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a cura di G.C. - 19 novembre 2004


Fini va agli Esteri
Monica Guerzoni sul
Corriere della Sera

ROMA - Negli ultimi mesi ha fatto il giro del mondo, dalla Russia al Sud Est asiatico, dagli Stati Uniti all'Africa, e pazienza per le battutine affettuose dei "colonnelli" di An: "Studia da ministro degli Esteri...". Una settimana fa, un anno esatto dopo il primo, storico viaggio che lo vide condannare Mussolini per le leggi razziali, è tornato in Israele, dove Ariel Sharon lo ha definito "un buon leader". Ieri l'apprendistato è finito e oggi stesso Gianfranco Fini, 52 anni, prenderà il posto di Franco Frattini alla Farnesina. Una giornata storica per An, un "sogno che si avvera". Il via libera del consiglio dei ministri, la firma al Quirinale, la conferma dell'incarico di vicepremier, il brindisi a Palazzo Chigi e poi i telegrammi d'auguri, le telefonate dei ministri degli Esteri (la prima è del tedesco Joschka Fischer), il passaggio di consegne con Frattini, i vertici e i controvertici per mettere in mani sicure i destini del partito. Il Fini di sempre, poche parole e abito scuro d'ordinanza. Compassato, imperscrutabile, quasi sbrigativo. E commosso, anche. "Lo sapete com'è Gianfranco - lo racconta l'amico Ignazio La Russa -. Sembra freddo, ma sotto la corazza le emozioni ci sono, eccome".

AL QUIRINALE - L'infinita verifica di maggioranza si sblocca mercoledì sera e ieri alle dieci dalla presidenza del Consiglio arriva l'ok. È il ministro Gianni Alemanno, euforico perché "l'interesse nazionale è finalmente in mani qualificate", a dare la notizia: stanno andando al Quirinale. Alle 12 e 50 ecco l'auto di Berlusconi che lascia piazza Colonna, ecco quella di Fini. Tre quarti d'ora da Carlo Azeglio Ciampi, presenti Gianni Letta e Gaetano Gifuni. Il capo dello Stato accetta le dimissioni di Frattini e firma il decreto di nomina del nuovo inquilino della Farnesina. Poi un breve colloquio in privato sul delicato incarico che attende il vicepremier, con uno scambio di battute sulla Cina dove Ciampi è atteso all'inizio di dicembre e dove Fini, diversi anni fa, rivelò il suo sogno: "Il ministro degli Esteri? È l'unico lavoro che mi piacerebbe fare".

Un Fini "molto preso, concentrato" ma più che mai "sobrio", deciso a trattenere le emozioni perché la situazione del governo è delicata quanto quella del Paese: "La sua nomina responsabilizza tutti noi dentro An, come dice Gianfranco "non siamo più ragazzi" e poi... Mica parte per la guerra, per fortuna c'è il telefono". Che il momento sia storico lo dicono tutti dentro An tranne il diretto interessato. "Che però annuisce", confida Gasparri. Arrivano il segretario generale della Farnesina Umberto Vattani, il sottosegretario Alfredo Mantica e infine Frattini per il passaggio di consegne: "Fini terrà alta la bandiera della democrazia italiana".


ORGOGLIO E POLEMICHE - Gli auguri di tutti i partiti della maggioranza, l'orgoglio della base di An che arriva per email in via della Scrofa e l'esultanza dei notabili. "Se l'è guadagnata sul campo" dichiara il ministro Matteoli. E Landolfi: "Terrà alto il prestigio dell'Italia". Follini apprezza, il leghista Ballaman attacca ("il mondo lo vedrà come erede del fascismo") ma il capogruppo Alessandro Cè lo stoppa: "Dichiarazioni a titolo personale". Per Alessandra Mussolini Fini "non è all'altezza" mentre Romano Prodi è convinto che saprà "tutelare gli interessi degli italiani". Per Bertinotti l'esecutivo "affonda nella sua crisi" e Rutelli invia auguri velenosi: "Avrà molto da lavorare, molte posizioni dell'Italia in campo internazionale da recuperare".


L'ascesa del grande eclettico
Edmondo Berselli su
la Repubblica

La domanda più insidiosa è se Gianfranco Fini è un miracolo o un miracolato. L´uomo che neanche quindici anni fa, al congresso di Rimini, contendeva a Pino Rauti la guida del Movimento sociale, con le due fazioni avverse che assistevano allo spoglio dei voti gridando "eja!" e "a noi!" a ogni voto scrutinato, il "fascista del 2000" pronto a giurare che i valori del fascismo erano assoluti, immodificabili, non storicizzabili, insomma eterni, abituato a festeggiare l´anniversario della marcia su Roma fra labari e braccia tese, ha raggiunto il suo traguardo. Mentre si prepara a entrare alla Farnesina, Fini ripercorrerà le tappe della lunga marcia verso e dentro le istituzioni. Se farà un bilancio rigoroso ammetterà che dal cielo una mano santa gli ha consentito di commettere tutti gli errori possibili e di superarli come se niente fosse, con bellissimi quanto non dichiarati pentimenti. Leo Longanesi attribuì a Benito Mussolini la definizione teorica del fascismo: "Pragmatismo assoluto trapiantato in politica". L´ex massimo statista del secolo sarebbe lieto di considerare Fini come un buon allievo.
Da quando Silvio Berlusconi sdoganò il pupillo di Almirante, a Bologna, anno di grazia 1993, dichiarando che fra Rutelli e Fini avrebbe scelto quest´ultimo, dato che "condivide tutti i valori in cui credo" l´ex capetto missino è riuscito in uno slalom formidabile: nel senso che ha abbattuto quasi tutti i paletti, ma è riuscito con infinito pragmatismo (per l´appunto) a evitare che gli rimbalzassero in faccia; si è opposto a tutte le modernizzazioni possibili, e in seguito si è proposto come il possibile modernizzatore.
Si era aggrappato, con tutti i camerati missini, alla zattera del sistema proporzionale, convinto che il maggioritario, "voluto dalla Dc, dal Psi e dal Pds, dalla cupola della Confindustria e dal potere sindacale", li avrebbe soffocati. In effetti se l´Msi fosse restato inchiodato dalla logica dell´arco costituzionale, sarebbe stato liquidato. E invece aveva incrociato il genio geometrico di Berlusconi, l´inventore delle due coalizioni simmetriche, al Nord il Polo delle libertà con la Lega, e nel resto d´Italia il Polo del Buongoverno con i missini. Così mentre Roberto Maroni sosteneva in campagna elettorale di avere stretto con Berlusconi un´alleanza in chiave antifascista, Fini poteva stringersi nelle spalle e aspettare con fiducia il futuro.
È vero: aveva perso il Campidoglio contro Rutelli, ma era stato premiato dal voto popolare, quasi portato di peso dentro la democrazia. Ora si godeva l´ingresso nel Palazzo, dopo una segregazione di cinquant´anni. Gli intellettuali d´area, come Marcello Veneziani, ripetevano che la destra aveva imparato ad amare la libertà (non proprio la democrazia, la libertà). Altro che il vecchio slogan "tornate nelle fogne": mentre non era ancora compiuta la trasformazione in Alleanza nazionale, i ministri post-missini potevano presentarsi in Europa. Magari per vedersi rifiutata la stretta di mano da un ministro belga; ma intanto occupavano posizioni, si facevano vedere, abituavano il continente alla propria presenza. E mentre il cosiddetto "ministro dell´Armonia" Tatarella attaccava populisticamente i poteri forti, mettendo nel mucchio la Fiat, la Banca d´Italia e la Corte costituzionale, Fini poteva godersi il piacere squisito dell´accesso al potere, la visita del tutto irrituale del cardinale Sodano, le passerelle rosse stese davanti ai nuovi arrivati.
E poteva infischiarsene delle polemiche aperte da Umberto Bossi, "con la porcilaia fascista, mai!", e anche del ribaltone, dei "puttani" che avevano tradito il mandato del popolo. Nelle fasi di passaggio, succede. Intanto, ecco la qualità dello slalom: da proporzionalista disperato è diventato un fondamentalista del maggioritario, "uninominale pura, a turno secco, all´inglese", via la quota proporzionale (e perde il referendum perché non si accorge che Berlusconi ha virato). Da dipietrista assoluto, e da un sostegno fanatico ai magistrati del repulisti contro Tangentopoli, dall´ammirazione mostrata per Francesco Borrelli, giunge a una sfumatura più politicista e cavillosa, fino a sostenere la tesi para-berlusconiana che il pool di Milano "colpì da un lato e chiuse gli occhi dall´altro".
Imprendibile Fini. Secondo alcuni, è l´uomo politico più moderno che ci sia in giro: anzi è oltre la modernità, è più in là, è nel pieno "post" culturale. Da questo punto di vista è ammirevole la strategia che portò all´assemblea fondativa di Alleanza nazionale, nel gennaio 1995, le cui tesi dovevano unire "autorità e libertà". I numi tutelari del partito erano esibiti in un santuario di icone disparate: Schmitt, Pareto, Mosca, Michels, Sturzo, Rensi, Tilgher, Gentile, Spirito, Prezzolini, Papini, Marinetti, Soffici, Evola, d´Annunzio, Gramsci. Tombola. Già, Gramsci. E Sturzo. Inconsapevoli compagni di strada del "partito degli italiani", il partito nemico delle faziosità, il partito più vicino alla nazione e al popolo.

Del resto, chi può dire quale fosse e quale sia l´ideologia finiana? Un certo gollismo per rassicurare il desiderio di autorità del suo elettorato anziano; un po´ di chiracchismo per dare allure al populismo post-missino; il sostegno assicurato alle destre di tutto il mondo, dai repubblicani americani ai cristiano-democratici tedeschi. Sicché non dovette apparirgli del tutto incongrua l´invenzione dell´Elefantino alle elezioni europee del 1999, l´alleanza con il liberale e maggioritarista Mario Segni; salvo poi smontarla subito, quella coalizione estemporanea, dopo il mezzo disastro nelle urne.
Nella sua capacità di avvolgere di parole il suo eclettismo totale, ogni tanto Fini sbaglia qualcosa. Sbaglia ad esempio l´uscita contro i maestri gay, rivelando per un istante il vecchio volto omofobo del fascismo. Ma non sbaglia la lunga traversata che lo porta in Israele, prima facendosi intervistare dal quotidiano israeliano di sinistra Ha´aretz e chiedendo scusa per le leggi razziali del 1938, e poi con la storica visita in cui rende omaggio allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah, e dichiara che la politica razziale del fascismo appartiene alla categoria del "male assoluto". Si arrabbiano tutti, in Italia, gli ex camerati, ma dopo qualche giorno di sbandamento e di rutilanti dichiarazioni di Francesco Storace se ne va soltanto Alessandra Mussolini.
Sono i miracoli di un eclettico. Di un pokerista. Di uno che è stato ammiratore e sodale di Jean-Marie Le Pen e che poi è diventato uno strenuo avversario del lepenismo. Che passa indenne attraverso il disastro nostalgico del congresso di An a Bologna nel 2002, quando dopo un esordio altamente istituzionale e convenzionale l´assemblea si tramuta in una fiera paesana di feticci fascisti. Un eclettico che dimentica prodigiosamente la politica missina, fieramente avversa all´Europa di Maastricht, e partecipa ai lavori della Convenzione fino a sfiorare il ruolo di padre fondatore.
Adesso Fini entra definitivamente nella stanza dei bottoni.



Il rimpasto continuo
Massimo Giannini su
la Repubblica

Doveva essere "il nuovo inizio". Sta diventando "il grande baratto". Al mercatino della Casa delle Libertà Silvio Berlusconi scambia la poltrona di ministro degli Esteri per Gianfranco Fini con il via libera di An alla rimodulazione dell'Irpef nel 2005. È una mossa politicamente disperata: il quarto inquilino della Farnesina in tre anni non suggerisce propriamente l'idea di un governo stabile e coeso. Ma è una mossa umanamente comprensibile. Il Cavaliere ha investito tutto il suo patrimonio leaderistico sulla riforma fiscale "reaganiana", che Tremonti aveva approntato nel 2001 e che era l'architrave ideologica, liberista e antistatalista, sulla quale si reggeva il suo progetto di centrodestra "rivoluzionario".

Era la versione, ante litteram e casareccia, di quella che poi sarebbe diventata la ownership society di Bush. Quella riforma, tre anni e mezzo fa, era il primo punto del contratto con gli italiani: "meno tasse per tutti". E oggi che persino il Wall Street Journal scrive "quel contratto è ormai rotto", e i sondaggi registrano l'ineluttabile crollo di consensi per il Polo, è naturale che Berlusconi non si rassegni, e cerchi di recuperare "lo spirito del 2001". Per farlo, deve rivedere gli equilibri dell'alleanza, e deve forzare i vincoli della finanza. Il "prezzo" del recupero, posto che riesca, è comunque altissimo.

Il governo, con l'operazione Fini alla Farnesina, non si rafforza affatto. Le modalità formali di questo avvicendamento tra Frattini e il leader di An sono state tortuose e sofferte. Al punto tale da offuscarne del tutto la sostanza e la portata politica. Appena un mese fa Fini aveva avvertito il Cavaliere: "Serve un nuovo patto" e serve anche "un nuovo governo che lo realizzi di qui alla fine della legislatura".

Era l'idea del "nuovo inizio", appunto, che il leader di An aveva coltivato insieme a Marco Follini. Presupponeva una "ridefinzione realistica" delle strategie: niente più "sogni irraggiungibili", come la riduzione generalizzata delle tasse, ma poche cose visibili e praticabili per i cittadini. E soprattutto un "Berlusconi-bis" che, rafforzato e rilegittimato da un passaggio parlamentare, sancisse l'ingresso condiviso di tutti i leader nella nuova compagine di governo. Al servizio di un progetto delimitato nel tempo ma finalmente più chiaro e definito negli obiettivi.

Si è verificato l'esatto opposto di quello che Fini aveva chiesto. In poco più di una settimana il Cavaliere ha detto tutto e il contrario di tutto. Prima ha annunciato "cambiamenti nella squadra". Poi se li è rimangiati, smentendo "ogni ipotesi di un Berlusconi-bis". Ha proclamato concluso l'accordo sulle tasse, sgravi sull'Irap subito, sgravi Irpef rinviati al 2005. Ha spiegato: "Di più non possiamo fare". Due giorni dopo ci ha ripensato: "Dobbiamo fare di più". E ha cominciato a sbraitare contro gli alleati "traditori del Polo", contro i pavidi "eurofurbi" di Bruxelles, contro gli infidi "ragionieri" del Tesoro.

Viene in mente un antico motto in uso tra i politici americani: se i fatti sono contro di te contesta la legge, se la legge è contro di te contesta i fatti, se i fatti e la legge sono contro di te strilla come un dannato.

È quello che ha fatto Berlusconi. Ha spazzato via il suo momentaneo Termidoro. Si è riscoperto il Robespierre all'incontrario di qualche anno fa. È entrato nel cerchio di fuoco, con una logica da "muoia Sansone con tutti i filistei". Pronto a giocarsi le prossime elezioni finanziando la riforma fiscale "anche in deficit". Pronto a dichiarare guerra "all'Europa di Maastricht". Ha trasformato il suo slogan mediatico (meno tasse per tutti) in una superstizione politica. E a chi nella coalizione è più debole ma gli resiste (cioè a Fini) ha proposto il grande baratto: una superstizione (gli sconti Irpef) in cambio di una promozione (il ministero degli Esteri).

Il leader di An dice di non condividere l'avventura di una riforma fiscale senza copertura. Dice di non accettare un braccio di ferro con Bruxelles sul Patto di stabilità. Avrebbe dovuto rifiutare questo scambio politicamente perverso. Avrebbe dovuto dire "no grazie, An resta nella maggioranza, ma io a questo punto preferisco uscire dal governo".

Invece ha accettato, per non perdere la faccia di fronte alla sua gente. Ma approda alla Farnesina in modo indecoroso, quasi deprimente. La sua "promozione" non è quella che aveva sognato: il coronamento di un cursus honorum, il giusto tributo a un leader ex-fascista che ha percorso le tappe di uno sdoganamento storico-culturale e di una ridefinizione identitaria e che oggi è riconosciuto come l'uomo più adatto a rappresentare l'Italia nei grandi consessi internazionali.

La sua "promozione", invece, è soltanto un altro ticket da versare al Cavaliere, per restare in corsa insieme a lui e per non subire l'ennesima umiliazione dentro un partito confuso come An, sul quale già da tempo fatica ad esercitare la sua leadership.

Per questo, oggi, il governo non appare più solido e coeso.


Implementando, dopo la nona sostituzione nella squadra di governo in appena tre anni e mezzo di legislatura, un'inedita formula istituzionale: il rimpasto a rate, o il rimpasto continuo. Non era questo, il grande condottiero e l'Imprenditore d'Italia al quale gli elettori avevano creduto nel 2001. Viene in mente una delle leggendarie leggi di Murphy: "Sono il loro leader, devo seguirli".


Cambia la coalizione
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Il limbo istituzionale è stato scongiurato secondo le previsioni, consegnando la Farnesina al leader del secondo partito di governo. La scelta di Gianfranco Fini come ministro degli Esteri issa il presidente di An sul piedistallo di numero due del centrodestra. Era una decisione ampiamente prevista, e tuttavia è stata di forte impatto politico: a livello internazionale, e nella coalizione. Eppure, non è chiaro se l'ascesa di Fini a capo della diplomazia italiana prepari un "nuovo inizio" per la maggioranza di Silvio Berlusconi, segnato dalla concordia e dall'armonia; o se rappresenti una ciliegia vistosa, matura, ma solitaria, posata su una torta che si sta lentamente squagliando. Dicono che il presidente del Consiglio insista perché ad affiancarlo a Palazzo Chigi arrivi anche Marco Follini, segretario dell'Udc. Sarebbe il suggello della fine delle ostilità che hanno segnato e lacerato la coalizione di governo negli ultimi otto mesi. Ma già di fronte a questa ipotesi, le certezze diventano una nebulosa di dubbi, dietro i quali si intravede un partito tentato dalla strategia delle mani libere; e fortemente perplesso all'idea che Fini agli Esteri configuri una novità politica negli equilibri del centrodestra. Di più: che a questo governo basti la sostituzione di Franco Frattini, neocommissario europeo, per riprendere slancio.
L'entusiasmo della destra per la conquista della Farnesina e i commenti agrodolci degli avversari hanno oscurato qualche dettaglio rivelatore. Anche ieri, il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, ha dovuto fare la spola con Palazzo Chigi, cercando affannosamente con Berlusconi la copertura finanziaria per le riduzioni fiscali volute dal premier. Nella stessa An si ascoltano giudizi che fanno a pugni su una soluzione in tempi brevi. È una spia delle incognite che si possono aprire nella leadership della destra, con il passaggio di Fini ad un ruolo che lo allontanerà dalla guida del partito.
Insomma, Berlusconi ha colmato un vuoto ministeriale con una scelta di profilo alto. Ma non è scontato che abbia risolto automaticamente le magagne della propria coalizione. Si parla di una sorta di "rimpasto a tappe": piccoli aggiustamenti a intermittenza, con i quali il premier rammenderebbe di qui a qualche settimana le smagliature della maggioranza. Si tratta di una ricucitura a rischio di strappo, però.

La determinazione che si indovina nelle file berlusconiane è ad andare avanti comunque; magari emancipandosi dai vincoli europei per appuntarsi a qualunque costo la medaglia di una diminuzione delle tasse. Potrebbe risultare un'emancipazione a caro prezzo: davanti agli elettori, e davanti a un'Europa sulla quale Fini si affaccia accompagnato da molta curiosità e molto interesse; ma anche da un residuo di diffidenza nei confronti dell'Italia governata dal centrodestra.


Le riforme impossibili a costo zero
Giovanni Sabbatucci su
il Messaggero

Con la conquista della Farnesina da parte di Gianfranco Fini tappa importante di un percorso di legittimazione intrapreso più di dieci anni fa va al suo posto uno dei pezzi del complicato puzzle che dovrebbe ridisegnare immagine e assetti interni della Casa delle libertà. Ma gli altri pezzi restano sparsi sul tavolo, in attesa che il capo riesca finalmente a trovare e a imporre la nuova composizione. Non è chiaro se vi saranno altri ingressi di peso nell'esecutivo o se la Lega riuscirà a far valere le sue esigenze in sede di candidature alle regionali. Non è chiaro soprattutto se e come il gioco delle caselle da riempire (o già riempite, come nel caso degli Esteri) andrà a intrecciarsi con la partita più importante e più delicata: quella sulla distribuzione dei benefici fiscali, ancora incredibilmente aperta mentre la Finanziaria ha già iniziato da un pezzo il suo tormentato iter parlamentare.
L'aspetto più inquietante della situazione, è appena il caso di sottolinearlo, è proprio quest'ultimo. Se infatti è abbastanza normale che i partner di una coalizione confliggano fra di loro per conquistare spazi di potere e per difendere gli interessi dei gruppi sociali e locali di riferimento (una volta dato per scontato che di classica coalizione fra partiti si tratta e non di un soggetto a vocazione unitaria), non è accettabile che il conflitto diventi acuto ed esplicito proprio nella fase finale delle decisioni istituzionali: quando cioè la sostanza della manovra dovrebbe essere già definita almeno nelle linee di fondo. Come se non fossero passati più di tre anni da quando Berlusconi annunciò agli italiani la riduzione delle aliquote, come se lo stato dei conti pubblici fosse stato rivelato solo da pochi giorni a una classe politica sin allora ignara.
La responsabilità di tutto ciò va equamente divisa fra Berlusconi e i suoi alleati. Il presidente del Consiglio un progetto lo aveva ed era quello incentrato sulla riforma fiscale. Ma pensava di poterlo attuare a costo zero, senza scontentare nessuno, vuoi con nuove risorse (che non si sono prodotte) vuoi col ricorso al deficit, previo ammorbidimento (che non c'è stato) dei parametri del patto di stabilità: quando qualcuno gli chiedeva come avrebbe finanziato l'abbattimento delle aliquote, il cavaliere non sapeva far altro che ricorrere alla formula magica della “riduzione degli sprechi” (il corrispettivo di destra della “lotta all'evasione fiscale”: formule su cui tutti concordano ma che nessuno riesce a tradurre in atto).

Ora quel progetto originario risulta di fatto improponibile, nonostante gli sforzi di Berlusconi per salvarne almeno qualche frammento; e la sua caduta mette impietosamente a nudo la realtà di una coalizione di governo che riproduce e rappresenta all'interno dei suoi confini tutte le contraddizioni e tutte le fratture che percorrono la società italiana: poveri contro ricchi, lavoratori autonomi contro dipendenti pubblici, governo centrale contro enti locali, Mezzogiorno contro Nord (non è un caso che si sia tornati a parlare con tanta insistenza di “questione meridionale”). Una realtà che certo non dipende solo dagli errori di governo e maggioranza (e che dovrebbe preoccupare anche chi quel governo e quella maggioranza si prepara a sostituire), ma che la Casa delle libertà non può illudersi di affrontare con la semplice redistribuzione di pesi e responsabilità fra le componenti della coalizione. Serve evidentemente dell'altro. Serve un nuovo progetto, magari modesto ma in linea con le risorse esistenti (e non con quelle sperate), serve un onesto e palese compromesso sulle scelte di politica economica da qui a fine legislatura. La prospettiva non è esaltante, nell'imminenza di una campagna elettorale lunga un anno e mezzo. Ma è sempre meglio di una raffica di nuove e mirabolanti promesse: alle quali, oggi come oggi, nessuno crederebbe più.


Sul taglio delle tasse “Cominciamo daccapo”
Sergio Rizzo sul
Corriere della Sera

ROMA - C'è voluto un nuovo incontro nella serata di ieri fra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco, dopo il vertice notturno di mercoledì, per riprendere il bandolo della matassa. Ma per scioglierla tutta serviranno altre verifiche a livello tecnico, a cominciare da oggi. In Consiglio dei ministri Berlusconi ha ripetuto che è sua ferma intenzione tagliare l'Ire (ex Irpef) già dal 2005. Convinto com'è che la riduzione dell'Irap non basterà a far recuperare consensi alla Casa delle Libertà e a Forza Italia, secondo i sondaggi in caduta libera anche al Nord. Ma il nuovo round si annuncia costellato di problemi non diversi da quello che per sei mesi hanno impedito l'operazione. Soltanto, da risolvere più in fretta.
Fra gli alleati serpeggia lo scetticismo. Non tanto sulla necessità di ridurre le imposte da subito, ma sui sacrifici necessari per farlo. Del tutto improbabile, infatti, che il taglio si possa finanziare, come è sembrato suggerire il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, in accordo con una scuola di pensiero molto popolare in Forza Italia (e nella Lega), sfondando il limite del 3% nel rapporto deficit pubblico/Pil previsto dagli accordi di Maastricht.
Mentre il coordinatore di Alleanza Nazionale Ignazio La Russa si mostrava ottimista ("ieri eravamo in alto mare, oggi siamo vicini alla riva") e il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri ha ammesso che il problema della copertura non è stato ancora risolto, il suo collega delle Politiche agricole Gianni Alemanno, esponente della Destra sociale, ha detto: "Sull'Irpef ricominciamo tutto da capo". E ha piantato i suoi paletti. Primo fra tutto quello che gli sgravi "non si possono coprire bloccando i contratti del pubblico impiego". Originando questa reazione di Guido Crosetto di Forza Italia: "La dichiarazione di Alemanno si commenta da sola".
Alla fine del Consiglio dei ministri il ministro delle Politiche agricole ha avuto anche un vivace scambio di opinioni con Siniscalco. Episodio certamente indicativo del clima che si respirava ieri. A Siniscalco Alemanno ha chiesto di "mettere tutte le carte in tavola, per poter scegliere disponendo di tutti gli elementi". Fra queste carte, anche il famoso disegno di legge collegato sulla competitività che era stato annunciato per il 15 novembre e di cui invece, ha ricordato il ministro "non c'è traccia". Non ha convinto Alemanno la spiegazione di Siniscalco, secondo cui "affrontando una cosa per volta, si semplifica". Perché, ha replicato il ministro, "per voler semplificare troppo si finisce per complicare tutto".
Un po' di maretta c'è anche nell'Udc, come dimostra la reazione del sottosegretario all'Economia Gianluigi Magri, per il quale "la cosa più importante per l'Udc è non subire le decisioni, ma concorrere alla loro formazione in modo chiaro e trasparente".
Ma nemmeno la Lega Nord, a quanto pare, ha intenzione di subire passivamente le decisioni di Berlusconi e le coperture di Siniscalco. Se il ministro delle Riforme Roberto Calderoli ha detto che "se si riesce a fare l'Irpef e l'Irap dal 2005 mi sembra che abbiamo fatto la ciambella con il buco", il suo collega del Welfare, Roberto Maroni, ha messo le mani avanti: "Non si può scambiare l'Irap per le piccole imprese con una riduzione Irpef generalizzata. Abbiamo avuto una riunione tecnica lunedì sera da cui è uscita la proposta della maggioranza. Quindi non capisco che altro ci sia da valutare ancora".



Sciopero generale il 30 novembre
Enrico Marro sul
Corriere della Sera

ROMA - "I motivi dello sciopero generale del 30 novembre escono rafforzati dalle ultime notizie. Sarebbe molto grave se il governo decidesse di coprire gli sgravi fiscali con tagli a carico dei dipendenti pubblici e delle pensioni". Così il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, annuncia la decisone del sindacato di inasprire, in alcuni settori, lo sciopero contro la Finanziaria. Con lui, ad illustrare le modalità della protesta, ci sono i leader della Cisl, Savino Pezzotta, e della Uil, Luigi Angeletti. I lavoratori si fermeranno martedì 30 novembre per 4 ore, ma nel pubblico impiego per 8 ore, nonostante la commissione di garanzia sulle sciopero abbia chiesto di esentare il settore dallo sciopero. Otto ore di blocco anche nei seguenti comparti: università, ricerca, poste, imprese di pulizia, farmacie, mense, Anas e soccorso stradale. Le banche saranno chiuse per l'intera mattina. Il trasporto aereo si fermerà dalle 12 alle 16, quello ferroviario dalle 9 alle 13, i traghetti ritarderanno le partenze di 4 ore. I poligrafici sciopereranno il 29 per impedire l'uscita dei giornali il 30. Si terranno manifestazioni in circa 70 città. Epifani parlerà a Milano, Pezzotta a Venezia, Angeletti a Torino.
Per spiegare le ragioni della protesta il segretario della Uil ha usato i dati dello stesso governo. "Secondo il Fisco in Italia ci sono solo 1.200 persone che dichiarano più di 2 milioni di euro di imponibile mentre l'evasione fiscale ammonta a 200 miliardi di euro all'anno. Allo stesso tempo, ogni anno, vengono vendute 240 mila automobili con un prezzo superiore a 50 mila euro. Significa che, ipotizzando un ricambio delle stesse vetture ogni 3-4 anni, ci sono almeno un milione di persone che possono permettersi di spendere questa cifra per la macchina. Questo è il mondo reale. Ma il governo e la manovra non ne tengono conto. Basterebbe recuperare solo il 10% dell'evasione per trovare 20 miliardi di euro".
Alle critiche del ministro del Lavoro, Roberto Maroni, che ha accusato il sindacato di fare politica, Pezzotta risponde: "Sì, è uno sciopero politico nel senso che chiediamo di cambiare la politica economica a favore dei lavoratori e dei pensionati".



Bassolino: "Lista unitaria ovunque si può"
Goffredo De Marchis su
la Repubblica

ROMA - Un avvertimento: "Il centrodestra è in difficoltà e noi possiamo vincere e tornare al governo. Ma non deve esserci nessuna boria di sinistra, nessuna semplificazione. La battaglia nazionale è diversa da quella per le amministrative e anche dalle Europee dove il voto è più sciolto, più libero. Le ultime vittorie devono darci la consapevolezza di potercela fare, ma occorre completare il cammino. Senza semplicismi e senza iattanza". Il presidente della Regione Campania Antonio Bassolino mette in guardia la Grande alleanza democratica, alle prese con le domande sulla sua identità e con i problemi legati alle Regionali. Che lo coinvolgono in prima persona. "Se mi ricandido? Nessuno è insostituibile. Che ci sia io o un altro, le regole per vincere sono sempre le stesse: unità, chiarezza, volontà di rinnovamento, nessun passo indietro verso la vecchia Italia".
Le elezioni americane hanno scatenato un dibattito nel centrosinistra sulla ricetta italiana per battere Berlusconi. Identità, valori, ideologie e la corsa al centro. Lei che ne pensa?
"A me pare che non ci sia alternativa tra idee guida, valori forti e la ricerca del consenso più ampio, anche delle forze moderate. Noi siamo già riusciti a tenere insieme le due cose a livello locale, cittadino, provinciale e regionale. Con la generazione dei sindaci del ´93, con quella successiva. Il centrosinistra sa organizzare un consenso molto largo, facendo convivere sia le forze più tradizionalmente legate a noi sia le forze oscillanti, le forze moderate".
Si vince lì, al centro?
"Le forze di cui parlo non stanno solo al centro. Penso, in un Paese come il nostro, alle grandi aree metropolitane, alle periferie delle grandi città, alle zone più popolari dove si gioca un´altra partita, dove la gente può stare sia a destra sia a sinistra. Sono fasce che si impoveriscono, che vivono in zone deindustrializzate, dove il malessere sociale si fa a sentire, al Nord come del Sud. Nessuno si turbi ma è anche lì che si conduce la battaglia. A livello locale molte partite le abbiamo già vinte ma dobbiamo riuscire a farlo anche nella dimensione nazionale. Il centrosinistra deve rilanciare le sue idee guida, parlare al cuore della gente oltre che alla mente, dare fiducia. A volte invece mandiamo messaggi troppo astratti, incomprensibili, frutto di mille mediazioni.

È vero che la destra vende meglio la sua idea di società?
"È stato così all´inizio, quando Berlusconi aveva un saldo monopolio della leadership. Oggi invece il Polo è alle prese con la dura realtà dei fatti. Berlusconi ha dato prova di una sua dote, c´è poco da fare: rappresentare i sentimenti profondi, spesso silenziosi, di ampie fasce dell´elettorato. Ma adesso le difficoltà si vedono e c´è un netto contrasto tra il Paese che viene rappresentato dal centrodestra, quello che vediamo in tv, un Paese che non esiste e il Paese reale in cui milioni di persone si sentono più incerte sul futuro. La crisi del centrodestra pone a noi un problema delicato: dobbiamo esprimere la nostra funzione critica, stando però attenti a presentarci come forza non negativa, come una forza alternativa, una potenziale coalizione di governo che lavora per il bene del Paese e non si limita a compiacersi se le cose vanno male. Non dimentichiamoci che noi governiamo una buona parte dell´Italia attraverso comuni, province e regioni".
La Gad è in grado già oggi di lanciare questo messaggio?
"Rispetto al passato, noi ci presentiamo con alcune novità. La Grande alleanza democratica significa nessuna desistenza, niente accordi puramente elettorali, ma intesa programmatica e di governo. L´altra novità è la lista unitaria, il suo passato e il suo futuro, la federazione dell´Ulivo".
Non finiranno per essere in concorrenza, queste due novità?
"Assolutamente no. Anzi, stanno assieme oppure il rischio è che cadano assieme. È importante che, accanto alla coalizione più larga, ci sia anche la federazione, un soggetto unitario, con una forte cultura di governo, che fa da baricentro politico".
Lei sta disegnando un vero partito, il partito riformista. Un tema che può essere dirompente al congresso della Quercia.
"Sto parlando di una federazione vera, che non è il partito unico, ma non è neppure il semplice coordinamento delle forze che hanno dato vita alla lista unitaria. Altrimenti il peso delle spinte centrifughe dei partiti che danno vita alla federazione, in caso di vittoria, ricadrebbe tutto sulle spalle del premier e questo non è giusto, non è un bene. Il premier deve pensare a governare. Ci saranno anche le mediazioni, ma non devono essere affidate solo al leader. È importante che in Parlamento si veda chiara, la federazione. Se c´è la Gad da sola, non entra nemmeno nello schermo della televisione... E il messaggio che arriverebbe a tanti elettori sarebbe parziale. Accanto alla coalizione larga, è essenziale che ci sia una forza consistente, oltre il 30 per cento. Come in Francia, Germania, Spagna...".
Lei quindi propone di presentare la lista unitaria in tutte le regioni?
"Più sono le regioni dove si dà seguito all´esperienza delle Europee, meglio è. Perché crea un clima, aiuta e prepara le politiche. Dubito che convinciamo gli incerti, i delusi del centrodestra con una gara tra Margherita e Ds a chi sposta più voti".



Barroso: l'Europarlamento dà il disco verde
Sergio Sergi su
l'Unità

Adesso Josè Barroso può andare. La sua Commissione ha ricevuto il voto d'approvazione del Parlamento Europeo. Il traguardo è stato tagliato con 449 voti a favore, 144 contro e 82 astensioni. A favore la maggioranza dei gruppi del Ppe (popolari), del Pse (socialisti), dell'Adle (liberal-democratici) e dell'Uen (destre). Contro si sono espressi i gruppi dei Verdi, del Gue (sinistra nordica e comunisti), gli Indipendentisti e i Non iscritti. Tra i contrari, va segnalato il voto dei deputati della Lega di Bossi, l'astensione di radicali Bonino e Pannella, il sì di De Michelis e Battilocchio del Nuovo Psi e il non voto di Di Pietro e Chiesa, partiti prima sebbene avessero annunciato il loro "no". Dal gruppo del Pse si sono differenziati i socialisti francesi che hanno votato contro e gli italiani della lista "Uniti nell'Ulivo" (Ds e Sdi) che si sono astenuti, così come alcuni olandesi, portoghesi e greci. Stesso voto di astensione hanno dato gli italiani della Margherita che stanno nel gruppo Adle. I coordinatori di "Uniti nell'Ulivo" Nicola Zingaretti e Lapo Pistelli, avevano motivato l'astensione come una posizione critica verso Barroso e i suoi non completi passi in avanti dopo i drammatici giorni segnati dalla vicenda Buttiglione. Il delicato caso dell'olandese Neelie Kroes, commissario alla Concorrenza in odor di conflitto d'interessi, non è stato risolto e ciò ha portato a ridurre il fronte della fiducia per la Commissione. Se si pensa a come Barroso era partito, il risultato è naturalmente soddisfacente per un presidente che, alla fine di ottobre ha sfiorato per un soffio la sconfitta più indecorosa.

Il semaforo verde per la Commissione significa che da lunedì si comincia a lavorare nell'appena restaurato palazzo Berlaymont. E l'esecutivo inizia il suo percorso quinquennale in un certo senso marchiato dal peso del Parlamento europeo. Questo è il tratto caratteristico più evidente di una vicenda che ha restituito ad uno dei due poteri legislativi un ruolo che, d'ora in poi, non mancherà di farsi sentire. Il presidente del Parlamento, il socialista Josep Borrell, ha avuto buon gioco nel sottolineare la conclusione della vicenda come una "vittoria dell'Europa". "Ci siamo astenuti - ha detto Massimo D'Alema - perché ci sono stati cambiamenti apprezzabili ma non completi. E vigileremo sull'operato della Commissione". É stato eloquente il giudizio offerto, in conclusione, da Barroso. Ha dovuto riconoscere che il confronto con il Parlamento è stata una "esperienza salutare per la democrazia europea". Ha svelato che lui avrebbe voluto nella sua squadra Mario Monti: "Ho fatto solo il suo nome, il governo italiano ha deciso altrimenti. Posso dire che ho rifiutato anche delle altre proposte poi ho detto sì a Frattini".
Barroso ha fatto il "costruttivo", da lui "mai una parola contro il Parlamento". È sembrato interessante questo passaggio dopo gli attacchi rivolti proprio al Parlamento da settori del centro destra europeo e italiano quando è esplosa la "crisi Buttiglione", alla vigilia della firma della Costituzione. Allora, lo stesso Barroso ammonì sul rischio di una "grave crisi istituzionale". Non lo ha più ripetuto perché, evidentemente, ha assorbito l'insegnamento dall'"esperienza salutare". A sua volta, Franco Frattini, sciolti i vincoli con il governo italiano, ha parlato di una Commissione "legittimata democraticamente dal Parlamento". Il neo commissario alla Giustizia, Libertà e Sicurezza ha anche "apprezzato" i toni critici che si sono manifestati in un dibattito "parlamentare e democratico di grande importanza". Quei "toni critici" (anche di chi ha votato contro) possono ritrovarsi nella risoluzione che l'aula ha votato sugli impegni della Commissione. Un testo di Ppe, Pse, Uen e Adle, che Barroso ha accettato e nel quale spicca la possibile destituzione di un commissario cui venisse a mancare la fiducia del Parlamento.



  19 novembre 2004