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a cura di G.C. - 29 ottobre 2004


Al Campidoglio la firma della Costituzione europea
Gianni Marsilli su
l'Unità

La foto di famiglia che verrà scattata nel michelangiolesco Cortile del Campidoglio oggi alle 13 la ritroveranno senza dubbio sui libri di storia i nostri nipoti. Si accompagnerà all'altra foto, quella che venne scattata nel 1957, sempre a Roma, in occasione della firma dei trattati. All'epoca ad apporre i propri nomi furono i cosiddetti "padri fondatori" dell'Europa comunitaria. Oggi saranno 25 i capi di Stato e di governo a tenere a battesimo la prima Costituzione europea. Ma vi saranno anche altri personaggi che hanno marcato questi ultimi anni di dibattito, a volte anche aspro. Vi sarà Romano Prodi, che le picaresche vicende della ditta Buttiglione-Barroso-Berlusconi è riuscita a prorogare di un mese nelle sue funzioni di presidente della Commissione europea. Vi sarà Valery Giscard d'Estaing, che era stato il presidente della Convenzione prima di passare la mano alla Conferenza intergovernativa. Vi sarà il suddetto Barroso, che tutt'altro status aveva immaginato per la sua presenza a Roma.
Anche Giscard, come Prodi, ritiene che la giornata odierna sia di quelle storiche, e ieri in un incontro all'ambasciata francese confidava la sua soddisfazione per il fatto che la Costituzione venga firmata a Roma. Nubi strasburghesi sulla cerimonia? "Si troverà una soluzione, domani è un giorno bellissimo", sdrammatizzava Romano Prodi. Più puntuto, Giscard d'Estaing stigmatizzava invece che "le odierne difficoltà si registrano nel quadro del trattato di Nizza, con la nuova Costituzione non sarebbero state tali". Giscard si porta dietro qualche rammarico. La Convenzione da lui presieduta, racconta, aveva un'altra idea della Commissione europea: non avrebbe dovuto esser designata dai governi, ma i suoi membri scelti di persona dal presidente. Era stata poi la Conferenza intergovernativa, lamenta Giscard, a decidere invece che la Commissione venga designata dal Consiglio. La Convenzione aveva richiesto tre soli criteri per diventare commissario: competenza, impegno europeista, indipendenza. "Quelli giusti e sufficienti per un collegio ristretto", svincolato dalle scuderie nazionali e partitiche. Non è andata così, e i risultati si sono visti con l'affondamento della prima Commissione Barroso e una crisi istituzionale senza precedenti.

Ma ci sarà un altro personaggio che gioirà per l'occasione ancor più dei firmatari del Campidoglio. Non c'è dubbio che per Carlo Azeglio Ciampi sia questo il giorno più bello del suo settennato. Assieme ad un altro presidente della Repubblica - il tedesco Johannes Rau - era stato tra i primi a indicare l'ambizioso obiettivo di un trattato che fissasse i caratteri essenziali dell'identità europea e che introducesse le regole istituzionali necessarie, soprattutto in vista dell'allargamento ad est.

Oggi Ciampi il precursore riceverà a colazione i capi di Stato e di governo, prima che questi ripartano per i loro rispettivi paesi.

Al momento del brindisi saranno solo in due a prendere la parola: il presidente Ciampi e il premier olandese Jan Peter Balkenende, presidente di turno dell'Unione. Oltre ai capi di Stato e di governo dei 25 paesi membri dell'Unione, saranno al Quirinale anche i leader dei quattro paesi in marcia di avvicinamento verso l'Ue: Turchia, Bulgaria, Romania, Croazia. A quel tavolo siederanno anche i due vicepresidenti della Convenzione, Giuliano Amato e il belga Jean Luc Dehaene. E' senza dubbio anche in omaggio all'impegno europeista del capo dello Stato italiano che la firma del trattato costituzionale si celebra a Roma.
Dopo la cerimonia romana, si aprirà il difficile periodo delle ratifiche. Pesano incognite come quella britannica e anche francese, dove si andrà ad un referendum. L'Italia dovrebbe essere la prima a ratificare la Costituzione, con voto parlamentare, come la Germania. Dice Giscard, che è un po' il padre del processo costituzionale: "Non bisogna versare nel pessimismo. Se c'è un grosso numero di paesi che sono per il no, allora non c'è più Costituzione. Se invece i contrari sono pochi, sarà una situazione politica da gestire". Cita la Norvegia e la Svizzera, per dire che si può stare in Europa senza essere membri dell'Unione senza drammi particolari. Ma è nettamente fiducioso sul cammino delle ratifiche, e quindi su quello della costruzione europea.


La Carta dei popoli
Andrea Manzella su
la Repubblica

Cosa cambia per il mondo? E´ questa la domanda giusta per arrivare a capire il significato della Costituzione europea che si firma oggi a Roma. La risposta è che cambia molto. Non solo perché i Kissinger internazionali che vogliono chiamare l´Europa avranno finalmente nel ministro degli Esteri dell´Unione il "numero di telefono" che cercavano invano. Non solo perché i bisogni di sicurezza e di difesa degli europei trovano ora il quadro istituzionale che non avevano mai avuto. Non solo perché, per la prima volta, una regione multistatale da spazio economico diventa anche spazio di diritto. Ma soprattutto perché, accettando l´idea di Costituzione, i 25 capi di Stato e di governo esprimono una coscienza di unità.
Le Costituzioni sono, nella loro essenza, appunto questo: l´espressione di unità di una comunità politica. Questa volta, della comunità più grande che mai si sia vista: 450 milioni di cittadini in terre dove si è formato il pensiero critico, la forma della politica, la storia dell´Occidente. E´ in questa manifestazione di coscienza unitaria la rivoluzione che interessa il mondo. Perché esso dall´Europa unita si attende contributi di ordine nel disordine dei continenti. Capacità di correzione alle degenerazioni della globalizzazione. La tutela della diversità contro l´omogeneizzazione delle culture. La forza di persuasione alla pace, propria di chi ha fatto troppe guerre per credervi ancora. Con un´Europa costituzionalmente unita, cambia, dunque, per il mondo, in meglio, la cosa più importante per tutti: le aspettative nel futuro. Cioè la speranza.

Ma non nasce un super-Stato e neppure una unione di Stati, secondo il modello federalista. Nasce una cosa più intensa: una unione di Costituzioni.
La Costituzione di ciascuno degli Stati membri si integra con una Costituzione comune, trasversale: la Costituzione europea appunto. Ma questa non ha propria autonomia se non in connessione agli ordinamenti costituzionali degli Stati nazionali. E questi sono ormai comprensibili solo se "letti" nella cornice di un ordinamento costituzionale europeo.
Non è, dunque, quella che oggi si firma una Costituzione "senza Stato". E´, al contrario, una Costituzione "con molti Stati". Non è una Costituzione "senza popolo". E´ una Costituzione "con molti popoli".
La legittimazione dell´Unione e dei suoi poteri deriva da questo meccanismo di integrazione, di mutuo riconoscimento. La Costituzione europea ha una legittimazione perché partecipa della legittimità delle Costituzioni nazionali. Così come la democraticità delle istituzioni europee è assicurata non solo dal parlamento di Strasburgo ma anche dal loro collegamento con le istituzioni democratiche nazionali (parlamenti nazionali, consigli regionali, locali).
Ci possono essere - e ci sono - problemi di interconnessione, di coordinamento, di trasparenza, di capacità decisionale, solo in parte risolti dal testo costituzionale. E da questo punto di vista la Costituzione europea è solo "l´ordinamento di un processo di integrazione" destinato a non finire mai. Ma si coglie il senso vero dell´Unione, la sua intima natura solo se si ha presente questo suo "insieme". L´Unione non è qualcosa di separato che si sovrappone agli Stati nazionali che ne sono membri. E´ qualcosa che ad essi si intreccia.

Questo processo di sussidiarietà costituzionale - il reciproco scambio di legittimità dalle costituzioni nazionali alla Costituzione europea e viceversa - fa piazza pulita della vecchia litania sul deficit democratico dell´Unione.
E spazza via anche la nuova filastrocca - accreditata da una certa sinistra, antagonista a se stessa - sul presunto carattere neo-liberista del Trattato costituzionale. Accusa di per sé assurda: perché sono le scelte politiche concrete e non quelle costituzionali, di quadro istituzionale, a dare l´indirizzo economico e sociale all´Unione. Ma accusa anche non vera: dato che la libera circolazione dei diritti nel grande sistema senza frontiere, la "lettura" delle comuni esperienze di privatizzazione e di servizi pubblici, di protezione sociale e di cultura del lavoro, di commercio internazionale condizionato a "clausole etiche": hanno già creato un modello sociale europeo.



Il nuovo Rubicone
Tommaso Padoa-Schioppa sul
Corriere della Sera

Il Rubicone è il piccolo fiume che segnava il confine della costituzione di Roma. Da questa dista molti giorni di marcia ed è secco per vari mesi l'anno. Attraversarlo era facilissimo, ma per Cesare e la storia fu un passaggio senza ritorno. Attenzione: "senza ritorno" non vuol dire "con un solo esito possibile". Cesare non sapeva se sarebbe giunto a Roma e se ne avrebbe conquistato il potere. Anche Europa traversa oggi un modesto fiume ed entra, senza ritorno, in un territorio nuovo. Non sappiamo se conquisterà il potere, se sarà vittoriosa o sconfitta.
Il passaggio è nella parola costituzione . Sale dalle nazioni all'Europa la parola nel cui segno si compì gran parte della trasformazione dell'ordine politico del continente tra la fine del Settecento e la seconda metà dell'Ottocento. Fu il passaggio dalla "grazia di Dio" alla "volontà della nazione" quale fondamento del governo. Poco importa che la costituzione nasca per trattato: lo statuto albertino nacque per generosità di Carlo Alberto ma portò dal Regno di Sardegna all'unità d'Italia, dal governo del Re al suffragio universale.
Il testo che si firma oggi ha l'impianto di una costituzione e introduce importanti novità quali la personalità giuridica dell'Unione, l'inclusione della Carta dei diritti, il rafforzamento del Parlamento.
E tuttavia esso è un'incompiuta, perché non dà all'Unione i poteri politici e la forza che le mancano. Se anche fosse stato in vigore, non avrebbe impedito agli europei, litigiosi e ininfluenti, di battere opposte strade nella crisi irachena.
Il significato del passo di oggi sta in gran parte nell'avere osato, ciononostante, la parola costituzione; una scelta verbale che definisce, senza ritorno, l'agenda europea degli anni a venire. Già da domani, il punto di riferimento sarà l'idea stessa di costituzione; questa , o una diversa. Nei Paesi dove si terrà un referendum il sì e il no saranno pronunciati sul principio di una costituzione dell'Europa, più che sul contenuto di questa.
Ero in prima liceo quando ascoltai, dal piccolo altoparlante posto in classe, la voce del mio professore di storia e filosofia. Disse agli alunni di tutto l'istituto che sarebbe nata una Comunità economica europea per formare, con gli anni, un mercato comune, ma soprattutto perché gli orrori della guerra non si ripetessero. Quel Trattato firmato in Campidoglio trasformò l'economia dell'Europa. Ma soprattutto, creando un vero potere sovranazionale, ne ha mutato l'assetto politico, come forse non era più accaduto dal Trattato di Westfalia, che nel 1648 aveva messo fine alle guerre di religione e fondato il sistema degli Stati.

È difficile cogliere l'importanza di un fatto nel momento stesso in cui avviene. Per certi, quello di oggi è un trionfale traguardo, per altri un inutile gesto retorico, per altri ancora un impegno inassolto, o un pericolo da combattere. Nel valutare la firma che avviene in Campidoglio dobbiamo essere nello stesso tempo cauti e decisi, guardare il passato ma soprattutto volere costruire il futuro. L'Europa ha una moneta, che è una buona moneta. Firma una costituzione, che non è ancora buona. Passato questo Rubicone, continua la marcia faticosa verso un ordine politico che la faccia risorgere quale soggetto della storia del mondo.


L'incontro Wojtyla - Prodi
Marco Politi su
la Repubblica

CITTA´ DEL VATICANO - Se la carezza del Papa è il viatico il colloquio di Romano Prodi con il cardinale Angelo Sodano è la carta per affrontare il futuro, garantendosi la benevola neutralità d´Oltretevere nei mesi a venire.
Trentacinque minuti è durato il colloquio tra il Segretario di Stato vaticano e il leader designato dell´opposizione). Trentacinque minuti per raccogliere i frutti di un silenzioso e proficuo rapporto curato da Prodi nel quinquennio della sua presidenza a Bruxelles.
La simpatia di Sodano e del presidente della Cei per il centro-destra è sempre stata un dato di fondo da quando Berlusconi decise di scendere in campo. Non c´è stato "sbrego" inferto dal Polo alle regole base del buon vivere liberal-democratico né conflitto d´interessi che abbiano potuto convincere le alte sfere ecclesiastiche ad archiviare la preferenza istintiva per lo schieramento di centro-destra. Nemmeno quando è emerso il disagio di vescovi e parroci nei confronti della monarchia berlusconiana.
Lo "strappo" di Wojtyla, il suo linguaggio del corpo improntato a simpatia spezza la spirale. C´è stato un lungo lavoro di Prodi per arrivare a questo momento. Gli anni di Bruxelles sono stati dedicati a portare nelle istituzioni europee un sovrappiù di attenzione al dato religioso, di cui oggi il Vaticano tiene conto. E´ stato certo per il continuo lavorio del presidente della Commissione che nella costituzione europea appare sancito il ruolo pubblico delle comunità religiose ed è ancorato il principio inedito e fin qui sconosciuto (dagli Stati Uniti alla Francia, alla Germania, a qualsivoglia altro stato non concordatario) di un "dialogo permanente" e strutturale fra le istituzioni europee e le comunità religiose. Inoltre Prodi ha instaurato la prassi di una costante attenzione istituzionale verso le grandi confessioni: dalle visite ai patriarchi di Mosca e di Costantinopoli agli incontri con la conferenza cattolica dei vescovi europei. Estremamente importante anche la creazione di un gruppo interreligioso sulla spiritualità europea presso la Commissione, che ha messo in campo una ricerca coordinata da una personalità cattolica ben nota al pontefice: il professor Michalski, partner del dialogo con il Papa che sarà dato presto alle stampe con il titolo "Memoria e identità".
Se la freddezza di Ruini nei confronti dell´Ulivo e del suo leader non è stata finora scalfita, il rapporto fattivo e cordiale stabilito con Sodano durante la trasferta a Bruxelles porta in dote a Prodi una non-belligeranza della Santa Sede nei due anni che mancano alle elezioni politiche.



Tensioni nel centrodestra
Ombre sulla festa europea
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Sarà un brindisi agrodolce, distratto dalle tensioni interne. Il centrodestra di governo arriva alla firma storica del Trattato costituzionale europeo fra contrasti così espliciti e imprevisti, da fare apparire più unita perfino l'opposizione. La Lega minaccia di non votare la nuova Costituzione, se il governo non prevede un referendum. L'intervista di Gianfranco Fini al Corriere spezza il simulacro di armonia, ricreatosi da alcuni mesi con Silvio Berlusconi. E intanto Prodi, l'avversario, colleziona incontri nelle vesti di presidente prorogato della Commissione, e in versione istituzionale-familiare: con moglie, figli e nipoti nelle vie di Roma. La cerimonia che doveva immortalare la nuova statura internazionale dell'Italia, rischia dunque di trasformarsi in un brutto sogno. Oltre tutto, sulle celebrazioni con i venticinque capi di governo europei, incombe sempre l'ombra del caso Buttiglione. Il commissario alla Giustizia indicato a José Barroso da Berlusconi, è candidato al ruolo di parafulmine della crisi fra Commissione ed europarlamento. E Palazzo Chigi appare, suo malgrado, l'epicentro dell' incidente.
Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ieri ha lodato la richiesta di rinvio avanzata da Barroso per evitare la bocciatura. Ma "temo che il caso Buttiglione ci farà pagare un prezzo altissimo", ammetteva ieri sotto voce un esponente di primo piano del centrodestra. "Lo pagheremo come maggioranza, come governo, e come Paese". E aggiunge alla lista anche il Vaticano, inchiodato su un brutto pasticcio che non tutti, oltre Tevere, considerano figlio solo di un pregiudizio religioso anticattolico.
La vera novità, tuttavia, è la distanza che riaffiora fra Berlusconi e il vicepremier. Il capo del governo non si aspettava il suo smarcamento. Negli ultimi mesi, dopo avere contribuito in modo decisivo alle dimissioni del ministro dell'Economia, Tremonti, Fini era diventato un alleato fedele: al punto da rompere l'asse con un'Udc convinta che fosse finita l'egemonia berlusconiana nel centrodestra. La sconfitta alle elezioni suppletive di domenica scorsa, però, l'ha spinto ad amplificare un malumore diffuso.



L'ossessione fiscale
Giulio Anselmi su
la Repubblica

Ora che è in dirittura d´arrivo, la grande mossa si rivela una colossale panzana. Questo almeno pensano gli alleati di Berlusconi che, giorno dopo giorno, si arrabattano tra scaglioni ed aliquote per dare alla riduzione fiscale un minimo di razionalità economica e di accettabilità politica. Messo alle corde, Fini ha ribaltato il tavolo.
Occorre svegliarsi dai sogni, rivedendo al ribasso le promesse, ha detto, con le risorse disponibili o si tutela il potere d´acquisto delle famiglie, a cominciare nel 2005 dai meno ricchi, o si rilancia la capacità produttiva delle imprese. E il centro-sinistra ha trovato un alleato nell´evidenziare il bluff, senza correre il rischio di diventare agli occhi dell´opinione pubblica il partito delle tasse.
Mentre nel centro destra, traballando il perno fiscale, tutto vacilla, inducendo perfino il numero due dell´alleanza a proporre un nuovo patto e un nuovo governo, l´opposizione deve evitare la trappola dell´ideologia, seguendo il premier sul suo terreno. A sentirlo, il taglio è la scommessa decisiva, l´averlo ritardato diventa l´alibi per la recente sconfitta alle suppletive, piuttosto che rinunciare preferirebbe andarsene: il Cavaliere è convinto di giocarsi tutto con quel gesto quasi simbolico, poco importa se il regalo agli italiani sia effettivo o virtuale e basti o meno a rilanciare lo sviluppo. Ma contrapporglisi sventolando la progressività delle imposte - come strumento principe di giustizia sociale - e l´intangibilità del welfare sarebbe peggio di un´ingenuità: sarebbe una ciambella di salvataggio regalata a un imbonitore che faticherebbe poco a cucire addosso all´opposizione gli impopolari panni del gabelliere.
Se dovessi esprimere un consiglio, direi al centro-sinistra: non accanitevi contro la riduzione, lasciate Berlusconi alle prese con una gestione declamatoria dell´economia che non trova più credito neppure tra i suoi. Solo, come nelle sue riforme sfascia-Stato (e come ripete, facendo la vittima, per distinguersi dai "politicanti"), non regalategli ancora una volta l´alibi di non aver potuto governare. Immagino l´argomento contrario: occorre evitare che conduca il Paese allo sfascio. Ma è inutile farsi illusioni: su questo punto non cede, e sul piano della propaganda ha scelto la posizione più comoda.

D´altra parte l´opposizione ha fatto ben più che una resistenza per salvarsi l´anima. E gli argomenti che ha esposto sono quelli giusti. Ha spiegato, con l´avallo di fior di economisti, che il progetto Tremonti-Siniscalco (in questo caso pseudonimi del capo) sottrae risorse utilizzabili meglio altrove, in questa fase della congiuntura, e che non garantisce neppure stimoli alla ripresa. Sono state rese note serissime indagini secondo le quali le ventinove riduzioni fiscali fatte recentemente in quindici paese dell´Ocse hanno avuto una certa efficacia espansiva solo quando non si sono tradotte in aumento del deficit. Il Fondo monetario, la Banca d´Italia, la Corte dei conti, autorevoli commissari dell´Unione europea hanno lanciato l´allarme per l´ulteriore aggravio dell´indebitamento, sindacati e industriali hanno trovato sul punto una rara concordia. Se tutto questo non è bastato, ora che il ruolo, doveroso e noioso, del grillo parlante è stato esercitato (e si è spiegato che l´ultima versione del progetto governativo costerebbe sei miliardi di minori entrate nel 2005 e oltre sette negli anni successivi), occorre cambiare registro.
Nessuno propone al centro-sinistra di rassegnarsi al ruolo di spettatore. La politica economica del governo dev´essere tallonata punto per punto. Vanno denunciate le partite di giro come l´aumento della tassazione locale, i marchingegni poco chiari come lo slittamento delle rate del condono edilizio, gli annunci cui non corrispondono effetti (vedi la manovra correttiva di luglio). E, per quel che riguarda il fisco, ogni forma di copertura con misure non strutturali. Il quadro è tutt´altro che roseo: i precari equilibri della Finanziaria richiedono 24 milioni di euro, molti dei quali, dopo la giostra delle ipotesi avanzate e ritirate dal ministro competente, rischiano di mancare all´appello. Il prestigio e l´interesse dell´Italia impongono che il controllo non sia delegato per intero all´Ue.
Infine deve emergere una più esplicita sensibilità alle esigenze di equità ed eguaglianza: sembra quasi che la componente sociale di An abbia l´esclusiva della protesta contro i benefici per i redditi più alti.
I fatti si incaricheranno di giudicare una scelta strumentale, voluta a prescindere dai suoi vantaggi e dai suoi effetti, dove gli aspetti ideologici si intrecciano a quelli scaramantici. L´equazione taglio delle tasse uguale vittoria elettorale sintetizza i termini della scommessa, ormai isolata, di Berlusconi. A fronte dei conteggi più disparati (assestatisi su una cifra media di 500 euro annui, ampiamente compensati dagli aumenti sugli altri fronti fiscali) è facile immaginare che la spinta all´economia non ci sarà: innanzitutto perchè mancanza di fiducia e consumi non vanno d´accordo.
E, stando ai sondaggi, gli italiani non sono ottimisti, addirittura sette su dieci non credono alle promesse del premier.



Barroso scarica Buttiglione e pensa al rimpasto
Sergio Sergi su
l'Unità

Josè Manuel Barroso è arrivato a Fiumicino con un volo di linea. Per adesso, gli hanno staccato anche il biglietto di ritorno a Bruxelles. Lui oggi, peró, non firma la Costituzione nella sala degli Orazi e Curiazi. Lui sta a guardare. Chi firma, per l'esecutivo comunitario, è Romano Prodi. Del resto, dopo le giornate nere di Strasburgo, il "Designato" ha ben altro a cui pensare. Telefonino attaccato all'orecchio per oltre quindici minuti nella sala del cerimoniale del Leonardo da Vinci mentre il paziente diplomatico Umberto Lucchesi Palli, andato a raccoglierlo, si consumava nell'attesa.
Poi diritto in città, sotto nutrita scorta per prepararsi al primo round: il colloquio con Jean Peter Balkenende, il presidente di turno dell'Unione. Nel tragitto da Fiumicino, tra polizia di scorta e traffico impazzito, matura una prima svolta. Che certifica, in pratica, l'uscita di scena di Rocco Buttiglione. Questione di ore, questione di giorni. Il timbro sulla soluzione finale già scritta nelle cose, l'hanno messo in due: il ministro degli esteri Franco Frattini e lo stesso Barroso.
Quello di Buttiglione è un licenziamento mediatico. Frattini va davanti alle telecamere di Sky Tg24 per accreditarsi, di fatto, come più che possibile sostituto del professore nella Commissione Barroso. Sarà lei, ministro, il candidato italiano? "Non lo so - risponde - sarà il presidente del Consiglio con Barroso a lavorare per una soluzione". Frattini non risponde di no. Lascia intendere, al contrario, che potrebbe essere una soluzione. La soluzione. Il tempo per Barroso di arrivare nel suo albergo romano che la radio francese Europe 1 diffonde un'intervista con il presidente designato. Dice che, dopo la sberla del Parlamento, farà quel che è "necessario e sufficiente per l'Europa" e che non farà cambiamenti "non necessari". Il suo problema è semplice. Se intende sopravvivere, deve tenere nel giusto conto il messaggio politico del Parlamento.
Ecco, dunque, il de profundis per Buttiglione in collegamento diretto con la Farnesina: "Non posso accettare un commissario che abbia problemi con il Parlamento".

Un attacco durissimo gli è arrivato nientemeno che dal premier francese Jean-Pierre Raffarin, uomo di Jacques Chirac ed esponente del Partito popolare europeo. "Io - fa sapere l'inquilino di Palais Matignon - non accetto l'omofobia. Non accetto l'insulto e nemmeno l'arroganza". Parole eloquenti. Insieme all'invito per Barroso di "ascoltare gli Stati e il Parlamento". Significativo che il ministro Frattini giudichi l'atteggiamento del Parlamento europeo come "un segno positivo di un'Europa politica che cresce". Sin ad ieri il capogruppo di Forza Italia, Antonio Tajani, si è scagliato contro la sinistra che avrebbe causato una crisi istituzionale.
Frattini cambia registro? "Ci troviamo - dichiara - di fronte ad un Parlamento che esercita la sua forza politica. Non è una crisi delle istituzioni ma uno sviluppo delle istituzioni". Hanno capito, finalmente, la lezione? Si vedrà. Con il centro destra bisogna andare sempre cauti quando s'avventurano in quel dell'Europa. Certo è che con questi pensieri Frattini si stacca un passaporto per l'Unione. E con tutte le sue impronte biometriche. C'è tuttavia sempre un problema. Dopo la festa di oggi, quando tempo ci metterà Barroso a ridisegnare la squadra? Quanti spostamenti nei portafogli? Su tutti il fattore tempo rischia di essere condizionato dalla lotta dentro la maggioranza di governo italiana. Buttiglione vuole un'uscita onorevole. E sta trattando. Si dice che aspiri al vecchio sogno della Pubblica Istruzione aprendo, nel suo schema, le porte di Bruxelles per Letizia Moratti. Ma quest'ipotesi si scontra con la forza messa da Fini nella nuova partita con Berlusconi. Se Frattini si schioda dalla Farnesina, Fini sarebbe lesto a insediarsi. Che ha viaggiato a fare per il mondo negli ultimi mesi? Per turismo? Il ticket Frattini-Fini si scontra con i desideri di Buttiglione. Lo scontro italiano si riverbera sull'Europa dei 25 che si raduna a Roma. Uno spettacolo pubblico cui si sarebbe dovuto davvero fare a meno. Non foss'altro che per decenza.


Arafat lascia la Palestina
Alberto Stabile su
la Repubblica

RAMALLAH - Yasser Arafat lascia dopo quasi tre anni la prigione della Muqata col salvacondotto emesso da una legione di medici e la promessa che potrà tornare nei Territori dell´Autonomia sottoscritta da Sharon. Maestro nell´arte della sopravvivenza il leader palestinese è riuscito a capovolgere un funerale annunciato in una quasi rinascita. Volerà oggi stesso a Parigi per curarsi da un male misterioso che quasi lo uccideva, ma tornerà a respirare l´aria della libertà, il migliore lenimento.
In un empito rassicurante, ieri sera la televisione palestinese ha trasmesso alcune sue immagini che, se non incoraggiano un eccessivo ottimismo, per lo meno dissipano i timori di una fine imminente: vi appare sorridente, quasi rinato, circondato da medici e collaboratori festanti. Tale è la soddisfazione che traspare dalle guance affossate in una lunigine sempre più bianca, che il raìs non teme di apparire buffo presentandosi con la testa coperta da un berretto di lana blu, al posto della inappuntabile kefia bianca e nera, e in pigiama azzurro invece che nella solita divisa grigio verde.
Il miracolo del recupero è maturato lentamente mentre intorno al letto dell´illustre infermo s´accalcava la folla dei potenziali successori. Nell´arco della mattinata il premier Abu Ala sarà entrato e uscito dalla Muqata almeno quattro volte, alimentando le voci più allarmistiche. Gli uomini del Fatah riunivano i loro organismi dirigenti preparando proposte e piattaforme per la successione. Ma nel frattempo una regia invisibile distillava una ritrovata fiducia.

Ma chi si sarebbe assunto la responsabilità di ordinare ad Arafat il suo ricovero all´estero? E qui la vicenda diventa tutta politica. Arafat ha sempre risposto all´assedio affermando che dalla Muqata non se ne sarebbe mai andato se non da morto. Israele, di contro, pur avendolo condannato a morte, gli ha sempre concesso, sulla carta, la possibilità di lasciare la sua prigione e i Territori dell´Autonomia ma senza garantirgli il rientro. Stavolta, invece, Sharon è ben disposto e, dopo una telefonata con il premier Abu Ala, garantisce ad Arafat che potrà essere ricoverato in ospedale, a Ramallah, se lo desiderano i medici, senza sentirsi esposto alla ritorsione israeliana. E´ il primo passo. Il secondo, Sharon lo compie nel pomeriggio allargando le garanzie anche nel caso in cui Arafat si farà ricoverare all´estero. "Se i medici decideranno che per la sua salute è necessario che Arafat ritorni allora sarà libero di ritornare", dice il portavoce israeliano Rahanan Gissin. Alla fine è stato deciso che oggi stesso il raìs volerà su elicotteri giordani da Ramallah ad Amman, e di lì partirà per Parigi.
Ora, come non vedere in questi slanci improvvisi da una parte e dall´altra il tentativo di imbastire un compromesso che, partito dal piano di ritiro da Gaza approvato ieri l´altro dalla Knesset è arrivato, sia pure per una serie di circostanze casuali, all´uscita di scena di Arafat, considerato finora dal governo israeliano, come il principale ostacolo alla pace? Sta di fatto che, alle otto della sera, Arafat accetta di lasciare la Muqata alla volta di Parigi. E chissà che, una volta recuperate le forze, non si rassegni a quel ruolo onorifico, di Padre della rivoluzione palestinese, che molti osservatori avevano individuato per lui.


"In Iraq sono morti centomila civili"
Michele Farina sul
Corriere della Sera

E così, oltre alle 377 tonnellate di super-esplosivo, mancherebbero all'appello anche 100 mila iracheni. Centomila persone uccise dall'inizio della guerra, "in gran parte donne e bambini". Centomila, "stimate per difetto". Come dire gli abitanti di Lecce, o due volte la città di Mantova. La stima (la denuncia) viene dall'autorevole rivista medica The Lancet , che a quattro giorni dalle elezioni Usa pubblica online uno studio condotto dai ricercatori di tre università, due americane (Johns Hopkins e Columbia) e una di Bagdad (Al-Mustansiriya). Nessuno ha contato centomila cadaveri. In genere la contabilità dei caduti riesce più facile quando si muore in divisa. Ieri per esempio è stato ucciso un soldato americano, e la lista si è subito aggiornata: 1.082 morti dal 20 marzo 2003. Oltre 800 vittime nel 2004 tra poliziotti e soldati iracheni (gli ultimi ieri, 11 uomini della Guardia Nazionale massacrati dai sequestratori che hanno messo online le foto dei loro corpi). C'è chi riesce a registrare, come fa The Brookings Institution, il numero delle autobomba (138 dal maggio 2003 al 13 ottobre 2004, con 1.442 morti e 6.620 feriti), o quello degli interpreti iracheni uccisi dalla guerriglia (52 nel 2004). Ma chi fa la somma di tutti i civili che ci lasciano la pelle? Nessuno, finora. Non ci sono dati governativi. Di solito si citano le stime (ricavate dai giornali) dell'associazione pacifista "Iraq Body Account": 15 mila civili iracheni ammazzati dall'inizio dell'invasione.
Sono molti di più, dice ora The Lancet (il bisturi), rivista britannica fondata nel 1823 dal chirurgo Thomas Wakley con il motto "informare, riformare, intrattenere". In Iraq, denuncia The Lancet , dopo l'arrivo dei liberatori si muore più di prima. Ci sono 100 mila "extra deaths", centomila defunti che nel vecchio Iraq, stando ai tassi di mortalità ante-guerra, non sarebbero morti. Le principali cause di decesso: prima della "liberazione", attacchi di cuore e malattie croniche. Dopo, la violenza. Un iracheno ha 58 probabilità in più di morire rispetto a 18 mesi fa. I responsabili, secondo lo studio di Lancet , sono al 95% le bombe e i raid aerei americani.
Un'accusa pesantissima, che arriva sul Web nelle ore decisive della campagna elettorale Usa.

Nel settembre di quest'anno una squadra di ricercatori iracheni, in maggioranza medici, ha girato l'Iraq a gruppi di tre, fermandosi in 33 aree, in ciascuna delle quali ha selezionato a caso 30 nuclei familiari. Di queste 988 famiglie, 808 hanno accettato di collaborare. La domanda per tutti: quante nascite e quanti decessi a partire dal gennaio 2002. In 78 famiglie gli studiosi hanno chiesto i certificati di morte, ottenendoli in 63 casi. Ecco i risultati del confronto: in 808 case irachene, 46 morti prima della guerra, 142 dopo. Tradotto in statistiche: si è passati da 5 a 12,3 decessi ogni mille abitanti per anno. Questo però tenendo conto dell'effetto Falluja: un terzo di quei 142 morti totali si registra in un quartiere della roccaforte sunnita, dove i combattimenti e i raid Usa negli ultimi mesi sono stati più pesanti. Ma anche escludendo Falluja, restano 73 cadaveri: il tasso di mortalità si attesta su 7,9 ogni mille abitanti, comunque una volta e mezzo in più del periodo anteguerra. Dodici di quelle 73 morti non sono attribuite alle forze della coalizione, 28 sono bambini (mortalità infantile, da 29 a 57 ogni mille abitanti).
Da questi dati ("di qualità limitata") i ricercatori sono giunti alla stima su base nazionale ("probabilmente sbagliata per difetto": 98 mila "extra deaths", 98 mila "morti extra" nel 97% del territorio iracheno (eccetto l'area di Falluja).



  29 ottobre 2004