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a cura di G.C. - 30 ottobre 2004


L´Europa ha la sua Costituzione
Giorgio Battistini su
la Repubblica

ROMA - "Viva l´Europa". Tra le dita la flute di spumante per il brindisi, Carlo Azeglio Ciampi dà il benvenuto alla nuova Costituzione degli Europei, nel salone delle Feste del Quirinale. Carta solenne, la miglior garanzia che "gli spettri degli Anni Trenta non torneranno a turbare le menti delle generazioni future". Un repertorio condiviso di diritti e valori utile anche (o soprattutto) per immunizzare dai rischi di nuove guerre nel vecchio continente. Le parole del presidente, durante il pranzo di Stato al Quirinale con i venticinque capi di Stato e di governo che hanno prima voluto e ieri "validato" la nuova Carta, indicano nella Costituzione varata poco dopo mezzogiorno in Campidoglio (stesso salone degli Orazi e Curiazi in cui nel ?57 nacque il primo embrione d´Europa comune) il "nuovo vincolo che unisce i popoli europei".
Un legame che, in attesa delle ratifiche nazionali (il governo italiano ha presentato già ieri sera il testo per l´approvazione definitiva del Parlamento) "dà sostanza alla cittadinanza comune" che unisce i 25 paesi e popoli dell´Unione, consentendo loro di "riconoscersi in un´unica comunità di valori". Un atto che "ci allontana definitivamente da quell´abisso di tragiche guerre intestine" che riempì la prima metà del secolo scorso, quando "la civiltà dell´Europa fu prossima a distruggersi". Ora quell´Europa che diede origine a due guerre mondiali è diventata "una vera comunità di popoli, uno spazio di pace e libertà, un modello per il mondo". E la Costituzione che s´è data raccoglie ideali e valori dei suoi patri fondatori senza i quali "non potremo trovare risposta ai problemi fondamentali per il comune futuro".

Le parole del capo dello Stato suggellano, all´ora di pranzo nel salone delle Feste del Quirinale (assente solo Blair per precedenti impegni a Londra) l´intensità e l´alto significato simbolico d´una giornata che ha raccolto nella capitale italiana i 25 governanti di 470 milioni di europei, per sottoscrivere un testo che verrà poi sottoposto a parlamenti o a referendum nazionali. Giornata carica di simboli e ricordi, come tutti hanno rilevato al microfono e nelle conversazioni private che hanno accompagnato le dieci ore di "diretta" con la Storia. Dieci ore cominciate alle dieci di mattina, col saluto di Berlusconi sulla piazza del Campidoglio e l´affaccio di tutti, a turno, dal balcone dell´ufficio del sindaco Veltroni sui resti archeologici della Roma imperiale. Vertigini di Storia. Ora, nell´enfasi d´una giornata tra passato e futuro, anche Silvio Berlusconi (europeista d´ufficio, non sempre convincente) dice che "l´utopia dei padri fondatori è diventata una meravigliosa realtà", l´Unione europea unita "è, e sempre sarà, un plebiscito quotidiano". Ma attenzione: dobbiamo avere ben presente che "nessuna Costituzione, nessuna istituzione politica o giuridica vive di vita propria". Tocca a Romano Prodi (presidente uscente ma prorogato per alcune settimane grazie all´astuto Buttiglione) spiegare il senso politico-istituzionale della Carta comune. Essa "introduce elementi innovativi che renderanno l´Ue più democratica, efficace, trasparente". Più democratica perché le "leggi europee dovranno essere, nella loro grande maggioranza, adottate congiuntamente dal Parlamento europeo e dal Consiglio dei ministri". Mentre per la prima volta i cittadini "potranno contribuire direttamente alla nascita di leggi europee". Il presidente della Commissione confessa con rammarico, nel giorno della festa, d´aver sperato nell´adozione di maggioranze decisionali più ampie di quelle alla fine scelte. In ogni caso, tagliando con le polemiche di questi mesi sul grado di "avanzamento" reale della Costituzione stessa, Prodi si limita a ricordare che essa "compie un passo avanti rispetto ai trattati esistenti".


Uniti per contare
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Agli europeisti questa Costituzione non piace. Anche quando non lo ammettono, lasciano intravedere disappunto per un'occasione perduta. Si consolano ricordando che la strada dell'integrazione è stata da sempre piena di buche, blocchi stradali, deviazioni, inversioni di marcia. Ma conoscono le falle di un testo che è stato progressivamente mutilato delle sue norme più efficaci. Sanno che il sistema di voto permette la formazione di "blocchi del no", in grado di paralizzare l'unione. Sanno che il criterio dell'unanimità (meglio: il diritto di veto) vale per le questioni più legate al concetto di sovranità: fisco, esteri, difesa. E sanno infine che il ministro degli Esteri dell'Ue, nel rappresentare la linea dell'Europa, dovrà essere vago e reticente, se non addirittura muto. Immagino con pena l'ironia della grande stampa americana quando commenterà i suoi incontri con il segretario di Stato.
È possibile un'interpretazione meno pessimistica? Sì, ma soltanto tenendo conto di almeno due considerazioni.
Occorrerà ricordare, in primo luogo, che la scelta, ieri, non era tra una Costituzione buona e una cattiva, ma tra questo trattato e quello di Nizza del dicembre 2000. Senza la Convenzione e la costituzione firmata ieri, le regole in vigore oggi sarebbero quelle di Nizza: un testo in cui il sistema di voto garantiva di fatto a due Paesi (Spagna e Polonia) il diritto di veto.
Converrà ricordare poi che questa Costituzione è stata scritta mentre il barometro dell'europeismo segnava un evidente peggioramento del clima. L'euro ha suscitato paura e diffidenza. L'economia dell'Europa si è inceppata. L'allargamento ha complicato la governabilità dell'unione e ha provocato reazioni di rigetto nei settori che temono di essere sommersi dalla concorrenza dei nuovi arrivati. In tali condizioni non si poteva fare di meglio.
Se la situazione è in questi termini, occorre tirare avanti, con i piedi per terra, senza voli pindarici, senza la retorica del pessimismo e dell'ottimismo. La prima cosa da fare è ratificare il Trattato di Roma. Nei Paesi che hanno scelto la strada referendaria è possibile qualche no. Pazienza. L'importante è contarsi. Alla fine peseranno di più quelli che avranno ratificato rapidamente e con alti consensi. La validità della Costituzione dipende dall'unanimità delle approvazioni e nessuno per ora può dire che cosa accadrà quando un Paese importante (la Gran Bretagna per esempio) avrà detto di no. Ma sappiamo che il gruppo dei sì acquisterà allora una maggiore identità europea e avrà il diritto di prendere un'iniziativa. Potrebbe essere quello il vero Rubicone di cui parlava Tommaso Padoa-Schioppa nel Corriere di ieri.



Ratifica del Trattato, la Lega vota no
Lorenzo Fuccaro sul
Corriere della Sera

ROMA - Il governo dà il via libera alla legge di ratifica del Trattato di Roma, ma per la Lega Nord fare prevalere il diritto comunitario sulla Costituzione italiana senza dar vita a un referendum popolare equivale a "calare le braghe". Quella di ieri per il presidente del Consiglio è stata una giornata di luci e ombre. Le luci sono state la firma della Costituzione europea, mentre le ombre sono state il duro intervento del portavoce di Alleanza nazionale sulla politica fiscale e appunto il no leghista.

GIORNATA - A chi gli domanda: "Bella giornata funestata da dissidi?". Berlusconi abbozza un sorriso: "E' una bellissima giornata... come sta sua zia?". Il premier, insomma, evita di entrare in dettagli. E sceglie un linguaggio quasi burocratico per illustrare quanto il governo ha deciso nella riunione straordinaria convocata poco prima. "In mattinata - dice - abbiamo firmato il nuovo Trattato di Roma, nel pomeriggio abbiamo riunito il Consiglio dei ministri per varare il disegno di legge con cui invitiamo le Camere ad approvare il Trattato. E' un provvedimento di tre articoli. Ora inviamo il testo al Parlamento, dove siamo sicuri che con larghissima maggioranza ci sarà la ratifica della Costituzione europea".
Silvio Berlusconi è accompagnato da Franco Frattini e da Paolo Bonaiuti. Minimizza sul gesto dei due ministri leghisti presenti, Roberto Calderoli e Roberto Castelli (Maroni è all'estero in missione) che si sono opposti alla legge di ratifica votando no. E Calderoli, per dare conto del voto negativo, attenderà che Berlusconi abbia terminato la sua conferenza stampa per incontrare a sua volta i giornalisti.

ORGOGLIO - "L'Italia, prima di qualunque altro Paese, - rivendica poi con orgoglio Berlusconi - ha iniziato immediatamente il percorso di ratifica". Il premier auspica quindi che le Camere approvino rapidamente la legge e così facendo l'Italia "si porrebbe rispetto agli altri come il Paese che più fortemente ha voluto l'Unione europea". Anche Franco Frattini cerca di minimizzare il no di Calderoli e Castelli. Il loro voto contrario, spiega il ministro degli Esteri, non è "contro il Trattato in sé, ma solo contro le modalità di ratifica che il governo ritiene debba avvenire in Parlamento".

CALDEROLI - Escono Berlusconi e Frattini e, a questo punto, entra in scena Roberto Calderoli. Il suo linguaggio è un misto di "giuridichese" e di "parole povere". E il suo esordio è da tecnico. "Se il Trattato di Roma - sostiene - è una vera Costituzione, per essere ratificata non basta la via ordinaria, ma servono una legge costituzionale e un referendum confermativo come è avvenuto già in passato". Ecco perché il ministro per le Riforme rilancia la proposta che i deputati leghisti hanno presentato giovedì e che prevede appunto la possibilità di modificare la Costituzione in modo da autorizzare il referendum per ratificare i trattati internazionali. "Non si può non consultare il popolo quando si cede della sovranità", argomenta in punta di diritto. Il progetto, aggiunge Calderoli, dovrebbe essere esaminato di pari passo con quello varato ieri dal governo. Altrimenti, azzarda il ministro leghista, "nel momento in cui qualcuno stabilisce che il diritto comunitario deve prevalere sullo Stato di diritto di un Paese membro, beh allora vuole dire calarsi le braghe".


An contro le tre aliquote
Redazione de
l'Unità

La guerra delle aliquote è definitivamente iniziata. Alleanza Nazionale abbandona i toni “felpati” e prepara l'offensiva. Per il partito di Fini la teoria delle tre aliquote (23, 33, 39) che tanto piace al premier è uno "sbaglio colossale". Giovedì il vicepremier Gianfranco Fini aveva utilizzato le colonne del Corriere della Sera per spiegare le ragioni della sua battaglia in difesa dei ceti medi. La teoria delle tre aliquote penalizza, in percentuale, proprio le fasce medie di reddito e favorisce a dismisura i super-ricchi. Ma si sa, un conto sono le parole, un conto sono i numeri. È per questo che An ha deciso di snocciolare le cifre dell'ingiustizia.
È così che Mario Landolfi, portavoce del partito di via della Scrofa, ha dimostrato quantitativamente (riferendosi alle stime dell'Espresso) che l'aliquota del 39 per cento frutterebbe al presidente del Consiglio un risparmio annuo di “soli” 760.154 euro. Per i nostalgici del vecchio conio, questa cifra corrisponde a un miliardo, 471 mila e qualche spicciolo di lire. Il famoso slogan elettorale - "Meno tasse per tutti" - cambia la sua natura e si trasforma in un "Meno tasse per Berlusconi".
È forse quella di An una manovra per indebolire la leadership del premier? Sembrerebbe di sì, anche se Landolfi precisa: "Proprio perchè, come ha chiaramente detto Fini, la leadership di Berlusconi non è in discussione, impedire che il governo commetta errori politicamente così macroscopici è nel nostro e soprattutto nel suo interesse".
La risposta di Forza Italia non si è fatta attendere. Già sabato il premier, utilizzando il giornale di famiglia - Il Giornale - faceva capire come stavano, dal suo punto di vista, le cose. Il quotidiano di Belpietro, piuttosto che aprire come al solito su Telekom Serbia o Dossier Mitrokin, titolava: "Berlusconi non molla: sulle tasse si fa così". Questo titolo era supportato da un editoriale dell'economista Renato Brunetta, chiramente a sostegno della teoria delle tre aliquote.
Nel pomeriggio di sabato, Berlusconi continuava a ribadire che l'aliquota per i redditi superiori a 70.000 euro non sarebbe stata toccata. Il 39 per cento resta così com'è. Eppure, le stoccate di An, un minimo ripensamento da parte del premier l'hanno prodotto. Berlusconi infatti ha detto: "Io sono propenso a mantenere le tre aliquote. Però si possono considerare anche altre ipotesi". Quali? Berlusconi parla di “contributo etico”. Traducendo, risulta che il premier accetterebbe di devolvere una quota dei risparmi derivanti dall'aliquota del 39 per cento (della quale usufruirebbero i 643.121 contribuenti che hanno un reddito annuo lordo superiore a 70.000 euro) per "fini assistenziali". Traducendo ulteriormente questa “particolare forma di “devolution” non è altro che beneficenza.
Tutto finito? Macché, Paolo Bonaiuti, fac-totum del premier, replica a Landolfi: "All'onorevole Landolfi ricordo affettuosamente che non è ancora una colpa in Italia aver lavorato con passione per creare dal nulla un'impresa che ha impiegato e impiega decine di migliaia di persone". E la solita favola del presidente un po' operaio, un po' mecenate.

Nemmeno la storia riesce a tenere unito il governo.


L'ora del rompete le righe
Curzio Maltese su
la Repubblica

Non poteva finire peggio per Berlusconi la giornata delle parate europeiste, con le musiche del Re Sole e la solita cartapesta monumentale sullo sfondo. Il Consiglio dei ministri convocato dal premier per ratificare la Costituzione europea è precipitato in un´italianissima zuffa e ha finito soltanto per ratificare lo sfascio della maggioranza su temi non marginali come l´Europa e le tasse. La Lega, ormai ridotta a una serie di tribù padane senza guida, chiede il referendum sulla Convenzione. An colpisce Berlusconi negli affetti più cari, il conflitto d´interessi, e scopre con l´aiuto dell´Espresso che il premier guadagnerebbe 760 mila di euro all´anno dalla sua riforma.
Berlusconi fa rispondere che darà tutto in beneficienza, un vero signore. Tipico argomento populista che non risponde all´accusa di An, l´aver contrabbandato per riforma fiscale una regalia per i super ricchi come lui. E comunque siamo ai pesci in faccia, a un livello di volgarità politica senza precedenti e senza futuro.
Non bastasse, rimane sospesa sulla testa del governo la spada di Damocle del mesto ritorno di Rocco Buttiglione dalle crociate. L´Europa sarà divisa su molti temi ma sull´impresentabilità di Buttiglione come commissario Ue il consenso è generale e trasversale, supera confini politici, barriere linguistiche e unisce il continente in un ideale abbraccio. Barroso non intende impiccarsi a una scelta sbagliata degli italiani e l´ha comunicato a Berlusconi, pronto a scaricare il filosofo dopo averlo eletto a eroe della libertà. Ma la retromarcia del governo, oltre a incrementare la serie di figuracce, rischia di complicare gli equilibri già fragilissimi della maggioranza.
Lo scontro è in apparenza sulla riforma fiscale e ha come protagonisti Berlusconi e Fini, che in serata hanno rilevato sul ring i secondi (Bonaiuti e Landolfi) e hanno continuato a suonarsele in prima persona. Berlusconi ha confermato di voler abbassare l´aliquota massima sui redditi sopra i 70 mila euro dal 45 al 39 per cento. Fini ha risposto che è ingiusto abbassare le tasse ai ricchi, compreso s´intende il più ricco. Meglio abbassarle ai più poveri. Berlusconi ha replicato alla replica mentre Fini controreplicava e così all´infinito. "Alla fine un accordo s´è sempre trovato" ha sentenziato il premier.
Un accordo forse Berlusconi e Fini lo troveranno anche stavolta. Per disperazione, perché sanno che al voto anticipato sarebbero sconfitti. Ma la questione ormai non è più il compromesso di giornata. Oltre il "tutti contro tutti" o meglio il "Berlusconi contro tutti" nella maggioranza, si assiste a un fenomeno molto più importante. E´ franato il blocco sociale che per dieci anni ha sostenuto l´avventura del berlusconismo. Sta andando in pezzi quel fascio ideologico e politico, lubrificato dalle promesse, che ha tenuto insieme finora una larga fetta di ceti medi e popolari intorno alla figura messianica del Cavaliere. E ciascuno corre dunque a riprendersi e salvare il suo pezzo. La Lega si rinchiude nella gretta difesa corporativa degli artigiani e dei commercianti della provincia padana, senza più i voli ideologici di Bossi. An torna a essere il partito del pubblico impiego. I democristiani riprendono la bandiera del solidarismo cattolico. La stessa Forza Italia abbandona le finzioni populiste e s´aggrappa alla borghesia rampante che se ne frega dello stato sociale, reclama per sé sconti fiscali e un condono ogni sei mesi. E´ un rompete le righe prima sociale che politico ma si tradurrà prima o poi in dato elettorale.



Berlusconi silura Buttiglione
m. ma. su
la Repubblica

ROMA - La fine delle speranze europee di Rocco Buttiglione esplode in un dopocena. "Resterà ministro", annuncia Silvio Berlusconi uscendo da Montecitorio. Notte. Lui, Fini e Casini si sono appena alzati dalla loro cena politica. "Dai colloqui che abbiamo avuto oggi - dice il presidente del Consiglio - la soluzione più probabile è che ci sarà un cambio del commissario italiano alla Ue".
"Inutile negare" è il commento del premier. E´ la dichiarazione ufficiale di una morte super-annunciata. Scandita in giorni ed ore. Il sogno di Buttiglione era già stato azzerato alle otto di sera, quando Berlusconi aveva comunicato: "C´è piena concordia sull´operato del presidente Barroso a cui tutti ci siamo rivolti con piena confidenza, dicendo di essere a disposizione per quei mutamenti che lui intenderà portare alla Commissione".
Terminava così il gran giorno dell´Unione europea. Per l´addio a Buttiglione-commissario, Berlusconi sceglieva la conclusione della conferenza stampa sulla Costituzione. Il presidente del Consiglio ha detto sì alla richiesta che Josè Barroso gli rivolge da giorni: ritirare la candidatura del ministro delle Politiche comunitarie. Troppo tardi per un semplice cambio di portafoglio, ha spiegato ancora ieri a Berlusconi: la testa di Buttiglione è una di quelle che devono cadere per ottenere "un Commissione forte che abbia un forte appoggio del Parlamento europeo".
Adesso si decideranno tempi e modi dell´addio, la pratica è partita. "Nell´incontro che abbiamo avuto con i capi di Stato e di governo si è parlato della Commissione europea..." è stata la premessa usata da Berlusconi per atterrare sul fatto che c´è stata "concordia" su "mutamenti" che non riguarderanno solo l´Italia. "Ci saranno comunicati al Consiglio europeo di Bruxelles alla fine della prossima settimana". Barroso ha chiesto la sostituzione, oltre che del ministro dell´Udc-Ppe, anche di un commissario socialista e di una commissaria di area liberale. Vittime sacrificali agli equilibri Ue, fra i cinque-sei politici finiti peggio nelle audizioni al Parlamento europeo.
"Ci vuole tempo per andare da alcuni capi di governo e ottenere scelte migliori" dichiarava Barroso, uscendo dal pranzo al Quirinale. Ormai eravamo ai de profundis espliciti.



Il sentiero italiano
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

La festa in Campidoglio era finita da otto ore e le tenebre erano ormai scese sui Palazzi romani quando Silvio Berlusconi, con una dichiarazione netta quanto un colpo di spada, ha tagliato il nodo Buttiglione. Il candidato-commissario bocciato dal parlamento europeo "resterà ministro", e un diverso nome sarà indicato dal governo al presidente Barroso. Berlusconi avrebbe di certo preferito che fosse Buttiglione a dimettersi risparmiandogli una pubblica resa, ma la giornata, aperta dalla solenne firma del Trattato costituzionale europeo, aveva già concesso assai poco alle speranze del presidente del Consiglio italiano. In margine alla cerimonia tutti i principali interlocutori comunitari avevano confermato il loro appoggio a Barroso invitandolo a formare senza indugio una nuova lista di commissari, ma il messaggio più chiaro era stato riservato proprio a Berlusconi: se Buttiglione è il principale ostacolo, l'ostacolo va rimosso.
In altre circostanze il governo italiano avrebbe forse potuto resistere e difendere il suo imprudente candidato. In un diverso momento Berlusconi avrebbe forse avuto buon gioco nel ricordare che proprio ieri il Consiglio dei ministri aveva avviato la ratifica del Trattato costituzionale; che Roma intendeva essere la prima capitale dell'Unione a completare la procedura; che non si poteva non vedere, in questo programma, il segnale di una forte volontà europeista.
Ma una siffatta strategia non aveva alcuna probabilità di successo dopo aver constatato che il tempo dei ripieghi era ormai scaduto.
Nel Parlamento europeo, perché la mobilitazione anti-Commissione era stata alimentata dalle parole di Buttiglione sulle donne e sugli omosessuali non meno che dall'incauta assegnazione del portafoglio della giustizia a un esponente del governo Berlusconi. Nel più ampio consesso delle principali Cancellerie dell'Unione, perché l'occasione è stata colta per regolare con l'Italia un buon numero di conti rimasti in sospeso.
Berlusconi, così, ha pagato con la sua ritirata una politica europea viziata sin dall'origine da un errore di calcolo, laddove il presidente del Consiglio ha ritenuto che un rapporto super-privilegiato con l'America di Bush avrebbe reso più influente l'Italia anche nella cornice dell'Unione. Il posto del "pontiere" era invece già occupato da Blair, e quando alle divisioni sulla guerra irachena hanno fatto seguito quelle sul dopoguerra l'Italia si è scoperta a rischio di isolamento: la Germania e la Francia sono garbatamente lontane, la Spagna di Zapatero ha cambiato fronte, i nuovi membri venuti dall'Est sono sì grati agli USA ma questo non impedisce alla Polonia di annunciare il ritiro scaglionato delle sue forze dall'Iraq.
I momenti di contrapposizione, come la volontà oggi condivisa di ricucire gli strappi transatlantici, a conti fatti non hanno procurato all'Italia i ritorni politici sperati né allargato il suo spazio di manovra in Europa.

Come tutti gli altri Paesi dell'Unione, anche il nostro dovrà ora pensare al percorso costituzionale e a quei contorni dell'Europa futura che la firma di ieri lascia ancora incerti. Ma prima bisognerà saper riprendere l'iniziativa, indicare a Barroso il nome giusto e capire che l'europeismo deve essere un impegno continuato e coerente: senza clamorosi litigi al Parlamento di Strasburgo, senza leggi nazionali che allontanano l'Italia dall'Unione, senza candidati incapaci di giudicare l'impatto politico delle proprie parole.


Voto Usa, entra in scena Bin Laden
Bruno Marolo su
l'Unità

Osama Bin Laden si è inserito nella campagna elettorale americana. Ha rivolto agli elettori un messaggio che critica George Bush ma in pratica potrebbe portargli voti. "Il vostro futuro - ha detto ai cittadini americani - non è nelle mani di Bush e nemmeno del suo avversario John Kerry. E' nelle vostre mani. Bush vi ha ingannati per quattro anni, ora tocca a voi decidere". Il messaggio è stato recapitato alla televisione araba Al Jazera, che lo ha trasmesso ieri sera. La Casa Bianca ne ha ottenuto una copia in anticipo e i suoi esperti l'hanno ritenuta autentica.
Il video sembra recente. Osama appare in primo piano su uno sfondo marrone e dà l'impressione di essere in buona salute. Indossa il tradizionale abito bianco degli arabi, un turbante e un mantello. Parla con voce forte e chiara consultando alcuni appunti scritti. Per la prima volta rivendica esplicitamente l'attacco al Pentagono e alle torri gemelle dell'11 settembre 2001. "Abbiamo deciso di distruggere le torri - sostiene - perché siamo un popolo libero e vogliamo recuperare la libertà della nostra nazione". Nel suo modo di parlare allusivo, questo è un riferimento al sostegno degli Stati Uniti per Israele. Il leader di Al Qaeda ha infatti poi detto che "le ragioni che hanno portato all'11 settembre sono ancora lì, per far ripetere l'incidente" ed ha affermato che la prima causa dell'attacco è stata "l'invasione israeliane del Libano del 1982 con l'appoggio degli Stati Uniti".
Le televisioni americane non hanno trasmesso il messaggio in diretta. Ne hanno resa nota una parte dei contenuti ma si sono riservate di far valutare il video dai loro esperti e di mandare in onda soltanto i punti principali. In passato la Casa Bianca aveva sollecitato questa linea di comportamento, per non fare propaganda al terrorismo e anche per evitare che i messaggi contenessero indicazioni in codice per le cellule di Al Qaeda annidate negli Stati Uniti. Questa volta però la prima impressione è che l'appello di Osama Bin Laden faccia il gioco di Bush. Secondo i sondaggi gran parte degli elettori approva la linea dura del presidente contro il terrorismo, anche se l'invasione dell'Iraq ha creato più problemi che soluzioni. La minaccia di nuovi attentati potrebbe indurre gli elettori incerti a confermare la fiducia al presidente.
L'ultimo messaggio di Bin Laden risale a un anno fa e non era accompagnato da immagini. Nell'ultimo video disponibile il capo di Al Qaeda appariva fragile e stanco, forse convalescente per una ferita. Questa volta invece sembra tranquillo e riposato. Si concede anche una serie di battute sarcastiche nei confronti di Bush. "E' incredibile - sostiene - che mentre era in corso l'attacco alle torri gemelle il vostro presidente preferisse stare ad ascoltare le storie che raccontava una bambina". Questa frase è un riferimento impreciso alla famosa sequenza del documentario di Michael Moore, in cui Bush, informato dell'attacco a New York, rimane silenzioso e disorientato per sette minuti, tenendo tra le mani il libro che stava leggendo ai bambini di una scuola elementare in Florida. "Il modo migliore di evitare un altro disastro - prosegue Osama - è di evitare di provocare la rabbia degli arabi. I progressisti americani non dimenticano la loro sicurezza, contraddicendo Bush, che presenta noi musulmani come nemici della libertà". Questa frase potrebbe essere interpretata come un bislacco e contorto appoggio per John Kerry contro Bush. Ovviamente non è il tipo di consenso che potrebbe giovare al candidato democratico. Kerry ha impostato l'intera campagna elettorale sulla promessa di "scovare e uccidere i terroristi di Al Qaeda". Ha accusato Bush di avere trascurato la caccia ad Osama Bin Laden per invadere l'Iraq e ha promesso di lottare contro il terrorismo con maggiore efficacia.



Lo spot di Al Qaeda irrompe nel voto
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON - Il "terzo uomo" nella partita fra Bush e Kerry, colui che il Presidente americano ci aveva promesso vivo o morto e poi ci aveva descritto come braccato, in fuga, annichilito, reso impotente, chiuso in una buca profonda, torna trionfale per gettare sul tavolo delle elezioni americane la carta del terrore, e ora 110 milioni di cittadini devono chiedersi se la riapparizione di Osama bin Laden debba farli votare per l'uno o per l'altro.

Come se il tremendo dilemma politico che questa nazione deve affrontare non fosse già abbastaza lacerante, ora la gente deve anche misurarsi con uno spettro che riappare dal cilindro delle elezioni a tre giorni dal voto per attaccare Bush, per fare del sarcasmo osceno sulla "impreparazione" del Presidente e offrire un apparente endorsement, un'investitura indiretta a Kerry, in un gesto che, se quello che vediamo fosse vero, sarebbe il bacio della morte per il Democratico. Ma per chi suona davvero la campana di Osama bin Laden?

Il vero messaggio che un Osama apparentemente in buona salute ha lanciato ieri via Al Jazeera a tutta l'America e i suoi network televisivi non è in quello che ha detto, che è stato un pastone di tutto il liquame ideologico-religioso che da tre anni ascoltiamo, inclusa quella Palestina della quale non si era mai interessato prima di autoinvestirsi come vendicatore dell'intero mondo arabo. È la presenza di questo "terzo uomo" al tavolo del dibattito tra Bush e Kerry; e qui la notizia potrebbe essere molto più preoccupante per i Repubblicani, che da mesi tentano di spiegare che "si stanno facendo grandi progressi" e che "siamo sulla strada giusta", come Bush ripete.

Se in Iraq il conto dei morti americani e iracheni cresce inesorabilmente, le elezioni di gennaio appaiono a rischio anche al premier Allawi, e ora ricompare - tranquillo e predicatorio come sempre - lo sceicco del terrore, di quali progressi stiamo parlando? Di quali vittorie si può vantare la Casa Bianca? Si era sempre saputo che il figlio degenere della famiglia Bin Laden, se degenere è davvero, sarebbe stato la "sorpresa di ottobre", il giocatore misterioso e forse decisivo nella partita americana, sia con una sua cattura o uccisione sia con una ricomparsa pubblica. E così sarà, perché nessuno ora potrà ignorare quella promessa di infliggere ancora dolore e sangue all'America.

Osama bin Laden e il fallimento miserabile della Presidenza e dei suoi attivisti neocon nell'accerchiarlo, isolarlo e annientarlo, chiaramente giocano per Kerry, che ha impostato la sua critica a Bush non sulla guerra o sul ritiro delle truppe, ma proprio sulla incompetenza e la incapacità dimostrare nello stringere le dita quando Osama era in pugno tra i monti di Tora Bora, in Afghanistan.

Ma nessun cittadino americano può accettare senza un brivido di rabbia le ironie sul "Bush occupato a leggere libri sulle capre" mentre i terroristi demolivano le Torri Gemelle massacrando tre mila innocenti di ogni popolo e razza, e dunque senza provare un moto di simpatia e di solidarietà per quel "W" che avrà ogni difetto del mondo ma incarna, come tutti i presidenti, la nazione. E anche chi non avrebbe voluto votarlo, martedì potrebbe rivedere l'orrendo "santino" di Osama davanti agli occhi nella cabina elettorale e scrivere, o marcare, o toccare il nome del Presidente pur di dare uno schiaffo all'assassino dell'11 settembre.

Resta una constatazione finale e necessaria, in attesa di sapere "per chi voti Osama Bin Laden" e se davvero sia talmente idiota da pensare che insolentire Bush possa fargli perdere le elezioni e favorire Kerry, se questo vuole, come subito hanno detto i Repubblicani. Resta da osservare con un sussulto di sbigottimento quanto siano esposte e fragili le nostre società civili se possono essere scosse dai deliri di un miliardario saudita impazzito ed ebbro del proprio potere di morte, e non di vita.

La risposta che speriamo ci venga dall'America è quella che ieri sera ha offerto Jamie Rubin, l'ex sottosegretario di stato con Clinton, quando ha detto di augurarsi che martedì i cittadini vadano a votare secondo coscienza e non secondo angoscia, e "dimostrino che l'America non cederà al ricatto della paura che un tragico buffone assassino le lancia" attraverso misteriose fogne globali, che puzzano di sporchi trucchi elettorali.


  30 ottobre 2004