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sulla stampa
a cura di P.C. - 25 novembre 2004


Due scosse a mezzanotte, trema il Nord
Claudio Del Frate sul
Corriere della Sera

Per due volte, a cavallo della mezzanotte, la terra ha lungamente tremato, da Genova a Venezia . In Lombardia , in particolare. Un terremoto calcolato a 5,2 gradi della scala Richter, pari al settimoottavo grado della Mercalli con epicentro tra il lago d 'Iseo e il lago di Garda ha svegliato e fatto scendere in strada centinaia di migliaia di persone. Non si segnalano morti ma diversi edifici sarebbero crollati o risulterebbero lesionati. Vigili del fuoco e ospedali sono stati tempestati di chiamate.
Secondo le prime indicazioni le zone più colpite sono nella parte nord della provincia di Brescia ela sponda lombarda del lago di Garda. E' un'area ad alto rischio sismico e quella di ieri sera è la scossa più forte mai registrata nella zona dal 1901, quando una forte scossa di terremoto investì Salò. Problemi ai campanili, ai ruderi delle aree rurali, ai cornicioni. Frazioni di montagna isolate. Ma nessuna segnalazione, fino a notte fonda, di feriti gravi o vittime. Una casa è crollata a Preseglie in val Sabbia e due persone sono rimaste contuse mentre anche a Salò , secondo le prime testimonianze, sarebbero crollati balconi, muri e cornicioni. Caduta anche la campana della chiesa di San Bernardino. Sempre nella cittadina bresciana poco prima dell'una è stato deciso di sgomberare parte dell'ospedale, in particolare il reparto di psichiatria. Ancora a Salò, che risulta la località più colpita, molte strade del centro storico sono ricoperte di calcinacci e tegole cadute dai tetti, alcune decine di persone sono rimaste contuse o ferite in modo lieve e si sono fatte medicare.
Evacuazione nel cuore della notte, invece, per 38 pazienti cardiopatici ricoverati nel reparto di riabilitazione Villa Gemma di Fasano , sempre nel Bresciano. I feriti e le persone vittime di attacchi di panico vengono indirizzati all'ospedale di Gavardo . Anche Desenzano e Gardone Riviera sono state investite dalla scossa tellurica.
I prolungati movimenti della terra sono stati avvertiti distintamente anche in molte altre zone della Lombardia: in molti quartieri di Milano gli abitanti sono scesi in strada spaventati dalla duplice scossa, la più lunga delle quali, la seconda, è durata una ventina di secondi. Qualche calcinaccio è caduto nella zona di via Ripamonti dove gli abitanti, in preda al panico hanno abbandonato le loro abitazioni. Nessuna conseguenza invece all'aeroporto di Malpensa .
Secondo le prime indicazioni che arrivano dal centro geofisico di Varese l'epicentro è stato individuato a 10,57 gradi di longitudine est e 45,64 di latitudine nord. La provincia di Brescia è considerata una delle più esposte al rischio sismico del Nord Italia: se l 'Irpinia è inserita nella prima fascia di pericolosità, l'area del lago di Garda è nella seconda fascia. Solo oggi i danni potranno essere valutati compiutamente e Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, ha annunciato "un sopralluogo in elicottero sulle zone più colpite". "Il movimento tellurico è avvenuto a una profondità di 10 chilometri. Il che ha reso più estesa la zona in cui è stata avvertita la scossa più forte. L'assessore lombardo alla protezione civile Massimo Buscemi ha spiegato che "è stato necessario chiudere la statale Gardesana, sono caduti dei massi a Vobarno e ci risulta il crollo di un campanile a Muscoline , sempre nel Bresciano". "E' stato come sentire il rumore di un tuono — racconta una testimone che vive a San Felice sul Benaco — poi tutto ha cominciato a tremare, mi si è spostato il letto. Siamo corsi tutti in strada". In Friuli il ricordo del disastroso sisma del '76 ha risvegliato immediatamente la paura di tutti gli abitanti: a Pordenone e in molti altri paesi della provincia la gente è scesa in piazza appena avvertiti i primi sussulti. Chiamate a vigili del fuoco e ospedale — ma senza segnalazioni di feriti o di danni — si sono registrate in tutta la Lombardia, ma anche a Trento , nel Veneto, a Rimini e in diverse province toscane.


Il contratto delle beffe
Claudio Rinaldi su
la Repubblica

C´è un aspetto pittoresco nel noioso trascinarsi delle discussioni sul taglio delle imposte: la faccia tosta di Silvio Berlusconi & C. Gli uomini di Forza Italia asseriscono che le misure ora allo studio nella Casa delle libertà costituiscono la piena attuazione al Contratto con gli italiani, firmato l´8 maggio 2001. Ma l´affermazione è falsa, come sa chiunque conosca il testo di quell´incauto documento. Il Contratto prometteva nero su bianco una riforma fiscale straordinariamente generosa, rispetto alla quale la povera operazione che adesso si prospetta (per un valore di 6 miliardi di euro o poco più) rappresenta per gli elettori un´autentica presa in giro.
La grande promessa di Berlusconi, infatti, non era il generico "meno tasse per tutti" dei poster, come oggi si tenta di far credere. Era un piano assai dettagliato: due sole aliquote Irpef-Ire, con la "riduzione al 23 per cento dell´aliquota per i redditi fino a 200 milioni di lire" (articolo 1 del Contratto) e la "riduzione al 33 per cento dell´aliquota per i redditi sopra i 200 milioni". Oggi invece di aliquote se ne annunciano ben quattro, dal 23 per cento al 43. E sono punitive per i contribuenti, giacché scattano a partire da livelli di reddito molto più bassi di quelli che indicava il programma del 2001.
In concreto, il Contratto stabiliva che praticamente tutti i cittadini (essendo quattro gatti i percettori di 100 mila euro o più) avrebbero pagato il 23 per cento e basta. Nella riforma di cui è in corso il varo, al contrario, questa aliquota di favore appare riservata ai soli redditi fino a 26 mila euro; oltre tale modesta somma si dovrebbe sganciare il 33 per cento, mentre dai 33-35 mila euro in su il prelievo salirebbe al 39 per cento e dai 70 o 100 mila in su addirittura al 43. Al confronto con gli impegni solenni di tre anni fa, assunti davanti a un notaio e a milioni di telespettatori, le differenze (in peggio) sono vistosissime.
Cifre alla mano, insomma, la montagna delle chiacchiere sta partorendo un topolino. Lo conferma una semplice divisione: ammesso che nell´insieme i famosi sgravi valgano realmente 6 miliardi di euro, le famiglie italiane (che sono 22 milioni) possono contare in media su un beneficio di appena 272 euro annui l´una, pari a 44 mila lire mensili. A 6 miliardi circa, del resto, ammontava anche il cosiddetto primo modulo della riforma, entrato in vigore due anni fa e passato inosservato: non dette il benché minimo impulso alla crescita dei consumi, a quanto confessò lo stesso Giulio Tremonti. Il secondo modulo, lontanissimo dagli scenari mirabolanti disegnati nel Contratto, si rivelerà ugualmente inefficace.
Ma forse quello di Berlusconi, che malgrado i tanti inganni cerca di spacciarsi per un uomo di parola, non è soltanto un caso di improntitudine, di fiducia illimitata nella memoria corta della gente. E nemmeno di "fissazione senile", come ha scritto Piero Ottone. Forse la favola del Contratto che sta per essere rispettato nasce da un calcolo del tutto razionale, nel segno della "lucida, lungimirante follia" che il premier ha sempre ammirata in Erasmo da Rotterdam.
Secondo questa interpretazione, Berlusconi evoca le promesse fatte a suo tempo sapendo perfettamente che mantenerle è impossibile. Ciò che gli preme è travestirsi da profeta, da fabbricante e venditore di sogni come nelle trionfali campagne del 1994 e del 2001. Se il Contratto con gli italiani è già virtualmente carta straccia, e lo è, pazienza: l´essenziale è far ricadere la colpa del fiasco sugli alleati infidi, sugli ottusi burocrati di Bruxelles, magari sul destino cinico e baro, e rilanciare il mito del leader-eroe che nell´interesse del popolo combatte da solo contro tutti e tutto. Se il presidente del Consiglio riesce a tagliare le tasse "in modo consistente e visibile", come da proclama su Il Foglio, bene. Se non ci riesce, meglio: va alle elezioni anticipate, il che significa innanzitutto evitare che a fine legislatura il fallimento del Contratto venga certificato ufficialmente.
Certo nella minaccia del ricorso alle urne c´è una fortissima dose di avventurismo. Se mai Forza Italia corresse al voto da sola, dovrebbe fare i conti con un sistema elettorale semimaggioritario che di regola condanna chi non fa parte di larghe coalizioni. Ma nelle situazioni di crisi gravi Berlusconi tende sempre a giocare d´azzardo. E nelle ultime settimane si è convinto, probabilmente, che continuare il tran tran dei negoziati con An e Udc non gli lasci alcuna speranza di vincere nel 2006.
Che il sogno berlusconiano possa risultare affascinante come in passato è difficile: la battaglia per i tagli fiscali è un déjà vu, come traspare dalla fiacca parola d´ordine dei nuovi manifesti ("L´obiettivo non cambia"), e soprattutto è indebolita dalla mancanza di risultati. Tre anni e mezzo di annunci a vuoto pesano. Tuttavia molto dipende dalle reazioni dell´opposizione, finora non particolarmente incisive. Se la denuncia delle inadempienze governative rimarrà vaga e svogliata, senza puntuali riferimenti ai conti del Contratto che non tornano, e se non verrà cancellata una volta per tutte la sensazione che il centrosinistra sia il partito delle tasse, allora perfino il Berlusconi alle corde di questi tempi conserverà qualche chance di cavarsela.


Quel compromesso tra il ministro e il Cavaliere
Mario Sensini sul
Corriere della sera

ROMA — L'accordo tecnico e politico sulle tasse è più vicino, mentre si allontana il "collegato" alla Finanziaria per il rilancio della competitività, destinato a un rinvio, forse a gennaio. Sulle tasse, dopo una girandola di incontri tecnici e politici che vanno avanti ormai da settimane, la maggioranza sembra aver imboccato la strada giusta. A Silvio Berlusconi, ieri sera, il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, ha garantito la copertura "certa", anche se comunque faticosa e non indolore, per almeno 6 miliardi di sgravi fiscali nel 2005, tra Ire (l'ex Irpef) e l'Irap per le imprese. Copertura "certa", ma non ancora definitiva. "La riforma fiscale — avrebbe detto Siniscalco — andrà a regime nel 2008 e sarà coperta in modo strutturale, cioè da pari tagli alla spesa corrente, solo nel 2008".

Dei sei miliardi recuperati per il 2005, circa 5,5 sarebbero destinati all'abbattimento delle tasse per le persone fisiche. Scatterebbero così le tre aliquote del 23% per i redditi fino a 26 mila euro, del 33% nella fascia tra 26 e 33 mila euro, del 39% per i redditi superiori, con un'ultima aliquota del 42%, probabilmente temporanea, per i redditi eccedenti i 100 mila euro annui. Ci sarebbe la trasformazione delle detrazioni fisse in deduzioni decrescenti in funzione del reddito. Ma non si arriverà all'aumento della no-tax area, oggi fissata in 7.500 euro.
La manovra sull'Irap sarebbe limitata a poche centinaia di milioni. Circa 300 ne assorbirebbero gli sgravi per i ricercatori, altri 200 potrebbero essere mirati sulle imprese che esportano. Ci saranno anche gli sgravi per i neoassunti, più alti nel Sud, che dal punto di vista contabile non pesano nulla nel bilancio. Anche in questo caso, però, le limitate risorse disponibili impedirebbero un aumento della no tax area Irap. Destinate ad un rinvio, invece, le misure per la competitività attese nel "collegato" alla Finanziaria. Se ne riparlerà, visti ormai i tempi stretti della manovra, a gennaio.


L'ultima carta
Andrea Colombo su
il Manifesto

La svolta brusca realizzata da Silvio Berlusconi nell'ultima settimana non è solo una mossa dettata dalla disperazione. Sigla anche il fallimento di una strategia politica perseguita a lungo. A partire dagli ultimi anni `90 il Cavaliere aveva ricollocato il suo partito su posizioni distanti dalle parole d'ordine antipolitiche, plebiscitarie e sostanzialmente eversive del `94. L'ingresso nel Ppe, la messa in ombra degli esponenti forzisti più descamisados, l'elezione bipartisan del presidente della repubblica erano stati i passaggi attraverso i quali Berlusconi aveva cercato di normalizzare la Forza Italia delle origini, "rivoluzionaria" ed erede del peggior leghismo. Dopo la vittoria, il premier aveva evitato le intemperanze formali del '94, tentando di dar vita a un blocco sociale con quelle stesse forze che si era inimicato nei brevi mesi del suo primo governo. Dal 2001 la sua politica, pur ricca di scelte devastanti, non aveva mai sfiorato le tentazioni quasi putschiste del `94.

Anche allora del resto, dopo l'alluvione di voti incassata nelle europee, il premier minacciò il ritorno alle urne per stroncare i suoi stessi alleati. Ma se dieci anni fa a spingere il Cavaliere era la convinzione di avere il vento in poppa, stavolta è la certezza di non avere più altra carta da mettere in tavola per evitare la rotta.
A modo suo, la svolta del premier è un'operazione di verità. Il capo di Forza Italia prende atto dell'impossibilità di conciliare la natura più intima del suo partito e della propria visione della politica con l'ossequio alle esigenze e ai vincoli della democrazia. Sull'orlo dell'abisso tenta di rimotivare gli elettori delusi con una chiamata alle armi "rivoluzionaria". E' certo che sia una scelta dettata dalla disperazione. Non è affatto certo che sia perdente.


Regionali, ora rischia il patto dell'Ulivo
Nino Bertoloni Meli su
Il Messaggero

ROMA "Sulle regionali è un gran casino, rischia di tornare tutto in alto mare", annuncia Piero Fassino ad alcuni deputati entrando nell'aula della Camera. E poco dopo il leader della Quercia si apparta con quattro parlamentari piemontesi guidati da Salvatore Buglio. Il Piemonte è una delle gatte da pelare, ma qui il problema è tutto in casa diessina: il candidato vincente per il centrosinistra è in realtà una candidata, l'ex presidente della Provincia, Mercedes Bresso, l'unica che nei sondaggi riesca a sopravanzare il presidente uscente Enzo Ghigo, ma la sua nomination incontra numerosi ostacoli a cominciare dal segretario regionale Pietro Marcenaro che non intende ritirarsi, nonché del sindaco Sergio Chiamparino nonché di autorevoli parlamentari diessini eletti in Piemonte. "La candidatura della Bresso spaccherebbe il partito", confessò tempo fa Fassino e le cronache locali lo riportarono con evidenza.
Ma il Piemonte è solo uno dei nodi che in queste ore attanagliano la Gad o l'Alleanza, e sarà uno dei problemi che Romano Prodi si troverà ad affrontare nei due vertici finalmente convocati: lunedì tutti i leader del centrosinistra con Rifondazione, martedì i leader della federazione riformista. Vertici che prevedono la discussione su finanziaria e controproposte economiche, la manifestazione dell'11 dicembre a Milano nonché le primarie. Nel frattempo, il nodo regionali ha fatto precipitare i rapporti tra Ds e Margherita. Il motivo? Rischia di franare, o forse è già franato, l'equilibrio che i due maggiori partiti della coalizione avevano raggiunto al loro interno, e che prevedeva otto candidati presidenti di regione ai Ds e sei alla Margherita. La prima picconata l'hanno data altri due partner della coalizione, Rifondazione e lo Sdi: Fausto Bertinotti ha chiesto ufficialmente una regione e vuole ”piazzare” Nicki Vendola in Puglia, Enrico Boselli ha posto lo stesso problema e ha fatto scendere in lizza Cesare Marini in Calabria contrapposto ad Agazio Loiero della Margherita (sarà l'assemblea di 2.300 grandi elettori a decidere in questo fine settimana in una sorta di primarie semi aperte).
Ma è la Campania la regione che rischia di diventare il problema dei problemi del centrosinistra. Antonio Bassolino non ha ancora sciolto il nodo della sua candidatura, ma nel frattempo pezzi della coalizione hanno cominciato a storcere il muso, peggio, a porre ostacoli, peggio ancora, ad avanzare eccezioni, ”pretese”. Eccezioni sollevano l'Udeur e il Pdci, con la Margherita che soffia sul fuoco. Bassolino non ha sciolto il rebus anche perché, a quel che raccontano i bene informati, è ancora in attesa di una risposta chiara da Prodi sul suo futuro politico: l'ipotesi di cui si sarebbe discusso di un Bassolino numero due della federazione, magari con il ruolo di portavoce, non ha avuto finora risposte soddisfacenti, anche se sarebbe stata perorata da Ciriaco de Mita in persona in diversi colloqui telefonici con Prodi. De Mita non conferma e non smentisce. Ci tiene però a precisare: "Io lavoro per unire, per comporre, non per scassare. Bassolino decida, ma non può non tenere conto degli alleati. Altro che lista unitaria, il problema vero in Campania è che rischia di non farsi il centrosinistra". A seguire c'è pure la Basilicata a creare problemi: dopo l'ultima tempesta giudiziaria, Mastella torna alla carica e dice ai quattro venti che il suo Antonio Potenza non c'entra nulla di nulla con l'inchiesta e che quindi è vieppiù candidabile alla presidenza: "Confermo, porrò la questione al vertice con Prodi".
Ds e Margherita continuano a litigare sul numero di regioni dove presentare il Listone. E danno i numeri: sette a sette? No. Otto a sei? Neanche. "Il numero magico è dieci", azzarda Roberto Villetti, numero due dello Sdi in carriera. Sarà Prodi a dipanare la matassa? Il dalemiano Peppino Caldarola lo incalza: "Prodi non può pensare di lavarsene la mani. C'è un braccio di ferro tra Ds e Margherita, litigano i due maggiori partiti della coalizione e lui non può starsene alla finestra, deve indicare un criterio, una prospettiva. Un leader si deve impelagare, se no la sua è una leadership egoistica per non dire autistica".


Ministro fuorilegge
Francesco Bonito su
l'Unità

L'intera magistratura italiana, con rarissime eccezioni, e la maggior parte degli avvocati penalisti del nostro Paese si sono oggi astenuti dallo svolgimento delle loro delicatissime ed importanti funzioni.
Lo hanno fatto per esprimere nel modo più forte e direi più solenne la loro ferma protesta. Protesta in ordine alla ormai prossima e, purtroppo, ineluttabile approvazione del disegno di legge governativo proposto dal ministro della giustizia per riformare l'ordinamento giudiziario.
Sempre oggi abbiamo appreso, da un gelido e formale comunicato della Presidenza della Repubblica, che il Presidente Ciampi ha chiesto al ministro Guardasigilli di predisporre il decreto di grazia in favore di Ovidio Bompressi e che il ministro gli ha risposto di essere contrario al provvedimento di clemenza e, quindi, di non avere intenzione alcuna di predisporre il relativo decreto.
Evoco i due fatti nel quadro odierno delle notizie di attualità giudiziaria riferibili al ministro Castelli, per sottolineare quella che a mio avviso è una grave e pericolosa anomalia. Cos'è che accomuna le due notizie, a parte l'analogia per materia? Lo schema politicamente abnorme di un uomo responsabile dell'azione di governo che frena, si frappone, si contrappone, impedisce, ferma, arresta il normale svolgimento, il dispiegarsi della vita istituzionale, il progredire della nostra vita quotidiana.

C'è poi il Castelli pubblico ministero, il ministro cioè che invoca le condanne disciplinari contro i magistrati. Anche su tale piano il potere di direzione del processo virtuoso in cui si sostanzia l'azione di governo si atteggia a potere negativo, si concretizza in ostacolo da frapporre al legittimo svolgersi dei procedimenti giurisdizionali, si tramuta in diniego del processo. Governare per? Niente affatto, governare contro, contro giudici e pubblici ministeri, come Colombo e Boccassini a Milano ovvero Mancuso a Bologna ovvero Salvi a Roma.
Eppure mai nei tre anni di governo a via Arenula il Ministro Castelli, il Ministro della Giustizia ha opposto non dico un fermo diniego, ma neppure un pallido dissenso, una cortese rimostranza, una leggera protesta, una civile messa in discussione rispetto ad una serie di provvedimenti che offendevano non solo la giustizia, bensì il comune sentire della collettività nazionale e la stessa ragionevolezza di un qualsiasi, seppure arcaico sistema delle regole.Il falso in bilancio e la sua sostanziale depenalizzazione fu difesa senza pudiche incertezze, la nullità, successiva alla loro legittima acquisizione, dei tabulati bancari che inchiodavano l'on. Previti alle sue squallide responsabilità di corruttore, fu salutata come quintessenza del processo garantista, la legge Cirami ed il mutamento delle regole per strappare un processo ai giudici di Milano, nell'imminenza della sentenza di primo grado, al fine di trasferirlo a Brescia col proposito di soffocarlo nelle sabbie mobili della prescrizione, fu additata come conquista di civiltà.
Rimane ora la enorme curiosità di vedere quale sarà l'atteggiamento del sig. Ministro la prossima settimana, quando si discuterà alla Camera l'ennesima norma salva-Previti, quella, per intenderci, con la quale si diminuisce il tempo necessario perché maturi la prescrizione del reato di corruzione in atti giudiziari, reato per il quale l'on. più potente d'Italia è stato pesantemente condannato con sentenza in attesa di gravame. Se la nuova regola sarà approvata il processo che lo vede imputato è praticamente finito ed insieme ad esso anche alcune centinaia di migliaia di altri processi subiranno la stessa sorte. Cosa dirà il ministro Castelli? Farà il ministro o il cortigiano?


Lo strappo del ministro
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Il rifiuto di Roberto Castelli di inviare al Quirinale il decreto di grazia per Ovidio Bompressi è soltanto in apparenza dettato da un tormento personale. "È una croce, decidere del destino delle persone", dice. Come sarebbe da ingenui pensare che la mossa sia sollecitata da un´interpretazione - anche se abusiva - della sua responsabilità istituzionale. "Non posso assumermi la responsabilità di controfirmare un provvedimento che non condivido", prova a spiegare. Purtroppo per Bompressi e per noi che lo abbiamo guardasigilli, la decisione del ministro di Giustizia fiorisce a un livello infimo come vendetta politica.
In apparenza, Roberto Castelli ritiene e sostiene di avere "un potere di concerto" nell´atto di clemenza, "una responsabilità politica" nel provvedimento. Addirittura "un potere di interdizione". La grazia, in realtà, non è stata mai riconducibile al potere di indirizzo politico di un governo. Come è giusto che sia per un atto gratuito, straordinario, residuo arcaico del potere di un sovrano, non di un governo, non di una coalizione politica.

Castelli immagina più o meno che il capo dello Stato debba aprire - sia obbligato ad aprire - il tavolo delle grazie. Una a me, una a te. Questa a te, questa a me. Queste a loro.
Già lo scorso anno, opponendosi alla grazia per Adriano Sofri, posò a tormentato ed equanime uomo di Stato. "Mi sembrerebbe un privilegio. Trovo non ragionevole premiare uno, e uno solo, tra i tanti meritevoli di attenzione e di clemenza", spiegò. Aveva già pronta una lista dei "meritevoli", Innanzitutto, "gli irredentisti del Nord", come il ministro definisce i "serenissimi" dell´assalto al campanile di piazza San Marco o gli altoatesini degli attentati dinamitardi degli anni Sessanta. Più cauto a quel tempo, proponeva al Quirinale "trenta o quaranta grazie", si disse, allargando la clemenza, con la bilancia di precisione del "manuale Cencelli", ad altre aree politiche. Alla destra stragista. Alla sinistra brigatista. Ciampi non ne volle sapere, convinto com´è che la grazia sia un provvedimento di clemenza individuale e non un´occasione per "operazioni politiche". Con tatto e cortesia istituzionale, in questi mesi, il presidente ha provato a farlo capire al ministro. Che non se n´è dato per inteso. Ancora tre settimane fa, Castelli è salito al Colle con una lista di nomi. Ciampi ha confermato la volontà di voler graziare Bompressi ma il ministro ha cercato testardamente un nuovo scontro rifiutando una leale collaborazione con il presidente.
Siamo all´oggi. Con il breve comunicato, Ciampi rompe gli indugi. Rifiuta liste e patti, trattative o accordi. Decide di muoversi lungo il sentiero più netto e trasparente che assegna alla Suprema Corte di risolvere il conflitto istituzionale. Chi ha la titolarità del potere di grazia? Quali sono le prerogative del capo dello Stato e quali le responsabilità del ministro di giustizia? Le seconde possono condizionare, fino all´interdetto, le prime? Come l´esercizio di una funzione propria del presidente della Repubblica deve tenere conto della volontà del ministro di giustizia, ammesso che questa abbia un ruolo?
È uno strappo istituzionale. Palazzo Chigi avrebbe voluto evitarlo. La scorciatoia, in fondo, era lì a portata di mano. Ciampi avrebbe potuto approntare e firmare il decreto di grazia. Poteva essere controfirmato dal presidente del Consiglio perché, si sa, "egli è controfirmatore idoneo o meglio eccellente" (Franco Cordero). Il Quirinale non ha preso nemmeno in considerazione l´ipotesi. Traiettoria troppo curva per un provvedimento che è tempo di riportare alla sua cristallina linearità con l´avallo autorevolissimo della Corte Costituzionale. Sono quei giudici che avranno ora l´ultima parola. Chi osserva l´affare da lontano può soltanto avanzare una domanda e condividere lo sconcerto e l´amarezza di chi oggi poteva essere perdonato del suo delitto e non lo è stato. La domanda è: fino a quando il Paese, le istituzioni, i suoi ordinamenti, la giustizia dovranno pagare un alto prezzo alla presenza del ministro Castelli nel governo?


Ucraina, Yushenko chiama allo sciopero generale
Marina Mastroluca su
l'Unità

"Viktor Yanukovich è il nuovo presidente". La Commissione elettorale centrale rompe gli indugi e con un'ora di ritardo annuncia il nome del vincitore ufficiale delle presidenziali ucraine. È stato meno facile del previsto, almeno due membri erano contrari ad avallare il risultato di elezioni che l'Osce, la Ue e gli Stati Uniti avevano già bollato come fraudolente. Yanukovich, premier in carica, l'uomo del presidente uscente Leonid Kuchma e favorito di Mosca, vince con il 49,4% dei voti, sul suo rivale Viktor Yushenko, fermo al 46,6. "Vergogna, vergogna", gridano i sostenitori del candidato dell'opposizione, coprendo gli applausi in sala dei deputati filorussi. Rapidissima la reazione di Washington: "risultati illegittimi".
I sostenitori di Yushenko restano in piazza. In cinquecentomila scorrono a fiumi nelle vie di Kiev, tra il palazzo presidenziale e la sede della Commissione elettorale, protetta da camion pieni di sabbia e dai sostenitori di Yanukovich, ragazzi vestiti di nero con la tensione scritta in faccia. Yushenko dal palco sulla piazza dell'Indipendenza accusa il presidente uscente Kuchma e il governo di aver portato il paese a un passo dalla guerra civile. Annuncia il ricorso davanti alla Corte suprema e chiama il paese ad uno sciopero generale "politico": saranno bloccate, strade, aeroporti, ferrovie. In sciopero sono già scesi 14 giornalisti della tv pubblica, che si sono rifiutati di "fornire notizie non vere". "Cercheremo una soluzione in una lotta aperta. Il potere tenta di alzare il conflitto, ha respinto la possibilità di un dialogo", grida Yushenko. Ma una volta di più si dice pronto a ritornare alle urne, per ripetere il ballottaggio in una consultazione onesta. È questo il suo punto di mediazione, non oltre, non una condivisione del potere che il suo rivale Yanukovich sembra suiggerire invitando gli "sconfitti" al dialogo. "Non riconosciamo Yanukovich, abbiamo già un presidente ed è Viktor Yushenko", è questa la linea ribadita da Yulia Timoshenko, braccio destro del candidato dell'opposizione.

Anche Yushenko parla di un tentativo di colpo di Stato, ma indica i responsabili in Kuchma e Yanukovich. "Hanno falsificato le elezioni, è un crimine contro il popolo". Di dialogo l'opposizione non vuole sentire parlare se non verranno prima riconosciuti i brogli. Yushenko e i suoi, che durante la notte di martedì e nella giornata di ieri hanno avuto contatti con la presidenza, sono disposti a parlare solamente della possibilità di nuove elezioni. E stavolta senza carte false in tavola e con una nuova commissione elettorale.
L'annuncio del vincitore ufficiale ha ridotto i margini di manovra, ma non li ha annullati del tutto. L'opposizione spera nella Corte Suprema, che ha la facoltà di annullare le elezioni, se dovesse riconoscere i brogli contestati. Ieri Yanukovich aveva detto che non avrebbe accettato un'investitura che non fosse "legittimata e credibile". Affermazioni che sembrano lasciare a Kuchma una via d'uscita tanto politica che in linea con il quadro legale, come ieri ha auspicato lo stesso Vladimir Putin, chiamato a chiarire la posizione di Mosca dal cancelliere tedesco Schröder. Oggi è atteso in Ucraina Lech Walesa, l'ex preseidente polacco potrebbe assumere un ruolo di mediazione, spalleggiato dall'attuale prsidente Alexander Kwasniewski, amico di Kuchma come di Yushenko.
Una soluzione di forza non favorirebbe nessuno, probabilmente nella strategia elettorale di Kuchma è stata sottovalutata la reazione della piazza. Yushenko ieri ha rinnovato il suo appello alle forze di sicurezza perché "non usino la forza contro il popolo". Il ministro della Difesa Kusmuk ha smentito movimenti di truppe. La mobilitazione ieri è cresciuta anche in altre città, mentre a Kiev i sostenitori di Yanukovich sono riusciti non sono più di duemila, riuniti davanti allo stadio a gridare slogan contro l'opposizione: "Non svendete l'Ucraina all'America".


   24 novembre 2004