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a cura di G.C. - 23 dicembre 2004


Il destino in bilico della sinistra
Ezio Mauro su
la Repubblica

Pochi giorni fa, su questo giornale, Edmondo Berselli ha ricordato la prima riunione che dieci anni fa concepì attorno a Romano Prodi l´idea originaria dell´Ulivo. Sullo sfondo, un paesaggio d´Italia berlusconiana, con le culture della prima repubblica spodestate, vinte, esaurite, esauste, e il nuovo che sembrava maturare soltanto a destra. In quell´Italia di minoranza, a Bologna, le due culture post-comunista e cattolico-democratica si cercarono l´una con l´altra, si annusarono nella loro antica diversità, e si riconobbero come una possibile piattaforma costituzionale, repubblicana, riformista. Anche chi non è mai stato un ulivista fanatico, deve ammettere che dieci anni fa quello spirito c´era, ed è stato utile a tutta l´Italia, mentre oggi non ce n´è più traccia in un centrosinistra senza nome, senza cultura, senza identità.
Le cose, soprattutto quelle sgradevoli, non accadono mai per caso. In dieci anni, quelle due culture originarie (utilissime come basi costituenti di qualcosa di nuovo) sono rimaste a mezz´asta, incapaci di dare una moderna identità europea, finalmente risolta, riconoscibile e riconosciuta, al centrosinistra italiano.

In un mondo (quello di centrosinistra) dove tutto è post, si vive in un tempo spostato, senza un rendiconto serio sul passato che chiami errori e orrori col loro nome, e solo così riesca a separare le eredità positive, salvandole.
Chi è post, non sa chi è: ha un passato da cui è uscito, un presente incerto, un futuro che forse porterà finalmente l´approdo di un´identità concreta. Ma intanto? Dal ´94 chiediamo al centrosinistra di dotarsi di una chiara identità riformista, intendendo con questa formula il denominatore comune delle esperienze europee ed occidentali del laburismo inglese, della socialdemocrazia tedesca, del socialismo mediterraneo: culture di progresso e di governo, di radicalità e di responsabilità, con ambizioni maggioritarie, capaci di rappresentare la sinistra e di parlare all´intero Paese.
Nel frattempo, il centrosinistra ha vinto le elezioni nel ´96, ha governato, ha prodotto una classe dirigente all´altezza della sfida, si è diviso, ha perso, si è logorato nelle polemiche, ma è ancora in partita e può addirittura tornare a vincere. Ma non ha prodotto quella fusione di post-culture in un´identità nuova e risolta, tiene insieme il suo popolo e i suoi apparati in un´alleanza numerica e necessitata, non ha messo in campo una cultura politica capace di reinventare la sinistra, aggiornando la sua tradizione alle sfide che deve affrontare. Resta un fatto, innegabile: il vecchio centrosinistra storico di Moro e di Nenni aveva una nozione di sé infinitamente più forte e più alta del centrosinistra contemporaneo, come lo chiama il Mulino, in mancanza di un nome, di un simbolo, di una cosa.
Tutto questo determina una sensazione doppia di vita artificiale. Da un lato, l´idea che sia solo Berlusconi a tenere insieme identità tra loro difficilmente omologabili, o comunque incapaci di creare un´identità nuova. Dall´altro, l´immagine di un apparato staccato da un´identità incarnata nel Paese, che vive solo negli spezzoni dei telegiornali, attorno a tavoli con bottiglie d´acqua minerale, sotto le immancabili luci al neon. Una sinistra al neon, convinta che basti riunirsi una volta alla settimana per esistere, che sia sufficiente apparire nei tigì per parlare al Paese, che basti contrapporsi a Berlusconi (negli intervalli di quelle riunioni di autoanalisi) per coltivare la nozione di riformismo tra i cittadini.
Quando non è l´identità che dà risposte ai problemi, ogni problema ha tante soluzioni quante sono le culture di origine che si radunano attorno a quel tavolo, come le tribù. I partiti sono culture politiche, o almeno le elaborano tra tradizione e modernità, valori e interessi legittimi: le tribù no. Il risultato è ancora una volta una vita spostata, nella continua attesa di un momento "x", che verrà un giorno a liberare la sinistra dal suo incantesimo, portandola a vincere. Come se la partita non si giocasse oggi, tutta oggi, in termini di credibilità e di costruzione di sé. La campagna elettorale non crea identità da sola, nemmeno la vittoria, e neppure il governo. Figuriamoci l´antiberlusconismo. Una coalizione di "anti" può anche vincere e in ogni caso interrompere l´esperienza di questa destra sarebbe un risultato positivo per il Paese. Ma quella stessa coalizione il giorno dopo, finita la festa, avrebbe comunque la responsabilità di dire al Paese che cos´è, qual è la sua cultura, come intende governare e qual è la sua idea dell´Italia. Tutte cose che oggi mancano.



L'alleanza rischia di bruciarsi
Carlo Fusi su
il Messaggero

Silvio Berlusconi sparge sarcasmo invitando Prodi a “perseverare”: irrisione che poggia sullo scontro in atto tra il Professore e la Margherita rutelliana e che sta terremotando l'intero centro-sinistra. I collaboratori del presidente del Consiglio potrebbero consigliargli di moderare lo scherno visto che all'appuntamento delle politiche manca un anno e mezzo, che il centro-destra non è immune da problemi su temi cruciali come la politica estera e le candidature alle regionali e che polemiche accese e subito rientrate come quelle con il commissario europeo per gli Affari economici, Joaquin Almunia, sullo sfondamento del patto di stabilità Ue sono spia di difficoltà economiche che l'operazione taglia-tasse rischia di non poter riassorbire per intero.
Tuttavia non c'è dubbio che il sentimento berlusconiano è largamente diffuso nel Polo e si sposa con lo sconcerto con il quale vasti settori dell'Ulivo assistono alla guerra in atto nella parte centrale del loro schieramento. Non solo per quello che è successo ma soprattutto per ciò che quello scontro lascia intravedere: con nessuno dei contendenti disposto a recedere salvo siglare un armistizio di facciata in attesa delle regionali. Dove un insuccesso della Margherita potrebbe portare ad una deflagrazione interna e ad un cambio del quadro di comando, con Rutelli che lascia e i prodiani che si insediano alla guida del partito. Uno scenario che i rutelliani paventano minacciando un arroccamento a difesa dell'attuale maggioranza, e i seguaci del candidato premier al di là dei reiterati inviti all'unità non smentiscono. Se le cose stessero davvero così, ben si comprenderebbe l'allarme scattato nei Ds che da un duello fratricida di quel genere vedrebbero compromesse le possibilità di successo dello schieramento anti-berlusconiano.
Ipotesi nefaste per il centro-sinistra. Eppure non è semplice capire come sia possibile arrivare ad una ricomposizione che superi le attuali divaricazioni. E' più che evidente che non esiste alcuna possibilità di sostituire Prodi: un cambio di leadership è immaginabile solo se è il Professore a lasciare. Minaccia che l'ex premier agita non certo al fine di renderla concreta ma al contrario ben sapendo che il suo punto di forza principale sta proprio lì, nella sua insostituibilità da tutti riconosciuta

In caso di abbandono da parte di Prodi, infatti, il centro-sinistra diventerebbe una succursale di Beirut e l'eventuale successore si troverebbe a gestire un contenitore in assoluta ebollizione, con un quadro di comando spiazzato, un elettorato deluso e, elemento decisivo, con possibilità di vittoria seriamente compromesse. Ma per motivi opposti ancorché speculari e che attengono a ragioni di pura sopravvivenza politica, anche l'attuale leadership della Margherita non può recedere. L'accusa che più brucia e che è stato proprio Prodi a lanciare è quella di lavorare per un progetto di ricomposizione centrista con i settori moderati del centro-destra, Udc e dintorni. Una sorta di tradimento in fieri che non a caso anche Casini e Follini hanno rispedito stizziti al mittente. Insomma (e per ragioni a tratti imperscrutabili) è in atto una drammatizzazione dei contrasti che rischia di provocare molti sconfitti e nessun vincitore.


Una sinistra mediatrice fra Prodi e Rutelli
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

A colpire non sono tanto i sarcasmi di Silvio Berlusconi sul centrosinistra, quanto la sensazione che le cose tendano a mettersi davvero male. Sembra che il premier abbia detto ai suoi, quasi irridente: Dio ci conservi Romano Prodi. Può risultare un modo discutibile di infierire sui guai dei propri avversari. Ma lo scontro fra il candidato dell'opposizione a Palazzo Chigi e la Margherita di Francesco Rutelli è nei fatti. E lascia presagire una resa dei conti magari con un probabile sconfitto, Rutelli; ma anche con un Prodi costretto a un braccio di ferro vittorioso quanto logorante. L'idea che il Professore tornato da Bruxelles per armonizzare il centrosinistra non riesca a pacificare il suo partito, sa di paradosso; ma fa capire la sua determinazione. Prodi deve piegare la Margherita, se vuole guidare il fronte antigovernativo. L'impresa non appare così facile. Eppure deve tentarla, perché a suo avviso il cuore duro della resistenza si annida nel gruppo dirigente riunito intorno a Rutelli. L'accusa è di perseguire una prospettiva diversa da quella prodiana; di mirare a un bipolarismo annacquato, che tende a limare i partiti estremi; e perfino di tramare per allearsi coi centristi del Polo, Casini e Follini.
È "ridicolo", sostiene Rutelli. E ricorda di avere sempre sostenuto il Professore. Ma il risultato non cambia: le due fazioni non si parlano. Ieri, al gruppo parlamentare, i dirigenti hanno mangiato un panettone amaro come il fiele. Invece di calmarsi, i rapporti stanno peggiorando. Alla Margherita non viene perdonata la tesi secondo la quale l'ex presidente della Commissione europea non sarebbe il capo della coalizione, ma solo il candidato a Palazzo Chigi: un capo senza truppe parlamentari fedeli, e dunque a rischio di agguati da parte di alleati infidi.
È la "sindrome del 1998" che riaffiora: un governo Prodi disarcionato perché Palazzo Chigi non aveva alle spalle un "partito del premier". La federazione dell'Ulivo ne dovrebbe esserne l'embrione, ma Rutelli e i suoi la considerano un pasticcio troppo di sinistra, che spaventerebbe l'elettorato moderato. D'altronde, la notizia non è neanche più lo scontro fra i "moderati dell'Ulivo". Sotto voce, ieri ci si cominciava a chiedere se un'alleanza da Mastella a Bertinotti può reggere ancora per un anno, se continuano le convulsioni di questi giorni. È rivelatrice l'apprensione dei diessini, costretti a vestire i panni dei mediatori; a invitare alla calma non solo Rutelli ma lo stesso Prodi.

Il segretario dei Ds ha investito tutto sull'asse con il Professore. Teme che le tensioni possano ingrossare la fronda della minoranza interna, e mettere a repentaglio perfino la candidatura di Prodi. La barriera di parole che la sinistra innalza per proteggerlo serve a esorcizzare il pericolo. "Non vedo un futuro dell'Ulivo senza Prodi", ammonisce il portavoce dei Ds, Chiti. Lo stesso Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista, avverte che "non si cambia cavallo". Se qualcuno vuole impallinare il Professore, "sappia che è una missione impossibile". Sono attestati di lealtà. Eppure, potrebbero rafforzare tutti i sospetti di chi, nella Margherita, vede un Prodi risucchiato dalla sinistra; leader tuttora indiscusso, ma politicamente meno riconoscibile del passato.


Apologia della spesa pubblica
Mario Pirani su
la Repubblica

La politica fiscale appare allo stato dei fatti il terreno su cui si giocherà la partita decisiva. Berlusconi, di fronte al sentore di una possibile sconfitta è riuscito a imbastire una controffensiva che sarebbe sciocco sottovalutare o irridere. Se è vero che la "svolta epocale" contrabbanda una patacca poiché gli sgravi corrispondono o a tagli niente affatto indolori alla spesa o ad entrate aleatorie, è anche evidente che l´effetto d´annuncio un qualche risultato lo ha raggiunto. Innanzi tutto perché quei "pochi, maledetti e subito" che i contribuenti, chi più chi meno, si troveranno in tasca costituiscono, pur tuttavia, la riprova di una volontà politica imposta dal premier agli alleati riluttanti e all´Europa diffidente.
In secondo luogo il premier, grazie anche al dominio mediatico e ad una soggezione culturale dei suoi avversari, è riuscito ad imporre un disvalore che il centrosinistra farebbe bene, invece, a rovesciare: quello secondo cui la spesa pubblica equivale in toto a spreco e a denaro mal speso.
Non si può purtroppo affermare che l´opposizione si sia dimostrata finora capace di difendere la natura universalistica del Welfare, di proporre le riforme per assicurarne la compatibilità economica, di affermarne il valore unificante e redistributivo del reddito in una società altrimenti frammentata e marcata da ingiustizie accentuate. Il terzo successo che la destra potrebbe incamerare risiede nello slogan appioppato al centro sinistra di "partito delle tasse", che Berlusconi ha cominciato a far rimbombare.
Risposta troppo debole appare quella di suggerire un taglio fiscale, analogo per dimensione a quello berlusconiano ma diversamente modulato, così che un vantaggio differenziale si rifletta sui ceti deboli. Non apparirà mai credibile una opposizione che insegua, pur con qualche correzione, la maggioranza sul suo stesso terreno.
Solo se è in grado di prospettare una strada alternativa il centrosinistra sarà in grado di competere con una credibilità convincente. Prima di ogni altra cosa va riproposto il valore etico della tassazione progressiva e proporzionale, del significato che essa ha per un Paese che aspiri ad educare i suoi cittadini, curarne il diritto alla salute, garantirne la vecchiaia, amministrarne la giustizia, assicurarne l´ordine pubblico, esaltarne il ruolo internazionale e la sua sicurezza, proteggerne la natura e il patrimonio artistico. Tutto questo implica una spesa - la spesa pubblica, appunto - cui corrisponde il contributo fiscale le cui dimensioni e suddivisioni sono democraticamente decise dal Parlamento.
Frasi di scontata retorica repubblicana, potrà dire qualcuno e forse un tempo avrebbe avuto ragione. Ma quella retorica, quelle frasi scontate si son fatte ormai desuete e difficili da pronunciare. Sconciate prima da Tangentopoli, che piegò la spesa pubblica a fini clientelari e corruttivi, svillaneggiate poi dal finto liberismo berlusconiano, esse son finite fuori corso, quasi inavvertitamente. Con la conseguenza che il centrosinistra, assieme alle parole si è lasciato sfuggire i valori che vi corrispondevano, senza più distinguere tra le critiche indispensabili ai difetti e alle storture che si erano sviluppati nella spesa pubblica e nel Welfare e la campagna distruttiva che mira a sradicarli. Così si sono assimilate parole e concetti che non le appartenevano: "aziendalizzazione" quale metro di misura di sanità e scuola; oppure "federalismo" in luogo di "unità nazionale".
È, dunque, indispensabile che l´universo riformista recuperi anche nel linguaggio e nei contenuti le proprie radici e i propri valori. La spesa pubblica vi appartiene di diritto. L´etica fiscale ne deriva.

Se la sinistra non si fosse innamorata dell´"aziendalizzazione" dovrebbe porre al centro del suo operare un rilancio forte della sanità pubblica allargandola alla sua maggiore carenza: il sostegno e l´assistenza quotidiana agli anziani non autosufficienti il cui numero cresce esponenzialmente con il prolungarsi dell´età media e che oggi gravano in grandissima parte sulle famiglie. Uno schieramento politico che si ponesse questo obbiettivo potrebbe chiedere ai cittadini la reintroduzione motivata di una imposta per la salute, proporzionale al reddito. Ecco cosa intendo per recupero di una etica fiscale riformista.
Per contro non posso nascondere il timore che prevalga nel centrosinistra la proposta di inserire nel programma elettorale una imposta patrimoniale e il recupero di quella sull´eredità. Anche esiziale sarebbe il lasciare la questione in sospeso tra il sì e il no, rinviando la decisione a dopo l´eventuale vittoria. Sol che in questo caso la sconfitta sarebbe scontata in partenza tale il giustificato timore della stragrande maggioranza delle famiglie di venir colpite non nel reddito prodotto, come è giusto, ma attraverso una taglieggiamento che impoverirebbe anno per anno il patrimonio e i risparmi, con la prospettiva della stangata finale ai figli cui tutti aspirano lasciare i frutti di una vita.

Secondo il dato più recente (Rapporto Censis 2004) l´83% delle famiglie vive in casa di proprietà. La corsa all´acquisto si è accentuata negli ultimi anni ad un ritmo superiore alle 800.000 abitazioni all´anno in rapporto anche alle incertezze del risparmio in titoli. Inoltre, "stante la criticità degli affitti, la spinta all´acquisto, diffusa fra i ceti medi, tende ad allargarsi verso le fasce più basse. Più della metà dei 4 milioni di famiglie indebitate lo è per mutui accesi a questo fine".
Orbene la patrimoniale mira a colpire gli immobili, i risparmi in titoli, depositi, azione, gli eventuali beni di consumo durevoli (auto, barche, ecc.). Va tenuto presente che questi beni, quando sono dichiarati (se non lo sono continuerebbero a restare esenti di fatto), vengono già gravati di imposta, sia di tipo patrimoniale (Ici, spazzatura) sia per il reddito prodotto (per es. gli affitti, i dividendi, i profitti sui titoli, i depositi in c/c sono anche tassati, se pur in modo difforme). Inoltre mentre le singole proprietà sono individuabili e valutabili attraverso il catasto, le grandi proprietà immobiliari fanno capo a società per azioni in genere non quotate e tassate in quanto tali. Mi sembra evidente che una patrimoniale suonerebbe come persecutoria per la stragrande maggioranza del popolo italiano. Sarebbe devastante per i ceti medio bassi, irrilevante e di scarso peso per i veri ricchi, ininfluente per chi già evade il fisco. Analogo il discorso sulla reintroduzione d´una imposta ereditaria che, con la rivalutazione degli estimi catastali, cadrebbe anche su chi lascia tre camere e cucina. Oltre al portafoglio verrebbero colpiti anche i sentimenti più profondi e radicati degli italiani.

Esiste un´altra strada per alimentare le finanze pubbliche: colpire l´evasione e colmare la macroscopica divaricazione tributaria tra paese apparente e paese reale.
È stato Tremonti che recentemente ha ricordato come in Italia risultino solo 1181 persone che dichiarano un reddito pari o superiore ad un milione di euro (2 miliardi di lire) e solo 16.000 (per l´esattezza 15.953) con un reddito di 300mila euro (600 milioni di lire). Una cifra ridicola, paragonata, ad esempio, alla immatricolazione lo scorso anno di 220.000 grandi imbarcazioni da diporto e superstrada di grossa cilindrata.
L´Agenzia delle entrate valuta che sfuggano al fisco almeno 100 miliardi di euro. Ci si potrebbe chiedere se questa macroscopica evasione costituisca un fenomeno della natura contro cui i governi imprecano ma nulla possono. In realtà, poiché la fuga dal fisco si colloca nel grande bacino delle cosiddette attività autonome, basterebbe attivare almeno i controlli sulle dichiarazioni compilate in base agli "studi di settore", inventati da Augusto Fantozzi, quando era ministro delle Finanze di centrosinistra, per contrastare efficacemente l´evasione. Si tratta di un metodo di calcolo incrociato del rapporto tra fatturato, magazzino, numero dei dipendenti, metri quadri, vetrine, energia consumata, collocazione dell´esercizio od ufficio.
Su questa base il contribuente, inserendo i dati nel computer, ricava il "reddito lordo congruo" da cui dedurre le spese documentate. Se, però, i dati che inserisce non rispondono al vero, il reddito risulta più basso. Qui scatterebbe l´obbligo di controlli di massa, facilitati dalla computerizzazione, ad opera della Guardia di Finanza.
Il peso politico delle categorie interessate a una applicazione distratta degli "studi di settore" è però tale che la destra preferisce abbondare in condoni e predicare il taglio delle tasse, mentre la sinistra lascia libera circolazione a minacce di patrimoniale, tasse sulle "grandi ricchezze", imposte sulle successioni ed altri armamentari di varia demagogia.


Debutto in tv per l'"Espresso": conquista Rete A
Federico De Rosa sul
Corriere della Sera

Il gruppo Espresso sbarca in tv. Per ora su quella analogica, ma guardando al digitale terrestre. Ieri il gruppo che fa capo a Carlo De Benedetti ha chiuso un accordo per l'acquisizione di "Rete A", l'emittente televisiva di sola musica di proprietà di Alberto Peruzzo. L'Espresso rileverà il 100% del capitale di "Rete A" per 115 milioni di euro, utilizzando parte delle risorse ottenute di recente con l'emissione di un prestito obbligazionario da 300 milioni. L'esborso è in gran parte giustificato dal valore della concessione per la trasmissione televisiva (in Italia ne sono state rilasciate 11), senza la quale non è possibile ottenere l'autorizzazione per passare al digitale terrestre. Ma anche dalla situazione patrimoniale di "Rete A", che ha un fatturato di 20 milioni di euro, una posizione finanziaria netta positiva per 5 milioni e un buon livello di cash flow . Infine dal fatto che la tv di Peruzzo ha già avviato la copertura del territorio in digitale terrestre, puntando almeno al 50% del territorio.
Il management dell'Espresso, che assumerà la gestione della tv dopo il via libera delle autorità, punta a raddoppiare in tre anni i ricavi di "Rete A" e a triplicare la redditività operativa. Per farlo sarà messa a frutto l'esperienza maturata dal gruppo De Benedetti in campo radiofonico, con Radio Deejay (sbarcata anche sulla tv satellitare), Radio Capital e Mo2. E dunque il target di riferimento resterà quello dei giovani, così come sarà sempre la musica a caratterizzare il futuro palinsesto, che si articolerà su quattro canali.
Lo sbarco del gruppo Espresso nel settore tv è stato accolto con favore dal ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, secondo il quale questa operazione "dimostra che con la legge Gasparri il mercato si allarga" e che sono possibili "sinergie, nell'ambito delle quote previste di giornali, radio e televisioni".


L'Europa stronca i sogni di Berlusconi
Angelo Faccinetto su
l'Unità

"Sul patto di stabilità Berlusconi non ha seguito", parola di Joaquin Almunia, commissario agli affari monetari dell'Unione europea. E per il premier - che ancora martedì, dopo le proposte presentate al consiglio europeo della scorsa settimana, aveva proclamato di combattere una guerra proprio per cambiarlo - è un'altra figuraccia. La sua idea di riforma non sembra aver trovato "ampia eco".
Non è che per Bruxelles il patto sia inviolabile. Anzi, lo stesso Almunia afferma che una riforma è possibile. Ma a condizioni precise. "Se ci sono stati che vogliono sfruttare l'occasione della riforma del patto per una deroga al limite del 3 per cento del rapporto tra deficit e pil e a quello del 60 per cento del rapporto tra debito e pil - afferma il commissario - la nostra risposta è no, questa è la frontiera oltre la quale non possiamo andare". Cioè proprio quella frontiera che Berlusconi voleva valicare.
La posizione della Ue è chiara. Un paese che ha un debito pubblico superiore al 100 per cento non può sfondare il tetto del 3 per cento.
E l'Italia è attorno al 106 per cento. Le conclusioni sono evidenti. Almunia si è detto "fiducioso" sulla possibilità di raggiungere un accordo la prossima primavera, quando il tema della revisione del patto sarà nell'agenda della presidenza lussemburghese. Ma sempre che non si pretenda di spostare i paletti fissati con le percentuali, "la sola linea rossa da non oltrepassare". Direzione nella quale sembra intenda invece muoversi un "ristretto gruppo di paesi". Quali? Italia e Portogallo - sostiene il commissario agli affari monetari - "hanno alcuni problemi" nel rispettare il patto, anche se altri dieci paesi dell'Unione, al momento, si trovano in una posizione peggiore. Comunque la si voglia vedere, una bocciatura per l'ipotesi sostenuta dal presidente del consiglio italiano.
Inossidabile, Berlusconi ha cercato di sdrammatizzare. Dopo aver affermato che il 3 per cento va interpretato "con elasticità", ieri dopo le dichiarazioni di Almunia ha affermato che il patto di stabilità "deve restare". Ribadendo però che deve "essere interpretato in maniera diversa in funzione dei bilanci, delle spese in conto capitale che devono essere inserite pro-quota e non nel bilancio dell'anno in cui la spesa avviene". Conclusione di Berlusconi: "Almunia ha detto esattamente la stessa cosa, non è vero che gli altri sono in disaccordo con me". In sostanza, per il premier, si sarebbe semplicemente voluto creare un caso.
Di parere diverso l'opposizione. "Nella trattativa in corso sulla modifica del patto di stabilità, la demagogia di Berlusconi a puro uso interno, ci sta mettendo nella condizione del bersaglio - afferma il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani. Non ci vuole molto a capire che aria tira a Bruxelles".

"Abbiamo appreso la verità - sostiene il presidente dei deputati dello Sdi, Ugo Intini - Berlusconi aveva ottenuto dall'Europa per le sue proposte economiche non un mezzo sì, ma un completo no. Berlusconi fa propaganda a uso interno, anzichè politica economica ed estera. In questo modo, la politica economica del governo italiano continua ad essere bocciata e la nostra diplomazia continua ad essere isolata in Europa. Se Berlusconi si occupasse meno di propaganda, avrebbe maggiori possibilità di successo per la sua stessa politica economica ed estera. Invece, danneggia se stesso e l'Italia. Anzichè il capo di governo e l'uomo di stato fa l'uomo di marketing elettorale e il capo ufficio vendite della sua azienda Forza Italia".


Sanzioni UE a Microsoft:
Giancarlo Radice sul
Corriere della Sera

Nessuna sospensione. Microsoft deve applicare immediatamente le "misure correttive" che lo scorso marzo l'antitrust Ue le ha imposto per evitare che continui ad "abusare" della "posizione dominante" che esercita nel mercato dei computer. Così ha sancito ieri la Corte europea di prima istanza, presieduta da Bo Vesterdorf, approvando in pieno la decisione adottata dalla Commissione di Bruxelles su richiesta dell'allora commissario alla Concorrenza, Mario Monti, che aveva anche multato il gruppo per 497,2 milioni. Un "no" totale, insomma, opposto alle richieste avanzate dalla compagnia di Redmond, Seattle, che era ricorsa ai giudici proprio per ottenere un "congelamento" delle sanzioni fino a un'eventuale condanna definitiva in appello, attesa non prima di cinque anni. "Gli elementi di prova fatti valere da Microsoft non sono sufficienti per dimostrare che l'esecuzione dei rimedi correttivi indicati dalla Commissione possano provocarle un danno serio e irreparabile", si legge fra le 91 pagine dell'ordinanza della Corte di Lussemburgo.

LA VITTORIA UE - A Bruxelles, le prime reazioni suonano particolarmente soddisfatte. "Una vittoria per i consumatori e la loro libertà di scelta. E uno stimolo all'innovazione", sintetizza Jonathan Tod, portavoce del commissario Ue all'Antitrust. E commenti analoghi sono venuti, ovviamente, dalle società di software concorrenti di Microsoft.

MICROSOFT S'ADEGUA - Dal colosso di Redmond è invece arrivata la conferma della propria contrarietà alle tesi sostenute dalla Ue. Ma anche l'annuncio che intende comunque rispettare l'ordinanza dei giudici. Su un sito internet aperto ad hoc, Microsoft ha già messo a disposizione fin da ieri sera alcuni di quei codici "segreti" che dovrebbero permettere ai produttori concorrenti di software di mettere a punto programmi che possano "dialogare" perfettamente con i suoi sistemi operativi Windows (soprattutto per i server).
E da gennaio comincerà a vendere sul mercato europeo (non si sa ancora se lo farà anche fuori dai confini continentali) una doppia versione di Windows: una con integrato il programma di gestione audio-video Media Player, e una senza. Proprio questi erano i due "rimedi" individuati dall'Antitrust Ue per punire l'"abuso di posizione dominante". Microsoft ha infatti danneggiato i produttori rivali di software audio-video "legando" indissolubilmente" il proprio programma Media Player al sistema operativo Windows (che è installato sul 95% dei pc al mondo).



La via italiana (al divieto di fumare)
Beppe Severgnini sul
Corriere della Sera

L'America d'inverno sembra un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio: uomini e donne fuori dalle porte e nelle strade, soli e in gruppi. Cosa fanno? Fumano battendo i denti dal freddo: impresa non facile, se ci pensate. Dentro gli uffici, infatti, le sigarette sono vietate da anni. Anzi, più che vietate. Le sigarette sono out, finite, sparite. Da una decina d'anni, negli Usa, fumare è disdicevole. Provate ad accendervi una Marlboro durante una riunione di lavoro: se appiccaste fuoco alla cravatta del capo, vi guarderebbero con più comprensione. Le aziende americane, però, non s'accontentano di vietare e scoraggiare. Il fumatore - ragionano - è meglio evitarlo, piuttosto d'annusarlo, sopportarlo e curarlo. Molte società, grandi e piccole, stanno ripulendo gli organici: solo non fumatori tra i nuovi assunti. Una forma di discriminazione? Risposta complicata.
Le aziende temono cause di risarcimento per danni da fumo nell'ambiente di lavoro. Il divieto è una forma di assicurazione. Ci arriveremo anche in Italia? Be', ci siamo già arrivati: chiedere alla Paribas, imputata in un processo presso il Tribunale di Milano dopo la morte di un'impiegata asmatica. Ma c'attende ancora un periodo di rumorosa confusione e gioiosa ipocrisia. Dal 10 gennaio, come sapete, le sigarette saranno vietate nei luoghi pubblici al chiuso; e nei bar e ristoranti, se non hanno ghetti - scusate: locali - per fumatori. La Confcommercio, spalleggiata da due ministri, vuole una proroga, ma pare che non la otterrà. E' fortunata, e non lo sa. L'America dimostra infatti che il NO SMOKING provoca un aumento della clientela, non una diminuzione. Le camere a gas, in fondo, non piacciono a nessuno.
Un quarto degli italiani oggi fuma, ma ha capito che dovrà smettere. L'America infatti - con tutti i suoi eccessi - funziona da apripista della modernità (dalla tv al computer, dalle auto alle periferie commerciali). L'Europa, in queste materie, può evitare gli isterismi lungo il viaggio, ma non cambiare la destinazione. Ormai l'Occidente ha scelto: il fumo delle sigarette fa male, fa spendere, fa ridere.
Sì, il fumo fa male. Lo ripete da tempo la scienza, e due anni fa l'ha capito anche il Parlamento italiano (che però consente di fumare nel Transatlantico a Montecitorio). Ricorda Giovanni Invernizzi, del Gruppo di studio sul tabagismo della Società Italiana di Medicina Generale: "L'aria fumosa di un bar è cinquanta volte più inquinante di quella che si respira nel traffico". Sostiene invece Il Foglio (21 dicembre): "Gli effetti perniciosi del fumo passivo non esistono, questo è chiaro all'intuizione e al senso comune". Sarà. Ma qui non si parla dell'interpretazione autentica del pensiero di Sandro Bondi. Si parla di salute, e io credo ai medici.
Prossimi sviluppi? Facili da prevedere. Alcuni italiani continueranno a frignare (e a fumare). Molti altri, scoraggiati dai divieti, smetteranno, e scopriranno di star meglio. I produttori di sigarette - che hanno tanto pelo sullo stomaco da poter girare nudi d'inverno - punteranno a nuovi mercati, e a consumatori meno guardinghi: gli adulti del secondo e terzo mondo, e i nostri ragazzi.



  23 dicembre 2004