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sulla stampa
a cura di P.C. - 15 dicembre 2004


Dal Mattarellum al Nespolum
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

A dispetto del principio che le regole elettorali non si cambiano in corsa (sotto elezioni), e ancor più a dispetto del principio che le regole del gioco (il gioco di tutti) non dovrebbero essere cambiate da una semplice maggioranza di parte, a dispetto di entrambi questi principi è quasi certo che il Mattarellum sarà sostituito dal Nespolum, la trovata o furbata dell'onorevole Vincenzo Nespoli di An.
È raro che un partito proponga una riforma elettorale che lo danneggi: ma è ancor più raro che venga proposta dichiarando con inusitato cinismo che "mi serve a vincere". Le riforme elettorali dovrebbero servire a eleggere meglio. Se si fanno di solito si fanno invocando un interesse generale, un beneficio per tutti. Invece no. Invece Berlusconi dichiara senza ai né bai che lui vuole il Nespolum perché a lui conviene. Ora, di leggi fatte su misura il Cavaliere ne ha già varate parecchie: vedi la Frattini sul conflitto di interessi, la Gasparri sul riassetto televisivo, e altre ancora; ma finora ha sempre negato che fossero leggi pro domo sua . La novità è che questa volta lo ammette, e anzi lo ostenta. Rinnovata baldanza? Non saprei. Ma è una svolta, una novità, che non deve passare inosservata.
Veniamo al merito. Le domande sono: qual è la differenza tra il nuovo Nespolum e il vecchio Mattarellum, e se il nuovo sistema sia migliore o peggiore del vecchio. Fermo restando, in premessa, che il Mattarellum era già un sistema pessimo, e perciò stesso da cambiare. Io lo ripeto da dieci anni. Ma siccome non riesco a convincere, sul punto, qualche stimato collega, invece di ripetermi invano passo questa volta la parola a Bertinotti, che non può certo essere sospettato di essere in collusione con me.
Allora, secondo Bertinotti il sistema maggioritario (i tre quarti del Mattarellum) "ha solo peggiorato la qualità della politica... Abbiamo più personalizzazione, il che significa un presidenzialismo di fatto... Più spettacolarizzazione... Più partiti. Infine più potere di ricatto delle piccole formazioni". Mi pare una sintesi ineccepibile. Che mi consente di rispondere subito alla domanda se il Nespolum sia meglio del Mattarellum. La risposta è no, visto che siamo lì, visto che il nuovo sistema incamera tal quali tutti gli stessi difetti. Tantovero che l'onorevole Nania di An ha buon gioco nel chiedersi di che cosa l'Ulivo si lamenti, visto che il Nespolum "lascia in piedi l'attuale sistema, gradito all'Ulivo". Già, è proprio così. Se il Mattarellum non si tocca — è la parola d'ordine di Prodi — allora perché agitarsi tanto per un suo quissimile?
Tornando al punto, secondo me il Nespolum non migliora il Mattarellum, visto che lo incorpora. Al che si ribatte che lo migliora per un altro rispetto, e cioè perché lo "semplifica" riducendo le due schede di prima (una per il voto maggioritario, l'altra per il voto proporzionale) a una scheda sola. Sì, ma questa semplificazione è al tempo stesso una drastica amputazione. Il che la rende una semplificazione fortemente peggiorativa. Finora gli italiani avevano due scelte: una sul candidato nel collegio uninominale, l'altra per i candidati sulla quota proporzionale. Ora questa doppia scelta non c'è più. A questo punto tanto varrebbe semplificare ancora riducendo la scheda elettorale a due nomi e basta. Tanto tutto il resto è prefabbricato dall'alto e avviene automaticamente, con il sottinteso che l'elettore vuole sempre tutto quello che il suo capo vorrà. Con tanti saluti alla sovranità di un cosiddetto popolo sovrano davvero cornuto e mazziato.


Economia a terra
Giulio Anselmi su
la Repubblica

Per darle un sapore di oggettività, ha voluto definirla "la fotografia" dell´Italia. Per evitare di essere additato, ancora una volta, come un predicatore dell´antiberlusconismo ha tenuto a sottolineare che la crisi viene da lontano. Ma le premesse non attenuano il profondo pessimismo dell´analisi del presidente di Confindustria Montezemolo: oggi viviamo la fase più critica dal dopoguerra. E il governo, come si è incaricato di sottolineare il vicepresidente Pininfarina, ci aggiunge del suo con una politica economica più attenta ai sondaggi che allo sviluppo del paese, con una Finanziaria deludente, costretta ieri all´umiliazione del voto di fiducia, che non ha raccolto "il nostro invito per una politica di attenzione alla competitività".
È evidente la preoccupazione del mondo industriale, a fronte di un sistema che non cresce dagli anni Novanta, ha una produttività più bassa rispetto ai partner europei, perde quote di export, non attrae investimenti e si articola su aziende la metà delle quali non raggiunge i 15 dipendenti. La sintesi di tante difficoltà sta nel fatto, verificato da Montezemolo nel corso del suo recente viaggio in Cina, che perfino l´Olanda ci supera per qualità e quantità di presenza nel gigante asiatico, la cui espansione è uno dei più sensibili termometri dell´economia globalizzata. Ma la crisi strutturale non è solo economica: divario nord-sud, sprechi e assistenzialismo nella spesa pubblica, lentezza della giustizia, invecchiamento della popolazione sono altrettanti fattori di debolezza. È un quadro, che, pur attutito dall´avvertimento "siamo fuori della stagnazione", rimanda al rapporto sulla fine dell´era delle illusioni elaborato una settimana fa dal Censis: come se da qualsiasi parte si guardasse, dall´alto della classe dirigente o dalla base dell´opinione pubblica, l´Italia avvertisse la fine di un processo positivo e traducesse questa sensazione in sfiducia.
C´è poco di buono, molto di brutto e ancor più di cattivo nella visione di viale dell´Astronomia. Il buono sta nella fascia di medie imprese dinamiche, che spesso controllano il proprio mercato di riferimento: sono le realtà produttive che ci hanno finora evitato di fallire.
Positivo è pure il bilancio dell´integrazione europea. Gli industriali conservano l´antica sfiducia dell´establishment per una classe politica che preferirebbero ingabbiata da un rigido controllo esterno: anche loro pensano che il patto Ue dev´essere riformato nel senso di un migliore equilibrio tra stabilità e crescita, ma, all´opposto di quanto chiede Berlusconi, "dovrebbe aumentare e non diminuire il controllo comunitario nel merito delle scelte di politiche di bilancio dei singoli governi".
Il brutto sta nella constatazione della propria inadeguatezza da parte della classe imprenditoriale, pudicamente espressa da Montezemolo con la necessità di fare autocritica. L´Asia cresce, a spanne, dell´otto per cento, l´America della metà, l´Europa del due, noi dell´1,4. Dai dati diffusi l´altro ieri dall´Istat, che i convenuti si sono ritrovati sui giornali, emerge la profonda crisi di settori come auto, abbigliamento e mobili. In un anno la produzione è caduta del 5,6 per cento, il made in Italy è in allarme rosso.



E la Cdl non si nasconde
"Questa fretta è per lui"
Giovanni Bianconi sul
Corriere della Sera

ROMA — L'onorevole Gianfranco Anedda, avvocato settantaquattrenne e deputato di Alleanza nazionale, due anni fa legò il suo nome a un progetto di legge che riscriveva molti articoli dei codici e provocò un putiferio; è uno che sul conflitto tra politica e giustizia non si risparmia, insomma. Seduto sul divanetto del Transatlantico dove quando c'è staziona solitamente Previti — ora s'è allontanato, tornerà a sera — dice: "Abbassare i tempi della prescrizione in alcuni casi è giusto", e cita qualche esempio di cause che ha trattato ultimamente. Ma tutta questa fretta di approvare la riforma, non dipende dalle esigenze giudiziarie del suo collega Previti? "Beh, certo — ammette Anedda — senza il suo caso non credo ci sarebbe stata l'accelerazione. Però...", e ricomincia a dire che la nuova legge non è così assurda come dicono dall'opposizione.
Poco più in là un ex magistrato oggi deputato della maggioranza che preferisce mantenere l'anonimato spiega che la legge è corretta, ma per evitare polemiche e favoritismi sarebbe stato opportuno inserire una norma transitoria per cui le nuove norme non si applicano ai procedimenti in corso: "Non solo per via del processo Previti, ma anche per la ricaduta generale su tutto il resto del sistema". La norma transitoria, però, non c'è. Un esponente dell'opposizione ascolta e ribatte: "La "transitoria" avrebbe escluso Previti, e non avreste avuto più alcun interesse a fare la legge". Il deputato della maggioranza sorride e resta in silenzio.
Il "caso Previti" è legato alle date, oltre che agli articoli di legge in vigore e a quelli che si stanno riscrivendo. Il 7 gennaio prossimo è fissato l'inizio del processo d'appello per la presunta compravendita delle sentenze Imi-Sir e Lodo Mondadori; quello in cui, in primo grado, l'ex ministro e deputato di Forza Italia è stato condannato a undici anni di reclusione. Il reato è "corruzione in atti giudiziari", che con le norme attuali si prescrive in dieci anni, più altri cinque per recuperare il tempo perso con le interruzioni: totale, quindici anni dal fatto commesso. Per l'accusa l'ultima prova del reato risale al 1994, quindi attualmente il processo è destinato a "morire" per prescrizione nel 2009. Con la riforma in discussione il reato si prescriverebbe in otto anni, e il massimo di tempo recuperabile per interruzioni e sospensioni diventa due anni. Totale, dieci anni. Il che significa processo prescritto nel 2004. Conseguenza: non appena la legge entrerà in vigore, l'appello del processo Imi-Sir/Lodo sarà lettera morta. A meno che l'imputato non rinunci alla prescrizione.
Un altro degli avvocati che siedono in Parlamento nelle file della maggioranza di centrodestra, che s'è occupato dei processi milanesi, chiarisce candidamente che l'obiettivo è proprio quello di evitare la sentenza d'appello; "Perché è vero che ci sarebbero gli argomenti per ottenere un'assoluzione. Ma a Milano non si sa mai. Meglio non correre rischi".



Salva-Previti, blitz della Cdl
Liana Milella su
la Repubblica

ROMA - Ce la fanno per 22 voti, ma ce la fanno. Almeno trenta deputati del centrodestra si tirano indietro, per "un rimorso di coscienza" dirà il centrista Tabacci, e votano con l´opposizione, ma l´ultima versione del salva-Previti scavalca sei decreti leggi urgenti e si guadagna il suo spazio in aula per essere approvato al volo. Le norme che tagliano a metà la prescrizione e cancellano i processi di Previti, presente e votante alla Camera, si fondono con quelle per l´emergenza criminale in Campania. Il diessino Siniscalchi s´inventa la battuta della giornata: "A Napoli un pacchetto così lo chiameremmo il "pacco"".
Una presa in giro per dirla con parole buone, una "porcata" per usare quelle della diessina Finocchiaro che con il diellino Fanfani, il verde Cento, Pisapia di Rifondazione, Buemi dello Sdi tentano di ostacolare il blitz della Cdl: abbandonano i lavori della commissione Giustizia, si dimettono in blocco dal comitato ristretto, in una durissima conferenza stampa denunciano il rischio di mettere i mafiosi in libertà. Si appellano al presidente della Camera Casini perché fermi Forza Italia. Casini ci prova. Quando l´azzurro Leone gli chiede di sospendere la discussione sul decreto "milleproroghe" e di invertire l´ordine del giorno il presidente non mette subito ai voti la richiesta ma interrompe i lavori e convoca i capigruppo. Ma lì il governo si rimette al volere della maggioranza: si torna in aula e si va alla conta.
Prima l´inversione, poi la scelta di incardinare subito la salva-Previti. Non c´è storia, la Cdl vince. È fatta. Dopo le rogatorie, il falso in bilancio, la Cirami, la Schifani, ecco il definitivo colpo di spugna. Il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate da Fanfani rivela il maldipancia nel Polo. Finisce 260 a 238. Nelle file del centrosinistra mancano una quarantina di deputati, non ci sono tra gli altri Fassino, Violante, Rutelli, De Mita, Bindi, Diliberto, Cossutta. Una beffa per l´opposizione che ha contestato merito e metodo del salva-Previti battagliando sin dalla mattina. Forza Italia è irrefrenabile. Il relatore, l´azzurro Vitali, sforna emendamenti a raffica, alle 10, alle 12, alle 14. A sentir lui sono solo "rifacimenti formali", per il diessino Kessler sono "nuovi, delicatissimi interventi sul codice penale". Perfino il presidente della commissione, il forzista Pecorella, fa valere la sua esperienza di giurista, ammetterà la sua abilità anche il Guardasigilli Castelli, ma alla fine si chiude lo stesso. Alle 15 e 25 Pecorella dà all´opposizione gli ultimi 25 minuti per discutere. È la rottura. Cade la speranza che ad opporsi sia il ministro dell´Interno Pisanu che pure aveva protestato all´inizio contro le norme di Castelli. Dirà in aula Paolo Cento: "Accorciare la prescrizione fa comodo anche a lui. Così cadranno tutti i reati dei poliziotti sotto processo a Genova".


L'aritmetica del centrosinistra
Michele Salvati sul
Corriere della Sera

Alle spalle di Berlusconi, nella manifestazione promossa sabato scorso a Mestre da Forza Italia, campeggiava lo slogan: "meno sprechi=meno tasse". Molto efficace. Sull'espressione a sinistra del segno uguale chi non è d'accordo? Se avesse scritto meno spesa pubblica=meno tasse — che è poi quello che egli ha in mente — già molti, e non solo a sinistra, avrebbero cominciato a obiettare. Così invece afferma una cosa ovvia — chi vuole gli sprechi? — se poi fosse ovvio capire dove stanno gli sprechi e se fosse facile eliminarli. Non è ovvia invece la seconda parte dello slogan.
Preso nel suo insieme, esso vuol dire che Forza Italia si impegna a mantenere lo stesso livello di servizi che ora lo Stato fornisce, ma a farli costare di meno eliminando gli sprechi: tutto quello che si guadagna deve andare in riduzioni fiscali.
E' proprio quello che Berlusconi non ha fatto nei tre anni e mezzo in cui ha governato, altrimenti non si sarebbe trovato in affanno nel reperire le risorse per finanziare l'abbattimento delle aliquote Irpef che ha così fermamente voluto. Forse pensava che anche i 160 milioni necessari a pagare per un anno i salari dei forestali calabresi fossero uno "spreco", ma, assai prima dei sindacati e della sinistra, ci hanno pensato il governatore della Regione, il ministro Alemanno e la rivolta unanime dell'intera popolazione a fargli cambiare idea.

Torniamo all'equazione da cui siamo partiti. La proposta di Berlusconi è chiara, meno sprechi=meno tasse. Minori sprechi li vuole ovviamente anche il centrosinistra, il quale potrebbe legittimamente aggiungervi la lotta all'evasione fiscale per reperire ulteriori risorse, cosa sulla quale Forza Italia non ha particolarmente insistito. Il primo membro dell'equazione diventerebbe allora: menosprechi+minore evasione=? Potrebbe essere qualsiasi cosa: un po' di tasse in meno e un po' di servizi e trasferimenti in più; tasse uguali, e tutto il ricavo della lotta allo spreco e all'evasione destinato a migliori servizi e a trasferimenti più generosi; o addirittura tasse più alte e servizi eccellenti e trasferimenti molto generosi.
E' però evidente che, mentre l'aritmetica di Berlusconi (tutto il ricavato in minori tasse) affascina immediatamente una parte cospicua degli elettori, il fascino dell'aritmetica del centrosinistra dipende strettamente dalla natura dei servizi e dei trasferimenti che si vogliono attribuire al settore pubblico, se questa è la proposta. Insomma dipende dal programma di governo che il centrosinistra propone e dal messaggio elettorale che esso vuole lanciare. Il suo — credibile o meno — Berlusconi l'ha lanciato. La prossima mossa tocca al centro-sinistra.


Duello Tremonti-Fassino
Mario Ajello su
Il Messaggero

ROMA Prendiamo due tipi elettrici, e tosti nordisti con il gusto di essere i primi della classe. Su una poltroncina, sta seduto Giulio Tremonti. Su quella di fronte, è appostato Piero Fassino. Uno è un tecnico con forte vocazione politica. L'altro è un politico con forte vocazione tecnica. Guardiamoli bene, nel loro match di ieri sera a "Porta a Porta". Perchè questo duello, fra il numero due della coalizione di Prodi e il numero due del partito di Berlusconi, è soltanto il primo ma ne seguiranno altri fra Fassino e Tremonti lungo la campagna elettorale che si concluderà nel 2006.
Prima caratteristica di questo format: la vicendevole allergia dei protagonisti per i voli pindarici e la comune predilezione per i discorsi concreti e molto secchi sia nei contenuti sia nei toni. Esempio. "Stai dicendo bugie!". "No, sei tu che dici bugie". "Io?". "Di certo non io". "Tu!". "Ma che dici: tu!". Così, su tutto: dalla Finanziaria alle Grandi Opere ("Le abbiamo avviate noi e voi non avete messo neanche una lira", esclama Fassino. "Caro Fassino, ma gli stanziamenti sono anno per anno..."), dallo sviluppo alla recessione. E alle tasse, ovviamente. "Noi sì, che le abbiamo abbassate durante il governo di centro-sinistra". "Davvero? Peccato che non se ne sia accorto nessuno".
Insomma, battibecco continuo ma totale estraneità alle astruserie del politichese o al varietà leggerista che non fa bene alla politica. Il duello resta piantato sul terreno delle bretelle viarie e delle autostrade in più o in meno (della Salerno-Reggio Calabria ognuno attribuisce il merito, ancora virtuale, alla propria coalizione), dei punti di Pil, del welfare. Tremonti - grazie a sforzi disumani - è più controllato del solito. E non c'è, fra i giornalisti presenti, un Giuliano Ferrara pronto ad eccitarne gli istinti. "L'Irap è una tassa ingiusta", dice il berlusconiano. "Io difendo questa tassa", replica il fassinista. Poi il segretario Ds ribadisce più volte: "Noi comunque non siamo il partito della tasse".
Fassino, conoscendo l'osso duro che ha di fronte, prima del match ha simulato la partita con i propri collaboratori e con alcuni esperti di finanza. Il risultato è che non si grida in questo ”vice faccia a faccia” fra numeri due che sostituirà (forse) quello fra Berlusconi e Prodi nel caso il Cavaliere torni al suo vecchio niet: "Io con quel portafaccia dei comunisti non mi confronto!".
Ora i due sbottano. Tremonti: "Se vai avanti così, non si può continuare". Fassino: "Io sono tranquillo". Tremonti: "Non mi pare proprio". Poi un tocco filosofico del vice-presidente di Forza Italia: "Voi non siete convincenti, perchè non siete convinti". "Il passante di Mestre c'è o non c'è?", chiede Tremonti. "C'è, perchè i soldi ce li abbiamo messi noi", è la risposta. Pausa. Tocca a Mannheimer con un sondaggio: i giovani sono entusiasti del taglio fiscale e gli anziani molto meno, perchè temono una riduzione dei servizi sociali. Fassino cita Montezemolo, come una specie di nuovo ”compagno di strada”. Tremonti cita il discorso di Prodi a Milano: "”Noi abbiamo un progetto per il Paese, mentre gli altri considerano la politica soltanto come merce, scambio e affare”". Morale tremontiana: "Queste sono offese inaccettabili!". Tra Piero e Giulio, invece, ognuno accetta le offese dell'altro: perchè, in fondo, non si sono offesi a sangue. Resta da vedere se questo ”format di civiltà”, ma privo di svenevolezze, è destinato a durare. Oppure resterà come uno strano accidente della cronaca politica.


2006, Prodi è favorito ma Berlusconi risale
Vladimiro Pochi su
la Repubblica

ROMA - Il duello è cominciato. I due avversari, dopo essersi osservati per mesi, sono in pista. La gara si concluderà nella primavera del 2006. Chi vincerà? Per ora, secondo un sondaggio Swg, Romano Prodi gode dei favori del pronostico: stacca di quattro punti Silvio Berlusconi, che però appare in recupero.
La rilevazione dell´Swg è in corso da febbraio e misura mensilmente le previsioni degli elettori su chi vincerà le prossime elezioni politiche. Agli intervistati viene cioè chiesto di indicare il candidato ritenuto favorito, e non - come avviene nella maggior parte dei sondaggi - di dichiarare la propria personale preferenza. È una tecnica demoscopica che cerca di cogliere il "sentiment" che, in una fase successiva, può trasformarsi in decisione elettorale.
Sulla base di interviste svolte a fine novembre, il candidato del centrosinistra viene dato vincente con il 52%. Berlusconi si ferma al 48%. A fine agosto, lo scarto tra i due era ben maggiore: addirittura 14 punti. Prodi era al 57%, il presidente del Consiglio non superava il 43%. In autunno, dunque, Berlusconi ha recuperato. "Grazie ad alcune mosse azzeccate, gli elettori hanno avuto la sensazione che il premier sia in grado di farcela di nuovo" spiega Maurizio Pessato di Swg. Tre i fattori che hanno dato la spinta al premier: la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta, la conclusione del rimpasto, il taglio delle tasse.
Anche tra gli elettori che si dichiarano schierati con l´Ulivo le "azioni" di Berlusconi appaiono in ripresa. "Nel centrosinistra - sostiene Pessato - è cresciuta la paura per la capacità di ripresa del leader della Cdl". Nel suo campo, invece, Berlusconi ha sofferto soprattutto tra settembre e ottobre, "a causa delle continue incertezze sull´abbassamento delle tasse".
Il premier si vede attribuito un pizzico di probabilità di vittoria in più (49 contro 48) tra gli uomini rispetto alle donne.
Quanto alla geografia, è un testa-a-testa al Nord e al Centro, mentre Prodi è nettamente in vantaggio (53 a 47) nel Sud. Ma c´è anche da dire che al Sud, tra luglio e settembre, il divario era enorme (59 contro 41 a favore di Prodi).
E ora? "Molto dipenderà dalla reazione di Prodi alle iniziative del premier - risponde Pessato - e dalla sua forza nel rilanciare la leadership dell´Ulivo, con un occhio alle prossime regionali, che vedono ancora il centrosinistra favorito".


Il cavallo nella Palude
Vittorio Emiliani su
l'Unità

"Conservare, rafforzare, migliorare sempre di più l'attività di servizio pubblico, nei contenuti editoriali e culturali, nell'informazione, nello stile, in linea con le indicazioni dell'Unione Europea sui servizi pubblici radiotelevisivi". L'esortazione rivolta dal presidente Ciampi a chi amministra la Rai e la dequalifica, a chi dovrebbe tutelarla e nemmeno ci prova, e, naturalmente, a chi ci lavora, cade nel momento forse più basso (ma di peggio si può sempre fare, penserà il ministro Gasparri) del pluralismo politico-culturale-editoriale.
Un momento nel quale due Tg nazionali su tre, troppi Tg regionali (quello del Lazio è un bollettino di Storace), Televideo, i radiogiornali sono feudi del governo. Per cui tirano a non dare o a dare nel modo più sfumato le notizie spiacevoli per Berlusconi, a montare come panna quelle gradite e, in generale, a dipingere in rosa tutta la realtà italiana. Le cifre sulla criminalità ci dicono, crudamente, che la sicurezza in Italia è nettamente peggiorata dal 2001 ad oggi, con una netta ripresa degli omicidi volontari, delle rapine, delle estorsioni, ecc. Ma per alcune testate della Rai tutta la criminalità si concentra in Campania, a Napoli. Il resto lo si può pure occultare, o sfumare. In Padania soprattutto.
Nel 2001 fu il cavallo di battaglia elettorale di Berlusconi e dei suoi. Le cifre dicevano, allora, che negli anni di governo dell'Ulivo criminalità e violenza erano state combattute con efficacia. Ma il centrosinistra non seppe reagire adeguatamente ad una campagna mediatica che invece descriveva un'Italia allo sbando, in preda a bande di extra-comunitari (poi, spesso, si scopriva che, quando c'erano, erano composte da lombardi, da veneti, ecc.), precipitato dai governi ulivisti in un gorgo di insicurezza. Era ampiamente falso, ma la reazione a questo attacco fu debole. In Rai c'era un Tg in particolare, il Tg2 di Clemente J. Mimun (oggi alla guida, non per caso, del Tg1), che faceva una informazione grondante sangue. Alle contestazioni fattuali (ricordate il “sonoro” dimenticato di Berlusconi sul delitto D'Antona "regolamento di conti nella sinistra"?) rispondeva in modo nervoso e arrogante. Ma cosa vuol dire "fare servizio pubblico"?

Ma, anche ai tempi dell'Ulivo, il canone - che in tutta la civile Europa fornisce alle radiotelevisioni pubbliche almeno il 70-75 % delle entrate garantendole dalla commercializzazione - era considerato quasi un reperto archeologico. Idee confuse, nate da quel provincialismo dal quale Ciampi esorta tutti ad uscire. Così come esorta in generale i giornalisti "a tenere la schiena dritta". Giusto incitamento anche questo. Ma la Rai, a differenza delle altre consorelle europee, non gode di due garanzie costitutive : 1) un canone elevato (il nostro è il più basso e il più evaso d'Europa) per assicurare il servizio pubblico ; 2) un organismo sovraordinato capace di difenderne attivamente il pluralismo, una Fondazione tipo Bbc o un Consiglio Superiore dell'Audiovisivo alla francese, al quale concorre anche l'Eliseo, direttamente. Siamo lontanissimi da tutto ciò e s'avanza una finta privatizzazione che renderà la Rai ancora più centauro o ircocervo, strattonata fra servizio pubblico e profitto commerciale privato. Perché, questo è il punto, la Rai deve rimanere nella palude fangosa di oggi e non dare fastidio, come “polo” privato, al gruppo del presidente del Consiglio, che con la legge Gasparri incetterà una massa di spot enorme. Nonostante la severa condanna dell'Antitrust. Questi sono i problemi strutturali della radiotelevisione pubblica. E su di essi non ci si può, non ci si deve rassegnare. Mai.


   15 dicembre 2004