
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 30 dicembre 2004
Il tragico maremoto nel Sud-Est asiatico
Una cifra spaventosa: 123.000 morti.
Gli italiani dispersi sono 700
sommari de l'Unità
Il conto di ora in ora diventa sempre più drammatico. Fonti indonesiane hanno reso noto che le vittime nel paese ammontano a 80.000 La stima dei morti cresce mentre le autorità thailandesi lanciano l'allarme colera. Questa la drammatica cronaca di quanto sta accadendo a cinque giorni dal maremoto. Il fango continua a restituire cadaveri. Il bilancio ufficiale delle vittime è salito a oltre 120.000, più di quanti aveva previsto la stesa Cri. Anche in Europa la tragedia assume proporzioni sempre più penose. Stime ufficiali parlano di 5.000 turisti dispersi. Quattordici le vittime italiane finora accertate, ma è stata aggiornata la cifra dei dispersi: adesso sono 700.
Il dovere della verità
Massimo Giannini su la Repubblica
Di fronte a un´immane tragedia planetaria, che ha colpito a morte il Sud-Est Asiatico ma che ha imposto un pesantissimo tributo anche all´Occidente, non ci può essere spazio per la divisione o, peggio ancora, per la strumentalizzazione politica. Questa apocalisse ci riguarda tutti. Semina sangue e distruzione in quella metà di mondo che noi, ricchi viaggiatori della ricca Europa, siamo abituati a conoscere e a frequentare nelle nostre ferie esotiche. Travolge le nostre certezze, inclini come siamo ad attraversare e a fruire quei luoghi come pura «offerta», turistica e naturalistica, senza mai porci il problema della dura vita di chi li abita.
L´entità e la gestione degli aiuti che arriveranno dalla nostra metà del mondo diranno se, quanto e come saremo capaci di riscattare la nostra cattiva coscienza. Ora sappiamo che anche l´Italia, alla fine, pagherà il suo «conto» alla disperante inconoscibilità dell´universo. «Prepariamoci al peggio», ha detto ieri Gianfranco Fini. Ottomila erano i nostri connazionali presenti nell´area al momento della catastrofe. Tremila sono state le richieste di informazioni arrivate alla Farnesina in queste ultime trentasei ore. Almeno 600/700 sono gli italiani che risultano tuttora dispersi, e che a questo punto potrebbero corrispondere ad altrettante vittime. Una goccia, nello spaventoso maremoto che ha annientato in pochi secondi più di centomila vite umane. Uno choc, rispetto alla cifra iniziale dei morti del nostro Paese, che il ministero degli Esteri aveva stimato tre giorni fa in 11 persone.
Dobbiamo dare atto al ministro degli Esteri di aver presidiato la Farnesina fin dai primi minuti del disastro, nel giorno della festa di Natale. Fini era ed è sempre rimasto al suo posto. Mentre in altri Paesi, che siamo abituati a prendere a modello, le cose sono andate diversamente. Bush annuncia al mondo che l´America vuole coordinare i programmi umanitari internazionali tra una biciclettata e una passeggiata nei boschi della sua residenza estiva di Crawford. Blair dichiara che la Gran Bretagna farà la sua parte dal suo bungalow sul Mar Rosso, dove è in vacanza già da una settimana. Schroeder interrompe le sue ferie ma aspetta tre giorni per dire alla Germania che si temono cifre a tre zeri tra le vittime tedesche dello tsunami. Ma nel dare atto al vicepremier della sua sensibilità istituzionale, si resta in ogni caso colpiti dall´abisso quasi improvviso che si è aperto, tra il rendiconto parziale ma forse fin troppo prudente delle prime ore e il bilancio ben più disastroso e doloroso ipotizzato nella conferenza stampa di ieri.
Il paradosso della catastrofe
Dalla crisi uno sviluppo più equilibrato
Sergio Romano sul Corriere della Sera del 29.12.2004
Anche le catastrofi naturali sono eventi politici.
Benché la domanda possa sembrare fredda e distaccata, occorre chiedersi quali saranno le ricadute di quella che ha investito le coste dell'Asia. Metterà in discussione i regimi dei Paesi colpiti? Alimenterà la rabbia del Terzo Mondo per il modello « capitalista » che molti di essi hanno adottato? Rafforzerà i gruppi del dissenso e, là dove l'Islam è fortemente presente, le cellule del fondamentalismo islamico? Avremo, dopo l'onda anomala, un'ondata politica antiglobalizzatrice e antioccidentale? Dopo la conquista del potere i bolscevichi convocarono il Primo congresso dei popoli dell'Oriente. Riuniti a Baku in Azerbaigian, duemila delegati ascoltarono il discorso con cui Grigorij Zinovev evocò la visione di 800 milioni di asiatici in marcia « per una vera e propria guerra santa contro i capitalisti inglesi e francesi » .
Il comunismo ha suscitato in Asia alcune « guerre di liberazione » e ha creato in Cina una grande « repubblica popolare » , ma ha mancato lo scopo. Con poche eccezioni i Paesi asiatici, dopo avere sperimentato forme diverse di socialismo e dirigismo economico, hanno scelto l'economia di mercato.
Può una catastrofe naturale realizzare la profezia di Zinovev? La domanda concerne soprattutto i Paesi che stanno emergendo dalla loro arretratezza e hanno registrato in questi anni forti tassi di sviluppo. Negli ultimi dodici mesi il Pil ( prodotto interno lordo) thailandese è cresciuto del 6%, quello indonesiano del 5, quello della Malaysia del 6,8. Ma il loro sviluppo, come quello dell'India e della Cina, è ineguale. Ha creato una « borghesia degli affari » , ma ha lasciato ai margini della strada le masse contadine e le plebi urbane.
Il maremoto ha reso queste contraddizioni drammaticamente evidenti.
Thailandia e Indonesia possono avere una Borsa, un sistema bancario, investitori stranieri, industrie fiorenti. Ma non hanno sistemi d'allarme, Protezione civile e moderne strutture sanitarie. Possono raddoppiare il Pil in meno di vent'anni, ma non sono capaci di proteggere i loro cittadini da un evento che il Giappone, ad esempio, è in grado di prevedere. La presenza di turisti stranieri e la sollecitudine dei loro governi renderà la contraddizione ancora più stridente. Su questa contraddizione e sulla rabbia popolare qualcuno, c'è da scommetterlo, costruirà la sua fortuna politica. E chiamerà il popolo alla guerra auspicata da Zinovev.
Non sarà la prima volta. La storia è piena di carestie, epidemie e catastrofi naturali che hanno prodotto rivoluzioni e cambiamenti di regime.
Ma racconta altresì di casi in cui un evento catastrofico può avere ricadute positive ( accadde in Friuli dopo il terremoto del 1976) e in cui una catastrofe costringe un governo a correggersi.
L'episodio più recente è quello della Cina dove una misteriosa influenza, la Sars, ha messo a dura prova l'intero apparato sanitario. Per qualche settimana, mentre l'Organizzazione mondiale della sanità lanciava i suoi divieti, la Cina ha registrato un numero di vittime che le statistiche ufficiali hanno prudentemente nascosto e ha corso il rischio di essere trattata dal mondo come una nave in quarantena. Sapevamo che esistevano nel Paese altri motivi di malumore: la povertà delle campagne, i flagelli delle inondazioni, 130 milioni di senzatetto che si aggirano per le città. La Sars avrebbe potuto innescare la bomba della rabbia popolare. Ma il governo, con uno straordinario sforzo organizzativo, è riuscito a bloccare l'epidemia e a controllare la situazione. Non basterà quindi assistere le popolazioni colpite dal maremoto. Occorrerà aiutare i loro governi a dimostrare che lo sviluppo dell'Asia può essere meno drammaticamente squilibrato.
Dio non c'entra
Gianni Vattimo su il Manifesto
Viviamo davvero un anticipo di Apocalisse? Almeno nel senso etimologico della parola, quello per cui il termine significa «rivelazione», con l'aggiunta di un bel po' di catastrofico (si sta sempre meglio con le illusioni; la verità mi fa male, lo sai), l'Apocalisse ci sta capitando. E anche se una buona parte dei danni che il maremoto ha fatto non dipendono, ancora una volta, dalla natura ma dalla storia, dall'economia, dal dominio (le zone colpite non avevano un sistema di allarme; perché costava troppo), le dimensioni del disastro spingono a considerazioni meno contingenti. Ci si rende conto che, con tutta la tecnica di cui disponiamo, la natura continua a funzionare in modi che possono distruggere in un momento i nostri progetti e le nostre vite. Dobbiamo davvero soltanto trarne le solite conclusioni sulla debolezza umana, la smentita della tracotanza con cui l'uomo moderno crede di potersi sostituire alla divinità? Una simile linea di pensiero è una pura e semplice ricaduta nella superstizione. Identificare Dio con la natura imprevedibile e nemica è una enorme bestemmia a cui si abbandonano in perfetta buona fede anche tante persone religiose: sia fatta la volontà di Dio è l'espressione che esse usano quando gli succede una disgrazia, mai quando vincono alla lotteria. Dunque, niente piagnistei sulla finitezza dell'uomo e la sua hybris, per favore. Meglio, allora, pensare che si potrà in futuro prevenire il ripetersi di simili eventi istituendo finalmente, a spese della comunità internazionale (anche i turisti occidentali vanno difesi!), quei sistemi di allarme che oggi sono tragicamente mancati. Non c'è il male assoluto, c'è il male che non siamo riusciti a prevenire o che abbiamo colpevolmente preparato. Forse non si tratta di inondazioni come quelle che minacciano, ancora una volta, il nostro Sud, ma anche in quelle isole e spiagge tropicali la speculazione edilizia e l'incuria dei poteri pubblici avranno avuto la loro parte. Poi: non si può abbandonarsi al piagnisteo tragicista, a cui sembra particolarmente incline la cultura collettiva nutrita di prediche sulla perdita dei «Valori», sulla minaccia di fine della civiltà che incombe su di noi a causa della manipolazione genetica, degli ogm, del nichilismo dilagante. Anche i Templari e le loro leggende ingrassano su questo terreno: avete notato quanti registi «seri», negli ultimi tempi, hanno fatto film del tipo della Nona porta di Polanski o di Eyes Wide Shut di Kubrick?
Certo, minacce «globali» incombono su di noi, e la mentalità collettiva le sente in maniera particolarmente acuta. Persino la credulità di chi ha bevuto le balle di Bush e Blair sulle armi di distruzione di massa si è nutrita di queste oscure aspettative apocalittiche. Che sono la versione aggiornata del marxiano «oppio del popolo». Se invece, con un po' di semplice buon senso, si cominciasse a riflettere sul significato di questa recente catastrofe globale, si potrebbe finalmente trarne la lezione che, nonostante tutto, Bush e tanti governi non vogliono capire: che l'onda anomala del Sud Est asiatico è solo un piccolo esempio di come sarebbe, o sarà, il pianeta se non corriamo ai ripari, a cominciare dal protocollo di Kyoto e da una seria politica ecologica. Fra non molto potremmo trovarci tutti sommersi da uno tsunami planetario, da una catastrofica «rivelazione» che giungerebbe davvero troppo tardi.
«Dio è buono e ci accoglie, non importa il rito funebre»
Le religioni di fronte all'impossibilità di onorare i morti. «Non sono questi gesti a garantire la vita eterna»
Paolo Conti sul Corriere della Sera
ROMA - La morte è stata identica per decine di migliaia di esseri umani. Li ha resi uguali anche nel rapporto rituale, col loro Dio: cristiani, musulmani, induisti, buddhisti, ebrei. Quei corpi lasciano la Terra a caso: fosse comuni, roghi improvvisati. Nessuna differenza di tradizioni secolari. E per una volta, di fronte a una distruzione così collettiva e indistinta, svaniscono ostilità antiche quanto le fedi: gli induisti sono sepolti accanto ai buddhisti, i cristiani sono bruciati con i musulmani. Per chi crede tutto questo può significare angoscia, terrore ancestrale di offendere Dio. Ma la catastrofe cambia tutto. E quello stesso Dio così esigente può apparire buono, comprensivo. «Nel rito musulmano occorre interrare il morto lavato e avvolto in un lenzuolo entro ventiquattr'ore dal decesso, reclinato sul fianco destro e con la testa rivolta alla Mecca. Ma in condizioni normali», dice l'imam Mohammad Abdel Qader, presidente del centro islamico di Perugia. E ora? «Dio è amore. Non ci punisce quando siamo nell'impossibilità di adempiere un obbligo: ci comprende. L'offesa verso di Lui c'è, insomma, quando possiamo agire come si deve e ci rifiutiamo». L'ostilità tra cristiani e musulmani è una dura realtà contemporanea. Non parliamo di quella tra ebraismo e islam, e Israele sta cercando 188 connazionali nelle aree della tragedia. Un'eventuale cremazione, o la sepoltura accanto a credenti di altre fedi, non è un peccato? «Non mettiamoci nemmeno a parlare di certe cose, in un disastro simile. Davanti a Dio siamo tutti uguali, a Lui torniamo, e la mancanza di un rito non impedisce la vita eterna, soprattutto in momenti così tristemente eccezionali.»
C'è chi, proprio grazie al credo, ignora il problema. Spiega con serenità Ajehn Chandapalo, abate del monastero Santacittarama a Frasso Sabino, vicino a Rieti: «Un cadavere è come un vecchio vestito rotto. O una casa che si affitta provvisoriamente: quando si parte, si chiude la porta». Quindi ciò che sta avvenendo con le sepolture comuni in Asia non ha rilevanza? «Assolutamente no. Di solito i buddhisti preferiscono la cremazione: ma solo per motivi igienici legati al clima».
Le zone distrutte dall'onda sono piene di induisti: India, soprattutto, ma anche Sri Lanka. Svamini («monaca») Hamsananda, segretaria dell'Unione induista italiana, spiega che in situazioni normali il corpo di un credente viene «lavato, avvolto nei teli, circondato da lampade e da preghiere e canti Mantra affinché l'anima sia guidata nel lasciare la terra, infine arriva la cremazione». E nel disastro di queste ore? Qui entra in gioco il Karma («non è rassegnazione o fatalismo, bensì responsabilità nell'agire, "ciò che si semina si raccoglie"», definizione tratta dal sito dell'Unione induista). Dice Svamini Hamsananda: «Dal punto di vista karmico non è certo una buona cosa provare un dolore così grande, non seppellire come si dovrebbe i propri cari: alla pena oggettiva si sovrappone l'altra. Ed è un Karma comune, molto vasto, che coinvolge migliaia di esseri. Ma teologicamente la mancanza di un rito non è ostacolo alla salvezza. E poi l'induismo prevede numerose pratiche e diversi rimedi per ogni circostanza più o meno grave». E in caso di sepoltura? «Ci sono credenze popolari locali secondo le quali l'anima, da un cadavere interrato, si stacca con maggiore difficoltà. Ma sono solo superstizioni»
E l'ebraismo? Qui torna il tema dell'Olocausto e dell'amore divino. «In situazioni di normalità si prevede una sepoltura in terra, distinguibile, la salma va sottoposta a un lavaggio rituale. Ma in questo caso tutto è stravolto», dice Giuseppe Laras, per anni rabbino capo di Milano. Il rapporto con Dio può incrinarsi, senza una sepoltura corretta? «No. Basta citare la Shoah, con gli ebrei bruciati nei forni, autentici martiri della fede. Il problema del rapporto tra la distruzione di quei cadaveri e la certezza della resurrezione finale è già stato esaminato. Non si pone nemmeno».
Sri Lanka, la rabbia dei superstiti "Ci hanno abbandonati"
Pochi mezzi, scorte finite. I soccorsi non arrivano. Ritardi, lacune, sottovalutazioni. Figuracce italiana ed europea.
Omero Ciai su la Repubblica
GALLE (Sri Lanka) - I corpi che il mare restituisce sembrano bambole, gonfie e irriconoscibili. A Galle li portano nel prato della piazza sul lungomare, se qualcuno li riconosce prepara la bara e il funerale.
Altrimenti finiscono prima all'ospedale e poi nelle fosse comuni. In ogni caso è un fatto privato, della famiglia, non c'è ombra di Stato in questa tragedia: non c'è Croce rossa locale, non ci sono pompieri, non c'è esercito né polizia.
L'assenza di una solidarietà nazionale, di uno sforzo comune di fronte a una catastrofe naturale che ha provocato quasi 25mila morti è la spietata realtà che qui attribuiscono alla struttura tribale della società.
Ma se le strutture locali sono del tutto inesistenti di fronte a una situazione apocalittica, anche il resto del mondo ha dato prova di una sottovalutazione gravissima di ciò che stava accadendo. Oggi, possiamo sapere quasi in tempo reale ciò che accade in ogni parte del globo ma non siamo capaci di affrontare nessuna tragedia in una dimensione globale. Facciamo subito un esempio: l'Europa.
La presidenza semestrale dell'Unione è olandese. E all'Olanda toccherebbe anche coordinare il gruppo comune di soccorso. Bene: l'ambasciatore olandese in Sri Lanka è in ferie, l'ambasciata praticamente chiusa. Ma neppure la Gran Bretagna, che ha con questi luoghi un'antica "relazione particolare" - lo Sri Lanka è stata una colonia di Sua Maestà per oltre un secolo - , ha finora prodotto granché.
Lungo la costa, gironzola in pick-up, un funzionario dell'ambasciata di Londra che appende cartellini nei ristoranti avvisando i connazionali dei voli speciali per tornare a casa. Per non parlare dell'ambasciata di Parigi che spiega ai francesi intrappolati nei paradisi naturali delle baiette locali che può rimpatriarli se arrivano a Colombo mentre il loro problema è esattamente l'impossibilità di arrivare nella capitale con i propri mezzi.
L'ambasciata italiana non è stata soltanto travolta dall'emergenza. Non è stata capace neppure di fornire un supporto logistico minimo. Una parte del team della Protezione civile è riuscito a raggiungere il sud del paese grazie ad un pulmino affittato dai giornalisti. Pulmino che era stato chiesto ventiquattr'ore prima al consigliere Massimo Darchini che, incapace di organizzare l'affitto di un mezzo di trasporto, ha poi sostenuto di non essere preposto ad occuparsi di simili minuzie.
Mentre la Protezione civile provava tra mille difficoltà ad evacuare gli italiani raggiungibili, l'ambasciata rispondeva che non era previsto alcun intervento occupata com'era a gestire il trasferimento delle famiglie di quattro impiegati.
Una figuraccia europea che si somma alla figuraccia internazionale. L'impostazione dei primi interventi è stata semplicemente mirata al recupero dei propri connazionali in vacanza. Una strategia egoista che nell'apocalisse si è rivelata non solo miope ma forse anche criminale.
Adesso tutti cercano scuse. La distanza dell'area, dalle dieci alle quattordici ore di volo, il ritardo con il quale i paesi coinvolti hanno chiesto aiuto, la difficoltà di prevedere un disastro di simili proporzioni e la sua vastità geografica, praticamente tutto il golfo del Bengala. Il risultato è che anche i piccoli gruppi di soccorritori delle organizzazioni nazionali inviati qui non sono in grado neppure di verificare la situazione dei loro connazionali.
Ora lo Sri Lanka, ma la situazione non è molto diversa né in India né in Thailandia, è dal punto di vista degli aiuti internazionali un deserto. Servono farmaci, cibo, vestiti e magari anche elicotteri ma non è arrivato assolutamente nulla. Perfino l'Onu e la Croce rossa internazionale sono nella lista nera dei latitanti. E stupisce anche l'assenza della solidarietà di base, quella che nasce dal volontariato della Chiesa e delle organizzazioni umanitarie. Semplicemente non ci sono. Forse arriveranno.
Di certo c'è che la pigrizia del mondo ricco questa volta appare inaccettabile. "Ho passato due giorni a scavare con le mani - dice infine Mondi - , di notte non si poteva perché non c'era nulla per illuminare il disastro. Gli stranieri superstiti che erano qui in vacanza sono stati i primi a scappare, non hanno mosso un dito per aiutare, ora mi vergogno anche per loro".
«Epidemie, un altro maremoto»
Allarme dell'Oms, senza aiuti i morti raddoppieranno. Onu contro gli Usa: «Siete tirchi»
Sara Menafra su il Manifesto
Più del mare possono ancora ucciderne le malattie. E' l'allarme che lancia l'Organizzazione mondiale della sanità, senza che l'Occidente si allarmi più di tanto. «Esiste certamente una possibilità che ci siano tanti morti causati dalle epidemie quanti quelli provocati dallo tsunami» ha detto chiaro e tondo David Nabarro, rappresentante dell'organizzazione a Ginevra. E il bollettino della Croce rossa internazionale conferma punto per punto quello dell'Oms. Le malattie in agguato sono devastanti. Febbre gialla, colera, leptospirosi, febbre tifoide, epatite A. Eppoi malaria, tubercolosi, febbre emorragica, infezioni gastrointestinali, febbre del Nilo occidentale, oltre al pericolo, dovuto al contatto con acque contaminate, di contrarre dermatiti, congiuntiviti, infezioni alle orecchie, al naso e alla gola. «Al vero dramma assisteremo probabilmente entro un mese, quando malattie con diversi tempi di incubazione `sommeranno' i loro effetti», ha spiegato Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università di Pisa. A causare la valanga di epidemie e condannare alla morte decine di migliaia di persone sopravvissute alla grande onda, potrebbe essere soprattutto il contatto con acque contaminate dalle migliaia di carcasse di animali, ma anche dalle fosse comuni dove sono stati accatastati cadaveri resi ancor più pericolosi dalle temperature particolarmente elevate in questa stagione.
Le indicazioni per evitare questi rischi ci sono, e se fossimo nella parte ricca del pianeta seguirle sarebbe un falso problema. «Prima di tutto - indica l'agenzia delle Nazioni Unite - procedere alla disinfezione dell'acqua attraverso la clorazione. Il cloro aggiunto all'acqua è efficace contro quasi tutti gli agenti patogeni che possono infettarla, e rende possibile berla». Dunque, prima di tutto, acqua potabile «cruciale nella situazione attuale». Poi bruciare i cadaveri in tempi brevi - come sta cercando di fare lo Sri Lanka - e quindi fare in modo che tutti i partecipanti alle operazioni di recupero tengano sempre addosso guanti di gomma e mascherine.
Davanti a questo nuovo allarme riemerge la vecchia ruggine tra Usa e Onu: un alto funzionario delle Nazioni unite ha accusato gli Stati uniti e altri paesi ricchi di «tirchieria» nei soccorsi. Ieri il segretario di stato americano Colin Powell è sceso in campo per difendere l'immagine di un'America generosa e pronta ad aiutare le vittime di questa nuova tragedia della natura. «Non siamo tirchi. Siamo i maggiori contributori ai soccorsi di emergenza del mondo e faremo di più», ha replicato Powell dopo che il capo degli aiuti umanitari dell'Onu, Jan Egeland, aveva criticato lo scarto tra l'impegno stanziato dagli Usa e da altre nazioni ricche e la reale entità dei danni provocati dalla tragedia.
Nuovi aiuti dall'Italia, dopo i primi medici arrivati ieri mattina, partiranno oggi alle 15.00 dall'aeroporto di Brindisi con un aereo carico di aiuti umanitari per circa 450.000 dollari americani diretto in Sri Lanka. Mentre l'Oms Europa invierà kit di emergenza per curare diecimila persone rifugiati in campi profughi o sfollati per tre mesi.
Documentazione multimediale
uno speciale del Corriere della Sera
galleria di immagini
- i video
- i grafici:
l'epicentro del terremoto
come nasce un maremoto
come si è diffuso il maremoto
l'onda vista dallo spazio
l'effetto sul pianeta
così il Pacifico è sotto controllo
30 dicembre 2004