
sulla stampa
a cura di P.C. - 16 dicembre 2004
Scompare italiano
"Rapito e ucciso in Iraq"
Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera
ROMA La notizia è stata trasmessa ieri pomeriggio all'ambasciata a Bagdad: un italiano di 52 anni è stato sequestrato e poi ucciso a Ramadi. I primi dettagli sono precisi: si chiama Salvatore Santoro, è originario della Campania, ma vive a Londra da anni dove lavora per "Charity for England and Wales", l'associazione che raggruppa le organizzazioni non governative del Regno Unito. Il suo corpo sarebbe stato mostrato da un gruppo estremista a un fotografo locale che avrebbe visto anche il passaporto.
E' il dramma che si ripete, l'incubo che ricomincia. Le verifiche scattano immediate. Ma fino a tarda sera non c'è alcuna conferma ufficiale su quello che potrebbe essere accaduto. Mentre rimbalzano le voci, secondo le quali un gruppo jihadista, il Movimento Islamico dei Mujaheddin dell'Iraq Occidentale, avrebbe già trasmesso via Internet la rivendicazione del sequestro, il governo attiva il Sismi e la Farnesina. Il ministro degli Esteri Gianfranco Fini si trova a gestire la sua prima emergenza. Viene informato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che sta rientrando da Washington. Con il passare delle ore si mettono a punto le informazioni, ma la vicenda, come dichiara lo stesso Fini "presenta molti lati ancora oscuri".
L'ALLARME Secondo la versione ufficiale fornita dalla Farnesina e confermata in televisione da Fini, a dare l'allarme sarebbe stato un fotografo della Reuters che poi ha dato la notizia all'Associated Press.LaAp conferma. Dice che "il reporter è stato fermato sulla strada fra Ramadi e Fallujah, dove i miliziani gli hanno consegnato un comunicato, del sedicente Movimento Islamico per i Mujaheddin dell'Iraq occidentale, che annunciava l'uccisione di un cittadino italiano. Accanto al corpo c'era una lettera che richiedeva un visto a nome di Santoro Salvador". Parla anche il fotografo, sia pur protetto dall'anonimato: "Ho trovato un uomo morto, con capelli e barba neri, sdraiato supino. Era bendato con un pezzo di tessuto bianco, indossava blue jeans e una giacca di pelle".
Il mistero rimane: perché un giornalista della Reuters avrebbe dovuto avvisare la concorrenza? Esiste un'altra ricostruzione, secondo la quale la notizia sarebbe arrivata alla nostra rappresentanza diplomatica attraverso l'intelligence tedesca. La Germania non ha truppe in Iraq, ma potrebbe aver inviato in teatro di guerra i suoi 007. E' possibile che il fotografo sia in realtà un agente segreto? E che lo stesso Santoro lavorasse per i servizi segreti? Fino a tarda sera nessuna foto è stata trasmessa alle autorità italiane. E anche la voce secondo la quale Al Jazira era in possesso di un'immagine o quantomeno di un comunicato è rimasta senza conferma.
Via libera al salva-Previti
Liana Milella su la Repubblica
ROMA - Cesare Previti ha vinto la sua battaglia, la più breve in verità tra quelle sostenute per tante leggi sagomate su di lui e sui suoi processi, alle 19 e 30 di ieri. Moretti fuori Montecitorio comiziava tra i girotondini, dentro l´aula molti del centrosinistra avevano la voce roca a furia di denunciare i rischi di "un´amnistia permanente voluta pur di salvare la "stella polare" di Forza Italia". Casini aveva fatto di tutto per garantire spazi all´opposizione reggendo le forti pressioni del centrodestra che chiedeva il rispetto dei tempi contingentati (rivolto al forzista Bruno: "Io il presidente lo faccio così"). L´illusione che il dissenso all´interno della Cdl contro la legge salva-Previti potesse prevalere s´era spenta non appena dal voto segreto si era passati a quello palese. I venti voti di scarto erano drasticamente passati prima a 50 salendo poi a 70 assestandosi su 80. Le due paginette che riscrivono la prescrizione, che la fanno calare dal massimo della pena aumentato della metà a un quarto, affogano nella raffica degli altri emendamenti. Passano con 283 voti contro 197. Dove non erano arrivare le leggi ad personam per Berlusconi arriva la Cirielli. Non contento, "per scontare l´eventuale carcere nella sua abitazione di piazza Farnese" come dice il diessino Bonito, Previti assiste al successo della trovata sui 70 anni. Chi ha quell´età ed è condannato per la prima volta non andrà in carcere. Lui ha compiuto 70 anni a ottobre. In Transatlantico Previti darà a Bonito del "pezzo di m..." che ricambierà con un "sei un noto delinquente".
Pisapia s´indigna "ma come potere mettere sullo steso piano chi ruba una mela per fame e chi compie un reato doloso?". Niente. Anche l´Anm di Bruti Liberati fa sentire la sua voce perché "s´indebolirà in modo significativo la risposta dello Stato di fronte al crimine". La Cdl se la ride e Massimo Maria Berruti un intimo del Cavaliere si diverte con i videogiochi. Alle 18 e 30 il rutelliano Ciani rompe un tabù, chiede "se è vero che i processi di Previti saranno cancellati" e il forzista Palma ha il coraggio di rispondergli che "non lo sa" e comunque "sarebbe la stessa cosa". Il presidente della commissione Giustizia Pecorella non parla mai. Al processo di Milano, quando Previti ha deposto, non lo ha voluto in aula e non lo vuole alla Consulta. Pecorella storce giuridicamente la bocca sulla salva-Previti. Che oggi passerà alla Camera.
Il Polo non risponde su Cesare
E lui sfiora la rissa con un ds
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera
ROMA La quasi rissa con scambio di insulti scoppia alla fine, in Transatlantico. Da una parte Cesare Previti, l'onorevole imputato per il quale accusa l'opposizione la Camera sta approvando l'ennesima legge ad personam; dall'altra Francesco Bonito, deputato diessino, uno dei più focosi nel denunciare le norme con cui i processi per corruzione dove Previti è stato condannato in primo grado sarebbero già prescritti. In mezzo, l'onorevole ex magistrato di Forza Italia Nitto Palma. Riferisce Bonito che all'uscita dall'aula, mentre lui parla con Palma, Previti si avvicina e gli chiede perché lo odia; Bonito risponde che non odia nessuno, ma fa e dice ciò che ritiene giusto; Previti ribatte paragonandolo a un escremento, Bonito restituisce l'accusa con l'aggiunta di un paio di epiteti del genere "ladro e delinquente". A questo punto Palma li divide perché, dice Bonito, "sennò io a quello gli saltavo addosso".
Tutto ciò avviene dopo le otto di sera, e resterà nelle cronache dei corridoi della Camera. Nei resoconti d'aula, invece, rimangono altre frasi e dichiarazioni riguardanti Previti, senza insulti ma nel merito della legge ribattezzata con suo nome. Come quando il deputato della Margherita Fabio Ciani si rivolge al collega Palma. Il quale ha appena negato, attraverso una sua particolare lettura del codice, che la riforma accorcia la prescrizione di alcuni reati come sostiene l'opposizione, ma al contrario li allunga. Ciani prende la parola e dice: "Io non sono un esperto di questi argomenti, non essendo magistrato, né avvocato, né imputato. Quindi pongo al collega Palma una domanda chiara e semplice, cui rispondere con un sì o con un no: con la nuova legge i processi all'onorevole Previti si prescrivono oppure no?".
L'imputato-deputato oggetto del quesito, seduto sul suo scranno, ascolta anche questo passaggio del dibattito con attenzione, parlottando di tanto in tanto con chi lo avvicina. Da un banco più in alto, Nitto Palma risponde a Ciani: "Ho troppo rispetto per la sua conoscenza dell'aritmetica, quindi la invito a farsi i calcoli da solo. Io non lo so, non mi interessa". Boati di risate e invettive, ma Palma continua: "E comunque lei che intende dire? Che il suo voto dipende dall'esito della norma su un processo? E' ancorato allo scalpo di una persona? Si vergogni!". Gli applausi dei deputati della maggioranza coprono le grida indignate dell'opposizione, e Ciani ribatte: "Siamo finalmente arrivati al nocciolo di una legge dalla quale il promotore ha ritirato la propria firma, per come è stata stravolta a favore di una persona".
Di domande, dai banchi dell'opposizione, ne arrivano a ripetizione. Sulle contraddizioni interne a un testo nel quale a un tratto non si raccapezza più nemmeno il relatore, tanto da irritare il presidente Casini, e sul caso specifico di Previti, che segue con interesse. Un gruppo di deputati tecnici della materia Kessler, Finocchiaro, Fanfani, Pisapia, oltre all'accalorato Bonito insiste sulla norma che inserisce nel calcolo dei tempi della prescrizione anche le "sospensioni" dei processi causate da impedimenti degli imputati, dei loro difensori, o dai procedimenti intermedi. Gli impegni parlamentari di un accusato o di un avvocato, ad esempio, o l'attesa di un ricorso davanti a qualche Corte. Per i processi a Previti, qualcuno ha calcolato che circa un paio d'anni se ne sono andati così; anche per questo, a legge approvata, quei dibattimenti morirebbero automaticamente. Senza insistere sul collega imputato lì presente, al momento del voto su questo emendamento Kessler chiede: "Qual è la logica di questa norma? Perché l'avete inserita?". Nessuno si alza per rispondere, il presidente mette ai voti, la Camera approva. Seduta rinviata a domani. Gli onorevoli sfollano, compresi Previti, Bonito e Palma. Finale con rissa sfiorata.
Niente intesa, Gm muove contro Fiat
Raffaella Polato sul Corriere della Sera
MILANO E adesso General Motors muove contro Fiat. Aprendo ufficialmente le ostilità e la procedura che, con buona probabilità, porterà quel che rimane dell'alleanza davanti a un tribunale di New York.
Dopo la "fuga dalla stampa" di martedì, con gli americani impegnati a dirottare il vertice da Zurigo alla Germania pur di evitare i giornalisti, è una nota datata Lingotto a rompere il silenzio. "Non è stato raggiunto un accordo sui temi finanziari e industriali rilevanti". Poche righe, ieri mattina, per confermare quello che era nell'aria da giorni ed era diventato evidente l'altra sera: nulla di fatto sul fronte compromesso. Il summit ha anzi certificato la rottura, con Torino ferma nel difendere la validità del put e Detroit altrettanto decisa nel sostenere il contrario.
A questo si sarebbe rimasti. Le due delegazioni, guidate da Sergio Marchionne e Richard Wagoner, pare non siano nemmeno arrivate anche solo a sfiorare l'argomento monetizzazione. Tanto meno a quantificarla (le cifre circolate, offerta di 200 milioni e richiesta di un miliardo, sarebbero "numeri in libertà"). Fermi sulle posizioni di principio, insomma, anche se forse solo per tattica negoziale. Ed è Gm, a questo punto, a passare all'attacco. Mettendo in atto la mossa ventilata (e che al Lingotto si attendevano): l'avvio delle procedure contro Fiat.
Sono ancora gli italiani i primi a informare i mercati. "Gm ha annunciato che intende notificare formalmente a Fiat la sua richiesta di avviare la procedura di mediation". Significa, tra l'altro, che non si andrà subito in tribunale. E che in teoria c'è ancora un mese per arrivare al compromesso su cui continuano a scommettere gli analisti (anche se le Borse, ieri, hanno fatto il contrario di martedì: giù Fiat, su Gm).
L'unica risposta certa, oggi, è che Gm non ha intenzione di acquistare l'auto italiana. E che la via del tribunale questo pericolo non lo evita: se la corte riconoscesse le ragioni di Detroit, nessun problema per loro, ma se il put venisse ritenuto valido e Torino esercitasse l'opzione per Gm non ci sarebbe scampo. Per rilevare Fiat Auto potrebbe anche non dover sborsare una lira, visto che tra perdite e indebitamento il valore patrimoniale è, secondo gli analisti, azzerato. Ma si accollerebbe comunque, oltre al rosso e ai costi di ristrutturazione, 8 miliardi di debiti. Gli effetti sul rating, e a catena sul resto, sarebbero immediati. Sono disposti, a Detroit, a correre il rischio? No, dicono sui mercati: alla fine, pur di liberarsene, potrebbero davvero scegliere di pagare una congrua contropartita. Ma resta, per ora, una scommessa.
Tra Fiat e Gm trattamento di fine rapporto
Loris Campetti su il Manifesto
Non è stato un incontro a Zurigo tra vecchi amici. Intanto non è stato a Zurigo, nella prevista sala Kyiburg del Gran Hotel Renaissance: decine di penne affilate e microfoni ardenti sono stati gabbati dalla mossa del cavallo, si dice del numero uno della Gm Richard Wagoner, con cui poco prima dell'ora X, le 14 di ieri, è stato trasferito il faccia a faccia tra Fiat e General motors. Il piccolo aereo partito da Torino per portare la delegazione guidata dall'amministratore delegato Sergio Marchionne all'appuntamento storico con i parenti-serpenti d'oltre Oceano è stato dirottato sul lago di Costanza, all'aeroporto di Friedrichshafen. Così, non si è parlato in Svizzera ma in Germania dell'ormai famoso - per la Gm famigerato - put che, in base all'accordo sottoscritto nel 2000 dalle due multinazionali delle quattro ruote, consente al Lingotto di "pretendere" l'acquisto dell'intera Fiat Auto da parte degli americani, qualora la società della famiglia Agnelli decidesse di liberarsene. Soprattutto, non è stato un incontro tra vecchi amici ma piuttosto un faccia a faccia duro tra fidanzati che hanno deciso di rompere il breve e neppure troppo intenso rapporto. E siccome di mezzo ci sono i soldi, come in tutte le separazioni che si rispettino sono volate parole grosse, già nei giorni precedenti l'incontro, e si profilano ricchi affari per gli avvocati che dovranno cercare di ridurre i danni, in parole povere di quantificare il "trattamento di fine rapporto". L'ultima fase della querelle tra il gigante e la formica - che in comune hanno solo il cattivo stato di salute - iniziata ieri, ha una data precisa per concludersi: il 24 gennaio, giorno in cui la Fiat potrà avvalersi del put. Per riassumere le puntate precedenti, si può ricordare che la Gm non ha intenzione alcuna di aggiungere ai suoi problemi quelli della multinazionale italiana dell'auto. L'ha già detto quando ha rifiutato di partecipare alla ricapitalizzazione, facendo scendere la sua quota dal 20 al 10% in Fiat. L'ha ripetuto successivamente a ogni pie' sospinto, adducendo il fatto che le condizioni esistenti al momento dell'accordo non esistono più, in particolare per la cessione da parte del Lingotto del 51% della Fidis (che i torinesi in teoria potrebbero riacquistare, magari con i soldi di nuovo delle banche creditrici). Ma il punto vero, forse, non è la vendita, data da molti per impensabile e da qualcuno (i sindacati) per insopportabile per i suoi effetti sociali, quanto piuttosto l'uso del put da parte del Lingotto. Per ottenere cosa? Soldi, più soldi possibile, certo molti di più dei 500 milioni di dollari che Gm sarebbe disposta a sborsare per scrivere la parola fine sulla sua avventura italiana. Per intenderci, la Fiat Auto ha debiti per 8 miliardi di euro. Secondo Wagoner, però, le attività delle quattro ruote del Lingotto non varrebbero più di 2 miliardi di euro. Un modo semplice per dire che il 90% di Fiat auto non meriterebbe da parte di Gm l'esborso di un solo euro o dollaro che dir si voglia. L'idea di monetizzare il put, in cambio della restituita libertà agli americani che navigano in cattive acque, soprattutto in Europa, non dispiacerebbe alle agenzie di rating. Standard%Poor's sostiene anche che il pessimo stato dei conti di Fiat Auto potrebbe avere come conseguenza dell'ipotetico l'acquisto da parte di Gm l'arrivo di ben pochi danari nelle casse del Lingotto.
Petrolchimico, condannati 5 dirigenti Montedison
Michele Sartori su l'Unità
Tullio Faggian è un piccolo cuneo che ha inceppato le difese della Montedison. Tullio Faggian era uno dei tanti operai del Petrolchimico, un "autoclavista" ignoto al mondo e perfino alla sua fabbrica, la quale ha perso per strada le vecchie schede, e non sa più dove diavolo lavorasse negli ultimi decenni. Tullio Faggian è morto, a 63 anni, l'11 ottobre del 1999, per "angiosarcoma epatico", un tumore del fegato, il più tipico dei tumori provocati dal Cvm (cloruro di vinile). Grazie - se così si può dire - alla sua morte, da mercoledì 15 dicembre 2004 i vertici della vecchia Montedison hanno la fedina penale formalmente sporca: condannati in cinque, ad un anno e sei mesi di reclusione, per omicidio colposo.
Non che non siano stati ritenuti responsabili di tutti i decessi, e malattie professionali, del Petrolchimico. Ma le altre morti erano troppo lontane nel tempo, non superavano il 1990: di conseguenza, reati prescritti. Faggian, scomparendo tardi, ha fatto un grande dispetto.
Il pm che insiste. Se c'è un vero, autentico vincitore, però, è l'ipercaparbio pm Felice Casson, un magistrato che, alla fine, non ha mai sbagliato un processo. Dopo Peteano, Gladio, Fenice e bombe al tribunale di Venezia, il Petrolchimico pareva il suo primo inciampo. Nelle motivazioni assolutorie, il giudice Salvarani aveva accusato il pm di "artificiose forzature", "rappresentazione antistorica degli eventi", "tesi complottistica", "ricerca della notizia ad effetto... ". Una demolizione. Casson ha sostenuto l'accusa anche in appello, affiancando il sostituto pg Bruni. Ha trovato ragione. Adesso dice: "Il mio pensiero va agli operai e alle vittime di Porto Marghera: mi dispiace solo che dopo tanto tempo non si sia potuta sanzionare pienamente la responsabilità di chi ha creato tanti problemi alla vita in fabbrica, ed a Marghera. Questo processo andava fatto prima. Vent'anni fa c'erano già tutte le condizioni: e non ci sarebbero state tante prescrizioni". Vent'anni fa, giusti giusti, Casson stava arrestando un generale e un colonnello dei carabinieri, Mingarelli e Chirico, coinvolti nella strage di Peteano. Sospira, il magistrato: "C'era il terrorismo. C'era un altro contesto storico. C'erano altre sensibilità. C'era il ricatto occupazionale al Petrolchimico... ". E non c'era ancora la denuncia di un altro caparbio, l'ex operaio Gabriele Bortolozzo. Non importa. Vecchi operai, vedove, orfani, si stringono attorno al magistrato, per una volta sorridenti, gli danno pacche alle spalle, strette di mano. E' il suo dichiarato mondo di riferimento.
Il portavoce dell'America
Vittorio Zucconi su la Repubblica
La strategia berlusconiana delle "concessioni preventive" a Bush, l´ansia di legittimare se stesso accodandosi senza condizioni al signore dell´Occidente, hanno prodotto quel che era inevitabile producessero, cioè niente. Anche questa visita lampo, la quarta del presidente del Consiglio secondo la formula della toccata e fuga, s´è risolta nella solita photo opportunity, nei pochi minuti di inquadratura tv da gonfiare attraverso i tg.
Un Berlusconi raggiante e ansioso di compiacere è stato accolto da Bush che accettava l´omaggio con quell´espressione di divertito distacco che sempre accompagna, nei politici che sono davvero potenti, l´eccesso di piaggeria dei piccoli. Ma se, nella visione berlusconiana del mondo, tutto converge e si condensa nell´immagine e dunque anche questa visita è stata un grande successo, nella sostanza delle cose che davvero investono gli interessi vitali e nazionali dell´Italia, il disastro pilotato del dollaro anoressico che strangola le nostre esportazioni, i contratti di forniture, un possibile seggio permanente al Consiglio dell´Onu, la battaglia per le emissioni di gas nocivi, non hanno avuto altro che generici cenni di benevolenza.
Non potrebbe essere altrimenti, perché la decisione di essere il portavoce dell´America in Europa, anziché la voce dell´Europa in America, tolse, quando Berlusconi era presidente della Ue e Bush cercava disperatamente alleati più importanti delle Isole di Tonga nella sbilenca "coalizione", ogni futuro potere negoziale a un governo italiano che ormai gli Usa danno per scontato. Tutto è già detto e pacifico, fra il Big B americano e il Little B europeo. Bush sa perfettamente che la sua netta vittoria alle elezioni presidenziali è stata una boccata di ossigeno per un Berlusconi che avrebbe molto sofferto politicamente se qui avesse vinto il centrosinistra americano con Kerry. Dopo la bruciante delusione dell´"amico Vladimir", quel Putin che sul famoso set di Pratica di Mare Berlusconi definì prematuramente "un democratico, un liberale, un occidentale" promettendo di portarlo davvero dentro la Nato e la Ue, una disfatta elettorale di Bush, insieme con la piega autocratrica del Russo, avrebbe lasciato il governo italiano spiazzato in Europa e senza coperture internazionali.
Il governo italiano dunque non ha altra scelta che continuare a muoversi a rimorchio di questa Casa Bianca, andando ben oltre anche la classica "fedeltà atlantica" e la "tradizionale amicizia" che ogni governo italiano del dopoguerra, quale che fosse il suo colore, sempre ha manifestato e sempre ripetuto. E Bush, che non sarà un intellettuale della politica né uno stratega da seminari universitari ma ha un sicuro "naso" politico, sa benissimo che quel premier italiano che si agitava e si sbracciava sorridente accanto a lui nello Studio Ovale per testimoniargli tutta la sua ammirazione personale, non potrà mai tradirlo, perché tradirebbe sé stesso e segherebbe il ramo sul quale è seduto. Berlusconi è un tentativo d´emulazione tardiva del bushismo in salsa italiana e non sarà il modello a rispettare l´emulo.
Non è colpa di Berlusconi, che sedeva alla fine un po´ nervoso ascoltando Bush avvertire minaccioso Iran e Siria di stare alla larga dall´Iraq e permettere lo svolgimento delle elezioni a qualsiasi costo, se Bush prosegue lungo la strada che si è tracciato, anche a costo di dissanguare il proprio esercito e ignorare i guasti provocati dal suo dollaro leggero. Se qualcosa queste visite fugaci e inutili dimostrano sul serio, a parte la comprensibile, ossequiosa gioia di chi viene a rinnovare i voti di fedeltà al fonte battesimale della Casa Bianca e si sente per due ore un leader mondiale per luce riflessa, sono l´impotenza e l´irrilevanza delle singole nazioni europee davanti al signore dell´Occidente, ora che la Guerra fredda è finita e neppure lo spettro della "minaccia rossa" attraverso partiti comunisti finanziati dal Cremlino, turba più Washington. Di questa irrilevanza, di questa aria imbarazzante da "giovanotto lasciami lavorare che ho da fare" non è a Bush che si può far colpa, ma a noi stessi.
Anonimi assassini
Umberto Galimberti su la Repubblica
"Ho ucciso per sentirmi importante" ha dichiarato l´infermiera di Lecco che ha confessato di aver posto tragicamente fine alla vita di sei pazienti. Prendiamola sul serio questa dichiarazione per folle o insensata che sia perché, sia pure a livelli di onnipotenza paranoica, dice a quali gesti può portare l´insignificanza dell´anonimato, il mancato riconoscimento, la persuasione che non si ha identità se nessuno ci chiama per nome.
Lecco è la città dove tre settimane fa è stato ucciso il povero benzinaio a opera di due ragazzi del luogo che forse non volevano solo soldi, ma anche protagonismo. Un protagonismo che non avrebbero mai potuto vantare di fronte agli amici, ma di fronte a se stessi sì, come spesso capita ai giovani che compiono azioni al limite della vita per sentirsi più forti degli altri, perché capaci di gesti che agli altri fanno tremare i polsi. Ancora una volta viene in primo piano quel bisogno di uscire dall´anonimato, per rivendicare la propria esistenza, oltre quella soglia dell´insignificanza in cui molti si sentono affogare.
Se una correlazione profonda e inosservata esiste tra questi due episodi all´apparenza tra loro irrelati, e i molti altri dove si stupra, si fa branco, si uccide senza un´apparente plausibile ragione e forse senza neppure una vera premeditazione, allora dobbiamo chiederci se l´anonimato in cui ci affoga questa società senza più legami affettivi e sociali, dove a segnalarci agli altri sono i nostri ruoli e non più il nostro nome, dove i nostri volti non sono più riconoscibili perché a individuarci sono solo le funzioni che svolgiamo, e fuori da quell´ambito nessuno più ci chiama, ci telefona, ci invita, allora il bisogno di esistere può assumere quelle forme estreme di rivendicazione della propria identità, dove si può giocare anche con la morte, perché la propria vita, che a nessuno interessa, è già avvertita come non esistenza, qualcosa di già imparentato con la morte.
Anonimato in una società senza legami affettivi, a partire da quel primo nucleo dell´affettività che si chiama famiglia, dove i figli chiedono attenzione, e l´attenzione chiede tempo da dedicare a loro. Non un tempo-qualità, evocato a propria giustificazione da genitori indaffarati e superimpegnati perché a loro volta assetati dal bisogno di riconoscimento sociale, ma un tempo-quantità, che consenta ai bambini di avere quell´attenzione significativa e interessata, indispensabile per costruire dentro di sé un´identità riconosciuta che, da adulti, eviterà loro quel bisogno spasmodico di attenzione, quella forma incontenibile di protagonismo, che l´infermiera di Lecco ha addotto come motivazione profonda e compulsiva del suo reiterato gesto omicida.
Orgogliosi della nostra cultura dell´individuo, di cui rivendichiamo i diritti di libertà che la distinguono rispetto ad altre culture, dimentichiamo che è proprio la formazione dell´individuo ciò che noi trascuriamo quando non ci diamo cura di creare quei legami affettivi senza i quali andremo a cercare la nostra identità, non trovandola dentro di noi, in quei gesti capaci di darci per qualche giorno quell´attenzione e quel protagonismo a cui la cultura dell´individuo spasmodicamente spinge, senza creare le condizioni perché non si manifesti in modo catastrofico.
Non releghiamo immediatamente la condotta dell´infermiera di Lecco in qualche sindrome psicopatologica per far salva l´innocenza delle nostre condotte. E così dimentichiamo che la psicopatologia è un evento del nostro cervello solo perché il nostro cervello elabora il mondo-ambiente in cui ci è capitato di nascere e crescere. Di questo mondo-ambiente, non possiamo negarlo, siamo tutti responsabili, perché siamo noi a crearlo favorevole o sfavorevole alla costruzione di identità che non inseguano spasmodicamente per tutta la vita quel bisogno del riconoscimento di cui forse a suo tempo sono state deprivate.
Le situazioni-limite oltrepassate le quali è subito tragedia, non sono, come è comodo pensare, raptus di follia che non esistono, ma l´ultimo passo di un lungo percorso che, nel caso dell´infermiera di Lecco, sembra si sia nutrito di sceneggiati televisivi e di letture che rispondevano al suo bisogno di protagonismo e alla sua sete di riconoscimento. Sottolineava pagine, annotava riflessioni per riempire quel vuoto di identità che rifiutava di affogare nell´insignificanza dell´anonimato di cui la nostra società è grande e insieme inconsapevole dispensatrice.
In questo contesto, che qualche riflessione dovrebbe suscitarci, c´è chi rifiuta di affogare da solo, o chi, prima di affogare, lancia un urlo di protagonismo, in modo che qualcuno, forse per la prima volta, possa avvertire la sua esistenza e concedergli, sia pure nelle modalità tragiche di non vivere o di non morire senza nome.
16 dicembre 2004