prima pagina pagina precedente



La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 23 gennaio 2005

Nota introduttiva
Tutte le vignette di Giannelli sono tratte dal sito del Corriere della Sera.
p.c.

giannelli
  
Il Masaniello Nichi
Tra Bibbia e poesie
Francesco Merlo su
la Repubblica 18 gennaio

Hanno vinto la dolcezza, la generosità e la fantasia che sono il contrario della parola comunismo. "Io sono un delirio di emozioni", dice di sé Vendola che, alla nascita, nel 1958, fu registrato Nicola, ma fu subito ribattezzato Nikita da papà Francesco, in onore di Kruscev e della destalinizzazione. Ancora oggi Nikita, detto Nichi, è la contraddizione vivente dell´estremismo perché è vero che milita in Rifondazione, anch´egli tentato dai vecchi slogan ammuffiti del comunismo che la storia ha ridotto a deserti dell´intelligenza. Ma è anche vero che la sua gentilezza disarmata fa più male all´estremismo di un´intera squadra di manganellatori: "Anche nella radicalità del contrasto io non appartengo alla sinistra del treppiedi".
E infatti Vendola è fiero di non avere "mai né dato né minacciato, in tutta la vita, un solo schiaffo", neppure a quel deputato di Forza Italia, Ilario Floresta, che alla Camera, durante una rissa, gli mostrò i denti e gli gridò che gli avrebbe staccato con un morso l´orecchio e che lo avrebbe pure ingoiato "ma solo dopo aver sputato nel cesso l´orecchino".
Vendola è estremista non per scelta, ma perché gli altri lo hanno stabilito. Una personalità gentile è infatti un estremista solo nel senso che la gentilezza lo pone all´estremo del mondo drammatico degli interessi e degli apparati, lo colloca nell´inattualità, nel limbo delle qualità senza spazio e senza tempo, dove anche il comunismo può diventare il suo contrario e cioè modestia e amabile rispetto, una riconoscenza leggera fugace e reciproca, una complicità ingenua, prepolitica e antipolitica, con la complessità sociale. La politica come gentilezza, la politica come politesse è dunque l´ultima trovata del più geniale laboratorio italiano, del pasticcio meridionale, che ancora una volta esprime la propria infamiliarità con il potere e con i suoi uomini. Al punto che con Vendola persino la parola comunista diventa l´aggettivo simbolo ? pensate al paradosso ? della più disarmata e disarmante non violenza. Una volta che a Terlizzi si trovò di fronte a un esagitato che davvero voleva picchiarlo, uno del quale non vuol fare il nome "perché adesso siamo amici", ebbene davanti al braccio alzato chiuse gli occhi e aspettò la botta: "Eppure io sono un fifone nato".
Ancora una volta dunque viene dal sud, dalla Puglia del sindaco Emiliano, la bella novità italiana, perché Vendola ha vinto le primarie contro l´onnipotente D´Alema e contro i partiti del centrosinistra, ha battuto il candidato degli apparati e adesso se la vedrà con il governatore in carica, con Raffaele Fitto di Forza Italia, "il gigante pugliese dai piedi d´argilla". Solo il Sud poteva fare delle primarie, che rimangono una demagogia d´importazione, uno strumento vero di rifiuto della politica più usurata e mettere spontaneamente in piedi, o forse sarebbe meglio dire liberare, in una freddissima giornata d´inverno, una macchina di consenso e di attrazione, con 80mila voti di cui 41mila a Vendola, che è al tempo stesso all´americana e all´amatriciana, nel senso che è esotica ma anche ultraprovinciale come vuole il localismo, con l´esaltazione del quartiere, della piazza, di un paese, di un condominio come finestre aperte sullo spirito umano. Non c´è galera e non c´è stanza d´ospedale, non c´è scontro di piazza, da Melfi a Scanzano, non c´è zona a rischio, da Lecce al Gargano, non c´è liceo, non c´è università e non c´è chiesa che Vendola non abbia visitato e non visiterà in questa campagna elettorale, arrivando sempre blindato, perché dal 1992, da quando ricevette le prime minacce sotto forma di autobombe, gli è imposta la scorta, ma subito liberandosi nel bagno di folla che per una volta non è rude, non è da capopolo con i baffi: "Se vinco non diventerò mai il vostro capo, resterò un vostro fratello".
Vendola è il primo masaniello delicato e persino un poco effeminato della storia d´Italia. Piccolo di statura, timido, i capelli a caschetto, dopo ogni comizio telefona alla mamma, si commuove per niente ed è facile alle lacrime come si addice al Sud d´Italia. Persino la sua omosessualità è rassicurante perché mai scandalosa né provocatoria, non è un luogo di vizio e di morbosità ma di dolcezze romantiche e di solidarietà leale. E Vendola non è bello come il suo avversario Fitto, sta a disagio dentro giacche troppo larghe ma non è goffo, si veste come nel sud tutti si vestono tranne i gagà, con una eleganza sbrigativa e vaga che farebbe inorridire gli esperti di look e i sociologi i quali, presi nella loro ricerca di rigore e di regole, la mettono dura con la società delle immagini e delle apparenze facendo finta d´essere i soli saggi del manicomio Italia. Ed è un successo che la dice lunga sulla ricchezza culturale di un mondo che è il luogo del pregiudizio, ma di un pregiudizio spesso ammiccante di simpatia.
Solo in una capitale del sud come Bari le donne popolari della città vecchia e quelle dei quartieri murattiani già nel 2001 potevano salutare il loro Nichi alla testa del gay pride lanciando petali dalle finestre "come si fa quando passa il santo". Mamma Antonetta, casalinga e donna all´antica di Terlizzi, ricorda ancora il giorno in cui una nipote le aprì gli occhi sul terzo dei suoi quattro figli: "Ci siamo pentiti di averne sofferto e oggi siamo orgogliosi, anche se di sesso parliamo per accenni e per sottintesi". Nichi portava in casa le fidanzatine: "Ne ricordo una, Aurelia. Era bellissima. Ed è vissuta in casa con noi e con Nichi per più di un mese". Ma gli apparati del Centrosinistra sono molto più indietro delle mamme pugliesi, e dunque non lo volevano candidare alla presidenza della Regione, pronti a imboccare la scorciatoia dell´intolleranza. Una volta, nel comitato centrale del Pci, l´autorevole compagna Marisa Rodano disse rivolgendosi indirettamente a lui: "Se uno di questi mettesse le mani su uno dei miei nipotini gli darei subito una sberla". Si dibatteva dei diritti degli omosessuali, dei carcerati, di tutte le minoranze e Vendola, che stava già nell´Arcigay, predicava la liberazione dei "soggetti smarriti" che è il titolo del suo primo libro, dedicato al mondo che chiama capovolto e che per lui è "comunismo".
È facile prendere in giro il poeta omosessuale, comunista e non violento, il rivoluzionario con la lacrima facile, il cattolico che dice: "Il libro più importante per un comunista come me è la Bibbia". Ma anche la chiesa pugliese gli dà una mano, persino finanziariamente, perché Vendola fa spesso la comunione, praticante anticonformista che vorrebbe andare a messa tutti i giorni tranne la domenica. È il figlioccio spirituale del vescovo don Tonino Bello, del quale ha curato un´antologia di scritti con il titolo "Teologia degli oppressi". "Comunista" anche lui. E ancora il suo comunismo è lo zio Vito, un maestro elementare al quale è stata dedicata una strada, e Gioacchino Giusmundo, che fu insegnante di filosofia di Ingrao al liceo di Rieti, e don Pietro Pappagallo. Entrambi morirono alle Fosse Ardeatine. Del resto a Nichi pare "comunista" anche quella poesia che scrisse all´età di 7 anni e recitò in classe, in seconda elementare. Si intitolava "Mamma". Ha continuato a fare il poeta, si è laureato in Lettere, tesi su Pasolini con Leone De Castris, ma non si prende troppo sul serio quando si esercita nel settenario giambico: "Non credere che i giorni/ dei laghi e dei pantani/ si intrighino ai ritorni / e mutino in volani / in cavallucci storni / in astri assai lontani". In realtà Vendola considera la poesia come una sua perversione e si piace soprattutto come verseggiatore di circostanza, filastroccaro senza pretese: "C´era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una gattina color albicocca che miagolava in una bicocca dove viveva una fata un po´ tocca che raccontava la storia bislacca di una bambina che sta sulla rocca e che ripete la mia filastrocca nata un po´ allocca e cresciuta barocca...". Comunismo anche questo? La sua raccolta di versi, "L´ultimo Mare", è stata entusiasticamente recensita dal Secolo d´Italia che gli ha attribuito, con la firma di Nicola Vacca, "il leopardiano pensiero poetante": "La voce della sua poesia riconsegna ai mutamenti una grande speranza". La grande speranza che Vendola propone è "una nuova maniera di ragionare e di parlare", "una rivoluzione mite e gentile", "lo spiazzamento come stile di governo", "il ribaltamento dei codici della politica non più tattica militare", "la passione come strumento per amministrare le risorse", "la centralizzazione del flusso di emozioni popolari"...
Difficile capire cosa voglia dire questo comunismo ma forse vale la pena tentare. Certo, si corre qualche rischio ad applicare la modernità ai campanili del sud, ai luoghi d´Italia che sempre hanno subito la politica e molto più degli altri sono capaci d´insorgere e di sfruttare ogni occasione per far saltare il linguaggio della formale gabbia d´acciaio di Weber che qui non attecchisce. Si corre il rischio della demagogia e del populismo, il rischio della filastrocca. Ma forse con Vendola davvero ne vale la pena.

giannelli
  
Requiem per le primarie
Federico Geremicca su
La Stampa 18 gennaio

L'onore delle armi allo sconfitto, e grandi apprezzamenti per lo spirito unitario col quale ha accettato il risultato; pacche sulle spalle al vincitore, e l'assicurazione - a volte ipocrita - che adesso sì, ti aiuteremo tutti e faremo una bella campagna elettorale. Il centrosinistra reagisce così alla doccia fredda pugliese, ma è evidente che i nervi sono di nuovo a fior di pelle e che rischia di riaprirsi una polemica che era stata, in realtà, soltanto accantonata: ma qui in Europa, anzi in Italia, anzi nell'Ulivo, le primarie servono davvero o rischiano di essere perfino dannose? Discussioni e polemiche, naturalmente, che precedono e prescindono dall'affermazione di Nichi Vendola la cui vittoria, piuttosto, può esser considerata addirittura una buona notizia, per la serietà del candidato vincente e per il fatto che spazza via ragionamenti confusi - ma purtroppo ancora di moda - su politica e sesso, Mezzogiorno e gay, religione, pregiudizi e molto altro ancora.

Il punto è che, al di là delle frasi di circostanza, le interpretazioni più maliziose del risultato della consultazione pugliese sembrano dar ragione a chi da mesi segnala i rischi insiti in queste "primarie all'italiana". Citiamo solo alcune delle obiezioni. La prima: sono favoriti i candidati espressione dei partiti maggiori e soprattutto più organizzati. La seconda: i partiti più organizzati restano quelli della sinistra, ma non è detto che un candidato di sinistra sia necessariamente e ovunque vincente. Terzo: senza regole e controlli, si rischia perfino di permettere al candidato dell'altro polo di scegliersi l'avversario, spedendo i propri supporter a votare per lo sfidante ritenuto più debole. Quarto: così concepite, le "primarie all'italiana" non produrranno altro che rancori e lacerazioni nella coalizione.

A maggio il centrosinistra dovrebbe scegliere - appunto con le primarie - lo sfidante di Silvio Berlusconi. Fausto Bertinotti ha annunciato da subito la propria candidatura, in competizione con Prodi. E se fin qui si era ipotizzato che dalla consultazione sarebbe al massimo venuto fuori un ticket Prodi-Bertinotti, che comunque sbilancerebbe la coalizione, da ieri ci sono due problemi nuovi. Il primo riguarda l'alleanza: affinché il vincitore sia davvero Prodi sarà necessario che gli stessi partiti che in Puglia hanno sostenuto Francesco Boccia (e cioè la stragrande maggioranza del centrosinistra) si mobilitino massicciamente per evitare sorprese imbarazzanti ma non impossibili, come la Puglia dimostra. Il secondo investe i Ds, che adesso hanno il problema di far vincere Prodi senza però lasciare a Bertinotti - magari presentando un proprio candidato - la rappresentanza della sinistra nella coalizione. La domanda che il vertice della Gad dovrebbe dunque porsi è semplicemente se ne vale la pena. Se cioè è davvero indispensabile una competizione interna lunga, defatigante e foriera di nuove polemiche - per legittimare un candidato premier che nessuno, fin qui, ha ufficialmente discusso.

Non è una riflessione oziosa, e valutare tutti i pro e i contro delle primarie su Prodi potrebbe esser decisivo. Per ora, certo, la Gad può dire di aver risposto subito - e con forza - all'ultima polemica di Berlusconi. Per il premier, infatti, nemmeno il tempo di evocare i fantasmi del comunismo (miseria, terrore e morte) ed eccogli servito - per la sua soddisfazione, immaginiamo - un comunista onesto ma non pentito come competitore del fido Raffaele Fitto.

giannelli
  
Vademecum per le primarie
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 20 gennaio

Coltivare l´albero della democrazia è un´opera buona e fruttuosa. Ma occorre farlo in modo convinto e competente. Si rischiano, altrimenti, conseguenze inattese. Com´è avvenuto in Puglia, domenica scorsa. Dove la vittoria di Nichi Vendola ha spiazzato gli stessi dirigenti del centrosinistra.
I quali avevano promosso le consultazioni primarie perché non riuscivano a mettersi d´accordo sul candidato. Le primarie come "metodo di soluzione di conflitti irrisolti" hanno sortito un esito imprevisto (dai leader della Gad). Decretando la prevalenza del candidato politicamente più radicale su quello vicino alla Margherita. Così, oggi, molti, anche nel centrosinistra, si affannano a spiegare che in Puglia ha "vinto" un estremista; e che altrove potrebbe avvenire lo stesso. Che, per questo, le primarie debbono venire "governate", in futuro, con giudizio.
Tuttavia, sarebbe penoso aggiungere errore ad errore. Pretendendo, dopo aver aperto le porte, senza troppa cautela, all´esercizio della democrazia diretta, nel centrosinistra, di addomesticarla, oppure di gestirla in modo furbesco.
Meglio fermarsi un istante a riflettere, in una fase tanto critica.
Le primarie sono un importante metodo di democrazia diretta, che serve a coinvolgere i militanti, i simpatizzanti e gli elettori, nella selezione della leadership e nell´identificazione dei programmi. In Italia, si è cominciato a parlarne circa un decennio fa, dopo la crisi dei partiti tradizionali. E da quando, in particolare, si è affermato l´Ulivo, come coalizione, ma anche come soggetto politico "distinto" rispetto alle sigle che ne facevano parte. Le primarie, in altri termini, hanno assunto un significato simbolico. Fra gli elettori di centrosinistra, infatti, sottolineano la domanda di unità e di partecipazione "oltre i partiti". D´altra parte, non ci sono, in Europa, esempi di elezioni primarie, nei termini oggi previsti in Italia. Altrove (nei paesi scandinavi, ad esempio), i candidati sono scelti dalle assemblee degli iscritti (lo ha ricordato Ignazi, in un recente saggio sulla Rassegna Italiana di Scienza Politica). Per questo, quando si parla delle primarie, in Italia, si evocano gli Usa. I cui partiti, peraltro, non somigliano (somigliavano?) per nulla ai nostri. Pragmatici, poco strutturati, ideologicamente compatibili, si mobilitano e si affermano soprattutto nel voto presidenziale. Le primarie, per questo, ne costituiscono la principale "missione" e il principale meccanismo di funzionamento (almeno in ambito federale). Tuttavia, negli Usa le primarie sono davvero "aperte". Sia perché gli elettori sono "abituati" a frequentarle (ma negli Usa per votare occorre "prima" iscriversi alle liste elettorali: il voto è un diritto, non un dovere). Sia perché vi concorrono diversi candidati e non c´è un vincitore predestinato. Kerry è diventato candidato dei Democratici senza che nessuno lo avesse previsto e pronosticato. Perché le primarie hanno una propria dinamica, una propria logica. Seguono regole specifiche; difficili da apprendere, senza averle prima sperimentate.
In Italia, fino a oggi, se ne è discusso in modo largamente approssimativo e ideologico. Affidando il compito della riflessione alla competenza e alla passione di alcuni intellettuali (Pasquino, Barbera e Ceccanti, fra gli altri). Autorevoli, quanto poco ascoltati.
Per questo è meglio ricordare ? a noi stessi, in primo luogo ? alcuni aspetti, sottovalutati, che condizionano il funzionamento delle primarie. Prendendo spunto dalla "lezione pugliese".
a) Nelle primarie, anche quando sono "aperte" a tutti gli elettori che dichiarino la propria preferenza di coalizione (come in Puglia), non votano tutti. Solo i più coinvolti, appassionati, militanti vi partecipano. Gli elettori più moderati, quelli "non allineati", più esterni alla politica, difficilmente votano alle primarie. Spesso, faticano a votare anche alle elezioni vere e proprie. Se queste sono le componenti determinanti per vincere le elezioni, occorre prendere atto che non necessariamente chi vince le "primarie" ? soprattutto dove non costituiscano una tradizione assimilata ? è il più "adatto" a vincere le elezioni vere. Conviene ricordare che la Bartolini, sconfitta a Bologna da Guazzaloca, aveva trionfato nelle primarie con l´80% dei voti.
b) Nelle primarie contano molto le risorse organizzative, ma anche, forse di più, la "visibilità" e l´appeal del candidato. Questa mi pare la spiegazione più credibile del successo di Vendola. Non certo "l´estremismo". Né la presunta "rivolta contro gli apparati" (Vendola è uomo d´apparato, impegnato nella società civile, come ha ricordato D´Alema, intervistato da Giannini). È, semmai, il suo personale "radicamento" territoriale, soprattutto a Bari. È la sua "capacità mediale". Altri leader di Rifondazione, magari più importanti di lui, al posto avrebbero incontrato una sorte ben diversa.
Da questa "lezione" possiamo trarre alcune indicazioni, tanto più importanti ora, che la Gad (ma davvero intende presentarsi con questo nome il centrosinistra?) ha indetto le primarie, a maggio, per decidere il candidato premier in vista delle prossime elezioni politiche.
1. Le primarie vanno preparate bene. Non possono essere improvvisate. Come altre scelte del centrosinistra in questi anni (ho davanti agli occhi l´esperienza della lista unitaria, avviata senza convinzione e sospesa nonsisaperché, dopo un risultato per nulla disprezzabile). Debbono fondarsi su regole chiare. E debbono essere "pensate", programmate, coordinate da organismi composti da figure rappresentative, competenti e responsabili.
2. Se si vuole evitare che votino "i soliti noti", gli impegnati di professione, occorre curarne la "comunicazione". In modo che tutti, o quasi, i potenziali elettori, sappiano che ci sono; come, perché, per chi si vota. In modo che i candidati abbiano possibilità di farsi conoscere e di far conoscere le proprie idee. Per questo è importante il rapporto con le organizzazioni e le associazioni, ma anche con le emittenti nazionali e locali.
3. La dicotomia fra persone e programmi, è dannosa. Un candidato deve promuovere programmi. E viceversa. Senza possibilità di scindere, tatticamente, gli uni dagli altri.
4. Le candidature non possono essere "finte". Chi ha pensato alle primarie del prossimo maggio come un rito dall´esito scontato, a favore di Prodi, meglio avrebbe fatto a organizzare qualcosa di diverso. Una convention. D´altra parte, "chiudere" la competizione artificialmente, in modo verticista, come in Puglia, dove è stata ridotta a un confronto personale fra Ulivo e Sinistra, impoverisce il dibattito. E le possibilità di scelta. Rischia, inoltre, di produrre risultati inattesi e sgraditi. Per questo, se si fanno le primarie, occorre farle seriamente. "Aperte" a diversi concorrenti "veri", con un confronto "vero". Senza vincitori predestinati. Sapendo, ovviamente, che c´è un favorito. Ma senza illudersi, o peggio, dare per scontato, che i favoriti siano, naturaliter, i vincenti.
5. Le primarie aperte, di coalizione, comunque vada, indeboliranno i partiti esistenti. Le loro basi di legittimazione e di organizzazione. Può essere un passaggio necessario verso nuove forme di partecipazione. Verso nuovi soggetti politici. Più rappresentativi ed efficienti degli attuali. Ma è meglio dirlo; comunque saperlo, senza fingere. A se stessi, anzitutto.
6. Le primarie sono una sfida difficile e importante, per il centrosinistra e per la democrazia italiana. Vanno affrontate con cura e con coraggio. Senza tenere socchiusa la porta, furbescamente, per controllare meglio chi fare entrare e chi no. Dopo aver promosso e promesso partecipazione. La gente sfonderebbe la porta, travolgendo i malaccorti apprendisti stregoni di turno.

giannelli
  
Veltroni: "Un errore le primarie"
Andrea Colombo su
il Manifesto 21 gennaio

A sorpresa Walter Veltroni esce allo scoperto, piomba nel direttivo diessino e appoggia a spada tratta Piero Fassino su tutti i fronti. E' il frutto della rinnnovata alleanza raggiunta nei giorni scorsi dagli ex diarchi della Quercia, il sindaco di Roma e il presidente del partito. D'Alema non ha partecipato al direttivo di ieri, ma le sue posizioni sono state ampiamente illustrate dall'alleato che risiede in Campidoglio. Veltroni chiede a Prodi di riproporre nelle prossime elezioni politiche "l'assetto del '96", però "con persone diverse". L'allusione è troppo chiara perché ci sia bisogno di fare nomi. L'assetto di cui parla è il ticket, con un diessino nel ruolo del vicepremier. Veltroni si sottrae però all'ipotesi di tornare a correre con Prodi. Di conseguenza si schiera automaticamente con il pretendente ufficiale, Fassino.

Anche sulle primarie il pupillo di Prodi prende posizione, sia pur con la dovuta accortezza, contro il professore. "Abbiamo sbagliato - afferma - a chiamare primarie quelle che primarie non sono. Si dovrebbe parlare invece di una consultazione su Prodi e sul suo programma". Eleganza formale a parte, la richiesta di Veltroni è identica a quella che reclama a gran voce l'intera Quercia. Alle primarie deve essere presente un candidato solo, Romano Prodi. Bertinotti per primo, e con lui anche Di Pietro e Pecoraro, devono ritirarsi.

Sono le primarie, l'incubo che grava sulla riunione del direttivo diessino, l'ombra che rende l'assemblea mesta e spaventata ancor più che tempestosa. Nella relazione introduttiva, il segretario mette in luce due difficoltà che, sommate, compongono un quadro disastroso: la prima riguarda tutta la Gad nel confronto con il centrodestra, la seconda tocca invece direttamente il ruolo della Quercia all'interno del centrosinistra.

Il primo capitolo è poco confortante. Fassino parla di rischi e di difficoltà senza entrare nel dettaglio, ma in sala molti sanno che circola un sondaggio Ipsos segretissimo e catastrofico. Prevede la sconfitta in Liguria, Abruzzo e persino nella Calabria già data per acquisita. Il solo a citarlo apertamente è Massimo Villone, provocando una reazione a dir poco accalorata di Fassino. Ma, per quanto secretata, la notizia è già di dominio pubblico sotto la Quercia. Nessuno nutre quindi dubbi su cosa motivi la preoccupazione del segretario. E' vero che a viale del Policlinico, nella sede del Prc, è arrivato, non commissionato, un altro sondaggio che registra il vantaggio di Vendola su Fitto in Puglia. Non è certo tuttavia che una vittoria in Puglia, a fronte di una sconfitta nelle altre ragioni in bilico, riconsolerebbe i diessini.

Quanto alla situazione all'interno della coalizione, il segretario non esita a parlare di una "tenaglia" che si va stringendo intorno alla Quercia, da un lato l'ala moderata di Rutelli, dall'altro quella radicale di Bertinotti. Va da sé che, con primarie egemonizzate dal binomio Prodi-Bertinotti, bisognerebbe parlare non più di semplice tenaglia ma di stritolamento in piena regola.

La Quercia prova dunque a passare all'offensiva. "D'ora in poi - anticipa il coordinatore della segreteria Chiti - abbiamo intenzione di giocare un ruolo pesante nella costruzione del programma". Poi, rivolto al leader del Prc: "Non è possibile dire che si vuol sostenere Prodi e costruire con lui il programma e poi presentarsi alle primarie in alternativa a Prodi. Bertinotti non può stare contemporaneamente in cielo e in terra".

Tanto è chiaro il messaggio diessino quanto è perentoria la risposta del leader del Prc: "La mia candidatura è indiscutibile". Arrivano quindi in veloce successione le conferme di Di Pietro e di Pecoraro ("O corre Prodi da solo o mi candido anch'io"). Del resto i veri destinatari degli "avvertimenti" diessini non sono i suddetti candidati. E' Romano Prodi, considerato (a ragione) l'artefice delle primarie "aperte". E' a lui che, nelle conclusioni, Fassino "consegna" il problema, affermando subito dopo che di primarie d'ora in poi non parlerà mai più. E ancora a Prodi sono destinati i bellicosi segnali di fumo che partono dal vertice diessino. Dall'ipotesi, quanto mai peregrina, di mettere in campo già nelle primarie il ticket Prodi-Fassino (che per la verità il professore non ha ancora accettato neppure per le politiche) al ricatto, del tutto incredibile, di schierare una candidatura diessina alla premiership qualora il professore insistesse nella minaccia di ritirarsi.

Ma queste non sono neppure prese di posizione agguerrite. Sono voci in libertà, e servono solo a rendere ragione del disagio profondissimo in cui annegano i Ds. Consci come sono di non avere in mano alcuna carta per impedire a Prodi e a Bertinotti di portare avanti la loro offensiva congiunta sulle primarie.

giannelli
  
Nichi il gentile?
Leggete un po' qui
Giampaolo Pansa su
L'espresso

Chi è per davvero Nichi Vendola, vincitore delle primarie uliviste in Puglia? È un piacione al cubo, ben più del guaglione Rutelli? È il Mago dell'Armonia, capace, come gli chiede Piero Fassino, di creare attorno a sé il consenso più largo? Per offrire un aiutino ai capi della Gad, andiamo a rileggere qualche puntata della rubrica che l'onorevole Vendola teneva su 'Liberazione': 'Il dito nell'occhio'. Un dito? Diciamo ditate, unghiate, manate, ceffate. Tutta merce autentica, by Nichi, di un'annata presa a caso, il 1999. Con la guerra contro Slobo Milosevic. E l'Ulivo al governo, presidente Massimo D'Alema.

La specialità di Nichi era il giudizio al curaro sui politici che considerava nemici. Armando Cossutta? "Il cappellano militare", "un esempio di cinismo incarnato nella liturgia levantina del mentire", "l'ipocrisia eletta a scienza, a metodo, a progetto politico". Nessuno come lui "sa tradire se stesso, la propria storia, i propri compagni, senza neppure inarcare il sopracciglio, senza abbassare il volume della tromba". Il Cossutta "si dice la verità da solo, si mente da solo, si celebra da solo, si seppellisce da solo". E infine: "Armando, voce del verbo armare".

Non è meglio Max D'Alema. "Grevemente atlantico. Cinicamente spoglio di dolore. Goffamente demagogico. Spocchia da statista neofita. Disinvoltura da giocoliere. Un dire frigido e maestoso". Insomma, "un D'Alema livido come i neon del metrò". Piero Fassino, in compenso, "blatera, come un'aringa, scempiaggini cingolate e mortali". Umberto Ranieri, altro vip dei Ds, "parla come un caporalmaggiore della Nato". È meglio lui "o quel caporalmaggiore di se stesso che è diventato il derelitto Marco Rizzo?".

Sempre il Rizzo, "che fu esimio studioso dei Bignami del marxismo leninismo", si è convertito "alle citazioni di Nostradamus. Domani vedrete che citerà Padre Pio e la Madonna di Lourdes: certi peccatori sono capaci di tutto". Antonio Di Pietro "ha una caratura mussoliniana". Lamberto Dini, "il noto venditore di tappeti", resterebbe al governo pure con Gengis Khan. Carlino Scognamiglio, ministro della Difesa, "è un bismarckiano in guanti bianchi che vive con eccitazione il suo ruolo involontariamente storico". E Luigi Manconi, deputato verde, "è il Peter Pan del centro-sinistra e mostra una qualche propensione bisessuale: lui diserta sia la guerra che la pace!".

Oliviero Diliberto, ministro della Giustizia, "prende le distanze dalla guerra senza prendere la distanze dalla sua poltrona". Non vuole dimettersi neppure Marco Minniti, "il gemello cattivo di Marco Rizzo". Mario Segni è "vanesio e iperbolico come un signorotto spagnolo, utile e necessario quanto la tigna o la rosolia. Perché a noi è toccata la malasorte di essergli contemporanei?". Quanto a Gad Lerner, lui fa "una squallida contro-pulizia etnica", è "un Pinocchio che ci diffama, definendoci amici di Milosevic e alleati delle più torbide destre scioviniste".

E ancora sul paparino di un tempo, l'Armando: "I cetnici di Cossutta si riuniscono nuovamente in conclave per deliberare svolte epocali. Ma le lettere di dimissioni le tengono sempre in tasca, questi ministri cosiddetti comunisti. Mi chiedo come ho potuto condividere giorni e anni della mia vita con queste maschere che non fanno ridere. Si agitano come anime del Purgatorio. Sanno che finiranno all'inferno".

Scrive il furente Nichi: "Se metto insieme i volti della sinistra di guerra e le immagini di quelle terre slave incendiate dai bombardamenti atlantici, mi viene in testa un libro-cult della mia generazione: 'Porci con le ali'. Questo establishment 'sinistro', al governo e alla Rai, ha portato i porci e le ali nelle basi Nato, e poi nei cieli adriatici, verso la conquista di un posto al sole o perlomeno all'ombra delle nuove piramidi americane".

Ma il deputato Vendola dà il meglio di se stesso su Emma Bonino. 'Un uomo chiamato Emma' è il titolo dell'11 aprile 1999. "Emma è un uomo di rara furbizia e di rocambolesco cinismo". "Si veste come un monaco tibetano, ma ragiona come un funzionario modello della Cia". "Lui, il Bonino, ama la guerra condita con ironiche citazioni di Gandhi". "Commissario della polizia europea, predica la non violenza dei Mirage e dei B52". "Gli piacciono le stragi ornamentali e le carneficine umanitarie". "È un terrorista dell'Uck o della Casa Bianca, travestito da carmelitano scalzo col paracadute". "Una vipera con la faccia di colombella, il soldato Emma Bonino. Con la tessera della Nato in tasca e con il cuore nel portafoglio".

Come definirlo un politico capace di parlare così? Un comunista gentile, oppure un tipo dal pensiero violento e dal linguaggio stridulo? Se la vedano i capi della Gad. Il Bestiario li aveva consigliati: lasciate al loro destino Rifondazione e i suoi Vendola. Non l'hanno fatto. E adesso, con questo candidato-governatore, cominciano a grattarsi i danni iniziali. Meglio non immaginare che cosa accadrà dopo.

giannelli
  
Se il Male è un'arma politica
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera 23 gennaio

Non è raro nella storia che un leader politico rivendichi per sé le salvifiche sembianze di un nuovo messia chiamato a sradicare il male e dare inizio a una luminosa epoca di benessere e armonia. Ma i messaggi messianici attecchiscono piuttosto nei sistemi totalitari, non nelle democrazie liberali che impongono limiti e contrappesi e imbrigliano le tentazioni di Assoluto nell'alveo di un pluralismo fondato sulla pari legittimità morale di chi aspira all'esercizio del potere.
Si apprende invece che Silvio Berlusconi ha ancora una volta dichiarato, stavolta con una certa baldanza davanti alla platea esultante dei socialisti di De Michelis, di sentirsi rappresentante del " bene " mentre gli altri, gli avversari " sono il male ".
Qualche giorno prima si era già fregiato del titolo di " Cristo " in lotta con le tenebrose cospirazioni dell' " Anticristo " presumibilmente incarnato dai nemici del centrosinistra. Ma se è notoria la propensione del presidente del Consiglio all'uso della metafora religiosa ( i ripetuti appelli all' " apostolato " dei seguaci, ma anche l'insistenza escatologica sulla " promessa " come dimensione essenziale della propria battaglia politica), dà sgomento la prospettiva di una lunga campagna elettorale interpretata come apocalittica preparazione dell' " Armageddon " finale in cui il trionfo delle forze del Bene implica la distruzione e la dannazione eterna del Male sconfitto e umiliato.
Dividendo gli italiani in apostoli del Bene e in portatori del Male, Berlusconi inevitabilmente finisce per agitare ( al di là delle intenzioni) lo spettro della guerra civile permanente come sbocco di una politica che non sa trovare ciò che è consueto nelle democrazie più collaudate: un comune terreno di valori in cui i contendenti, pur ferocemente divisi su tutto il resto, non possono non riconoscersi. Reintroduce arbitrariamente la dimensione dell'assolutezza nella lotta politica, pericolosamente trasformata in una drammatica e ultimativa competizione per la vita e per la morte. Distrugge la credibilità morale degli avversari, generando il terrore che la loro eventuale vittoria alle urne possa rappresentare non un normale e revocabile successo elettorale ma un incommensurabile lutto per la stessa libertà, l'inizio di un'epoca buia e governata da una forza intrinsecamente malvagia. Berlusconi, a cui pure piace raffigurarsi come l'emblema del " partito dell'amore " in guerra con quello dell' " odio " forse non immagina nemmeno, inebriato del proprio messianismo politico, quanto " odio " supplementare venga generato da questa rappresentazione manichea della lotta politica.
Ma è difficile non capire che la chiamata alle armi contro le forze del Male implica logicamente la necessaria legittimazione di qualunque mezzo utile per arginare la loro avanzata. Come sarebbe possibile, infatti, accettare passivamente un semplice verdetto elettorale negativo se esso viene riportato alla terrificante visione apocalittica di un Anticristo trionfante? Si potrebbe obiettare che anche i " guitti " dell'oltranzismo di sinistra sono ossessionati dalla demonizzazione di Berlusconi. È vero. Ma le frange di quella che è stata definita " l'odiocrazia militante " di sinistra sono pur sempre residui di un ideologismo intransigente e intossicato che tra l'altro ha già dimostrato di essere controproducente per lo stesso schieramento desideroso di sostituirsi al centrodestra con i mezzi leciti della democrazia. Berlusconi, invece, non solo è il leader riconosciuto della sua coalizione, ma come presidente del Consiglio è chiamato a governare e rappresentare tutti gli italiani, quelli che lo hanno votato ma anche quelli che militano nelle presunte falangi del Male. Non per generico rispetto delle forme e delle linee di condotta che pure dovrebbero essere interiorizzate da ciascun protagonista della lotta politica, a un capo del governo non dovrebbe essere consentito di delegittimare in permanenza chi, rappresentando l'alternativa a chi governa, è indispensabile per l'esistenza stessa della democrazia. Si capisce forse che, sull'onda del travolgente successo di Bush trascinato dal richiamo ai valori " forti " , anche Berlusconi voglia trasfigurare la battaglia politica sul terreno emozionale a lui più congeniale. Ma i guasti della politica trasferita nel cruento campo di battaglia dalle dimensioni apocalittiche sono più profondi di qualunque vantaggio personale. Max Weber diceva con sublime cinismo che, semmai avessero avuto bisogno di confortanti " visioni del mondo " , i militanti politici avrebbero potuto piuttosto recarsi al cinema per non fare danni eccessivi. Cristo e il Bene Berlusconi può tranquillamente lasciarli ai legittimi ministri del culto. Usati come bandiere politiche, di danni ne fanno sin troppi.

giannelli
  
D'Alema e l'orgoglio dei Ds
“La nostra pazienza è al limite”
Massimo Giannini su
la Repubblica 19 gennaio

ROMA - Presidente D´Alema, questo è un "day after" un po´ amaro per lei...
"Day after di che cosa, scusi?".
Dopo la vittoria di Vendola in Puglia la tesi prevalente è: ha perso D´Alema, ha vinto la società civile.
"Ora basta. Tutti devono capire che non si può abusare troppo a lungo della nostra pazienza e del nostro spirito unitario".
Tutti chi? Lei ce l´ha con gli alleati, da Rifondazione alla Margherita?
"È noto che in Puglia noi avevamo proposto un altro candidato. Proprio quel presidente della Provincia di Bari, Vincenzo Divella, che adesso il governatore del Polo Fitto definisce il candidato che avrebbe temuto di più. Non si trattava di una scelta facile, avrebbe richiesto un´unità che nella coalizione non c´è stata. Altri, non noi, hanno avanzato una candidatura diversa. E noi ci siamo adeguati, con grande senso di responsabilità. Abbiamo sostenuto con convinzione Boccia, del quale io ho una grande stima e sul quale sarebbe ora ingeneroso scaricare l´esito delle primarie. Boccia è bravo, rappresenta una risorsa per il centrosinistra, ma con il limite che indicammo subito: non aveva grande visibilità e non aveva un´esperienza politica consolidata alla spalle. Non ci ascoltarono... ".
E così ha vinto Vendola. Una vittoria anche "contro la nomenklatura dei partiti", come in molti l´hanno letta. È così?
"Senta, io ho grande simpatia per Nichi. Lo conosco da 30 anni, da quando guidavo la Fgci. Ma la sua vittoria è l´esatto contrario della sconfitta della nomenklatura. Perché Vendola, sia pure con tutta la sua forte carica di originalità e di passione, è un uomo della politica e dei partiti. Molto di più di Boccia. Certo ha pesato anche la forza della sua personalità e il suo impegno in tante battaglie popolari dalla parte dei cittadini e in particolare dei più deboli".
La sensazione è che abbia vinto anche perché l´hanno votato in massa anche gli elettori Ds, che non hanno obbedito al vostro ordine di votare per Boccia.
"Altra leggenda, frutto della superficialità e dell´improvvisazione di certe analisi che ho letto con sgomento sui giornali. Scorrendo i risultati comune per comune e conoscendo almeno un po´ la storia della Puglia e la sua "geografia politica", si può constatare che il maggior numero di voti avuti da Boccia sono proprio nelle città in cui è più forte la presenza organizzata dei Ds. Primo esempio: a San Severo, provincia di Foggia, Boccia ha preso 622 voti, contro i 287 di Vendola. Secondo esempio: ad Apicena, detta la "Stalingrado della Capitanata", Boccia ha preso 603 voti, contro i 151 di Vendola. Vado avanti?".
Non c´è bisogno. Ma dove vuole arrivare?
"Il punto vero è che noi abbiamo sostenuto con lealtà e votato con convinzione per Boccia. Vendola ha vinto dove c´è più diffuso il voto d´opinione. E ha vinto soprattutto a Bari, dove la forza organizzata del nostro partito non è la componente fondamentale del centrosinistra".
E allora?
"Allora, trovo strano che all´indomani delle primarie i leader del partito di Boccia tacciono, quelli che hanno voluto a tutti i costi le primarie in Puglia scompaiono, e sul campo restiamo solo noi. Trovo strano che solo D´Alema abbia l´abitudine di battersi, e a volte di prendersi anche responsabilità non sue, mentre gli altri fischiettano e fanno finta di non essere mai passati di lì. Non è un modo serio per discutere, e per trarre insegnamenti utili sul futuro che ci aspetta".
Nel futuro che vi aspetta ci sono, prima di tutto, le regionali.
"Prima ancora ci sono le elezioni suppletive di domenica nel collegio Bari 2 dove tutto il centrosinistra sostiene Nicola Latorre, voglio sottolinearlo, con grande impegno unitario. Poi ci sono le elezioni regionali in cui sosterremo con lealtà Vendola. Ma è chiaro adesso che buona parte del compito è nelle mani di Nichi. Spetterà a lui tenere una linea responsabile, e favorire l´allargamento dell´alleanza. Le primarie sono tutt´altra cosa rispetto alle politiche. Per vincere le primarie a Vendola sono bastati 41 mila voti. Per vincere le regionali ne deve prendere 1 milione 200. Non stiamo parlando di tanti voti in più. Stiamo parlando di un´altra dimensione politica. E lo dico io, che in Puglia ho preso 262 mila preferenze: è una regione complessa, dove vi è stata una maggioranza prima democristiana, poi di centrodestra. Sarebbe un errore esiziale credere che la fotografia politica della regione stia tutta in quei 41 mila voti che hanno fatto vincere Vendola".
Dopo le regionali ci saranno le primarie nazionali e poi le politiche. E qui c´è il nodo più intricato. Dopo questa affermazione in Puglia Bertinotti alzerà la posta, e l´asse politico dell´Ulivo si sbilancerà ancora di più su posizioni radicali?
"Io credo che, se c´è una lezione utile che si può trarre da una vicenda per certi versi traumatica come le primarie, è questa: oggi Rifondazione festeggia, ed è legittimo. Così come trovo legittimo che il terzo partito dell´alleanza di centrosinistra possa schierare un suo candidato su 14 regioni in cui si andrà a votare. Ma attenzione: proprio dal momento che avrà un suo candidato, a questo punto Bertinotti si carica di una responsabilità politica forte. Tutti noi ci impegneremo, ma per Fausto e per il suo partito ci sarà un impegno del tutto particolare. L´intera sinistra si deve prendere in carico l´onere del governo. La misura della sua idoneità sarà nell´esito delle elezioni, di quelle vere. Ora festeggino pure. Io spero che ci sia motivo di festeggiare anche dopo il voto del prossimo aprile".
Ma nella prospettiva delle elezioni politiche, e quindi del programma, non c´è il rischio che lo spazio del centrosinistra riformista si restringa sempre di più?
"Non credo che dopo il voto pugliese l´asse della coalizione si sposti verso un assetto "rivoluzionario". Questa può essere la campagna denigratoria che per ovvie ragioni la destra avrà interesse a cavalcare. Ma ripeto, sono convinto che dopo la vittoria alle primarie Rifondazione dovrà condurre una campagna elettorale all´insegna dell´unità, sapendo combinare la passione politica di cui Vendola è certamente portatore con il pragmatismo e il realismo riformista di cui ha bisogno una grande regione come la Puglia. Noi lo aiuteremo e sono convinto che saprà muoversi con intelligenza ed equilibrio".
Insisto: resta irrisolta la questione dei riformisti. Non si vedono, non si sentono.
"La questione è semplice: se si vuole rafforzare e rendere più visibile l´asse dei riformisti, bisogna rafforzare il lavoro comune e la collaborazione tra le forze della federazione dell´Ulivo".
Giusto. E qui, scusi il gioco di parole, ma con la Margherita non sono proprio rose e fiori. Lo dimostra l´ultima polemica con Rutelli sulla fine della socialdemocrazia.
"Più si accentuano le incomprensioni, più si incrina l´asse riformista. Le voglio leggere un fax, uno dei tantissimi che ho ricevuto dai nostri iscritti e militanti in queste ore: "Ha vinto Vendola? Caro D´Alema, ti sta bene, visto che invece di candidare un bravo compagno ci avete detto di votare per il candidato di un partito il cui leader dice che la socialdemocrazia va messa in soffitta". Ora, a incidente chiuso, a Rutelli voglio dire questo: di tutto abbiamo bisogno, fuorchè ricacciarci nella spirale delle polemiche e dei sospetti. Ed è chiaro che se da una parte noi tiriamo la carretta per far votare Boccia ad Apricena e dall´altra il principale partito alleato ci dà addosso, questo davvero non aiuta".
Ma a lei, che propugna da tempo l´idea di un grande partito riformista nel solco della tradizione del socialismo europeo, il ragionamento di Rutelli che impressione ha fatto?
"È una polemica nata su un grande equivoco. Mi sembra un´ovvietà dire che il modello socialdemocratico vada ripensato. Ma come ha detto Cacciari, questa non è una grande scoperta del pensiero, visto che il dibattito sulla crisi del Welfare e dell´egualitarismo livellatore si è aperto circa 25 anni fa. Semmai c´è da chiedersi perché, nonostante questa crisi, quello del socialismo rimane il più grande movimento dei progressisti e dei riformisti di tutto il pianeta. Evidentemente certi valori, come l´uguaglianza, le pari opportunità, la solidarietà, in un mondo sempre più globalizzato non sono proprio da buttare, ma anzi acquistano un valore nuovo. Ciò detto, non sono un difensore dell´ortodossia socialdemocratica. Due anni fa, insieme a Giuliano Amato e senza aspettare Rutelli, scrivemmo una lettera aperta al Pse, per suggerire un allargamento dei confini del socialismo europeo. Ma stiamo parlando di un movimento politico che raggruppa 160 partiti in tutto il mondo, ed esprime 60 capi di Stato e di governo. Dire che questo fenomeno è esaurito, francamente, mi pare quanto meno prematuro".
Sta di fatto che, per una ragione o per l´altra, il partito più in sofferenza è e resta la Quercia.
"No, noi non siamo in sofferenza. Siamo sotto tiro. Cantiamo e portiamo la croce. È un po´ anche il nostro compito. Siamo una grande forza, siamo il partito più importante del centrosinistra, portiamo sulle spalle una grande responsabilità. E la gente sa che, comunque vadano le cose, può contare su di noi. Anche se qualcuno ci sputa in faccia, noi ci siamo e ci saremo sempre".
Di questo, secondo lei, anche Prodi tiene e terrà il debito conto?
"Non ho alcun dubbio".
E allora qual è il messaggio finale che vuol mandare agli altri alleati?
"Non voglio lanciare un generico appello moralistico, ma io dico che abbiamo un dovere morale: dimostriamoci classe dirigente, all´altezza del compito che ci aspetta, che sarà quello di rimettere ordine ai disastri compiuti dal governo Berlusconi. Il centrosinistra siamo noi, impariamo a rispettarci e ad accettarci, con pazienza, anche se a volte non siamo d´accordo su singole questioni. Noi Ds lo stiamo facendo. Ci sacrifichiamo per l´alleanza. Teniamo più di altri la barra del timone sulla rotta della responsabilità. È un grande merito di Fassino. Ma qualcuno se ne approfitta. E allora è il momento di dire basta. Così non si fa un danno ai Ds, ma a tutto il Paese".

giannelli
  
Chi nomina il nome di Dio invano
Claudio Magris sul
Corriere della Sera 21 gennaio

Il Regno dei cieli, ammonisce duramente Gesù nel Vangelo, non appartiene a coloro che dicono di continuo: " Signore, Signore! " . Avere troppo spesso e a sproposito Dio sulle labbra non è un buon segno, né per la fede né per la cultura, l'intelligenza e l'onestà di una società.
Nelle ultime settimane e negli ultimi giorni c'è stata una crescente, blasfema " commistione tra affermati disegni divini e cointeressenze umane " , sferzata da Giorgio Grigolli su quell'eccellente giornale che è Il Nostro Tempo , bisettimanale cattolico della diocesi di Torino.
Far coincidere i disegni di Dio — e magari immani catastrofi attribuite disinvoltamente alla sua volontà — con i propri interessi è una bestemmia ben più sacrilega e repellente di quelle che si sentono per strada.
Una sciagura che fa morire tante persone fa sempre guadagnare qualcuno, se non altro le imprese di pompe funebri, ma pensare che sia stato Dio a farle morire, come un sicario assoldato per accrescere quei profitti, è un'indecenza e una imbecillità. Chi è sicuro che Dio sia dalla sua parte, come i nazisti che proclamavano " Gott mit uns " , Dio è con noi, è quasi sempre un imbroglione violento o — come in quel caso — assassino, che per fortuna, come in quel caso, spesso finisce male.
Di queste bestemmie contro il Padreterno e contro la più elementare intelligenza e umanità le cronache recenti ci hanno dato numerosi esempi da manicomio: dal reverendo Jerry Falwell, leader della " maggioranza morale " ( termine privo di qualsiasi senso e dunque truffaldino) in Virginia, secondo il quale " l'America ha votato come voleva Dio " , declassato dunque a spot elettorale, a quegli ecclesiastici evangelici americani non meno mentecatti secondo i quali l'eccidio dell' 11 settembre è stato la punizione di Dio per le colpe degli Stati Uniti. In Italia non singoli balordi, bensì il capo del governo ha dichiarato ufficialmente — con parole definite per fortuna " sciocchezze " anche da persone a lui politicamente assai vicine ma non squinternate né inclini al sacrilegio — di rappresentare Cristo contro l'Anticristo. Non sembra che Giovanni Paolo II, che ha qualche titolo in più per considerarsi vicario di Cristo, sia preoccupato di questa concorrenza sleale.
Pure qualche alto esponente della Chiesa cattolica si è lasciato andare — stranamente, perché la formazione culturale cattolica è solitamente di altra levatura — a dichiarazioni peregrine, per usare un rispettoso eufemismo, secondo le quali — così ha detto il cardinale Renato Martino — col maremoto in Asia " Dio forse ha voluto mettere alla prova la nostra capacità di essere solidali " . Migliaia di persone sarebbero dunque morte e migliaia rimaste prive di tutto affinché io, un mio collega di Dipartimento o l'eventuale lettore che mi sta ora leggendo sul Corriere potessimo ringalluzzirci della nostra generosità, soddisfatti di aver nobilmente sborsato una piccola somma. Con tutti gli sms in continuo aumento, scrive Grigolli dimostrando una ben altra formazione cattolica, l'Onnipotente sarà certo soddisfatto dell'esito dell'esperimento. Dio che mette alla prova è un profondo tema religioso ed è bene non farne involontarie parodie.
L'inflazione del nome di Dio impazza soprattutto negli innumerevoli dibattiti mediatici dedicati alla tragedia del maremoto asiatico, dinanzi alla quale ci si domanda perché Dio l'abbia permessa o voluta, se e in quale connessione essa stia con le colpe degli uomini, se essa metta o no in discussione la misericordia o l'esistenza di Dio. Alla tv, alla radio, sui giornali, si afferma o si nega un significato religioso di questa tragica vicenda, si accusa Dio e/ o l'uomo; rappresentanti delle varie confessioni religiose, filosofi, intellettuali espongono le dottrine delle loro Chiese, delle loro ideologie e della loro filosofia sul dolore, la colpa, il castigo, il destino, l'amore, l'ira o l'indifferenza di Dio.
Ogni sventura, ogni ingiusta e atroce sofferenza pone certo — soprattutto ai credenti — l'antica, terribile domanda sulla responsabilità di Dio: dov'eri tu, quando succedeva questo intollerabile scandalo, quando un innocente veniva umiliato, calpestato, torturato, massacrato, trucidato? Questa domanda, questo grido che è insieme di protesta e di aiuto, è forse l'essenza della religione, che nasce per rispondere al dolore e per riscattarlo; è insieme la sua forza e la sua debolezza, la forza della sua partecipazione al dolore e della sua promessa di redenzione e la debolezza dell'inadempimento di quella promessa, mai mantenuta eppure mai cancellata.
Ma occorreva lo tsunami, con i suoi oltre duecentomila morti, per riaccorgersi di questo? Forse che la morte di un solo individuo straziato non pone, con altrettanta forza, quella domanda, non spinge con altrettanta forza a invocare Dio, ad afferrarsi a lui, a negarlo, ad accusarlo, a pregarlo o a bestemmiarlo con eguale diritto? Anni fa le cronache riportavano la storia di una prostituta che, poiché portava troppo pochi soldi ai suoi magnaccia, fu costretta per punizione da essi — cui auguriamo di cuore, se sono vivi, un'analoga fine — a mangiare i propri e i loro escrementi e fu poi uccisa a morsi. Non basta lei, per chiamare Dio alla sbarra — o, secondo altri, per affidarla alla sua misericordia e alla sua vendetta? Ogni vittima pone, da sola, queste domande sulle cose ultime. Il numero delle migliaia e migliaia di morti e diseredati non aggiunge nulla a queste domande. Quel numero pone problemi pratici diversi: enormi problemi tecnici, economici, sociali, politici, d'ordine pubblico e così via; non muta la metafisica né lo scandalo esistenziale della sofferenza, che è sempre lo stesso, la storia di Giobbe.
Quei problemi gravissimi vanno affrontati non discutendo su Giobbe, sulla colpa o non colpa di quegli indonesiani o di quei turisti annegati, su Dio che tace, bensì analizzando e attuando le misure pratiche più adatte a lenire le sofferenze delle popolazioni colpite. Questo non ci esime dal porci ogni giorno quelle domande sul perché del dolore, poiché ogni giorno — anche senza maremoti, attentati, bombardamenti, sventure e violenze d'ogni genere — ci costringe a porcele, indipendentemente dalla nostra professione di fede, di ateismo o di agnosticismo.
Abbiamo sentito la tv chiedersi non concretamente ma fumosamente se lo tsunami abbia a che fare con la colpa.
Le grandi religioni — correttamente intese ed esposte — insegnano a concepire lucidamente la colpa, non come un enigma fumoso. Esistono sciagure dovute agli uomini, come le guerre e altre violenze, ed esistono sciagure dovute alla natura, come i terremoti, ma non sempre la distinzione è facile, perché talvolta chi muore sotto le macerie di un terremoto è vittima sia delle sconvolte viscere della terra sia dei ladri che hanno fraudolentemente costruito le case poi crollate sugli uomini in zone sismiche dove non bisognava costruirle, ladri che una scossa trasforma in assassini.
Alcune catastrofi naturali sono causate o concausate pure dall'attività criminosa o irresponsabile di quella specie naturale che sono gli uomini.
La colpa è solo individuale e solo in quanto tale, in quanto specifico atto criminoso, è punibile. Credenti e non credenti possono parlare solo della sua punibilità da parte del Codice penale, senza pretendere empiamente di identificarsi con Dio o di punire in suo nome.
Abbandonarsi alla volontà di Dio è una cosa, pretendere di identificarla con la propria, come donna Prassede nei Promessi Sposi , è insieme stupido, crudele e sacrilego. Nel Libro di Giobbe la figura peggiore e più empia la fanno i suoi supponenti amici, convinti di sapere che egli si è meritato i castighi di Dio.
Certo, a parte la responsabilità di ognuno di noi, viviamo tutti in un mondo che non è innocente, che è segnato e in parte costituito da tante colpe commesse — violenze, ingiustizie, abusi, crudeltà che ci sono ignote ma di cui lo sentiamo fisicamente pervaso e compenetrato, come l'aria dallo smog. Il peccato originale — spiega il grande teologo gesuita Karl Rahner, cattolico rigorosamente ortodosso — non è una malvagia tendenza ereditaria trasmessaci da Adamo come le tare nei romanzi ottocenteschi, ma è l'oggettiva situazione del mondo in cui veniamo a trovarci, che non è privo di colpa e nel quale si inserisce la nostra azione che, buona o malvagia, coopera alla sua salvezza o perdizione. Mi auguro dunque dibattiti mediatici che parlino non di Dio, ma di come hanno luogo i soccorsi, con tutto ciò che questo implica.
Per il resto, è bene attenersi, credenti e non credenti, a un comandamento ribadito con forza dal cristianesimo e ancor più dall'ebraismo: " Non nominare il nome di Dio invano " .

giannelli
  
I conti con Craxi dei riformisti
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera 21 gennaio

Curioso. Ma forse un po' meno di quanto possa sembrare a prima vista. Le cose più provocatorie, ma anche più interessanti ( e attuali) su Bettino Craxi, a cinque anni dalla morte, le ha scritte, su Liberazione , Rina Gagliardi, firma di punta del Manifesto nella stagione craxiana.
La tesi è presto detta. Il riformismo " inteso come vocazione politico- ideologica, identità " moderna", capacità di superare i confini tradizionali della sinistra " in Italia lo ha inventato e praticato per primo lui, scatenando una durissima battaglia a sinistra e ( anche se i voti continuavano a premiarlo poco) dando a lungo l'impressione di essere sul punto di vincerla definitivamente. Se le cose stanno così, l'epilogo tristissimo, e drammatico, del craxismo, questione morale, condanne, odio popolare e anni di Hammamet compresi, non basta a rimuovere la questione, o ad affidarla agli storici del futuro. La " campagna di riabilitazione " , condotta dai familiari e da tanti gruppi della diaspora socialista, ha un valore non solo umano, e sentimentale, ma anche e soprattutto storico- politico; un valore di verità, perché ormai un riformismo così inteso ha fatto un'infinità di proseliti sulla destra della sinistra e sulla sinistra della destra. In particolare, " i gruppi dirigenti della sinistra moderata " dovrebbero smetterla di fare orecchie da mercante, pagare il loro debito, trovare finalmente il coraggio di " dirsi craxiani " .
Intendiamoci. A muovere la bravissima ( e, come è giusto, politicamente cattivissima) Rina non è solo l'irrefrenabile desiderio di contribuire al ristabilimento della verità, o alla scrittura di una storia ( fin qui inesistente) del riformismo italiano degli ultimi decenni. È lotta politica che Gagliardi vuol fare.
E, se vogliamo, con strumenti non proprio nuovissimi. Tanto è vero che a conclusione del suo articolo ci ripropone pari pari, trasferendola addirittura nelle primarie pugliesi, una raffigurazione delle divisioni del centrosinistra assai simile, anche lessicalmente, a quella proposta negli anni Ottanta dai più fieri avversari del leader socialista: di là i craxiani ( magari non confessi, " coperti", e quindi ancor più pericolosi) tutti appiattiti sulla banale idea di " governare il cambiamento " , di qua la sinistra che propugna " un'alternativa radicale all'esistente " , " il superamento della logica dell'impresa e del mercato " e via elencando.
Ma il problema rimane. I debiti, in politica, non si pagano ( quasi) mai, figurarsi in un caso complicato e controverso come questo: è da escludere, quindi, che la richiesta di Rina Gagliardi venga esaudita da riformisti che, nella stragrande maggioranza, craxiani non sono mai stati, nemmeno alla lontana. Resta il fatto che il riformismo " moderno", tanto inviso all'editorialista di Liberazione , Bettino Craxi provò ad anticiparlo davvero, nei fatti più che nella teoria, su molte questioni cruciali, con una nettezza che gli valse l'avversione di tutti i conservatori, di destra e di sinistra, allora come adesso assai potenti. Infine, perse. E perse nel peggiore dei modi, ben prima di Mani Pulite, quando non trovò più la forza e il coraggio di andare avanti su questa strada e si acconciò a una mediocre alleanza di governo e di potere negli stessi mesi in cui ingloriosamente crollava quel comunismo reale che, da socialista anticomunista, aveva combattuto per una vita. Rina Gagliardi ha perfettamente ragione: nel tempo in cui guidava le danze della politica italiana, fu amato dai suoi sostenitori e odiato dai suoi nemici con pari intensità. Dopo la caduta, dei primi si perse quasi traccia, i secondi si moltiplicarono. Adesso, senza chiedere a nessuno di dichiararsi per quello che non è mai stato, si può chiedere a tutti, riformisti e radicali, un giudizio finalmente sereno. Rina Gagliardi: fu il leader del Psi a superare per primo i confini tradizionali del progressismo

giannelli
  
Il duello infinito fra Paolo B. e il signor F.
Luigi Pastore su
la Repubblica 18 gennaio

Il sindaco architetto-ambientalista e il costruttore dal cognome più famoso d´Italia. È infinito il duello tra Michele Faglia e Paolo Berlusconi, oggetto del contendere la Cascinazza di Monza, un´area di quasi 500mila metri quadrati di verde intorno a una bicocca diroccata, a pochi metri dal Lambro.
Questa è una storia che ha quasi mezzo secolo, ma negli ultimi due anni e mezzo sembra diventata una questione personale tra il sindaco ulivista, architetto allergico al troppo cemento, e il costruttore fratello del Capo del governo, sensibile esclusivamente alla voce metri cubi edificati. "Sembra un fatto personale, ma non lo è, io Paolo Berlusconi non l´ho mai
conosciuto", sorride Faglia. Il 23 dicembre scorso ha dato il via libera in giunta a una variante del Piano regolatore, che, se approvata dal consiglio comunale, metterebbe la parola fine alle speranze di Berlusconi junior di costruire nell´area della Cascinazza, 388 mila metri cubi per circa 4mila abitazioni, un quartiere già ribattezzato "Monza due", a immagine e somiglianza di quelli nati a Segrate e Basiglio tra gli anni Settanta e Ottanta.
Sono venticinque anni che Paolo Berlusconi ci prova, ossia da quando attraverso la sua Iei (Istituto per l´edilizia industrializzata) acquistò l´area, di proprietà dal 1962 della famiglia Ramazzotti.
L´obiettivo era chiaro, in un´epoca assai propizia per il business del mattone, ma il fratello del premier si è scontrato sin dall´inizio con la destinazione d´uso "agricola", cioè a verde, indicata dal primo piano regolatore della città. La battaglia giudiziaria durata lustri ha visto l´amministrazione guidata da Faglia vincere definitivamente l´estenuante braccio di ferro, con l´ultima pronuncia della Corte d´appello, resa nota l´autunno scorso, e nella quale si nega al costruttore qualsiasi risarcimento (si parlava di oltre 250 milioni di euro) per l´impossibilità di costruire sull´area. Ma il sindaco architetto con il pallino dell´ambiente non si è fermato. Vuole essere certo di fermare Berlusconi e per questo ha ordinato la variante al Prg, con cui si blinda la "Cascinazza", inserendola nel Parco del medio Lambro, che si estende tra Brugherio, Sesto e Cologno e che prevede rigidi vincoli ambientali: "Ma non ce l´ho con Berlusconi e non sono un khomeinista dell´ambiente. Io rispetto i diritti di tutti, anche quelli di chi fa il mestiere di costruttore. Ma quell´area è sempre stata a destinazione agricola, è immersa nel verde e costruire lì sarebbe pericoloso anche per la eccessiva vicinanza al Lambro, che più volte ha fatto danni. Inoltre, a Monza non abbiamo bisogno di un quartiere come quello, per ricchi, ma di case per il ceto medio e per chi fatica a tirare fine mese".
E per argomentare la sua neutralità ideologica, Faglia cita il caso del centro commerciale a Rondò dei Pini, altra battaglia urbanistica, nella quale il sindaco ha recitato, però, la parte del "cattivo", non bloccando, ma solo correggendo, un´operazione ferocemente contestata dagli ambientalisti e costatagli una mini crisi di giunta, con le dimissioni di alcuni assessori. Ma con Paolo Berlusconi è, comunque, scontro infinito, e forse per risolverlo servirà qualche arbitro più o meno parziale. Il costruttore più famoso d´Italia si è rivolto alla giunta provinciale di Milano, guidata dall´ulivista Penati e con un assessore all´Ambiente Pietro Mezzi, verde intensissimo, per chiederle di commissariare il Comune di Monza sulla vicenda. E la contromossa dell´ulivista Faglia è fare appello al polista Formigoni, perché cambi un articolo della legge urbanistica regionale, che rischia di bloccare la variante al Prg varata per "salvare" la Cascinazza: "Il tempo delle cementificazioni selvagge è finito, sarebbe grave punire chi lavora per far crescere le città nel rispetto dell´ambiente", è il messaggio al governatore. Faglia contro Berlusconi o, se preferite, Berlusconi contro Faglia. La storia continua.

giannelli
  
L'etica naturale degli artigli
Edoardo Boncinelli sul
Corriere della Sera 19 gennaio

Ad alcuni la teoria dell'evoluzione biologica non piace perché getta una luce sinistra sugli eventi naturali, dipingendoli come una successione di lotte, crudeltà e stermini, una " storia di artigli e di zanne " , come ha detto qualcuno.
A parte il fatto che rifiutarsi di accettare razionalmente la realtà è sempre e comunque sbagliato, e che questo immane, incessante scontro di individui e di specie è stato in genere dipinto a tinte molto più fosche di quanto non meriti, il motivo più profondo per il quale alcuni si ritraggono turbati, se non inorriditi, dalla contemplazione di questi fatti e misfatti, è da ricercare nell'assunzione, comprensibile ma assolutamente illogica, che chi rileva tutto questo voglia così giustificare il lato crudele e " ferino " dell'animale uomo. Se vogliamo, è proprio il contrario.
Contemplando che cosa potrebbe essere l'uomo per natura, non possiamo non meravigliarci e compiacerci nell'osservare quanta strada abbia fatto la civiltà per portarci lontano da tanti " naturali " eccessi.
In natura il debole e il malato soccombon o sempre e i vecchi vengono abbandonati al loro destino. A noi tutto ciò non piace. Le nostre città sono piene di persone che conducono una vita normale, o quasi normale, nonostante le loro infermità, congenite o acquisite, o i loro acciacchi.
In natura si consuma quotidianamente una sorta di strage degli innocenti.
Le ferree leggi della selezione naturale fanno sentire più rude e pressante la loro stretta sui neonati e sui fragili cuccioli, falcidiati da malattie e contrattempi di ogni tipo.
Il nostro mondo ha ridotto e sta riducendo oltre ogni speranza il fenomeno della mortalità infantile. In natura non ci sono tribunali. E nessuno a cui appellarsi. In natura la mente brillante non " luce " proprio mai " in disadorno ammanto " . Molte cose, insomma, in natura vanno in una certa maniera, ma a noi non piace che dalle nostre parti vadano così. Siamo tanto più umani quanto più riusciamo a smussare e addolcire gli effetti delle ferree leggi della natura, per nessun altro motivo che a noi, come uomini, certe cose non piacciono affatto. Credere nei meccanismi dell'evoluzione biologica non significa assolutamente avallare una visione spietata delle cose della nostra vita.
Può sembrare una contraddizione ma è più che opportuno sottolineare che " non vi è alcuna incoerenza nel favorire il darwinismo come scienziato, contrastandolo allo stesso tempo come essere umano; non più di quanto sia incoerente fornire una spiegazione ( non immaginaria, aggiungo io) del cancro come medico accademico, combattendolo al tempo stesso nell'esercizio della propria professione " . A fare questa affermazione è Richard Dawkins, uno dei più grandi divulgatori che siano mai esistiti, instancabile nel proporre e riproporre i suoi pensieri e le sue speculazioni sui meccanismi dell'evoluzione biologica, come dire sull'essenza della vita stessa, nel primo saggio contenuto nella sua ultima splendida raccolta apparsa in italiano, Il cappellano del Diavolo ( Raffaello Cortina Editore, pagine 347 , e 25,50).
Quando si raggiungono certi livelli, la divulgazione non è più un mero, anche se abile, trasferimento di conoscenze dai palazzi dell'accademia, paludata e solenne, alle stanze della quotidianità.
Diventa vera e propria creazione, un'originale e innovativa rielaborazione di concetti e di passaggi logici: vera biologia teorica, se mai questo termine può avere un significato . In questa luce Dawkins è un pensatore nel senso più pieno del termine, per giunta contrassegnato dal dono della chiarezza. E dell'intelligenza. Si può non essere d'accordo su alcune sue formulazioni estreme, ma è doveroso sempre fargli tanto di cappello, per il vigore, la coerenza e l'onestà intellettuale nel proporre sempre nuovi pensieri e nel dire cose a volte anche impopolari, un esercizio questo in pericoloso declino nel nostro arruffato paese, dove all'acquiescenza si contrappone spesso un'inutile rissosità e alla piattezza la stramberia. Al fine di conquistarsi un facile applauso.

giannelli
  
Amico®
su
Personalità Confusa 13 gennaio

Sei costretto a pranzare solitario al ristorante ma il tavolo con un unico coperto ti fa tanta malinconia?
Vorresti andare al cinema a vedere l'ultimo film del tuo regista iraniano preferito ma non trovi uno straccio di nessuno disposto ad accompagnarti?
Hai preso due biglietti per il tale concerto ma la persona che doveva venire con te ha tirato il pacco all'ultimo momento?
Oppure: hai voglia di uscire ma tutti i tuoi conoscenti si negano causa impegni in altre faccende tipo "verrei volentieri ma non posso mi spiace devo uscire con la fidanzata scusaciao"?

Nessun problema: abbiamo la soluzione che cercavi! Da oggi c'è Amico®!

Amico® ti accompagna ovunque tu voglia! Se hai voglia di chiaccherare, Amico® corre a casa tua a qualsiasi ora del giorno e della notte e ascolta senza contraddirti. Inoltre Amico® è sempre simpatico allegro, vivace e di buon umore. E soprattutto a lui piacciono le stesse cose, gli stessi film, la stessa musica, le stesse boiate che piacciono a te!
Non è magnifico?

Scopri anche tu le migliori tariffe di Amico®: un'ora di Amico® a 100 euro ivaesclusa!!!!
L'abbonamento settimanale ad Amico® con possibilità di utilizzare Amico® full time a soli 9.000 euro!!
Amico® c'è sempre, e solo per te, e per ricompensa vuole solo dei soldi: i tuoi. Ma, si sa, l'amicizia non ha valore - cosa sono poche centinaia di euro al giorno in cambio del bene più prezioso del creato?

[eventuali spese (trasferte, ingresso dell'Amico® in cinema o teatri, sue consumazioni di cibi alcolici, tabacco e qualsiasi altro costo sono carico dell'utente - per evitare equivoci Amico® gira senza portafogli)]

Cerchi lavoro? Bene, perchè Amico® cerca personale! Per soddisfare l'elevatissimo numero di richieste, Amico® assume: è un mestiere facile ma divertente e i guadagni sono garantiti! Dai cosa aspetti diventa anche tu un Amico®!

giannelli
  

   23 gennaio 2005