
sulla stampa
a cura di P.C. - 20 novembre 2004
Ciampi: la salute è un diritto
Carla Massi su Il Messaggero
Quella di Carlo Azeglio Ciampi è una risposta chiara a chi teme che l'Italia venga divisa in ventuno sanità diverse. A chi vede nella devolution un possibile attacco ad un diritto base dei cittadini, la salute. Il Presidente assicura ed esorta: "Dobbiamo aver cura di difendere e migliorare questo sistema sanitario nazionale ha detto al Quirinale durante la celebrazione della Giornata per la ricerca sul cancro . E' una delle istituzioni più preziose che l'Italia ha saputo costruire per il proprio benessere". Le sue parole si riferiscono al pubblico e al privato. Volge lo sguardo ai ricercatori, per i quali chiede maggiori risorse economiche, ai pazienti e a tutti quelli che hanno in mano il governo della salute. E insiste: "L'attuale sistema, pur con tutti i suoi problemi, riesce a far fronte nel complesso in modo soddisfacente ai bisogni dei cittadini, indipendentemente dal loro livello di reddito. Il diritto alla salute è una delle forme fondamentali in cui si esprime il diritto all'uguaglianza". In un sistema sanitario nazionale che, è lo stesso Ciampi a dirlo, "funziona bene ma si può ancora migliorare".
Si compiace il Presidente dei traguardi raggiunti dalla ricerca ("la strada è tracciata, ma la meta è ancora lontana"); loda il modello salute italiano ("fatto di principi equilibrati, di una alimentazione sana, di una buona conoscenza della prevenzione"); consegna il premio Guido Venosta della Fondazione italiana ricerca sul cancro al professor Alberto Mantovani dell'Istituto Mario Negri; si stupisce del robot "grande come una goccia d'acqua che scruta il nostro organismo"; si augura che la "fantascienza più avanzata si traduca in realtà" e poi si rivolge direttamente agli italiani. Li sprona con il garbo e l'eloquio di un buon vecchio medico di famiglia: sì alle terapie e ai medici, ha detto in sintesi, ma i primi paladini della vostra salute siete voi. "Ciascuno deve divenire protagonista attivo e consapevole delle scelte che riguardano la propria salute".
Un rafforzamento dell'appello lanciato pochi minuti prima dal ministro della Salute Sirchia che, parlando a nome dei ricercatori e degli oncologi, ha esortato i pazienti "a non affidarsi ai maghi ma a credere nella scienza". A non versare fiumi di denaro a chi imbroglia, chi dice di guarire con arti che poco hanno da spartire con la medicina e il rigore scientifico. Sirchia si è riferito proprio a movimenti antiscientifici. A, evidentemente, un latente pericolo capace di aggredire soprattutto chi ha meno mezzi per difendersi. E, spesso, chi sta davvero male.
Nella sala dei Corazzieri c'è Umberto Veronesi che invita a "superare l'oscurantismo" e conforta ricordando che la mortalità per cancro continua a diminuire e c'è Sirchia che è preoccupato "della paura della gente". "Quando la magia tocca la salute ha detto tradisce la fiducia che la gente le riserva, allontanando il malato dalla medicina e dal medico. E questo con disastrose conseguenze non solo economiche, dietro ci sono spesso piccole truffe, ma anche per la salute". E proprio sul fronte economico rischiano di impattare ricerca, assistenza e terapie. Ciampi chiede maggiori finanziamenti, Sirchia riscopre l'orgoglio dello scienziato ("contro i tumori abbiamo raggiunto ottimi livelli"), ma non può non ammettere che l'Italia "vive un momento difficile tra limiti finanziari".
Dietro gli aut aut un'intesa che non c'è
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Si tratti di ultimatum, avvertimento o semplice esortazione agli alleati, ieri, da Bratislava, Silvio Berlusconi ha fatto capire che non è finita. La nomina di Gianfranco Fini alla Farnesina non ha rafforzato il governo, né risolto il braccio di ferro sulle tasse. Anzi, in qualche modo lo sta drammatizzando. È come se, dopo avere risolto il problema del ministro degli Esteri, il presidente del Consiglio avesse deciso di occuparsi dell'unica cosa che davvero gli preme; e su quella fosse disposto a giocarsi l'intera legislatura. "Forza Italia" ha avvertito, "chiederebbe nuove elezioni senza il supporto di alcuni alleati che non vedono nella riduzione delle tasse una manovra economica necessaria".
Il messaggio è netto: o il fisco, o le urne. Il motivo per cui ha deciso di inviarlo, però, sembra meno decifrabile. C'è chi vede un Berlusconi disperato, a caccia di un alibi per andare al voto anticipato; oppure sicuro di piegare An e Udc al "sì" alla riduzione delle tasse invocata da FI e Lega. Qualcuno, però, fa notare anche che da qualche giorno il fronte berlusconiano descrive un premier nostalgico del "periodo rivoluzionario" di una decina d'anni fa; e determinato a rinverdirlo.
È possibile che Berlusconi sia stanco di mediare con gli alleati. E abbia maturato la convinzione che l'elettorato da lui si aspetta decisioni e soluzioni, non marce indietro. Eppure, a marcare il cambiamento di clima rispetto al passato sono proprio le reazioni del resto del centrodestra. Fini, beneficiario dell'ultima trattativa di governo, ieri ha detto che i progetti fiscali di Palazzo Chigi sono gli stessi di An; ma anche che debbono portare voti.
Non solo. Il neoministro degli Esteri ha negato che Berlusconi abbia voluto minacciare gli alleati: per Fini, "il governo finirà la legislatura" e non ci saranno elezioni anticipate. Ma il vero messaggio che manda è lo smarcamento dalle questioni sulle quali la maggioranza sta litigando. Lasciando la guida del partito, il capo della destra dice a Palazzo Chigi che d'ora in poi gli interlocutori saranno i membri del triumvirato di An. Tutti sanno, però, che La Russa, Alemanno e Matteoli, hanno idee divergenti in materia fiscale; e dunque l'unità d'intenti "strategica" con Berlusconi può significare molto o poco.
Per questo, quando il premier annuncia un emendamento alla finanziaria con le nuove proposte, An replica che "non risulta un testo unitario della maggioranza". E mentre il ministro leghista, Roberto Calderoli, teorizza lo sforamento dei vincoli europei "di un punto pieno del Pil" per finanziare i tagli, a gelarlo è un altro ministro di An, Alemanno: "Sarebbe un salto nel buio". Ma soprattutto, colpisce il silenzio dell'Udc. In fondo, l'aut aut sul voto anticipato sembra destinato a Follini, così come la pressione crescente perché entri al governo. La risposta, invece, è l'attesa silenziosa e ostentata per l'emendamento di Berlusconi. Sotto, si indovina la convinzione inconfessabile che difficilmente il premier riuscirà a mettere d'accordo tutti.
Berlusconi, sfida agli alleati
"Tagli all´Irpef o al voto da soli"
Claudio Tito su la Repubblica
BRATISLAVA - O si tagliano le tasse o la Casa delle libertà si spacca e si va a elezioni ognuno per conto proprio. Ad appena 24 ore dalla nomina di Gianfranco Fini alla Farnesina, Silvio Berlusconi va dritto all´incasso. E da Bratislava, dove ha incontrato il premier slovacco Mikulas Dzurinda, emana il suo editto: le nuove aliquote Irpef scatteranno tra 40 giorni, nel 2005. Un maxi emendamento alla Finanziaria è già pronto. "Non sarà indolore, ma necessario". L´editto di Bratislava è tanto netto quanto dirompente per i rapporti all´interno della maggioranza.
"Non ci sarebbe un Berlusconi bis - avverte senza giri di parole -. Ci sarebbe il ricorso a nuove elezioni e si avrebbe una Forza Italia che si presenterebbe senza rapportarsi con alcuni alleati che non vedono nella riduzione delle tasse una manovra economica necessaria". Se, insomma, An e Udc non avessero capito, adesso devono rapidamente scegliere tra la linea del premier e l´avventura elettorale solitaria.
Parole pesantissime che il Cavaliere ha premeditatamente voluto pronunciare davanti ai giornalisti e alle telecamere italiane. Finita la conferenza stampa ufficiale, si fa infatti circondare dalla stampa nostrana. Un accenno alla questione fiscale e via con l´ultimatum. Una linea concordata giovedì sera in Via del Plebiscito con i vertici di Forza Italia. In quell´incontro il presidente del consiglio aveva chiamato a raccolta il suo partito: "Questa volta la minaccia delle elezioni deve essere concreta. Dobbiamo far capire che si scassa la coalizione e nessuno potrà nascondersi dietro gli alibi. Fini ha avuto quel che voleva, ora dia risposte chiare. Se non si toccano le aliquote, questo governo si baserà su un nuovo equilibrio. Non possiamo accettarlo, sarebbe devastante per noi". Il Termidoro invocato da Follini è come fumo negli occhi dei forzisti. Nella conferenza stampa congiunta con il leader slovacco, allora, prende subito ad esempio la riforma fiscale di Bratislava che ha introdotto un´unica aliquota al 19 per cento. Se la prende con i parametri di Maastricht, con l´"ottusità" della Banca centrale europea che non difende l´euro dalla svalutazione corsara del dollaro e quindi con i partner della coalizione per le ritrosie sulle sforbiciate alle aliquote.
Un´inversione di marcia rispetto alla scorsa settimana. I sondaggi e gli editoriali di quei quotidiani che sostengono il centrodestra, del resto, sono stati un campanello d´allarme. "Avevo pensato - ammette - che gli italiani capissero che non era un venire meno al programma, ma semplicemente una sua diversa rimodulazione. Così non è stato recepito nemmeno dai giornali che normalmente non sono critici verso il governo, quindi ho ritenuto che non si potesse che procedere secondo quanto annunciato".
Il progetto berlusconiano prevede allora "quattro tappe": la prima nel 2005, la seconda nel 2006 e "se gli italiani ci confermano la fiducia, nel 2007 e nel 2008". L´obiettivo è arrivare ad una pressione fiscale "sotto il 40%". "La copertura giusta è già stata trovata", assicura. Ma i riflettori di Palazzo Chigi sono puntati in primo luogo sui partner. Il premier li mette in un angolo. Non è un caso che pur trovandosi all´estero neanche cita la nuova nomina di Fini alla Farnesina e quando un giornalista gli fa notare che Follini non sembra gradire la sua linea, si limita a rispondere con un pizzico di fastidio e con molta indifferenza: "Questo non lo so, chiedetelo a lui.".
Gli scontenti sono al 40%
La tentazione della spallata
Renato Mannheimer sul Corriere della Sera
Il presidente del Consiglio ha prospettato la possibilità di indire nuove elezioni se, anche a causa delle resistenze di alcuni tra i suoi alleati nel governo, non riuscirà a diminuire significativamente la pressione fiscale. Dal punto di vista delle strategie comunicative e, forse, anche di quelle politiche, la dichiarazione del Cavaliere appare per molti versi comprensibile. Il governo ha sperimentato nei mesi passati, con una accentuazione proprio nelle ultime settimane, un forte calo di popolarità a causa del mancato mantenimento, a giudizio di segmenti importanti di popolazione, dell'impegno preso a suo tempo riguardo alle tasse
E la diminuzione di queste ultime rappresenta ancora oggi per l'elettorato di Forza Italia, diversamente dai votanti per tutti gli altri partiti compresi quelli del centrodestra, il provvedimento più importante che il governo dovrebbe assumere in questo momento. Non a caso, sempre tra gli elettori di FI, si registra un altissimo tasso di delusioni più del 40% per le decisioni in materia fiscale recentemente annunciate. Tutto ciò ha già portato a un vistoso decremento delle intenzioni di voto per il centrodestra e, in particolare, per FI, il cui seguito è stimabile oggi attorno al 20%, a fronte di quasi il 30% conseguito nel 2001 e il 21% ottenuto solo pochi mesi fa in occasione delle Europee.
Per fermare questo trend, Berlusconi può scegliere, tra le altre, due strade, entrambe perigliose. Da un verso, tagliare effettivamente le tasse, riconquistando così, almeno in parte, la fiducia dei sostenitori, ma andando incontro a forti frizioni (se non alla rottura) con gli alleati; e, quel che è più preoccupante, a un possibile peggioramento dei conti pubblici, con conseguenze negative da molti punti di vista. D'altro canto c'è la possibilità di tentare nuove elezioni politiche, riproponendo il modello comunicativo più volte sperimentato e foriero di tanti successi in passato: quello del "difensore degli interessi e dei diritti dei cittadini che pensano al lavoro e alla famiglia", prospettando ancora la battaglia per la riduzione delle tasse in opposizione al "palazzo" e ai politici "romani" tradizionali. Non è possibile prevedere l'esito della riedizione di questi contenuti, magari in alleanza con Bossi che, in forme diverse, li aveva proposti già prima del Cavaliere. C'è al riguardo un ampio mercato elettorale potenziale, costituito dai numerosi scontenti e disillusi dalla politica, stimabile, secondo alcuni, in quasi il 40%. Ma riuscirà Berlusconi a ritornare credibile tra costoro? Di certo, appare irrealizzabile l'idea di ottenere la maggioranza assoluta e avere così la possibilità di decidere, almeno per un certo periodo, senza condizionamenti, come in un'azienda. Tuttavia, pur non raggiungendo quest'obiettivo, un eventuale buon risultato elettorale potrebbe riaffermare il ruolo del Cavaliere nella politica italiana, frenando l'erosione di consensi che, per ora, caratterizza sempre più la sua immagine.
A Palazzo Chigi regna il sondaggio
Giorgio Bocca su la Repubblica
Ora gli italiani incominciano a capire quale è la vera natura, la vera definizione umana del cavalier Silvio Berlusconi: sovversivo. Irresistibilmente sovversivo rispetto a tutto ciò che contrasta i suoi interessi: giustizia, economia, politica, tradizioni e istituzioni. Non a caso la sua carriera di imprenditore è cominciata a Milano 2 con la violazione o l´aggiramento delle regole ambientalistiche ed è continuata con la creazione della sua televisione privata aggirando la legge della diffusione nazionale. Ora il suo sovversivismo sta allargandosi a tutti i campi della umana convivenza. Il Cavaliere ci ha appena fatto sapere che per lui la politica in pratica non esiste, non esistono i partiti, la pubblica opinione, la separazione dei poteri, la secolare costruzione di uno Stato liberale capace di rappresentare e di conciliare gli interessi.
Esiste solo un mercato di cui sono supremi arbitri i sondaggi, e sono essi a decidere tutto nella stanza dei bottoni, anche il taglio delle tasse. È per questa profonda convinzione che egli minaccia i suoi alleati e gli oppositori di presentarsi da solo alle elezioni, sicuro di ottenere almeno il cinquanta per cento più uno dei voti. E il progetto fra la minaccia e il ricatto, non viene accolto dai suoi alleati come una rodomontata, ma con un certo timore: come qualcosa fra il serio e il pazzesco che potrebbe anche essere possibile. Sovversivo in politica è colui che sovverte lo status quo senza chiedersi se sia possibile e che effetti possa avere per il futuro del Paese.
È il modo di ragionare del sovversivo Berlusconi per la sua idea fissa di ridurre le tasse. Non ci sono i soldi? Non c´è la copertura finanziaria? La inventiamo, prendiamo i soldi agli statali, li togliamo alla ricerca, alla sanità, alla scuola e magari ai pensionati. Ma, dicono i suoi alleati, come si fa: noi di An siamo i tradizionali protettori degli impiegati pubblici, noi dell´Udc esistiamo in quanto protettori del ceto medio debole. Aggiustatevi, grida il sovversivo dalla idea fissa, lui queste tasse deve ridurle perché è il solo modo, gli dicono i sondaggi, e i giornali a lui vicini, di conservare il potere politico. Il sovversivo non si accorge che il suo è un modo di confessare che non esiste una vera compagine governativa, con un progetto comune, che non esiste una leadership vera capace di sfidare i sondaggi per il bene del Paese, che non esiste una politica ma una temporanea associazione di interessi diversi e inconciliabili e in balìa delle onde. Berlusconi non è l´inventore del capitalismo estremo di cui il profitto a tout prix è il propulsore incontrollabile. Questo capitalismo che sta governando o sgovernando il mondo è lo stesso che sta alla base del militarismo imperiale, delle guerre sbagliate. Non è affatto un caso se il nostro basa il suo potere sull´amicizia di due personaggi come Bush e come Putin convinti che il buon governo consista nel rilancio del potere atomico e missilistico. Ma non dovrebbe essere difficile a uno come lui che è anche furbo e opportunista, capire che il governo sovversivo del mondo non ha futuro, che bisognerà in qualche modo tornare a rapporti di civile convivenza. Il nostro premier ha dei gusti bulgari nella scelta dei luoghi dei suoi proclami sovversivi. Dalla Bulgaria ci fece sapere che la libertà di stampa era un´anticaglia superata e che il potente poteva anzi doveva sbarazzarsi dei suoi critici. Ora da Bratislava, dalla piccola Repubblica che si è staccata dalla civile Boemia, annuncia il suo programma sovversivo: ristrutturare lo Stato, "operazione non indolore, non facile ma necessaria". Ma il sovversivo muove guerra non solo al suo Paese, vuole riformare l´Unione europea. "Bisogna battere il ferro perché cambi questa situazione, bisogna arrivare come minimo al cambiamento dei criteri interpretativi di Maastricht e della politica della Banca centrale europea". Fermatelo per carità.
Farnesina e moschetto
Roberta Carlini su il Manifesto
Farnesina e moschetto, ministro perfetto. Nel nostro piccolo, un complesso militar-industriale lo abbiamo anche qui in Italia. E vanta ottimi rapporti - oltre che con il complesso militar-industriale n. 1, quello apparentato con il Pentagono - con il neoministro degli esteri Gianfranco Fini. Il cui arrivo alla Farnesina è perfettamente coerente con l'indirizzo preso ormai da qualche anno dalla nostra industria degli armamenti: che è poi l'unica industria pubblica di successo rimasta. Si chiama Finmeccanica, è il regno incontrastato di Pierfrancesco Guarguaglini, manager di lungo corso da qualche anno legatissimo a Gianfranco Fini. Un tempo alla holding Finmeccanica facevano capo tante cose, dall'energia ai treni. Ancora oggi sono svariati i settori "civili" in portafoglio (molti di essi in forte crisi), ma la testa e il cuore della holding è nell'aerospazio e nella difesa. Settori che hanno il vantaggio di sfuggire alle rigide direttive europee contrarie agli aiuti di stato ("sicurezza nazionle", è la parola magica per poter mantenere il controllo pubblico senza che quelli di Bruxelles rompano le scatole) e hanno molto a che vedere con la politica estera del paese. Non a caso, appena finito il breve regno di Renato Ruggiero l'Italia ha svoltato nettamente verso gli Stati uniti, oltre che nella politica estera, anche nelle alleanze economico-militari: meno Airbus, più Lockheed e Boeing. Così, l'industria italiana è uscita dal consorzio europeo dell'aerospazio - o quantomeno è uscita dal tavolo principale, pur facendo il fornitore di pezzi - per diventare un partner o un fornitore dei grandi produttori americani: con Boeing, fa l'aereo cisterna B767, progetta il "Sonic Crusier", partecipa ai programmi per lo scudo spaziale e per un aereo da combattimento di nuova generazione (il Joint Stright Fighter) e altre amenità; con il fondo di investimento del clan Bush ha comprato Fiat Avio (30% Finmeccanica, 70% Carlyle); con i britannici della Baesystems ha tentato un megabusiness nell'elettronica per la difesa, che però è ancora fermo all'istruttoria. Grandi successi poi nell'elicotteristica, con l'Agusta che si è comprata la Westland e compete con fondate speranze di successo per fare il nuovo elicottero presidenziale di Bush.
La partita all'Onu e le carte di Fini
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Nella nuova veste di ministro degli Esteri, Gianfranco Fini è atteso da una congiuntura internazionale ricca di insidie, ma un tema in particolare, tra i tanti che lo terranno impegnato, si segnala per la sua doppia e contraddittoria natura: da un lato la riforma del Consiglio di sicurezza dell'Onu non è per domani e tende a scivolare sotto il tavolo quando la guerra in Iraq o il confronto israelo-palestinese ci impongono la loro drammatica urgenza; dall'altro l'interesse nazionale italiano è in gioco al Palazzo di Vetro più di quanto lo sia nella gran parte degli altri dossier, e richiede dunque un impegno forte e sistematico.
Nelle sue grandi linee, la questione è nota da anni: nuovi Paesi vogliono entrare nell'olimpo decisionale del Consiglio, e in un primo tempo l'Italia si è validamente difesa patrocinando l'introduzione della maggioranza dei due terzi per l'approvazione della riforma. Questo scudo protettivo è tuttora in vigore, ma l'inadeguatezza dell'Onu davanti alle molteplici crisi del nostro tempo ha dato nuovo slancio alla voglia di novità e, quel che più conta, gli Stati che aspirano a un seggio permanente in Consiglio si presentano oggi agguerriti e organizzati come mai in passato.
Le candidature ufficiali di Germania, Giappone, India e Brasile prospettano per l'Italia una serie di conseguenze politiche gravi. Rimarremmo, come siamo già oggi, assenti dalla quota permanente del Consiglio di sicurezza. Ma in più risulterebbe svuotato il Gruppo degli Otto del quale invece facciamo parte (soltanto Italia e Canada non avrebbero il doppio cappello Onu-G8), e con l'ingresso della Germania saremmo l'unico dei "quattro grandi" europei a restare escluso dai seggi permanenti del Consiglio. Non occorre indulgere al velleitarismo per constatare che in un simile scenario l'Italia subirebbe un netto declassamento internazionale.
Come correre ai ripari? Giocando contemporaneamente su tavoli diversi. Nell'Assemblea dell'Onu ogni voto conta, e perciò ogni voto va cercato. Non devono lasciarci indifferenti le gelosie del Pakistan verso l'India, dell'Argentina verso il Brasile, della Cina (che ha un diritto di veto) verso il Giappone. Non può sfuggirci che gli Usa (altro diritto di veto) si sono finora sbilanciati favorevolmente soltanto con Tokio, senza contare che il loro desiderio di rilanciare l'Onu rimane dubbio.
Israele, le foto della vergogna
In posa con i cadaveri dei nemici
Alberto Stabile su la Repubblica
GERUSALEMME - "Il palestinese è morto e non sa che ridiamo di lui", dice assolvendosi il soldato B., paracadutista, dopo aver ucciso un ricercato palestinese, averlo denudato ed averlo fotografato in mezzo ai commilitoni, compreso il comandante, mentre fanno il segno della Vittoria sopra la sua testa. È una delle tante testimonianze di dileggio o di scempio dei cadaveri nemici, raccolte da Yediot Aharonot assieme alle relative fotografie che circolano fra i militari israeliani al prezzo di due shekels (40 centesimi di euro) a foto. Il capo di Stato maggiore, Moshe Yaalon, ha ordinato alla polizia militare di individuare i responsabili ed arrestarli.
Testimonianza di Y. Anno 2002, un attentatore suicida si fa esplodere al posto di blocco di Amra. Non ci sono vittime, sul terreno restano soltanto i resti del kamikaze. I commilitoni di Y. sono soddisfatti e festeggiano. Prendono una mano, una gamba e poi gli raccontano come hanno giocato con il corpo, come se fossero parti di un Lego. A questo punto tirano fuori le macchine fotografiche. G., un altro sottufficiale chiede di essere fotografato con la testa mozzata. I soldati ridono. La testa viene impalata "come uno spaventapasseri" e poi le infilano una sigaretta in bocca. "Mi ricordo che ho tentato di dire: "Siete diventati matti? Fate davvero schifo". Non hanno nemmeno capito di cosa stessi parlando. All´improvviso guardi la cosa dall´esterno e ti dici: vogliamo credere che siamo migliori di loro, degli arabi, ed ecco che siamo proprio come loro. Loro non hanno regole, ma dove sono le nostre, di regole?".
Testimonianza di Sh., fino a non molto tempo fa, in forze a una compagnia di carristi di stanza sul confine con la Striscia di Gaza. Giugno-Luglio 2003. Un tank scorge un palestinese in avvicinamento e spara con la mitragliatrice. Quando i soldati si avvicinano, scoprono un corpo, senza armi, senza cintura esplosiva. Un tipo qualsiasi, forse uno squilibrato che non aveva idea di dove stesse andando. Il corpo viene legato al cofano di un gippone e portato alla base. Li vengono estratte le macchine fotografiche per immortalare la nuova "mascotte" della compagnia.
Da quel momento il corpo riceve il soprannome di "Hafi" (diminutivo di haf mi-pesha, innocente in ebraico). Dice Sh.: "Divenne il nostro scherzo. Se qualcuno uccideva un terrorista gli dicevano: "Ah, non è come Hafi". Si deve capire che in un unità operativa i soldati vogliono uccidere quanto più possibile e per ciò si raccontano una sacco di storielle, del tipo: "Ho ucciso sette innocenti e cinque terroristi; adesso mi devi aiutare ad uccidere altri due terroristi per pareggiare il conto"".
Testimonianza di D. "Ricordo che presi parte a un´operazione vicino a Nablus. A un certo punto unto arrivò una macchina di poliziotti palestinesi, che fu colpita ripetutamente. Udimmo dalla radio che i corpi erano in cattivo stato, parti del cervello e degli intestini sparsi. Ci dissero che erano necessari dei volontari. E che eccitazione ci fu. A me la cosa dava la nausea, ma ci sono stati quelli che sono andati e si sono fatti fotografare. Poi le foto sono passate di mano in mano. È diventato semplicemente parte dell´album ricordo, come alla fine dell´addestramento".
Palazzo Chigi: condannate Berlusconi
Susanna Ripamonti su l'Unità
Il processo Sme è arrivato alla resa dei conti, in senso letterale. Ieri la scena è stata interamente occupata dagli avvocati di parte civile, Domenico Salvemini, per la presidenza del consiglio e Giuliano Pisapia, per la Cir di Carlo De Benedetti che hanno chiesto la condanna dell'imputato Silvio Berlusconi quantificando il danno: 4 miliardi e 500 milioni di euro è il risarcimento chiesto da De Benedetti, 1 milione e 100 mila euro dalla presidenza del consiglio per il danno, non economico ma morale, subito dall'istituzione che rappresenta. Con una provvisionale da pagare immediatamente, in caso di condanna, di 100 mila euro per Cir e di 300.000 euro per la presidenza del consiglio. "Una briciola nelle finanze dello Stato - dice Salvemini rivolgendosi ai giudici - ma la corruzione di un giudice viene a far cadere il presidio sui cui si fonda uno stato democratico: il fatto che la legge è uguale per tutti, quella scritta che leggo alle vostre spalle e che si trova in ogni aula di giustizia. Viene leso non solo il fondamentale interesse dello Stato ma una delle basi su cui uno Stato si fonda. Senza questa garanzia, se cioè c'è un giudice corrotto, allora si rompe il patto sociale, si sprofonda nelle tenebre. Questo non si può consentire. Nella vicenda Sme, la prima grande privatizzazione, vi è stata corruzione di giudici (Squillante e Verde) e questo è un fatto di inaudita gravità".
Iniziando la sua arringa Salvemini aveva spiegato il singolare paradosso per cui, in questo processo, la presidenza del consiglio è parte civile contro il presidente del consiglio. "Berlusconi contro Berlusconi, si potrebbe dire". La situazione non ha precedenti ed è una delle tante variabili in cui si declina il conflitto di interessi del premier. "Ma dal punto di vista giuridico - spiega il legale che venne nominato all'inizio del processo quando premier era Massimo D'Alema - è inquadrabile in maniera chiara. Io rappresento il Presidente del Consiglio come soggetto giuridico diverso dalla persona fisica del Presidente del Consiglio, qui rappresentato come imputato". L'avvocato non nasconde il suo imbarazzo: "Io, dipendente della presidenza del consiglio, chiederò che venga condannata la persona che sta al vertice della piramide gerarchica da cui dipendo". Ma le valutazioni di opportunità, politica o personale, non hanno diritto di cittadinanza in un'aula di giustizia, dove già si è assistito al sistematico uso della politica e delle istituzioni per impedire il processo. La posizione di Berlusconi - ha ricordato- è stata stralciata e il dibattimento è stato a lungo bloccato per il cosidetto Lodo Schifani poi dichiarato incostituzionale. E ricorda l'ostruzionismo processuale, la sequenza di leggi approvate per impedire il processo.
Parla a lungo Salvemini, ricostruisce puntualmente i fatti, ricorda che si fece persino una legge sulle rogatorie per impedire l'utilizzo processuale di questa documentazione bancaria. "Se era irrilevante come dicono le difese perchè ci si è dati tanto da fare per impedirne l'utilizzo? Se quei soldi erano normalissime trasparenti parcelle come dice Cesare Previti, allora perchè ci si è tanto preoccupati di impedirne che entrassero nel processo?". Parla dell'indiscutibile attendibilità di Stefania Ariosto: ci sono agende con annotazioni fatte in tempi non sospetti, testimonianze, carteggi che provano che non ha mentito. Ma soprattutto ci sono le contabili bancarie. Passa alla vicenda Sme: Berlusconi per sua stessa ammissione scese in campo per contrastare la vendita del colosso alimentare a De Benedetti. Disse di averlo fatto per fare un favore all'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Ma anche per ottenere precise contropartite, aggiunge Salvemini: "il movente" della corruzione è da ricercarsi nelle battaglie legali che fin dall'85 impegnarono Berlusconi per il lancio su scala nazionale delle sue Tv commerciali "Ha capito che senza un Governo amico non si andava da nessuna parte". E Craxi ringrazia aggiustando le faccende per decreto.
Ma è soprattutto Pisapia che affronta questo argomento. Anche qui, le contabili bancarie parlano chiaro. All'indomani della conferma definitiva della sentenza, emessa in primo grado dal giudice Filippo Verde, che annullava il preliminare di vendita della Sme, firmato tra Iri e De Benedetti, c'è uno strano pagamento. Piero Barilla che con Berlusconi faceva parte della cordata Iar (che aveva fatto sfumare l'affare) versa in due tranche un miliardo e 750 milioni che prendono il consueto circuito: Previti, Pacifico, Squillante. E in contemporanea sui conti italiani di Filippo Verde si impennano le entrate. Barilla non aveva nessun rapporto professionale con Previti e Pacifico, nessuno degli imputati ha dato spiegazioni di quei pagamenti, neppure ricorrendo a fantasiose ricostruzioni. E dunque? Conclude Pisapia: "Non chiediamo una condanna sulla base di teoremi, illazioni o sospetti ma sulla base di precisi fatti documentali e deposizioni testimoniali. Sono emersi elementi probatori che dimostrano rapporti illeciti tra una lobby giudiziaria ed esponenti della corruzione (Silvio Berlusconi e Cesare Previti) ci sono indizi certi e univoci a loro carico".
Pera, la Consulta nega l'immunità
"Attaccò Caselli fuori dalle funzioni di parlamentare"
Fabrizio Rizzi su Il Messaggero
ROMA - Dalla Consulta arriva una decisione che suscita polemiche. Le dichiarazioni che il presidente del Senato, Marcello Pera, fece nel 1999, criticando alcuni Pubblici ministeri di Palermo, tra cui Giancarlo Caselli, non sono coperte da immunità. Per cui due procedimenti penali, davanti al Tribunale di Roma ed a un Gup romano, a carico di Pera, dovranno riprendere il loro corso. In sostanza la seconda carica dello Stato torna sotto processo per diffamazione. Con le sentenze numero 347 e 348, la Corte Costituzionale ha stabilito che manca il "nesso funzionale" tra le dichiarazioni, rilasciate sia al "Messaggero" che all'agenzia Ansa, e l'attività parlamentare dell'allora senatore di Forza Italia. Di conseguenza è stata annullata la delibera di insindacabilità adottata dal Senato a favore di Pera: numerose sentenze - è il giudizio della Corte Costituzionale - hanno riaffermato che il "nesso funzionale" tra le dichiarazioni "extra moenia" del parlamentare e l'espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento esiste se la dichiarazione "possa essere identificata come divulgativa all'esterno di attività parlamentari, ossia se, ed in quanto, esista una sostanziale corrispondenza di significato con opinioni espresse nell'esercizio di funzioni parlamentari, non essendo sufficiente una mera comunanza di argomenti".
La decisione della Consulta che dà ragione alla quarta sezione penale del Tribunale, trae origine da una querela per diffamazione, fatta sia da Caselli che dai pm palermitani Vittorio Telesi e Antonio Ingroia nell'ambito dei procedimenti a carico di Bruno Contrada, per i quali era stato sentito, come teste, il generale Mario Mori. In un articolo dal titolo "I Pm? Mostri a tre teste", Pera aveva scritto che "o le forze dell'ordine fanno quello che vogliono i pm, oppure sono nei guai. Così sono nati i casi Contrada e Mori a Palermo, dove si è visto che quando i poliziotti non si comportano come vogliono i Pm, questi li fanno processare, condannare o rimuovere dal ministro compiacente". Sia Caselli, allora Procuratore capo, che i Pm, Telesi e Ingroia, si sentirono diffamati e querelarono. Pera ritenne "una iniziativa intimidatoria" la querela e fece una nuova dichiarazione all'Ansa. Da Caselli arrivò un'altra querela.
20 novembre 2004