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sulla stampa
a cura di P.C. - 24 novembre 2004


Non scherziamo con l'Europa
Giuliano Amato su
la Repubblica

Caro direttore, riemerge nel dibattito politico un atteggiamento verso l´Europa nutrito di insofferenza e di sfida. La si dipinge come una fonte di vincoli e non di benefici, se ne contestano le regole e si arriva a dire che ignorarle - alla fin fine - non è un delitto, è anzi il modo migliore di tutelare i nostri interessi, così come altri in qualche caso hanno fatto. E Francia e Germania, che continuano con i loro bilanci a bordeggiare superando i parametri di Maastricht, sono gli esempi più gettonati. L´Italia non è l´unico paese in cui questo atteggiamento ha preso a manifestarsi, anche se è forse l´unico in cui tra quanti lo esprimono vi sono cariche istituzionali di primissimo piano. Certo si è che in Italia e per l´Italia ciò può avere effetti più gravi che altrove ed è bene che tutti ne siano consapevoli.
Presentare l´Europa nei termini descritti offende un sentimento di lealtà europea che è profondamente diffuso fra gli italiani e che costituisce un patrimonio la cui erosione può da ultimo soltanto indebolirci. Per decenni è stato proprio questo sentimento la leva che ci ha dato la forza per migliorare le nostre condizioni, per ristrutturare le nostre industrie, per liberarci dei nostri monopoli e delle nostre strozzature, per darci in tanti ambiti leggi meno arcaiche. Lo abbiamo fatto - questo è vero - mitizzando anche troppo l´Europa e vedendola, in più casi al di là del vero, come il meraviglioso Rex che scivolava al fianco del pattino riminese di Federico Fellini. Ma questa stessa mitizzazione dà il senso della forza che ha in noi la consapevolezza del valore aggiunto europeo.
Ed è una forza che nasce dalla memoria viva che è in noi della nostra storia; la storia di un Paese giunto in ritardo rispetto ai suoi vicini all´industrializzazione, incapace anche per questo di dominare i conflitti sociali che essa, al suo inizio, portava con sé, e finito in ragione di ciò nella camicia di forza di un regime fascista, che lo isolò nella esaltazione delle sue glorie passate e lo rinchiuse nella illusione di una autarchia economica, capace solo di accentuarne i ritardi.
Per questo, quando riprendemmo il cammino, capimmo che il nostro futuro era l´Europa. E per questo le nostre menti migliori - basti rammentare Ugo La Malfa - ci ricordavano sempre che o ci tenevamo stretti i legami faticosamente costruiti con chi era al di là delle Alpi, o venivamo ricacciati in un Sud, che ci avrebbe portato soltanto regresso e stagnazione. L´Italia è diventata, su questa strada, uno dei primi paesi del mondo e quando il nostro reddito pro capite superò quello inglese, i nostri amici d´oltre Manica ci videro come ex camerieri inaspettatamente arrivati alla proprietà del ristorante. Forse anche noi la vivemmo così, ma fu comunque motivo di orgoglio e ragione ulteriore del profondo radicamento dei nostri sentimenti europei.
E´ sbagliato e pericoloso mettere oggi in gioco tali sentimenti e rinnovare, in modi certo nuovi e diversi, l´illusione di una autarchia italiana davanti all´Europa e alle regole europee. Dell´Europa noi abbiamo ancora bisogno: primo, perché il nostro passato non è fatto solo di successi, è fatto anche del debito pubblico che abbiamo accumulato e dal quale proprio l´Europa ci ha aiutato a non essere travolti con lo scudo dell´euro e dei suoi bassi interessi. Secondo, perché in questa fase dell´economia globale siamo un´altra volta rimasti indietro e solo incanalandoci in strategie comuni europee volte ad accrescere la nostra competività potremo uscire dall´attuale stagnazione.



Qualche domanda sulla sfida fiscale
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

E' sbagliato, mi sembra, criticare il presidente del Consiglio per la chiarezza con cui ha minacciato il ricorso alle urne. Se crede nel suo programma e se constata che i suoi alleati gli impediscono di realizzarlo, Berlusconi ha il diritto di indirizzarsi al Paese e chiedergli un voto. Chi si scandalizza di questa sua ultima sortita dimostra di essere ancora culturalmente legato allo stile di una democrazia opaca in cui i partiti dicono al Paese il minimo indispensabile e riservano a se stessi, in ultima analisi, il diritto di decidere ciò che è utile per gli elettori. Se Berlusconi è davvero convinto che la riduzione delle imposte sia necessaria al futuro dell'Italia, ha il diritto di dirlo. E se la coalizione, dopo le promesse fatte nel 2001, non gli permette di tenere fede all'impegno, ha il diritto di chiedere un nuovo mandato. Questa non è demagogia, non è populismo: è semplicemente democrazia, anche se di un genere con cui la classe politica italiana ha poca familiarità.
Ma prima di salire al Quirinale per proporre elezioni anticipate, Berlusconi dovrebbe rispondere ad alcune domande.
Dovrebbe spiegare, anzitutto, perché abbia deciso di realizzare il suo programma oggi, alla vigilia di due scadenze elettorali (le regionali del 2005 e le politiche del 2006), anziché nei primi tre anni e mezzo della legislatura. E' migliorata la situazione generale del Paese? E' forse possibile sperare, nelle attuali condizioni dell'economia nazionale, che l'aumento del Pil (Prodotto interno lordo) compensi il minor gettito derivante dalle ridotte aliquote fiscali?
Dovrebbe spiegare, in secondo luogo, come riuscirà a impedire che la riduzione delle imposte abbia per effetto l'aumento del disavanzo. In linea di massima basterà ridurre la spesa pubblica. Ma vorremmo che Berlusconi ci indicasse i settori in cui metterà mano al bisturi. Sfoltirà la grande giungla degli impiegati statali? Congederà alcune migliaia di insegnanti? Imporrà una maggiore disciplina alle Regioni? Sopprimerà qualche centinaio di enti inutili? Ridurrà le spese militari? O deciderà, nel momento in cui chiediamo un seggio semipermanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu, di ridurre ulteriormente i nostri aiuti ai Paesi in via di sviluppo? Tutto è lecito nell'ambito di una politica coerente. Ma non vorremmo che i tagli alla spesa fossero illusori o retorici. Non vorremmo che fra qualche mese (magari dopo la prossima scadenza elettorale) il Paese, svegliandosi, si accorgesse di avere un deficit alquanto superiore a quello fissato dai parametri di Maastricht.
Berlusconi sosterrà allora che il Patto di stabilità non è la Bibbia e che è tempo di riscriverlo. E' vero. E sarebbe già accaduto, probabilmente, se molti membri dell'Unione non temessero che regole più flessibili aumenterebbero l'irresponsabilità fiscale dei Paesi (fra cui l'Italia) che sono afflitti da un forte debito pubblico. Ne abbiamo avuto una indiretta conferma quando abbiamo appreso che il ministro tedesco delle Finanze non era pronto a stringere un accordo per la riforma del Patto con il nostro ministro dell'Economia.
Qualcuno, fra gli amici del presidente del Consiglio, sosterrà che abbiamo il diritto, se lo riteniamo opportuno, di "spezzare le catene" dell'Europa. Ma farà bene a ricordare che il guinzaglio dell'Unione presenta uno straordinario vantaggio. Ha impedito che le agenzie di rating proclamassero la inaffidabilità della nostra finanza e provocassero in tal modo l'aumento dei tassi d'interesse sulle cartelle del nostro debito pubblico: un aumento, sia detto per inciso, che distruggerebbe in un attimo tutti i vantaggi della minore pressione fiscale.



Così il debito non è sostenibile
Carlo Bastasin su
La Stampa

Gli italiani non devono farsi distrarre dalle polemiche sul rispetto o meno della soglia del 3% del deficit e del Patto di Stabilità. Dovrebbero giudicare piuttosto la politica finanziaria del governo per la sua capacità di essere sostenibile nel tempo. In tal caso, se fossero ben informati, chiederebbero ai loro governi di raggiungere prima possibile un surplus di bilancio. Altro che deficit del 3%.
La sostenibilità del debito pubblico italiano è ancora lontana. In una recente nota, il Fondo monetario prevede che nei decenni a venire l'invecchiamento della popolazione italiana porterà maggiori spese in pensioni e sanità (cioè maggior deficit pubblico) per 4,5 punti di Pil: "Al fine di preparare il terreno per questi aumenti di spesa è necessario portare il bilancio in lieve avanzo nel giro di pochi anni". L'aggiustamento dei conti deve avvenire quando l'economia non è nella fase più debole del ciclo (quando cioè non è più necessario dar spazio agli stabilizzatori automatici) e proprio nel 2005 l'Italia dovrebbe toccare l'1,7% cioè il tetto della crescita potenziale. Quella attuale non è, come si sente dire, una fase di crisi: il prossimo anno sarà il secondo di fila di crescita a regime della zona euro. Ora quindi l'Italia deve evitare di ripetere gli errori degli anni '99-2000, quando sprecò la ripresa mantenendo il bilancio in deficit.
La fragilità di fondo dei conti italiani non consente fantasie. Prima della manovra correttiva di quest'anno si era stimato che senza interventi il deficit tendenziale sarebbe salito al 7%, riportando su un sentiero esplosivo il debito pubblico. Altri Paesi hanno avuto sbandamenti fiscali: secondo i dati Ocse, gli Usa sono passati da un surplus dell'1,9% del Pil nel 2000 a un deficit del 4,6% nel 2003. La Gran Bretagna aveva un surplus del 4,1% nel 2000 e l'anno scorso aveva un deficit del 3,1%. Anche la Germania aveva un surplus dell'1,4 nel 2000 ed oggi ha un deficit di oltre il 3%. Tutto ciò è servito poco alla crescita e ha lasciato dietro sé molti oneri finanziari. In compenso nessuno di questi Paesi ha un debito superiore al Pil, quindi non è esposto al rischio che un aumento dei tassi d'interesse mandi fuori controllo i conti. Per rientrare, in Germania si è deciso di porre un limite nominale alle spese pari allo 0,4% (l'inflazione attesa è all'1,6%). E' dubbio che sia realizzabile, ma almeno è più ambizioso del tetto del 2% che in Italia non è durato nemmeno una settimana e nemmeno sulla carta.



Siniscalco boccia il piano di Fi
"Alcune proposte sono devastanti"
Claudio Tito su
la Repubblica

ROMA - "Dentro quella lista c´è della roba devastante. Prenderanno sberloni dagli alleati". Messo in disparte, in parte commissariato dai "tecnici" di Forza Italia, Domenico Siniscalco ha un giudizio netto su quella bozza di emendamento messa a punto dai forzisti per finanziare il taglio delle aliquote Irpef.
Forse non è arrabbiato, ma sicuramente non si aspettava che Silvio Berlusconi avrebbe impostato in questo modo la preparazione della riforma fiscale. E così, mentre la delegazione berlusconiana incontrava i rappresentanti dell´Udc e quelli di An, lui rimaneva al ministero. "Sto facendo un corso di sopravvivenza", si lamentava riferendosi al pressing di Palazzo Chigi. Sta di fatto che il menu studiato da Forza Italia per realizzare le tre aliquote fiscali, non convince l´inquilino di Via XX Settembre. "Certe cose sono serie - altre socialmente insostenibili e altre interessanti. Ma quella roba sulle pensioni e il pubblico impiego è devastante. Io valuterò tutto domattina (oggi, ndr.) e darò il mio parere". Nel mirino i "tecnici" del Cavaliere che fanno poco per celare lo scontro. "Siniscalco è un tecnico ed è stato un collaboratore di Amato - è la stoccata di Renato Brunetta -. E´ responsabile ma noi abbiamo preso anche i voti che lui non ha preso".

Gli uomini di Forza Italia, infatti, non hanno sottoposto un testo definito ma un insieme di proposte. Una lista da cui selezionare le voci che portino a tagli per 6,5 miliardi. Ma la risposta non è stata quella sperata: "voi proponete un emendamento e noi lo valutiamo. Non potete presentarci un menu. Il governo faccia le sue scelte". "Non spetta a noi - ha ammonito il responsabile economico dei centristi, Ettore Peretti - trovare i soldi per le coperture degli sgravi". Anche perché nel menu forzista ci sono una serie di misure impopolari come la chiusura di una finestra per le pensioni di anzianità, il blocco del turn over e aumenti ridotti per il contratto del pubblico impiego, imposte sulle sigarette e una sforbiciata ai dipendenti della scuola. In realtà sia An sia l´Udc sono pronti a votare l´emendamento voluto dal Cavaliere, ma senza intestarsi la responsabilità dei tagli voluti da Palazzo Chigi.
Senza contare che le osservazioni dei partner mettono in evidenza che quasi tutte le misure discusse sono di carattere non strutturale, a parte quelle sulla previdenza. Un rilievo che a maggior ragione ha messo in allarme il Quirinale, la Banca d´Italia e soprattutto l´Unione europea. La richiesta di modificare i canoni interpretativi del Patto di Maastricht risponde proprio al tentativo di berlusconiano di rendere meno pesante l´eventuale sfondamento del 3% nel rapporto deficit/pil.


Il premier tratta col Tesoro
In rivolta l'ala moderata degli azzurri
Marco Conti su
Il Messaggero

ROMA - "Non siamo noi ad opporci, adesso la resistenza più forte Berlusconi la trova nei numeri", commentava così ieri sera tra il divertito e lo sconcertato un autorevole esponente centrista. Il lavoro di messa nero su bianco dell'emendamento è infatti complicato per l'accavallarsi di provvedimenti che negli ultimi anni hanno già tagliato molta spesa corrente e per una proposta, messa a punto dai tecnici di Forza Italia, sulla quale ieri notte Berlusconi ha dovuto metterci mano in maniera sostanziosa dopo che i tecnici del Tesoro l'avevano di fatto demolita.

La quadratura del cerchio è quindi ancora lontana ed è per questo che nella serata di ieri dentro Forza Italia erano in molti a giurare che alla fine Berlusconi convocherà un vertice di maggioranza tra giovedì e venerdì per licenziare l'emendamento e distribuire all'interno della maggioranza onori e oneri derivanti dal taglio delle tasse. I problemi del premier non sembrano però finire perchè dentro Forza Italia è in subbuglio l'ala moderata e centrista del partito che, pur condividendo la ferma posizione del leader sul rispetto del programma, non sposa i toni dell'ala dei liberal e degli irriducibili del partito. Per ora i mugugni sono ancora sotto traccia, ma ieri dalla Lombardia sono giunti segnali di guerra nei confronti del premier che, secondo alcuni potrebbero saldarsi ai disegni - per certi aspetti alternativi all'attuale assetto della Cdl - di cui non fa ormai mistero mistero Giulio Tremonti. Se ieri sera Berlusconi si è lamentato con Siniscalco della cena dell'altra sera con Giovanni Bazoli, presidente di Bancaintesa, chissà che cosa dirà il Cavaliere dell'incontro che Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, ha avuto nei giorni scorsi con Tremonti e che poi Raffaele Fitto, governatore della Puglia, ha avuto con l'ex titolare del Tesoro.
Ieri mattina Berlusconi ha promesso a Formigoni, che non ha ancora digerito la permanenza di Paolo Romani alla guida della Lombardia, l'azzeramento di tutti i coordinatori regionali di Forza Italia e il ritorno di Claudio Scajola a via dell'Umiltà, senza però specificargli ruolo e mansioni dell'attuale ministro dell'Attuazione del Programma. Dentro Forza Italia la tensione resta alta e l'ala moderata e centrista del partito è in subbuglio. L'irritazione non è però solo nei confronti dell'ala liberal del partito, ma anche nei confronti della componente moderata della ”Casa delle Libertà” perchè - come spiega un azzurro "immaginando di logorare il premier stanno segando l'albero dove tutti siamo seduti".


Regionali, accordo vicino sulle liste unitarie?
I Ds: "Almeno siano prevalenti"
Ninni Andriolo su
l'Unità

Presentare la Lista unitaria "in un numero significativamente prevalente di regioni". La segreteria Ds prova a superare l'impasse delle polemiche con la Margherita cercando di non dare alibi al giochetto di chi punta al meno possibile presentando la Quercia come il partito "del tutto o niente". La nostra, spiegano in via Nazionale, non è la posizione di chi dice: o si fa scendere in campo il listone dappertutto o "si stacca la spina" e ognuno va in campagna elettorale per i fatti suoi. C'è una via di mezzo, infatti, tra “in Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e in ogni altro luogo” e il paletto del "sette su quattordici" fissato da Franco Marini. E se è vero che a decidere dovranno essere le realtà locali di Uniti nell'Ulivo, è anche vero che l'input che viene da Roma non sarà ininfluente per superare eventuali ostacoli in periferia.

"Dobbiamo arrivare a dicembre avendo fatto un scelta - spiega il diessino Vannino Chiti - Si decide insieme con Prodi. Lui è il presidente della Federazione, ma non si può scaricare tutta la responsabilità sulle sua spalle". Prodi, in queste ore, non entra pubblicamente nel merito del “caso” regionali. "Non possiamo imporre da Roma candidati o modelli elettorali - spiegano gli ambienti vicini al Professore - Decidano localmente le soluzioni migliori per il progetto dell'Ulivo e dell'Alleanza". Insomma: si affrontino i problemi regione per regione, a partire dalla scelta dei potenziali presidenti da mettere in campo. In sede nazionale, poi, si scioglieranno i nodi rimasti sul tappeto.
I Ds, intanto, spiegano che con il rientro di Prodi "il centrosinistra è nelle condizioni di accelerare la definizione del proprio progetto, consolidando l'Alleanza Democratica e la Federazione dell'Ulivo". Fassino, durante la riunione di ieri, ha posto con forza il tema della "accelerazione". E ha ipotizzato passaggi che non si risolvano esclusivamente nelle liste unitarie per le regionali. Il leader Ds ha parlato, infatti, di coordinamenti territoriali e dei gruppi parlamentari, dell'approvazione e dell'applicazione delle regole per il funzionamento della Fed e di iniziative concrete sul modello dei viaggi nei distretti industriali di Letta e Bersani, nel mondo del lavoro di Treu e Damiano, nella sanità di Livia Turco e Rosi Bindi. Un modo per far lavorare insieme, da subito, dirigenti dei Ds, della Margherita, ma anche dello Sdi e dei repubblicani europei.


Quercia verso il congresso
D'Alema e Fassino più lontani
Maria Teresa Meli sul
Corriere della Sera

ROMA — Al dibattito di ieri, in segreteria, sull'eventualità delle elezioni anticipate, non ha partecipato. Così non ha avuto modo di dire la sua rispetto alla linea dei vertici della Quercia preoccupati da un unico interrogativo: come dire di "no" allo scioglimento prematuro della legislatura, quando ogni giorno la Gad invoca il ricorso anticipato alle urne? Chissà, forse Massimo D'Alema avrebbe espresso gli stessi dubbi che ha confidato al quotidiano argentino Clarin: "Il nostro vero problema è quello di fare un'alleanza più coerente e con più credibilità. Sono abbastanza ottimista sulla possibilità di arrivare al governo, ma mi preoccupa il dopo".
Comunque, in questo ultimo mese, il presidente della Quercia ha avuto più di un'occasione per esprimere la propria opinione non sempre perfettamente collimante con quella di Piero Fassino. Tant'è vero che la decisione presa dall'ex premier di non presentare nei congressi di sezione la mozione del segretario (finora ha parlato solo alle assise della sezione a cui è iscritto) è stata interpretata, all'interno della Quercia, come una presa di distanza nei confronti di Fassino. Invece il presidente Ds l'ha spiegata in un altro modo: vuole mantenersi "super partes" nella tenzone congressuale, visto il ruolo istituzionale che ricopre. Lo stesso, peraltro, che ricopriva alle assise di Pesaro, però allora, evidentemente, la pensava in maniera diversa sull'istituzionalità dei ruoli.
Ma i sospetti che i diessini nutrono sull'atteggiamento di D'Alema nei confronti di Fassino hanno ragion d'essere? Certo, a giustificarli, non basta l'insofferenza dei dalemiani. Quella può avere un altro motivo d'essere: per esempio la decisione del segretario di andare via via sostituendo la "vecchia" classe dirigente con i cosiddetti "trentenni", tutti quadri a lui fedelissimi. Se i malumori dei dalemiani non giustificano questi sospetti, l'unica è vedere che cosa dice — e ha detto — lo stesso presidente della Quercia. Pubblicamente e non. Il primo segnale D'Alema lo ha inviato con tutti i crismi dell'ufficialità, in un'intervista all'Unità. Parlando del congresso ha detto: "Francamente non vorrei che con il venir meno di divisioni drammatiche, come conferma la non messa in discussione della leadership, ci sia una distrazione da questo appuntamento". E ancora, più avanti, ha auspicato che "il congresso non sia soltanto la registrazione dei voti", insomma, "una liturgia ripetitiva e autoreferenziale". Per un lettore esterno un messaggio vago e incomprensibile. Per i Ds, che sanno quanto Fassino si stia spendendo per raggiungere quota 82 per cento dei consensi, un segnale ben preciso all'indirizzo del segretario.
Qualche giorno dopo, questa volta al chiuso di una stanza, in una riunione del direttivo del partito, D'Alema ha usato il fioretto ma ha inferto ugualmente qualche stoccata delle sue. Prima ha parlato di "carenza di leadership". Poi, durante un "botta e risposta" polemico tra il segretario e il leader del Correntone Fabio Mussi, ha dato ragione a quest'ultimo. Infine, parlando delle riforme, ha aspramente criticato la decisione del centrosinistra di approvare a maggioranza la riforma dell'articolo quinto della Costituzione (operazione, questa, fortissimamente voluta da Fassino). Dal chiuso di una riunione alla luce dei riflettori di una tv: il presidente della Quercia, in un faccia a faccia con Cesare Salvi, è venuto incontro alla richiesta della minoranza interna che vuole modificare il meccanismo di elezione del segretario. Una richiesta a cui Fassino si è opposto in maniera molto determinata. "Certo — ha ammesso invece D'Alema — il meccanismo può essere rivisto perché irrigidisce la discussione".
Dunque, un susseguirsi di segnali che non sono passati inosservati tra i parlamentari ds. Come non è passato inosservato il fatto che gli assetti interni della Quercia stiano cambiando profondamente. Quello attuale non è più il "partito di D'Alema", come sotto le segreterie di Achille Occhetto e di Walter Veltroni. Non lo è più. Stanno rapidamente cambiando i quadri, in periferia, e i segretari di federazione, e, dopo il congresso, muterà radicalmente l'organigramma del gruppo dirigente nazionale. Cambierà anche il presidente della Quercia?


Torna la superpotenza russa, e non è un bluff
Giulietto Chiesa su
La Stampa

Alla vigilia di una serie di importanti summit internazionali, in cui incontrerà - tra gli altri - i massimi dirigenti degli Stati Uniti, della Cina e dell'Unione europea, Vladimir Putin ha annunciato che la Russia sarà presto in condizione di disporre operativamente di nuovi sistemi di armi strategiche nucleari "che le altre potenze non hanno e non potranno avere". Sebbene la dichiarazione - fatta di fronte agli Alti comandi delle Forze armate russe - contenesse un riferimento alla necessità di rafforzare le difese del Paese contro il terrorismo internazionale, è del tutto evidente che (poiché quest'ultimo non si combatte con testate nucleari multiple e missili intercontinentali capaci di portare bombe atomiche per 4,4 tonnellate a missile), il Cremlino ha inteso comunicare alle altre potenze nucleari, tutte nessuna esclusa, l'avvenuta sostanziale modificazione degli equilibri strategici.
Si tratta di una dichiarazione di enorme importanza. In primo luogo Putin conferma che la Russia, in questi ultimi quattro anni successivi all'uscita unilaterale degli Stati Uniti dall'accordo Usa-Urss (Abm - Antimissile balistico) del 1972, ha rivoluzionato il proprio sistema nucleare strategico. Washington viene informata che il suo Scudo spaziale, ancora in costruzione e che prevede una spesa complessiva superiore ai 120 miliardi di dollari, è già perforabile, quindi inutile.
Il presidente russo non indica nessuna delle potenziali minacce, ma è del tutto chiaro che gli Stati Uniti entrano nel novero dei bersagli: "Se ignorassimo alcune componenti della nostra difesa, come ad esempio lo Scudo nucleare e missilistico, ecco che altre minacce potrebbero crescere". Ma l'avvertimento è a 360 gradi. Anche la Cina fa parte del club. Mosca riafferma il proprio ruolo di potenza mondiale in perfetta solitudine: non promuove alleanze, semplicemente dice che, con le sue forze tecnologiche e scientifiche, ha risalito la china dello svantaggio.
E' dunque terminata l'era della cooperazione con una Russia considerata dall'Occidente come un partner importante ma minore. Adesso si dovrà discutere alla pari. Bush ha ricevuto appoggio e congratulazioni da Putin, ma il suo secondo mandato comincia in condizioni strategiche opposte a quelle con cui cominciò il primo.
La seconda questione riguarda la veridicità della dichiarazione di Putin. E' un bluff? E' una cosa seria? Le prime reazioni in Occidente e in Oriente sono state caute, ma nessuno sembra incline a ritenere che Putin stia giocando una partita a poker senza avere il poker. Del resto sono stati numerosi i segnali che Mosca ha sviluppato nuovi sistemi d'arma negli ultimi tempi. In particolare nel settore dei missili di crociera ipersonici. Le parole di Putin, associate ad alcune indiscrezioni anonime fatte filtrare nei mesi scorsi dai vertici militari russi, fanno emergere l'ipotesi che il sistema di testate multiple sia stato integrato con i sistemi di guida dei missili di crociera, rendendo le singole testate non intercettabili proprio perché non più balistiche.



   24 novembre 2004