
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 29 novembre 2004
Boomerang fiscale
Massimo Riva su la Repubblica
IERI la lettera che chiede una svolta nella politica per il Mezzogiorno, a firma congiunta di Confindustria e dei sindacati. Domani lo sciopero generale indetto dalle tre maggiori confederazioni del lavoro contro le scelte economiche del governo.
Davvero il circo mediatico allestito da Silvio Berlusconi attorno al fantasmagorico taglio delle tasse non poteva trovare accoglienza peggiore da parte delle forze e degli interessi, che rappresentano il sistema produttivo del paese. Cioè, proprio presso quel mondo fondato sulla "cultura del fare" di cui il Cavaliere si era autoproclamato l´interprete più sicuro e l´alfiere più determinato.
Il fatto è che il presidente del Consiglio sarà anche stato abile nell´imporre al ministro del Tesoro e al Ragioniere generale dello Stato di stiracchiare con mille espedienti la coperta corta della finanza pubblica per ricavarne qualche miliardo con cui fare fumo agli occhi dei contribuenti, ma ora è costretto ad accorgersi che la fatidica coperta è corta anche in termini economici e politici.
In altre parole, non si può mettere in campo una riformetta fiscale ispirata da calcoli di convenienza elettorale contingente e poi pretendere che chi dovrebbe fare investimenti ovvero difendere salari e occupazione applauda una mossa imbelle se non addirittura controproducente nei confronti del vero dramma incombente sul paese: la perdita progressiva di competitività del sistema Italia.
Del resto, è stato lo stesso presidente del Consiglio a dichiarare che lasciare quattro soldi in più nelle tasche degli italiani (otto magari in quelle dei già benestanti) non servirà a dare alcuna scossa propositiva alla crescita dell´economia nazionale.
Ciò spiega il dissenso apertamente marcato da parte di una Confindustria che, al termine di un quadriennio di cloroformio berlusconiano sotto la gestione D´Amato, si ritrova ora a mani vuote. E perciò reclama dal neopresidente Montezemolo una difesa delle ragioni imprenditoriali fondata non più sul collateralismo politico, ma sugli interessi concreti di chi, non avendo la fortuna di fare soldi vendendo spot tv in un mercato protetto, deve fare duri conti quotidiani con tecnologie sempre più sofisticate e concorrenti sempre più agguerriti su un mercato che, in molti casi, è grande come il pianeta intero.
A costoro la mancia fiscale del governo Berlusconi non cambia minimamente la vita, come viceversa avrebbe potuto una concentrazione dei tagli tributari sul fronte del costo del lavoro o del sostegno agli investimenti. Anzi, è ragione di profonda delusione perché lascia intendere che il potere politico - come Montezemolo ha detto senza giri di parole - guarda oggi soltanto all´obiettivo delle imminenti scadenze elettorali e non ai problemi del medio periodo, che sono l´orizzonte naturale di chiunque sia impegnato in investimenti industriali.
In questo quadro non costituisce, quindi, sorpresa il fatto che gli esponenti del mondo imprenditoriale e i rappresentanti del sindacato - pur nella naturale dialettica che ne differenzia i ruoli - abbiano trovato un terreno comune di giudizio e di azione nei confronti del governo. C´è un parallelo interesse di entrambi i fronti a contrastare insieme una politica economica che non guarda al futuro del paese, ma soltanto ad obiettivi di consenso elettorale immediato, per giunta instabili e ondeggianti perché affidati all´impalpabile scienza dei sondaggi.
Oggi il fronte delle tre confederazioni appare unito come quasi mai in passato, mentre la Confindustria talvolta scavalca perfino i sindacati nelle critiche al governo. Quel che si dice un autentico capolavoro di strategia politica. Nel quale, però, è obbligatorio leggere soprattutto la frattura fra un governo che pensa solo alla sua sopravvivenza e quella parte del paese che produce e lavora con crescente difficoltà.
IL SONDAGGIO
Fisco, risale la fiducia nel premier. Anche se...
Governo e Cavaliere su di sei punti, però un terzo degli elettori azzurri del 2001 si dice deluso: non ha mantenuto le promesse.
Renato Mannheimer sul Corriere della Sera
La progressiva erosione, in corso ormai da diversi mesi, degli indici di consenso per il presidente del Consiglio e per il governo nel suo complesso (con le inevitabili conseguenze sulle intenzioni di voto) è stata probabilmente una delle ragioni principali ad aver spinto Silvio Berlusconi al repentino mutamento di linea della scorsa settimana e al conseguente varo del provvedimento volto, nelle intenzioni del governo, a diminuire la pressione fiscale. Il fine era dunque anche quello di interrompere il trend negativo nell'opinione pubblica e recuperare il consenso di una parte almeno degli elettori. Alla luce dei risultati dei primi sondaggi di opinione, condotti immediatamente dopo l'annuncio delle nuove aliquote, si può affermare che il Cavaliere ha in questo caso raggiunto, almeno in una certa misura, gli obiettivi che si era prefissato. La maggioranza relativa dell'elettorato esprime infatti un giudizio positivo - anche se non entusiastico, visto che un terzo dell'elettorato si dichiara «abbastanza» soddisfatto - sulla manovra fiscale attuata dal governo. E' la prima volta, da molto tempo, che una iniziativa dell'esecutivo ottiene l'approvazione di una parte cosi consistente della popolazione, ciò che conferma di nuovo come il tema della diminuzione delle tasse resti il più indicato per raccogliere consensi.
Mutano anche le aspettative per il futuro: contrariamente a qualche mese fa, infatti, la maggioranza ritiene che il taglio delle tasse, nella misura annunciata dal governo, avrà effettivamente luogo. Si tratta di un significativo segnale di ripresa di credibilità per l'esecutivo. La conseguenza è, come si è detto, una notevole crescita di popolarità di quest'ultimo (»6%) e, nella stessa misura, dello stesso Silvio Berlusconi.
Malgrado la crescita di popolarità, l'operato complessivo del governo continua tuttavia ad essere giudicato negativamente dalla netta maggioranza dell'elettorato, sia pure in misura inferiore a qualche settimana fa. Ciò può anche dipendere dal fatto che buona parte degli elettori - anche tra coloro che danno un giudizio positivo della manovra fiscale - è del parere che i provvedimenti adottati non portino un vero beneficio al Paese nel suo complesso o che essi siano ininfluenti. E che, ciò che appare ancora più significativo, la maggioranza dell'elettorato (e, quel che è più importante, quasi un terzo dei votanti per Forza Italia e il 54% degli indecisi) dichiara che quanto deciso dal governo in materia fiscale non corrisponde a ciò che era stato promesso da Berlusconi nel corso della campagna elettorale del 2001.
Insomma, le decisioni assunte dal governo sembrano essere interpretate più che altro come un primo segnale positivo di «inversione di rotta» nella politica dell'esecutivo, dopo mesi di delusione e conseguente disaffezione.
Solo tra qualche tempo si potrà stabilire se e in che misura il consenso raccolto in questa occasione si tradurrà in un reale e duraturo incremento delle intenzioni di voto per i partiti del centrodestra e in particolare per Forza Italia o se esso costituisca invece un fenomeno di durata limitata, legato ad una sorta di entusiasmo del momento. Dipenderà soprattutto dalla misura in cui i cittadini percepiranno concretamente - nella loro personale economia - gli effetti della manovra annunciata la scorsa settimana e vedranno cosi soddisfatte (o deluse) le molte aspettative che essa ha suscitato.
LINEA DI CONFINE
Ricerca, umile ancella della "svolta epocale"
Mario Pirani su la Repubblica
La decisione di cercare una parte della copertura per gli annunciati sgravi fiscali tagliando gli investimenti per la scuola, porta un altro colpo alla ricerca universitaria e comprova quella discrasia politica, ancor prima che finanziaria, tra le tante chiacchiere che si fanno sulla esigenza di rilanciare la ricerca e una pratica che nei fatti la penalizza.
questa volta riporto le voci preoccupate pervenutemi dalle Università, concernenti soprattutto la ricerca di base, sulle cui fondamenta si sviluppa la ricerca applicata.
Mi scrive, ad esempio, il prof. Mauro Mancia della Statale di Milano, direttore dell´Istituto di ricerca sul sonno: «Tutta la ricerca applicata sulle molecole che influenzano il sonno si fonda su ricerche di base relative ai meccanismi neurofisiologici e neurochimici capaci di indurre e mantenere lo stato di sonno. Se non si conoscono i meccanismi della neurobiologia molecolare non potremmo mai capire come uno psicofarmaco possa agire. Analogamente farmaci che agiscono sul cuore non potrebbero dare una garanzia se non si conoscesse la elettrofisiologia delle fibrocellule cardiache. Ora, la ricerca di base anche se ha una ricaduta sul piano clinico, non può godere presso le industrie dello stesso interesse che queste ripongono nella ricerca applicata. Quindi, depauperata di un prioritario impegno pubblico, la ricerca di base è destinata a languire. Per contro il governo a scopo di immagine ha impegnato un miliardo di euro in 10 anni per il funzionamento dell´Istituto Italiano di Tecnologia, scimmiottando il Mit e sottraendo la maggior parte dei fondi per la ricerca universitaria che invece è l´unica che potrebbe attualmente assicurare i migliori esiti col minor costo, dal momento che i laboratori sono funzionanti ma con scarsa produttività per l´esiguità dei fondi e la fuga dei cervelli».
Il rettore della Statale di Milano, prof. Declava, specifica: «È un momento in cui tutto è in pericolo. Ma l´aspetto più grave non è la scarsità di finanziamenti. Riusciamo, infatti, qui a Milano a racimolare ancora l´indispensabile attraverso i fondi europei, le fondazioni, le commesse che il nostro ateneo arriva ad ottenere, ma quello che più preoccupa sono le strozzature imposteci che impediscono l´immissione dei giovani. I blocchi delle assunzioni hanno lasciato fuori della porta migliaia di giovani vincitori dei concorsi, inoltre siamo al quarto anno di stop alla assunzione di personale tecnico, con grave impedimento al buon funzionamento dei laboratori. Il rischio è di compromettere anche quei risultati di alta qualità che alcuni gruppi di nostri ricercatori hanno raggiunto, ad esempio in campo biomedico o nelle nuove tecnologie.
Il prof. Piero Tosi, rettore di Siena nonché presidente della Conferenza dei rettori che coordina i 77 atenei italiani, è stato ancora più drastico: con il taglio di altri 300 milioni di euro
«le Università diventano ingestibili». Pochi giorni orsono, aveva detto: «Per la ricerca devo rinnovare il lamento, ormai consueto del progressivo depauperamento dei fondi destinati ad alimentarla». Quando il prof. Tosi pronunciava queste parole non vi era ancora stata la svolta «epocale» che ha portato al taglio dei 300 milioni
«Avete abbandonato il Sud».
Sindacati e imprese scrivono a Berlusconi
sommari de l'Unità
Una lettera congiunta - firmata da sindacati, Confindustria, associazioni di categoria - indirizzata a Silvio Berlusconi, per tornare a ricordargli le proposte per il Sud, già da tempo messe nero su bianco. E per chiedergli - proprio alla vigilia dello sciopero generale proclamato da Cgil, Cisl e Uil, che ha proprio il Mezzogiorno tra i temi centrali - «un incontro urgente». Quell'incontro che, finora, Palazzo Chigi non ha ritenuto di mettere in agenda. La Destra attacca Confindustria.
Razzismo padano
Nando Dalla Chiesa su l'Unità
Il sangue padano. Il dibattito sulla sicurezza e sulla lotta alla criminalità ha registrato l'ingresso dirompente di questa nuova categoria giuridica, ma soprattutto etico-politica. Non c'è proprio da scherzare sul sangue padano. La prima ragione è che esso è stato effettivamente versato da un benzinaio perbene, ucciso come troppi suoi colleghi - padani o no, comunque italiani - nel corso dell'ennesima rapina realizzata mentre si propagandava il nuovo ordine della destra.
La seconda ragione è il modo serio e sconvolgente con cui il ministro Roberto Calderoli lo ha evocato, indirettamente ma chiaramente dopo la notizia del delitto: «Nessuno può permettersi di toccare un padano», ha sentenziato incollerito. Che significa: il sangue padano come sangue superiore, che chiama e impone una reazione più alta e più dura da parte dello Stato o di una forza di governo. Vorrei essere chiaro e anche - davanti a un episodio drammatico - comprensivo quanto è giusto. Perché si capiscono le affinità culturali. Si capiscono le solidarietà che nascono dal fatto di vivere nella stessa terra (anche se in genere queste solidarietà sono vere e autentiche quando si formano in un medesimo paese, vivendo tra le stesse montagne, sullo stesso fiume, non in una stessa grande regione). Ma questo può avere riflessi affettivi nella sfera più strettamente privata di ciascuno di noi. Certo non può travasarsi nella sfera pubblica. E in effetti: che cosa avremmo detto di un ministro calabrese che di fronte all'omicidio di un tabaccaio di Crotone o di Amantea avesse proclamato pubblicamente che «un calabrese non può essere toccato impunemente?». Minimo minimo sarebbe già stato sottoposto a una crocifissione mediatica in quanto portatore di una visione clanica e tribale della vita e del mondo.
La questione della taglia, su cui si sono diffusi i (più facili) commenti resi a caldo sulle frasi del ministro, rischia di fare passare in second'ordine un concetto che ha invece una sua oggettiva e nuova dirompenza. E che va al di là del dibattito sulla pena di morte e sulla giustizia fai-da-te delle camicie verdi. Qui, potrà sembrare impossibile, siamo andati ben oltre. Perché un ministro può avere le sue visioni forcaiole o garantiste della giustizia. Ma chi rappresenta il popolo italiano non può, proprio non può, assegnare un valore diverso alla vita dei cittadini che lo compongono. Può forse provare sentimenti di maggiore vicinanza verso alcune categorie più deboli: un bambino, un anziano, un portatore di handicap. Provare una indignazione maggiore, un dolore più alto, se le persone colpite dalla violenza sono portatrici di valori superiori o cruciali, un missionario, un reporter di guerra, un poliziotto in una zona di trincea. Ma anche in tali casi deve trovare il modo più rispettoso per rendere all'esterno questa maggiore lacerazione interiore, spiegando che è proprio la qualità dei valori colpiti in quella specifica persona (ossia valori che sono di tutti) che lo fa reagire più intensamente e duramente.
Ma se un ministro che ha giurato fedeltà alla Repubblica e dunque si è responsabilmente accollato l'impegno di rappresentarla nella sua interezza, divide i cittadini in padani e non-padani, riconoscendo, in funzione di questa divisione, un valore differente alla loro vita, il patto costituzionale si rompe.
Il problema è di altri. È di chi ha imbarcato la Lega al governo e anzi le ha messo in mano più volte le sorti del governo. Il guaio è che per troppo tempo, di fronte al linguaggio della Lega, si è detto, alzando le spalle, che «si sa com'è fatto Bossi», che «si sa com'è colorito il linguaggio leghista». Ebbene, proprio questo pigro, pilatesco «si sa com'è», questa formula di falsa tolleranza bonaria, è diventato lo strumento complice per consolidare nella cultura e nel senso comune del ceto politico e anche di una larga fetta dell'opinione pubblica modi di dire e di pensare che in realtà finiscono per essere pietre. Pietre tirate contro l'abitudine (a volte anche ipocrita, ma non per ciò meno necessaria) di osservare un minimo di rispetto per ogni persona, compreso l'avversario o il clandestino. Pietre tirate contro le istituzioni e il loro fondamento storico e morale. Forse, viene a volte da scommettere, vi è stato in alcuni un calcolo astuto. Quello di mandare avanti i villani (quelli che «si sa come mangiano») perché facessero il lavoro sporco - lo scardinamento delle istituzioni - che altri non si sentono ufficialmente di fare. Ma ora un passo senza ritorno è stato compiuto. E dunque c'è qualcuno - il capo del governo, il ministro dell'Interno - che deve rispondere a questa domanda precisa: è compatibile con l'unità della Repubblica il fatto che la vita dei cittadini italiani, il loro diritto alla sicurezza, valga più o meno in relazione alla loro origine geografica, al loro ceppo etnico di provenienza?
Strano, singolare, perfino pazzesco lo scenario che ci si distende d'innanzi. Si fa un nuovo ordinamento giudiziario che rallenta il corso della giustizia, si abbreviano i tempi delle prescrizioni, si aumenta il livello delle pene per le quali si può patteggiare, e al tempo stesso si chiede la mano dura, la lotta alle scarcerazioni facili a delitto caldo (salvo condurre la lotta alle condanne facili a delitto freddo, quando la gente è voltata dall'altra parte e le vittime sono ormai dimenticate da tutti). Uno scenario che ruota intorno non a principi uniformi e coerenti. Ma a principi volubili come l'identità delle vittime e dei fuorilegge, in un relativismo etico e giuridico che potrebbe fare impazzire anche l'opinione pubblica più matura. Il varco che si è aperto con le rogatorie, con il falso in bilancio e con la Cirami sta diventando prateria. In quelle occasioni si sancì che la legge non è uguale per tutti. Che è disuguale in ragione del potere o dei soldi. Ora sappiamo che è così anche in ragione del sangue e del suolo.
L'avversario dei proclami
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera
ROMA Giuseppe Pisanu detto Beppe, da Ittiri in provincia di Sassari, 68 anni il prossimo 2 gennaio, dottore in Scienze agrarie e dirigente d'azienda pubblica, uomo di punta di Forza Italia e già democristiano di lunghissimo corso, è ministro dell'Interno dal luglio 2002.
In due anni e mezzo ha dovuto affrontare diverse emergenze: dall'immigrazione al pericolo del terrorismo interno e internazionale, dalle piazze talvolta in subbuglio a qualche fabbrica in agitazione, fino alle proteste per le discariche di rifiuti che rischiavano di degenerare in rivolte e scontri.
In tutte queste occasioni il responsabile del Viminale ha dato prova di sangue freddo e razionalità, cercando di limitare i proclami e risolvere i problemi. Tentando sempre la via del dialogo e della mediazione. Come quando convocò i parlamentari dell'opposizione in vista dei cortei anti-Bush, nei quali si temevano violenze che non ci sono state, per concordare percorsi e strategie. Anche per questo, fino a oggi, è uno dei pochissimi ministri del governo Berlusconi ad aver raccolto consensi anche dal centrosinistra.
Ora a Beppe Pisanu tocca misurarsi con un'altra difficile situazione chiamata «emergenza criminalità», che però, a ben guardare, si potrebbe anche leggere come «emozione criminalità». Perché il benzinaio assassinato a Lecco da chi voleva rubargli l'incasso era un militante della Lega Nord e perché una delle tradizionali faide camorristiche di Napoli si è trasformata in una mattanza: roba da «dieci morti in dieci giorni» che ricorda quanto accadde a Milano nei primi giorni del '99, quando governava il centrosinistra e si gridò al pericolo della «microdelinquenza diffusa» da fronteggiare con i «pacchetti» legislativi solitamente annunciati in simili occasioni. Ma per chi conosce dinamiche e segreti della malavita di strada od organizzata come i tecnici che circondano Pisanu ai vertici delle forze dell'ordine e della sicurezza, con i quali il ministro si consulta di continuo nei fatti di allora come in quelli degli ultimi giorni non ci sono segnali di qualcosa che sfugga alla norma e alla fisiologia. Anche se, ovviamente, nel contrasto al crimine si può sempre fare di più e di meglio. Ecco allora, anche ieri, le dichiarazioni caute e ispirate alla razionalità del responsabile del Viminale, che stridono con quelle allarmate e un po' imprudenti di altri.
lui, che ha vissuto la vera emergenza del terrorismo nostrano dalla segreteria politica della Dc, al fianco di Zaccagnini e in accordo coi comunisti durante il sequestro Moro, sa bene che non è con l'emozione che si risolvono problemi strutturali della società, com'era allora la lotta armata e come sono oggi le rapine nelle regioni ricche del Nord o le guerre tra clan e cosche in quelle povere del Sud. Occorrono piuttosto la professionalità degli investigatori e il rispetto della legge attraverso il lavoro della magistratura; e, se serve qualche modifica delle norme, è meglio concordarla prima di annunciarla, nel governo e non solo. In modo da approvarla in tempi rapidi e con i contenuti necessari, piuttosto che chissà quando, tra mille contrasti e rattoppata come il vestito di Arlecchino.
Si spiegano così le dichiarazioni anche colorite di ieri del ministro Pisanu.
E assume un senso che forse va al di là della quotidiana materia del contendere la frase pronunciata dal presidente dell'Associazione magistrati Edmondo Bruti Liberati, a proposito delle taglie: in pieno conflitto col Guardasigilli per altre questioni, il magistrato si è detto «allarmato» per l'opinione espressa da Castelli sull'argomento; ma subito dopo ha voluto aggiungere che i giudici «trovano conforto» nelle posizioni «responsabilmente assunte» dal ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu.
"Da Previti ai criminali la mia legge per tutti"
Vitali, Fi, relatore della norma che riduce la prescrizione
Antonello Caporale su la Repubblica
ROMA - Luigi Vitali è l´ultimo avvocato messo in campo da Forza Italia. Brindisino, da due legislature a Montecitorio, è il relatore della legge che riduce i tempi di prescrizione dei reati e impone il carcere a domicilio per i delinquenti settantenni. L´opposizione maliziosamente vede in questo mix di norme un aiutino a Cesare Previti.
L´onorevole Vitali invece nega.
«Non nego che in qualche modo possa servire a Cesare Previti».
Non nega. È già un buon inizio.
In ogni caso lei si ostina a sostenere che non è giusto chiamare la sua legge "salva Previti".
«Oramai tutti la chiamano salva-Previti, mi conoscono come il relatore della "salva-Previti". La cosa non mi dà fastidio».
Previti non l´ha mai disturbata.
«Solo una volta Previti mi ha chiesto».
Cosa le ha chiesto?
«Disse: "Hai messo mano a questa cosa?"».
Lei gli ha risposto di sì ed è tutto finito.
«Esatto».
Anche Berlusconi l´ha chiamata.
«Sì. Si è voluto informare sulla qualità di questa legge: "Molti giornali scrivono che è una porcheria - mi ha detto -, tu che ne dici? Io gli ho risposto: guarda presidente che è molto meno porca di quel che si dica"».
Meno porca.
«Si sono fatte cose molto meno sostenibili di questa».
Ad esempio?
«La Schifani».
UCRAINA
Le regioni dell'Est sull'orlo della secessione
Le zone russofone sostengono il premier Yanukovich. Oggi si riunisce la corte suprema per decidere sul voto presidenziale.
sommari de Il Sole 24 Ore
Nel giorno in cui la Corte Suprema dell'Ucraina dovrebbe pronunciarsi sull'esito del contestato ballottaggio presidenziale tra il premier in carica Viktor Yanukovich e il candidato dell'opposizione Viktor Yushchenko, migliaia di sostenitori di quest'ultimo sono tornati di buon mattino a radunarsi nel centro di Kiev con l'obiettivo di mettersi in marcia verso il palazzo ove ha sede la Corte. Ai giudici della massima istanza del Paese, Yushchenko, il candidato risultato ufficialmente sconfitto, chiede l'annullamento del voto e la sua ripetizione per il 12 dicembre.
Sui cento giudici da cui è composta la Corte, se ne riuniranno in seduta oggi una quarantina, i cui nomi sono stati mantenuti segreti fino all'ultimo per evitare che fossero sottoposti a pressioni da parte dei due schieramenti. Il verdetto si presenta complesso e di difficile formulazione: la Corte stessa del resto aveva inizialmente dichiarato irricevibile il ricorso del capo dell'opposizione, per poi fare marcia indietro venerdì, forse anche per evitare una sollevazione della piazza. Un responso definitivo non è tuttavia previsto per prima di domani e secondo alcune fonti potrebbe arrivare anche verso la fine della settimana.
Intanto, mentre le proteste continuano senza sosta, dall'est del Paese comincia a materializzarsi un'altra minaccia.
Le regioni ucraine più vicine alla Russia e legate a Yanukovich parlano ormai apertamente di secessione. La più risoluta di tutte è stata l'assemblea regionale del Donetsk, che ha stabilito di chiamare i cittadini alle urne già il prossimo 5 dicembre.
In questa situazione confusa e di grande attesa, l'opposizione ucraina ha lanciato nella serata di ieri un ultimatum al presidente uscente, Leonid Kuchma. Parlando a una folla di circa 100mila persone radunata nella piazza principale di Kiev, Yulia Tymoshenko, stretta alleata di Viktor Yushchenko, ha dichiarato che il presidente Kuchma ha tempo fino a questa sera per rimuovere Yanukovich, la cui vittoria elettorale è stata anche bocciata dal parlamento ucraino sabato scorso.
Ieri mattina, infine, si è riunito il Consiglio per la sicurezza nazionale, ma senza il premier Yanukovich, impegnato nelle regioni dell'est del Paese per un congresso della minoranza russofona, che lo sostiene nel braccio di ferro con Yushchenko. Il premier, che ha visitato la zona mineraria del Donetsk, ha partecipato, insieme al sindaco di Mosca, Yury Luzkov, a una riunione degli autonomisti del sud e dell'est del Paese. Tra i partecipanti, anche l'ambasciatore russo in Ucraina, Viktor Chernomyrdin.
Sharon-Abu Mazen, prove di dialogo
Proposta dei due leader: riaprire i colloqui a partire dal ritiro da Gaza
Mara Gergolet sul Corriere della Sera
GERUSALEMME «Quando vorranno incontrarci, ci incontreremo». «Dopo le elezioni, sono pronto a parlare con Sharon in qualsiasi momento». E' dalle colonne del settimanale americano Newsweek, in una doppia intervista parallela, che Ariel Sharon, premier d'Israele, e Abu Mazen, capo dell'Olp e presidente in pectore dell'Autorità palestinese, si lanciano lo stesso quasi concordato invito: quello di riprendere i negoziati tra i due governi.
Inevitabile che succedesse, ora che Arafat l'ostacolo sempre citato da Sharon per negarsi alla trattativa è morto. E che Abu Mazen, il tessitore degli accordi di Oslo, punta tutte le sue carte (e il suo destino politico) sulla capacità di riportare Israele al tavolo negoziale. C'è di più, perché i due leader indicano anche la via al riavvicinamento: il ritiro da Gaza. Sharon assicura: «Farò ogni sforzo per coordinare il disimpegno con il nuovo governo purché sia in grado di assumere il controllo sulle aree che noi evacueremo». Abu Mazen raccoglie: «Il ritiro ci coinvolge, si tratta del nostro territorio. Dobbiamo riprenderlo in mano, ma prima occorre ricostruire l'apparato di sicurezza. Mi chiede se siamo pronti ora? No, ma sto lavorando duramente per riformarlo». E annuncia di trattare con Hamas per una tregua: «Spero che accettino, in 2-4 settimane». Ma è più articolato, e difficile, il suo progetto: indurre Hamas a trasformarsi in un movimento nazionale. «Chiedono una parte di leadership? Perché no! Io voglio che diventino un partito: sarebbe un cambiamento enorme». Ambizioni, che la violenza può far saltare con gran facilità. A Gaza si continua sparare: ieri un medico palestinese è stato ucciso per errore da una raffica israeliana, mentre giocava a carte in casa.
E il Cavaliere tentò di fare i muscoli ai suoi onorevoli
Filippo Ceccarelli su La Stampa
Potrebbe essere un'idea natalizia. Sennonché, a partire dagli studi di Marcel Mauss (1872-1950), l'antropologia si è ampiamente dedicata al tema del dono: natura, ordine, significati rituali, simbolici e sociali. E perciò il tapis roulant che con congruo anticipo sulle feste il presidente Berlusconi ha deciso di regalare a ciascun deputato di Forza Italia è un evento assai rivelatore.
Tecnicamente si tratta di un nastro ruotante, portatile e dotato di un misuratore dei battiti del cuore. Il prezzo varia dai 700 ai 3000 euro per i modelli più sofisticati. In pratica si mette la spina, si accende l'aggeggio, si decide l'intensità, la velocità, l'inclinazione. E si corre.
E' questo il messaggio votivo di Berlusconi: da adesso in poi si corre. Nel caso, si corre anche in salita, dove servono muscoli. Dunque via le pantofole, basta con la pancetta, forza, scattare, sca-tta-re!
La conseguenza antropologicamente rimarchevole è che il Cavaliere, in modo neanche troppo indiretto, si propone di modellare o rimodellare il corpo dei suoi parlamentari.
Non che qui si voglia far cortocircuito con Berlusconi, ma certo il fascismo si occupò di far fare ginnastica ai suoi gerarchi. Nel 1938 e nel 1939 il segretario del Pnf Starace organizzò a Roma anche delle gare: «tre giorni di sana e rude fatica» nei quali un centinaio di malcapitati furono costretti a buttarsi a volo d'angelo dentro il cerchio di fuoco o a saltare al di là di baionette, carriarmati, cavalli («maremmani» specificavano le direttive di Starace).
Ora. Con tutto il rispetto fa un po' ridere immaginarsi Bondi, Crosetto, la Bartolini, Contestabile, Brunetta o Alfredo Vito sul tapis roulant, in vista delle elezioni. Ma siccome non si può sempre ridere di tutto e di tutti, converrà sottolineare piuttosto l'eccezionale e strenua vocazione del Cavaliere a invadere l'altrui sfera corporale. Perché davvero nessun altro leader esercita come lui la forma primordiale, estrema e più drammaticamente fantozziana del comando, quella sulla carne dei suoi, «alleati» compresi.
E infatti Berlusconi li nutre, li sposta e d'estate li porta a fare jogging sotto lo schioppo del sole. Non li veste, ma si prende a cuore il loro vestire: «Pierferdinando, allacciati la giacca!». Come Pietro il Grande si accanisce con le barbe, si preoccupa che tutti siano sempre puliti, asciutti, e soprattutto che non gli puzzi l'alito. A questo fine, nel 1996 è arrivato a dotare tutti i deputati di un flaconcino spray: «Omaggio fresco e profumato per il palato», da usarsi, secondo il biglietto d'accompagnamento, «per rendere piacevoli gli incontri ravvicinati con il presidente di Forza Italia». Era anche quello, in fondo, un dono. Chissà come l'avrebbe interpretato Mauss.
Pillola della memoria, la grande corsa
Negli Usa è sfida tra scienziati. Tra due anni i primi risultati dei test
Mary Carmichael su la Repubblica
Affermare che l´Aplysia Californicus è una delle creature meno affascinanti della natura è un eufemismo: questa lumaca marina ermafrodita dalla pelle violacea e maculata quando viene disturbata reagisce emettendo un fluido scuro col quale intorbida le acque intorno a sé. Il suo "cervello", se così lo si può chiamare, è straordinariamente elementare, formato soltanto da qualche migliaio di neuroni di grosse proporzioni. Nonostante tutto, però, tra qualche anno molti potranno essere pesantemente in debito nei confronti di questa bruttissima e piccola creatura.
L´Aplysia in effetti appare alquanto insignificante, ma per gli scienziati che auspicano di trovare grazie a lei un farmaco in grado di potenziare la memoria, è un prodigio in miniatura. Grazie alle ricerche neurologiche del premio Nobel Eric Kandel e di altri suoi colleghi, l´elementare sistema nervoso dell´Aplysia sta aiutando gli scienziati a comprendere in che modo la memoria funziona a livello biochimico: è emerso infatti che le molecole della memoria dei lumaconi marini non sono poi così dissimili da quelle degli esseri umani, tanto che oggi queste creature sono al centro di studi volti a mettere a punto dei farmaci che possano un giorno scongiurare la perdita di memoria che moltissime persone si trovano a dover affrontare a mano a mano che invecchiano.
Se si escludono rimedi di dubbia efficacia, attualmente sul mercato non vi è alcuna pillola in grado di migliorare la memoria, ma sono molte le piccole società biotech al lavoro su sostanze messe a punto nel corso di recentissime ricerche. Alcune di esse si trovano già nelle prime fasi della sperimentazione clinica che potrebbero concludersi «entro due anni, se siamo fortunati» come spiega Kandel, attualmente impegnato al centro di medicina della Columbia University (Cumc) e all´Howard Hughes Medical Institute (Hhmi). Alcuni dei farmaci più promettenti hanno preso origine proprio dagli studi condotti sull´Aplysia, mentre altri sono partiti da fattori ancora più inverosimili, come le conseguenze molecolari del fumo, con una particolare attenzione ai recettori che la nicotina prende di mira. (Chi ha mai pensato che potessero esservi dei benefici nel fumo?). «È un periodo molto esaltante per le ricerche sul trattamento della perdita di memoria» commenta Steven Siegelbaum, neurologo presso il Cumc e l´Hhmi. E ora che le sperimentazioni stanno per concludersi, l´entusiasmo è quanto mai alle stelle.
È stato faticoso, lungo e impegnativo arrivare fino a questo punto: i ricercatori ormai sanno per certo che il cervello - che funziona grazie a una sequenza chimica innescata dai neurotrasmettitori - in un primo tempo immagazzina le informazioni a breve termine nella corteccia prefrontale, e in seguito ne trasforma le parti prescelte in ricordi a lungo termine per mezzo dell´ippocampo, una regione vagamente somigliante a un cavalluccio marino che si trova in profondità nelle pieghe del lobo temporale sovrastanti l´orecchio.
Conoscenze di questo tipo erano del tutto impensabili anche soltanto una trentina di anni fa. «La biologia dell´immagazzinamento dei ricordi era davvero una sorta di buco nero per noi», conferma Kandel la cui idea di risolvere un problema complesso studiando un organismo fin troppo elementare fu accolta con enorme scetticismo.
Entrambe le specie, infatti, funzionano grazie all´Amp, adenosin-monofosfato ciclico (ciclyc Adenosine Monophosphate) che modula una proteina detta Creb (Cyclic adenosine monophosphate Response-Element Binding protein): quest´ultima sarebbe una sorta di scultore che nel cervello forma i ricordi rimodellandone le sinapsi, i collegamenti tra i neuroni. Trasformazioni nei livelli dell´Amp ciclico - e conseguenti trasformazioni nei livelli di Creb - influenzano la capacità del cervello di rimodellare e riconfigurare le proprie sinapsi. Meno Creb equivale a meno capacità di formare i ricordi. Il risultato pratico di questa ricerca, così come degli impegnativi test sui topi e sulle cavie, è sfociato nella messa a punto di numerosi nuovi farmaci in corso di perfezionamento presso la Memory Pharmaceuticals, una società fondata tra gli altri da Kandel nel 1998. La sostanza creata in seguito alle scoperte effettuate sull´Aplysia si chiama "Mem1414": poiché l´Amp ciclico, il neurotrasmettitore che determina i livelli di Creb, è solitamente messo fuori uso nel cervello da enzimi detti fosfodiesterasi, l´"Mem1414" inibendo l´attività di questi ultimi incrementa i livelli di Creb, migliorando la memoria a lungo termine nei pazienti che soffrono di disturbi di memoria correlabili all´età avanzata, e allontana altresì le prime fasi dell´Alzheimer, anche se i due disturbi non sono collegati tra loro.
Le aziende farmaceutiche coinvolte in questi studi sono moltissime. L´Helicon ha un inibitore della fosfodiesterasi tutto suo; la Sention, co-fondata da Mark Bear del Picower Center per l´apprendimento e la memoria del Mit (Massachusetts Institute of Technology), ha messo a punto una sostanza chimica che influisce sull´Amp ciclico e sul Creb. La Cortex Pharmaceuticals, una delle prime società a studiare delle sostanze per il miglioramento della memoria, si sta concentrando altrove, su alcune molecole dette "ampakine" che modulano i "recettori Ampa" nel cervello e che possono rafforzare le sinapsi. Per il momento, i ricercatori sono riluttanti a tessere le lodi di queste sostanze. Ma la corsa alla pillola della memoria, forse, è solo all´inizio.
(copyright Newsweek la Repubblica traduzione di Anna Bissanti)
29 novembre 2004