
sulla stampa
a cura di P.C. - 26 novembre 2004
Per uno 0,4% del pil
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
Il taglio delle tasse che verrà approvato oggi dal Consiglio dei ministri ha ottenuto il via libera del ministro dell'Economia e della Ragioneria generale dello Stato. Esso è quindi "coperto" da variazioni in altre voci del bilancio che compensano la diminuzione nel gettito fiscale che la riforma comporta. Dopo giorni in cui autorevoli membri del governo invitavano i "tecnici" ad arrendersi alle esigenze della politica, ha vinto la ragionevolezza. ("Ragioneria scrive Max Weber deriva da ragione" ed è sinonimo di assennatezza).
Berlusconi si è arreso a malincuore: le sue parole, ieri sera, al di là dello scontato trionfalismo tradivano anche una forte delusione. "Non mi illudo che un intervento come questo possa dare un impulso straordinario ai cittadini; ci sarà un vantaggio, ma in economia l'impulso vero lo si fa con la diminuzione delle tasse in deficit". Il premier dimostra scarsa conoscenza dell'economia: le riforme fiscali attuate nei Paesi industriali negli ultimi 30 anni insegnano che tagli alle tasse di un punto del prodotto interno lordo aumentano la crescita di circa 0,24 punti se compensati da corrispondenti tagli di spesa; di soli 0,11 punti se invece la riduzione delle imposte si traduce in maggior deficit. (Si leggano Daveri e De Romanis su www.lavoce.info).
La riforma fiscale che il governo vara oggi è coperta ma, proprio per questo, comporta riduzioni di imposte irrisorie: non vale alcuni punti del pil, come nelle esperienze sopra ricordate, ma non più dello 0,4%: i cittadini quasi non si accorgeranno di tagli tanto modesti e questi non avranno alcun effetto sull'economia. Anche perché una parte della copertura è stata trovata ricorrendo ad altre tasse.
Il prossimo anno 2 dei 6,5 miliardi di tagli sono finanziati attraverso il gettito del condono edilizio: sono denari che (si spera) i contribuenti pagheranno allo Stato nel 2005 per regolarizzare costruzioni illecite. Nel bilancio di una famiglia questi pagamenti cancelleranno, almeno in parte, i benefici della riforma. Negli anni successivi, quando verranno meno le entrate del condono edilizio, esse verranno sostituite da vari dazi e balzelli: un miliardo di maggiori tasse sulle sigarette (sperando che l'estendersi dei divieti al fumo non convinca i cittadini ad essere più attenti con la propria salute) e un altro di aumenti in varie imposte dirette. Quindi la vera riduzione delle tasse che il governo si appresta a varare non vale neppure lo 0,4% del pil. E d'altronde come era possibile fare di più quando Berlusconi ci assicura che "non c'è nessuna chiusura delle finestre pensionistiche, nessun taglio alla spesa sociale né ai fondi per il Mezzogiorno"; quando si presenta al tavolo delle trattative per il nuovo contratto dei dipendenti pubblici, non dicendo che il contratto essi lo hanno già avuto poiché negli ultimi due anni i loro stipendi sono cresciuti 4 punti più dell'inflazione, ma offrendo un ulteriore aumento del 3,7%? Berlusconi non ha avuto il coraggio di tagliare la spesa in maniera davvero incisiva, quindi ha dovuto accettare una riforma fiscale più che modesta. Aveva ragione il ministro dell'Economia, che dieci giorni fa lo aveva convinto che se questa era la riforma, meglio sarebbe stato non illudere se stessi e i cittadini. E rimandarla.
I miracoli del Cavaliere
Concita De Gregorio su la Repubblica
ROMA - Ha ricominciato a chiamarlo Mimmo. Non "il ministro dell'Economia" come l'ultima volta in questa stessa stanza, pochi giorni fa, quando erano scesi insieme ad annunciare che le tasse non si potevano tagliare per colpa di questo, di quello e di quell'altro - le guerre i terroristi le alluvioni - di certo non per colpa di nessuno dei presenti. Adesso Mimmo, di nuovo, come ai tempi belli. Ora le tasse si ripossono tagliare, sorpresa.
Il merito è ovviamente dei presenti che sono stati bravissimi. Il messaggio a reti unificate per spiegare agli elettori di portare pazienza e pagare ancora non lo fa più, non ce n'è bisogno. Anzi: non ci ha proprio mai pensato, era una "invenzione giornalistica", una delle solite, delle tante.
Con addosso il più smagliante del repertorio dei sorrisi Silvio Berlusconi è sceso ieri in sala stampa a "confermare la svolta storica". Confermare è una parolona visti gli stracci volati fino a qualche ora prima tra alleati di governo - persino l'incontro con la stampa, convocata alle due e mezza, è slittato fino alle sei di sera - volati pure con l'amico Mimmo, varie volte sul punto di dimettersi in una sola settimana, ma andiamo avanti.
Si sa che "l'opposizione ha cercato in tutti i modi di non farci realizzare la riduzione delle imposte": adesso era l'opposizione che remava contro, non le guerre Bin Laden le catastrofi. Tuttavia Berlusconi ha fatto "un punto di principio della promessa fatta agli elettori", "non dimentichiamo che ci hanno votati perché hanno creduto ai nostri impegni": si capisce bene quale sia la motivazione forte, lo spettro della resa dei conti elettorale è stato lì giorno e notte.
Ma ce l'ha fatta, ha sgominato Fini, Follini ("interessi diversi, basi elettorali diverse"), persino le ragionevoli obiezioni contabili di Mimmo e ha "onorato il contratto con gli italiani", quello indimenticato sullo scrittoio di Vespa. "Sono perciò intimamente soddisfatto, sereno". Pausa, nuovo sorriso.
Segue illustrazione del miracoloso reperimento di ciò che fino a ieri era introvabile: sei miliardi e mezzo di euro. Anche ai meno addentro a curve e tabelle appare chiaro all'istante che il conto più salato lo paga "l'interesse diverso-la base elettorale diversa" di Gianfranco Fini: 75 mila dipendenti pubblici in meno in due anni sono esattamente quel che An non voleva.
Aggiunge che bisognerà lavorare sullo "stock": significa che se va in pensione un direttore generale non lo si potrà sostituire con un archivista, si dovrà puntare sulla mobilità interna del personale e cercare eventualmente un altro direttore. Molto sollecitato da domande sul miracoloso reperimento il ministro spiega infine che per lo Stato si tratterà in fondo soltanto di abituarsi a fare con un po' meno: "E' come quando ci si mette a dieta: l'organismo all'inizio patisce ma dopo si abitua". "Fa bene, alla fine fa bene", mormora Berlusconi che sulla cura del corpo non scherza mai. Pubblica amministrazione alla prova della dieta, aspettiamo gli esiti.
Il mago Silvan
Rinaldo Gianola su l'Unità
Immaginata come la strada per promuovere Berlusconi al livello dei grandi combattenti contro le tasse Reagan e Thatcher, il piano fiscale del governo sembra un'invenzione del mago Silvan. Il taglio di 6,5 miliardi si aggiunge a una Finanziaria di 24 miliardi, già decrepita tanto da ipotizzare una manovra correttiva nel 2005, e sommati fanno 30,5 miliardi da finanziare, 60mila miliardi delle vecchie lire. Una manovra pesantissima per le condizioni in cui versano l'economia del Paese e i bilanci delle famiglie.
La filosofia che ispira il progetto fiscale di Berlusconi tende a privilegiare i redditi più alti, i più ricchi (pur gravati da un contributo etico del 4%, ma solo nel 2005), che guadagneranno di più dalla configurazione delle tre nuove aliquote (ammesso che rimangano quelle annunciate: 23, 33, 39%), mentre i lavoratori dipendenti, i pensionati, la maggioranza delle famiglie avranno una piccola mancia, forse potranno pagarsi una pizza con gli sgravi di Berlusconi. Alla riduzione dell'Irpef sono destinati 6 miliardi, mentre alle imprese, che avevano sollecitato un forte sconto sull'Irap, viene destinata una piccola mancia di mezzo miliardo. Però, assicura Siniscalco non sappiamo se volendo fare dell'ironia sui poveri industriali di Montezemolo (il patto di Parma è molto lontano), questi 500 milioni saranno destinati a "sgravi intelligenti" per le imprese. Dovranno essere davvero molto intelligenti per poter determinare qualche piccolo effetto positivo. Eppure, in questa congiuntura, sarebbe stato un segnale importante favorire quelle imprese che desiderano investire in ricerca e sviluppo. Sarà per un'altra volta.
Nonostante la svolta "epocale" di Berlusconi, fino a ieri sera, i conti ancora non tornavano: a fronte di un piano fiscale di 6,5 miliardi, la copertura accertata appare vicina ai 4,5 miliardi. Mancherebbero circa 2 miliardi (un buco di competenza) e allora bisogna immaginarsi qualche ulteriore novità nel maxi emendamento, o nel corso del dibattito sulla Finanziaria al Senato. Tuttavia Berlusconi ha garantito che la copertura è certa, di più: è certificata dalla Ragioneria dello Stato. Complimenti, dunque, al professor Grilli che ha messo a disposizione il suo talento e la sua credibilità per questa manovra. Con questa operazione fiscale, Berlusconi prepara la sua lunga campagna elettorale. Potrebbe fare la fine di George Bush padre quando promise agli americani: read my lips, no more tax. Leggete bene le mie labbra, niente più tasse. Ma gli americani si accorsero che il fisco, invece, era diventato più pesante e si affidarono al democratico Clinton per otto anni. Anche in Italia le tasse stanno aumentando.
Alla ricerca di un nuovo equilibrio
Luigi La Spina su La Stampa
L'accordo, come tutti i compromessi, accontenta tutti e non fa felice nessuno. Berlusconi voleva una riduzione più forte, ma può sostenere di aver diminuito le tasse agli italiani. Fini e Follini hanno evitato di apparire come coloro che si oppongono a un provvedimento così popolare, cardine del programma di governo del centrodestra. In più, si possono vantare di aver impedito lo scasso dei conti statali. L'intesa sul fisco forse scaccia l'ipotesi di elezioni anticipate nella prossima primavera, ma è tale da sanare le crepe che, nelle settimane scorse, erano affiorate con evidenza nella "Casa delle libertà"?
La domanda è importante perché riguarda l'efficacia dell'azione governativa nei prossimi due anni, quanti ne restano per la prevista fine della legislatura. Ma è giustificata anche dall'interesse per il futuro assetto del centrodestra italiano. Sia pure con le incertezze che comportano previsioni così lontane, in un'Italia politica in cui i cambiamenti sono divenuti molto veloci, si può ragionevolmente sospettare che l'attuale fisionomia dello schieramento governativo sia destinata a mutare. Non tanto per le voci sulle intenzioni di Tremonti e dell'ala liberista di Forza Italia, per le conseguenze della malattia di Bossi, per i contrasti nel partito di Follini, per le ambizioni dei "colonnelli" di An. Ma perché è radicalmente cambiata l'ipotesi economico-sociale sulla quale, proprio dieci anni fa, Berlusconi riuscì a mettere insieme la sua vincente coalizione.
Ora il quadro è radicalmente mutato. Sul piano economico-sociale, innanzitutto. Il deludente passato, il grigio presente e l'incerto avvenire non illudono il Nord sui benefici del federalismo, sulle virtù magiche del liberismo, sulle bellezze della flessibilità occupazionale. Rassicurazione sociale, protezione sindacale e tutela del posto di lavoro sembrano sentimenti ed esigenze più sentiti. Il Sud teme, giustamente, che il flusso dei finanziamenti sia dirottato dall'Unione europea ai Paesi più poveri di recente ingresso e che le riduzioni di Irpef comportino sacrifici sul piano dell'occupazione nel settore pubblico e parapubblico. Sul piano politico, poi, Fini consacrato ministro degli Esteri, non ha più bisogno di Berlusconi per ambire alla guida dei ceti moderati, in concorrenza con Casini. L'Udc non può ridursi a una corrente di Fi e la Lega, ottenuta una legge federalista, non può limitarsi a cercar di evitare il fallimento di una compagnia aerea.
In attesa delle misure per essere competitivi
Luigi Paganetto su Il Messaggero
In una lettera al direttore del quotidiano Il Foglio il presidente del Consiglio ha reso esplicite le ragioni che, a suo giudizio, rendono necessaria ed essenziale la riduzione della pressione fiscale a carico dei contribuenti italiani, proponendo una visione alta ed impegnativa dei rapporti tra Stato e cittadini, in materia fiscale.
Il nostro Paese, ha scritto, "può diventare più libero e responsabile solo riducendo la dipendenza del cittadino dallo Stato, che è fatto per servirlo e non per essere servito". Non si può non convenire su questa affermazione.
Una maggior libertà e responsabilità dipende, peraltro, oltre che dalla riduzione del peso del settore pubblico e dal taglio delle tasse, anche da provvedimenti capaci di liberare l'economia dai tanti lacci e lacciuoli che l'affliggono, sia per insufficienza di pressione competitiva sui mercati, che per l'eccessivo peso delle procedure amministrative e burocratiche.
L'accordo raggiunto ieri, a livello di governo, per una riduzione complessiva di Irpef ed Irap per 6,5 miliardi di euro, cui corrisponde una riduzione della stessa misura della spesa pubblica, va salutato in ogni caso con favore, perché rappresenta un primo passo sulla via del cambiamento. I suoi effetti sull'economia sono però a questo punto tutti da verificare. Intanto non si conoscono i dettagli della manovra, a cominciare dalla natura dei tagli alla spesa e della loro attitudine ad avere effetti duraturi sul bilancio dello Stato. Il taglio delle tasse è motivato se ad esso si accompagna una diminuzione duratura del peso del settore pubblico, senza che si riduca quantità e qualità dei servizi che esso eroga a favore dei cittadini. E ciò può accadere, se aumenta la produttività della Pubblica Amministrazione.
In ogni caso rimane aperto il tema della competitività. La nostra economia ha bisogno di più mercato e più fiducia, insieme a regole semplici e trasparenti. Non basta dire che c'è bisogno di maggiori investimenti in ricerca e innovazione per rendere il paese più competitivo. Occorre che le imprese piccole e medie siano accompagnate dal mercato finanziario, dal sistema delle regole e dalla politica economica verso una dimensione maggiore e verso quei mercati esteri che non hanno ancora raggiunto; si tratta di mercati che crescono di più, come quelli dell'Europa dell'Est e del Sud-Est asiatico, dove occorre investire e portare nuovi prodotti. Occorre inoltre che le famiglie riacquistino fiducia, oltre che una maggiore capacità di spesa.
Non si conoscono gli interventi decisi dal governo a favore della competitività, perché il documento collegato alla legge finanziaria che li dovrebbe contenere non è ancora disponibile e sembra rinviato a un momento successivo. Speriamo che sia disponibile presto perché un diverso rapporto tra Stato e cittadino, oltre che su una riduzione della spesa pubblica e del carico fiscale, si deve fondare su regole che assicurino trasparenza ed equità ai comportamenti ed ai mercati ed agiscano a favore della concorrenza e dello sviluppo.
Prodi: nessun cambio il nome resta Alleanza
Francesco Alberti sul Corriere della Sera
Parisi: un equivoco, mai messe in dubbio le scelte fatte "Cambiare nome alla coalizione? E perché mai?". La voce di Romano Prodi, impegnato nell'ennesimo trasloco della sua vita (stavolta sull'asse Bruxelles Bologna, e sottolinea Bologna: "A Roma andrò tutte le volte che sarà necessario, ma non traslocai nemmeno quando ero a Palazzo Chigi..."), prende forma tra un appuntamento e l'altro con il falegname, pile di libri e scatoloni ancora da imballare. Pomeriggio domestico per l'uomo dell'Ulivo, che, dopo aver lasciato a Barroso il timone europeo, sta ora lasciando anche il suo appartamento a Bruxelles, "dove ho vissuto cinque anni straordinariamente intensi e gratificanti". "Cambiare nome? Perché? Non va bene Alleanza?" ripete Prodi, la mente impegnata altrove, per nulla sfiorato dal tormentone tutto romano su la Gad, la Fed: su come chiamare, insomma, la coalizione di centrosinistra.
Lunedì l'ex premier farà il suo ritorno ufficiale nella politica italiana e, se è ovviamente impossibile prevederne esiti e fortune, una cosa almeno è stata definita: il nocciolo duro della coalizione (il quadrilatero formato da Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani) si chiamerà Federazione dell'Ulivo, mentre l'intero schieramento quello che da Bertinotti arriva a Mastella risponderà al nome di Grande Alleanza Democratica. Così fu deciso nel vertice dell'11 ottobre scorso. "E così resta".
Dopodiché, visto che la politica vive di comunicazione, che a sua volta necessita di formule incisive e possibilmente asciutte, i prodiani non nascondono la speranza che giornali e televisioni, "nella loro inevitabile necessità di sintesi", utilizzino il termine "Alleanza" per indicare la coalizione tutta e il caro vecchio nome "Ulivo" per definire i quattro partiti dello zoccolo duro, quelli del Listone alle ultime Europee.
Nessun toto-nome, "ci mancherebbe altro", conferma Arturo Parisi, che non nasconde la sorpresa e una punta di fastidio: "C'è stato un equivoco di fondo, in parte alimentato anche da alcune dichiarazioni di Rutelli (che aveva paragonato il termine Gad "al prossimo cartone animato di Disney", ndr). Nessuno di noi, in realtà, ha mai messo in dubbio i nomi scelti nell'ultimo vertice tra i partiti del centrosinistra. Il problema, semmai, è il modo in cui questi termini vengono sintetizzati: appellativi come "Gad" o "Fed" suonano male, non significano niente e rischiano di creare soltanto confusione nei cittadini. Meglio "Alleanza" e "Ulivo": la prima dà un'idea di insieme e di pluralità, il secondo è un marchio vincente". Che poi qualche alleato arricci il naso, considerando troppo generico o poco suggestivo il termine "Alleanza", è cosa che non pare turbare più di tanto l'entourage prodiano, consapevole che ben altre sono la pratiche da affrontare e probabilmente d'accordo con quanto pensa e dice Mastella, e cioè che "alla gente non frega niente di come ci chiamiamo". Verissimo, ma è anche vero che "la questione del marchio una sua importanza in prospettiva ce l'ha" riconosce Arturo Parisi, che ancora ricorda con disappunto quando alle ultime elezioni europee la lista unitaria veniva regolarmente presentata con il termine Triciclo, "quello, sì, che aveva un vago sapore dispregiativo e molti di noi vi avvertivano un'intenzione ostile...".
Inutile dire che nella due giorni romana di lunedì e martedì (vertice dell'Alleanza e poi dell'Ulivo) la questione del nome non sarà all'ordine del giorno. Romano Prodi, anche se pressato da oggettive urgenze di carattere logicistico e organizzativo (aperto un nuovo ufficio a Bologna, in via di ridefinizione parte dello staff, primi contatti per la creazione di gruppi di lavoro in vista dell'elaborazione del programma), non ha staccato la spina da quelle che sono le urgenze politiche, deciso a presentarsi nella Capitale con precise proposte sulle modalità di presentazione alle Regionali di primavera, i criteri delle candidature, il nodo delle primarie, la Finanziaria e, ad essa collegata, la grande manifestazione milanese dell'11 dicembre.
Ucraina, "congelate" le elezioni
Giampaolo Visetti su la Repubblica
KIEV - "Abbiamo vinto, siamo liberi". L´Ucraina ormai sente che la rinascita è vicina. Il popolo ne ha anzi la certezza: questione di tempo, non molto, e il potere si scioglierà. Per gli insorti ieri è stato un giorno di svolta. I toni della rivolta sono cambiati. Fiducia e allegria hanno sostituito disperazione e rabbia. Le grida contro il regime di Leonid Kuchma, contro il presidente ufficialmente vincitore Viktor Yanukovich, sono cessate: ignorati. La stessa Corte suprema si è "schierata": congelata la pubblicazione dei risultati delle elezioni, "fino a quando non decideremo sul ricorso dell´opposizione i risultati non possono essere pubblicati", dicono i giudici.
Al loro posto, inni al leader dell´opposizione Yushenko, canti, balli. Kiev è ormai invasa da oltre un milione di dimostranti. Portano fiori arancioni, sorridono, fanno pupazzi di neve. La tensione si è allentata. La folla aumenta di ora in ora. Decine di cortei bloccano le strade. Lo spettro di una repressione con la forza e nel sangue si allontana portando via il vento della guerra civile. Le teste di cuoio che impediscono ai ribelli di entrare nel palazzo del presidente, sono diminuite. I manifestanti le coprono di rose e palloncini a forma di cuore. Poco dopo le 21 un fiume di gente ha preso d´assedio anche il parlamento e la sede del governo. Occupato il palazzo delle esposizioni. Sulla Banca centrale ucraina sventolano le bandiere dell´opposizione. Le istituzioni ormai sono bloccate.
Incrinato anche il fronte di esercito e polizia. Il capo del Distretto Est del ministero degli Interni ieri sera ha annunciato alla folla che "la polizia è solidale con il popolo". Un colonnello ha dichiarato che gli agenti "sono pronti a manifestare contro le autorità". Un documento è stato firmato da 15 ufficiali.
Il generale del comando militare occidentale, Mikhail Kutsin, ha assicurato che nessun soldato interverrà per reprimere la protesta. L´intervento di mille spetznaz russi, segnalati all´aeroporto di Kiev, appare remoto. Secondo Yushenko le autorità non possono più ricorrere alle armi. "Sanno che già il primo ordine sarà ignorato, sancendo la loro caduta". In serata il vice-ministro dell´Economia si è dimesso. Alcune centinaia di sostenitori di Yanukovich, minatori e cosacchi fatti venire a Kiev da Donetsk e dal Donbas, hanno sfilato senza incidenti. La maggioranza ha poi abbandonato la tendopoli sotto lo stadio ed è tornata a casa.
Decisiva la pressione della comunità internazionale. A Kiev sono in arrivo il presidente polacco Kwasniewski e il segretario generale dell´Osce. Nella capitale ha parlato ieri Lech Walesa. L´ex leader di Solidarnosc ha invitato alla mediazione. Il premio Nobel per la pace, tra una folla in festa, ha detto che "la vittoria sarà con voi, tenete duro. Ormai vedo che in Ucraina la libertà è scritta ovunque".
Putin non ha rivali, ma è troppo solo
Giulietto Chiesa su La Stampa
Il popolo russo, in grande maggioranza, sostiene il Presidente per quel singolare mix di nazionalismo che egli rappresenta. Ma Putin sa perfettamente che gli umori delle masse oggi si controllano e s'indirizzano con la televisione. E la usa spregiudicatamente.
L'Occidente ha osservato, prima sconcertato, poi apparentemente inorridito, questa evoluzione moscovita, questa "mutazione" non prevista quasi da nessuno degli osservatori. Adesso scopre di trovarsi di fronte a un leader dai chiarissimi connotati autoritari e, al tempo stesso, nazionalistici. E adesso ha due paure. La prima ha fatto ripetutamente oscillare gli indici di Borsa a Mosca e a Wall Street: siamo forse di fronte a un ritorno al comunismo? Putin sta facendo, senza dirlo, una nuova rivoluzione? Emerge, dalle profondità della psiche, il passato "kappaghebista" del presidente russo? Si tratta di un equivoco colossale. Niente di tutto questo è nei piani di Vladimir Putin: né la cancellazione delle privatizzazioni, né l'espropriazione degli espropriatori. Nessun ritorno al comunismo è nei progetti del leader russo, e nemmeno un'idea postmoderna di capitalismo di Stato.
Il potere è ora nelle mani di un aspirante autocrate che sta costruendo una "nuova classe", inedita, composta di alti funzionari statali, di uomini dei servizi segreti, di spezzoni della finanza e dell'oligarchia minore, tutta gente che ha fatto carriera sotto la gestione eltsiniana e che è ancora mescolata con piccoli drappelli di burocrati sopravvissuti al crollo del partito comunista e dell'Unione Sovietica. Tratto comune di questo ceto è la sua idiosincrasia per la democrazia, e l'ardente astio contro i grandi oligarchi, che si sono impadroniti del 75% della ricchezza nazionale. Sono questi ultimi, con le loro abnormi dimensioni, ad avere ostruito ogni ulteriore corsa all'oro, cioè alle proprietà statali, tagliando fuori appetiti numerosi e fortissimi. In altri termini: Putin sta offrendo spazio a un ceto alleato molto aggressivo, dotato di una smodata voglia di arricchimento selvaggio, senza limiti, senza controlli, senza remore.
Putin avrebbe potuto essere, forse, un'altra cosa; poteva fare altre scelte e non le ha fatte. Se riuscirà a diventare davvero un altro zar sarà perchè così ha deciso. Una cosa, in conclusione, mi pare certa: modernizzare la Russia con la forza, come fece Pietro il Grande, richiede non solo più forza di quella che ha ora Putin: presuppone una Russia isolata dal mondo, che cava da sola il suo ragno dal suo buco. Cioè implica dimenticare l'interdipendenza globale, e l'avvento contemporaneo di un impero potente come mai prima d'ora. E modernizzare il paese senza il consenso dei suoi cittadini è impresa vana, che presuppone una Russia che non c'è più, come non c'era più nemmeno ai tempi di Gorbaciov. Infine comporta la disponibilità di una squadra di consiglieri esperti, capaci di pensare, di vedere una strategia globale. Invece Putin è solo, e attorno a lui la corruzione dilaga come una ruggine che tutto consuma. Siamo, di nuovo, in uno dei ricorsi storici che la Russia sembra incapace di evitare, di fronte a un leader che costruisce le sbarre della propria prigione, quelle in cui, da sovrano assoluto, dovrà rinchiudere prima di tutto le proprie ambizioni. E poi la Russia. Su queste basi la prognosi non può che essere infausta.
26 novembre 2004