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sulla stampa
a cura di G.C. - 22 dicembre 2004


Il Professore: "Il sangue scorrerà..."
Francesco Alberti sul
Corriere della Sera

BOLOGNA - Il signore con capelli bianchi e tessera ds in tasca si alza a dibattito già inoltrato e, tra l'affettuoso e il minaccioso: "Professore, se i partiti le stanno addosso, se qualcuno cerca di fermarla, si rivolga alla base, ci pensiamo noi a quelli, siamo con lei...". Si spellano le mani i cinquecento della Casa del Popolo. Brillano gli occhi a Romano Prodi, che coglie al volo l'assist: "Ci sono state delle difficoltà, è vero, lunedì a Roma non è stata una bella giornata... (pausa calcolata). Ma ve lo dico con assoluta certezza: io non rinuncio, anzi, rilancio. Le stelle polari della mia azione saranno unità e chiarezza".
Rutelli è addolorato? L'Ulivo è nel mirino di leader e leaderini? Prodi, come spesso gli capita, ritrova entusiasmo e allegria lontano dalle sabbie mobili romane e in questa serata bolognese, davanti a gente che ha fatto l'ultima guerra e a giovani con la sinistra nel sangue, evita frecciate agli alleati, stempera i toni. Perché, come dice rivolgendosi scherzosamente alla stampa, "voi stasera vorreste il sangue, in senso giornalistico intendo: e invece no, magari il sangue correrà in altre sedi, ma non qua...".
È un Prodi a suo agio, nemmeno parente di quello uscito lunedì sera da piazza Santi Apostoli con il volto tirato e la voglia di spaccare il mondo. Un Prodi, però, deciso a non arretrare di un millimetro. Non nomina mai Rutelli e compagnia, ma fa chiaramente capire di rivolgersi a loro quando esclama: "L'unità la voglio subito, adesso, prima delle Regionali, non dopo...". Se l'ipotesi delle Liste unitarie è andata in malora, "vuol dire che troveremo forme nuove, diverse, perché ce lo chiede la gente, perché così dev'essere...". La Federazione naturalmente deve andare avanti, "va rafforzata, sarò un federatore a oltranza, dovrò esercitare il compito anche con durezza". E, tanto per cominciare, annuncia il Professore, "organizzeremo una manifestazione nella quale i nostri 14 candidati alle presidenze delle Regioni si ritroveranno uno vicino all'altro", foto di gruppo che faccia capire "che andiamo nella stessa direzione", anche se poi ogni partito si presenterà con il proprio simbolo. Altro tema sul quale l'ex presidente Ue non transige è la chiarezza tra alleati: "Non voglio che nulla rimanga sotto il tavolo, che ci possano essere nella coalizione pregiudizi o problemi non affrontati".
Le ferite dell'ultimo vertice romano sono ancora aperte, è evidente. Ma adesso è "il momento di giocare fino in fondo". Certo, ci vorrà "tanta pazienza, e quella non mi manca". Ma l'obiettivo dev'essere uno solo.
Quasi lo grida il Professore: "Voglio chiarezza su tutto, anche a costo di tensioni e di scontri". Lo ripete: "Sì, di scontri".

Quel concorso che Prodi invoca e promette nell'elaborazione del futuro programma elettorale: "Voglio farlo assieme a migliaia di persone perché questo è un Paese stanco, senza fiducia, bisogna tornare a scommettere su giovani, ricerca, scuola, innovazione". Poi le stoccate a Berlusconi, a un governo che "ha perso il contatto con la gente e con le strutture produttive", che "pensa unicamente alla risoluzione di problemi individuali", che ha partorito una Finanziaria "senza alcuna linea di sviluppo". Un esecutivo che scarica sull'euro la responsabilità dell'aumento del costo della vita: "Ma la verità è che sono state smantellate a livello locale le strutture che dovevano sorvegliare i prezzi". Un governo che ora vorrebbe modificare radicalmente il Patto di stabilità: "Un'operazione suicida per l'Italia, con il debito che si ritrova...".



E la Margherita ribalta l´accusa
Claudio Tito su
la Repubblica

ROMA - "Noi abbiamo consegnato a Prodi un centrosinistra migliore di come era dopo le elezioni. Più unito. Con Bertinotti e con Di Pietro. E questo grazie al lavoro di Rutelli e di Fassino. È incomprensibile che adesso si enfatizzi un dato non centrale come le liste regionali. facendo precipitare l´immagine della coalizione". Il coordinatore della Margherita, Dario Franceschini, è duro con Romano Prodi e i prodiani: "Il loro è un atteggiamento ingeneroso soprattutto nei confronti della Margherita". E accusa l´ex presidente della Commissione europea di essere "inspiegabilmente ostile. Ricorro a un termine che in politica normalmente non si usa: è molto cattivo".
Secondo lei, perché il Professore ha scelto questa strada?
"Non lo so. Ma so che chi guida un processo politico deve usare pazienza. Deve spargere serenità e non evocare il sangue. Il capo della coalizione non può invocare periodicamente terrificanti bagni di sangue. Soprattutto in una coalizione complessa e ricca come la nostra. È inutile enfatizzare il tema delle liste regionali. La priorità è vincere. In alcune regioni serve la lista unitaria, in altre no. Dov´è l´attentato all´unità? Perché ci trascina in questa tempesta?".
Lei teme che l´obiettivo sia colpire la Margherita?
"Non credo. Per vincere le elezioni, ognuno deve svolgere la propria parte senza sottrarsi voti vicendevolmente".
Forse c´è anche un problema personale tra Prodi e Rutelli.
"In politica non esistono problemi personali. Però da parte di Prodi ho visto un atteggiamento ostile che ci ferisce".
Una soluzione potrebbe essere un congresso straordinario?
"I nostri documenti sono stati approvati all´unanimità. C´è sempre scritto che le modalità di presentazione della Federazione vanno scelte a livello regionale. Non capisco cosa sia cambiato".

Cosa accadrebbe se andasse avanti l´idea delle liste civiche?
"Quali sono le motivazioni per questa operazione? Con Illy e Soru si poteva capire: i loro movimenti preesistevano alle elezioni. Forse ora qualcuno vuole costruirle in laboratorio finendo per favorire la frammentazione pur predicando l´unità. Anche per Marrazzo, non mi pare che ci sia mai stato un movimento che giustifichi una sua lista".
Eppure i Ds sembrano favorevoli.
"Ci confronteremo. Però in questa fase la vicinanza con la Quercia è assoluta".
Se la Margherita avesse un risultato negativo alle regionali, la colpa ricadrebbe su Rutelli?
"Se la Margherita va male si perdono sia le regionali sia le politiche. E nel nostro partito tutte le scelte sono state adottate all´unanimità".
Il sospetto di qualcuno è che l´obiettivo dei prodiani sia questo.
"Non ci voglio e non ci posso credere. Chi è chiamato alla leadership, non deve coltivare elementi di rottura".
Prodi sarà comunque il candidato premier? I suoi fedelissimi temono un´imboscata dopo le regionali.
"Certo che sarà il nostro candidato premier. Lo hanno votato tutti gli organi partito. Basta sospetti. Lavoriamo sui programmi, solo così batteremo Berlusconi".


Ciampi: "Sulla giustizia pochi passi avanti"
Silvio Buzzanca su
la Repubblica
ROMA - La situazione della giustizia italiana, nonostante la riforma, non migliora. Anzi. Soprattutto "ci sono pochi passi avanti per quanto concerne i tempi e quindi, la durata dei processi". Carlo Azeglio Ciampi approfitta del tradizionale scambio di auguri con le Magistrature della Repubblica per fare il punto su molti temi di attualità politica. E in cima non può non esserci, visto che ha appena rinviato al Parlamento la riforma dell´ordinamento giudiziario, la giustizia. Ma il presidente della Repubblica parla anche del bisogno di fare insieme le riforme costituzionali. Anche perché, ricorda di aver detto nel messaggio di fine anno del 2003, "le istituzioni fondamentali non possono essere cambiate ad ogni mutare di maggioranza".
Ciampi si dice preoccupato "per l´accentuarsi di uno stato di difficile comunicabilità tra i principali schieramenti politici e parlamentari" sulla riforma costituzionale e invita i partiti a riprendere "il metodo dialogo al quale si erano dichiarate in precedenza". Il capo dello Stato si lamenta poi dello spoil system che cancella l´imparzialità della pubblica amministrazione, parla di economia e avverte che condizioni essenziali per lo sviluppo sono il risanamento della finanza pubblica e il recupero di competitività. Tutte cose che possono essere lette come garbati messaggi istituzionali del capo dello Stato ad un governo e una maggioranza che stanno studiando il messaggio con cui ha rinviato al Parlamento la riforma dell´ordinamento giudiziario.
Il presidente della Repubblica non elude l´argomento. Ma invece di separazione di carriere, ruolo del Csm o accesso alla magistratura questa volta parla del funzionamento della giustizia come elemento fondamentale dell´efficienza del "sistema nazione". Sembra quasi mettersi dalla parte del cittadino che incappa in una vicenda penale o peggio ancora in una causa civile. E dice subito che guardando al mondo dei tribunali "oggi ci troviamo a dover constatare che non sembrano essersi consolidati quei segnali di miglioramento rilevati nel 2003, soprattutto per quanto concerne i tempi della giustizia e, quindi, la durata dei processi".
Ciampi è infatti convinto che il ritardo nell´arrivare ad un verdetto "non è soltanto lesivo degli interessi dei cittadini, ma è anche causa di inefficacia della pretesa punitiva". Viene meno cioè "uno dei fondamenti della convivenza civile". Il capo dello Stato ricorda che dopo l´approvazione della riforma dell´ordinamento giudiziario ha ritenuto "dover richiedere alla Camere una nuova deliberazione con riferimento ad alcuni importanti profili di costituzionalità". Un atto dovuto anche se quella riforma "è mossa dall´esigenza" di rendere concreta la ragionevole durata del processo prevista dalla Costituzione. Come dire che l´intento è positivo, ma il passaggio legislativo non è stato adeguato.



Tra Colle e Palazzo Chigi un conflitto mascherato
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Più che a uno scontro, somiglia a un inseguimento istituzionale. Gli appunti di Carlo Azeglio Ciampi al governo, ma non solo, fatti ieri durante lo scambio di auguri con le più alte cariche dello Stato, sono stati registrati da Silvio Berlusconi con un laconico: "Non commento le dichiarazioni del Quirinale". E' la conferma di una scelta che mira a evitare qualsiasi conflitto esplicito con il presidente della Repubblica; ma in parallelo non prevede ripensamenti nell'azione del governo. L'atteggiamento di Palazzo Chigi è di chi sostiene di avere sempre fatto il possibile per dialogare con l'opposizione. E dunque schiva gli inviti a riformare la Costituzione con un accordo quasi unanime. "Da parte nostra c'è sempre stata la massima apertura - sostiene il premier -. C'è ancora e ci sarà sempre". Alle parole di Ciampi sull'esigenza di una "riscrittura il più possibile condivisa della seconda parte della Costituzione", Berlusconi sembra rispondere: l'appello va rivolto ai nostri avversari.
D'altronde, il centrodestra aveva assunto lo stesso atteggiamento riduttivo dopo il rinvio alle Camere della riforma sulla giustizia voluta dal governo. Per questo, forse, il capo dello Stato ribadisce di avere chiesto al Parlamento "una nuova deliberazione con riferimento a importanti profili di costituzionalità". La puntualizzazione contraddice la tesi della maggioranza.

Al fondo, riaffiora la consapevolezza di una deriva deteriore fra governo e opposizione e fra poteri dello Stato. Quel "purtroppo" sui segnali di dialogo che "non hanno avuto il seguito sperato" riguarda le riforme costituzionali; ma evoca un'atmosfera di intossicazione generale. Il timore è che prevalga una sorta di riformismo effimero: giusto il tempo perché arrivi un'altra coalizione e rovesci tutto di nuovo. Ma forse, il disappunto più trasparente riguarda le difficoltà dell'industria e il problema di avere "la fiducia dei mercati finanziari"; e i ritardi sul sì al Trattato costituzionale europeo.
Ieri mattina, dalla Sicilia, Berlusconi ha ammesso che avrebbe voluto che l'Italia lo approvasse per prima. "Ma siamo stati superati da due Paesi, quindi non è più questione di essere i primi. Quando ci sarà il tempo in Parlamento, approveremo la ratifica...". E' un rinvio a data da destinarsi: forse al primo semestre del 2005. Poche ore dopo, invece, Ciampi ha chiesto di fare presto. L'Italia, ha ricordato, è "lo Stato depositario dei Trattati..". Dunque, ha un "obbligo particolare a una rapida ratifica". L'inseguimento istituzionale continua.


An: mafia, basta con il "concorso esterno"
D. Mart. sul
Corriere della Sera

ROMA - Il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ci aveva anche scherzato sopra: "Fate un decreto anche per me". E la risposta non si è fatta attendere. Il senatore Luigi Bobbio (An) ha già messo in cantiere una proposta di legge che mira a regolare con un apposito articolo del codice penale, il "416 quater", i confini tra i tre di livelli di coinvolgimento nell'associazione mafiosa: "La partecipazione, il favoreggiamento e la cooperazione". Così, nelle intenzioni del proponente, si squaglierebbe come neve al sole quel "concorso esterno", oggi regolato non da un articolo del codice penale ma dalla giurisprudenza a Sezioni Unite della Cassazione, che è stato determinante nei processi contro Bruno Contrada (condannato a 10 anni in primo grado, assolto in appello, sentenza annullata e rinviata in secondo grado dalla Suprema Corte) e contro Calogero Mannino (assolto in primo grado, condannato a 5 anni e 4 mesi in appello, in attesa della Cassazione). Spesso i magistrati sono stati criticati per queste sentenze ma ogni processo ha la sua storia e vale per tutti l'esempio della sezione del tribunale di Palermo presieduta da Leonardo Guarnotta che ha assolto Mannino e poi ha condannato Dell'Utri. Ora il compito del senatore Bobbio, ex pm napoletano, non è certo tra i più facili. Anche perché è sua intenzione far passare la nuova norma con un emendamento alla legge Cirielli, che mette insieme giro di vite per i recidivi e prescrizione più breve. E così il centrosinistra reagisce con l'ironia: "E' giusto, nella logica della Cdl, che dopo aver approvato il decreto Salva-Previti ora si metta a punto il salva-Dell'Utri", attacca il diessino Francesco Bonito. E anche Giuseppe Fanfani (Margherita) risponde senza esitazione: "Se esistesse un reato di interessi privati in atti legislativi la Procura si dovrebbe interessare anche dell'iniziativa di Bobbio".



Mosul, strage nella mensa Usa
Meo Ponte su
la Repubblica

NASSIRIYA - La morte arriva all´ora di pranzo a Camp Merez. La mensa della Task Force Olympia è gremita quando un´onda di fuoco squarcia il sottile soffitto di tela: spezzoni roventi sibilano nella dining hall spazzando i tavoli e investendo i soldati in fila con i vassoi al bancone. Dura pochi minuti ma è l´inferno. I sopravvissuti si alzano intontiti tra i lamenti dei feriti e le urla di chi invoca un medico. Tra i tavoli ci sono corpi inerti, straziati dalle schegge. Ne contano ventidue: tre sono di iracheni, gli altri sono tutti americani, soldati e contractor. Jeremy Redman, un reporter del Richmond Times Dispatch che era nella mensa in quel momento, più tardi ha detto di aver visto tra i cadaveri quelli dei due soldati del 276mo Battaglione di genieri di Richmond che aveva intervistato poco prima. "È stato terribile - ha raccontato il giornalista -. Una palla di fuoco ha avviluppato la tenda mentre tutti cercavano di mettersi in salvo sotto i tavoli". Oltre sessanta i feriti, trasportati su barelle di fortuna all´ospedale del campo per i primi soccorsi.
È davvero un mezzogiorno tragico quello di ieri nella base Usa a cinque chilometri da Mosul, una delle più grandi in Iraq. L´attacco con colpi di mortaio (forse di razzi katiuscia) ha confermato i timori che da giorni i soldati della Task Force Olympia, 8500 uomini che nel febbraio scorso hanno sostituito nella base le "Screaming Eagles" (le Aquile Urlanti) della 101ma divisione aviotrasportata, confidavano ai giornalisti in visita.
"La mensa è un obiettivo troppo facile - ripetevano i G. I. -. I terroristi sanno di trovarci un sacco di gente ad orari fissi". Nel corso dell´anno quel grosso tendone bianco era stato bersagliato almeno trenta volte: una giovane caporale era morta mentre cercava di ripararsi e proprio ieri mattina il maggiore James Zollar aveva decorato un marine ferito lo scorso ottobre a pochi metri dalla mensa. Per questo da qualche giorno a Camp Merez una squadra di operai lavorava notte e giorno per costruire una nuova dining hall in cemento armato. La guerriglia però ha colpito prima: con tre colpi di mortaio secondo il comando americano, con un martire kamikaze per il gruppo terroristico salafita "Ansar Al Sunna" che ha rivendicato l´attentato via Internet.
È l´attacco più grave subito dall´esercito Usa dopo la caduta di Bagdad.

D´altronde agli agguati della guerriglia era sfuggito a stento lo stesso generale John Abizaid, comandante generale delle truppe in Iraq, Afghanistan e Asia centrale il 12 febbraio scorso, accolto da una pioggia di Rpg mentre visitava una caserma dell´Iraqi Civil Defence Corps a Falluja.
Ora i rapporti della Cia e del servizio segreto inglese indicano che Mosul è diventata la nuova roccaforte sunnita. Terza città dell´Iraq (che conta con i sobborghi poco meno di un milione di abitanti in gran parte arabi), nonostante solo un centinaio di chilometri la separino dalla Turchia sarebbe stata scelta da Abu Musab Al Zarqawi, l´uomo di Al Qaeda, come base operativa dopo la caduta di Falluja.



Natale a casa per i due giornalisti francesi
Umberto De Giovannangeli su
l'Unità

La vita ricomincia poco prima del tramonto. Quattro mesi dopo l'inizio dell'incubo. I due reporter francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot sono stati liberati. La prima ad annunciarlo è la televisione del Qatar al Jazira. "I due giornalisti francesi sono stati liberati e sono stati consegnati all'ambasciata francese a Baghdad", è la scritta, in caratteri bianchi su sfondo nero, che appare alla base dello schermo. "Sono stati liberati - spiega al Jazira - perché è stato dimostrato che non erano spie degli Stati Uniti e in risposta agli appelli di istituzioni e organismi islamici, e in apprezzamento delle posizioni della Francia sull'Iraq e della posizione dei due giornalisti sulla causa palestinese". Una causa che Georges Malbrunot aveva raccontato per anni, gli anni duri della prima e della seconda Intifada.
Lo avevamo incontrato per la prima volta a Gaza, nei giorni dell'esplosione della "rivolta delle pietre". Lo avevamo salutato a Gerusalemme, pochi giorni prima della sua partenza per l'Iraq: "Lì è dura - mi aveva detto - ma oggi la trincea avanzate dell'informazione in Medio Oriente è a Baghdad".

Quattro mesi. Tanto è durato l'incubo dei due reporter. Quattro mesi fatti di trattative segrete, di ripetuti annunci di liberazioni imminenti ma mai avvenute. Quattro mesi di angosciosa attesa. Alla fine, la Francia tira un sospiro di sollievo. Tutti i canali televisivi rivoluzionano la programmazione per dare notizia della liberazione dei due reporter. Il primo ministro Jean-Pierre Raffarin esprime la sua "gioia profonda". I due giornalisti, aggiunge il premier, potranno essere in Francia mercoledì in tarda serata. Mentre Raffarin, visibilmente compiaciuto, appare in Tv, il ministro degli Esteri Michel Barnier parte con un volo speciale che andrà a prendere gli ex ostaggi.

Christian Chesnot e Georges Malbrunot erano scomparsi il 20 agosto in Iraq - insieme con il loro autista siriano Mohammed al-Joundi, ritrovato sano e salvo il 12 novembre - mentre si trovavano a Baghdad ed avevano annunciato alle loro redazioni che sarebbero andati a Najaf. È l'inizio di una vicenda tormentata, scandita da continui colpi di scena. Il 28 agosto al Jazira annuncia il rapimento dei due da parte dell'Esercito islamico in Iraq (lo stesso del sequestro e dell'uccisione di Enzo Baldoni) che chiede alla Francia di abrogare la legge che proibisce di ostentare simboli religiosi - fra i quali il velo islamico - a scuola e lancia un ultimatum di 48 ore. Le autorità francesi decidono di non cedere al ricatto. Il 30 agosto il governo francese conferma che la legge sul velo sarà applicata alla riapertura delle scuole. Il primo ministro Raffarin riunisce i partiti. Al Jazira trasmette un nuovo video con i due ostaggi, l'ultimatum è prolungato di 24 ore.
Il primo settembre scatta l'offensiva diplomatica di Parigi: il ministro degli Esteri Barnier ha incontri in Egitto, Giordania e Qatar. Interviene su al Jazira e ricorda la posizione della Francia su temi come la Palestina e l'Iraq. A chiedere al liberazione dei due reporter sono anche i gruppi integralisti mediorientali, da Hamas e Jihad islamica palestinesi agli Hezbollah libanesi. Contro il rapimento dei due reporter scende in campo la comunità musulmana francese: il 2 settembre il Consiglio francese del culto musulmano incontra a Baghdad il Comitato degli Ulema. L'ambasciatore in Iraq, Bernard Bajolet, afferma che i due giornalisti sono "vivi, in buona salute e ben trattati". Le trattative segrete continuano. Martedì, finalmente, la fine dell'incubo.


La stella cadente di Rumsfeld
Rupert Cornwell su
l'Unità

Come erano diverse le cose diciotto mesi fa. Il regime talebano in Afghanistan era stato rovesciato. Ogni mese venivano catturati operativi di primo piano di Al Qaeda e in Iraq una moderna guerra lampo aveva spazzato via il regime di Saddam Hussein in quattro settimane.
Allora, tra la fine del 2002 e l'inizio del 2003, Donald Rumsfeld era considerato infallibile. Le sue conferenze stampa al Pentagono erano l'equivalente burocratico di concerti rock. Le sue risposte concise e scherzose venivano trasformate dai suoi ammiratori in una forma di poesia. I “fiocchi di neve” di Rumsfeld, i succinti promemoria lanciati dal capo in ogni angolo del Pentagono, venivano accolti come l'ultima moda in materia di moderno management.
Persino il presidente Bush chiamava il suo ministro della Difesa l' “idolo dei mattinali” – e a Washington nelle stanze del potere non c'era passione più grande di Rumsfeld che, quanto mai sicuro di sè, osservava sdegnosamente il mondo attraverso i suoi occhiali alla moda senza montatura.
Non è più così. Le conferenze stampa sono (quasi) sparite. Le sue altre apparizioni pubbliche sono ridotte al lumicino, invariabilmente al cospetto di platee e intervistatori di provata simpatia. Il suo più recente tentativo di resuscitare la spavalderia del vecchio Rummy in occasione di un incontro in Kuwait con i militari il cui scopo era quello di alzare il morale delle truppe dirette in Iraq, si è tradotto in un fallimento.
La sua disinvolta risposta ad una domanda del Tennessee National Guardsman sul fatto che i veicoli militari non erano adeguatamente blindati – "andate in guerra con l'esercito che avete non con quello che vorreste avere" – ha suscitato l'ira non solo dei soldati, ma anche di diversi senatori Repubblicani. E chi sarebbe il responsabile – si sono chiesti – "dell'esercito che abbiamo" se non il ministro della Difesa? Rumsfeld è stato messo alla gogna per la sua apparente mancanza di considerazione per i soldati sul campo e per la sua tendenza a prendersela con tutti tranne che con se stesso.
E questo è stato solo l'ultimo dei suoi passi falsi. Contraddicendo il parere dei suoi generali, ha inviato in Iraq un numero di soldati insufficiente a garantire una occupazione sicura. Poi è arrivato lo scandalo dei maltrattamenti ad Abu Ghraib che ha macchiato la reputazione degli Stati Uniti in tutto il mondo. Con l'inasprirsi dell'insurrezione i turni di servizio dei soldati sono stati allungati – facendo crollare il morale e contribuendo ad un decremento potenzialmente disastroso delle capacità di reclutamento della Guardia Nazionale (la Guardia Nazionale e i riservisti costituiscono al momento il 40% delle forze impegnate in Iraq).
Giunge ora la rivelazione che le lettere di condoglianze alle famiglie dei soldati caduti non sono state firmate di pugno da Rumsfeld ma con un semplice timbro, ulteriore prova, secondo i suoi critici, della sua mancanza di sensibilità e di considerazione nei confronti dei soldati semplici.
I Democratici hanno da tempo chiesto la sua testa, specialmente dopo Abu Ghraib. Ora le richieste di dimissioni arrivano anche dai Repubblicani tra i quali Bill Kristol, direttore del "Weekly Standard", rivista di riferimento dei neoconservatori, e sostenitore della prima ora della guerra in Iraq.

Circa 1.300 soldati americani sono morti in una guerra basata su una serie di calcoli errati da parte del Pentagono – dall'originaria giustificazione sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam al numero dei soldati necessari, dal costo della guerra alla reazione del popolo iracheno. Ora agli americani si dice che i loro soldati dovranno rimanere in Iraq per altri cinque anni o forse più.
In breve, l'Iraq non sarà il Vietnam, ma le analogie continuano a moltiplicarsi.

Malgrado i guai, Rumsfeld non si farà da parte, almeno per il momento. Tanto per cominciare non è il tipo da cedere alle pressioni dei critici. Inoltre a dispetto di tutte le lamentele dei Repubblicani, il ministro della Difesa risponde direttamente al presidente degli Stati Uniti. Ed infine le sue dimissioni sarebbero l'implicita ammissione da parte di Bush che in Iraq sono stati commessi gravi errori – una ammissione che vede la patologica contrarietà del presidente.
In realtà il presidente si diverte a sfidare i suoi critici. Prendiamo ad esempio la cerimonia della settimana scorsa alla Casa Bianca nel corso della quale Bush ha conferito la Medaglia presidenziale della Libertà, la massima onorificenza civile del Paese, a tre architetti della guerra in Iraq: George Tenet, l'ex direttore della Cia che ebbe a dichiarare che c'erano tutte le ragioni per presumere che Saddam Hussein avesse le armi di distruzione di massa; il generale Tommy Franks, il comandante militare che invase l'Iraq con troppi pochi soldati e Paul Bremer, il viceré americano del dopo guerra la cui principale impresa è consistita nello smantellare l'esercito iracheno, un marchiano errore di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Quando la scorsa primavera è scoppiato lo scandalo di Abu Ghraib, Bush si è speso con tutte le sue forze per difendere Rumsfeld e quindi il fatto che abbia approvato senza mezzi termini "l'ottimo lavoro" del suo ministro della Difesa non avrebbe dovuto destare alcuna meraviglia.
"Conosco il cuore del ministro Rumsfeld... è una brava e onesta persona. A volte può avere un'aria dura e burbera ma sotto sotto c'è un brav'uomo che ha a cuore i militari".

© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto


  22 dicembre 2004