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sulla stampa
a cura di P.C. - 17 dicembre 2004


La Giustizia non è cosa loro
Antonio Padellaro su
l'Unità

Primo. Carlo Azeglio Ciampi è il presidente della Repubblica italiana e, come tale, è anche il presidente del Consiglio superiore della magistratura. Come presidente di tutti i magistrati Ciampi ha giudicato gravemente incostituzionali, cioè in aperta violazione della Costituzione della Repubblica italiana, non uno ma sette punti cruciali e nevralgici nella legge Castelli sulla riforma dell'ordinamento giudiziario. Legge che ha rinviato alle Camere. Come presidente di tutti gli italiani Ciampi ha colto lo smarrimento dei cittadini e ha risposto con il senso istituzionale che tutti gli riconoscono di fronte al tentativo palese e violento di sottomettere il potere giudiziario e porlo alla mercé del potere esecutivo.
Potere esecutivo oggi rappresentato da Berlusconi, premier prescritto per il reato di corruzione di un giudice, e dal suo clan di imputati pluricondannati per corruzione di giudici e reati di mafia. Sottomissione tentata dal capo e dal clan in aperta violazione della Costituzione che sommamente garantisce l'equilibrio dei tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.
Secondo. Nel messaggio al Parlamento il capo dello Stato vivamente deplora l'andazzo governativo che consiste nel costringere i deputati e i senatori a gettone ad approvare le leggi a colpi di maxiemendamenti. Ciò per evitare il rischio delle troppe votazioni nel caso i gettoni non bastassero. La cosiddetta riforma Castelli, per esempio, è stata compressa sotto vuoto spinto in due soli articoli. Il secondo dei quali, osserva indignato Ciampi "consta di 49 commi ed occupa 38 delle 40 pagine di cui si compone il messaggio legislativo; e ciò in aperto spregio dell'articolo 72 della Costituzione, secondo cui ogni legge deve essere approvata "articolo per articolo e con votazione finale".
Terzo. Di fronte a una simile eclatante figuraccia il capoclan e ministri del clan sorridono, minimizzano e fanno gesti per segnalare ad amici e complici di non temere che poi qualche aggiustamento si trova. L'irresistibile ministro Castelli si dice addirittura soddisfatto e sospira un "poteva andare peggio" che la dice lunga sull'opera di scasso costituzionale alla quale si è diligentemente applicato con il consiglio dei giuristi dello studio Previti.



La Costituzione e la magistatura
Sabino Cassese sul
Corriere della Sera

Il Parlamento dovrà deliberare nuovamente sulla legge di riforma dell'ordine giudiziario, a seguito della richiesta di riesame del presidente della Repubblica. I motivi del rinvio non sono di poco conto. Tre riguardano i poteri del ministro della Giustizia, uno le competenze riservate dalla Costituzione al Consiglio superiore della magistratura. La legge oggetto del rinvio assegna al ministro della Giustizia tre poteri che sono a esso preclusi dalla Costituzione: di indirizzo, di controllo, di ricorso. Il ministro dovrebbe comunicare alle Camere, ogni anno, le "linee di politica giudiziaria". Si tratta di un evidente ossimoro: infatti, la politica non può stabilire indirizzi giudiziari, perché, secondo la Costituzione, la funzione giudiziaria è esercitata da magistrati, mentre al ministro spetta solo l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. Per questo stesso motivo, il ministro non può accertare la "sussistenza di rilevanti livelli di infondatezza giudiziariamente accertata della pretesa punitiva" (come vorrebbe la legge rinviata all'esame delle Camere), trasformandosi in giudice di secondo grado. Infine, se il ministro della Giustizia è obbligato ad apporre la controfirma sui decreti di conferimento di uffici direttivi, non può, nello stesso tempo, essere anche legittimato a ricorrere contro le delibere del Consiglio superiore della magistratura che assegnano tali uffici.
CSM - L'ultimo motivo del rinvio presidenziale trova la sua base nelle funzioni riservate al Consiglio superiore della magistratura. La Costituzione ha configurato il Consiglio della magistratura come un capo del personale in forma collegiale, che fa, tra l'altro, assegnazioni e promozioni: se queste vengono attribuite a commissioni esterne, il Consiglio viene privato di una funzione a esso conferita dalla Costituzione stessa.
NUOVA DELIBERAZIONE - Il presidente della Repubblica ha fatto bene a richiedere una nuova deliberazione del Parlamento. La Costituzione, infatti, ha stabilito l'indipendenza della magistratura come ordine autonomo e l'inamovibilità dei magistrati perché per tutta la prima parte della storia unitaria (e, in particolare, nel periodo fascista) l'influenza dell'esecutivo sull'ordine giudiziario aveva prodotto forti limitazioni delle libertà individuali, specialmente di quella personale, per motivi politici. Ma ciò è ignorato dall'attuale governo, che alterna accanimento contro l'ordine giudiziario a manipolazioni legislative dirette a salvare dai processi e dai giudizi ora questo ora quello.
Nel riprendere in esame la legge, il Parlamento dovrebbe anche riflettere sull'opportunità di conservare la costruzione ad alveare delle funzioni giudiziarie e requirenti, con ben 16 diversi gradi, tanto numerosi che si è stati costretti a ricorrere a denominazioni persino ridicole (ad esempio, funzioni direttive apicali o funzioni direttive di primo grado elevato). Le prospettive della legge che sta tanto a cuore al ministro della Giustizia non sono rosee. Essa dovrà essere messa nuovamente nel calendario parlamentare. Se ne ricomincerà a discutere. Una volta nuovamente approvata con le correzioni richieste dal presidente della Repubblica, il governo avrà un anno per emanare i decreti delegati. Questi diverranno efficaci dopo tre mesi. Il governo dovrà, poi, emanare altri decreti legislativi per coordinare le nuove norme con le altre leggi dello Stato. Infine, il giudizio ultimo sarà rimesso alla Corte costituzionale, che dovrà stabilire se la lunga scala delle funzioni ordinate gerarchicamente dalla legge rispetti la norma costituzionale per cui i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni. Tanto rumore per nulla?


Ciampi: "Riforma della giustizia sette volte incostituzionale"
Vincenzo Vasile su
l'Unità

Sette articoli. E' sette volte incostituzionale la legge del centrodestra sull'ordinamento giudiziario: Carlo Azeglio Ciampi, ben più determinato di quanto non lo rappresentassero certi interessati pronostici, schiaffeggia a colpi di Costituzione il governo. Scrive sei cartelle e mezza di “messaggio motivato” alle Camere per respingere il provvedimento al Parlamento. E accusa l'esecutivo di aver travolto “palesemente” quel combinato di articoli che i Padri Costituenti scrissero per garantire autonomia e indipendenza dei giudici, in un'Italia che usciva dal tunnel di vent'anni di asservimento delle toghe alla dittatura.
Nero su bianco, con quel linguaggio algido e ostico che è proprio di questi documenti, ma con estrema e minuziosa nettezza, il capo dello Stato passa in rassegna le norme della cosiddetta riforma, che sta sul suo tavolo dal 3 dicembre scorso, e che un inurbano Castelli l'aveva sollecitato a spicciarsi a firmare. E sottolinea, invece, con la matita blu proprio quelli che sono i passaggi cruciali: le nuove attribuzioni del ministro della Giustizia, lesive della funzione autonoma e indipendente della funzione giuridica, il ridimensionamento del ruolo del Consiglio superiore della magistratura. Sono le stesse critiche mosse alla maggioranza da illustri costituzionalisti, dall'opposizione, dalla magistratura associata e il centro-destra aveva pensato di liberarsene a colpi di voti di fiducia. Ora è scontro istituzionale, ai massimi livelli, nell'anniversario del rinvio alle Camere dell'altra legge vicina al cuore e al portafoglio di Berlusconi, la “Gasparri”.

E infine un rilievo che dovrebbe servire anche per l'avvenire: le leggi ­ ammonisce Ciampi - non possono essere trasformate in pasticci enormi e illeggibili. E' stato molto difficile, infatti, per gli uffici del Quirinale analizzare questa riforma, per scoprire ­ nascosta dentro a un maxi emendamento ­ la pretesa di trasformare la Costituzione attraverso lo strumento della legge ordinaria. Ciampi conclude: “A tale proposito, ritengo che questa possa essere la sede propria per richiamare l'attenzione del Parlamento su un modo di legiferare - invalso da tempo - che non appare coerente con la ratio delle norme costituzionali che disciplinano il procedimento legislativo e, segnatamente, con l'articolo 72 della Costituzione, secondo cui ogni legge deve essere approvata articolo per articolo e con votazione finale”.
Tradotto significa: nessuno si illuda che al Quirinale stia seduto un subalterno passacarte, disposto a firmare senza batter ciglio i mostruosi “maxi-emendamenti” che la maggioranza ha ormai preso l'abitudine di apparecchiare per non sfarinarsi. E starci attenti e darsi una regolata sarebbe opportuno, in vista di un nuovo anno in cui lo scontro sulla giustizia prevedibilmente continuerà, non solo per il riesame della legge sull'ordinamento giudiziario provocato dalla mancata promulgazione da parte di Ciampi, ma anche per la prossima conclusione dell'iter parlamentare della norma “salva-Previti” e anche per la questione delle “grazie” a Bompressi e a Sofri. Tutti temi che slittano al 2005, e su cui ­ se le braccia non fossero in natura solitamente un paio ­ si potrebbe dire che costituiscono la posta di un triplice “braccio di ferro” tra governo e Quirinale.


Gad e magistrati: avevamo ragione
Mario Stanganelli su
Il Messaggero

ROMA - Ormai era un fatto dato quasi per scontato, tuttavia la decisione di Ciampi di rinviare alle Camere la riforma della giustizia della Cdl ha fatto esultare partiti d'opposizione e magistrati. I primi - al di là del "lo avevamo detto che la legge così non poteva andare" - sembrano marcare i rischi legati alla minimizzazione, da parte della maggioranza, delle critiche contenute nel messaggio del Quirinale. I giudici rilevano invece che non solo i punti messi in discussione da Ciampi, che a norma di Costituzione doveva limitarsi agli aspetti di "palese incostituzionalità", dovranno andare incontro a revisione, ma che anche diversi altri passaggi della legge collidono con la Carta e, se non modificati, potrebbero cadere sotto la mannaia della Consulta. Anche al Csm tutti i suoi componenti togati plaudono alla decisione del capo dello Stato, nei confronti del quale sottolineano il "momento di grande vicinanza". Il vicepresidente di Palazzo dei Marescialli, Virginio Rognoni, invita ora alla "ripresa del confronto in Parlamento che, attraverso una nuova e più attenta riflessione sulla materia, tenga conto delle puntuali e severe indicazioni di Ciampi".



Un premio all'Italia dei sussidi
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

Prima dell'emendamento proposto dal governo e approvato ieri dal Senato (e che il ministro dell'economia ha definito con un eufemismo "un provvedimento pragmatico") la legge finanziaria era esattamente neutrale: i benefici della riforma fiscale (abbassamento delle aliquote sui redditi delle famiglie e ampliamento della no tax area) erano compensati da aumenti in altre tasse e gabelle, rendite catastali, imposte sulle locazioni, bolli, sigarette. L'emendamento prevede ora nuove spese che verranno coperte tramite un ulteriore aumento delle tasse che il cittadino paga per gli atti pubblici: in totale il costo delle pratiche amministrative crescerà di 1,070 milioni, oltre 2.000 miliardi di vecchie lire. Nel 2005, quindi, il prelievo fiscale complessivo aumenterà, seppur di poco. (In questi calcoli non ho tenuto conto del maggior gettito che il governo prevede di incassare dai lavoratori autonomi, mediante la riforma degli studi di settore: se ciò si avverasse l'aumento complessivo sarebbe evidentemente ancor maggiore.) Ieri in Senato Siniscalco ha detto che la pressione fiscale comunque scenderà. Questo dipende dalle sue previsioni sulla crescita del reddito: l'unico fatto oggi certo è che il prelievo crescerà.
Se si sceglie di aumentare la spesa pubblica è inevitabile che anche la pressione fiscale cresca, con buona pace della retorica del taglio delle tasse. Ma non è questo il problema. Ciò che lascia allibiti è la qualità delle nuove spese che sono state approvate.
Lo Stato rimborserà alla Regione Calabria gli stipendi delle 11.500 guardie forestali che essa ha assunto (in Lombardia sono 450): costo, 150 milioni. E' legittimo, e anche equo, ridistribuire il reddito verso la Regione più povera, ma il modo in cui lo si fa è il peggiore possibile. Si privilegiano i raccomandati che sono riusciti a farsi assumere dalla Regione e si toglie loro ogni incentivo a trovare un lavoro vero. Se si voleva davvero aiutare i calabresi, perché non prevedere minori tasse per tutte le famiglie di quella regione o, meglio ancora, dare alle imprese calabresi un contributo per ogni nuovo lavoratore che assumono?
I lavoratori agricoli stagionali che lavorano meno di 2 mesi l'anno mantengono il diritto a ricevere un sussidio di disoccupazione nei mesi restanti: costo 70 milioni. Anche questi lavoratori avranno scarsi incentivi a trovare un secondo lavoro: non era meglio, se proprio li si voleva aiutare, sussidiare le aziende disposte ad assumerli il resto dell'anno?
Napoli e Palermo ricevono 150 milioni per continuare a retribuire i "lavoratori socialmente utili", una formula oscura per dire sussidi di disoccupazione. In tutta Europa i governi stanno studiando come riformare i sussidi per ridurre il numero di coloro che rimangono disoccupati a lungo e accrescere gli incentivi a trovare un lavoro: queste misure si muovono nella direzione opposta. Stabilizzano le persone nella situazione di disoccupazione e le rendono sempre meno occupabili: quale azienda assumerebbe un lavoratore socialmente utile, che è tale da 5 anni?
"Mi impegno a fare dell'Italia un laboratorio di efficienza dello Stato, perché se si eliminano gli sprechi si possono ridurre le tasse e, al tempo stesso, migliorare i servizi ai cittadini", disse Berlusconi l'11 maggio al Forum della Pubblica amministrazione. Altro che più efficienza: questo emendamento ricorda piuttosto i metodi dell'onorevole Lauro nella Napoli degli anni Sessanta.


Regionali, è stallo
Prodi prende tempo
Gianni Giovannetti su
Il Messaggero

ROMA E' solo a fine serata che Romano Prodi getta la spugna: il vertice dell'Alleanza di centrosinistra previsto per oggi è rinviato. Dunque Prodi prende tempo. Troppe incertezze, troppe reticenze e rigidità e indisponibilità e tatticismi e sospettosità reciproche tra tutte le componenti della Gad sul tema spinoso delle candidature regionali e delle liste unitarie della Fed. E che sarebbe andata a finire così lo si è intuito a metà inoltrata del pomeriggio, quando dalla fittissima ragnatela di colloqui incrociati tra i vari leader del centrosinistra non solo non si intravedeva il bandolo di un accordo unitario, ma se possibile s'avanzava il rischio di ulteriori, insostenibili complicazioni.
Come si sa lo scoglio che viene aggirato oggi riguarda, in particolare, due convergenti ma opposte pretese in seno alla Alleanza: da una parte Rifondazione comunista che reclama la candidatura di Nichi Vendola alla presidenza della regione Puglia, dall'altra l'Udeur che minaccia fuoco e fiamme se non ottiene il governatorato di almeno una delle regioni del Sud, Basilicata e Puglia comprese. A questo bisogna aggiungere i malumori della Margherita ex popolare e rutelliana che non vuole darla vinta a tutti i costi a Mastella e, in più, il contrasto ancora vivo sulle liste unitarie, raccomandate con insistenza da Prodi e Fassino e invece osteggiate dalla medesima Margherita. Per questo, mentre Prodi riceveva a piazza Santi Apostoli Piero Fassino e poi parlava al telefono con Rutelli e quindi Mastella, Boselli, ricevendo infine Franco Marini, il segretario dei Ds a sua volta metteva in campo una vera e propria offensiva diplomatica sentendo al telefono per due volte il leader dell'Udeur, poi a lungo Francesco Rutelli, quindi ricevendo in via Nazionale il presidente dello Sdi e andando a trovare, in serata, Massimo D'Alema in via dell'Arancio. Nell'elenco dei contatti di Fassino mancava, fino a tarda ora, Bertinotti, che pure è stato ripetutamente cercato.
Nella riunione prevista per oggi sicuramente sarebbe accaduto che a Prodi la Margherita avrebbe chiesto di "assumersi la responsabilità" di sciogliere tutti i nodi sul tappeto. E il ragionamento era ed è il seguente: "Non si vuole rompere con Rifondazione? Allora si affidi la candidatura a Vendola e così perdiamo con Fitto... Si vuole ricucire con Mastella? Allora gli si dia la Basilicata e così la capacità di ricatto dell'Udeur, fino alle politiche, sarà un crescendo esponenziale". Di converso preme anche il tema delle liste unitarie e sembra che su questo si sia esposto in particolar modo Fassino nei suoi colloqui di ieri. Risultato: su candidature e liste unitarie si rimanda tutto a data da destinarsi. Prodi sarebbe intenzionato a mettere la parola fine prima di Natale, e comunque dopo che in Puglia, per esempio, gli stati generali dell'Alleanza lunedì 20 si saranno espressi con le primarie sui due candidati Francesco Boccia (sostenuto da tutti, tranne Rc) e Nichi Vendola (Rifondazione). Una volta acquisito il risultato (scontato) di una designazione locale per Boccia, la trattativa con Rifondazione pensa il Professore dovrebbe essere meno dolorosa. Per quel che concerne poi la Basilicata a Mastella, a parte l'ipotesi di una convocazione delle primarie anche qui, la strada dovrebbe essere spianata dalla recente polemica di Montecitorio e dalla necessità di una ricucitura (su un fronte elettorale moderato prezioso) riconosciuta da tutti, almeno a parole. Intanto sulle liste unitarie i Ds fanno sapere che se non si fanno dappertutto, o almeno in due regioni del Sud sommate a tutte quelle del Nord, allora si faranno solo in Piemonte, Lombardia, Veneto, regioni rosse escluse ("Il sangue dei Ds non è una bibita!"). Con Rutelli che ancora ieri, in un'intervista televisiva, insisteva: "La lista unica si può e deve fare in quelle regioni dove si vince solo stando insieme". Altrove non serve. Anche se Prodi non sembra esserne per niente convinto.


Corto circuito
Micaela Bongi su
il Manifesto

Il suo nome volgare è legge "salva-Previti". Serve ad abbreviare i termini della prescrizione in modo da evitare condanne definitive per imputati particolarmente vicini al presidente del consiglio Silvio Berlusconi e sarà approvata questa mattina a Montecitorio. Nel 1994, ai tempi del primo, breve governo di Arcore, ancora più volgarmente veniva chiamato "decreto salva-ladri" il provvedimento scritto per gli imputati di Mani pulite. Allora il governo traballò. Ora - almeno su questa legge - è compatto. Ora, come allora, a sinistra risuona invece un ritornello: "Per salvare gli amici mettono in libertà migliaia di delinquenti". Una sorta di riflesso condizionato, sorvolando sul fatto che la Cirielli-Vitali è un coacervo in cui si annidano anche pesanti inasprimenti delle pene (prontamente approvati ieri in aula anche da Ds e Margherita) e drastiche limitazioni dei benefici di legge per i detenuti. Se una parte dell'opposizione accusa indignata la maggioranza - contando anche su un tornaconto elettorale - di lasciare a piede libero criminali pronti a accoltellare vecchiette, svaligiare ville e sparare ai benzinai in barba alle taglie padane, c'è anche chi teme il rimontare dell'onda giustizialista. Per liberarsi dal "peccato originale" non è però necessario chiudere gli occhi di fronte all'arroganza del governo Berlusconi. La Casa berlusconiana va abbattuta sul terreno della politica e non con le sentenze, certo. Rifiutare la "spallata giudiziaria" non significa diventare spettatori impacciati della spallata alla democrazia. Né assecondare le pulsioni repressive più retrive. Uno scarto politico necessario sul terreno della giustizia, dei diritti, delle libertà. Dopo l'assoluzione/prescrizione del premier, la condanna di Marcello Dell'Utri - incarnazione stessa della Forza Italia delle origini che il Cavaliere intende resuscitare - la destra ha reagito con la ferocia che l'inquilino di palazzo Chigi usa sfoderare quando si sente alle strette. Il guardasigilli leghista Roberto Castelli invoca senza ipocrisie l'assoggettamento dei Pm al governo. La maggioranza stravolge il calendario della camera mettendo in secondo piano il protocollo di Kyoto (forse, data la maggioranza in questione, che dell'ambiente ha fatto strame anche per salvare gli abusi del Capo, è un bene). Questa volta manca giusto un bel voto di fiducia, quello al quale Berlusconi fa sistematico ricorso dato che le aule del parlamento sono per lui una noia mortale e le bizze degli alleati - seppure domati - insopportabili. Grazie all'investitura popolare il presidente del consiglio ritiene di avere il diritto di calpestare le istituzioni e smontare pezzo pezzo la Costituzione materiale e formale, a maggioranza semplice o per editto.



E spuntò il comma "Villa Certosa"
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera


Nel mega-super-maxi-giga-emendamento alla Finanziaria su cui il governo ha messo la fiducia, tra un aiutino al calcio femminile, la celebrazione di Colombo e l'autofatturazione del tartufo, c'è un comma apparentemente imperscrutabile come un'incisione runica o il Disco di Festo. E dietro il quale, sorpresa, gli intenditori avrebbero scovato un ritocco che pare proprio ad personam: il via libera ai servizi segreti per i lavori edilizi alla Certosa, la villa sarda di Silvio Berlusconi. Cosa c'entra con la Finanziaria? Niente. Ma l'inserimento di cose "eccentriche" nella legge-base delle pubbliche casse non è una novità. Spiegò un giorno l'allora ministro del Tesoro Giuliano Amato che "l'enfasi mitica che accompagna ha una spiegazione precisa: è l'unica legge ad approvazione certa da parte delle Camere. L'ultimo treno per Yuma. Dove chi non sale rischia di restare definitivamente a terra. Di qui le mille spinte per infilarci di tutto". Dai soldi per il lago di Pergusa ("il lago di Proserpina!") alla sagra del Polpo, dal carnevale di Putignano alla mozzarella doc, "formaggio fresco a pasta filata prodotto con latte bufalino". Lobby ricche e lobby straccione. Ruotavano personaggi mitici, intorno alle Finanziarie. Come Wilmo Ferrari, detto per l'irruenza "Wilmo la clava". O i protagonisti di memorabili nottate quale quella della scazzottata tra i diccì e il socialista Tommaso Mancia che, passato un comma imposto dallo scudocrociato per le terme in liquidazione, sbottò: "Allora deve passare anche l'aumento dei fondi al Club alpino italiano". "Cos'è, un ricatto?". "No, ma se passa il vostro emendamento deve passare pure il nostro". "Che ti frega, il Cai è socialista?". "No, ma è giusto così". "Sono socialiste le Alpi?". "Guarda che vivo al mare".

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE - Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Come non è nuova, alla faccia delle promesse prima del centrosinistra e poi del centrodestra di rendere più semplice il linguaggio, la scelta di continuare piuttosto ricordando l'antico monito lasciato nel Settecento da Ludovico Muratori: "Quante più parole si adopera in distendere una legge, tanto più scura essa può diventare". Detto fatto, tra le 58.538 parole per un totale di 591 commi che compongono il megaemendamento fatto votare l'altro ieri dal governo, prendere o lasciare, si può leggere al punto 245 questo capolavoro a metà tra il sanscrito e il cifrario di Vernam: "All'articolo 24, comma 6, della legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni, dopo le parole: "comma 1-bis" sono aggiunte le seguenti: "e degli organismi di cui agli articoli 3, 4 e 6 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, che sono disciplinati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, emanato su proposta del Comitato di cui all'articolo 2 della citata legge n. 801 del 1977, previa intesa con il Ministro dell'economia e delle finanze"". In pratica, spiegano gli specialisti, si tratta di un "ritocco", proposto inizialmente con l'emendamento 35.158 da due senatori azzurri, Aldo Scarabosio e Mario Francesco Ferrara, alla "Merloni". La legge voluta nel 1994 dall'allora premier Carlo Azeglio Ciampi e dal ministro dei Lavori pubblici Francesco Merloni per rendere trasparenti gli appalti pubblici, che avevano visto l'esplodere di scandali indimenticabili. Quale quello del costruttore Edoardo Longarini, che secondo la Corte dei conti era arrivato ad applicare per gli scavi sovrapprezzi del 156% (fondazione sotto i 2 metri), 258% (sbancamento) e addirittura 477 (fondazione da 0 a 2 metri) per cento. Diceva, dunque, la "Merloni" che per i lavori pubblici sono obbligatorie le gare europee, aperte e trasparenti, salvo rare e precise eccezioni.

"RARE E PRECISE ECCEZIONI" - Dice la leggina fatta passare nel megaemendamento che, a quelle rare e precise eccezioni, vanno aggiunte quelle che toccano gli "organismi di cui agli articoli 3, 4 e 6 della legge 24 ottobre 1977, n. 801", vale a dire il Cesis, il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, il Sismi, cioè il Servizio informazioni sicurezza militare, e il Sisde, cioè il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica. I quali, per quel che se ne sa, avevano già manifestato qualche insofferenza per la "Merloni" e hanno avuto a che fare negli ultimi tempi con vari lavori di edilizia pubblica (caserme, postazioni, infrastrutture varie...) ma uno solo nella proprietà privata di un cittadino, sia pure speciale: Villa Certosa a Portorotondo. Dove oltre alle cinque piscine della talassoterapia (costruite abusivamente, descritte, fotografate e pubblicate in un libro prima della firma delle licenze), al lifting di una cabina elettrica diventata un finto nuraghe con vetrate trasparenti sul mare che "con un semplice scatto d'interruttore si polarizzano per garantire la massima privacy" e all'anfiteatro che miracolosamente ottenne il via libera della Regione allora forzista addirittura 56 giorni prima che fosse presentata la domanda (wow!), è stato appunto scavato nella tutelatissima roccia il celeberrimo imbarcadero stile 007. Imbarcadero sul quale la magistratura di Tempio Pausania ha aperto un'inchiesta. Subito arginata, prima ancora di una contestatissima aggiustatina al decreto delega sull'ambiente e del comma di cui parliamo che potrebbe chiudere la faccenda, da due decreti varati ai primi di maggio da Pietro Lunardi e Beppe Pisanu, coi quali si dichiaravano tutti i lavori (non si è mai capito se era compreso, ad esempio, il "capanno di cantiere riattato a bungalow per gli ospiti" di cui scrive l'architetto) assolutamente top secret. Al punto che perfino i decreti, in mano agli avvocati del Cavaliere, vennero solo mostrati al Pm. Guardare e non toccare. Una scelta che destò perplessità. E qualche risatina: la mappa segretissima del posto, con tutti i dettagli comprese le altimetrie, era infatti pubblicata a pagina 232 del libro che della Certosa descrive le meraviglie. Top secret all'italiana.


   17 dicembre 2004