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sulla stampa
a cura di P.C. - 22 novembre 2004


Cresce il vantaggio del centrosinistra
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera

Almeno per ora, il centrosinistra mantiene una netta prevalenza nelle intenzioni di voto degli italiani. Sia in quelle "certe", sia nel mercato potenziale, costituito da chi, pur non avendo maturato un orientamento preciso, esprime una sorta di presa in considerazione per questo o quel partito o per questa o quella coalizione. Negli ultimi giorni il distacco pare essersi ulteriormente incrementato, probabilmente a seguito della "delusione" che continua a serpeggiare tra gli elettori del Polo. Molti tra costoro si sono ora rifugiati nel dubbio o nell' intenzione di astenersi. Ma la erosione di consensi per la Casa delle Libertà non è distribuita equamente tra le sue componenti, ciò che sollecita inevitabilmente la litigiosità interna, aggravando la crisi del centrodestra. Il calo di voti risulta infatti riguardare perlopiù il partito del presidente del Consiglio. Si tratta, con tutta evidenza, dell'espressione di una sfiducia (crescente negli ultimi mesi) nei confronti di Berlusconi.
Per tentare di arrestare questo trend, il Cavaliere ha dunque ipotizzato di ritornare al vaglio delle urne. Cercando non tanto di persuadere chi oggi dichiara di avere già scelto uno dei partiti di opposizione, quanto di incidere sul settore (anch'esso in espansione, di settimana in settimana) che afferma di essere indeciso sulla scelta o di non volere recarsi a votare. Si tratta di una porzione di elettorato imponente, oscillante (a seconda dei momenti) dal 30 al 40%.
Il profilo sociale di quest'area è per molti versi diverso da quello dei votanti per il centrodestra o per il centrosinistra. C'è una netta prevalenza femminile, costituita in larga misura da casalinghe, che un tempo costituivano uno degli "assi portanti" del consenso per FI. Ma il connotato forse più significativo è rappresentato dalla quota molto maggiore di giovani e giovanissimi (che ancora una volta si confermano più "lontani" dalla politica), mentre le persone oltre i sessanta anni appaiono decisamente orientate verso il centrodestra, tanto che si registra in quest'ultimo una forte presenza di pensionati. E nel centrosinistra si conferma la consueta accentuazione tra coloro che hanno oggi 40-60 anni, vale a dire la generazione di chi ha vissuto le vicende politiche degli anni '70.
In realtà non tutti gli indecisi sono "veramente" tali. Una parte, come si è detto, era, sino a qualche tempo fa, simpatizzante per il centrodestra e quindi può essere in qualche modo considerata più vicina al governo che all'opposizione. Un'altra (di entità leggermente superiore) esprime invece una qualche predilezione per il centrosinistra. Altri, la maggioranza, non indicano nessun orientamento. Ma tutti — o quasi — sono accomunati dal fatto di non interessarsi di politica e, di conseguenza, di seguire poco le vicende relative a quest'ultima. Costoro, che possiamo denominare "esterni", hanno spesso un atteggiamento assai critico — talvolta qualunquistico ("i politici sono tutti uguali") — sia verso il governo, sia verso l'opposizione. Si tratta di un pubblico molto sensibile alla figura del leader, particolarmente aperto ai messaggi più semplici, scettico di fronte a ragionamenti articolati o alle talvolta inevitabili complessità spesso presenti nella comunicazione di questa o quella forza politica. Proprio per questo è un settore di elettorato fondamentale per vincere, ma difficile da conquistare. E, forse in misura ancora maggiore, da "riconquistare".


Prodi boccia i tagli del premier
"Bisogna partire dalle imprese"
Marco Marozzi su
la Repubblica

BOLOGNA - Professore, lei arriva in Italia ed ecco Berlusconi che la spiazza sulle tasse. Romano Prodi è appena sceso dall´aereo, sospira, poi sorride amaro. "Se ci fosse la reale possibilità di abbassare le imposte, - risponde - la priorità dovrebbe essere ridurre quelle sul costo del lavoro. Non l´aliquota massima dell´Irpef. Abbassare le tasse è umano, non è giusto abolirne quasi la progressività. E non si possono barattare sanità scuola, assistenza con meno tasse".
Romano Prodi lo dice a Berlusconi. Ma su un altro piano si rivolge anche alla sua coalizione percorsa da quotidiane polemiche su ruoli, posti, posizionamenti e concorrenze elettorali. "Non si può vivere guardando solo al proprio interno come se tutto si risolvesse lì. No, basta aprire gli occhi. Se ti provincializzi sei morto il giorno dopo. Se si vuol vivere, costruire un futuro che tenga, non ci si può illudere di trovare le soluzioni in visioni ristrette. Il mondo va avanti, se ti provincializzi rimani indietro e finisci schiacciato. E´ come se rinunciassi già in partenza. Solo questione di tempo. E nemmeno tanto".
Comincia l´epoca di Prodi in Italia. Il professore dalla mezzanotte non è più presidente della Commissione europea. A Bruxelles si insedia Josè Barroso, questo è il primo lunedì da anni che Prodi resta a Bologna. Parte la sua strada verso Palazzo Chigi, il lungo cammino per battere Berlusconi alle elezioni del 2006. "Prego, intanto alle regionali di primavera". Nuova vita, nuovi impegni. "Ma portandosi dietro l´esperienza europea, fondamentale per il mio futuro". Ed è guardando al mondo che Prodi atterra sul caso Italia, taglio delle tasse di Berlusconi ovviamente in testa. "Bisogna avere ben chiaro - dice - che solo capendo e gestendo il livello internazionale si possono affrontare i nostri problemi. A partire dalle difficoltà delle nostre famiglie, della loro fatica, dolorosa, quotidiana, ad arrivare alla fine del mese, e dalla crisi di competitività delle nostre imprese. Su questo non esistono scorciatoie o ricette preconfezionate".
Non solo l´Italia, ma altri in Europa criticano il patto di stabilità della Ue e la Banca centrale europea per la sua inattività di fronte al super-euro attorno a cui danza il dollaro.
"Sapete da quando tempo lo dico? O ci decidiamo ad avere un´autorità che prenda le decisioni sulla politica economica europea, o progressi non ne facciamo. Non si possono paragonare Unione europea e Usa. Qui sono i singoli governi a decidere e l´Europa viene accusata poi di responsabilità che stanno da ben altra parte".

Ma l´Ulivo, più o meno mondiale? "Ripeto, guardiamo avanti".
"E´ la prima volta che porti tua moglie" lo ha salutato George Bush a Little Rock, mentre lui strabuzzava gli occhi nel rivedere politici di tutto il mondo e insieme far chiacchiere con divi come Kevin Spacey e Robin Williams. "Romano, io spero che tu vinca. Ma ricordati che Bush ha saputo mandare un messaggio forte, chiaro, semplice. Kerry invece è stato troppo complicato anche se è vero che il terrorismo non deve far dimenticare quanta gente sia povera qui in America" lo ha canonizzato Bill Bradley, mitica star della pallacanestro anche fra le "scarpette rosse" del Simmenthal, ex senatore democratico, ora alla testa di una merchant bank. A scovarglielo, in un "come eravamo, siamo, forse saremo", è stato Angelo Rovati, già presidente della Lega basket, suo rivale sui parquet italici, uno dei corazzieri della futura campagna elettorale del professore.
Prodi l´italiano saluta Bruxelles - "torno a metà settimana per il trasloco" - proprio mentre nella "capitale europea" arriva Gianfranco Fini alla sua prima uscita come ministro degli Esteri e che subito dopo volerà a Sharm el Sheihk per la conferenza sull´Iraq. Nostalgia? "Logico, ma una speranza. Sull´Iraq ricominciano gli incontri internazionali in un panorama mediorientale segnato anche dalla morte di Arafat. Potrebbe essere un nuovo inizio, anche se avviene fra immensi disastri. Speriamo che l´occasione non sia sprecata e l´Europa riesca finalmente a parlare con una voce comune".


Era meglio moderare le promesse
Giovanni Sabbatucci su
Il Messaggero

Diciamoci la verità. Un po' tutti avevamo pensato che il braccio di ferro ingaggiato sulle tasse fra le due anime della maggioranza (di nuovo schierate per l'occasione lungo la tradizionale linea di frattura: Forza Italia e Lega versus An e Udc) si sarebbe risolto col più classico dei compromessi: qualche taglio ai tagli delle tasse, qualche briciola in più a imprese e famiglie, nessuno sforamento (per ora) dei parametri del patto di stabilità. E non è affatto escluso che a un qualche accordo si finisca con l'arrivare. Ma evidentemente i compromessi diventano difficili, se non impossibili, quando le risorse mancano, o meglio quando possono essere reperite solo tagliando nella carne viva, cioè sulle aspettative consolidate o sui diritti acquisiti. Siamo arrivati così a una drammatizzazione dei contrasti quale non si era mai vista nemmeno nelle fasi più turbolente della non sempre facile convivenza fra i partiti della Casa delle libertà.
Ha cominciato Berlusconi reimpugnando la bandiera che momentaneamente sembrava aver ripiegato e sfidando apertamente i suoi alleati con la minaccia dell'arma totale (l'autodistruzione della maggioranza via elezioni anticipate). Dopo una breve fase di sconcerto e smarrimento, l'anima moderata ha replicato con le dichiarazioni del presidente della Camera: un altolà dai toni felpati, ma pur sempre un altolà. Ieri pomeriggio, in risposta, la bordata più pesante: quella sparata dal presidente del Senato, nel corso di una riunione di partito, contro gli alleati inadempienti, messi sotto accusa non solo per la loro linea di politica economica (il patto di stabilità usato come alibi), ma per i loro stessi caratteri costitutivi (un partito cattolico è oggi un non senso e una destra sociale è roba da Sudamerica). Insomma, l'anima liberal-liberista, di cui sembravano essersi perse le tracce, di nuovo in piedi, e in armi, contro l'anima cattolico-social-moderata che invece pareva aver preso il sopravvento nella fase “termidoriana” apertasi non molti mesi fa. Con la seconda e la terza carica dello Stato a svolgere il ruolo dei paladini dell'uno e dell'altro schieramento; e la prima in posizione di prudente riserbo, ma certo non di neutralità assoluta.
Ce n'è abbastanza per rischiare la rottura vera (e non solo mimata), anche a prescindere dalle intenzioni originarie dei contendenti. I quali faranno bene d'ora in poi a meditare sui loro errori, che non sono né lievi né pochi. Berlusconi dovrebbe ricordare che un leader politico degno di questo nome non si lancia in promesse mirabolanti, tanto più se circostanziate e rivestite di cifre, se non è ragionevolmente certo di poterle mantenere; e se non le mantiene (perché questo accadrà, anche quando riuscisse a spuntare il massimo oggi consentitogli), deve avere l'onestà di ammetterlo, senza incolpare gli alleati, l'Europa o la malasorte. Ma i moderati e i “sociali” hanno colpe non minori: dov'erano quando il capo della coalizione di cui erano parte formulava le sue promesse? Dov'erano quando Berlusconi le riproponeva, sia pur ridimensionate e dilazionate nel tempo? Pensavano forse che fosse tutta una burla?
Anziché a una burla rischiamo ora di assistere a una mezza tragedia, pregiudizievole non solo per le sorti future dell'attuale maggioranza (il che a molti potrebbe non dispiacere), ma anche per l'immagine complessiva e per la credibilità internazionale dell'intero paese, cosa che invece dovrebbe stare a cuore a tutti. Non c'è uno Stato serio, non un sistema politico funzionante, non un ceto politico affidabile se le decisioni-chiave di un governo quelle che dovrebbero qualificarne il programma al cospetto degli elettori vengono contrattate in extremis, in una trattativa convulsa che ha tutti i caratteri della rissa. Anche il deficit di credibilità ha, com'è noto, i suoi costi: e l'Italia non è oggi nella condizione di poterseli permettere.


Il patto di stabilità?
Stupido ma impedisce pasticci
Alfredo Recanatesi su
La Stampa

Proprio quando cominciava finalmente a maturare la disponibilità a modificarlo, il patto di stabilità che regola la convivenza dei dodici Paesi che hanno adottato l'euro ha riscattato la stupidità che con crescente consenso gli veniva attribuita. Proprio quando si sta discutendo una ipotesi di modifica che il commissario europeo per gli affari monetari ha presentato come base di discussione per procedere ad una sua riforma, il patto ha dimostrato che, anche così com'è, con la sua grossolanità e le sue rigidità, ha una funzione importante da svolgere. Una così emblematica ed inopinata occasione gli è stata fornita proprio dal governo che recentemente ha dimostrato la maggiore insofferenza nei suoi confronti giungendo a presentarlo come capro espiatorio di tutti i mali, dalla stagnazione dell'economia europea al presunto deficit di democrazia che si verificherebbe in quanto impedisce a governi democraticamente eletti di fare ciò che il voto popolare li legittimerebbe a fare. Questo governo è il governo italiano.
Il tema è quello della riduzione delle tasse. Quando ancora non aveva letto i dati della delusione che si è diffusa tra i suoi elettori in seguito al rinvio dell'alleggerimento dell'imposizione sui redditi personali, il premier aveva spiegato che quel rinvio al 2006 era in relazione con la sua fiducia che per quel tempo il patto di stabilità sarebbe stato modificato, offrendo così ai governi maggiori margini nella gestione delle finanze pubbliche ed, in particolare, a quello italiano la possibilità di ridurre le tasse senza i problemi di tagli che ora, invece, rendono difficile l'impresa. Nell'ansia di giustificarsi verso i suoi elettori, quindi, il premier aveva in tal modo dichiarato esplicitamente l'intento di finanziare la riduzione delle imposte sui redditi personali con un aumento del disavanzo, ossia con debiti; soluzione comoda quant'altre mai dal momento che consente di incassare subito il favore dei beneficiati e gettare l'incomoda contropartita sugli anni che verranno.

E così dobbiamo essere grati a quello stupido patto se al governo è stato impedito di ripetere quella sventurata esperienza di sostituire tasse con debiti. Questa sostituzione non sarà possibile neppure in futuro poiché il patto verrà, si, modificato, ma prestando la massima attenzione a che le modifiche non abbiano a consentire dilatazioni di deficit correnti o indulgenze verso quei Paesi - Italia in primis - che hanno un debito ancora molto alto e che, ciò nondimeno, pensano di poter ridurre le tasse. Quello stupido patto svolge così anche un ruolo pedagogico, nel senso che impone ai governi che legittimamente intendono ridurre le tasse, a provvedere ad una copertura contestuale ed adeguata, precludendo dunque la strada a concessioni demagogiche ma imponendo ai politici di fare politica, ossia di scegliere l'impiego delle risorse realmente disponibili. Non è un caso che, quando le posizioni del Fondo monetario, della Banca d'Italia, della Bce e di altri hanno escluso la possibilità di finanziare in disavanzo la riduzione delle tasse, la questione si è fortemente inasprita ponendo in opposizione il premier, per il quale la riduzione delle tasse è questione ormai vitale, con i suoi alleati, che non intendono certo caricarsi di un onere di impopolarità per una operazione che sarebbe lo stesso premier a poter vantare. Ecco perché si deve pensare che quel patto sia meno stupido di quanto si riteneva.


Il conflitto non risparmia le istituzioni
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

E' vero che, di questi tempi, a sollevare questioni di galateo istituzionale si corre il rischio, nel migliore dei casi, di passare per insulsi moralisti e bacchettoni della politica. Ed è vero anche che la maggioranza (proprio come l'opposizione) di tutto ha bisogno fuorché di ambiguità e di diplomatismi felpati. E' ancora più vero, però, che si resta di stucco nel vedere i presidenti di Camera e Senato ergersi a campioni dei due schieramenti che si contrappongono nella Casa delle Libertà.
Chiedere, anzi, pretendere, che le istituzioni siano risparmiate da questo scontro, e che la seconda e la terza carica dello Stato se ne tengano fuori, in primo luogo per la funzione di garanzia che sono chiamati ad esercitare, è il minimo. O dovrebbe esserlo. Sempre che non si interpreti la contesa politica come guerra di tutti contro tutti, senza regole, senza risparmio di colpi, senza prigionieri. Se anche questo livello di guardia venisse avventurosamente superato (e in parte lo è già stato) il centrodestra si assumerebbe una responsabilità gravissima. Perché la crisi politica della coalizione (che c'è, ed è apertamente dichiarata, e si manifesta davanti agli occhi di tutti) prenderebbe, ben prima di aver trovato un vincitore, le forme di una pericolosa crisi istituzionale. Nemmeno troppo sommersa.
Resta il fatto, naturalmente, che le affermazioni di Pier Ferdinando Casini e quelle di Marcello Pera non possono essere poste sullo stesso piano. A Casini, che aveva insistito sulla necessità di ridurre le tasse in modo "virtuoso", tenendo ben fermi l'equilibrio dei conti pubblici e il rispetto dei vincoli europei, ricevendone in cambio, come era ovvio, il plauso dei suoi amici dell'Udc e di Alleanza nazionale e le contestazioni di Forza Italia, si può forse rimproverare di essersi volutamente fatto trascinare nelle polemiche, ma nulla più: sarebbe a dir poco curioso il caso di un presidente della Camera che viceversa esortasse governo, Parlamento e forze politiche a infischiarsene dei conti e dell'Europa.
Diverso, molto diverso, il caso di Pera. Che ha parlato, è vero, come è suo diritto, da militante e dirigente di un partito, Forza Italia, in una assemblea di Forza Italia. Ma che, in quella sede, non si è risparmiato proprio nulla. Né nel merito della questione (i vincoli europei non possono essere utilizzati come "alibi") né a proposito di alleati riottosi e poco inclini a maltrattare i propri elettori per seguire Silvio Berlusconi sulla via del taglio delle tasse fin dal gennaio del 2005. Giungendo, a proposito di questi ultimi, quasi a metterne in discussione la legittimazione all'esistenza politica. La "destra sociale"? Un non senso, o meglio, forse, un ossimoro, buono forse per il Sud America, non certo per l'Occidente. I cattolici organizzati in partito nel centro del centrodestra? Dopo l'89, "un residuo inerziale della storia": e lo stesso discorso, a quanto sembra di capire, dovrebbe valere, in genere, per i "moderati", laici compresi. Può darsi, iperboli a parte, che lo studioso liberale Pera qualche ragione la abbia, anche se, riflettendo solo per un attimo sulla storia patria, che non comincia nell'89, e neppure nel '94 o nel 2001, è lecito dubitarne. Ma è singolare che il politico Pera solo adesso si accorga dell'esistenza di due o più anime, potenzialmente e forse non solo potenzialmente in conflitto, nella coalizione di cui fa parte. E ancora più singolare è che il presidente del Senato Pera sembri proporre di superare le vistose difficoltà della coalizione medesima cassandone quelle che gli risultano più lontane dalla sua concezione della democrazia liberale.


Ma l'Europa non è una scusa
Andrea Bonanni su
la Repubblica

Il presidente del Senato, Marcello Pera, seconda carica istituzionale del Paese, abbandona il ruolo di garanzia che gli compete istituzionalmente ed esorta di fatto a violare i parametri fissati dal Trattato di Maastricht. I limiti del debito e del deficit pubblico, dice, non devono essere "un alibi" per rinviare il taglio delle imposte. "Altri Paesi hanno potuto convivere con lo sfondamento di questi parametri", spiega con un evidente riferimento a Francia e Germania, che hanno superato il tetto del tre per cento dovendo però fare i conti con un debito pubblico che è poco più della metà del nostro.
Le dichiarazioni di Pera, rilasciate ad un convegno di Forza Italia, sono una risposta diretta e immediata a quelle del presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, che aveva invitato a trovare una soluzione della questione fiscale nell´ambito dell´equilibrio di bilancio e nel rispetto delle norme europee.
Esse aprono quindi uno scontro istituzionale al vertice dello Stato. Ma mettono anche in luce tutta la debolezza concettuale dell´approccio di Forza Italia alla questione del risanamento dei conti pubblici. Una debolezza resa evidente dal recente maldestro tentativo del governo di accreditare un fantomatico "asse" italo-tedesco per la revisione del Patto di Stabilità: ipotesi seccamente smentita ieri dal ministro delle Finanze tedesco, Hans Eichel.

Questa Costituzione materiale impedisce ai governi di acquistare consensi politici spendendo soldi che non hanno e facendo debiti che ricadrebbero sulle spalle degli altri partner comunitari e delle generazioni future: esattamente ciò che Berlusconi si propone di fare di fronte al fallimento della propria politica economica e in vista della scadenza elettorale ormai imminente.
È vero che le rigidità del Patto di stabilità possono, in momenti di stagnazione economica, risultare un ostacolo alla ripresa per questi Paesi che contano su bilanci sostanzialmente sani. Ma la riforma delle regole applicative di cui si sta discutendo non potrà comunque intaccare la sostanza della Costituzione economica europea, che è quella di vietare ogni forma di "deficit spending", soprattutto quando è mirato a comprare consensi politici a breve termine.
Se c´è qualcuno che usa i parametri europei come un "alibi", non sono dunque quelli che ne invocano il rispetto, ma chi, come Pera e Berlusconi, ritiene che essi siano forzabili o modificabili per far prevalere criteri di bilancio sostanzialmente illusori. Il dibattito sul Patto di Stabilità non è una discussione formale sul rispetto o meno di regole teoriche, ma un confronto sostanziale sull´onestà e la credibilità della politica economica.
Se anche non ci fosse la Costituzione materiale di Maastricht a impedirlo, un´operazione che tende ad aumentare il deficit per varare riduzioni delle imposte prive di copertura di spesa dovrebbe essere vietata dal buon senso e dall´interesse generale del Paese. A condizione che qualcuno se ne curi.


Lega, ricatti e bugie
Nicola Tranfaglia su
l'Unità

L'intervista che Umberto Bossi ha concesso ieri al settimanale svizzero “Il caffè” riempie un altro spazio vuoto nel puzzle che da alcuni giorni caratterizza il tormentato percorso di Silvio Berlusconi e della sua coalizione di fronte alle prossime scadenze elettorali e chiarisce, ancora meglio di quanto già si potesse supporre, le linee strategiche di un leader che è giunto ormai vicino alle tappe decisive di quest'ultima parte della legislatura.
Bossi - ed è forse l'unico in Italia in questo momento - confessa al giornalista di aver trovato cambiato “in meglio” il capo del governo ed è convinto di essere entrato nella storia grazie all'approvazione, peraltro non definitiva, della devoluzione federalistica ma non soltanto di questo si tratta.
Ci troviamo ancora una volta di fronte allo scambio (con reciproco ricatto sullo sfondo) tra il Cavaliere e i suoi alleati.
Il cedimento di Alleanza Nazionale in cambio di una poltrona da molto tempo ambita per Fini dopo i tanti bocconi amari ingoiati nei primi tre anni della legislatura mette in difficoltà Follini e la sua Unione di Centro ma conferma, ancora una volta, la qualità di padrone della coalizione ricoperta da Berlusconi, che cerca di apparire come il politico ostacolato dai cosiddetti tecnici, come Siniscalco, che non truccano a sufficienza i conti dello Stato per rendere possibile quello che non è consentito dai vincoli europei e dal semplice buon senso.
Berlusconi deve, ora, fare i conti con quello che ha scelto come alleato privilegiato nella coalizione, gli estremisti della Lega Nord, quelli che lo hanno sostenuto con particolare assiduità nei momenti di maggior disagio delle altre componenti dell'alleanza.
Sicché la concessione alla Lega di una delle presidenze delle regioni del Nord - con tutta probabilità la Lombardia dove è più forte il partito di Bossi - diventa un prezzo che occorre pagare per non aprire un altro fronte accanto a quello dei cattolici del centro destra.
Ma basta dare uno sguardo ai discorsi dei leghisti e alle dichiarazioni diffuse ogni giorno dal quotidiano padano e dalle emittenti radiofoniche e televisive del partito per rendersi conto del fatto che proprio la Lega è, all'interno della destra, la forza più vigorosamente razzista e più ostile al processo di unificazione europea.

Certo non è ancora deciso in quale regione avremo il candidato leghista: se in Lombardia al posto di Formigoni, in Piemonte al posto di Ghigo o nel Veneto al posto di Galan. Sarà Umberto Bossi a decidere, sussurrano Calderoli e i suoi colleghi nelle tre regioni ma questo, alla fine, importa abbastanza poco.
Quello che interessa i cittadini è lo scambio, o meglio ancora il ricatto, che caratterizza i rapporti tra la coalizione di governo e la sua alleata più estrema: un possibile presidente di regione per consentire che La Farnesina vada (anzi sia già andata) all'erede del movimento postfascista, che anche Follini faccia parte di un governo che cambia ad ogni soffio di vento, che ha cambiato quattro ministri degli Esteri ma resta sempre il secondo governo Berlusconi, dopo quello del '94.
Ma è possibile che nel nostro paese la costituzione sia lacerata ogni giorno nella sostanza e nelle sue procedure senza che si levi una voce forte di resistenza di fronte ai Bossi e ai Borghezio?
Sembra proprio di sì e che ai vertici dell'istituzione regionale si corra il rischio di vedere qualcuno che quella costituzione l'abbia già buttata nel cestino e insegua pertinacemente un verbo razzista e xenofobico con l'assenso di tutti quelli che sostengono l'attuale governo.


Bossi “vede” il ritorno e va all'attacco
Renato Pezzini su
Il Messaggero

MILANO - Un pranzo fra amici, l'hanno definito. Ma erano solo amici fidati, cosicché il pranzo ha assunto un significato politico. Bossi, padrone di casa; i suoi ministri Calderoli e Maroni; l'ex ministro Giulio Tremonti; il sottosegretario Brancher, in rappresentanza di Forza Italia. Il tutto dalle 13 alle 16, a Gemonio, con pane, salame, formaggio e telefonata finale a Silvio Berlusconi. Giusto per far sapere agli ”alleati” -cioè ad An e Udc- che anche nei giorni in cui il premier brandisce la minaccia di andare a elezioni anticipate da solo, il filo con la Lega è stretto. Strettissimo.
Entrando e uscendo dalla casa del senatur, gli ospiti han poco o nulla da dire: "Non abbiamo parlato di politica" mente Calderoli. "Abbiamo parlato di tutto, pure di tasse" ammette Maroni. Tuttavia, poco conta quel che si son detti. E' più importante il segnale lanciato agli amici-nemici del centrodestra in un momento delicato come questo. E non è solo per ottimismo, dunque, che i commensali si sono dilungati sulle ”splendide condizioni di Bossi”. Dicono di averlo trovato in forma, capace di alzarsi e sedersi da solo, in grado di rimanere lucido cinque ore di fila, "senza stancarsi". Insomma, un Bossi pronto a rientrare in politica a tempo pieno ("o quasi", come consiglia più realisticamente il neurolgo che lo ha in cura nei giorni feriali alla clinica svizzera Hildebrand) e, di conseguenza, pronto a dare una mano al ”suo amico Silvio”.

Le cronache riferiscono di risate, brindisi, battute. Quella di Tremonti, per esempio, che nel bel mezzo di una piccola discussione sulla riduzione delle tasse indica il plaid scozzese che sta sulle ginocchia di Bossi: "Ecco, abbiamo trovato la copertura". Battuta poi ripetuta al telefono a Berlusconi, chiamato all'ora del caffè per fargli sapere che il clima è buono. Almeno nei rapporti fra Forza Italia e Lega.
E che il clima sia buono, lo confermano le parole di Bossi, intervistato da un settimanale ticinese (ormai ha una predilezione per la stampa svizzera): "Sarò grato per sempre a Berlusconi: mi ha regalato il federalismo mentre io ero in un letto di ospedale". L'unico problema, è che il federalismo attende ancora di passare al vaglio del Senato e, si sa, gli agguati sono sempre dietro l'angolo, specie se questo asse del Nord dovesse alimentare il disappunto di Alleanza Nazionale e Udc. Ma anche per questo le parole di Bossi e l'incontro di ieri possono essere interpretati come un atto di forza.
Lo stesso vale per un altro problema sollevato dal senatur in vena di provocazioni. Mentre a Roma ci si scervella per cercare di trovare i soldi necessari per coprire l'eventuale taglio delle imposte, lui si scatena a sorpresa su questioni sanitarie: "Ormai le spese della Sanità sono troppo alte: bisogna trovare un rimedio sennò va tutto a rotoli. Ne parlerò con Berlusconi". Parole indigeste un po' a tutti, in particolare all'opposizione. Battisti (Margherita) e Cento (Verdi), infatti, replicano a stretto giro di posta: "Se questo è il programma del centrodestra per il 2006, gli italiani stanno freschi".


   22 novembre 2004