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sulla stampa
a cura di P.C. - 23 novembre 2004


La parabola dei demagoghi
Curzio Maltese su
la Repubblica

La partita di poker che gli alleati di governo stanno giocando da mesi sulle spalle del Paese dovrebbe essere ormai al finale. Dove si scopre chi bluffa. Se è Berlusconi, con l´ultimatum (o penultimatum) sul voto anticipato in caso di mancata riforma fiscale.
Oppure se bluffano Fini e Follini a opporsi con sdegno alle berlusconate di bilancio che proietterebbero l´Italia fuori dall´Europa di Maastricht, verso la deriva sudamericana paventata da Bankitalia. Stavolta tutti sembrano decisi ad "andare a vedere" e almeno si capirà chi ha vinto o perso. Ammesso che si possa parlare di vincitori nel mesto spettacolo.
Se il premier fa sul serio, Fini e Follini dovranno inchinarsi, come del resto hanno già fatto innumerevoli volte, per evitare un massacro elettorale.
Altrimenti saranno guai seri per il Cavaliere. Nella sua lunga carriera da grande giocatore dell´imprenditoria e della politica, nessuno ha mai scoperto un bluff di Berlusconi. Ma la prima volta potrebbe essere quella definitiva, la fine dell´avventura.
Il rilancio di Berlusconi è una mossa a un tempo astuta e disperata. Il premier sa che senza tagli fiscali la sconfitta elettorale diventa soltanto una questione di tempo, subito o fra un anno. Fino a qualche settimana fa sperava ancora di cavarsela con l´ennesimo rinvio. In un raro momento di sincero realismo Berlusconi aveva ammesso che, grazie alle imprese dei suoi amici Craxi e Andreotti (un debito pubblico moltiplicato per otto dall´80 al ´92), ogni riduzione delle aliquote era di fatto impossibile.
Questa la bella eredità della memorabile classe dirigente spazzata via dai giudici cattivi e comunisti. Ma la saggia sortita di un Berlusconi finalmente statista non ha incontrato i favori del pubblico, soprattutto dei suoi elettori, abituati (da chi?) a favoleggiare Bengodi e paradisi fiscali.
Consultati i suoi aruspici del sondaggio, il premier ha dunque cambiato copione. Come si fa in tv quando l´audience crolla. Ed è tornato ai toni ispirati del profeta rivoluzionario, fino a minacciare crisi, dimissioni, maledizioni e soprattutto elezioni con liste separate, il moderno equivalente di una piaga biblica. Fini e Follini non gli hanno creduto, come ormai una solida maggioranza di italiani. Ed ecco l´ultimatum furbo e disperato. O riforma fiscale o morte (del governo). A costo di uscire dall´Europa, dopo aver millantato un´intesa con Berlino che invece non c´era. Anche a costo di far impazzire i conti pubblici e ritrovarsi con un danno concreto, sui mercati internazionali, assai superiore al minimo vantaggio immediato.
Nella parabola dei demagoghi arriva sempre il momento del rischio assoluto, della tensione eversiva. La parabola di Berlusconi è piena di queste "rivoluzioni dall´alto", dalla discesa in campo del ´93 alla sognante campagna elettorale del 2001, e finora gli è sempre andata bene. Stavolta è assai più difficile. La spinta propulsiva del movimento berlusconiano si è esaurita nella lunga e mediocre pratica di governo. Anche gli (ex) elettori di Forza Italia hanno capito che se uno vuole abbassare le tasse lo fa subito e non si riduce a fare il Bush dei poveri alla vigilia del voto. D´altra parte è anche difficile perfino per uno come Berlusconi interpretare la parte di Bush e al tempo stesso piangersi ostaggio del terribile Follini, detto "il ruggito del coniglio".
La verità è che la missione di questo governo si è compiuta nella difesa degli interessi del premier, dalla Cirami alla Gasparri. All´epoca la maggioranza era compatta, blindata.
Raggiunto lo scopo, ciascuno è andato per suo conto. Un po´ com´era accaduto al centrosinistra di Prodi, una volta centrato l´ingresso nell´Euro.
Una missione certo un po´ più nobile ma pur sempre limitata. La differenza è che nel centrodestra non esiste un´alternativa al premier. L´unico che può fare fuori Berlusconi, a destra, è Berlusconi. Ci sta infatti provando e forse, con l´aiuto di qualche ottimo consigliere, alla fine ce la farà.


La paura di logorarsi e i dubbi del Quirinale
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Il segnale più rumoroso è stato quello, senza dichiarazioni, arrivato ieri mattina dal Quirinale. Quattro righe scarse per informare che il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, aveva ricevuto il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio. E questo dopo che l'Istituto di emissione di via Nazionale aveva reso pubblico il suo ultimo bollettino economico: un condensato di parole prudenti fino allo scetticismo su un eventuale taglio delle tasse, da legarsi "ad un contenimento duraturo" delle spese. È stata la conferma dell'attesa, ma anche dell'apprensione con la quale si aspetta di capire quale sarà la "cura Berlusconi" sul fisco.
Oggi, il premier la rilancia contro tutti. Si indovina il fastidio nei confronti di un triangolo che fino a domenica poteva contare su Ciampi e Fazio, e sul presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini; ma che esclude quello del Senato, il berlusconiano Marcello Pera, ostile al rispetto del Patto di stabilità europeo. Oltre tutto, ieri ai primi tre sembra essersi affiancato il neoministro degli Esteri, Gianfranco Fini. È stato il leader di An, nella sua prima conferenza stampa a Bruxelles, a gelare FI difendendo Casini contro Pera.
Fini ha sostenuto che "dal governo Ciampi a quello di Berlusconi c'è stato l'elemento costante di far scendere il debito pubblico": l'Italia deve perseverare in "un comportamento virtuoso". Sarebbe stata la somma di queste uscite a spazientire il premier e a indurlo a rispondere a muso duro. Così, ieri sera da Palazzo Chigi è stato annunciato un articolo sul Foglio: un testo dai toni bellici, politicamente.
"Se le imposte si riducono in modo consistente e visibile, la corsa continua", scrive Berlusconi. "Altrimenti, la parola deve tornare agli italiani". Il segnale è, di nuovo, minaccioso; e rivolto ancora al centrodestra, con l'evocazione di elezioni anticipate. A prima vista, sembra una replica all'attendismo dell'Udc di Marco Follini. In realtà, l'attacco mira a colpire molto più di un alleato. Berlusconi afferma che c'è la copertura finanziaria per il taglio delle tasse; che in Europa sarebbe "fortissima la spinta a rivedere il vincolismo rigido del Trattato di Maastricht"; e che l'euro ha prodotto "un'economia asfittica". E "io e FI", avverte, "non siamo disponibili a voltafaccia".
Si indovinano la sensazione di non riuscire a convincere la maggioranza, e la paura di un logorio progressivo nel Paese. È indicativo il commento del presidente di Mediaset, l'azienda del premier, Fedele Confalonieri. "Il mio amico si stava impantanando", ha confessato. "Deve fare qualcosa per uscirne". E l'accusa di populismo? "Chi se ne frega", ha replicato. "Tanto, peggio di così non può andare...". Eppure, le cose potrebbero peggiorare, per l'Italia: soprattutto se si allentano i rapporti con il resto dell'Europa.


Il premier medita la spallata
Accorpare politiche e regionali
Marco Conti su
Il Messaggero

ROMA - "Se va avanti così vuol dire che non vuole occuparsi a lungo di politica estera". E' secco il giudizio che Silvio Berlusconi ha espresso sulle dichiarazioni di Gianfranco Fini. Chiuso nel quartier generale di Arcore il presidente del Consiglio aveva preparato i suoi ad accogliere con un fragoroso silenzio gli attesi affondi di Marco Follini.
Nel conto non aveva però messo le puntualizzazioni di Bankitalia ("taglio delle tasse senza aumentare il deficit") con conseguente salita del Governatore Fazio al Quirinale e l'affondo belga del neo ministro degli Esteri. Infatti quando Gianfranco Fini ha di fatto messo in relazione il taglio delle tasse con il tetto del 3 per cento escludendo ogni possibilità sia ad una rapida discussione del patto di stabilità che ad una sua possibile violazione, ogni proposito di pazienza è andato all'aria. E così al nervosismo per non avere ancora in mano la proposta di Forza Italia su taglio delle tasse e relative coperture, si è unita l'irritazione per alleati "ingenerosi" e "pronti a pugnalarmi alle spalle appena mi volto" e per una serie di "poteri che stanno lavorando per tagliarmi l'erba sotto i piedi".
Volano alti i falchi dentro Forza Italia e la chiacchierata di ieri del premier con Giuliano Ferrara ne è una conferma. Al direttore del ”Foglio” Berlusconi ha ripetuto - accentuandone i toni - il proclama di Bratislava "o le tasse o il voto", e tra gli azzurri comincia a serpeggiare un bel po' di pessimismo. Il manifesto pubblicato dal Foglio rappresenta, per dirla con Fabrizio Cicchitto, "un'indubbio alzo di tiro" perchè inquadra l'ultimatum di Bratislava in una cornice che riprende le motivazioni stesse della presenza di Berlusconi sulla scena politica.
Resta però il fatto che il presidente del Consiglio si stia rendendo conto delle difficoltà a rimettere assieme i cocci di una maggioranza sfilacciata e che stia prendendo seriamente in considerazione l'idea di far ”saltare il banco” per evitare - come raccontava ieri pomeriggio - "di essere cucinato a fuoco lento da qui alle elezioni regionali". Raccontano che Berlusconi sia una furia per la piega che hanno preso i rapporti dentro la ”Casa delle Libertà” tanto che la tentazione della spallata e del possibile ”incidente” per andare comunque al voto anticipato, non è più un'eventualità che spaventa il Cavaliere. Insensibile alle cautele di Gianni Letta, in questi giorni il presidente del Consiglio sembra trovare maggiore conforto nei ragionamenti degli ”irriducibili” di Forza Italia che cominciano ad accarezzare l'idea di un voto unico regionali e politiche.
"Alla fine la riforma fiscale si farà, ma tutte queste tensioni gli leveranno la maggior parte dell'efficacia - chiosa pessimista un ministro azzurro - sono anche sicuro che quando poi in primavera perderemo le regionali ci sarà qualcuno che chiederà le primarie e metterà in discussione la leadership di Berlusconi".


Ulivo, naufraga la lista unitaria
Monica Guerzoni sul
Corriere della Sera

ROMA — Alle Europee dieci milioni di italiani, quasi uno su tre, hanno scelto la lista unitaria di Romano Prodi. In primavera si torna al voto, ma alle Regionali il simbolo di "Uniti nell'Ulivo" probabilmente non ci sarà: al posto del ramoscello prodiano, che il Professore avrebbe voluto in tutte le regioni, gli elettori ritroveranno sulla scheda la Quercia di Fassino, la Margherita di Rutelli e la rosa di Boselli.
Rientrato proprio ieri in Italia, l'ormai ex presidente della Commissione europea è stato accolto così. Con una rissa verbale che rischia di ripercuotersi pesantemente sui destini della federazione ulivista, il nuovo soggetto politico che il leader designato dell'opposizione pensava come "nocciolo duro" della Grande alleanza democratica. I Ds chiamano in aiuto Prodi e accusano gli alleati di aver sabotato il listone per mettere un freno alla federazione. E la Margherita rinfaccia ai Ds di aver innescato la marcia indietro sulla spinta dei sondaggi.
Alla fine è accaduto quel che Prodi temeva, ha prevalso la difesa del "singolo interesse di parte": il timore del giovane fiore rutelliano di veder avvizzire precocemente la sua corolla non presentando il simbolo per la seconda volta consecutiva, la voglia dei Ds di sancire il primato nel centrosinistra e lo scatto d'orgoglio dello Sdi, costretto alla conta dopo che Rutelli e Marini hanno accolto nella Margherita il "petalo socialista" di Enrico Manca. Fino a due giorni fa i Ds sembravano i più convinti sponsor del listone, ieri invece il coordinatore della segreteria Vannino Chiti allargava le braccia e sospirava: "Se non ci sono le condizioni prendiamone atto. Per le liste unitarie ci sarà un'altra occasione". E che dire del senatore dello Sdi Roberto Biscardini? "Meglio andare al voto ognuno con la propria lista, in tutte le regioni e in tutti i comuni". D'altronde ci sono i dati, quei dati elettorali che il partito trasversale dei detrattori, convinti che "nel Sud più liste ci sono più voti si prendono", non si stanca di sciorinare.
La Calabria, ad esempio, dove il listone alle Europee ha preso 93 mila voti in meno rispetto alla somma dei partiti alle Provinciali. O la Campania, dove la lista unitaria è sotto del 3,8 per cento.
C'è chi dice che Fassino, Rutelli e Boselli aspettavano solo "l'occasione giusta" per rompere il giocattolo unitario e il pretesto lo ha offerto Franco Marini, fissando a 7 su 14 il numero massimo di regioni in cui schierare il listone. "E che facciamo, due campagne elettorali? Che confusione, questa strada per noi è impraticabile" è l'ultimatum di Roberto Villetti per lo Sdi.
Ora i Ds sperano che sia Prodi a trovare, come dice Luciano Violante, "una regola generale": passi per un'eccezione o due, ma il listone deve essere presentato nella gran parte delle regioni o niente. Prodi sembra intenzionato a non infilarsi nelle beghe romane almeno fino al prossimo vertice della Gad, che non si terrà prima di lunedì, quando Rutelli sarà rientrato dalla Cina e Diliberto dalla Siria. Può l'uomo che ha governato per cinque anni l'Europa e che si candida a "risolvere i problemi del Paese" fare da arbitro in una rissa tra le segreterie dei partiti? No, dicono i suoi, non può. Il Professore intende restare "super partes", tantopiù che la linea da seguire è stata fissata un mese fa, presenti Fassino, Rutelli, Boselli e la repubblicana Luciana Sbarbati: il rebus si risolve a livello locale e caso per caso, "l'importante è che si decida insieme".



In Egitto il summit sull'Iraq
Gabriel Bertinetto su
l'Unità

Ministri, diplomatici e funzionari di decine di paesi occidentali, arabi e mediorientali sono calati in successive folate sulle spiagge di Sharm El Sheikh, la cittadina sul Mar Rosso riconvertita ancora una volta, da prediletta meta permanente del turismo balneare italiano ed europeo, in capitale provvisoria del negoziato internazionale. Senza turbare più di tanto i piani vacanzieri delle migliaia di persone, che nel tiepido autunno egiziano affollano gli alberghi allineati lungo il litorale. Membri seriosi di autorevoli delegazioni governative, rigorosamente in giacca e cravatta, attraversavano le hall dei due hotel prescelti per il vertice sull'Iraq, mischiati ai clienti in calzoncini, maglietta o costume da bagno. Una promiscuità che giovava alla gradevolezza dell'ambiente e dell'atmosfera, ma forse un po' meno a garantire condizioni di sicurezza adeguate.
Il via vai è andato avanti con queste assai curiose modalità fino alle 17, quando i partecipanti alla conferenza si sono trasferiti in un settore riservato del complesso turistico. E i lavori sono iniziati, a porte chiuse, con la riunione dei ministri degli Esteri dell'Iraq e dei paesi confinanti: Siria, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita, Iran, Turchia. Dedicata ai temi della sicurezza alle frontiere (è stato fissato un nuovo incontro, a livello di ministri degli Interni, il 30 novembre a Teheran), ma anche ad una prima valutazione della bozza di risoluzione finale che oggi sarà sottoposta al vaglio degli altri invitati: i paesi del G-8 (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Canada, Giappone), i rappresentanti della Lega Araba, dell'Onu, dell'Unione Europea.
Il dibattito è stato apparentemente piuttosto intenso. Sono emerse due posizioni distinte circa l'opportunità di tenere le elezioni in Iraq alla data che il premier Allawi ha indicato due giorni fa, e cioè il prossimo 30 gennaio. Egitto e Giordania in particolare hanno ribadito l'opinione che sia meglio posticiparle se non si è in grado di garantire che si svolgano ovunque, compreso il cosiddetto triangolo sunnita, in cui gli atti di guerra, di guerriglia e di terrorismo proseguono senza alcun segno di attenuazione. Un autorevole esponente della Lega Araba, prima che i lavori iniziassero, aveva sottolineato in privati colloqui con la stampa estera, quanto sarebbe sbagliato lanciare alla popolazione sunnita irachena un messaggio che suoni come l'esortazione a "firmare un assegno in bianco". "Bisogna trovare il modo di reinserirli nel gioco -diceva il dirigente della Lega Araba-, fare capire alla componente moderata del mondo sunnita che nel nuovo Iraq sarà garantito loro un certo status, anche se non più l'assoluto privilegio di cui godevano sotto Saddam".

Esclusi dall'appuntamento di Sharm el Sheik, i gruppi iracheni dell'opposizione non violenta hanno cercato di arrivare per lo meno sino all'anticamera della conferenza, inviando una delegazione di undici membri, capeggiata dal leader della Lega per la difesa del popolo iracheno, l'ex-baathista Mazer El Delemi, e dal segretario del Comitato degli Ulema musulmani, Sheikh Harethi Eddani.
In una lettera divulgata ieri sera manifestano "l'appoggio ad elezioni libere" insieme alla "condanna del genocidio perpetrato dalle forze straniere di occupazione". E chiedono di essere ricevuti da Kofi Annan, da Solana, dai ministri degli Esteri di Francia, Siria, Turchia.


Il vertice del disaccordo
Lucia Annunziata su
La Stampa

Le Conferenze internazionali hanno una lunga tradizione di inutilità. Ad esempio, proprio a Sharm el-Sheikh nel 2000 si tenne l'ultima riunione sul Medio Oriente da un Clinton in affannosa rincorsa, sotto elezioni, di un accordo fra israeliani e palestinesi. Sfociò nella Commissione Mitchell, famosa per aver prodotto un solo rapporto e seppellita dalla seconda Intifada.
Per quel che riguarda il destino dell'incontro di stamattina, poche indicazioni sono più chiare del fatto che l'America vi è rappresentata da un Segretario di Stato bruscamente sfrattato dal suo posto per mancata coerenza con la sua stessa amministrazione. Certo, si può dire che nelle alte sfere di un Paese la rappresentanza rimane indipendentemente dalle persone, ma in questo caso l'avvicendamento fra Powell e la Rice non è avvenuto nel segno della continuità bensì del dissenso. Quale linea dunque va a rappresentare Powell, a chi manderà i suoi rapporti, che tecnicamente non avrà neppure il tempo di redigere? E' difficile pensare che se Condoleezza avesse davvero tenuto a questo incontro non avrebbe fatto in modo di esserci. La presenza di un Segretario di Stato scaduto dà dunque al vertice un segno fortemente negativo, che per i Paesi partecipanti è al limite della beffa.
D'altra parte la Conferenza è essa stessa un appuntamento occasionale, nata com'è non da un progetto, ma da una serie incatenata di calcoli elettorali. L'idea venne lanciata dal premier iracheno Allawi tre mesi fa, nel corso di un tour diplomatico per rendere accettabile la sua elezione e conquistare consensi internazionali per le prossime elezioni del 30 gennaio. Venne poi in fretta e furia abbracciata da Colin Powell nella coda della campagna elettorale americana per aiutare il Presidente sul fronte degli scontenti. E venne subito accettata da Europa, Russia e Cina nella segreta convinzione che avrebbe vinto Kerry.

Cosa resta dunque della Conferenza? Il sedersi insieme, il riunirsi sotto uno stesso tetto di Paesi in profondo contrasto. Un gesto che comunque lancia - mediaticamente, se non sostanzialmente - le elezioni prossime irachene sotto una copertura internazionale. Ma la sostanza del contendere rimane ferma. L'unica vera decisione che avrebbe dovuto scaturire da questa conferenza era l'annuncio dei tempi di un ritiro delle truppe Usa e britanniche. Ma le due nazioni hanno rifiutato di inserire nella mozione finale date precise, e in assenza di questo impegno, le relazioni internazionali rimangono al momento quello che sono.


Shoah, sulla Rete le storie di tre milioni di vittime
Fabio Isman su
Il Messaggero

ROMA Tre milioni di vittime della Shoah sono, da ieri, on line : le loro storie, e quelle delle loro famiglie, delle loro città sotto la morsa dei nazisti, dei ghetti in cui erano costrette, entrano direttamente nelle nostre case, attraverso i computer; diventa possibile compiere ricerche, almeno su metà dei sei milioni di martiri dell'Olocausto, partendo anche solo dal loro nome, e perfino dal Paese, o dalla città, in cui vivevano: le schede riportano quando e dove ciascuno di loro è stato arrestato, quando e dove è morto, chi è stato preso insieme a loro, e quale è la fonte di queste informazioni. Logicamente, l'iniziativa è di Yad Vashem: l'organizzazione di Gerusalemme cui (dal 1953, per decisione del Parlamento israeliano, la Knesset) spetta il compito di tener vivo il ricordo della Shoah e indagare le storie (anche minime) che hanno composto l'Olocausto, e che conserva 62 milioni di pagine di documenti, due milioni di testimonianze, 267.500 fotografie e migliaia di filmati in cui i sopravvissuti raccontano. Chiunque può collegarsi a questo formidabile database , al sito www.yadvashem.org.
"Non possiamo scrivere la storia completa delle vite di queste vittime, per ciascuna un mondo intero che si è estinto; ma almeno, salvarne per sempre il simbolo della loro identità, cioé il nome", spiega Avner Shalev, che presiede l'Istituto; "stiamo raggiungendo un'ora storica: la nostra è una corsa contro il tempo; vogliamo registrare quanti più nomi possibile prima che scompaia la generazione di chi meglio può ricordare". Anche da qui la decisione di immettere on line , a disposizione di tutti, i nomi dei tre milioni di vittime la cui sorte è stata già ricostruita con precisione. La loro storia può essere consultata partendo dal nome, la città di nascita, l'ultimo luogo di residenza, o il lager in cui sono morti. Per l'occasione, il Premio Nobel Elie Wiesel spiega che "ogni nome ha una storia, e tutte queste storie diventano “la Storia”; questo è un giorno speciale, perché crea un legame, un link , non solo con quanti sono morti, ma anche con chi ancora vive". E Simon Weil, sopravvissuta all'Olocausto, dice che "milioni d'ebrei assassinati diventano, così, davvero immortali".
Tra quanti hanno collaborato alla creazione di questa base di dati ora consultabile, c'è l'avvocato francese Serge Klarsfeld, uno dei pionieri nella ricerca sulla Shoah , le cui liste sono state incorporate negli elenchi che da ieri sono consultabili, e il figlio di un sopravvissuto, Yossie Hollander, divenuto frattanto un imprenditore informatico. Per quanto riguarda l'Italia, nel database sono confluiti i nomi, e le storie, raccolti ad esempio da Liliana Picciotto Fargion, nel suo Libro della memoria ; ma speciali indagini, per dirne una, possono essere anche compiute sul ghetto di Roma e sulla deportazione del 16 ottobre 1943. Come è noto, Yad Vashem attribuisce anche il titolo di “ Giusto tra le nazioni ” a chi abbia salvato qualcuno dalla Shoah ; finora, ne sono insignite 20.205 persone di 41 paesi, di cui 341 italiane; ora, dal sito on line , chiunque potrà aggiungere, alle testimonianze esistenti, anche la propria.


Ucraina, contro i brogli è rivolta
Giampaolo Visetti su
la Repubblica

KIEV - L´Ucraina è in rivolta contro i brogli alle presidenziali di domenica. Migliaia di persone si sono riversate ieri nelle strade a Kiev e Leopoli. Nella capitale, da domenica notte, la folla ha occupato piazza Indipendenza, cuore del Paese. Oltre centomila persone acclamano presidente il leader dell´opposizione, Viktor Yushenko, riformista filo-occidentale ufficialmente sconfitto al ballottaggio. Non riconoscono la vittoria di Viktor Yanukovich, premier uscente scelto da Leonid Kuchma e sostenuto dal presidente russo Vladimir Putin. Sono decisi a manifestare fino a quando le autorità non riconosceranno l´affermazione dell´opposizione democratica. Polizia ed esercito hanno intimato alla folla di interrompere subito le dimostrazioni e si sono detti pronti ad intervenire per "reprimere prontamente e con fermezza azioni contrarie alla legge". Dopo una giornata ad alta tensione, ieri sera la deputata Iulia Timoshenko ha invitato il popolo a "prendere d´assalto" il palazzo presidenziale. A tarda notte la piazza era ancora gremita di manifestanti.
Secondo la commissione elettorale, Yushenko avrebbe ottenuto il 46,70% delle preferenze, Yanukovich il 49,42%. Ai risultati, per essere ufficiali, manca poco meno dell´1% dei voti. Per il conteggio c´è tempo fino al 6 dicembre. La proclamazione della vittoria di Yanukovich ha innescato la ribellione. La media dei tre exit-poll, domenica notte, dava Yushenko vincitore con il 56%.

Appena conosciuti i risultati, a Kiev la folla ha iniziato a cantare l´inno nazionale, a gridare "vergogna", "libertà" e "democrazia". Dopo una notte al gelo, passata a festeggiare l´elezione di Yushenko e la fine dell´era Kuchma, la gente ha deciso di opporsi alla realtà proclamata dal regime. Il centro della capitale è stato chiuso al traffico. Sono state montate in piazza venti tende, una per ogni regione. Vengono distribuite bibite e pasti caldi, abiti. Migliaia di ucraini continuano a convergere con ogni mezzo sul luogo della protesta, ospitati nelle case degli altri insorti. Yushenko, con un discorso durissimo, ha invitato la folla a non cedere, a pretendere la verità. La sfida è aperta: "Resteremo qui fino alla vittoria". I consigli comunali di Kiev, Leopoli e Ivano Frankovsk hanno deciso di non riconoscere legittima l´elezione di Yanukovich. Leopoli ha dichiarato che risponderà solo agli ordini del leader dell´opposizione. Ieri sera la rivolta si è estesa a molte città e villaggi del Paese.
Oggi seduta straordinaria del Parlamento: l´opposizione chiede che l´assemblea sfiduci la commissione elettorale e che venga rifatto il conteggio. Ricorrerà ai tribunali. A insorgere sono in particolare la capitale e le regioni del centro, del nord e dell´ovest. Qui prevalgono l´ostilità verso l´ex Urss e la voglia di rapporti più stretti con l´Unione europea e con l´Occidente. Con il potere e con Yanukovich risultano schierati invece le zone ad est e a sud, la Crimea: russofone, dipendenti dalle miniere acquisite dagli oligarchi del clan Kuchma, legate alla chiesa ortodossa russa e a Mosca. In un discorso sulle tivù controllate dallo Stato, Yanukovich ha detto che "non si farà intimidere dal piccolo gruppo di estremisti, interessato a spaccare il Paese". Ha brindato alla vittoria e parlando da presidente ha lanciato segnali distensivi agli elettori dell´opposizione, invitando il popolo all´unità.


   23 novembre 2004