
sulla stampa
a cura di G.C. - 21 dicembre 2004
Un giorno nero
Furio Colombo su l'Unità
Scriviamo con imbarazzo e persino con incredulità, alla fine di una brutta giornata. È accaduto questo. I leader del centrosinistra, coloro che in Parlamento, nei telegiornali, nei talk show rappresentano l'altra faccia dell'Italia, la speranza di mettere alla porta il rovinoso governo Berlusconi, ieri hanno partecipato a due riunioni in cui avrebbero dovuto decidere tutto: Federazione, lista unitaria, scelta dei candidati per le regionali che potrebbero segnare la prossima grande sconfitta di Berlusconi.
Il disastro Berlusconi rimane e si aggrava. Oggi sappiamo che il capo del Governo e i suoi non riescono nemmeno a mettere insieme la legge Finanziaria. Ma neppure l'estrema vulnerabilità dell'uomo ricco, prepotente e incostituzionale al governo, ha fatto da stimolo a una nuova, grande strategia dell'opposizione. Eppure l'opposizione ha un capo del peso e del prestigio di Romano Prodi. No. Tutti i leader del centro sinistra sono entrati in quelle due riunioni (mancava solo, per un suo disappunto o sospetto, o ragione non pervenuta, Mastella). Ma sono usciti totalmente divisi. Niente Federazione, niente lista unitaria, niente designazione dei candidati, niente simbolo dell'Ulivo. Prodi adesso appare solo e isolato.
Partiti, gruppi e leader dell'opposizione, evidentemente hanno - ciascuno - un progetto e una ambizione diversi. Ciò che è trapelato lascia capire che soltanto i Ds hanno tentato di evitare questa conclusione. Ma lo sforzo non è bastato. Frivolezza o mancanza di senso della realtà hanno portato via gli altri componenti della tavola, come se una pozione magica avesse cancellato per alcuni di essi coscienza e memoria di quello che sta accadendo in Italia.
Il professore si gioca la leadership
Nino Bertoloni Meli su il Messaggero
Due sono state le decisioni fondamentali prese dalla doppia tornata di vertici del centrosinistra. Ed entrambe sono state prese al di fuori, in assenza di Romano Prodi. A prescindere. La scelta di mettere la parola fine all'ipotesi di liste unitarie alle regionali è stata sancita in un vertice mattutino fra Piero Fassino e Francesco Rutelli, presenti Marini, Cabras e Fioroni. L'altra decisione importante, le primarie larghe in Puglia per decidere fra il margherito Boccia, favorito, e il bertinottiano Vendola, è stata presa nel corridoio della sede di piazza Ss. Apostoli, fuori dell'ufficio di Prodi, fra Chiti, Franceschini e lo stesso Bertinotti.
E' stato Rutelli a chiamare di buon mattino Fassino. "La situazione è difficile, Bertinotti rischia di rompere, Mastella pure, vediamoci". Il leader Ds non si è fatto pregare più di tanto ed è andato nella sede della Margherita, al Nazareno. Piero il lungo non ha messo in funzione il pendolo, ha tenuto ferma la posizione, ha continuato a fare il prodiano, ma il fatto stesso che i due siano tornati a incontrarsi e a parlarsi dopo mesi di gelo e sfuriate è già sintomatico. Davanti a Rutelli, Marini e Fioroni che spiegavano come e perché questa benedetta lista unitaria non si può estendere più di tanto, "non siamo un partito unico, non si può imporre il Listone, spaccherebbe anziché unire", Fassino ha cercato di tenere la barra: "Decidiamo insieme una linea, facciamo emergere una scelta prevalente in sette-otto regioni tale da salvaguardare il progetto riformista". "Guarda Piero che Marini è stato pure troppo generoso quando ha proposto di fare sette a sette", ha scherzato ma fino a un certo punto Fioroni, "potevamo evitarci tutte queste manfrine e chiudere prima". La scena si è riproposta al vertice della federazione (Fed), dove Prodi ha esordito con un "prendiamo atto che questa lista unitaria non si può fare per responsabilità di qualcuno", spalleggiato da Fassino e da Boselli, con la Margherita a ripetere che il Listone si deve fare in quelle regioni che lo hanno già deciso (in pratica solo due, Lombardia e Veneto).
La novità è stata la drammatizzazione impressa da Prodi prima e da Arturo Parisi poi: "Una giornata amara per l'Ulivo". Con i suoi, Prodi è stato molto duro. Dopo i due vertici si è sfogato: "Dobbiamo andare a un chiarimento definitivo, Rutelli si deve assumere le sue responsabilità, lui vuole rompere, così si blocca il processo unitario dell'Ulivo". Come pensa il Professore di uscire da una situazione di oggettivo isolamento rispetto ai partner, alcuni almeno, della coalizione?
Due sembrano le direttrici. La prima, chiara, di drammatizzare il non possumus sulla Lista unitaria scaricando le colpe sulla Margherita di Rutelli e facendo balenare la fine dell'Ulivo. La seconda strada è inedita: Prodi ha proposto e lanciato l'idea delle Liste dei presidenti, liste civiche alle regionali attorno ai candidati presidenti, quasi a significare: quel che non si è potuto ottenere con il Listone, cerchiamo almeno di farlo attraverso le civiche. "Se tutti vanno per conto loro, allora ognuno farà le sue scelte", disse Prodi al precedente vertice. "E' una minaccia?", chiese retoricamente Franceschini. E subito il sospetto ha cominciato a farsi strada: Prodi punta al partito dei presidenti? Le liste civiche come prefigurazione di un partito del presidente? Ma già dalla Margherita parte la contraerea. Stoppa Beppe Fioroni, mariniano d'acciaio: "Le liste civiche o del presidente o come si vuol chiamarle non possono diventare liste di disturbo o di redistribuzione dei voti all'interno dei partiti della coalizione. Pensiamoci bene".
Il tempo scade
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
Dunque, niente lista unitaria dei riformisti della Gad, o come si chiama adesso, alle regionali d'aprile: e poco importa se, nelle regionali del giugno scorso, più del 30 per cento degli elettori (non tantissimi, certo, ma neanche pochi) aveva votato per una lista siffatta, presentata come una svolta di portata se non proprio storica, quasi. Non sarà una notizia bomba, e nemmeno una particolare novità. Si potrebbe anzi dire che un simile esito era scontato da tempo; e che da altrettanto tempo erano state spente (sempre che, in precedenza, si fossero mai davvero accese) le speranze e le passioni suscitate dall'annuncio dell'imminente unità dei riformisti.
Ma proprio questo è il punto: il fatto che un disastro sia larghissimamente annunciato non lo rende affatto meno disastroso. Anzi. Riunione nervosa? Sì, e anche molto di più. Proprio per questo impressiona la paradossale concordia con la quale i partiti e i gruppi della Federazione dei riformisti dell'Ulivo hanno preso atto, nervosismi a parte, dell'insanabile discordia che regna tra loro. E' vero che una cosa è il Listone, una cosa la federazione unitaria. Ma ieri non si è registrata solo una grave difficoltà: si è formalizzata la crisi di un progetto. Di un progetto, sarà bene non dimenticarlo, fortemente voluto da Romano Prodi, che al suo ritorno in Italia ha anche cercato di rilanciarlo in extremis, nonostante il tempo, politicamente parlando, fosse ormai scaduto da un pezzo. E' quindi in primo luogo Prodi, il campione dell'Alleanza, ad aver subito una sconfitta grave. Lo sa, è amareggiato, preannuncia una riflessione impietosa (quanto impietosa?). Ma con lui hanno subito un colpo tutti.
Una strada si è chiusa, anzi, è stata chiusa: Il centrosinistra farebbe bene a chiedersi molto seriamente, e molto in fretta, perché il tempo stringe, e ne ha perso già troppo, se sia possibile riaprirla, o se occorra, in extremis , individuarne un'altra, sempre che esista. E a confrontarsi apertamente - ciascuno nel proprio partito e tutti insieme - con la propria gente. E' lecito dubitare che ne abbia la capacità e la forza. Ma, qualora non riuscisse a trovarle, sarebbe difficile dare torto a Massimo Cacciari, il più lucido dei suoi nel giudizio: il centrosinistra questo spettacolo rischia di pagarlo molto, molto caro, alle elezioni regionali, e anche alle politiche. Perché sembra si stia industriando a perderle entrambe.
Gli elettori traditi
Miriam Mafai su la Repubblica
Una giornata amara per chi ha creduto e crede nello schieramento di centrosinistra e nelle forze riformatrici dell'Ulivo come le sole capaci di indicare al nostro paese una via d'uscita dalla crisi, dal degrado non solo economico ma sociale e culturale nel quale è stato precipitato da chi, dal 2001, ci governa. Una giornata amara che ha rivelato quanto i gruppi dirigenti della coalizione siano distanti dai sentimenti e dalle speranze del loro elettorato. Sono passati pochi giorni da quando, a Milano, una platea entusiasta acclamava Prodi al grido di "unità, unità, unità". L'eco di quella invocazione non si era ancora spenta e i leader della coalizione annunciavano ieri sera di dover rinunciare all'ipotesi, apparsa vincente alle elezioni europee, d'una lista unitaria alle prossime elezioni regionali.
Interessi personali e di partito, di cui è esempio il leader della Margherita Francesco Rutelli, piccoli protagonismi e ambizioni hanno reso impossibile una soluzione unitaria che qualcuno aveva giudicato, con un eccesso di ottimismo, a portata di mano, dopo il ritorno in Italia di Prodi. Solo per pudore o per ipocrisia potremmo declassare questa decisione al rango di una battuta d'arresto del processo unitario. È più corretto forse parlare di una sconfitta, che investe i leader dello schieramento che a questo progetto avevano lavorato da più di un anno.
Una sconfitta, duole dirlo, anche di Prodi, che dal luglio scorso aveva avanzato per primo la sua proposta di una lista unitaria. Una sconfitta di Piero Fassino che ha impostato, con coerenza e tenacia, tutta la sua azione e lo stesso congresso del suo partito, già convocato per febbraio, su questa ipotesi politica. Una sconfitta per coloro che, in questi mesi, anche al di fuori dei partiti, si erano mobilitati in forme e con iniziative diverse, per sostenere queste prospettive. Una sconfitta, e un'amara delusione, per tutti coloro che, anche fuori dei partiti e degli schieramenti politici, avevano chiesto e sperato che le varie forze dell'Ulivo volessero e potessero accantonare le proprie divergenze e giungere invece ad una soluzione unitaria, sia nella definizione di un programma sia nella scelta delle candidature.
Una battuta d'arresto o una sconfitta tanto più amara perché giunge nel momento in cui la Casa delle libertà appare, nonostante una formale ricomposizione delle sue fratture interne, divisa su temi cruciali di politica estera, economica, interna.
Si veda, tanto per fare un esempio, la posizione della Lega a proposito dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, l'incredibile richiesta di Maroni di cancellare l'art.18, la proposta del vicepresidente Follini di azzerare i vertici della Rai strenuamente difesi, invece, dal ministro Gasparri. Un governo in difficoltà, che sopravvive in virtù di ripetuti voti di fiducia, miserabili espedienti demagogici, vergognose leggi ad personam, cosidette "riforme" in violazione di principi costituzionali, e che con la sua politica sta mettendo in serio rischio non solo l'uguaglianza dei cittadini e il loro tenore di vita, ma anche la democrazia nel nostro paese.
Il ritorno di Prodi non poteva da solo compiere il miracolo di rivitalizzare un Ulivo che aveva già sofferto troppe ferite. Abbiamo assistito così al riemergere anche tra le forze dell'opposizione di nostalgie proporzionaliste che, assieme al tentativo di Berlusconi di modificare la legge elettorale, hanno sollecitato le latenti ambizioni identitarie all'interno del centrosinistra.
Sta anche qui, probabilmente, la ragione o una delle ragioni dell'infelice esito della riunione di ieri, di quella che possiamo chiamare più che una battuta d'arresto una sconfitta nel processo unitario dell'opposizione. Ma una opposizione che, ripiegata su meschini interessi e giochi di parte, non fosse in grado di proporre al paese una via d'uscita dalla crisi in cui si trova, una via d'uscita credibile attorno alla quale raccogliere quanti sono oggi preoccupati per il proprio avvenire e delusi dalla gestione berlusconiana della cosa pubblica, una opposizione incapace di assolvere a questo ruolo, si assumerebbe, non credo di esagerare, una pesante responsabilità di fronte al paese.
Rai, affondo di Casini contro il Cda
Lorenzo Fuccaro sul Corriere della Sera
ROMA - "Il Cda della Rai non è più quello nominato dai presidenti delle Camere. Intervenire ora che siamo stati opportunamente spogliati del potere di nomina sarebbe un'interferenza. Al massimo si può fare soltanto un'opera di moral suasion . E' lapalissiano dire che questo Consiglio ha cambiato connotazione dato che non c'è più un presidente di garanzia". Pier Ferdinando Casini sceglie l'occasione del tradizionale scambio di auguri natalizi per assestare un colpo alla legittimità dell'attuale Cda, ma anche per dire all'opposizione che non è ai presidenti delle Camere che si deve chiedere oggi una modifica degli assetti. Le sue parole giungono a poche ore dalla riunione della commissione di vigilanza che oggi potrebbe occuparsi della richiesta di revoca del Cda avanzata dalle minoranze. E per questo suonano come musica alle orecchie degli esponenti del centrosinistra. "Mi pare un'ammissione responsabile", commenta Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione comunista. "I consiglieri prendano atto di quanto detto da Casini e si dimettano", suggerisce Paolo Gentiloni della Margherita. Dimissioni auspica anche il diessino Giuseppe Giulietti, il quale rileva che "sono degli abusivi perché la commissione parlamentare di vigilanza a maggioranza, con il voto dell'Udc, aveva già sfiduciato l'attuale Consiglio".
E la maggioranza? Dal governo si leva in difesa la voce del ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, padre della riforma tv. "L'attuale Cda - dice - agisce in piena legittimità". Gasparri nota poi che "il presidente della Rai ha ritenuto di dimettersi, ma nessuno glielo aveva chiesto". Sprezzante il commento di Alessio Butti responsabile informazione di An e quindi collega di partito del ministro: "Prendiamo atto che l'azienda Rai non è più di sua competenza ed è del tutto evidente che la dichiarazione di Casini è a titolo personale". Anche il leghista Davide Caparini dice che "se la composizione del Cda non è più quella originale è perché l'ex presidente cosiddetto di garanzia, la signora Lucia Annunziata, se ne è andato sbattendo la porta. Nessuno l'ha cacciato", e quindi la polemica sulle parole del presidente della Camera "è mero esercizio oratorio".
Ma che cosa ha detto in dettaglio il presidente della Camera? Ha detto che "dalle opposizioni, da Piero Fassino, ma anche da altri, sono arrivate sollecitazioni ad occuparsi della Rai, ma quando ci sono le regole vanno rispettate". Ed ecco il punto chiave del suo ragionamento: "I presidenti delle Camere, secondo tutte le interpretazioni giuridiche, sono stati spogliati, e io aggiungo opportunamente, del potere di nomina del Cda, e quindi non possono svolgere sulla Rai alcun ruolo che non sia di moral suasion . Qualsiasi iniziativa diversa creerebbe un precedente di pericolosa interferenza".
Casini allude a una norma della legge non più in vigore perché sostituita dalla riforma Gasparri, che consentiva ai presidenti dei due rami del Parlamento di revocare dall'incarico i consiglieri di amministrazione della Rai se questa richiesta fosse stata avanzata dalla commissione di Vigilanza dopo un voto a maggioranza dei due terzi. A luglio, in effetti, c'era stato un pronunciamento di questo genere che invitava i consiglieri a dimettersi entro il 30 settembre. Ma quell'invito era stato disatteso perché a quella data era già avviato il processo di privatizzazione della Rai che prevede nuovi criteri di nomina a partire dal prossimo Consiglio di amministrazione dato che quello attuale scadrà con l'assemblea fissata per approvare il bilancio 2004, assemblea che si terrà nel giugno 2005.
Monocolore televisivo
Curzio Maltese su la Repubblica
In vista delle elezioni, si va a un´altra guerra per la tv. Il presidente della Camera Casini ieri s´è accorto all´improvviso che il consiglio d´amministrazione della Rai, senza più presidenza di garanzia, è diventato illegittimo. Il ministro Gasparri, guardiano scelto del monopolio berlusconiano, gli ha risposto che non è esatto. In un certo senso ha ragione Gasparri. Più che illegittimo, il monocolore Rai è indecente, una vergogna da regime. Il caso italiano è l´unico di una democrazia dove il governo controlla totalmente la tv di Stato, senza rappresentanti dell´opposizione al vertice.
Gli altri casi riguardano dittature. Ma un paese dove si tollera una dittatura sulla televisione si può ancora considerare una vera democrazia? La risposta migliore l´ha data proprio Berlusconi. Di recente il premier ha solennemente affermato, come ricordava Ilvo Diamanti, che "in un paese democratico la politica si fa soprattutto e forse soltanto in televisione". La frase serviva a lanciare l´ennesimo attacco alla par condicio. Nella sostanza tuttavia Berlusconi predica bene, anzi benissimo. È una verità lapalissiana: la televisione è ormai il luogo centrale o forse unico della politica. Ma allora che democrazia è quella dove "il" luogo della politica è di proprietà di uno dei due contendenti? Dove l´opposizione deve chiedere continuamente il permesso di esistere, mentre il padrone di casa è libero di licenziare direttori, oscurare programmi, impartire ordini attraverso i suoi dipendenti o i dirigenti da lui nominati?
A parti invertite, Berlusconi griderebbe al regime illiberale e comunista.
Siccome è lui a comandare, si tiene ben stretto il regime e lo perfeziona ogni giorno con nuove nomine e nuove censure. Finora ha incontrato una resistenza timida, per non dire codarda. L´opposizione è caduta nel tranello di nominare un "presidente di garanzia" senza poteri, destinato fin dal primo giorno a vita dura e breve.
Ora qualcosa comincia a muoversi. Gli appelli di Ciampi al ripristino del servizio pubblico hanno smosso le acque della rassegnazione. Il disconoscimento di paternità dell´attuale consiglio d´amministrazione Rai da parte del presidente della Camera è un atto clamoroso e dovrebbe provocare le dimissioni degli sconfessati (se la dignità fosse ancora di moda). Perfino la sonnolenta autorità per le telecomunicazioni ha avviato un´inchiesta per accertare se il duopolio Rai e Mediaset non sia fuorilegge anche rispetto ai limiti fissati dalla Gasparri. Sarà un bel problema insabbiare i risultati.
Perché la nuova legge è mal concepita, come la Cirami e tante altre pseudo riforme della maggioranza, in ogni caso insufficienti a legalizzare il Far West. Quindi la violazione probabilmente sarà accertata, nonostante gli sforzi immani del guardiano Gasparri, e si potrebbe tornare presto a sentir parlare di vendite forzate e di Retequattro via satellite.
La guerra per la televisione, l´ultima di una lunga serie nella storia italiana, è a un bivio. Se vince la linea del regime mediatico, la maggioranza procederà alle epurazioni finali e all´abolizione della par condicio. Si andrà insomma ad elezioni in stile ucraino con tutte le reti nazionali trasformate in puri strumenti di propaganda governativa. È il progetto annunciato a chiare lettere da Berlusconi, "la grande campagna mediatica" per riconquistare incerti e delusi, l´ultima speranza di rimontare la china del declino e rovesciare il tavolo della sconfitta. Se invece avrà ragione il "ritorno al servizio pubblico" invocato da Ciampi e Casini, allora sarà la fine del monocolore berlusconiano in Rai. Molto dipenderà anche dalla capacità dell´opposizione di capire la centralità della questione televisiva, infinitamente più seria e decisiva delle beghe sulla Fed, la Gad, il Nichi o come si chiamano. In questo sì, l´Ulivo ha tanto da imparare da Berlusconi.
Finanziaria da cambiare
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Per il varo della Finanziaria si va a dopo Natale. La marcia forzata immaginata dal governo (doppio voto di fiducia in un paio di giorni) si è infranta sulla sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale la norma sul blocco del turn over per Regioni ed enti locali. La disposizione va riscritta o eliminata. Ma il gettito deve restare, se non altro perché serve a finanziare gli sgravi fiscali. Si tratta di 223 milioni per il 2005, 600 per l'anno seguente, 891 per il 2007 e 985 per il 2008. Insomma, un'operazione da 2 miliardi e 700 milioni in quattro anni tutta ancora da costruire. Pare che al Tesoro si cerchi ancora una difficile quadratura del cerchio, mentre la fine dell'anno si avvicina pericolosamente con lo spettro dell'esercizio provvisorio. Il tutto in nome della "rivoluzione fiscale" di Silvio Berlusconi.
Secondo indiscrezioni non sarebbe mancata la moral suasion del Quirinale per evitare che la manovra contenesse parti manifestamente incostituzionali. Tanto che Carlo Giovanardi ammette: "Se non avessimo votato la cosiddetta salva-Previti forse avremmo chiuso la Finanziaria entro il 23 dicembre". Così ieri si è deciso di modificare il testo, rinviandolo al Senato tra Natale e Capodanno per la quarta lettura. Era dal 1991, con il ministro del Tesoro Guido Carli e primo ministro Giulio Andreotti, che non si verificava il rinvio a dopo Natale: 13 anni fa si votò il 28 dicembre, quest'anno si andrà al 29 dicembre se non addirittura al 30. Dunque, Camere al lavoro anche durante le vacanze per mettere in ordine un puzzle che rischia di impazzire ad ogni passaggio. Ieri il consiglio dei ministri ha dato mandato a chiedere il voto di fiducia sia sul decreto fiscale sia sulla Finanziaria. Nel pomeriggio è toccato a Carlo Giovanardi chiedere la fiducia in Aula sul decreto che dispone il rinvio al 2005 di due rate del condono edilizio. Una voce che compare poi in Finanziaria per coprire gli sgravi Ire (ex Irpef): ecco perché il decreto andava votato assolutamente prima della manovra. La prima fiducia si voterà oggi in Aula a Montecitorio. Nel frattempo la commissione Bilancio esaminerà la manovra. Già ieri sono "piovuti" sul testo 300 emendamenti. In commissione dovrebbero arrivare le correzioni del governo. Una sarà sicuramente quella sulle Regioni.
Ritmi forzati per i tecnici chiamati ad uscire dall' impasse sulla Finanziaria. Ieri il sottosegretario Giuseppe Vegas ha gettato acqua sul fuoco sul blocco del turn over degli enti locali. "È una norma di carattere procedurale e non finanziario - ha dichiarato - quindi non necessita di coperture". A dire il vero la copertura serve eccome: tanto che proprio quel blocco serve a garantire gli sgravi Ire. Se non si individua una copertura analoga "si aprirà un'altra voragine nei conti", osserva il senatore dei Verdi Natale Ripamonti. In realtà il governo starebbe studiando un'operazione a saldo zero, tentando di far "compartecipare" le Regioni al blocco - magari attraverso un richiamo al patto di stabilità interno - per evitare l'appunto della Consulta sulla legittimità della norma. In altre parole, il blocco resterebbe, ma scaturirebbe dal negoziato sul patto di stabilità. Allo stato, tuttavia, non esistono convocazioni delle Regioni da parte del governo.
Intanto restano inascoltate tutte le questioni fondamentali per lo sviluppo del Paese. Manca il collegato sulla competitività (Domenico Siniscalco lo ha promesso per gennaio), mancano i fondi per far partire la previdenza integrativa.
Per le grandi manovre sulla Finanziaria non sono mancati i malumori anche nella maggioranza. Bruno Tabacci (Udc) spara ad alzo zero. Un voto tra Natale e Capodanno è una cosa "raffazzonata", sostiene Tabacci, confermando che la sua commissione ieri non ha espresso il parere sulla Finanziaria. "È stata una manifestazione - precisa Tabacci - di dissenso istituzionale; non so come abbiano fatto le altre commissioni perché non c'erano néi tempi tecnici né politici".
L'autostrada più inaugurata d'Italia
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Trentasei anni dopo la posa della prima pietra, l'autostrada Palermo-Messina viene oggi aperta a metà (un solo senso di marcia) dal premier Berlusconi, preceduto da ministri, presidenti, assessori e sottopanza per una prima parziale apertura nel giugno scorso e una seconda parziale apertura ai primi di novembre. Ancora un'altra parziale apertura e col prossimo nastro, il quarto, sarà completata davvero anche la Messina-Palermo. In attesa di inaugurare i caselli: visto che non ci sono ancora, infatti, le auto e i camion viaggeranno per ora gratis.
Il commissario straordinario Benedetto Dragotta, quando glielo hanno fatto notare, ha allargato le braccia: "Diciamo che è un risarcimento ai siciliani per tutti gli anni che hanno dovuto aspettare".
Anni? Decenni.
La costruzione di quell'ultimo tratto di 42 chilometri dell'arteria che da oggi unisce, sia pure non del tutto, il capoluogo regionale con lo Stretto, è stata infatti segnata da una lentezza così esasperante da ricordare la costruzione della "Piramide" nel romanzo di Ismail Kaldaré: "L'undicimilatrecentosettantaquattresima pietra fu messa a dimora durante la seconda luna dopo l'eclisse. Fu necessario, per posarla, un po' più di tempo di quello richiesto dalla precedente, ma essa provocò meno decessi... L'undicimilatrecentosettantacinquesima fu rovinosa per i suoi portatori. Uno dopo l'altro caddero senza ragione i muratori Mumba, Ru, Thutse e nove altri anonimi manovali... L'undicimilatrecentosettantaseiesima pietra...".
Quando cominciarono a pensare a quella via di collegamento, erano i tempi in cui l'Unità ironizzava sulla costruzione dell'Autosole scrivendo che "le velocità alte e comode" erano "soltanto per redditi più elevati" e che ora "abbiamo l'autostrada, ma non sappiamo a che serve: è evidente l'impegno di spremere l'economia nazionale nella direzione di una motorizzazione individuale forzata, dimenticando che mancano le strade normali in città e nel resto del Paese". Alla guida del governo c'era Fernando Tambroni, ai Lavori pubblici Giuseppe Togni, ai Trasporti Fiorentino Sullo. Giurassico.
E parallelamente a quella autostrada che non voleva saperne di andare avanti, con una media annua di avanzamento dei cantieri che qualcuno ha con pignoleria calcolato in 4 chilometri, 17 metri e 14 centimetri, restavano bloccati i lavori sempre promessi e finanziati e progettati e rinviati della ferrovia Palermo-Messina. Che ancora due anni e mezzo fa, quando deragliò il locomotore del "1932" diretto a Venezia che trainava sette carrozze con 190 passeggeri, era a doppio binario soltanto per 69 chilometri su 232. Saliti oggi, dopo quella tragedia nella quale morirono dieci persone, a 76. Con una accelerazione che, stando ai dati delle Ferrovie, dovrebbe portare a 143 chilometri entro il 2010. Quando forse diventeranno meno umilianti i tempi di percorrenza che qualche sindacalista denuncia da anni: "Un treno per coprire 232 chilometri impiega 3 ore e 35 minuti, a una media di 64 chilometri orari. Poco più (più, non meno) della velocità del treno a vapore che percorreva la Napoli-Portici nel 1836". Uno scandalo. Che il Corriere della Sera aveva denunciato già nel 1975 scrivendo che sulla Palermo-Messina viaggiava "l'80% dei passeggeri delle ferrovie nell'isola" e "nella quasi totalità" i treni viaggavano "a un solo binario nonostante che si parli dell'urgente necessità di un loro raddoppio da almeno venti anni". Vale a dire dal 1955.
Va da sé che in un contesto come questo, in cui il Mezzogiorno paga da decenni un ritardo spaventoso di infrastrutture, con dighe costruite senza le condotte per l'acqua e costate 38 volte più del costo preventivato come quella sul Metramo o aree industriali fantasma come quella di Baragiano dove ogni posto di lavoro è costato tre miliardi e mezzo di vecchie lire, la sospirata apertura della Palermo-Messina va salutata con squilli di tromba e rullo di tamburi. E forse è giusto, come ha detto Pietro Lunardi, non dar troppo fiato alle proteste della sinistra. Che con Pierluigi Bersani accusa Berlusconi di aver "inaugurato finora solo cose fatte dall'Ulivo fino a tagliare dei nastri che avevamo già tagliato noi" e di aver stanziato solo 9 dei 125 miliardi di euro promessi disegnando col pennarello da Bruno Vespa un reticolo di strade e ponti e ferrovie. Da che mondo è mondo è sempre andata così. Magari anche a loro un domani, chissà, toccherà di inaugurare opere avviate dal governo di centrodestra.
E' vero però che i collaboratotori del premier, prima di farlo brindare solennemente a una inaugurazione, potrebbero avvertirlo se i calici sono già stati usati. Come nel caso del Mose, le dighe mobili di Venezia, per il quale posò tempo fa la prima pietra (di una diga di sassi, opera d'appoggio) sedici anni dopo il trionfante battesimo celebrato da Gianni De Michelis. O della stessa autostrada Palermo-Messina che quest'anno è già alla terza cerimonia.
Aveva cominciato a fine giugno il viceministro Gianfranco Micciché benedicendo con un codazzo di autorità la posa dell'ultimo "concio" dell'ultimo viadotto: "Siamo qui solennemente riuniti, signori e signore...". Aveva proseguito ai primi di novembre il ministro Pietro Lunardi (con al seguito ancora Micciché più Totò Cuffaro e una corte più numerosa di quella che seguì a Cracovia la principessa Bona Sforza che andava in sposa a re Sigismondo) benedicendo la caduta dell'ultimo diaframma della Galleria Piano Paradiso: "Siamo qui solennemente riuniti, signori e signore...". Oggi tocca a lui, il Cavaliere, ma solo per una delle due carreggiate dell'autostrada. Alla quale dovrà poi seguire la seconda. E poi, quando verrà il tempo, perché rinunciare all'inaugurazione dei caselli?
21 dicembre 2004