
sulla stampa
a cura di G.C. - 20 dicembre 2004
Turchia, la Lega va in piazza e accusa gli alleati
Alessandro Trocino sul Corriere della Sera
MILANO - C'è Calderoli che dal palco manovra il cellulare entusiasta come un ragazzino, inquadra una piazza Duomo imbandierata di verde "padano", scatta a raffica e invia a Brissago, dove il Capo riceve e subito richiama il ministro-fotografo: "Mamma mia, ma quanti siete?". Quasi non ci crede neanche lui, Umberto Bossi, costretto in clinica dai soliti esami clinici. E invece sono davvero tanti (50 mila dicono loro, 20 mila la questura) i leghisti arrivati a Milano per la giornata antiturca. Una solenne adunata, con feroci strali equamente suddivisi tra la mezzaluna musulmana, in procinto di entrare nella Ue, e gli alleati di governo, da Fini a Berlusconi, contestati, fischiati e vituperati. Una celebrazione del leghismo "duro e puro" al quale il Senatùr dà il sigillo finale, con un messaggio letto da Calderoli, che si conclude con una riaffermazione di identità: "Senza la nostra storia siamo morti. E' meglio perdere il letto dove si dorme piuttosto che la nostra lingua".
BOSSI - Comincia da lontano il Senatùr, dal "nero periglio che viene dal mare", dalla cavalleria lombarda che respinge l'orda turca, ma poi finisce per approdare sui soliti litorali laziali: "E' toccato a noi vivere per 50 anni in Italia - scrive nel messaggio - e pagare le follie romane. Siamo costretti ancora a mantenere i magna-magna romani. Adesso abbiamo in Europa i rifacitori della nostra storia: i massoni, i trafficanti, i venditori di pelle d'anguria. Gente che ha svenduto la nostra economia, la nostra impresa, la nostra identità. Ma la nostra storia non è in vendita". Un Bossi acclamato dalla folla ed evocato a più riprese dagli oratori, tra i quali l'inarrestabile Borghezio, che solleva un boato urlando: "Quando torna lui, gli farà un culo così ai politici bastardi di Roma".
GLI ATTACCHI - Sul palco non mancava nessuno dei massimi dirigenti del Carroccio. E tutti hanno contribuito diligentemente al bombardamento di accuse contro gli alleati, rei di collusione con il nemico turco. Da Calderoli, che si è rivolto con sarcasmo a Fini: "Siamo in tanti, caro signor Gianfranco". Al capogruppo alla Camera Alessandro Cè, che evoca "il sonno della ragione, la morte dello spirito e il trionfo del dio denaro", per negare la possibilità di un Islam moderato, per paventare l'avvento dell'"Eurabia" e attaccare il premier: "Caro Berlusconi, non ci serve il tuo paternalismo, non siamo d'accordo con la tua politica estera e su questo saremo nemici acerrimi".
Ma la risposta finale, "nonostante i forti dubbi", è che "restiamo nel governo, turandoci il naso, per vedere approvata la devolution".
Nel frattempo Bossi incassa il successo forse inaspettato del ritrovo milanese. E raggiunto in serata a Brissago da Calderoli e Maroni, ride e scherza con loro, guardando le foto. Oggi si potrà anche godere un video, recapitato a Gemonio, di quella che potrebbe essere una delle ultime manifestazione senza la sua presenza sul palco.
Islam, il nemico utile ai padani
Renzo Guolo su la Repubblica
La Lega scende in piazza contro la "rivincita di Lepanto". Così il Carroccio definisce la prospettiva dell´ingresso della Turchia in Europa sancita a Bruxelles con l´attiva mediazione di Berlusconi. Una mobilitazione che fa leva sul malessere dei suoi militanti e dei suoi elettori. Timorosi che "l´invasione islamica" trasformi il Ticinese in una nuova Kreuzberg e la famiglia della "sposa turca" diventi vicina di casa. E, soprattutto, che un´Europa che aggiunge ottanta milioni di musulmani ai venti che già ci vivono perda la sua identità cristiana.
Sebbene la Lega paventi il pericolo che Ankara si trasformi in "cavallo di Troia" del terrorismo islamico, non sono ragioni di politica internazionale a provocare il dissenso dai partner di governo.
Il timore che l´allargamento alla Turchia trasformi l´Europa in mera area di libero scambio, come auspicano Bush, Blair e Berlusconi, depotenziandone il profilo politico, non appartiene certo all´antieuropeista Carroccio. Incide di più, forse, la preoccupazione che l´ingresso di Ankara sposti i confini europei alle frontiere con la Siria, l´Iran, l´Iraq, l´esplosiva area del Caucaso. Una proiezione geopolitica che difficilmente si concilia con un´idea di Europa puramente mercantile e con la sostanziale indifferenza della Lega, fautrice della piccola patria locale, per le grandi questioni di politica internazionale.
E, dunque, la questione identitaria, declinata in chiave religiosa, più che le sbandierate preoccupazioni di contorno come la potenziale concorrenza economica o la tutela diritti umani, che mobilita il Caroccio in funzione antiturca. Del resto, una volta preso atto che mitologie di second´ordine come il paganesimo fluviale e ampollare non riescono nemmeno a diventare folclore, la Lega ha trasformato la religione in memoria da saccheggiare. Impugnando a piene mani il vessillo delle "radici cristiane". O meglio: di un cristianesimo reinterpretato sino al limite della reinvenzione della tradizione. Un cristianesimo "fai da te", che dei valori cristiani tradisce spirito e lettera, ma che funziona da religione di facciata capace di tenere insieme la supposta "comunità di cultura" padana. Un cristianesimo senza Chiesa e senza Cristo, che mette l´accento, più che sulla dimensione della civilizzazione, su quella dello scontro di civiltà. E che Bossi, nel suo messaggio ai manifestanti, rivendica puntigliosamente come essenza della storia e dell´identità dei "padani".
Una strategia, quella identitaria, che permette al Carroccio di radicarsi nelle aree un tempo di subcultura bianca e che oggi costituiscono il territorio de "l´Italia verde". Una strategia che, in una congiuntura politica segnata dalle tensioni in Europa con le comunità musulmane e dalla minaccia del terrorismo globale di matrice islamista radicale, promette di lucrare una certa rendita politica. Anche perché grande è lo spazio lasciato libero a destra da potenziali concorrenti. Come Alleanza nazionale: un partito che ha fasce di vecchi elettori sempre meno convinte delle accelerazioni imposte dal nuovo corso di Fini su temi come il diritto di voto agli immigrati , la Turchia, il rapporto tra democrazia e islam. Elettori che il Carroccio vuole intercettare.
Nonostante le affermazioni di Calderoli, secondo il quale la questione turca non minaccia la stabilità della maggioranza perché non fa parte degli accordi di governo, è difficile liquidare, come fa lo stesso Fini, le posizioni della Lega come pura "propaganda elettorale". Non solo perché occupare nicchie del mercato elettorale in una stagione di importanti chiamate alle urne, consente di incidere poi nei rapporti interni alle coalizioni. Ma anche perché la prospettiva politica di lungo periodo della Lega guarda oltre il destino della coalizione di cui è parte. Scippata della questione fiscale da Belrusconi, ottenuta una vittoria monca su un federalismo rinviato in là nel tempo e sottoposto alla spada di Damocle del referendum, il Carroccio mira a presidiare già oggi un terreno che gli consenta di sopravvivere in futuro. Un terreno che ne fa essenzialmente un partito ideologico..
Una volta imboccato il crinale identitario la Lega non può tenere a lungo l´ambigua dimensione del "partito di lotta e di governo". Lo "zoccolo duro" leghista scalpita e fa fatica a capire i distinguo tra programma di governo e programma del partito e la fedeltà ad alleati che si distinguono su simili temi. Basta sentire radio Padania per avere il polso del popolo leghista. Sebbene nel caso turco, come in quello del federalismo, il fattore tempo permetta di spostare nel futuro la contraddizione tra identità e partnership di governo, la Lega è costretta già oggi a invocare un referendum, europeo o nazionale, sulla Turchia per mantenere coesi organizzazione ed elettorato. Un distinguo, che dopo quelli su Europa e Cina, mina la fiducia negli alleati di un partito da sempre tentato di agire da solo.
Mieli torna al Corriere della Sera dopo 7 anni
e.l. su la Repubblica
MILANO -Paolo Mieli è il nuovo direttore del Corriere della Sera. La nomina è arrivata ieri con il voto unanime del patto dei grandi soci di Rcs ed è stata poi ratificata dal cda. Mieli, 55 anni, sposato con tre figli, succede a Stefano Folli e ha già diretto il quotidiano di via Solferino dal 1992 al 1997. Da allora è direttore editoriale del gruppo. "Non me lo sarei mai aspettato - ha commentato ieri dopo la nomina -. Ma in fondo al cuore speravo che in qualche momento ci fosse ancora bisogno di me. Sono sempre rimasto in questa casa". Mieli ha subito chiarito che assumerà formalmente la nuova carica solo dopo l´assemblea dei giornalisti, come previsto dall´iter della testata. Fino ad allora - ha concluso - "il giornale sarà retto da Stefano Folli". Ma in serata il Cdr ha incontrato i vertici della società, e già oggi pomeriggio Mieli illustrerà il suo programma all´assemblea interna, che voterà il placet al nuovo direttore domani e mercoledì.
Il consiglio della Rizzoli ha espresso ieri al nuovo direttore "pieno e convinto sostegno e un caloroso augurio di buon lavoro", e ha rivolto a Stefano Folli, che continuerà a collaborare al Corriere della Sera come editorialista, "un vivo ringraziamento per l´opera svolta e per la disponibilità ad assicurare anche in futuro al giornale il prezioso contributo della sua alta cultura e professionalità".
A spiegare la decisione dei grandi soci Rcs è stato Giampiero Pesenti, presidente del patto di sindacato: "È una scelta che rappresenta un miglioramento nell´organizzazione all´interno del giornale, con una persona di grande esperienza e cultura - ha commentato -. Una scelta operata anche in vista dell´anno prossimo quando nascerà il full color, un passaggio molto delicato per il giornale". Il numero uno di Italmobiliare non ha voluto commentare le voci sull´eventualità di altre nomine in arrivo al Corriere. "La squadra - ha concluso ieri - la farà Mieli". Il cda della Rcs però, secondo indiscrezioni raccolte ieri dall´Ansa, avrebbe accettato la proposta del neo direttore del quotidiano di via Solferino, di designare come suo vice con delega alle pagine della cultura, spettacoli e supplementi, Pierluigi Battista, editorialista della Stampa.
Il segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana, Paolo Serventi Longhi ha auspicato ieri che il neo direttore "si faccia garante dell´autonomia della redazione e del giornale, ruolo che già in passato ha svolto con grande professionalità".
Bertinotti: ora chiedo io le primarie
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA - Le Regionali sono un problema per Prodi, ma stanno per diventare un problema anche per Fassino. Perché Bertinotti ha visto la mossa con cui sottrarsi allo scacco, ed è pronto a giocarla. Sa di non poter rompere l'intesa con il centrosinistra per una candidatura a "governatore", ma non può cedere ai diktat degli alleati, né assoggettarsi a quella dinamica nell'alleanza che ricorda tanto l'Ulivo del '96, e in cui si è sentito ingabbiato alla convention di Milano. Così, sul nome di Vendola in Puglia, nei giorni scorsi aveva issato un muro. Il Professore se n'era reso conto quando ha tentato di ammorbidirlo, esponendosi come garante in vista degli accordi futuri: "Chiedimi qualsiasi cosa, Fausto, sul programma o su altro. Scrivimelo su un pezzo di carta, e io m'impegno fin da adesso, personalmente. Però troviamo una soluzione per uscire dai pasticci". Il leader del Prc era stato inflessibile: "Mi spiace Romano, ma non accetto compensazioni". Il nodo era politico, e politicamente andava sciolto. Non è stato Prodi ma Fassino a cercare di chiudere il contenzioso, rilanciando le primarie in Puglia per scegliere chi, tra il diellino Boccia e il comunista Vendola, sarà il candidato a "governatore" per la Gad. Bertinotti è propenso a lavorare attorno a questa opzione, "ma devono essere primarie vere, non quelle preparate da D'Alema". Il punto non è se il presidente dei Ds - che si muove da dominus nella regione - accetterà l'ipotesi di compromesso a cui si oppone. Il punto non è nemmeno se le primarie si svolgeranno prima o dopo le feste natalizie, se si allargherà il numero di attori, se verranno coinvolti cioè la società civile, gli iscritti e i militanti di centrosinistra.
Dietro questa mossa si cela piuttosto la controffensiva del capo di Rifondazione, che ha un congresso difficile da gestire con un partito in ebollizione. Ed è chiaro che il confronto in Puglia vedrà vincente l'esponente della Margherita. Ma sarà l'evento, non il suo epilogo, a garantire la vittoria di Bertinotti. Così facendo, verrà introdotto infatti il principio delle primarie, che per la prima volta daranno vita a un duello tra un rappresentante dell'area riformista e uno della sinistra radicale. Boccia contro Vendola sarà un test match in vista dello scontro tra Prodi e Bertinotti. E se il principio venisse introdotto a livello locale, sarebbe impossibile negarlo poi su scala nazionale. Ecco cosa pensa il segretario del Prc, che ai suoi ha rivelato la prossima mossa: "Mi viene voglia di sfidarli, e li sfideremo con le primarie per il candidato premier. Stavolta sarò io a chiederle".
Insomma, il sacrificio di un alfiere varrà bene uno scacco. E' evidente che, se Bertinotti sfiderà Prodi, diverrà il punto di riferimento della sinistra radicale, schiaccerà i cespugli che militano nella Gad e minaccerà il fianco sinistro dei Ds, fino a sfondarlo. Se Bertinotti muoverà la richiesta ufficiale, la Quercia entrerà in fibrillazione, e Fassino - che in vista del congresso sta evitando di andare in rotta di collisione con D'Alema - dovrà trovare il modo per stoppare le primarie. Con Prodi, di fatto, c'era riuscito, posticipando l'evento al giugno del 2005, quasi trasferendolo su un binario morto. Con il capo del Prc sarà un altro discorso e, a quel punto, anche il Professore dovrà accettarle, anzi chiederle con forza: d'altronde non era stato lui a proporle?
La lista unitaria della Fed, tanto cara a Prodi ma non a Fassino né a Rutelli, potrebbe veder la luce in Liguria, Veneto e Lombardia. Difficile che i Dl dicano sì per le Regioni del Sud, così come i Ds per quelle rosse. Quanto alla Gad, non è un caso se il socialista Boselli - fedele interprete del pensiero prodiano - inviti a prender tempo per le scelte sulle regionali. Perché, oltre al nodo Bertinotti, c'è anche il nodo Mastella da sciogliere. E' ormai chiaro che nessuno dei due otterrà un candidato "governatore", e se il capo del Prc ha pronta la mossa per uscire dallo scacco senza rompere l'alleanza, il leader dell'Udeur minaccia invece di mollarla. Può accettare Mastella delle "subordinate" al posto della Basilicata? Pare di no, a sentire ciò che ha detto ai suoi dopo un colloquio con Prodi: "Romano galleggia, mentre gli altri decidono al posto suo. Io gliel'ho detto che questa partita di veti incrociati è un modo per farlo fuori. Parisi l'ha capito, lui mi sembra di no".
Epifani: "Crisi drammatica: ora un´intesa con Confindustria"
Roberto Mania su la Repubblica
ROMA - La sinistra smetta di litigare su questioni secondarie e metta in campo le sue proposte per affrontare la drammatica crisi industriale e occupazionale. È la strigliata di Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, alle forze dell´opposizione perché - dice - l´emergenza economica, produttiva e sociale deve essere la vera priorità nazionale per chi vuole candidarsi alla guida del Paese. Ma prima ci vuole un accordo tra sindacati e Confindustria per tamponare il declino: "Possiamo trovare un´intesa sugli obiettivi, ma senza il governo questi impegni finiscono per avere un´efficacia relativa. E l´esecutivo di centrodestra ha ormai scelto un´altra strada".
Perché sostiene che il governo è indifferente alla crisi industriale? In molti, anche tra i ministri, hanno detto di condividere l´allarme del presidente della Confindustria sulla gravità della situazione.
"Basta guardare la Finanziaria che sta per essere approvata definitivamente. La questione industriale è semplicemente ignorata. Questa manovra non ha alcun rapporto con i problemi dell´apparato produttivo e le loro conseguenze negative sull´occupazione. Questa non è una Finanziaria di rigore, ma non è neanche una Finanziaria che sostiene i redditi e gli investimenti. Il provvedimento per rilanciare la competitività è stato più volte annunciato ma, se mai arriverà, sarà privo delle risorse necessarie. Sarà un simulacro o un un´operazione di piccolissima manutenzione".
Berlusconi è convinto che dalla riduzione delle tasse arriverà uno stimolo alla ripresa dell´economia. Così pensa anche di vincere le prossime elezioni.
"Questa Finanziaria non avrà alcun effetto positivo sulla situazione economica del Paese. E, d´altra parte, è chiaro a tutti che il rapporto tra la pressione fiscale e la crescita del Pil resterà inalterato. Assisteremo ad una redistribuzione del reddito ma non ad un aumento del reddito disponibile per i consumi. Questa è stata l´ennesima occasione persa".
Anche il sindacato però non può limitarsi a denunciare le difficoltà. Cosa proponete?
"Noi non ci limitiamo alla denuncia. Ma il sindacato ha il dovere di segnalare la pesantezza della crisi che si traduce concretamente nella perdita continua di posti di lavoro, nel moltiplicarsi di casi di crisi aziendali. Dall´altra parte cerchiamo anche di indicare una via d´uscita. L´accordo con gli industriali per rilanciare il Mezzogiorno si muove in questa direzione. Vale lo stesso per le varie intese a livello territoriale, a cominciare da quelle di Firenze e Napoli, che sono state sottoscritte negli ultimi tempi".
La Cgil punta allora ad un patto nazionale con la Confindustria per arginare la crisi industriale?
"Si possono individuare alcuni obiettivi condivisi senza immaginare, però, interventi al ribasso sui salari e sui diritti, a partire dal contratto dei metalmeccanici. Stiamo provando a costruire embrioni di politica industriale perché stanno crescendo i punti di vista convergenti tra noi e gli industriali. Ma il limite è rappresentato - come ho detto - da un governo che sembra ormai entrato in un lunghissimo ciclo elettorale e che non presta alcuna attenzione a quelle riforme di fondo di cui avrebbe bisogno il nostro apparato produttivo".
E se il governo accettasse questi suggerimenti, la Cgil potrebbe definire un patto anche con Berlusconi?
"Il problema non è la firma di un patto. Il problema è prendere le decisioni nell´interesse del Paese e dell´occupazione. Da questo punto di vista sarebbe stata utilissima la riforma degli ammortizzatori sociali. Cosa che non si è voluta fare e che, temo, non si farà".
Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha detto che si farà solo se passerà anche la riforma dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
"È evidente che si tratta di un bluff. La verità è che non ci sono le risorse. Anche il Fondo per l´occupazione è stato ampiamente prosciugato. Così Maroni prova a metterla su un terreno che è un puro pretesto. Non a caso nessuno gli dà retta".
Scusi, ma se il governo è indifferente alla crisi e un eventuale patto tra sindacati e Confindustria è poco efficace, se ne ricava che non c´è alternativa al declino. È così?
"Per arrestare il declino ci vorrebbe una terapia fortissima, e, dunque, una chiara volontà politica. Che, purtroppo, non c´è. La nostra economia continuerà a crescere meno di quella degli altri. Dobbiamo solo sperare che la ripresa mondiale non si fermi. Ci vorrebbe una svolta nella politica economica. Ma non possiamo illuderci che nell´ultimo anno e mezzo, il governo comprenda la gravità della situazione. Di certo la Cgil non smetterà di incalzarlo".
Come sindacato o come parte dell´opposizione, visto che intendente contribuire a scrivere il programma delle forze del centrosinistra?
"Per tre anni e mezzo abbiamo rivolto le nostre richieste al governo che le ha puntualmente ignorate. Ora le proponiamo all´opposizione che è bene non perda altro tempo dietro dispute inutili".
Sì al maggioritario, la gente vuole semplicità
Renato Mannheimer sul Corriere della Sera
La materia elettorale ha connotato fortemente - lo ricorda spesso Diamanti - il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Anche per questo, il nuovo sistema adottato per le politiche suscitò al momento del suo varo (metà anni '90) molte speranze. Esso sembrava favorire la tanto auspicata semplificazione del sistema dei partiti che, secondo alcuni, poteva comportare una maggiore stabilità, efficienza ed efficacia dell'azione di governo. Tuttavia, per compensare alcuni caratteri del maggioritario ritenuti troppo penalizzanti per le minoranze (e soprattutto per garantire, nelle intenzioni degli ideatori, un successo del loro partito, che, puntualmente, non si verificò) venne elaborato un sistema misto, complicatissimo e sempre più criticato: lo "scorporo" viene citato come esempio negativo nei corsi universitari di mezzo mondo. Dieci anni dopo si coglie nell'opinione pubblica soprattutto la difficoltà a orientarsi in una tematica così intricata. In effetti, comprendere, al di là della prima, superficiale impressione, gli effettivi pregi e limiti di un sistema elettorale è assai complesso. Le varianti sono un'infinità e le conseguenze di ciascuna difficilmente prevedibili. In più, molti, talvolta perfino gli stessi legislatori, tendono a confondere maggioritario, uninominale, bipolarismo ecc., dando luogo spesso a veri stravolgimenti. Non a caso, nei sondaggi l'opinione sul sistema elettorale è espressa più facilmente da chi ha titoli di studio più elevati.
Il consenso per il maggioritario è rimasto diffuso. Più di metà dell'elettorato (58%), in modo sostanzialmente trasversale dal punto di vista degli orientamenti politici, opta comunque per un sistema prevalentemente o completamente maggioritario. Ma va notato, al tempo stesso, che alla maggioranza relativa (poco più di un terzo del campione) piace l'idea di un sistema misto che riesca a "coniugare" proporzionale e maggioritario. Al resto degli elettori (nel complesso quasi il 50%), tuttavia, questo impianto promiscuo non va bene. Metà di costoro vorrebbe un sistema totalmente proporzionale e l'altra metà ne auspica uno completamente maggioritario. Non è dunque possibile, sulla base di questi dati, sostenere che gli italiani (e nemmeno gli elettori destra o di sinistra) prediligano l'uno o l'altro. Il fatto che la maggioranza relativa (in sé quantitativamente modesta, dato il frammentarsi delle posizioni) esprima una preferenza per il sistema misto può indicare il desiderio di godere dei pregi di entrambe le soluzioni, ma può essere, al tempo stesso, l'effetto dell'impaccio nel prendere posizione su di un tema così complesso.
Anche riguardo alla questione della scheda unica, di cui tanto si discute oggi, non si riscontra una posizione nettamente prevalente. Come si sa, la proposta di votare con una sola scheda, contenente sia l'opzione per la quota maggioritaria sia quella relativa al proporzionale, è originata anche dall'auspicio del centrodestra - e di FI in particolare - di eliminare o ridurre il sensibile differenziale verificatosi anche in occasione delle ultime politiche ove la Casa delle libertà ottenne grosso modo il 4% (all'incirca 1,5 milioni di voti) in meno al maggioritario rispetto all'insieme dei voti riportati dalle sue componenti nel proporzionale. Con l'introduzione della scheda unica si vorrebbe, forse, trasferire anche alla coalizione la forza di attrazione esercitata autonomamente dai singoli partiti della Cdl.
Grosso modo metà dell'elettorato reagisce positivamente all'idea di un'unica scheda. Ma una percentuale analoga è del parere opposto. Com'era ragionevole attendersi, la maggioranza degli elettori di centrodestra si esprime in maniera più favorevole per la scheda unica e l'opposto accade tra i votanti dell'opposizione. Ma si tratta di differenziazioni molto relative. Nel centrodestra il 40% dichiara di preferire la doppia scheda e nel centrosinistra una quota poco inferiore opta per la scheda unica. In realtà, la ragione più rilevante della diversità di opinioni non è di ordine politico, ma pratico. Non a caso, differenziazioni più nette (tenendo conto anche dell'andamento dei "non so") emergono in relazione all'età: i giovani prediligono la doppia scheda, mentre le persone più anziane - in particolare chi possiede titoli di studio meno elevati - preferiscono la scheda unica. E il motivo addotto prevalentemente da costoro è che sarebbe "più semplice". Similmente, è la comodità a far preferire il turno unico all'impegno di doversi recare alle urne due volte per la stessa elezione, specie in un periodo caratterizzato da un interesse calante per la politica.
Insomma, ciò che i cittadini paiono maggiormente attendersi dal sistema elettorale è la chiarezza e la semplicità.
Iraq, carneficina nelle due città sante sciite: 62 morti
Gabriel Bertinetto su l'Unità
Strage di civili sciiti nelle città sante di Najaf e Karbala. Due autobomba, fatte esplodere da terroristi kamikaze, hanno provocato in totale almeno 62 morti e quasi 150 feriti. Con ogni probabilità si tratta di un tentativo di attizzare l'odio interreligioso in Iraq, oltre che di feroci avvertimenti nei confronti della comunità sciita, i cui leader in grande maggioranza hanno deciso di partecipare alle elezioni del 30 gennaio prossimo. Quelle elezioni che invece, quasi certamente non si terranno nelle aree abitate in prevalenza da sunniti, nelle quali la rivolta anti-americana continua a provocare ogni giorno vittime e distruzioni.
Simili le modalità di entrambi gli attentati. Gli ordigni sono scoppiati in prossimità di affollate stazioni dell'autobus. Questo particolare, la quasi contemporaneità degli attacchi, e la sacralità di entrambe le località prescelte dai terroristi, fanno pensare ad un'unica strategia criminale.
La prima carneficina a Karbala.
Non molto diversa la scena atroce che si è presentata ai soccorritori a Najaf, dove, a distanza di circa due ore, è stato perpetrato l'altro massacro. Qui il terrorista suicida è riuscito ad avvicinarsi sino a trecento metri di distanza dal santuario dell'imam Ali. Forse la bomba era più potente, sicuramente era più affollato il luogo dello scoppio, ma a Najaf i morti sono stati molto più numerosi: 48 rispetto ai 14 di Karbala.
A Karbala c'era già stato un attentato mercoledì scorso. Ma allora gli assassini non avevano colpito a caso. Avevano piazzato un ordigno lungo il tragitto che normalmente seguiva uno dei più stretti collaboratori dell'ayatollah Ali al Sistani, Abdul Mehdi al Kerbalai, per andare dal tempio dell'imam Hussein sino al proprio ufficio. La bomba è esplosa al suo passaggio, uccidendolo assieme ad undici fra accompagnatori e passanti.
Di fronte a questa ondata di attacchi anti-sciiti, i leader della comunità colpita reagiscono esortando i loro seguaci a non lasciarsi trasportare dalla collera e a non contrattaccare. Mohammad Bahr al Ulum, uno dei religiosi sciiti più rispettati in Iraq, ha accusato gli estremisti sunniti delle sette salafita e wahabita, e i membri del disciolto partito Baath, di essere autori delle stragi, che avrebbero lo scopo di spingere gli sciiti alla violenza e creare un clima in cui le elezioni saltino anche in quella parte d'Iraq dove loro sono maggioranza. "Stanno cercando di accendere una guerra civile di tipo settario e di impedire lo svolgimento del voto nei tempi previsti -ha detto Mohammad Bahr-. Hanno fallito in passato e falliranno nuovamente. Gli sciiti sono impegnati a non rispondere con la violenza, che porterebbe solo ad altra violenza. Per quanto riguarda le elezioni, la nostra decisione è presa, e l'ayatollah Ali Al Sistani l'ha chiarito bene".
E del voto in Iraq avrebbe parlato lo stesso Saddam, durante il colloquio di quattro ore avuto qualche giorno fa con uno dei suoi avvocati. Era la prima volta che i legali potevano incontrare il loro assistito, e non è chiaro se abbiano avuto la possibilità di informarlo dei recenti sviluppi nel paese, o se gli americani abbiano posto la condizione che gli unici argomenti da affrontare fossero quelli strettamente inerenti il processo.
Prima del doppio attentato di Karbala e Najaf, in mattinata a Baghdad erano stati uccisi tre funzionari iracheni della Commissione elettorale creata dalle Nazioni Unite. I poveretti sono stati bloccati lungo il viale Haifa, ad un posto di blocco allestito, ed è significativo che ciò possa accadere nel pieno centro della capitale, da una trentina di ribelli. Quando è stata accertata la loro attività, i tre sono stati trascinati fuori dall'auto e ammazzati in mezzo alla strada. Per i loro assassini, i tre non erano che dei collaborazionisti, da giustiziare per dare un minaccioso monito ai concittadini.
Le emittenti televisive arabe Al Arabiya e Al Jazira hanno trasmesso ieri un video in cui tre gruppi di guerriglieri minacciano di uccidere una decina di ostaggi iracheni dipendenti di una ditta americana, a meno che la loro impresa non abbandoni subito l'Iraq. Nelle immagini si vedono dieci uomini seduti per terra, bendati e appoggiati ad una parete. Non viene indicato il nome dell'azienda, ma si specifica che opera nel settore della sicurezza.
Bush il Temerario "uomo dell'anno"
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
Scommessa facile, l'Uomo dell'Anno della tradizionale copertina sul settimanale Time premia il presidente rieletto George W. Bush. Non solo e non tanto per il bis alla Casa Bianca, ma soprattutto per la natura del successo, ottenuto senza mutare atteggiamento psicologico, personalità, piattaforma politica e leadership di coalizione. La brutta oleografia che, con pennellate da pittore della domenica, riproduce il volto del presidente è stata conquistata da Bush grazie alla risolutezza sulla guerra in Iraq e alla sicurezza in se stesso che i suoi amici chiamano coraggio e i suoi nemici temerarietà. Gli articoli che corredano la copertina di "Uomo dell'Anno" confermano l'immagine cruciale di Bush, "non molla le pistole", non si toglie "il cappello da cowboy".
Il carattere di Bush, "prendere o lasciare", lo porta alla storica doppietta, due volte "Person of the Year", polarizzando però l'America. Ha chiamato alle urne milioni di nuovi elettori, che in parte hanno premiato il rivale democratico John Kerry, ma in misura più massiccia gli hanno confermato il mandato di leader della guerra al terrorismo. Time incorona la politica controcorrente di Bush, era prevedibile che virasse al centro in campagna elettorale, soprattutto con la rivolta in Iraq sempre più sanguinosa e le armi di sterminio di massa di Saddam Hussein introvabili. Invece ha rifiutato di ammettere anche un solo errore veniale, ha raddoppiato la scommessa, fino alla dura replica del ministro della Difesa Donald Rumsfeld alle proteste dei soldati al fronte per la carenza di mezzi, "Farete la guerra con i mezzi disponibili". "Love it or leave it" prendere o lasciare, un messaggio che ha fatto di Bush il presidente americano meno popolare all'estero dai tempi di Richard Nixon, inviso agli europei Chirac, Schröder e Zapatero, trasformandolo di converso in patria in un eroe per la sua base.
Time ha scelto bene, nessuna personalità ha riempito la storia del 2004 con la forza e la foga di George Walker Bush. Gli altri candidati, il capo dei ribelli fondamentalisti in Iraq al-Zarkawi, i bloggers, gli gnomi dei computer che con i loro bollettini sfidano i giganti dei media, il capo dei consiglieri di Bush, l'astuto Karl Rove, i registi di successo Michael Moore con il documentario Fahrenheit 9/11 e Mel Gibson con il kolossal La Passione di Cristo sarebbero stati meno efficaci.
Il volto su Time e i giorni di festa dell'inaugurazione a Washington saranno per George Walker Bush culmine della vittoria. Poi comincerà il lavoro: le riforme interne dalla Social Security alle tasse, al bilancio, alla sanità, alla sicurezza, il ritorno al mondo, con la guerra che continua a Bagdad, le elezioni di gennaio, lo storico viaggio in Europa per ricucire i rapporti con gli alleati della Guerra Fredda. Confermato Rumsfeld e insediata la Condoleezza Rice al posto del moderato Colin Powell, confermato il vicepresidente Dick Cheney nel ruolo di filosofo dell'Amministrazione, incassata la copertina di Time , Bush guarda adesso ai due anni in cui sarà al governo con piena capacità, il 2005 e il 2006. Dopo le elezioni di midterm del 2006, entrerà nel biennio in cui si pensa più alla storia che alla politica. Dovrà avere per allora un Iraq almeno stabilizzato quanto l'Afghanistan post-elettorale, gli alleati meno malmostosi, le crisi nucleari in Iran e Nord Corea disinnescate e in patria la stagione della pensione dei baby boomers, i nati tra il 1946 e il 1964, avviata senza rischiare la bancarotta della previdenza. Nel frattempo il partito che lo applaude chiede guida, la destra rivendica la vittoria e propone valori tradizionali, i moderati vogliono rompere l'egemonia dei conservatori, diretti dal governatore della California Arnold Schwarzenegger con lo slogan "spostiamoci un po' a sinistra". Se Bush sarà un abile mediatore, la copertina di oggi prelude ai capitoli nei libri di testo dei licei. Se i dissensi si moltiplicheranno tra Bagdad e Washington questo Capodanno resterà il migliore della sua vita.
20 dicembre 2004