Nel pasticcio mediatico-diplomatico creato da Berlusconi sulla questione del ritiro dall´Iraq, la sola vera notizia che resta in piedi è la "non-notizia". Il presidente del Consiglio, a poche ore di distanza dal cancan sollevato a Porta a porta il 15 marzo, l´ha addirittura teorizzata; ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al presidente della Camera: "Non verrò in Parlamento come chiede l´opposizione. Che cosa verrei a dire? Dovrei forse commentare una non-notizia?".
In un certo senso ha ragione, ma in un altro senso ha invece torto marcio. Resta infatti da chiarire perché sia andato in televisione per lanciare sulle onde dell´etere una non-notizia che ha fatto in pochi minuti il giro del mondo suscitando precisazioni e richieste di chiarimenti da parte di Bush incalzato dalla stampa americana, precisazioni e smentite da parte di Blair dinanzi ai Commons, disagio nel ministro degli Esteri Gianfranco Fini, irritazione vivissima al Quirinale.
Tutto questo bailamme per una non-notizia? Una gaffe madornale (l´ennesima) del premier italiano? Un rischio calcolato a fini elettorali? Oppure l´autentico desiderio di preparare uno sganciamento dall´amico americano senza però la forza di realizzarlo, facendo macchina indietro dinanzi all´immediato richiamo all´ordine da parte della Casa Bianca? Ezio Mauro, il giorno stesso in cui la non-notizia è rimbalzata sui tavoli delle redazioni, ne ha individuato esattamente la natura: uno spot pubblicitario per riassorbire il distacco crescente della maggioranza dell´opinione pubblica dalla presenza italiana in Iraq; un gioco delle tre carte condotto spregiudicatamente su un tema delicatissimo che vede in gioco la stessa incolumità dei militari italiani a Nassiriya; una perdita drammatica di credibilità del nostro paese sulla scena internazionale.
"Ma nel tuo paese c´è ancora tanta gente che crede a queste panzane?", mi ha chiesto un collega inglese che aveva appena ascoltato le dichiarazioni di Blair a Westminster. Spero di no, gli ho risposto, ma francamente non ne sono sicuro.
Il tema dunque è questo: il presidente del Consiglio prepara e lancia spot pubblicitari con la connivenza d´un eminente giornalista del servizio pubblico televisivo (che si guarda bene dal metterlo in difficoltà) nel tentativo di riguadagnare un consenso che sta perdendo, e usa per questa indecente operazione niente meno che il tema della pace e della guerra, incurante del fatto che abbiamo in Iraq più di tremila soldati, blindati in una sorta di fortezza dei Tartari, a rischio di azioni di terrorismo e di guerriglia di cui spot così irresponsabili potrebbero elevare l´intensità e la pericolosità.
Questo tema, secondo me, non è ancora stato ben valutato né dalle forze politiche della maggioranza ma neppure (spiace dirlo) da quelle dell´opposizione.
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Ci voleva poco a capire che l´exit strategy berlusconiana era totalmente inesistente. Bush, che parla per tutta la coalizione dei "volenterosi" l´aveva già detto subito dopo le elezioni irachene del 30 gennaio: "Nessuno più di noi desidera riportare a casa i nostri soldati. Non resteremo in Iraq un giorno di più del necessario, ma neppure un giorno di meno. Ce ne andremo quando le forze della polizia e dell´esercito iracheno saranno in grado di garantire la sicurezza del paese e quando il governo iracheno ce lo chiederà".
Il 15 marzo Berlusconi ha ripetuto questa frase quasi compitandone il contenuto. Ma con una aggiunta: "Ferme queste condizioni, cominceremo a preparare un graduale ritiro entro il prossimo autunno". "Quando esattamente?", ha chiesto il conduttore della trasmissione. "A settembre" ha risposto il premier. "Questa sì che è una notizia", ha chiosato il conduttore adorante.
Invece no, era ovviamente una non-notizia, vincolata a una serie di condizioni molto lontane dall´essere adempiute. Le forze di sicurezza irachene sono ancora scarse, impreparate, inaffidabili, a detta degli stessi generali americani incaricati della loro istruzione.
Guerriglia e terrorismo insanguinano l´Iraq sunnita (e non solo quello) ogni giorno. L´Assemblea nazionale votata il 30 gennaio si sta ancora accapigliando perché sciiti e curdi litigano sul federalismo, sulla legge coranica, sul petrolio di Kirkuk. In più, nel corso dei prossimi mesi, dovrà esser votata la Costituzione e, entro il gennaio 2006, un´altra assemblea che dovrà eleggere un governo definitivo (quello attuale è provvisorio).
In queste condizioni parlare di ritiro dai "volenterosi" cominciando dal prossimo settembre è pura chimera, a meno che non si tratti d´una decisione unilaterale come fecero gli spagnoli di Zapatero e come hanno deciso di fare i polacchi e gli ucraini.
"Presidente, perché ha parlato di settembre?" gli ha chiesto il 16 marzo un cronista dell´Unità. "Perché noi crediamo, anzi io credo, che a settembre le forze di sicurezza irachene istruite da noi saranno pronte ad entrare in azione", ha risposto il premier. Ed è vero, a settembre i militari italiani che a Nassiriya addestrano un contingente di poliziotti iracheni avranno terminato il corso di istruzione di qualche centinaio di unità. Voleva dire il nostro premier che in quel momento ce ne andremo per esaurimento del nostro compito? Neppure per sogno. Bush non ha alcun bisogno "militare" delle truppe italiane a Nassiriya, dove il potere reale è nelle mani delle tribù sciite come in tutto il Sud del paese. Ma Bush ha bisogno "politico" dei soldati italiani. Se ce ne andassimo infatti, i soli "volenterosi" resterebbero gli anglo-americani. Noi non abbiamo nessun compito da svolgere; la preparazione dei poliziotti iracheni poteva essere tranquillamente fatta fuori dal territorio di quel paese, come hanno deciso di fare la Francia e la Germania; l´assistenza alla popolazione potrebbe essere condotta dalla Protezione civile e dai volontari, con molto minore costo.
Noi siamo a Nassiriya soltanto per ragioni politiche che consentono a Bush di mantenere la facciata del multilateralismo e a Berlusconi di sostenere l´esistenza di un rapporto preferenziale tra Usa e Italia e quindi di una crescente importanza del nostro Paese sulla scena internazionale.
Dunque a settembre non esisteranno le condizioni per iniziare l´exit plan che esiste solo nella testa di Berlusconi. Ma la non-notizia lanciata a metà marzo, venti giorni prima delle elezioni regionali, sarà potuta servire a recuperare qualche consenso da parte degli elettori della Casa delle Libertà, indignati dall´uccisione del nostro agente segreto al check-point dell´aeroporto e disincantati dalle tante panzane berlusconiane. "Esiste ancora gente che gli crede?" ebbene sì, esiste ancora. E così uno statista da operetta gioca con la credibilità internazionale del Paese.
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Piero Fassino e Massimo D´Alema hanno capito fin dall´inizio la natura della patacca berlusconiana. Patacca in sé. Noumeno di patacca. Ma non ci hanno insistito quanto quel noumeno avrebbe forse meritato. Prodi ha preferito non parlare, ma forse, a volte, l´eleganza non buca il video. Le altre reazioni si possono suddividere in due categorie.
La prima, della cosiddetta sinistra radicale, ha lo stigma di Sigonella, quando l´allora premier Bettino Craxi coprì un´illegalità del suo governo denunciando l´illegalità eguale e contraria del governo americano, che pretendeva di spadroneggiare nella base militare di Sigonella. La sinistra italiana (allora il Pci) non vide la prima illegalità con la quale furono sottratti dal governo alla magistratura italiana alcuni pericolosissimi terroristi mediorientali, ma applaudì entusiasticamente il premier italiano che una volta tanto aveva messo in riga gli americani. Così nel caso di Berlusconi, lo stigma di Sigonella si è fatto sentire ancora una volta e la sinistra radicale ha puntato sul premier "che sembrava prendere le distanze dalla Casa Bianca".
Il secondo tipo di reazione, del centrosinistra riformista, è stato di prendere sul serio Berlusconi sostenendo che finalmente il premier si spostava sulla linea dell´opposizione rendendo possibile a quest´ultima di convergere con la maggioranza "guardando al futuro".
Pessime entrambe queste reazioni, che avevano capito niente o ben poco della vera natura della patacca lanciata a Porta a Porta.
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Dedico qualche riga finale al prestigio internazionale dell´Italia che deriverebbe dal preteso asse Washington-Roma del quale la nostra presenza militare in Iraq sarebbe al tempo stesso causa ed effetto. A parte il fatto che di special relationship vera e reale con Washington ce n´è una sola ed è quella britannica.
Il filo diretto tra Berlusconi e Bush, se si prescinde dalla cosiddetta politica delle pacche sulle spalle, non ha dato all´Italia nessun vantaggio concreto in termini politici, strategici, economici. Ma per ovvie ragioni ha marginalizzato l´Italia rispetto all´Unione europea e alle nazioni che ne costituiscono il nucleo principale.
Il recente viaggio in Europa di Bush e di Condoleezza Rice, che ha gettato le basi di una ricucitura tra Usa da un lato e Germania e Francia dall´altro, ha del resto diminuito il peso del governo di Roma anche agli occhi dell´amico George. Berlusconi poteva servire per dividere l´Europa, ma serve molto di meno da quando l´America si è accorta d´aver bisogno dell´Unione europea e non di un suo membro soltanto.
Queste considerazioni dovrebbero spingere il nostro governo ad una profonda revisione della sua strategia internazionale. Ma un governo pataccaro non sembra il più adatto alla bisogna.
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Post Scriptum. Miriam Mafai ha benissimo scritto ieri sull´invadenza crescente e non più oltre tollerabile della gerarchia ecclesiastica italiana, cardinal Ruini in testa, nella politica del nostro paese. I continui interventi dei vescovi sulle modalità del voto nel prossimo referendum vanno assai al di là del caso specifico pur importantissimo e violano i rapporti di correttezza tra due entità, lo Stato e la Chiesa, che il Concordato stabilisce indipendenti e sovrani nelle relative sfere di competenza.
Da interventi siffatti viene distrutto il principio stesso della laicità delle istituzioni civili e dei cittadini che esse rappresentano.
Nessuno nega alla gerarchia ecclesiastica il diritto di parlare e di diffondere liberamente i dogmi della sua dottrina e i valori della sua morale. Nessuno le impedisce, nella fattispecie, di sostenere che l´embrione è vita umana e attuale (anche se i padri della scolastica con san Tommaso in testa affermavano diversamente) e che distruggerlo equivalga ad un omicidio. Il Papa è addirittura arrivato a paragonare l´aborto alla Shoah.
Ciò che invece la gerarchia ecclesiastica non può fare senza violare clamorosamente le norme concordatarie è prescrivere il comportamento dei cattolici e in generale degli elettori per quanto riguarda le modalità del voto in una consultazione elettorale prevista dalla Costituzione italiana.
I vescovi sono arrivati al punto di definire "immaturi" quei cattolici che andranno a votare al referendum e invece "maturi" solo quelli che si asterranno dal voto. E così risulteranno immaturi i cattolicissimi Scalfaro e Andreotti. E naturalmente immaturo Romano Prodi che ha detto di essere tenuto ad obbedire alla propria coscienza di cattolico ma non ad obbedire al "non expedit" dei vescovi.
L´arcivescovo di Genova dal canto suo ha prescritto ai cattolici di non leggere il libro "Il Codice da Vinci". I parroci d´un piccolo paese di Calabria nel quale il filosofo Gianni Vattimo si presenta come candidato sindaco, parlano in chiesa dal pulpito vincolando i fedeli a votargli contro.
Tutti questi casi, dal più grande al più piccolo, sono violazioni macroscopiche del Concordato. Alcuni di essi configurano addirittura reati penali per i quali le Procure della Repubblica dovrebbero intervenire.
Spiace che un cattolico democratico come Enrico Letta, figura eminente d´un partito di centrosinistra, annunciando che si asterrà dal voto referendario (cosa che rientra nella sua libera decisione) non spieghi almeno le ragioni che lo inducono a ignorare le motivazioni dei requisiti referendari. Spiace soprattutto che, assumendo lo stesso comportamento raccomandato dal cardinale Ruini, non aggiunga di considerare in debito l´intervento della gerarchia vescovile che getta più di un´ombra sulla laicità dei cattolici quando essi decidono autonomamente di adottare il comportamento dell´astensione.
Quisquilie? Al contrario. Principi essenziali della convivenza civile. Il non expedit cadde con la firma del Concordato del '29. Ci si ritorna 76 anni dopo? E i cattolici della Margherita accettano senza fiatare questo rigurgito clericale? Speravamo che fossero usciti di minorità. Ci eravamo dunque illusi?
Finora Prodi si è dovuto preoccupare, più che di altro, delle beghe interne della sua Unione. L'altro giorno ha fatto il suo primo affondo da leader dell'opposizione su un problema di sostanza, e anche di grande importanza, attaccando frontalmente il progetto di "nuovo Stato". Ha detto che quel progetto "sta creando le premesse per una moderna e pericolosissima dittatura di maggioranza, e anzi del primo ministro stesso", e quindi che prefigura una "dittatura del premier". Si può controbattere che non è così, o comunque che Prodi esagera. Ma non è decoroso controbattere che si tratta di una "freddura" (Berlusconi), o che Prodi "non ha il senso del ridicolo" (Fini). E nemmeno ha molto senso, ritengo, agitare in ogni occasione, inclusa questa, la oramai ultralogora bandiera dello "spirito bipartisan" che viene violato e del terribile conseguente pericolo che il Paese si spacchi. Ogni tanto le democrazie si dividono profondamente. Non ne consegue che siano a rischio di guerra civile. Ogni tanto succede, ma poi non succede niente di terribile. Anzi.
Al qual proposito devo ricordare che le oscillazioni del "bipartisanismo" sono davvero curiose. Oggi viene largamente esaltato e invocato. Ma ai tempi della Bicamerale, quando D'Alema cercò un consenso di riforma costituzionale trasversale tra maggioranza e opposizione, quel suo tentativo fu largamente bollato di "inciucio". Invece ora l'incontro a mezza strada tra contendenti, e quindi anche il "compromesso istituzionale", sono sempre cose belle e doverose. Il che mi sembra un passaggio da stupidata a stupidata.
In certi casi la sintesi, la composizione tra due tesi diverse e financo opposte, è possibile. Quando una cavalla si accoppia con un asino, ne esce un mulo. Ma in altri casi non ha senso, non è possibile. Se cerchiamo di accoppiare un cane con un gatto, è impossibile che ne esca un "can-gatto". Sul premierato è la stessa cosa: o il premier è insediato da una elezione popolare diretta, oppure no. Non può essere eletto direttamente a metà, oppure una volta sì e una volta no. Un premierato "can-gatto" non esiste.
Torniamo alla domanda: Prodi ha esagerato? Se lo ha fatto si deve tener presente che la partita dovrà essere decisa da un referendum, e che nei referendum, non si può sottilizzare più di tanto. D'altra parte la dizione di "tirannide della maggioranza" è una dizione acquisita nella teoria della politica.
È vero che Tocqueville e John Stuart Mill l'hanno usata in un significato che non è quello inteso da Prodi, e cioè nel significato di una tirannide della maggioranza che soffoca il pensiero (e dunque in un senso che si applica a pennello alla scandalosa legge Gasparri sulla berlusconizzazione dell'etere: una legge che davvero merita un ulteriore siluro). Ma i costituenti americani di Filadelfia già parlavano di "dispotismo elettivo", e quindi di una tirannide della maggioranza in un significato costituzionale affine a quello di Prodi.
Resta da stabilire se la diagnosi di Prodi sia vera o sbagliata. E qui il punto è che le spalle di Prodi sono largamente coperte da una larghissima maggioranza "critica" di una sessantina dei nostri maggiori costituzionalisti (vedi il volume curato da Franco Bassanini: Costituzione, Una riforma sbagliata" ) mentre alle spalle della Berlusconi-Bossi c'è soltanto il vuoto, soltanto l'applauso di pochi costituzionalisti finti o di seconda fila. Berlusconi è capace di assemblare una sessantina di esperti di prestigio che lo applaudono? Se no, allora deve essere vero che il suo nuovo Stato è il frutto di un "dispotismo elettivo" pilotato da una dittatura del premier. Attenzione: del premier . Il che è diverso dal dire: dittatura di un dittatore.
Una piccola storia vera che forse può servire a far luce su certi vicoli della politica berlusconiana. Ricordate Donald Trump, il leggendario miliardario americano? Un tempo non era così ricco. Possedeva solo un po' di appartamenti a New York. Erano il lascito di suo padre, tutti affittati. Ma Trump voleva valorizzare in fretta le sue proprietà, non aveva tempo per le noiose procedure di sfratto. Come fare? Semplice. Assumeva bande di giovani teppisti che cominciavano a prendere di mira una famiglia, una coppia, un anziano solo. Sporcavano e imbrattavano davanti alla porta, urlavano insulti ogni volta che la persona presa di mira entrava o usciva, gli rovesciavano la borsa della spesa, rompevano bottiglie contro la sua porta, sempre con grande baccano, magari anche di notte. Veniva il momento in cui il perseguitato decideva di andarsene. Infatti gli altri inquilini attribuivano a lui, non alla gang, tutto quel disordine. In questo modo nel giro di pochi mesi ben organizzati, Trump è riuscito a liberarsi degli inquilini che riducevano, con la loro presenza, il valore dei suoi appartamenti. È una storia rimasta celebre a New York. Tanto che ha impedito al miliardario di lanciarsi in una avventura politica: sindaco di New York o presidente degli Stati Uniti.
Ma ci sono dei dettagli interessanti che Donald Trump racconta nella sua biografia. In ogni edificio da conquistare, con i metodi rozzi ma efficaci che abbiamo descritto, Trump sceglieva una famiglia modello. Ad essa non accadeva nulla, a patto che si prestasse a rendere vana e poco credibile la denuncia dei vicini. Ogni volta i membri di quella famiglia erano pronti a testimoniare in cambio di sicurezza e affitto condonato: "Qui? Non è accaduto nulla. Siamo liberi di difendere i nostri diritti di inquilini e il proprietario ci rispetta". In ogni edificio, alla fine, anche la famiglia modello veniva sfrattata.
Bisogna ammettere però che è una bella lezione sul modo di esercitare il potere politico ai nostri giorni. Anche in Italia. Primo, identificare l'avversario che non sta al gioco. Secondo, farne l'oggetto di tutto il peso della tua aggressività, non importa come. Terzo, fare in modo che gli altri percepiscano lui (o lei) come il portatore del disordine. Si starebbe così bene in un caseggiato armonioso, niente scontri e niente grida nell'androne, senza di lui.
Quarto, insieme a tutti coloro che si associano per amore di pace, liberarsene. Quinto, dedicarsi agli altri che restano da espellere, uno alla volta, sempre con lo stesso metodo.
Giornali e giornalisti disponibili per questo gioco si trovano. È una questione di mercato. Come per l'appartamento modello di Trump, a proteggere la loro reputazione provvede il sistema di potere.
Questo sistema di potere garantisce: a) la presenza in tv con tutta la sua credibilità e i suoi onori. b) La contiguità con i grandi della tv stessa. Chi sta loro accanto non può che essere meritevole. c) Il silenzio o benevolo o forzato degli altri giornali che si terranno alla larga per non trovarsi coinvolti nelle scenate dei teppisti appositamente organizzate in programmi tv di prima serata, ormai quasi tutti - come le case da svuotare di Trump - sotto attento controllo. d) cambiare la scena della vita politica, utilizzando il controllo totale dei mezzi di comunicazione.
In questo modo impongono ai cittadini un paesaggio costruito sulle esigenze di chi conduce il potere. In quel paesaggio la sinistra è una riserva fuori dalla quale sei radicale o meglio estremista, il centro coincide con la difesa più stretta di una neo-teologia implacabile o con la pacata accettazione di tutto. Alla destra viene assegnato uno spazio di scorrimento senza limiti, dal razzismo aperto della Lega alle scorrerie di An verso il recupero del fascismo. È certo un modo conveniente e abile di governare. Da un lato si realizza col metodo esemplare di togliere credibilità, reputazione, rispetto a chi si oppone. Per farlo, occorre il silenzio di molti che devono fare finta di non sapere. Se alzi un po' la voce per attrarre attenzione, ti ammoniscono a non demonizzare l'avversario e a non fare giornalismo urlato. Urlato è tutto ciò che non fa comodo a chi conduce il gioco.
Dall'altra si perfeziona la ridefinizione del paesaggio politico, una specie di Truman Show in cui tutto è finto, tranne gli enormi interessi dell'impresario dello spettacolo e dei suoi più immediati consociati. Tutto ciò disorienta al punto che molti, in buona fede, cominciano a credere che quel paesaggio sia vero, che sia una buona cosa adattarsi. Tanto più che ogni sera vere persone, magari ancora attive su giornali di sinistra, attraversano tutta la scena e vanno a sedersi a destra, accanto ai simboli più vistosi del sistema di potere, in uno spettacolo a cui nessun Pinter, Genet o Jonesco avevano mai pensato.
Si può arrivare al punto che - in un simile spettacolo - ci si sente autorizzati a montare un processo di quelli che - nel gergo americano - si chiamano kangaroo court. Vuol dire processo organizzato con la forza (in questo caso il controllo esclusivo dei media) da parte di chi non ha alcun titolo per montare un processo, se non altro perché è parte in causa.
Una kangaroo court si è dedicata a un processo contro l'Unità, processo organizzato dalla stesse persone che avevano definito questa testata omicida. Per capire bene che cosa è una kangaroo court (o tribunale dei canguri, espressione popolare americana) ci si deve riferire al testo di Eugenio Scalfari La furia del processo a Furio (l'Espresso, 4 marzo, ripubblicato su l'Unità del giorno successivo) che è l'unica cronaca e l'unico commento all'evento accaduto nella rete televisiva La 7 la sera del 25 febbraio. Il fondatore di la Repubblica è l'unico giornalista a esprimere meraviglia per ciò che può accadere nelle proprietà di Berlusconi: usare la televisione per processare il giornale sgradito a Berlusconi e affidare l'incarico a una corte di dipendenti di Berlusconi, o di dipendenti dei dipendenti di Berlusconi.
È giusto dire che il direttore di questo giornale era stato invitato dalla corte dei canguri ad essere presente. Nella storia di quei processi falsi non si conosce nessuna partecipazione spontanea. Simili eventi non sono uno scherzo quando si fanno dalla parte del potere, sommando una immensa forza economica a una immensa forza mediatica a una immensa forza politica. È giusto ricordare che Piero Sansonetti e Bruno Gravagnuolo hanno difeso questo giornale, nei limiti in cui è possibile farlo nei processi-canguro, fra effusivi incoraggiamenti al peggio, accorti silenzi, e le dichiarazioni di Filippo Facci (che sembrava una comparsa dell'indimenticabile film di Spielberg) e che è stato prontamente querelato per avere ripetutamente definito l'Unità giornale criminale nel silenzio attento degli organizzatori del processo.
Tutto ciò accade secondo il modello di sfratto spregiudicatamente narrato da Donald Trump: la colpa deve ricadere sullo sfrattato. Ciò che gli organizzatori di processi-canguro cercano è la solitudine di chi riescono a trasformare in imputato. In questo caso l'Unità ha ricevuto migliaia e migliaia di lettere, di e-mail, di telegrammi. Solo una piccola parte di essi è stata pubblicata, come testimonianza di sostegno e affetto per tutto il giornale. L'organizzatore del processo-canguro è sùbito apparso costernato, anzi offeso. Contava sul silenzio calato sul Paese (non scherzano, sono vendicativi, se ti opponi rischi reputazione e posto) per calunniare la vittima appositamente isolata. Gli è andata male, al punto da provocare un rigurgito d'ira fuori controllo (Panorama, 5 marzo, pag. 23) a causa delle lettere di solidarietà che hanno fatto barriera intorno a Unità.
Gli sta andando male anche nella costruzione dello scenario finto sull'Italia. Il fatto è che Romano Prodi, come nel finale del film Truman Show, ha aperto la porta nel finto cielo di Berlusconi e sta conducendo l'Unione fuori dalla mistificazione, lontano dalla fiction in cui chiunque partecipi al gioco rischia di diventare o suddito o cortigiano o comparsa di squallide sceneggiate.
Prodi di lotta e Prodi di governo. Da sempre la politica italiana adora l´ossimoro, cioè l´arte di dire una cosa che contiene ? grosso modo ? il suo contrario. Per cui il leader dell´Unione reca in dote alla campagna elettorale il rango freddo e tutto istituzionale dell´ex presidente europeo, eppure riscalda sempre più l´atmosfera e radicalizza lo scontro ben oltre le previsioni. La "dittatura della maggioranza", lo "smembramento" della Costituzione, i "mercenari", l´orologio del Cavaliere, lo "scempio" paesaggistico, i conti pubblici "disastrosi", l´"incubo", addirittura, del berlusconismo.
In cuor loro i maggiorenti del centrosinistra sono perplessi. L´ossimoro tende infatti a sbilanciarsi: c´è molta più lotta, in quest´ultimo Prodi, che governo.
Ma forse c´è anche più una questione di forma - e di necessaria trasfigurazione espressiva del personaggio - che di contenuti.
Era il 1995 quando, di fronte al primissimo apparire del non ancora capo del non ancora Ulivo, Gianfranco Funari se ne uscì: "Mi sembra Fra Giocondo". Bene: "Meglio Fra Giocondo - raccolse al volo Prodi - che Fra Incazzoso". E il volto si aprì in uno di quei suoi placidi sorrisi, a guanciotte morbide e cadenti, che di lì a poco avrebbero mandato in bestia gli avversari. Ma intanto Fra Giocondo fu. Il parroco di campagna. L´eterno boy scout. Il sereno ciclista della domenica. Il gioviale Prof bolognese, il suo mansueto entusiasmo, le sue bonarie rotondità emiliane e via, stereotipo dopo stereotipo, fino a identificare il nuovo protagonista con il più popolare fra i salumi: la Mortadella.
E pensare che furono proprio i suoi nemici, allora, a rifilargli quel fortunato soprannome alimentare. In particolare l´onorevole Berselli, di An, ritenne di dover "esaltare la componente ridicola" del suo più noto rivale nel collegio 12 di Bologna, mettendosi appunto a distribuire fette di mortadella su cui era applicato un adesivo con il volto del Prof. Ma come per Fra Giocondo, Prodi accolse di buon grado pure quel nomignolo, anzi lo fece suo con rapido, strategico ed ammirevole buonumore. Il resto è storia nota. "Lo chiamavano Mortadella - disse Craxi con un certo acume - ma è il più duro di tutti". Tale durezza l´hanno poi sperimentata, non di rado a proprie spese, diversi tra gli odierni leader dell´Ulivo.
Ma ecco il dubbio: chissà se il Prodi di oggi si comporterebbe con la stessa cordiale allegria. Chissà su che base e su quali indicazioni ha deciso che è arrivato il momento di trasmettere un messaggio di allarme. Su un´Italia, ha detto di recente, "ridotta come l´hanno ridotta", un paese "indurito e pessimista". Chissà se si rende conto che in questo modo, al di là della lotta e del governo, Prodi finisce per offuscare un´accorta e paziente capacità comunicativa che non vive solo nelle caricature di un leader che raccomanda di andare "adagio", "pian pianino" e "tutti assieme". Se vinse, nel 1996, magari è anche perché riusciva a diffondere attorno a sé quella cordiale fiducia, quella pacifica armonia con se stesso e con il prossimo suo che ancora oggi il Cavaliere, con le dovute semplificazioni autopromozionali, chiamerebbe: "amore".
Può darsi che il leader dell´Unione abbia ragione. Non è più tempo di "amore", figurarsi. E dopo quattro anni di cura Berlusconi c´è poco da stare tranquilli. Eppure resta un interessante enigma, questo Prodi bis. L´insistenza con cui spiega che il paese ha bisogno di "verità"; la brusca immediatezza con cui segnala il rischio di finire sempre più in basso nelle classifiche europee - e non solo - della prosperità. Colpisce il numero e il tono delle puntute messe a punto del fedele portavoce Vignudelli. E agli amanti del folklore giornalistico, sia pure con le debite precauzioni, si fa presente che l´estate scorsa, a Ischia, l´hanno fermato e: "Presidente, faccia un tiro con l´arco", e allora lui ha scoccato la freccia, e zac, al primo colpo ha fatto centro da venti metri. "Ho il tiro a segno in giardino", ha detto.
Quanto mutato, insomma. Come se l´esperienza europea avesse eroso l´antica bonarietà rivelando in Prodi una insospettabile natura guerriera. "Il vendicatore di Bruxelles", secondo Cossiga. Forse doveva indurirsi, forse altrimenti non avrebbe resistito. Basti pensare a quello che nel frattempo hanno cercato invano di tirargli addosso: la Sme, le balle di Igor Marini, la strumentalizzazione di Eurostat, la solita seduta spiritica, persino un pezzettino di Mitrokhin. E lui niente: "Aspetto ancora le scuse". Pessimi i rapporti con Berlusconi, nel semestre europeo. Il Cavaliere gli voleva far fare la sua spalla, lui si è sottratto fin dall´inizio: "Mi viene da piangere" ha detto la sera del kapò. Un dispetto dopo l´altro, vertice dopo vertice, escluso il giorno in cui Prodi ha offerto al presidente del Consiglio una pillola di Bimixin, che è certo un farmaco utilissimo, ma fin troppo evocativo del malanno, il che probabilmente non ha disteso gli animi.
Comunque ha retto. Nel dicembre del 2003 D´Alema se lo augurava vivamente perché "serve uno cattivo - spiegava - per battere Berlusconi". Sulla bontà e sulla cattiveria dei politici la questione appare invero più complessa di come l´ha messa il presidente ds. Nel caso in esame l´ipotesi più ragionevole sta nel brillante ossimoro - e dagli - coniato da Edmondo Berselli secondo cui "Prodi spande bontà da tutti gli artigli". A ottobre scorso, intervenendo a notte fonda e in maniche di camicia a un congresso di cristiano-sociali, si è detto non solo pronto, ma anche rassegnato a "passare attraverso a sofferenze". In un piccolo poemetto di uso e circolazione famigliare la sorella Maria Pia ha descritto "il nostro Rom che tra cespugli e spini/ districarsi deve a perdifiato". Dopo tutto, è il destino degli uomini pubblici: di lotta, di governo, di tutte e due.
Non è che se una si chiama Alessandra Mussolini, ed è la nipote del Duce, e ha un ruolo politico, ma anche un'immagine pubblica un po' naif, verace e variopinta, che ricorda troppe volte quelle di un'attrice da sceneggiata, insomma, non è che se sei Alessandra Mussolini quello che è accaduto nei giorni scorsi va preso per una storia buona per la cronaca e niente di più.
Perché è pur vero che il partito di Alessandra, è chiaramente un partito di ispirazione neofascista; ed è vero che il suo ruolo politico in questo paese, culturalmente soprattutto, non può che essere marginale. Ma il suo movimento, la sua lista non può partecipare alle prossime elezioni regionali perché le firme sono false. E questa è una brutta storia, perché è evidente che qualcuno quelle firme false ce le ha messe apposta. Ed è evidente che un movimento che poteva contare fino all'8 per cento dei voti nel Lazio, non aveva certo bisogno di falsificare le firme.
E allora cosa è accaduto? Tutti i complotti del mondo possono essere presi in esame, avrà importanza per chi dovrà indagare su questa storia. Rimane però la certezza che qualcuno lo ha fatto, e probabilmente lo ha fatto perché quella lista dava fastidio. Quell'8 o 9 per cento poteva cambiare profondamente il risultato delle elezioni nel Lazio.
Ma certamente questo episodio il risultato lo cambierà comunque, perché mette in luce un pericolo. Il pericolo che come è accaduto oggi alla Mussolini con la sua lista, possa accadere con tutte le altre liste. L'idea che la battaglia politica non si combatte con i voti, con le idee, con i progetti, con la capacità di comunicare efficacemente, ma si combatte con il sotterfugio, con l'imbroglio, con delle manovre oscure che mirano a spiazzarti completamente, che mirano a farti fuori. Io vado al comitato elettorale, dichiaro di essere qualcun altro, possibilmente famoso, firmo al posto di costui. E poi faccio sapere a tutti che quel noto personaggio ha firmato per quella lista. Il noto personaggio, che non ha mai firmato, smentisce decisamente. E ovviamente viene inficiato tutto. Questo è killeraggio vero e proprio. Utilizzando un'arma micidiale, che è quella della falsificazione e della menzogna. E certamente Alessandra Mussolini starà prendendo le sue contromisure, e si rivolgerà alla magistratura per fare chiarezza e per fare giustizia. Peccato che sia tardi, e che lo scopo prefissato sia stato raggiunto pienamente.
Ora bisognerebbe chiedersi perché questa storia non ha indignato abbastanza, i giornali di destra come quelli di sinistra, perché soprattutto non è corso un brivido lungo la schiena di chiunque di fronte a una certezza: con poche mosse azzeccate si può fare fuori un avversario. Con poche menzogne messe ad arte si può cambiare la geografia politica di questo paese. Si può non condividere nulla di quello che dice pensa e vuole fare Alessandra Mussolini. Ma l'idea che lei non possa democraticamente presentarsi e contare i suoi voti fa impallidire veramente. Come finirà questa storia è davvero difficile dirlo. Come è finito questo paese è sotto gli occhi di tutti. Una cosa del genere, prima mai accaduta, è il segnale di una corruzione profonda, di una scorrettezza che non ha eguali. E la pigrizia nel denunciarlo fino in fondo si basa su un equivoco antivoltairiano: confondere principi etici e idee. Pensare che se uno ha un'idea per nulla condivisibile conti un po' meno delle idee che sentiamo più vicine. Ma cosa sarebbe accaduto, ed è proprio il caso di chiederselo, se anziché la Mussolini, fosse stata esclusa una lista diversa, magari persino una lista della sinistra? Chiediamocelo, perché domani potrebbe accadere anche questo, e non deve e non può essere possibile. Se vogliamo rimanere un paese democratico.
Manca poco alle elezioni regionali, e la campagna elettorale si muove faticosamente. Pochi, fra gli elettori, sembrano seguirla con qualche interesse. Meno di uno su cinque, secondo l'indagine condotta dall'Atlante politico di Demos-Eurisko. Peraltro, in questa occasione pare più difficile decifrare il significato del prossimo voto. Non è chiaro, soprattutto, in che misura la scelta degli elettori sarà condizionata da valutazioni locali e quanto, invece, da considerazioni nazionali. Molto dipenderà sicuramente dall'agenda delineata dai leader e dalle forze politiche, nazionali e regionali, nel corso della campagna elettorale. Dai temi che si imporranno all'attenzione degli elettori.
E', però, difficile che si riproponga la situazione di cinque anni fa. Quando, lo ricordiamo ancora, in contrasto con l'enfasi politica e mediatica sull'elezione diretta dei presidenti e, quindi, sulle regioni - i laender del federalismo all'italiana-, la scelta degli elettori venne condizionata da motivazioni "nazionali".
D'Alema, allora premier, aveva, d'altronde, sfidato esplicitamente Berlusconi, in quel tempo leader dell'opposizione. Cercando di ricavare dalle elezioni regionali quella legittimazione popolare che a lui, subentrato a Prodi fra molte polemiche, mancava. Con un esito deleterio. Perché, il centrosinistra perse nella maggioranza delle regioni e D'Alema, coerentemente, si dimise.
E', peraltro, probabile che politicizzare il significato delle consultazioni regionali abbia danneggiato, allora, i candidati regionali del centrosinistra. Coinvolti in un referendum pro o contro il governo; pro o contro D'Alema. In tempi nei quali cresceva, nel paese, l'insoddisfazione e la domanda di cambiare, dopo tanti anni di sacrifici, per risanare i conti ed entrare in Europa.
Una lezione che Berlusconi pare aver ben assimilato. Insiste, per questo, a delimitare la posta in palio di queste elezioni. Alleggerendone il significato politico nazionale. Tanto che, in questa fase, preferisce restare defilato. Concentrarsi sulle questioni di politica interna ed estera. Senza rinunziare, comunque, a fissare lui i termini dell'eventuale confronto "nazionale": contando i voti nell'insieme, non il numero delle regioni conquistate.
Al contrario di Prodi, che cerca, invece, di politicizzare la competizione. Di trasformare le regionali in un test per misurare il peso delle due coalizioni nel paese. In base al conteggio dei governatori eletti, non delle percentuali di elettori ottenute. Hanno, i due leader, interessi e problemi contrapposti. Berlusconi, non ha intenzione (né ha bisogno, oggi) di riaprire la questione della leadership, nel centrodestra, risolta fra molti conflitti, dopo le elezioni europee.
Peraltro, nazionalizzare il confronto rischia di scaricare a livello regionale l'insoddisfazione economica dei cittadini, che resta elevata (come mostra l'Atlante politico). Oltre a contrastare il traino personale espresso dai governatori del centrodestra, che si ri-presentano agli elettori, in questa consultazione. E possono, quindi, fruire del consenso loro offerto dall'esperienza precedente.
Ancora: conviene a Berlusconi, porre l'accento sul numero degli elettori, piuttosto che di regioni, come metro di misura, per il giudizio finale. Perché il centrodestra mira soprattutto a riconquistare le principali regioni che già governa, la cui rilevanza - demografica, oltre che politica - è sicuramente importante: Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio e Puglia.
Le preoccupazioni di Prodi sono simmetricamente inverse. Le regionali, per lui, funzionano quasi da primarie. E, comunque, costituiscono un passaggio determinante per imporsi definitivamente all'Unione, sulla via delle prossime elezioni legislative. Le polemiche, che egli ha sollevato, in modo assiduo, in queste ultime settimane, non hanno come unico bersaglio il governo. Non mirano solo a imporsi come "premier alternativo". Servono, inoltre, a sottolineare la sua leadership personale e a enfatizzare il ruolo dell'Unione, a livello nazionale, in una fase in cui tendono a prevalere i partiti e i gruppi dirigenti locali. Prodi, in altri termini, ha bisogno di esporsi, sfruttando lo spazio offerto dalla campagna elettorale. Mentre Berlusconi ha interesse a defilarsi.
D'altra parte, gli orientamenti degli elettori suggeriscono un clima di attesa. I rapporti di forza fra le coalizioni restano sostanzialmente gli stessi, rispetto a un mese fa. L'Unione continua a prevalere, con un margine lievemente ridotto, nel voto proporzionale. Mentre allarga il suo vantaggio nel maggioritario. A conferma della maggiore capacità competitiva che esprime, quando si presenta unito. O della maggiore difficoltà che incontrano i partiti di centrodestra a coalizzarsi.
Il centrosinistra, inoltre, supera nuovamente la CdL, dopo una fase di declino, nelle previsioni di vittoria. Mentre cresce la fiducia, sia nel governo che nell'opposizione. Sulla spinta del clima di emozione e di solidarietà suscitato dalla drammatica liberazione di Giuliana Sgrena, costata la vita a Nicola Calipari. Insomma, da un anno, ormai, l'equilibrio tra i due schieramenti sembra essersi stabilizzato. Anche se resta molto precario. L'esito delle prossime elezioni regionali potrebbe modificarlo sensibilmente.
Per questo i leader delle due coalizioni affrontano questa campagna con eguale impegno, ma con opposto atteggiamento. Dopo tre anni di sconfitte subite, alle elezioni amministrative e regionali, Berlusconi preferisce la cautela. La penombra (tanto da apparire opaco e perfino noioso, nelle performance televisive, come a Porta a Porta, due sere fa).
Mentre Prodi vede nelle regionali il punto di svolta, un fondamentale fattore propulsivo nella corsa alle elezioni politiche. Per la coalizione e per se stesso. D'altronde, fra gli elettori di centrosinistra egli gode di indici di fiducia elevati, ma non troppo diversi dagli altri leader. Fassino lo affianca, Rutelli e Bertinotti lo avvicinano. Certo, nella CdL la posizione di Berlusconi non pare molto diversa. Sopravanzato, anch'egli, da Gianfranco Fini. Ma se non è più il monarca assoluto, resta il proprietario della Casa delle Libertà.
Tuttavia, riprodurre il gioco del 2000 non sarà facile. Questa volta, infatti, è lecito attendersi che i fattori territoriali contino di più, sulla scelta degli elettori.
1. Perché è la seconda volta che si eleggono i presidenti di regione con voto diretto. Ed è la terza in cui, comunque, le coalizioni vengono associate a un candidato-presidente esplicitamente indicato sulla scheda. Non è un caso che, come emerge dall'Atlante politico, circa metà dei cittadini mostrino di conoscere il loro presidente regionale (il 60% in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Sardegna).
2. Perché i poteri delle Regioni, anche se attraverso un contrastato processo legislativo, sono cresciuti, nel corso degli ultimi dieci anni. Su temi critici ed essenziali, per i cittadini: dalla sanità alla formazione ai servizi sociali al territorio.
Tanto che il 75% degli italiani considera molto importante il ruolo acquisito dalle Regioni, rispetto ai temi che regolano la loro vita e la loro realtà sociale.
Per questo riteniamo che, molto più di cinque anni fa, la scelta degli elettori rifletterà il giudizio sul governo della regione; sulla qualità della vita, sul grado di benessere e di sicurezza della realtà in cui essi vivono.
E, inoltre, sulla personalità (e sulla visibilità) del candidato. È tuttavia inevitabile che i risultati vengano successivamente letti in chiave politica nazionale e abbiano effetti rilevanti sulla lunga campagna elettorale, che si concluderà fra un anno, con il voto politico. Di cui le prossime elezioni regionali costituiscono il primo turno.
MILANO - "Falsar per un fascista / non è reato". Potrebbe essere questo, se avessero il dono dell'autoironia, il nuovo slogan di tanti amministratori "rossi" finiti nei guai per aver messo il timbro su un bel po' di firme fasulle presentate da Alternativa Sociale. Sia chiaro: sempre meglio dell'urlo originale "uccidere un fascista non è reato". Meglio la "sòla" del sangue. Il moltiplicarsi di casi in tutta Italia, con l'apertura di inchieste anche in Liguria e in varie città lombarde, sta creando a sinistra crescenti imbarazzi. Al punto che un dirigente della Quercia, il segretario provinciale di Imperia Giovanni Barbagallo ha detto al Secolo XIX , udite udite, che "è arrivata una direttiva del partito che dice di non commentare la vicenda e non rilasciare interviste".
La grana non è solo legale. Anzi, è possibile che quando la Mussolini dice d'avere in mano dei "moduli fotocopiati autenticati in bianco da Sergio Marchi, di An" che provano la truffa anche dei suoi acerrimi nemici storaciani, li abbia in mano davvero. Così come è difficile, dopo anni di denunce radicali di brogli identici e il mancato annullamento di elezioni dove erano state accertate truffe generalizzate di tutti i partiti, dare torto a chi dice che non s'era mai visto un clamore sulle firme come in questo caso. Ma su due punti la sinistra deve davvero fare i conti con se stessa. Il primo: crede davvero Livia Turco, cui va riconosciuta solo l'attenuante di un'antica amicizia con la nipote del Duce, di poter parlare di "accanimento"? Non si era detto per anni, a sinistra, che Berlusconi e i berlusconiani non avevano il diritto di usare le parole "accanimento giudiziario", inaccettabili offensive per la magistratura, neppure dopo decine di inchieste perché "conta solo se il reato è stato commesso o no"?
Il secondo punto è ancora più politico. La lista "Alternativa sociale" non è una tra le tante liste di pensionati, umanisti, nostalgici o cinofili cui forse (forse) si può dare un aiutino senza macchiarsi l'anima. Certo, la Mussolini è, come scrisse Ferrara, una "pazzotica simpatica ma non del tutto compresa nel suo ruolo di statista". Una "nonniana" più legata al mito di nonno Benito che non alla memoria della Legione SS italiana, una donna combattiva che si vanta di essere "molto più accesa delle ex femministe storiche di sinistra che sono diventate pacifiche casalinghe" e una signora che in anni di dignitose battaglie parlamentari è riuscita a scrollarsi di dosso (tranne che agli occhi di qualche suo ex camerata di An) l'etichetta appiccicatale in gioventù dagli americani di pretty chick , pollastrella. Ma è anche una che ha detto che "i principi del fascismo sono ancora validi", che un giorno entrò alla Camera con una maglietta con scritto "Boia chi molla", che ha rotto con Gianfranco Fini dopo la famosa sortita sul "male assoluto" dicendo che "il male assoluto non è il fascismo, ma piazzale Loreto".
Non bastasse, ha raccolto intorno a sé una serie di personaggi additati per anni a sinistra come il peggio del peggio del nostalgismo fascista. Come Adriano Tilgher, cui sono dedicate pagine e pagine del libro Fascisteria di Ugo Maria Tassinari, segretario oggi di Forza Nuova dopo essere stato lo storico braccio destro di Stefano Delle Chiaie ed esser stato condannato per ricostituzione del disciolto partito fascista. O Luca Romagnoli, l'eurodeputato segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore che il 22 ottobre scorso, anniversario della Marcia su Roma, era alla testa del corteo che attraversò la capitale tendendo le mani nel saluto romano, urlando slogan contro gli immigrati e sventolando le bandiere della X Mas. O ancora Roberto Fiore, che dopo anni di latitanza in Inghilterra tornò nel 1999 in Italia perché era ormai estinta la pena (5 anni e sei mesi) che gli era stata inflitta come promotore "della associazione terroristica denominata Terza Posizione". O ancora Toni Serena, il deputato ex-leghista buttato fuori da An perché, dopo aver contestato la Giornata della Memoria dicendo che non bisognava ricordare solo gli ebrei, dopo aver definito "pericolosa acrimonia" il rifiuto di onorare insieme nei cimiteri di guerra i ragazzi tedeschi travolti dalla guerra e le SS, aveva chiesto al nostro governo di emettere "formale protesta" contro la Svizzera per tutelare la "libertà di pensiero" del "signor Gaston Armand Amaudruz", condannato da un tribunale elvetico per avere "contestato la veridicità dell'olocausto ebraico a opera dei tedeschi". Per carità, se la sinistra ritiene arrivato il momento di una riconciliazione, lo dica. Ma strillare indignazione contro chi contesta il 25 aprile e insieme fare i furbetti con i Tilgher, i Fiore, i Romagnoli o i Serena per fare danni alla destra...
Manca poco più d'un anno alle elezioni politiche, e tra poco consumato l'antipasto delle regionali appariranno loro: gli strateghi dei partiti. Qualcuno verrà scelto e pagato; altri si nomineranno da soli, abusivamente e gratuitamente. Preparatevi, dunque: assisteremo alla sagra della tattica, alla sarabanda della strategia artigianale, all'orgia del consiglio non richiesto.
Tanto vale iniziare, quindi. A nome del comitato HELP! ( Ho Esaurito La Pazienza), di cui sono fondatore e unico iscritto, provo a buttar giù un Piccolo Manuale per la Sconfitta a uso e consumo dell'opposizione. Seguendo queste raccomandazioni, il centrosinistra non ha alcuna possibilità: Berlusconi resterà a Palazzo Chigi fino al 2011 ( a meno che non decida di trasferirsi al Quirinale). Alcune di queste cose va detto l'Unione le sta già facendo. Ma non basta. Se davvero vuole perdere, come sembra, deve impegnarsi di più.
1) Aspettate il 2006 per presentare un programma chiaro ( quindici punti, il resto sono chiacchiere). Oppure: presentate un programma lungo e articolato, dove si dice tutto e il contrario di tutto ( a titolo esemplificativo, ma non esaustivo: riforma costituzionale sì, riforma costituzionale no; niente legge sul risparmio, questa legge sul risparmio, nuova legge sul risparmio). Le varie anime dell'Unione saranno al settimo cielo; ma milioni di elettori vi manderanno all'inferno.
1bis) Tacete sull'imposta di successione. Questo governo l'ha abolita, per la serenità dell' 80% degli italiani che possiede la casa dove abita ( tanto l'imposta fruttava poco, e i grandi patrimoni s'organizzavano per tempo). Basta il sospetto che un futuro governo Prodi voglia reintrodurla per far perdere una valanga di voti.
2) Evitate di parlare del conflitto d'interessi ( tv, radio, pubblicità, editoria, banche, calcio etc) perché " è un argomento che annoia la gente " . Non è vero: annoia e irrita, semmai, il modo furbetto in cui l'avete trattato finora. Non volete chiamarlo " conflitto d'interessi " ? Chiamatelo Pippo: ma parlatene, perché il mondo ci piaccia o meno non fa altro.
3) Non parlate dell'informazione televisiva. Se il progetto è " Stiamo buoni e zitti. Poi, se vinciamo, rimettiamo i nostri in Rai " , è un cattivo progetto. La grande maggioranza degli italiani sa che il sistema attuale è imbarazzante ( un capo di governo che possiede metà Tv e controlla l'altra metà!); ma crede che il sistema precedente fosse sbagliato. I politici non controllano la Rai in nome e per conto dei cittadini, come dicono: la controllano per vedersi la sera nei telegiornali.
4) Fatevi venire altre idee geniali come la raccolta di firme ( false) per Lady Mussolini o la candidatura del giudice Casson a Venezia: non perché sia inadeguato, ma perché alimenta i sospetti di molti italiani sulla politicizzazione della magistratura, e fornisce un alibi a Voi Sapete Chi.
5) Rinunciate a sognare. I bresciani hanno accolto Romano Prodi sventolando sciarpe arancione. Certo, Brescia non è Kiev ( anche se qui e là la lingua è ostica e le ragazze sexy). Ma l'arancio è dovunque un colore solare e ottimista: più del verde ulivista ( simile alle cravatte di Calderoli), dell'arcobaleno pacifista ( buono ma confusionario, come molti di quello che lo sventolano) e del rosso post comunista ( carico di brutti ricordi: romani e romantici devono rendersene conto).
6) Continuate a fare quelle facce. Espressioni funebri, occhioni sconsolati, bocche in giù come nei fumetti. Certo, l'Italia è in un pasticcio ( crescita moscia, esportazioni in calo, tessile alle corde, pochi brevetti, una classe media spinta verso l'indigenza, tra un gadget e uno spot). Ma la gente non vuol aggiungere i musi lunghi all'elenco delle tristezze. L'abilità politica si misura anche nella capacità di gettare il cuore oltre l'ostacolo.
In attesa di scoprire dove sta il vostro cuore a sinistra, in centro, in gola? perché non cominciare almeno a muovere le gambe?
Non ho mai pensato di essere uno che scrive di religione fino a quando una religione non ha iniziato a starmi alle costole. La religione era uno degli argomenti che trattavo, ovviamente, e come avrebbe potuto essere altrimenti per uno scrittore del subcontinente indiano? Ma dal mio punto di vista disponevo altresì di molti altri pesci, più grandi e più gustosi, da mettere in padella. Ciò non di meno, quando ebbe luogo l´offensiva dovetti affrontare ciò che mi si parava davanti, e decidere a favore di che cosa volessi schierarmi a fronte di ciò che si ergeva contro di me con cotanta veemenza, violenza e prevaricazione.
Ora, a distanza di sedici anni, la religione incalza tutti noi e, anche se con ogni probabilità la maggior parte di noi ? come me un tempo ? avverte di avere ben altre e più importanti preoccupazioni, dovremo tutti quanti far fronte alla sfida. Se fallissimo, questo particolare pesce potrebbe finire col farci friggere tutti.
Per quanti di noi crebbero in India all´indomani delle sommosse del 1946-47 per la Separazione, scoppiate in seguito alla creazione degli Stati indipendenti di India e Pakistan, lo spettro di quei massacri è rimasto impresso quale tremendo monito di ciò che gli uomini sono disposti a fare nel nome di Dio. Troppe volte si sono già ripetute in India violenze simili, a Meerut, in Assam e più recentemente nel Gujarat. Anche la storia dell´Europa è costellata di prove dei pericoli insiti nella politicizzazione della religione: le guerre francesi di religione, gli aspri combattimenti in Irlanda, il "nazionalismo cattolico" del dittatore spagnolo Franco e gli eserciti nemici che nella guerra civile inglese partivano in battaglia cantando ambedue gli stessi inni.
L´umanità si è sempre rivolta alla religione per cercare le risposte a due delle grandi domande legate all´esistenza: da dove veniamo? Come dobbiamo vivere? Per quanto riguarda la questione delle origini, tutte le religioni hanno torto, molto semplicemente. L´universo non fu creato in sei giorni da una forza superiore che al settimo giorno si riposò. Né fu creato dal nulla da un dio celeste con uno sconvolgimento immane. Per quanto riguarda l´interrogativo sulla vita sociale, poi, la semplice verità è che quale che sia la religione ai posti di comando di una società ne sboccia sempre e soltanto una tirannia. Ne nasce l´Inquisizione, ne spuntano fuori i Talebani.
Ciò nonostante, le religioni persistono a sostenere di poter assicurare un accesso del tutto privilegiato alle verità morali e di conseguenza di meritare un trattamento speciale e protezione. Le religioni continuano a emergere dall´ambito della sfera privata - alla quale del resto appartengono, tanto quanto molte altre cose che sono pienamente accettabili quando fatte in privato tra adulti consenzienti e che diventano del tutto inaccettabili sulla pubblica piazza - per candidarsi al potere. Non è il caso di ripercorrere qui in che modo è andato affermandosi l´islam radicale, tuttavia la rinascita della fede è sicuramente un argomento più vasto di cui occorre parlare.
Negli Stati Uniti oggi pressoché chiunque - donne, gay, afro-americani, ebrei - può candidarsi ed essere eletto a qualche alta carica politica. Tuttavia, chiunque invece si dovesse professare ateo, non avrebbe neppure una chance di vittoria candidandosi a vendere popcorn all´inferno. Da qui la natura quanto mai ipocrita di gran parte del dibattito politico americano: secondo Bob Woodward l´attuale presidente si considera un "messaggero" che adempie alla "volontà del Signore" e i "valori morali" sono diventati una sorta di frase in codice per i bigotti anti-gay e anti-aborto. Anche gli sconfitti Democratici paiono affrettarsi verso questo stesso tipo di basso livello, disperando forse di poter mai tornare a vincere un´elezione in altro modo.
Stando a quanto afferma Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, "negli anni a venire lo scontro tra coloro che credono e coloro che non credono diverrà un aspetto primario e dominante delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa". Gli attentati a una stazione ferroviaria di Madrid e l´omicidio del regista olandese Theo van Gogh in Europa sono considerati alla stregua di altrettanti segnali d´allarme, che invitano a difendere e rafforzare i principi laici alla base di qualunque democrazia umanista. Ancor prima che questi terribili eventi avessero luogo, la decisione francese di mettere al bando capi di vestiario aventi una connotazione religiosa, come il velo islamico, aveva ottenuto il pieno avallo di tutto lo spettro politico. Le richieste degli islamisti di istituire nelle scuole classi riservate e distinte nonché intervalli per la preghiera erano state respinte. Pochi europei oggi si dicono osservanti: soltanto il 21 per cento, secondo un recente studio intitolato "I valori europei", a fronte di una percentuale del 59 per cento rilevata tra gli americani dal Pew Forum. In Europa l´Illuminismo rappresentò una via di salvezza dal potere che aveva la religione di apporre al pensiero dei confini precisi, mentre in America rappresentò la via di fuga nella libertà religiosa del Nuovo Mondo, un avvicinamento alla fede, più che un allontanamento da essa. Molti europei oggi reputano allarmante la fusione americana di religione e nazionalismo.
L´eccezione al laicismo europeo la si rinviene in Gran Bretagna, o quanto meno nel governo di Tony Blair - devotamente cristiano e sempre più autoritario - che sta cercando di far approvare a tutti i costi al Parlamento una legge contro "l´istigazione all´intolleranza religiosa", nel cinico tentativo di accalappiare dei voti per placare i sostenitori dei musulmani britannici, alle cui orecchie suona offensiva qualsiasi critica dell´islam. Giornalisti, avvocati e un lungo elenco di personaggi pubblici hanno messo in guardia contro le conseguenze di questa legge, che potrebbe ostacolare in modo radicale la libertà di parola venendo inoltre meno al proprio scopo, e che potrebbe amplificare il putiferio religioso, invece di mitigarlo. Il governo di Blair pare contemplare l´intera questione delle libertà civili con arroganza: quanto potranno mai contare le libertà - per quanto a caro prezzo conquistate e a lungo salvaguardate - a fronte delle esigenze di un governo che punta alla rielezione?
Ciò nondimeno, la politica blairiana dell´appeasement deve essere messa fuori gioco. La Camera dei Lord forse farà quello che i Common hanno evitato di fare, e getterà questa pessima legge nel mucchio di quelle abortite. E forse - cosa tuttavia più difficile - i Democratici americani perverranno a comprendere che oggi, in un´America spaccata esattamente a metà, avranno maggiormente da guadagnare opponendosi alla Christian Coalition e ai suoi adepti, e impedendo che la visione del mondo di Mel Gibson plasmi la politica sociale e la politica americana. Se tutto ciò non dovesse accadere, se America e Gran Bretagna consentissero alla fede religiosa di controllare e dominare addirittura il dibattito pubblico, allora l´Alleanza Occidentale si troverebbe assoggettata a ulteriori e quanto mai crescenti tensioni, mentre gli altri baciapile, quelli contro i quali si suppone che noi ci si debba battere, avranno davvero di che esultare.
Victor Hugo scrisse: "In ogni villaggio c´è una fiamma, il maestro di scuola, e c´è un estintore, il curato". Nelle nostre vite abbiamo bisogno di più insegnanti e di meno sacerdoti, perché come disse una volta James Joyce: "Non vi è eresia né filosofia tanto aborrita dalla Chiesa quanto l´essere umano". Forse, chi propugna il laicismo meglio di tutti è il grande avvocato americano Clarence Darrow che ha detto: "Non credo in Dio perché non credo in Mamma Oca".
Copyright 2005 . Distribuito da The New York Times Syndicate. (Traduzione di Anna Bissanti)
Sono di fronte a un piatto oblungo e candido, trasverberato da un sarago azzurrino e lucente. Scosto le squame come i petali di un fiore, affondo i rebbi nella carne tenera e bianchissima, che rivela con compatta resistenza la propria succulenta anatomia. Porto il boccone alle labbra, mastico i fondali del Mediterraneo e ne suggo le acque salate e saporose. Poi, d'improvviso, come un genio malefico si materializza nella mia memoria l'immagine di una tavola imbandita spartanamente, decorata coi colori dell'estate e della giovinezza. Una fanciulla poco vestita mi offre qualcosa di fritto, del pesce mi sembra, eppure non ne scorgo la forma, nascosta sotto pesanti macerie di pan grattato, né posso percepirne l'odore. Distratto dal seno prosperoso della ragazza il mio sguardo scavalca il piatto, tralascia le carni del pesce e affonda in quelle di lei. Poi, subito dopo, un odore di ghiaccio e plastica, la miseria del cartone bagnaticcio, la solitudine dei filetti di nasello imbustati a uno a uno, una scritta variopinta. Chiudo gli occhi, cerco di scacciare quest'apparizione invadente, mi concentro sulla polpa fumante del sarago. Ma non ci riesco. Vedo di nuovo una spessa pastella, seni, un freezer maleodorante, una scatola accartocciata nella spazzatura.
Lungo un sentiero collinare, un esercito gentile di steli giallognoli accarezza il palmo della mia mano. Un nugolo di sottili particelle mi straripa nelle narici: sono bambino, con le mani sporche di polvere e le ginocchia tinte di verde. Sento l'ultima campanella di un giorno di scuola di vent'anni fa. Ma poi, di nuovo, mi si erge dinanzi agli occhi, maestoso, un monolite di cristallo, un'immensa boccetta di profumo. Lettere enormi feriscono le mie palpebre di bimbo, al posto delle mie ginocchia inzaccherate prende corpo un giovane uomo dai tratti scolpiti, dai capelli impomatati. Veste un abito elegante, forse uno smoking. Di fronte a sé, distante come una preda, una donna rossa e laccata da sedurre.
Ascolto i trilli entusiasti e i flauti esotici di una colonna sonora. Sussulto con gli sprizzi di energia, m'infervoro con le voci bambine, il latino sincopato mi regala un senso di gioiosa rivolta. Una canoa sottile e leggera, senza armature ma solo corpi nudi dipinti per la battaglia, si scaglia come un Davide contro il Golia colonizzatore. Il crocifisso diviene l'arma degli oppressi, le note che ne celebrano i fasti un inno all'umano afflato per la giustizia. Ma ecco di nuovo un demone maligno mi s'insinua nelle orecchie, mi bisbiglia il nome di un bagnoschiuma, indigeni precolombiani gareggiano con canottieri britannici. Nel rush finale, ahimè, aiutati dai singulti di un inno traditore, sono questi ultimi a spuntarla. Al crocifisso si sostituiscono ascelle bianchissime, perfettamente odorose.
Recito un canto del Paradiso di Dante. Combatto un torpore lungo la schiena, la fòrmica verdolina dei banchi di scuola, i vetri di plastica alle finestre, un registro dalle mille caselle. Combatto la fatica, lo spezzettamento delle pagine, la minaccia di un'interrogazione. E vinco. Sono amico di Dante, suo contemporaneo: lungo un viottolo di campagna il Sommo dipana con calma e gravità i suoi endecasillabi. Io ascolto, commosso, e capisco tutto. Ma poi d'improvviso il Paradiso diventa inferno. No, non l'Inferno della prima cantica. In questo inferno minore, con la "i" minuscola, un cavallo alato compare d'improvviso fra le nuvole, poi arrivano Romeo e Giulietta, tristissimi, transfughi da un'altra letteratura. Poi una riunione di condominio, e parrucche del Settecento, e il Festival di Sanremo... tutto insieme, come in un incubo.
Questo non è il resoconto farneticante di una mente impazzita, o in preda a un delirio da febbre. Al contrario, non si tratta d'altro che di alcuni, pochi esempi degli effetti che produce l'inquinamento del senso. La commercializzazione industriale del cibo e la sua pornografia pubblicitaria ci distraggono dai sapori, anche dai più raffinati ed esclusivi, per rinchiuderci in una bolla di specchi di plastica. L'imbottigliamento forzoso degli odori e i cliché della loro propaganda, come se nulla esistesse al di là degli ormoni, trasformano il nostro olfatto nel fiuto di un predatore monotematico, alla continua ricerca di accoppiamenti. Capolavori della storia della musica divengono la scala mobile, in forma di pentagramma, su cui sale, elefantiaca, la chimica della nostra scellerata igiene quotidiana. E poi la sporcizia più indecorosa, la lordura più insopportabile: il sogno dei poeti ridotto a maionese, a brodaglia di caffè.
Non accade spesso che, quando si rifletta di sviluppo sostenibile, si pensi non solo a quello delle strutture economiche, ma anche a quello delle sovrastrutture, dei linguaggi, del senso. I motivi di tale reticenza sono chiari, e saranno esposti fra breve. Prima, però, è opportuno riferirsi al pensiero di coloro che, in controtendenza, hanno invece ravvisato e denunciato il pericolo di un inquinamento culturale.
Le radici di questa inquietudine sono da ricercare, ovviamente, nel fascino che, sin dal suo primo apparire, l'evoluzionismo biologico ha esercitato sugli umanisti e in particolare sugli scienziati sociali. A questo riguardo, il concetto di biosfera si è rivelato particolarmente significativo. Come è noto, esso individua l'insieme delle condizioni grazie alle quali la vita così come noi la conosciamo e definiamo è possibile sul nostro pianeta, ma pure le coordinate spaziali entro le quali tali condizioni si manifestano.
Jurij M. Lotman, padre della scuola semiotica di Tartu e pioniere dello studio strutturale delle culture, è stato fra i primi a intuire la possibilità e il valore euristico di un'esportazione: quella del concetto di biosfera dalle scienze naturali alle discipline umanistiche, e in particolare a quelle che si occupano dei linguaggi, del senso, e delle culture. A tal fine, Lotman coniò dapprima il termine di "sociosfera", e poi lo sostituì ben presto con quello di "semiosfera" (parola, quest'ultima, che condivide la stessa radice semio- del termine "semiotica", e che compare in tutte le espressioni linguistiche legate all'esistenza o allo studio dei segni). Che cos'è la semiosfera? Sostanzialmente, non si tratta d'altro che dell'equivalente linguistico e culturologico della biosfera: qui si danno le condizioni per l'esistenza e la riproduzione degli esseri viventi; lì, parallelamente, si manifestano i requisiti necessari alla produzione delle culture, ma anche alla loro conservazione, sotto forma di memoria collettiva, variamente immagazzinata.