amor / combatti la follia / del bieco agitator". Da molto tempo, però, non si registravano tanti interventi diretti nell'agenda politica italiana che in certi momenti, senza risalire fino a Ernesto Rossi, avrebbero scatenato un coro di proteste: basta con le interferenze! Di più: esiste da parte di molti pastori d'anime una rivendicazione così piena del "diritto" della Chiesa a mettere il naso nella società che non si vedeva da quando il vescovo di Bologna Giacomo Biffi teorizzò: "La comunità cristiana è solo dei credenti; chi non crede non può e non deve interferire nella sua vita, nei suoi orientamenti, nelle sue scelte operative; le istituzioni pubbliche invece sono di tutti, quindi anche nostre; perciò noi conserviamo intatto il diritto di dare il nostro giudizio".
Vale per la scelta del cardinale Camillo Ruini e della Cei di chiedere direttamente che il referendum sulla fecondazione assistita avvenga più in estate possibile e che i buoni cattolici non vadano a votare. Vale per una miriade di piccoli interventi, più o meno vistosi, più o meno invasivi, che costellano questa campagna elettorale. Anche a sinistra, s'intende. Si pensi all'appello lanciato da Don Luigi Ciotti "per rinnovare in occasione delle Regionali la fiducia all'assessore uscente alle Politiche sociali Gianluca Borghi (Verdi)". Alla decisione di don Andrea Gallo di benedire, non in chiesa ma in una cerimonia laica, Aldo Lombardi, il segretario spezzino di Rifondazione morto qualche giorno fa: "Io vedevo in lui un incontro fra marxismo e cristianesimo, la scelta per gli ultimi". O ancora alla protesta di Don Aldo Antonelli, il parroco di Avezzano che ha disdetto l'abbonamento Rai per "il continuo spot pubblicitario di una politica senza arte né parte" e che aveva distribuito due anni fa un volantino accusando Berlusconi d'essere "arrogante" e la destra "immorale e appiattita sulle posizioni di una economia senza anima". Ma è soprattutto da destra che arrivano le entrate a gamba tesa. Come quelle dei due preti di San Giovanni in Fiore contro la candidatura a sindaco nel paese silano del filosofo Gianni Vattimo.
Bollato nelle omelie da padre Marcellino Vilella come "un pericolo per i giovani" e da don Emilio Salatino come "il diavolo che viene da Torino". O quella del vescovo di Frascati Giuseppe Matarrese. Il quale non solo ha invitato i fedeli, senza mezzi termini, a votare per Storace ("Sono un uomo di destra, che male c'è?") ma ha convocato una riunione per presentarlo a tutti i preti della sua diocesi. Spingendo il cappellano dell'ospedale di Rocca Priora a omaggiare il governatore: "Lei ha servito i cittadini senza gloriarsene. Merita la riconferma". Una interferenza inaccettabile per i laici, ma impropria anche per altri prelati. Come il vescovo di Torino, Severino Poletto, che ha appena invitato i suoi preti a "tacere perché qualunque intervento potrebbe essere interpretato a favore dell' uno o dell'altro schieramento". Parole d'oro. Anche se qualcuno ha malignato sulle altre parole del cardinale: esaltando la Pasqua come "la promessa mantenuta di Dio" e la prova che "Dio non ha mai parlato a vanvera realizzando puntualmente" tutto al contrario di ciò che "spesso gli uomini non riescono a fare", ce l'aveva mica con qualcuno?
Tutto è avvenuto così rapidamente, che quasi non ce ne siamo accorti: una cosa da mozzare il fiato, come s'è detto della presunta sveltezza (ventott'anni) con cui è caduto il Muro di Berlino. La tirannide della salute si è insediata nelle nostre società, con effetti che fanno pensare a una rivoluzione non solo sociale, ma antropologica. E' cominciato negli Anni 90 con l'aumento esponenziale delle malattie che ci affliggono o possono affliggerci, se non cambiamo stile di vita al più presto sotto la frusta della legge. E' una tirannide che ha invaso le famiglie e i rapporti con gli altri, gli spazi pubblici e quasi per intero le vite private. Ha trasformato l'intera umanità in un gregge di malati e malaticci potenziali, dando vita a quell'ibrido che è il cittadino-minorenne e perennemente invalido, incapace di disciplinare da solo l'esistenza: il cittadino infantilizzato, che non viene informato o convinto, come accade in democratiche discussioni d'adulti, ma che lo Stato deve educare, persuadere, raddrizzare come legno storto.
Alla Repubblica dei filosofi sognata da Platone s'è sostituita la Repubblica dei medici e ministri della Sanità: i soli abilitati a dire in cosa consistano il viver-bene, la convivenza sociale, e perfino l'ultima roccaforte dell'individuo - l'intimità - di cui lo Stato vorrebbe appropriarsi. Società terapeutica è il nome dato a simile Repubblica sanitaria, e in essa gli uomini non dipendono più gli uni dagli altri, solidalmente, ma tutti dipendono da autorità superiori e da professionisti medici, nutrizionisti, ginnasti, e via medicalizzando il comando. Le società occidentali non sono mai state meglio dal punto di vista sanitario, i loro abitanti non hanno mai vissuto così a lungo. Ma ecco che questo lungo diventa insopportabilmente breve, quasi che l'immortalità terrena fosse desiderabile e a portata di mano. Promettendo di raggiungere quest'ennesima utopia, lo Stato si arroga la supervisione delle vite private e in cambio finge di promettere una vita quantitativamente più lunga, anche se non migliorata. Migliorare l'individuo o la società è un'aspirazione di ieri, un'opportunità grandiosa che solo il Papa evoca ancora. Adesso ci si accontenta di congelare lo status quo biologico, e massimamente virtuoso è chi sopravvive, più di chi fa qualcosa di buono della vita. È anzi eroico sopravvivere, è la nostra nuova religione. Lo scrive Michael Fitzpatrick, critico della società terapeutica inaugurata dal laburismo di Tony Blair. "Ai sette peccati mortali si son sostituiti i quattro capisaldi della tirannide della salute": non fumare, non bere, mangiar sano, fare esercizi (Michael Fitzpatrick, Tiranny of Health, Routledge 2001).
Morale è chi persegue questi quattro traguardi, non chi osserva i comandamenti biblici più scabrosi come quelli che ordinano di onorare il padre e la madre, di non uccidere, di non rubare, di non dire falsa testimonianza, di non desiderare la roba d'altri (rispettivamente il quarto, quinto, settimo, ottavo, decimo comandamento). Può accadere - accade in Italia - che un ministro della Sanità specialmente rivoluzionario nell'ideare leggi terapeutiche si riveli poi molto meno incorruttibile, a seguito di indagini sui suoi conti all'estero. Può accadere che un parlamentare Usa indagato per malversazioni, Tom DeLay, diventi il più strenuo difensore della "cultura della vita" e neghi la morte assistita alla povera Terri Schiavo, ridotta da 15 anni allo stato vegetativo. Il moralizzatore del nostro corpo non ha da esser morale nell'anima, perché il corpo è divenuto infinitamente più prezioso ed etico dello spirito. La politica è ormai un'arte difficile, mal regolata da politici sempre più a corto di progetti trasformatori: appropriarsi delle scelte private dei cittadini, comprese le più tragiche, è l'ultima loro opportunità e la più potente delle loro aspirazioni.
È così che il viver sano ha sostituito il viver bene delle antiche filosofie, che la divisione tra sano-non sano ha soppiantato il bene-male. Finora accadeva nella fantapolitica, oggi realizzata. In un delizioso romanzo del 1872, lo scrittore Samuel Butler descrive un mondo in cui tutti i valori sono capovolti, e gli dà il nome di Erewhon, anagramma di Nowhere (nessun-luogo). A Erewhon i malati son trattati come criminali, processati, trascinati in prigione. Un raffreddore è disgrazia da nascondere: qualsiasi concittadino può denunciarci. Ben altro trattamento riceve il vero crimine, curato come mera indisposizione. Ladri e assassini sono medicati in ospedali dove regnano le buone maniere. Con affettuosa premura, i parenti s'informano: a che punto è la cura? Come si sente il ladro? (Butler, Erewhon e Ritorno a Erewhon, Adelphi 1975).
Butler criticava l'Inghilterra vittoriana, ossessionata dalle malattie soprattutto veneree. Non sapeva che qualche decennio dopo, agli inizi del nazismo, la religione del salutismo fondamentalista avrebbe reclutato nuovi sacerdoti. È all'epoca del nazionalsocialismo che risale la prima guerra preventiva contro il cancro, tramite il divieto di fumare: ogni individuo ha "il dovere di essere sano", dice Hitler, e con lui ha inizio, scrive lo storico Robert Proctor, "il primato del bene pubblico sulle libertà individuali". Giovani e donne, più soggetti alle mode, sono le categorie che più interessano il regime. Le prime ricerche sul nesso fra fumo e cancro polmonare (rivelatesi attendibili negli Anni 50) sono di quell'epoca. Nel mirino della campagna è il capitalismo del tabacco, detto anche "nemico del popolo". Per la prima volta si denunciano i pericoli del fumo passivo (Robert Proctor, The Nazi War on Cancer, Princeton University Press, 1999). Eva Braun, amante del Führer, fumava di nascosto.
Con questo non si vuol dire che la società terapeutica sia totalitaria per il solo fatto che anche Hitler la voleva. Hitler amava anche Wagner o Böcklin: un grande musicista e un pittore notevole. Si vuol solo dire che i vantaggi di simile società (l'apprendimento di una disciplina del corpo, anche se imposta dall'alto e non frutto di auto-nomia) non superano gli inconvenienti. Se ogni condotta sanitaria viene criminalizzata, se il comportamento del fumatore è causa sicura - anche se non provata - della morte di chi il fumo lo subisce, allora la società si fonderà sulla sfiducia, sulla diffidenza dell'altro, e su un immenso dogmatico conformismo che esclude ogni diverso. Ne verrà sfigurata anche la politica, che in cambio di una chimerica sopravvivenza biologica interverrà negli spazi più reconditi della vita privata. In questo l'Italia è più simile all'America che non agli europei. Basta andare a Parigi, a Londra, a Berlino, e il fumatore non avrà la netta impressione d'essere un lebbroso.
È una singolare obbedienza alla legge, quella degli italiani. È come se venissero spazzati via secoli di insubordinazione, di allergia allo Stato forte, alle regole. Ma l'Italia non è stata mai allergica ai conformismi di massa, alle mode di chi s'attruppa, alle prigioni del "comune sentire". Oggi vanno di moda il salutismo, il sesso sano, il mangiar sano, e finché regnerà questa moda tutti ci comporteremo come agnelli. L'Italia è poi un Paese dove fare e cambiare è divenuto impresa politica ingrata, dopo la crisi dei partiti e della sinistra libertaria: tanto più tracotante e invasiva si fa l'ambizione del potere a tutelare il privato di ciascuno.
È ancora da studiare il fascino che la dittatura della salute esercita sugli italiani. Così come è da studiare il potere che esercitano da noi i paladini del sopravvivere più a lungo possibile, sia di destra sia di sinistra. Un giorno è la sigaretta, che ci uccide. Poi siamo trafitti dal pollo, o dal bacio. Qualche giorno fa ci è stato detto che ben più mortiferi della polluzione automobilistica sono il latte, la farina. La verità - scrive ancora Fitzpatrick - è che nella dittatura della salute si rovina la vita dei sani, che dovrebbero esser lasciati in pace, mentre non ci si occupa dei malati. Può darsi che le spese sanitarie ne profitteranno: ma non ne profitteranno gli esseri umani, alla cui natura antropologica si sta attentando con politiche che dilatano la paura di tutto e di tutti.
L'11 settembre 2001 abbiamo appreso che il mondo è abitato da bombe umane, pronte a uccidere noi e la nostra civiltà. Ma praticamente ciascuno di noi è oggi bomba umana, con tutti i malanni che ci portiamo dentro, e sempre più difficile è sapere la civiltà che difendiamo: se una società in cui non si muore mai e al nostro lato cammina sempre qualcuno che ci vuol male, o una società in cui tutti i nomi delle nuove malattie (stress, obesità, depressione) sono in realtà i nomi di altrettante colpe morali. A Erewhon ci fu un tempo in cui si comminava la pena di morte, a chi s'ammalava oltre misura. Noi non siamo ancora a quel punto. Ma già oggi il corpo di ciascuno di noi ha preso il posto della nazione, della classe, della razza. È lui, adesso, a dover essere puro, sottratto al destino di vittima. Lo Stato si assume questa responsabilità, cancellando le ultime frontiere tra pubblico e privato. Era il sogno dei vittoriani e poi delle dittature, come s'è visto. Rischia di divenire il nuovo sogno eugenetico dei regimi democratici.
L´ondata del revisionismo a ogni costo oggi investe anche la scienza, almeno laddove i risultati della ricerca più avanzata sembrano mettere in discussione o addirittura fare crollare vecchi e collaudati (disinteressati?) pregiudizi. E´ il caso, in questo periodo, della ecologia, accusata di "catastrofismo" per la denunzia dei pericoli che minacciano il "sistema Terra" e adesso della genetica, la scienza più giovane e promettente, e che oggi maggiormente attira l´interesse della gente perché investe e analizza le radici del nostro stesso essere uomini. Bersaglio infatti di una offensiva condotta su alcuni autorevoli giornali anglosassoni è la scoperta - che trova concorde quasi tutta la comunità scientifica planetaria - che l´idea stessa di "razza" è antiscientifica ed è contraddetta dai risultati delle più avanzate ricerche genetiche.
Le razze non esistono, tutti gli esseri umani oggi viventi discendono da un comune primitivo ceppo africano e le differenze locali (come il colore della pelle, l´altezza, e così via) sono il frutto di marginali adattamenti ambientali e non investono la sostanziale unità genetica della nostra specie. Ma l´idea stessa di razza ha una lunga e tragica storia, è servita a giustificare orrendi delitti contro l´umanità, dai genocidi del secolo scorso all´asservimento coloniale di interi popoli, (considerati "razze inferiori") ed ha costituito per nazisti, fascisti (e non solo) il blasone della loro "superiorità"e la giustificazione dei loro delitti. Ma l´eliminazione del concetto di "razza" non piace a tutti. In questo caso il ruolo di Bastian Contrario è toccato a un distinto professore dell´Imperial College di Londra, Armand Marie Leroi, biologo dello sviluppo, con un articolo pubblicato ieri su Repubblica, in cui cerca di dimostrare che i genetisti che hanno demolito il concetto stesso di razza sono caduti in un grossolano errore, e che quindi le razze non solo esistono, come sostenevano alcuni scienziati dell´Ottocento, ma che anzi la loro comprensione può risultare utile alla scienza e alla medicina.
Un concetto che il più illustre genetista italiano, Luigi Luca Cavalli Sforza, docente di genetica delle popolazioni all´università californiana di Stanford, definisce "molto superficiale" e avanza il dubbio che "sotto ci sia del razzismo" da cui non sarebbe immune un gruppo di ricercatori dell´Imperial College di Londra, di cui fa parte il professor Leroi.
Abbiamo quindi chiesto a un famoso genetista italiano, il professor Marcello Buiatti, ordinario di genetica all´Università di Firenze, che consistenza abbiano gli argomenti prodotti da Leroi per suffragare l´idea che il concetto di razza abbia ancora validità nella scienza moderna.
"In verità praticamente nulla" risponde Buiatti. "Basta per rendersene conto dare una occhiata ai lavori pubblicati su Nature che Leroi cita come probanti per la sua tesi e che smentirebbero quanto la grandissima maggioranza della comunità scientifica afferma ormai da molto tempo. Cito ad esempio quanto dicono Tishkoff e Kidd in una ampia sintesi del loro lavoro proprio sul rapporto fra "razze", indicatori genetici e indicatori di suscettibilità a malattie: "Noi dimostriamo che le classificazioni razziali descrivono in modo inadeguato la distribuzione della variazione genetica nella nostra specie". Il che significa che, naturalmente, gli esseri umani sono portatori di variabilità genetica e che le differenze si distribuiscono in modo che non ha niente a che fare con la classificazioni in "razze" di ottocentesca memoria.
"Del resto è lo stesso Leroi che smentisce implicitamente la divisione in razze della umanità quando afferma, con una notevole mancanza del senso del ridicolo che "per sapere in che proporzione i tuoi geni sono africani, europei o dell´Asia orientale, bastano un tampone orale, un francobollo e 400 dollari (sic!), anche se i prezzi sono destinati a calare". Al di là della graziosa e significativa notazione economica, anche se si potessero veramente determinare percentuali di "sangue", cosa del tutto falsa, Leroi ammette che ognuno di noi in realtà appartiene a diverse "razze" e quindi questo tipo di raggruppamento non ha nessun significato classificatorio. Chi scrive ad esempio sa benissimo di avere derivazioni, ebraiche, slave, celte, tedesche, italiane e si gloria di essere altamente impuro come in fondo il resto della umanità".
Uno degli appunti mossi da Leroi a chi, come Lewontin e il nostro Cavalli Sforza, sostiene la inconsistenza scientifica dell´idea di razza, è che essi avrebbero ignorato che oltre ai caratteri genetici superficiali, come il colore della pelle o degli occhi, la statura, etc. esistono interi pacchetti di correlazioni tra le varianti genetiche di qualsiasi gruppo etnico, che tutte insieme ne segnerebbero la "specificità razziale".
"Le correlazioni si riferiscono alla presenza di diverse frequenze di varianti in diverse popolazioni e non alla presenza/assenza in tutti gli individui degli stessi. Citando di nuovo l´articolo di Parra (e altri), la correlazione fra il colore della pelle e la parentela reale fra gli individui è appena significativa nelle popolazioni americane che vengono da Portorico e bassissima nei messicani, risultato che non sarebbe piaciuto per niente a Hitler che classificava sbrigativamente come ebrei da eliminare tutti quelli che avevano un ottavo di "sangue" ebraico. I dati recenti quindi non fanno che confermare quelli del "nemico" di Leroi, Lewontin e molti altri anche di illustri italiani come il già citato Cavalli Sforza, Piazza, Barbujani ecc., che non si sono davvero limitati a studiare singoli geni come dice il nostro amico".
Secondo il biologo inglese, ammettere l´esistenza delle razze potrebbe migliorare l´assistenza sanitaria, consentendo cure mirate sulla base delle "predisposizioni razziali" dei pazienti. Cioè la razza potrebbe influire sulle scelte terapeutiche.
"Leroi si riferisce ai grandi progressi che sta facendo la cosiddetta "farmacogenetica" che però non ha niente a che fare con le razze. Questa nuova disciplina usa i moderni metodi molecolari per cercare eventuali componenti genetiche individuali collegate non tanto e non solo a malattie ma anche alla suscettibilità o meno ai farmaci. Bisogna qui chiarire che base genetica di una risposta positiva ad un farmaco non vuol dire che si guarirà senz´altro così come risposta negativa non significa che chi prende il farmaco muore. Si tratta sempre di un dato quantitativo e di tipo generalmente probabilistico. Comunque sia, la farmacogenetica lavora su individui e semmai su popolazioni e cioè gruppi di individui che hanno ascendenza comune, vivono generalmente nello stesso ambiente, e sono molto più piccoli della cervellotica classificazione razziale".
Ma c´è un contenuto scientifico, oltre che ipotetico, in questa possibile ricerca? E come potrebbe venire suffragata? L´autore parla d´un metodo, di una tecnica (l´admixture mapping) che consentirebbe di individuare i geni responsabili delle differenze razziali...
"L´admixture mapping è semplicemente la riedizione del noto metodo della anamnesi familiare delle malattie che consiste semplicemente nella analisi di alberi genealogici in cui compaiono sia malati che sani con il fine di comprendere il meccanismo ereditario e anche individuare caratteri facilmente visibili ("marcatori") fortemente correlati dal punto di vista genetico con la malattia. Di nuovo, queste ricerche non hanno niente a che fare con la classificazione in razze che, come si è visto dal caso del colore della pelle, sono raggruppamenti fasulli e per niente significativi".
A chi eventualmente gioverebbe la reintroduzione del concetto di razza?
"Innanzitutto, ovviamente, ai razzisti, che si troverebbero di nuovo autorizzati a proporre metodi eugenetici per il "miglioramento" della umanità basati sulla appartenenza a gruppi etnici riclassificati come razze. Ma la popolarità della "buona novella" si estenderebbe a tutti quelli, e sono moltissimi, che veramente pensano che il modo più efficiente per stare meglio sarebbe quello di cambiarci i geni o facendo riprodurre di più quelli che hanno i varianti "buoni" o modificando i patrimoni genetici con le tecniche di ingegneria genetica. Una nascosta simpatia per la selezione traspare anche da Leroi quando dice che uno dei vantaggi della rinnovata classificazione in razze sarebbe il fattore estetico (sic!) rievocando le immagini dei "centri di selezione" nazisti di biondi rappresentanti della "razza" ariana.
"Tuttavia la selezione artificiale degli esseri umani ricorda da vicino l´olocausto degli ebrei e anche quelli più recenti compiuti in particolare in Africa, per cui si rifugia nella visione salvifica di una scienza, la genetica, e delle sue applicazioni che vengono viste come magie capaci di risolvere tutti i problemi.
"Ora non c´è neanche dubbio che moltissimo della qualità e durata del nostro ciclo vitale non sta "scritto" nei geni ma dipende dalla nostra storia e quindi da quella delle relazioni con il contesto e con i nostri simili. Anche se chi assegna alla scienza il ruolo di unica salvatrice non se ne rende ben conto, pensare che tutto stia nei nostri geni assolve automaticamente ed esclude dalla discussione la politica, intesa in senso letterale e positivo, i problemi delle relazioni fra ricchi e poveri, e in genere tutto il terreno dei comportamenti collettivi e sociali della umanità. Favorisce invece chi molto semplicemente vuole vendere il suo metodo di analisi, la sua molecola brevettata, il suo procedimento di estrazione del DNA , la sua attrezzatura innovativa, e quindi ha bisogno di propagandarne le qualità eccezionali. Non che questo non sia nel suo diritto e, se il prodotto è buono, anche positivo. Articoli un po´ furbeschi come quello di Leroi non giovano alla scienza che infatti l´autore attacca in quanto a suo dire condizionata dall´opinione pubblica antirazzista, modificano negativamente l´immaginario scientifico che vede, nel bene e nel male i ricercatori come maghi, riportano alla luce i fantasmi di sempre questa volta probabilmente anche per inconfessati e banali "fini di lucro"".
E l'uomo del futuro oltrepassò l'ultima frontiera della scienza Non sarà Highlander o un guerriero mutante, non è previsto come eroe giovane e invincibile. Immaginatelo piuttosto come Noè, un patriarca carico di ricordi condannato a rivedere qualcosa di già visto, costretto a constatare che tutto torna, tutto si ripete. Peseranno su di lui il primo amore e il primo esame, il primo applauso e la prima avventura; avrà vissuto talmente a lungo da essere stanco; rischierà di sprofondare nella noia senza trovare nuove passioni. Perché alla fine, per chiamare ancora uomo quel che sarà ( forse) sopravvissuto all'usura del tempo, bisognerà salvare la sua individualità, l'Io cosciente, la sua emozionalità e i suoi ricordi.
L'uomo immortale è un'offerta possibile nel catalogo della scienza, un'ipotesi fredda e razionale da sviluppare senza patti faustiani con il diavolo o scorciatoie verso inesistenti Shangri La. Ma alla fine di un percorso che taglia fuori ipotesi fantasiose e alchimie, clonazione riproduttiva e inesistenti elisir, il risultato rischia di deludere le aspettative. Perché la ricerca scientifica, che lascia intravedere la Terra promessa di una vita no limits, è costretta a dichiarare che i futuri immortali, ammesso e non concesso che la realtà riesca a superare l'immaginazione, saranno vecchi mentalmente, caricati del peso di esperienze che il cervello non potrà mai cancellare.
Se e quando, in un giorno x, qualcuno riuscirà a cimentarsi in un'operazione vagheggiata dall'epopea di Gilgamesh, l'eroe sumero che cercava il segreto dell'eterna giovinezza, dovrà tener conto dell'indagine conoscitiva di un grande scienziato e di uno studioso dei meccanismi cerebrali, che hanno tracciato la rotta possibile verso l'immortalità. Edoardo Boncinelli e Galeazzo Sciarretta ( in Verso l'immortalità? La scienza e il sogno di vincere il tempo , Raffaello Cortina Editore, pagine 244, e 19) provano ad abbattere il tabù che tormentava gli antichi e i medievalisti, con un'impennata intellettuale: oggi per la prima volta l'umanità può pensare concretamente all'immortalità terrena, ragionare e riflettere con coraggio sulle basi scientifiche della vita senza avventurarsi troppo in ipotesi estreme. Argomento borderline tra eugenetica e cialtroneria, fino a quando non sono comparsi il Dna e la mappatura del genoma, l'immenso manuale di istruzioni per l'uso per costruire l'uomo, aperto finalmente davanti a noi.
Ed è proprio la genetica il colpo di scena che apre quattro strade, quattro percorsi nuovi in una società che già è riuscita a prolungare, in un secolo, la vita media di trent'anni. Tenendosi alla larga dalla filosofia e dall'approccio religioso che considera l'anima immortale e quindi ha già una soluzione all'interrogativo di fondo, gli autori partono da una constatazione che non è più l'ineluttabilità, o il destino o l'usura dei componenti la causa del decadimento senile: la causa è un'articolata serie di processi cellulari, presieduti dal Dna, connessi al suo meccanismo trascrizionale e con l'attività metabolica.
Fuori dal mito, sappiamo che il nostro destino, identificabile oggi con il nostro genoma e con le leggi universali della fisica e della chimica, ci condanna inesorabilmente all'invecchiamento e al conseguente decesso per irreversibile degrado delle funzioni vitali. Ed è sull'invecchiamento, sui geni che lo determinano, che gli scenari fantascientifici si aprono e non appaiono più come le pagine di un fumetto dove qualche eroe insegue una inesistente pietra filosofale.
Secondo l'orologio biologico che determina la nostra vita, a una certa età comincia la dentizione, a un'altra la pubertà, a un'altra ancora i capelli diventano bianchi e si comincia a invecchiare.
Per rinviare la morte a tempo indeterminato c'è sempre stato qualcuno che si affidava a una speranza: negli anni Sessanta si chiamava ibernazione, un tentativo di arrivare freddi all'eternità confidando nei progressi del futuro, lasciando ai posteri il compito di riportare l'organismo in vita e magari renderlo immortale con le nuove scoperte. Variante della metallificazione o della vetrificazione, che non tenevano mai conto di un fatto certo: la morte non è un evento on off , ma la conclusione di un processo degenerativo generalizzato.
Oggi la vita si può allungare prevenendo l'insorgenza delle malattie, curandole, riducendo le cause di morte; è la prima strada, che lascia agli individui un discreto margine di variabilità ma deve fare i conti con il tempo che procede e la funzionalità dei vari organi che si affievolisce. Anche rallentando al massimo questi processi si arriva a un punto di crisi: basta un soffio e viene la fine.
Può aiutare di più la seconda strada, quella della manipolazione dei geni.
Un sentiero che può portare lontano, ma è seminato di trappole e insidie.
Sappiamo che esiste un gene marcatempo: modificandolo vivremmo anche il doppio. Ma questo gene è quello che ordina il suicidio alle cellule dell'apparato immunitario che possono essere dannose: operando con leggerezza potremmo vivere di più ma trascorrere gli ultimi anni della nostra vita con un corpo divorato dall'autocorrosione, come il bellissimo Titone, il principe troiano reso immortale da Zeus su richiesta di Eos, l'omerica dea dalle rosee dita. Eos però dimenticò di chiedere anche il dono dell'eterna giovinezza, e Titone, dopo un'effimera felicità cominciò a invecchiare.
Eos, evidentemente delusa, lo rinchiuse in un antro dove Titone continuò a rinsecchirsi, fino a diventare una grinzosa cicala.
Si entra così nella terza strada, quella dei meccanici, delle bio e nano tecnologie, dei ricambi programmati del corpo umano, quelli resi possibili dalla stagione dei trapianti, dalla clonazione terapeutica, dall'utilizzo delle tanto discusse cellule staminali. È la strategia che gli autori chiamano sostitutiva. La " quasi " immortalità. Si possono produrre in laboratorio porzioni di pelle, cellule del sangue, fibre muscolari, tessuto corneale e altre cellule somatiche; si delinea il reimpianto terapeutico del materiale biologico nei pazienti per curare malattie degenerative; e intanto si fanno passi da gigante nella duplicazione cellulare e nello sviluppo extracorporeo di organi e interi organismi: vedi la pecora Dolly.
La clonazione ingenera l'equivoco di una immortalità self service ( aggirando divieti e barriere etiche, basta produrre di tanto in tanto un proprio clone). Ma è un equivoco e basta: un clone, spiega Boncinelli, non sarà mai la copia perfetta dell'originale né fisicamente né intellettualmente, perché lo sviluppo è influenzato da una molteplicità di fattori ambientali e causali. Quel che si può dire è che si potranno produrre, per clonazione, tessuti o organi sostitutivi. Uno scivolo verso il futuro di una vita più lunga. Anche se l'incognita resta il cervello: quello non è replicabile. E così entrando nella strettissima quarta strada, l'ipotetica immortalità dovrà fare i conti con un vissuto neuronale che è già vecchio. Al futuro, le risposte. A noi le parole di Seneca. Quam bene vivas refert, non quam diu, quello che conta è come si vive, non quanto. Oggi è ancora così.
Il tono spiccio che Salman Rushdie ha dato al suo articolo compendiato nella citazione finale, "non credo in Dio perché non credo in Mamma Oca" non è la cosa importante. È un espediente letterario, o da uomo di mondo. Il punto è un altro. Rushdie non ha scritto un articolo anticlericale, bensì un articolo antireligioso, contro la religione: una cosa che non si usa, oggi. Potremmo discutere di che cosa intendiamo per religione, se parliamo di una fede positiva e del suo modo di organizzazione, oppure del riconoscimento che esista al mondo qualcosa di sacro, cioè di fine a se stesso, qualcosa che ha valore per sé, e non solo per noi. Un senso "religioso" della vita non è affatto estraneo a una visione laica, agnostica, o materialista. Rushdie parla delle religioni costituite, e praticate, e del loro legame col potere, per contrapporre un´America religiosa chi vi si dichiarasse ateo non avrebbe alcuna chance di arrivare a un´alta responsabilità pubblica a un´Europa laica (con l´Inghilterra di Blair in bilico). La tesi è che società e Stati si dividano sempre più in credenti e non credenti. Però l´Europa non è segnata tanto dalla percentuale minore di credenti o osservanti, ma dalla relativa irrilevanza della differenza fra credenti e non credenti, nella vita privata e nella vita pubblica. Nei Paesi europei, come nella Comunità, di norma non si chiede a un candidato se creda in Dio, e, ciò che conta almeno altrettanto, non lo si chiede a un datore di lavoro o a un dipendente, né a un´amata o un amato, né a una maestra di scuola o a un medico curante. Ci sono differenze vistose, e lo Stato francese si fa forte del suo laicismo mentre quello italiano ha un debole per l´influenza cattolica.
Ed esistono differenze nei comportamenti privati, sicché le scelte delle persone possono dar peso alla condivisione di una fede nei loro amori, nelle frequentazioni amicali o sociali, nell´educazione. Ma si tratta appunto di predilezioni che, salvi i fanatismi che si annidano dovunque, non tolgono una preziosa indipendenza dello scambio sociale dalle convinzioni religiose e irreligiose di ciascuno. Lasciate stare il cielo delle elucubrazioni e confrontate l´esperienza vissuta. Non c´è forse una cordiale e ovvia convivenza in ogni piano della vita civile fra credenti e non credenti, tale da non far sollevare se non molto raramente la questione, e pressoché solo per incidente? Penso che il pregio del modo di vita europeo, pagato al prezzo enorme e infame delle guerre di religione, delle persecuzioni colonialiste e razziste e dei deliri totalitari (anche il comunismo reale fu una teocrazia, come intuirono gli apostati del "Dio che è fallito"), stia in questa positiva in-differenza privata e pubblica fra credenti e non credenti, e che ad essa sia del resto legata la libertà delle donne. Non una tolleranza, o un "reciproco rispetto", o qualche altra formula cerimoniale. Semplicemente, si sta insieme in una scuola, o in un posto di lavoro, in una stessa famiglia, in una caserma - al mondo - senza chiedersi o chiedere per regolamento se l´altro creda in Dio o no. La tolleranza e il resto entrano in causa quando ci si chieda in quale Dio creda l´altro, se l´altro professa una fede positiva diversa. Più precisamente, entrano in causa oggi se l´altro sia musulmano. Le persone assegnano alla differenza di religione una influenza allarmante, che non riconoscono, o in misura assai minore, alla differenza fra credenti e non credenti all´interno di una stessa tradizione culturale. Questa singolarità ha a che fare con il pregiudizio, con la relativa novità della presenza musulmana e la rapidità del suo incremento, e con l´eccitazione aggressiva che attraversa l´islam contemporaneo. Ma non si esaurisce in quelli. I credenti cristiani o ebrei sentono che i non credenti (i non più credenti, in genere, perché un´educazione religiosa continua a essere impartita alla maggioranza dei bambini) non mettono sostanzialmente in causa la loro libertà, e nemmeno, nonostante la drammatica contrapposizione ufficiale di valori - per esempio sull´aborto - uno stile di vita larghissimamente condiviso. Succede il contrario rispetto all´islam. Possiamo ignorare la constatazione per una benedetta ripugnanza nei confronti della xenofobia che può coinvolgere in solido credenti e non credenti "autoctoni" contro gli "alloctoni", tanto più quando sono musulmani. Ma è un fatto che, al di qua della minaccia islamista, la concezione prevalente nell´islam di un´identità fra religione e legge civile, la vocazione a un separatismo comunitario (scelto, e non solo imposto dall´esclusione degli "autoctoni"), la condizione delle donne, mettono in discussione la libertà e l´abitudine tradizionali di una società, ben più che la differenza fra i suoi credenti e non credenti. Oltretutto, nelle società islamiche è molto più raro che delle persone non credano in Dio, e ancora più raro che siano così temerarie da dichiararlo. Si vorrà interpretare questa rarità come un pregio, una superiorità spirituale? Per i regimi islamici, l´ateismo è senz´altro un peccato mortale, e un reato mortale. Lo scandalo più insopportabile suscitato dalla deputata olandese Ayaan Hirsi Ali, somala e musulmana per nascita, e condannata a morte dai sodali dell´assassino di Theo Van Gogh, sta nell´essersi dichiarata non credente. Atea, mentre anche gli spiriti più aperti si attestano sulla linea "riformatrice" della lettura critica, non letterale, del Corano. L´equivoco su un più genuino attaccamento dei popoli musulmani alla fede, contro il materialismo consumista e nullista dell´occidente, fece già dei danni. La stessa Chiesa cattolica, che paga un prezzo così sanguinoso al fanatismo islamista, pensò forse, se non a un´alleanza, a una convergenza di aspirazioni con l´islam. Per l´angoscia della inaridita demografia occidentale, e per il peso soverchiante che conserva nella morale cattolica ufficiale la disobbedienza sessuale. Castigatissima, nella sharia. Il cattolicesimo non ha modificato la classifica dei suoi peccati, e un´avversione alla sessualità vi tiene banco, anche quando si intrecci inestricabilmente con la difesa della famiglia, o della vita embrionale.
Al malinteso di Rushdie, che descrive la divisione fra credenti di tutte le religioni e non credenti, corrisponde, a parti capovolte, la confidenza (e la retorica) nella affinità, e anzi nella fraternità, dei credenti delle tre grandi fedi monoteiste: l´ebraismo, il cristianesimo, l´islam. (Ce n´è perfino una mattacchiona versione neo-terzomondista, un internazionalismo monoteista...). Per metà giudizio e pregiudizio teologico, per metà calcolo diplomatico, questa speranzosa idea fa torto alla natura diversa delle religioni monoteistiche e alla loro evoluzione storica, ai loro tempi diversi, e fa ancora più torto alla realtà dei rapporti sociali, famigliari, istituzionali. Per esempio, mettere al primo posto la fraternità (sarebbe più difficile dire: la sorellanza) nella fede nell´unico Dio, spinge a considerare l´islam come un universo unitario, piuttosto che scegliere chi rifiuta la teocrazia e chi vuole la libertà delle donne - cioè, per cominciare, le donne. Non sottovaluto affatto né la generosità dell´intenzione che anima l´incontro fra le tre religioni, né i frutti che può dare - per esempio, oggi, in Israele e Palestina: temo la portata del compromesso che deve accettare, e il suo peso schiacciante per i gruppi e le persone sulle quali ricade. È il dubbio che provo di fronte all´ospitalità francescana di Assisi a Tarek Aziz, o a certi meravigliosi appuntamenti ecumenici promossi da Sant´Egidio. Vi si può parlare, oltre che della fraternità dei figli di Abramo, della condizione delle sue figlie nell´islam quotidiano?
E comunque, anche nella sua ispirazione più rigorosa, l´esaltazione del vincolo fra i grandi monoteismi può fare un torto ideale e pratico ai non credenti e al loro essenziale contributo alla solidarietà e alla convivenza. Fa loro torto quando nega dogmaticamente un fondamento alla morale che non discenda da Dio. E quando ignora il debito che la socievolezza quotidiana ha verso la reciproca fiducia fra non credenti e credenti. (Non prendo in conto obiezioni sofistiche, come la convinzione che chi sia stato battezzato appartenga per sempre alla comunità cristiana, anche quando abbia smesso di credere). Questa trascuratezza può indurre la gerarchia ecclesiastica a una drammatizzazione dello scontro con il cosiddetto mondo laico (formula spaesata, ormai) col rischio di strappare la trama preziosa della convivenza quotidiana fra credenti e non credenti. Penso alla delicata questione della tutela dell´embrione, quando vi venga impiegato il nome di omicidio, o a quella dell´aborto, quando lo si chiami genocidio. Il cardinale Ruini tiene relazioni di cui non sono più capaci i segretari e i quotidiani di partito, sul referendum e la Fiat e l´Iraq, e raccomanda di non andare a votare al referendum sulla legge 40. Faccenda diversa se il governo fissi il referendum al 5 giugno, data già estiva e culmine di un lungo ponte, o addirittura più in là, invece che al 29 maggio, per favorire il mancato quorum.
Le religioni, ha replicato Filoramo a Rushdie, "sono state anche fattori di convivenza, hanno favorito valori di pace e di progresso, si sono dimostrate capaci di alimentare l´altruismo e la fratellanza". Di più, sono state l´immaginazione e il linguaggio nei quali pace e fratellanza hanno preso origine e forma. La nostra morale essenziale continua a esprimersi nella lingua di comandamenti religiosi. Poiché si trattava della storia umana, le religioni non erano al riparo dalla devozione a valori falsi o cattivi o parziali, né dalla deviazione dai propri stessi valori: né se ne potranno mai sentire al riparo. I perdoni chiesti e offerti dal Papa ne sono un´espressione, qualunque acutezza teologica li accompagni. I non credenti possono riconoscere nel passato umano e, moltissimi fra loro, nel proprio personale passato, l´autorevolezza che la conoscenza del bene e del male ha tratto dalla religione, e anche la bellezza del suo linguaggio. E riconoscono il loro vigore attuale per i credenti, senza vedervi un residuo del passato, o una debolezza dell´intelligenza. Non posso deridere la fede senza deridere mia madre e il mio amico e tanta parte del mio prossimo. Mi aspetterei d´essere ricambiato - e in realtà lo sono, il più delle volte. Quando la religione denuncia l´arbitrio di una morale che non sia fondata sulla fede positiva in Dio, si apre la strada al dogmatismo e all´arroganza. Ogni morale, anche quella del non credente, ha cercato un tempo di chiamare la divinità in aiuto. In questo senso Dio non è mai morto, tanto meno dove lo si è voluto sopprimere con la forza invidiosa e bruta di un ateismo di Stato. Contraddicendo l´equilibrio che sostiene la vita quotidiana, un tipo di pensiero religioso tratta i non credenti come creature che si muovono invalide e zoppe nel mondo. L´amor di Dio non gli basta, senza la rivendicazione di una compiutezza che condanna l´altro al dimezzamento a all´azzardo morale. I non credenti replicano a volte con l´arroganza uguale e contraria, altre volte sembrano ammettere una propria cattiva sorte, per così dire, dichiarando una nostalgia per la fede di cui non hanno avuto la grazia. Oppure contano faticosamente sulla propria coscienza, e se ne contentano senza consolazioni, nunc et in hora, nelle mattine di festa e nelle notti dello tsunami.
È morto ieri a Tokyo l'architetto giapponese Kenzo Tange. Aveva 91 anni. Il decesso è avvenuto per insufficenza cardiaca, come hanno annunciato i familiari. I funerali si terranno nel pomeriggio di venerdì marzo nella cattedrale di Santa Maria di Tokyo, che lui stesso aveva disegnato. Allorché approdava in italia, a Venezia per mostre-omaggio e per le Biennali Lagunari, a Napoli per il Centro direzionale, a Catania per Librino, una sorta di new town, così come a Bologna, dove le sue due alte torri svettano dal centro, o ancora a Roma per i lavori progettati anche con Renzo Piano, Kenzo Tange si dichiarava assai soddisfatto. Amava il nostro Paese con tutto il suo cuore e la sua mente, Roma in particolar modo, più volte ha ripetuto di ammirare e sentirsi in qualche modo figlio di Michelangelo e di Le Corbusier, i prediletti.
Kenzo Tange era nato nel settembre del 1913 a Osaka, cresciuto nell'isola di Imabari, laureato a Tokyo nel 1938 con tesi di impronta razionalista. Era entrato nello studio di Kunio Mayekawa, famoso architetto allievo di Le Corbusier per 4 anni. Insieme elaborarono una sorta di Werkbund giapponese. Era poi entrato a insegnare all'Università di Tokyo. Via via Tange andava meditando la lezione razionalista, operando scelte personali che lo liberavano dall'eccessiva lezione occidentale, pur rimanendone indissolubilmente legato. Sapeva in pratica unire i due universi, discorsi e tradizioni lontani di luoghi remoti e legati dalle tecnologie più avanzate. Tange ebbe modo di incontrarsi con Le Corbusier e con Gropius, eventi di cui parlava e rimasero incisi nell'avventura della sua esistenza e architettura.
Negli Anni 50 sempre più attento a un'estetica di purezza, di simbolico "minimalismo" in anticipo, con occhi puntati alla tradizione giapponese, condusse a termine importanti committenze quali la Fiera dell'Industria e del Commercio a Kobe, nel 1950; il Municipio di Shimizou nel '54 e l'importante Parco e Centro della Pace di Hiroshima, in ricordo dei morti per la bomba atomica, (nel '49 vinse il concorso i lavori si conclusero nel 1955-56). Il municipio di Tokyo nel 1957 fu uno dei lavori che lo resero celebre in tutto il mondo, in altri complessi o palazzi d'uffici in giro per il Giappone, Osaka compresa. L'America presto lo chiamò:, il Massachuttetts Institute of Technology gli affidò un corso di urbanistica, e con gli allievi progettò il piano di un gruppo residenziale per 25.000 abitanti nella Baia di Boston. Al rientro nel suo Paese, l'interesse principale fu per lavori su grande scala, con attenzione all'urbanistica. Nel 1960 approntò quella che è tuttora ritenuta forse la fatica maggiore e più rilevante verso un nuovo strutturalismo: il piano urbanistico per Tokyo.
Poi fu la volta, nel '65-67, del piano per la ricostruzione di Skopje, con abitazioni tipo che verrano in parte realizzate poi in Giappone. Nel frattempo riconoscimenti e premi si moltiplicavano da varie parti del mondo, ebbe la prima laurea honoris causa all'Universita' di Buffalo nel '59, la ricevette pure al Politecnico di Milano nel '64, poi in diverse parti del mondo, fino a ottenere nell'87 il Pritzker, che è un po' il Nobel dell'architettura
Al 1970 risale il piano generale del nuovo Centro direzionale di Bologna, mentre progettava importanti edifici al livello urbano in Giappone quali il Municipio di Kurashiki, con azzardato inserimento nel tessuto di casupole ed edifico di notevole altezza come soluzione plastica; segue il Centro Culturale di Nichinam, nel '65 gli uffici della Tv a Tokyo, poi il Centro delle Comunicazioni della regione a Kobe e altre sedi a Tokyo. Edifici o insediamenti che si impongono come parte di un discorso spaziale che coinvolge la città intera. Le Olimpiadi del '64, con stadio coperto e palazzetto dello sport, la celebre piscina a Tokyo, e la Cattedrale cattolica di St Mary resero Tange fra gli architetti più famosi, tanto che le committenze si moltiplicarono al punto che di recente parlava di 20 nazioni dove era attivo il suo studio composto di oltre un centinaio d' archiettti, con sedi a Singapore, Parigi, New York.
Gli Anni 70 registrarono un'attività frenetica, fra cui l'allestimento della zona centrale dell'Esposizione di Osaka nel 1970, dove era presente il giovane Renzo Piano; in seguito l'Ambasciata turca a Tokyo, la Cattedrale cattolica a Tokyo, i lavori in Algeria come l'Istituto di Architettura e Urbanistica a Orano. A Milano dal '90 al '98 lo si vedeva talora perché approntò il progetto di urbanistica del Quartiere d'affari di San Donato, realizzando la sede della BMW e la torre dell'Agip. Quanto a Roma gli venne affidato nell'89 lo Sdo, dopo la legge che trasferiva uffici e ministeri in zona piu' periferica, alte salirono le polemiche al cielo per la scelta dello straniero, gli fu affiancato Renzo Piano ma il progetto ha incontrato solo ostacoli ed è stato piu' volte fermato. Tange aveva pure formato allievi, come il grande Arata Isozaki e Kurakawa, soprattutto legando Oriente e Occidente con poesia e genialità. Ora, a 91 anni ci lascia uno dei massimi geni dell'architettura del secolo passato, entrato nel XXI con ancora parecchie suggestioni, suggerimenti, progetti da regalare al mondo intero. Non è solo il Giappone a perderlo, ma tutti noi, compresi i nostri architetti più giovani che da tanta purezza e minimalismo solido possono ancora trarre ispirazioni preziose.
Era tradizionale la diffidenza di lettori e studiosi verso la storia di argomenti, magari inconfondibili, ma generali o generalissimi, seguiti come soggetti storici attraverso tempi lunghissimi, di per se stessi, quali protagonisti di un'unica vicenda: gli odori, il sesso, la gioventù, la gestualità, la famiglia, i sentimenti, le buone maniere, la guerra, l'uomo o la donna e i tantissimi simili temi che da mezzo secolo affollano i titoli dei libri di storia. Si è, però, ormai capito che si può fare storia di tutto; che allo studio della storia non vi sono ingressi riservati; che le sue porte sono aperte a qualsiasi tema; e che attraverso qualsiasi argomento si può cogliere il senso di un'epoca, di un mondo.
Occorre solo che temi come quelli indicati non restino astrazioni o nomi collettivi o altro di lontano dalla determinatezza specifica che è propria di ogni oggetto o soggetto storico.
Il corpo è uno di questi argomenti. Ma con Jacques Le Goff, che tratta Il corpo nel Medioevo ( conNicolas Truong, traduzione italiana di Fausta Cataldi Villari, Laterza, pag. 204, e16), rischi non se ne corrono. Dal suo panorama medievale risulta una fondamentale duplicità. Da un lato, il corpo è glorificato quale strumento e veicolo dell'Incarnazione, centro del dramma cosmico umano e divino, in cui sta il senso cristiano della storia. Da un altro lato, il corpo è il veicolo e il simbolo della perdizione da cui quel dramma trae origine, e merita quindi di essere disprezzato e umiliato. Molteplici sono le forme di questa dualità. Da un lato, san Luigi re di Francia, eroe medievale, si prodiga nella umiliazione ascetica del corpo; dall'altra, Francesco di Assisi, eroe a sua volta, riconosce nel corpo un elemento di quella fraternità universale in cui egli associa tutto, dal Sole a " sora nostra morte corporale " , e per cui esalta la bellezza del creato e la bontà del creatore. Di qui tutta una dialettica di tesi e antitesi: il corpo oggetto di una " grande rinuncia " e " la rivincita del corpo " ; il corpo nel " percorso della vita " e il corpo nella malattia e fino alla morte, con la cristiana " presenza dei morti " ; il corpo nella vita civile, a cominciare dal corpo che a tavola mangia e gusta, e il corpo che serve da metafora filosofico religiosa ( l'uomo come microcosmo) e politica ( lo Stato o la città come corpo).
Il succo che Le Goff trae da questa dualità è che nel Medioevo maturano, attraverso " una storia lenta " , le premesse per cui dal ' 500 in poi l'età moderna elabora un " umanesimo attento a valorizzare l'uomo nella sua interezza " , un " sistema che vede l'uomo dotato di un corpo civilizzato " , ossia parte essenziale della vita civile; e questa è appunto " una creazione del Medioevo " .
Dalla " tensione esasperata tra un corpo bello e gaudente e un corpo deteriorato e perituro " , dalla contrapposizione tra Quaresima e Carnevale, tra " paura, ossessione, seduzione della morte ed esaltazione della bellezza fisica " , la vicenda medievale assume un significato di enorme importanza: " la tensione corporale è divenuta esistenziale " .
Enorme, perciò, anche l'eredità lasciata su questo piano dal Medioevo. Q
ueste conclusioni sono tanto più persuasive in quanto fanno valere, con tante nuove immagini del mondo medievale, anche molto dei giudizi più consolidati su di esso. Non è un caso che Le Goff mostri la dovuta considerazione del libro di Huizinga sull' " autunno del Medioevo " ( e lo cita, fra l'altro, per ricordare che allora " le malattie contrastavano più spiccatamente con la salute, il freddo rigido e le tenebre angosciose dell'inverno costituivano un male più essenziale " , e " si godevano più avidamente e più intimamente gli onori e le ricchezze, contrastavano più di adesso con la lamentevole povertà e l'abiezione " ) . Si può osservare, volendo, che il libro di Le Goff si aggira, forse, un po' troppo più sulla idea del corpo che sulla sua fisica e praticata realtà. Mi sarei anche aspettato, ad esempio, un'alquanto maggiore attenzione alla figura del guerriero prode e possente, al mondo della cavalleria come pratica dell'esercizio fisico, alla poesia dei trovatori come esaltazione della bellezza e della natura e ad autori come Dante in cui la fisicità e la spiritualità del corpo trovano tanto e pari, benché opposto, rilievo. Ma si capisce che la mira di Le Goff era di tracciare il profilo del percorso storico essenziale per cui il Medioevo trasforma la corporeità antica nel senso fisico da cui è partita l'esperienza moderna in materia: uno scopo certamente conseguito.
Egregio sig. Sky,
come saprà ricevo ogni settimana i vostri opuscoli promozionali. Non so come Lei abbia trovato il mio indirizzo di casa ma posso immaginare che conoscere i miei recapiti non sia difficile giacchè che ogni giorno mi telefonano diversi altri suoi colleghi commercianti in linee adsl e dal call center di un frantoio di Imperia che tenta di vendermi l'olio d'oliva "ma quello buono" (colgo l'occasione per informare anche questi signori che l'unico olio d'oliva buono, per me, è quello in offerta al supermercato).
Dicevo, signor Sky. L'altra sera mi trovavo a cena da certi amici, Suoi malaccorti clienti, e ho potuto verificare con cognizione di causa e telecomando alla mano in cosa consista la Sua offerta. E cioè:
120 canali monotematici sul calcio visto da tutte le angolazioni possibili. E con tutte intendo proprio tutte, dalla diretta di qualsiasi partita disputata in territorio nazionale fino al campionato del Turkmenistan passando per il torneo nel campetto dell'oratorio dietro casa mia, le interviste ai parenti dei giocatori e il reality show con gli allenamenti della Ternana.
45 canali dedicati ad altri sport tra cui pallamano, corsa coi sacchi, bocce e altre competizioni di cui ad esser sinceri non ci importa una beata fava.
31 canali di cinema Prima Fila. E qui ti voglio, signor Sky, chè io pensavo "adesso mi sistemo qui sul divano, popcorn birra e sigaretta, a godermi questo bel film in prima fila, vedi che 'sto Sky serve a qualcosa". Dopo pochi secondi di proiezione sullo schermo è apparso un messaggio: se vuoi continuare a vedere il film devi pagare. Premere ok per proseguire e lasciarci addebitare ulteriori euro 5 sul già pingue costo fisso mensile, altrimenti premere annulla se sei un miserabile pezzente.
altri 4 o 5 canali di cinema, questi senza sovrapprezzo ma con programmazione non proprio a la page: retrospettive su Pippo Franco, terze visioni nordamericane, la maratona Silvio Muccino
85 canali di interessantissimi documentari sui nazisti o sull'accoppiamento degli scimpanzè e le giraffe, con repliche giornaliere a rotazione continua.
19 canali televendita di gioielli, orologi, porcellane, ceramiche, un canale monotematico live giorno & notte dal negozio di tappeti in via degli Zuccaro a Milano.
3 canali dedicati rispettivamente al gioco del lotto, alla cartomanzia e all'astrologia.
un canale che trasmette soltanto pubblicità (non sto scherzando, esiste davvero un canale così, signor Sky, si chiama Studio Europa, e Lei lo sa)
TelePadrePio.
Già, TelePadrePio. TelePadrePio, capisce, signor Sky. Ora, io forse avrò un po' esagerato con i numeri qui sopra, ma Lei converrà con me, di questi tempi non è bello fare della beneficienza ad una società privata e multimiliardaria come quella da Lei rappresentata. Perciò La prego di non insistere, e di cessare l'invio di missive, pieghevoli, brochure e pieghevoli vari al mio domicilio. Perché è inutile, signor Sky: il viaggio dalla mia casella postale al sacco della monnezza è assai breve, dura pochi secondi e il Suo materiale ci finisce ancora chiuso nel cellophane.
Se proprio non vuole sgravarmi da quel tragitto, lo faccia almeno per risparmiare il francobollo.