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sulla stampa
a cura di G.C. - 24 dicembre 2004


"Solo ideologia, niente idee. Sinistra, tieniti stretto Prodi"
Luigi Contu su
la Repubblica

ROMA - - " Too many chiefs, no indians. Troppi capi, pochi indiani". Metti l´ideologo del centrodestra di fronte alla crisi del centrosinistra e scopri Giulio Tremonti, come sempre pirotecnico, che analizza e studia le mosse del nemico. Da poco nominato vicepresidente di Forza Italia, Tremonti dice di sperare per il bene del paese e le sorti del bipolarismo che la sinistra risolva i suoi mali, superi "la maledizione del frazionismo" e trovi una identità ed una cultura moderne e coerenti. E senza rinunciare alla critica sembra sincero nel sostenere che Romano Prodi è l´unica carta spendibile dall´opposizione.
Professore Tremonti come vede la sinistra dalla panchina del centrodestra?
"Il 'mistero´ di questa crisi è che è quasi metafisica. Di vertice e non di base. Crisi in apparente assenza di realtà. Un vertice esoterico, specialisti di pensiero ermetico. Leggo oggi la sinistra metafora dell´infarto cardiaco. Siamo di fronte ad un grumo che secerne materiali e sentimenti negativi. Sangue e cattiveria".

Faccia la sua analisi, allora.
"La sinistra con l´agile speme precorre l´evento...".
Anche Manzoni di sinistra?
"Voglio solo dire, in versi, che pensano di avere già vinto e con ciò anticipano lo spoil system. Letteralmente, si dividono già le spoglie, con una cruenta meccanica spartitoria. E così facendo erodono o si precludono proprio le possibilità di vittoria. In prosa, il bel giorno si vede dal mattino. Stanno facendo il loro primo test di governo. Mostrano quello che saprebbero fare: caos. Fin qui una prima analisi superficiale".
Ne ha una più profonda?
"Direi più strutturale. Ciò che vediamo è il prodotto di una specie di moltiplicatore frazionistico. Mi spiego: diversamente che a destra, a sinistra l´ideologia ha un peso ancora preponderante. E´ memoria e storia, passioni e professioni. L´ideologia, come apparato di pensiero è ancora la "cifra "dominante della sinistra".
E la cifra della destra? Ammetterà che anche nella Casa delle libertà la confusione è tanta.
"Non è così. E la differenza è comunque che nel centrodestra non c´è ideologia. La nostra cifra politica è diversa, fatta essenzialmente da principi ed idee, libertà e pragmatismo".
E in An non trova elementi ideologici?
"Non mi faccia litigare".
Torniamo all´ideologia del centrosinistra, allora.
"Faccio un passo indietro. Tra gli anni novanta ed oggi c´è stata una profonda frattura. Nel ´96 la base del centrosinistra era composta di demos, epos, e tecnos. Voti popolari più giustizialismo più tecnocrazia. E proprio quest´ultima è stata la componente dominante e vincente. Voglio dire che non è vero che prima c´era una ideologia di sinistra che ora è entrata in crisi. In realtà negli anni 90, il motore ideologico del cartello di centrosinistra è stato modernista e mercatista, privatizzazioni ed Europa. Non solo. C´era una classe politica in cammino da mezzo secolo verso il potere e su questo attesa, un po´ ovunque si sentiva dire: mettiamoli alla prova. C´era a lato una classe tecnocratica che si accreditava per capacità di governo. Con questa combinazione il centrosinistra ha vinto nel ´96, attraendo voti moderati prospettando maggiori capacità di governo. Prodi ne era l´eroe eponimo. A sinistra si è manifestata anche una notevole capacità di trasformazione, gente che passava con grande naturalezza dal dogma moscovita al dogma finanziario".
Lei parla di trasformismo, di dogmi. Ma non si può accusare la sinistra di arretratezza e poi attaccarla perché si mette a dialogare con il mondo della finanza.
"Un conto è dialogare, un conto è andare in pellegrinaggio alla City di Londra, affermare di essere stati legittimati dai "mercati finanziari"! Diversamente ora tanto l´ideologia tecnocratica quanto il blocco di potere e la classe dirigente del 96 si sono progressivamente indeboliti o vanificati. Sorti della vita, scorrere del tempo. Non solo: mercatismo e modernismo non esercitano più appeal politico. Un esempio: nel 2006 non consiglierei a nessuno di usare tra la gente l´euro come se fosse una carta vincente".
E oggi?
" Quella combinazione, vincente nel 96, è entrata in crisi già nel 98. E adesso, senza più il mito tecnocratico riemergono le stessa criticità, crolla la componente della capacità di governo. Cioè la componente strategica dell´ideologia che ha attratto i voti non solo dell´elite, ma anche del ceto medio. Adesso come nel ´98 vediamo diversità senza unità, più componenti dividenti che unificanti. Il frazionismo, la maledizione della sinistra, torna drammaticamente a colpire. Se a sinistra ci sono tre uomini ci sono quattro posizioni".

Le ricordo che in quattro anni sono cambiati tre ministri degli esteri. Ruggiero è stato fatto fuori dopo un anno. Frattini, dopo l´interim della riforma fantasma di Berlusconi, sacrificato alle pretese di An.
"Si tratta di varianti su una politica comune. Ruggiero era un tecnico e da quando alla Farnesina è rientrata la politica siamo rimasti su una linea unitaria. Dopo molti anni, questo è un governo che ha di nuovo una politica estera riconoscibile e definita. Lo stesso in economia. Nel centrosinistra troviamo epicurei e stoici, empirici e dogmatici, matematici e filosofi, chierici e teologi. Questa non è ricchezza di idee, è caos. La sinistra è insufficiente nel modo più paradossale: è insufficiente per eccesso. Eccesso di posizioni e di opinioni. La realtà è che il minimo comune denominatore, più minimo che comune, è l´antiberlusconismo. C´è dunque l´antitesi, ma non la tesi".
La tesi dovrebbe venire fuori con il programma. Anche il centrodestra non aveva un programma a un anno e mezzo dalle elezioni. E per siglarlo con Bossi dovette ricorrere al notaio..
"Una prova di quello che dico è che Prodi accusa Rutelli di voler fare il centro, e cioè di non essere abbastanza antiberlusconiano. E ancora, con il famoso "bello guaglione" lo accusa di essere troppo estetizzante e perciò ancora berlusconiano. Per la sinistra si configura una drammatica ironia della storia. Se perde, perde. Se vince perde lo stesso perché la magnitudine dei problemi renderà impossibile il governo e produrrà l´effetto di scomporre la coalizione. Con il venir meno dell´antiberlusconismo, nella remota possibilità di vittoria del centrosinistra, vedo il rischio della fine del bipolarismo di un colossale ribaltone in Parlamento".

E´ così sicuro che l´elettorato di centrodestra tornerà a votare per Berlusconi? La situazione economica è ben lontana dalle promesse contenute nel contratto con gli italiani, e in questi anni sono emerse formidabili contraddizioni tra gli alleati..
"Io li chiamo formidabili problemi, in tutta Europa, che mi sembra siano stati gestiti nel modo migliore possibile. Data la nostra storia politica, tre anni sono un tempo minimo, mentre la sinistra ha una storia complessa e molto più lunga. In altri termini, vedo comunque il centrodestra in una fase iniziale e vitale e il centrosinistra in fase terminale. Ma anche se i nostri voti non fossero confermati, il centrosinistra si ritroverebbe una vittoria dimezzata, per antitesi. Vincerebbe le elezioni ma non il governo. Se io fossi di quello schieramento mi preoccuperei di cercare una tesi, delle proposte da offrire. Finora troppo spesso la sinistra è sembrata vitale come un´agenzia di pompe funebri. E´ interesse del paese e del nostro stesso schieramento che la sinistra superi questa fase"
Da analista, che suggerimento darebbe a Fassino e alleati?
"Prodi è l´unica chance che hanno. In un contesto in cui l´ideologia è in crisi è l´unico che può dare possibilità di vittoria"
E´ Natale. Per una volta dia un consiglio a Prodi.
"Non ha bisogno di consigli. Posso solo dirgli di perseverare sulla strada dell´Ulivo. La coppia Prodi-Ulivo è per l´opposizione l´unica ipotesi praticabile, la sola che può risultare vincente anche se naturalmente non mi auguro questo risultato. Non vedo alternative, a meno che la sinistra non decida di tornare nel campo delle ideologie, sostituendo al mercatismo il globalismo dei valori universali, dei diritti, dell´ambiente".


Quei due mondi in bilico tra alleanza e rottura
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Quando alla fine di una lunghissima riunione Arturo Parisi estrasse dal mazzo la carta dell'Ulivo, nome e simbolo del centrosinistra, fu chiaro a tutti qual era la situazione reale: una pattuglia di cattolici neanche troppo di sinistra si era raccolta intorno a Romano Prodi. Erano lo specchio di un paese che reagiva all'ingresso in politica di Berlusconi. Alla sua occupazione degli spazi che erano stati democristiani. All' ”usurpazione” dell'area moderata, della “mitezza” di cui parlava Mino Martinazzoli.
"Centro, centro, io sono di centro", esclamava infatti il Cavaliere protestando contro chi lo qualificava di destra. De Gasperi, Sturzo, il popolarismo, fra echi di un programma quarantottesco accanitamente anticomunista: Forza Italia appariva già come una versione secolarizzata del partito-società, una Dc questa volta senza preti. Che cosa restava fuori dal perimetro disegnato da Berlusconi? Restavano i fissati del confessionalismo sinistrese, i credenti che avevano vissuto il postconcilio come il trionfo del dubbio sulla fede, i membri dell´Azione cattolica resi politicamente orfani dalla "scelta religiosa" del movimento. In una sola parola, perfettamente spregiativa: i cattocomunisti.
Tempi cupi, in cui il potere politico era stato conquistato a mani basse dal padrone delle immagini, dal "grande scristianizzatore", come ebbe a definirlo uno scrittore cattolico non sospettabile di simpatie a sinistra, Vittorio Messori: "Per le televisioni di Berlusconi, Dio non è neanche un´ipotesi". A due passi da Bologna, nell´eremo di Monteveglio, don Giuseppe Dossetti aveva sollevato il suo profetizzante grido di dolore: "Sentinella, a che punto è la notte?", come se sulla Repubblica fossero scese le tenebre.
Ed ecco allora la vulgata, deformante, distorsiva ma polemicamente efficace: i capi del nuovo centrosinistra come vestali "dossettiane", quindi terzomondisti, "sociali", solidaristi, antiamericani, antiliberali, ostili al mercato. Che Prodi e Andreatta, i "nuovi farisei", secondo una celebre copertina del settimanale (vicino a Cl) Il Sabato, potessero essere assimilati a una concezione integralista della politica, era una fantasia pubblicitaria. Con il suo pragmatismo all´emiliana, "Romano" era la contestazione più trasparente di ogni intento pianificatorio; e Andreatta si divertiva a pianificare semmai iniezioni di mercato, con l´allegra ferocia dell´intellettuale che è contento di vedere in funzione spunti innovativi di concorrenza nel paese dei monopoli.
Quanto a Dossetti, è sempre stato all´opera nei suoi confronti un pregiudizio culturale, che poi si è proiettato su tutta la sinistra democristiana. Cioè che la sua filosofia politica fosse tanto veneficamente simile a quella comunista da portare difilato a soluzioni consociative. Nella realtà dei fatti, Dossetti fece una durissima campagna elettorale contro Giuseppe Dozza alle elezioni comunali di Bologna nel 1956, sfidando il Pci sul suo terreno e ottenendo il più alto risultato mai ottenuto dai democristiani sotto le Due Torri. In modo analogo, la sinistra Dc, nei suoi uomini più rappresentativi, si è sempre considerata altra e competitiva rispetto ai comunisti.
Anche il centrosinistra "storico", quello di Moro, Nenni e Fanfani, non rappresentava affatto l´avvio di una mediazione inciucista, bensì era un progetto politico che intendeva togliere spazio alla possibile crescita del Pci attraverso un´azione a due livelli: l´integrazione delle masse popolari socialiste nel circuito della democrazia "borghese", sottraendole all´egemonia comunista; e la parallela integrazione dei ceti operai nel circuito dell´economia evoluta, attraverso la combinazione di salari più alti e la modernizzazione dei consumi nell´età post-miracolo.
Sgombrato il campo da questo equivoco vistoso, si può forse considerare con maggiore obiettività l´esperimento dell´Ulivo del 1995-96. Perché il successo del centrosinistra alle elezioni politiche dopo il fallimento del primo Berlusconi e la parentesi del governo Dini deriva in parte da ragioni tecniche (lo strappo della Lega rispetto al Polo delle libertà) ma in parte da ragioni programmatiche e culturali.
In quella campagna, infatti, l´Ulivo riuscì a far circolare un messaggio coerente: "noi" siamo capaci di modernizzare il paese, realizzando gli aggiustamenti di cui il paese ha bisogno, ma con maggiore sapienza rispetto al laissez-faire della destra, senza provocare squilibri, con un´attenzione sensibilissima alle compatibilità sociali. Si trattava di un compromesso funzionale fra la mentalità empirica e liberale del prodismo, da un lato, e dall´altro il solidarismo cattolico e postcomunista. Tant´è che gli eredi del Pci trovarono conveniente appoggiarsi a questa ideologia "debole". Uscivano dal tracollo di un pensiero fortissimo, e sclerotizzato, dovevano sostituirlo con qualcosa di meno indistinto delle proiezioni "amazzoniche" di Achille Occhetto: la sintesi poteva essere funzionale.
Ma era utile anche per quella parte di mondo cattolico più legata a una tradizione sociale. Mentre la gerarchia episcopale diffidava del Prodi "maschera dei comunisti", il cattolicesimo di base, con il volontariato, l´associazionismo, i semplici fedeli più partecipativi, appoggiò visibilmente l´Ulivo. I parroci fecero generalmente catechismo elettorale a favore del centrosinistra.
A distanza di anni, c´è da chiedersi se quella formula sia ancora valida, dal momento che il centrosinistra non sembra riuscito ad approfondire il tema. Allora il leitmotiv era la scelta del capitalismo "renano", teorizzato da Michel Albert, ossia l´economia sociale di mercato, il modello europeo. Ma se la premessa del successo elettorale è la sedimentazione di una proposta culturale, il centrosinistra non sembra avere prodotto uno sforzo aggiuntivo in materia.
Eppure almeno in teoria i due mondi (perché il centrosinistra è fatto da almeno due mondi) non esattamente compatibili a priori, hanno un fortissimo bisogno reciproco. Il centro in cui è rappresentato il "riformismo non socialista" ha bisogno delle quote di consenso dell´elettorato postcomunista, così come del suo galateo civile, della sua lealtà verso le istituzioni, delle sue articolazioni nel lavoro e nel sindacato; la sinistra ha bisogno, per dirla in sintesi, della spregiudicata qualità riformatrice dei discepoli migliori di Andreatta.
L´avere dedicato energie infinite a definire il formato dell´alleanza, e il ruolo in essa dei partiti, non ha favorito di certo l´approfondimento culturale. C´è nel centrosinistra un eclettismo che su certi temi, come la bioetica, attinge Babele. C´è un consenso europeista, che si è rafforzato e ammodernato grazie alla lezione e alla pratica del vero teorico del centrosinistra, Tommaso Padoa-Schioppa. Si vede lo sforzo di mediazione compiuto da Giuliano Amato. Il modernismo socialista di Michele Salvati. Oppure la divulgazione ad alto livello realizzata sul campo da Enrico Letta e Pier Luigi Bersani.
Ma sullo sfondo c´è anche un rischio letale: perché se le diatribe di partito bloccano l´unificazione, emergono soltanto le differenze. E le differenze, fra i due mondi del centrosinistra, non sono di facciata: sono sostanziali, concrete, storiche. Provocare il fallimento del centrosinistra non significa soltanto affossare una leadership; vuole dire riconoscere che un processo di contaminazione e di integrazione è impossibile, che la discriminante "anticomunista" è ancora operante e lo sarà ancora a lungo. Soprattutto, che quei due mondi sono destinati a restare divisi.



La liberta' di stampa
Paolo Mieli sul
Corriere della Sera

La libertà di stampa non sembra godere oggi in Italia di una buona salute. Il Corriere della Sera ha sempre aspirato ad essere nei periodi chiave che hanno fatto la sua storia e in qualche modo anche quella della democrazia italiana il custode di tale libertà. Non da solo, naturalmente, ma di certo in una posizione di preminenza che gli è stata data dalla sua stessa forza editoriale. La libertà di stampa riveste oggi una duplice, vitale importanza. Come sempre, essa costituisce l'elemento fondamentale di una società democratica dal momento che in essa si realizzano due condizioni cruciali per la sua vitalità: da un lato l'esistenza di un pubblico informato dei fatti, dall'altro una discussione collettiva sul significato di tali fatti, sulle conseguenze politiche da trarne, sui provvedimenti da prendere in relazione ad essi. Tutto ciò, come è noto, ha sempre costituito e costituisce il miglior antidoto contro il diffondersi di quel nemico mortale della democrazia che sono il fanatismo e l'ideologismo. Oggi, tuttavia, a questa funzione per così dire classica, se ne sta aggiungendo un'altra non meno importante, anzi forse di più: la libertà di stampa ai giorni nostri significa anche la difesa della parola scritta contro l'invadenza (non solo televisiva) dell'immagine, della percezione della realtà sotto specie esclusivamente visiva. La difesa della libertà di stampa significa salvare per le future generazioni il lascito immenso della lettura, da cui dipende tutta intera la trasmissione del patrimonio culturale della nostra civiltà e la possibilità che continui ad esistere un valido sistema di istruzione.
La libertà di stampa è una libertà di un tipo tutto particolare. Essa esiste solo se i giornali, gli organi di informazione in generale, hanno il potere, la capacità e la volontà di opporsi al potere. La libertà di stampa è dunque un potere per contrapposizione, per contrasto: se la stampa è compiacente, infatti, essa finisce molto rapidamente per non contare più nulla, per non avere più potere. Libertà di stampa vuol dire dunque, alla fine, solo e sempre libertà di criticare i poteri. Avendo costantemente presente che è bene ad ogni critica accoppiare un'idea di costruzione, ad ogni scelta che si giudica sbagliata contrapporre una soluzione alternativa. Pronti, inoltre, a dare atto a colui che corregge i propri errori della sua buona volontà e del coraggio che spesso richiede averla.
In una democrazia la verità non è in linea di principio monopolio di alcuno. Proprio per questo è necessario che la stampa abbia una costante disponibilità ad ascoltare ogni voce ed eviti di appiattirsi sullo scontro politico con troppo facili entusiasmi e troppo facili anatemi. Ciò non vuol dire che quando è giusto - come è stato per esempio in occasione del conflitto di interessi, delle leggi ad personam, della nuova regolamentazione radiotelevisiva - i giornali non abbiano il dovere, sì il dovere, di prendere posizione senza reticenza e chiamare i responsabili davanti al tribunale dell'opinione pubblica.

Questo chiedono i tempi che il Paese sta vivendo.


Contro il declino
Michele Salvati sul
Corriere della Sera

In parte si tratta di causa, in parte di conseguenza del declino economico del nostro Paese. Sta di fatto che la quasi totalità delle grandi imprese italiane, quelle ai primi posti per fatturato e capitalizzazione nelle classifiche di Mediobanca, quelle i cui amministratori o azionisti appaiono spesso sui giornali, sono oggi in misura varia (ma spesso assai elevata) dipendenti dal potere pubblico, nazionale o locale. Dunque dai governi. Dunque dalle coalizioni politiche che tali governi esprimono. Questa affermazione è insieme azzardata e generica e va dunque qualificata. Anzitutto un primo controllo di fatto.
Alcune delle più grandi imprese italiane sono tuttora sotto il controllo proprietario, completo o parziale, dello Stato o di altri enti pubblici.
Per le altre, basta vedere i settori in cui operano per rendersi conto che si tratta o di imprese di cui lo Stato e gli enti pubblici sono grandi clienti, o di imprese soggette ad una stretta regolazione pubblica. Insomma, imprese per cui un mutamento di indirizzo regolativo, una diversa politica di assegnazione delle licenze, più in generale un diverso orientamento dei governi può fare una grande differenza, può decretare il successo o il ristagno, se non il fallimento. Nelle telecomunicazioni come nei media, nella logistica come nelle costruzioni, nelle banche e nelle assicurazioni come nel mercato immobiliare, le imprese dipendono fortemente dalla politica e hanno un ovvio interesse a influire su di essa. Al punto che gli stessi media sono non di rado intesi, più che come un settore di grande redditività potenziale quali essi sono, come strumento di pressione e di influenza politica.
Ovviamente si tratta di una questione di più e di meno. Ed è anche una questione di buona gestione e di orgoglio manageriale: imprese ben gestite e orgogliose possono ridurre al minimo le liaisons dangereuses con la politica, anche se questa può influire sul loro successo. Resta il fatto che le grande imprese italiane sono oggi addensate nei settori ricordati più sopra. Al di fuori c'è la Fiat: date le condizioni in cui versa, è però probabile che essa avrà presto bisogno della politica per altre ragioni. Purtroppo. Sempre al di fuori, per fortuna, ci sono non poche medie imprese efficienti e competitive. E ce ne sono moltissime di piccole: è a queste imprese medie e piccole che sono oggi affidate le sorti economiche del nostro Paese.

Ma non è così anche altrove? No, proprio no, non è così nei Paesi in cui si esporta e si compete, nei Paesi in cui si fanno e si ricevono forti flussi di investimenti esteri diretti. Anche in questi Paesi, naturalmente, molte grandi imprese si addensano nelle utilities , nel terziario e nei settori regolati, e i rapporti coi poteri pubblici (in entrambe le direzioni) sono spesso altrettanto intensi e talora altrettanto pericolosi che da noi. Ma molte altre sono presenti in settori manifatturieri non regolati e si guadagnano la loro crescita e i loro profitti attraverso innovazione ed esportazioni. E anche le imprese operanti nei settori regolati, o almeno molte di esse, considerano il loro Paese d'origine come base da cui partire per ambiziose operazioni di diversificazione industriale o di espansione all'estero: di queste c'è traccia anche in Italia, ma assai minore.
Torniamo all'affermazione iniziale e concludiamo: causa o effetto del declino? Entrambi, perché si tratta di un circolo vizioso. Causa, perché la concentrazione in settori protetti e le liaisons dangereuses con la politica avvengono al prezzo di una rinuncia a progetti più ambiziosi e dunque ad una maggiore crescita.
Effetto , perché sono proprio il declino e la sfiducia a diffondere incentivi modesti, a restringere l'orizzonte, a spingere a giocare sul sicuro. E' però un circolo vizioso che può essere rotto da qualsiasi attore e in qualsiasi punto. Può romperlo la politica, se si sottrae a operazioni ad personam , se applica regole universalistiche e così, indirettamente, premia le imprese e i dirigenti capaci. E può romperlo l'impresa: dipendere dal potere regolativo dello Stato non significa necessariamente immergersi nella palude dei rapporti diretti con la politica.


Sarfatti è il candidato dell'Ulivo per la Lombardia
M. Cre. sul
Corriere della Sera

Non è stato semplice, e neppure indolore, ma il centrosinistra da ieri ha il suo candidato presidente: Riccardo Sarfatti, ulivista convinto, imprenditore del design, sarà lo sfidante di Roberto Formigoni. Una designazione, dice il coordinatore della Gad lombarda Alberto Martinelli, "decisa dalla coalizione regionale in piena autonomia". E dunque, senza interventi romani. Un sottolineatura importante non soltanto per il "federalismo" politico: la sofferta investitura ha rischiato di trascinare nella querelle lo stesso Romano Prodi. Dopo i tormenti e le diatribe della vigilia - ancora ieri mattina tutto rischiava di andare a monte - la Grande alleanza democratica (Gad) ieri si è prodotta in un diluvio liberatorio di manifestazioni d'entusiasmo. Anche perché la situazione stava diventando imbarazzante al punto che i "cittadini per l'Ulivo" ieri avevano annunciato un presidio delle sedi di Quercia e Margherita per "esprimere preoccupazione" sulla piega presa dagli eventi.
La soddisfazione ulivista ha però un'eccezione vistosa: i socialisti dello Sdi che hanno visto bocciare in extremis la loro candidata, l'eurodeputata Pia Locatelli. Il nodo politico, quello su cui la Gad - quella lombarda - s'è accapigliata fino all'ultimo, è stato il ruolo da assegnare agli altri due candidati ufficialmente in corsa: Mario Agostinelli, sostenuto da Rifondazione comunista e un nutrito numero di associazioni di ispirazione anti global, e il verde Carlo Monguzzi. Parola dello scandalo, "valorizzazione". Dibattevano, i segretari gad, se nel comunicato ufficiale - e nella sostanza - ci si dovesse limitare a ringraziare gli altri candidati e buonasera, oppure, appunto, "valorizzarli". Si è scelta la valorizzazione: cosa che ha spinto il segretario Sdi Sergio Fumagalli a mettere in forse il "listone". Con un "consiglio" al candidato: quello di evitare che "la Gad, grande alleanza riformista, appaia come una coalizione dominata da no global e pacifisti". Perché, "è bene ricordarlo, l'elettorato lombardo sta da un'altra parte". Bobo Craxi, dall'altra parte della barricata, ha rigirato il coltello nella piaga: "I miei vivi complimenti, uniti alla solidarietà, agli amici e compagni dello Sdi rimasti senza alcuna candidatura dall'Aspromonte alle Alpi".

La Margherita ostenta soddisfazione. L'ipotesi Sarfatti - non iscritto ad alcun partito - sembrava essere tramontata all'interno del partito di Rutelli, che avrebbe preferito un candidato più chiaramente targato. Anche per mettere la sordina a quella parte della vecchia anima popolare che ancora vede come il fumo negli occhi l'ipotesi del listone. Ma ieri il vicepresidente della Provincia Alberto Mattioli troncava la discussione: "La candidatura di Sarfatti è di forte rilevanza ed elevato prestigio, che testimonia del serio e sereno confronto tra le componenti dell'Ulivo". E il ruolo degli altri candidati? Il segretario regionale Battista Bonfanti minimizza: "Abbiamo scelto questa formula per non dare uno schiaffo a chi si era dichiarato disponibile".
Il presidente Roberto Formigoni come ha accolto la notizia che il suo sfidante ha finalmente un volto? Con un lapidario "bene" e gli auguri. Al candidato? "No, a voi giornalisti. Per il Natale".


Lega contro il Polo al Comune di Milano
Maurizio Giannattasio sul
Corriere della Sera
La lettera con cui l'assessore leghista Giancarlo Pagliarini restituisce le deleghe al sindaco Albertini. L'incontro cruciale a Roma tra il primo cittadino e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Le telefonate febbrili tra i capigruppo di FI e del Carroccio. La proposta del vicesindaco Riccardo De Corato di fare tutti un passo indietro. Il caso della Lega scuote la maggioranza. Ieri si è tenuta la prima giunta senza l'assessore della Lega. Pagliarini si è autosospeso, ha restituito le deleghe e Albertini le ha affidate all'assessore al Bilancio Mario Talamona. Non solo. Ieri il sindaco era a Roma per il pranzo ufficiale degli eurodeputati di FI con Berlusconi. Alla fine il sindaco ha avuto un colloquio privato con il leader di FI: "Albertini - si legge nella nota del Comune - ha comunicato personalmente tale decisione al presidente del Consiglio, nel corso di un colloquio privato al termine della colazione a Palazzo Grazioli. Nel corso dell'incontro, il sindaco ha informato il presidente Berlusconi degli sviluppi particolarmente critici che hanno assunto di recente i rapporti con la Lega".
Tira una brutta aria. Preoccupano le conseguenze impreviste e imprevedibili di una crisi che potrebbe travalicare i confini di Palazzo Marino e arrivare direttamente in Regione dove tra qualche mese si terranno le elezioni. Da qui le telefonate febbrili tra i capigruppo della maggioranza. La paura dei leghisti di essere superati da Berlusconi nei colloqui con Bossi. Più di un malumore all'interno della stessa Lega. E la proposta del vicesindaco Riccardo De Corato: "Facciamo tutti un passo indietro. Da qui al 30 dicembre quando si riunirà il federale della Lega si può ritrovare una strada comune. Noi abbiamo sempre dimostrato la nostra lealtà al Carroccio su questioni fondamentali come la vendita di Aem e della Sea". An si affida invece alla dichiarazione di Ignazio La Russa: "Prima vogliamo capire le ragioni della Lega e non prenderemo decisioni prima della riunione di maggioranza. La delega di Pagliarini? La assuma direttamente il sindaco".


  24 dicembre 2004