
sulla stampa
a cura di G.C. - 28 ottobre 2004
Barroso rinuncia alla fiducia
e prepara un rimpasto
Ivo Caizzi sul Corriere della Sera
STRASBURGO - L'Europarlamento vince la prima parte dello scontro con il Consiglio dei governi dell'Unione europea, riuscendo a bloccare la contestata nomina del ministro italiano delle Politiche comunitarie Rocco Buttiglione a commissario per la Giustizia. Il presidente della Commissione designata, l'ex premier portoghese Josè Manuel Barroso, ha infatti rinunciato a sottoporre i suoi 24 commissari al voto degli eurodeputati, che era quasi sicuro di perdere non avendo eseguito il cambio di ruolo di Buttiglione e degli altri membri criticati nelle audizioni parlamentari. Questo rinvio a pochi giorni dall'insediamento, previsto per l'1 novembre prossimo, è la prima volta che accade in Europa. Adesso resterà in carica la Commissione di Romano Prodi, fino a quando l'Europarlamento non approverà la nuova "squadra" con i cambi che i governi non volevano concedere.
LA RETROMARCIA - Barroso si è limitato a dire che interverrà con "il necessario e il sufficiente", senza precisare se farà un rimpasto o dimissionamenti, né ha indicato scadenze. Martedì scorso solo a tarda notte avrebbe capito che l'appoggio del suo partito, il Ppe, e delle destre non era sufficiente. Socialisti, liberali, verdi e comunisti, che avevano guidato l'attacco a Buttiglione, contavano quasi certamente sulla maggioranza. Barroso ha anche valutato la scarsa utilità di un esito favorevole per pochi voti. Ha così fatto retromarcia e ottenuto dai governi di poter proporre ai leader dei gruppi politici dell'Europarlamento di ritirare la lista dei commissari in modo da avere più tempo. Il "sì" è arrivato subito.
SOTTO ACCUSA - Socialisti, verdi e comunisti sembrano ora orientati a non accontentarsi più di un rimpasto. Vorrebbero, oltre alla sostituzione di Buttiglione, anche il cambio di altri quattro commissari, in accordo con il centrodestra. Nel mirino ci sono due liberali, l'olandese Neelie Kroes (Concorrenza) e la danese Mariann Fischer Boel (Agricoltura), il socialista ungherese Laszlo Kovacs (Energia), la verde lettone Ingrida Udre (Fiscalità). I verdi aggiungono il commissario per l'Ambiente, il greco Stavros Dimas (Ppe). Perfino il leader dei liberali, lo scozzese Graham Watson, che aveva appoggiato Barroso prima di perdere il confronto interno al suo gruppo con la componente anti-Buttiglione (guidata dagli italiani Antonio Di Pietro dell'Idv, Marco Pannella dei radicali e Lapo Pistelli della Margherita), ha ammesso che non sarebbe "saggio" riproporre il ministro-filosofo.
L'EUROPA DEI CITTADINI - Massimo D'Alema, presidente ds ha espresso comprensione per Buttiglione, ma ha esaltato la vittoria politica del centrosinistra unito e "il ruolo in Europa dell'istituzione che rappresenta i cittadini". Secondo Fausto Bertinotti, leader prc, il ritiro della Commissione Barroso dimostra che nella Ue "il sovrano è chi rappresenta i cittadini". Borrell ha aggiunto che ora potrebbero esserci più europei "interessati a votare alle prossime elezioni". Il problema istituzionale sarà portato da Barroso domani a Roma al pranzo dei capi di Stato e di governo, dopo la firma del Trattato costituzionale, che si trasforma da cerimonia in vertice sul futuro della Commissione. Il Consiglio europeo è in programma il 5 novembre prossimo. In entrambe le occasioni potrebbe partire una critica all'atteggiamento anti-europeo dei premier del Ppe, che pretesero uno del loro schieramento maggioritario per la presidenza della Commissione, facendo così prevalere Barroso. L'imposizione fu accettata faticosamente dai premier del centrosinistra per non incrinare il potere del Consiglio. Ora alla votazione dell'Europarlamento sulla nuova lista di commissari, che potrebbe avvenire a metà novembre a Strasburgo, si dovrebbe andare solo dopo aver trovato un compromesso ampiamente condiviso.
Il mago Romano e il fattore C
Edmondo Berselli su la Repubblica
L´incredibile è accaduto, e quindi l´incredibile è vero. Non occorre essere hegeliani per dire che ciò che è reale e razionale, e quindi c´è una ragione politica nel collasso della commissione Barroso, nel rinvio del voto del Parlamento europeo, nel rimpasto obbligatorio, nel tracollo di Rocco Buttiglione, nella spaventosa figura compiuta dal governo italiano.
L´ironia della cronaca diventa ironia della storia, un´astuzia della ragione che trasforma l´addio di Romano Prodi in un interim: quasi che un potere misterioso si prenda una sua rivincita clamorosa e ineffabile. Un potere enigmatico che sommuove le architetture europee e mondiali, un dono insondabile che è somma di Virtù e Sorte, e che si manifesta agli umani come la bellezza aliena dei capolavori involontari, ma attesi e pregustati con piacere squisito.
Un potere che è impossibile descrivere se non ricorrendo a ircocervi lessicali, il più eufemistico dei quali può essere accennato parlando di Fortuna, grande dea bendata, un dono che a dispetto dell´alfabeto ha per iniziale la lettera "C".
È il Culo di Prodi: categoria mitologica che verrà usata per esteso questa sola volta, per rispetto ai lettori e per non sfidare sorti e superstizioni. Come tutti i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente, come un prodigio preternaturale, una chimera, una fenice, una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile: tanto più che in questa situazione bizzarra non reca grandi vantaggi al suo detentore, se non di immagine. Certo, gli evita il disturbo di dover scendere in piazza il 6 novembre contro una Finanziaria inesistente; ma soprattutto lascia nelle grigie stanze brussellesi esecrate dai Galli della Loggia, nelle algide sfere tecnocratiche a cui si oppose Tremonti, nella Forcolandia ipergiuridica maledetta da Bossi, la traccia di un dono magico e imprendibile. Un segno dei tempi. Un presagio. Una giocata di classe indicibile, come una "rabona" di Maradona, una "ruleta" di Zidane, un missile di Adriano, in cui il talento è un semplice accessorio dell´idea istintiva nata nel profondo della psiche del campione.
Oltretutto, alla Sorte si unisce il Fiuto: mentre tutti in Italia studiano l´ultima variazione della teoria del valore di Sraffa, lui si mette a studiare l´industria delle piastrelle a Sassuolo, e diventa per tutti, politici e industriali, l´economista che parla di cose che si capiscono.
Poi si sa come va: il possessore del Dono via via si convince che qualcosa esiste, non è vero ma ci credo, ed è così che si formano le personalità. Comincia ad accettare con tranquillità incarichi complessi. Accoglie come una chiamata celeste, a 39 anni, la nomina a ministro dell´Industria nel governo Andreotti del 1978. Diventa presidente dell´Iri con la serena tranquillità dei predestinati, e usa il suo Potere per resistere alle raccomandazioni di Giulio Andreotti. Nell´Iran sciita scambia baci appassionati con gli ayatollah per incassare una fornitura, nell´Italia cerca di evitare i baci traditori di Giuda grandi e piccoli: "Ho fatto 33 privatizzazioni; quando ho fatto la trentaquattresima hanno privatizzato me e mi hanno mandato a casa".
Tanto la storia suona sempre due volte. È già quasi un uomo politico fatto e finito quando Oscar Luigi Scalfaro gli offre Palazzo Chigi, ma la Fortuna lo ammonisce che non è ancora venuto il tempo, e gli offre il rifiuto di Mariotto Segni a fargli da vice. Verrà, verrà l´occasione. Occorre rispettare la sorte, consolidare la virtù, saper aspettare. "Eh sì", dicono i suoi amici, "Romano ha temprato il C. standosene nel suo ufficio di Nomisma. Riceveva i frati francescani e gli spiegava l´economia, incontrava i russi e gli raccontava il mercato". E quando è stato il momento, l´azione è diventata chirurgica.
Il 2 febbraio 1995, caduto Berlusconi, si affaccia nell´atrio di Nomisma e annuncia che si candida alla guida del Paese. "Le botte di C. aiutano gli audaci", commentano i suoi fedeli, intendendo che Prodi possiede la dote divina della Fortuna degli innovatori: "La Fortuna di Prodi vola alta". Il che significa assumersi ogni volta rischi impensabili: creare l´Ulivo mettendo insieme cattolici e postcomunisti, battere il mago Berlusconi dopo essere riuscito a stare a bagnomaria per un anno senza ammollarsi. E vincere le elezioni con la suprema eleganza chiappesca di prendere meno voti del Polo, al proporzionale, perché evidentemente, e lo potrebbe confermare anche il professor Giovanni Sartori, il C. ha una tendenza maggioritaria.
Rischi, scommesse. Puntare sull´euro quando la lira era considerata come "la pizza de fango der Camerun". Scommessa vinta. Risanamento dei conti pubblici: idem, grazie alla sorte di avere un ministro del Tesoro come Carlo Azeglio Ciampi. Scommessa delle 35 ore, portata a casa anche quella. E qui il cielo si oscura, il velo del tempio si squarcia, perché di lì a poco, nell´ottobre nero del 1998, può anche capitare di ritrovarsi con il C. per terra. Per un punto Prodin perse la cappa, era l´iscrizione sulla carta maledetta uscita dal mazzo nella partita taroccata con D´Alema, Cossiga, Bertinotti e Scalfaro: 313 a 312.
Roba da farsi benedire. Oppure pensare che la Fortuna ha voluto metterti alla prova, per suggerirti sfide più alte. Presidente della Commissione europea nel 1999, con un sorriso largo così quando Tony Blair definisce la sua "mission" come "the most difficult job in the world".
Finisce, come si sa, con gli applausi corali del Parlamento, compreso il temibile ipercritico Poettering, e i terribili giornalisti anche spagnoli e inglesi che gli tributano "orejas, ovaciones y música". Finisce, oltretutto, fra gli squilli del 7 a zero della Gad contro la destra. Finisce, ricomincia, e genera auspici, con la dimostrazione straniante di involontaria potenza, come se le trombe di Gerico, o di Reggio, facessero cadere le mura degli usurpatori. Perché il mago Berluscone e l´apprendista Buttiglione tutto potevano prevedere, ma non la tremenda forza esorcistica del magnetismo di Prodi, l´inspiegabile ma in fondo spiegabilissimo potere del Fattore C.
Non era mai accaduto
Antonio Padellaro su l'Unità
Non era mai accaduto che il Parlamento europeo si opponesse con tanto vigore, e con tanto allarme, alla nomina di un commissario europeo. Non era mai accaduto che quel commissario, rifiutato per aver espresso delle convinzioni ritenute discriminatorie nei confronti degli omosessuali, reagisse con tale supponenza, senza minimamente farsi carico della grave situazione in cui gettava l'intera istituzione europea. Non era mai accaduto che, a causa della totale chiusura da parte del governo che quel commissario aveva indicato, la nuova commissione e il nuovo presidente sfiorassero il disastro; ovvero, la sicura bocciatura da parte del parlamento europeo, evitata in extremis solo grazie al rinvio del voto e alla promessa di un sostanziale cambiamento dei nomi e degli incarichi.
Adesso tutto questo è accaduto, e l'Italia non può esserne certo orgogliosa. Rocco Buttiglione, il commissario rifiutato che non ha avuto la sensibilità di farsi da parte e il governo Berlusconi irresponsabilmente sordo a qualsiasi richiamo, hanno contribuito a scrivere una delle pagine più mortificanti nella storia dell'Unione europea. Per debolezza o per calcolo meschino o per tutte e due le cose, il presidente Barroso si è reso loro complice facendo pagare alla commissione un prezzo salatissimo e difficilmente recuperabile in termini di autorevolezza e credibilità. Tutto questo alla vigilia della firma della nuova Costituzione europea, cerimonia che avverrà domani a Roma: proprio nella capitale del paese il cui governo si è reso responsabile di una simile pessima figura.
Come in rovinoso gioco del domino, dunque, l'Europa ha affondato Buttiglione che ha affondato Barroso, con il rischio, per ora evitato, che entrambi affondassero l'Europa. C'è una lezione in tutto questo e riguarda quella moneta cattiva che si tenta di spacciare fuori dai confini italiani ma che in Europa e viene costantemente rifiutata. È la moneta del conflitto d'interessi, delle leggi ad personam, dell'intolleranza e della xenofobia, degli insulti contro l'opposizione, dell'euroscetticismo, dell'informazione controllata o intimidita. Da oltre tre anni quella moneta viene battuta in Italia, come se fosse vera. Essa, però, non ha corso legale a Bruxelles
Come giudicare, del resto, il governo che toglie dall'Europa una personalità universalmente stimata come il professor Mario Monti e la sostituisce con il professor Buttiglione? Per fortuna c'è Romano Prodi. Dopo cinque anni di lavoro, salutato qualche giorno fa dall'applauso dell'intero parlamento di Strasburgo. E adesso richiamato d'urgenza per salvare la faccia dell'Europa. E dell'Italia.
Le promesse mancate e la zavorra del Cavalier
Claudio Rinaldi su la Repubblica
Che la Casa delle libertà abbia perso le elezioni suppletive non c´è dubbio; e le ha perse in malo modo, come dimostrano sia i distacchi talora vistosi dal centrosinistra sia la caduta di antiche roccheforti come Milano e Napoli. Ma il voto del 24-25 ottobre ha costituito anche una sconfitta personale di Silvio Berlusconi, e non soltanto perché l´uomo si era impegnato a fondo nella campagna. Se è vero che i suoi piccoli bagni di folla nemmeno stavolta hanno portato fortuna ai candidati del centrodestra, è ancora più evidente che la coalizione ha pagato a caro prezzo i gravi errori del condottiero. Come gli accade ormai da quasi un anno, infatti, il premier ha cercato di nascondere le inadempienze del suo governo dietro il paravento di una comunicazione tanto ridondante quanto goffa e autolesionistica.
In vista delle europee e delle amministrative, lo sbaglio di Berlusconi era stato quello di centrare la sua propaganda sull´illustrazione di successi che non esistevano; con l´aggravante del tono saccente, antipatico che un´autentica overdose di cifre o irrilevanti o non credibili conferiva ai manifesti di Forza Italia. Ma dopo la sberla del 12-13 giugno, con la perdita di otto punti percentuali rispetto al 2001, l´ex Grande Comunicatore non si è limitato ad autoincensarsi come al solito. Ha fatto di peggio. Affidando tutte le sue speranze di ripresa a un unico messaggio, il futuribile taglio delle aliquote Ire, senza capire che ripetendolo a ogni pié sospinto, inflazionandolo, banalizzandolo lo avrebbe reso totalmente inefficace.
Sulla carta, il presidente del Consiglio era astuto nel concentrarsi su quel tema: una netta maggioranza di italiani, come ha mostrato lunedì 25 un sondaggio Ispo-Corriere della sera, si ritiene ingiustamente tartassata dal fisco. Secondo la stessa rilevazione, però, sono addirittura 70 su cento i cittadini che allo strombazzato calo delle imposte non credono. Da dove nasca tanto scetticismo Renato Mannheimer non lo ha precisato, ma la spiegazione più ovvia risiede nel fatto che Berlusconi non ha mai dato un seguito concreto alle sue torrenziali chiacchiere.
Man mano che sugli sconti fiscali si moltiplicavano le discussioni, mentre le decisioni venivano sempre rinviate, parecchia gente è pervenuta ad alcune conclusioni di buon senso. 1. I conti dello Stato sono talmente disastrati che una manovra sull´Ire è altamente sconsigliabile. 2. Il governo non sa come attuarla senza incappare nelle scomuniche dell´Unione europea e dei mercati. 3. Nella maggioranza non c´è accordo su come procedere. 4. Se mai un taglio delle tasse interverrà, sarà un taglietto: per la stragrande maggioranza dei contribuenti si ipotizzano risparmi di nemmeno 500 euro all´anno. 5. Non saranno mance del genere a dare all´economia la scossa di cui si favoleggia. 6. Quelle eventuali mance del resto saranno vanificate dall´aumento di altri balzelli: come nel 2003, con una pressione tributaria complessiva salita dal 41,9 per cento al 42,8. Più Berlusconi insiste nel suo ritornello, insomma, più prepara il terreno a una delusione di massa. Il suo appare un "vorrei ma non posso", o se si preferisce un "vorrei ma non detasso".
Certo non è facile accettare l´idea che il cavallo vincente di tutte le tenzoni elettorali si sia imbolsito al punto da non azzeccare più una mossa. Tuttavia pare proprio che il trend sia questo, se si pensa che oltre alla pista delle riduzioni fiscali il premier ne sta battendo un´altra forse ancora più ingrata.
È la pista del ringiovanimento dell´immagine, che si è snodata da un anno a questa parte in una studiata successione di tappe: prima il lifting facciale di Capodanno, poi a Ferragosto un trapianto di capelli, in autunno la frequente sostituzione del doppiopetto con una più disinvolta giacca a tre bottoni, da ultimo la pubblicazione sul fido settimanale Chi di alcune foto giovanili in posa da aspirante culturista.
In politica, purtroppo per lui, presto o tardi conta anche la sostanza delle cose fatte o non fatte. Se un taglio di tasse è inutile per i più, e inutile ai fini del rilancio dei consumi, anche votare per chi ne fa l´oggetto di un tam tam ossessionante diventa inutile.
Fini: nuovo patto e nuovo governo
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA - Nelle casse dello Stato mancano i soldi necessari per tener fede a tutte le promesse fatte agli italiani, e nelle urne mancano i voti indispensabili per continuare a vincere. Perciò è venuto "il tempo delle scelte" nella Cdl, perciò il vicepremier ritiene necessario "un nuovo patto". Tra alleati, e tra l'alleanza e gli elettori. Così, dopo la secca sconfitta alle Suppletive e in vista dell'intesa sulla Finanziaria, Gianfranco Fini illustra un percorso che - a suo dire - "ci consentirà di recuperare": "Le condizioni ci sono, a patto che la diagnosi sulle cause dei problemi sia condivisa. Non ha senso prospettare terapie fantasiose se non si concorda sulle ragioni dell'oggettivo malessere della coalizione. La ragione a mio avviso è che c'è un forte disincanto con punte di delusione nei nostri elettori. Non è vero infatti che il centrosinistra avanza, ma vince perché l'astensionismo colpisce quasi esclusivamente la Cdl. Il centrosinistra non è più unito di noi, tutt'altro. Ma è più motivato. Intendiamoci, l'unità è facile quando si sta all'opposizione, è un'unità quasi mai propositiva, molto radicalizzata, come è accaduto per la mozione sull'Iraq, che galvanizza i militanti, fa ricorso alla piazza, ma che renderebbe quasi impossibile governare. E nella Gad i più accorti lo sanno".
Sarà, ma nel frattempo a ogni tornata elettorale si registra il successo dell'opposizione.
"Infatti noi non possiamo accontentarci di evidenziare questa verità. Per rimotivare l'elettorato dobbiamo passare immediatamente all'azione. Serve un nuovo inizio e lo immagino a due livelli. Il primo è relativo allo stato di salute della Cdl in periferia, perché è nel rapporto con il territorio che abbiamo i problemi più gravi. C'è un deficit di classe dirigente, ci sono partiti organizzativamente deboli e spesso litigiosi, assai più di quanto lo siano al vertice. C'è assenza di collaborazione e in alcuni casi persino di dialogo con sindacati, associazioni di volontariato, categorie professionali. E' necessario allora creare delle cinghie di trasmissione tra il centro e la periferia. Spero si sia capito che - passata l'ubriacatura post '94 - senza partiti forti non si motiva più l'elettorato e non si intercetta il voto di opinione. E condivido quanto dice Storace: il centrodestra deve ascoltare di più gli umori e i malumori popolari".
Dopo l'ennesimo vertice conclusosi senza intesa sul taglio delle tasse, il premier ha ripetuto che se non riuscirà a mantenere le promesse andrà a casa.
"In alcuni casi il programma del 2001 è stato attuato al cento per cento: penso alla riforma della scuola, alla legge sull'immigrazione, alla riforma costituzionale, a quella del mercato del lavoro, alla riforma delle pensioni. In altri casi siamo riusciti a percorrere solo metà strada, aumentando comunque le pensioni minime e varando il primo modulo della riforma fiscale. Con onestà intellettuale occorre però ammettere che il programma elettorale fu pensato in una congiuntura economica precedente l'11 settembre, totalmente diversa e assai più favorevole di quella che purtroppo stiamo attraversando. Avremo anche commesso degli errori, ma nessuno avrebbe saputo far meglio. Ne dobbiamo andare orgogliosi e dobbiamo comunicarlo agli italiani attraverso l'azione dei partiti in periferia. Ora, però, va fatta professione di realismo e di serietà politica".
Sta per dire quel che Berlusconi non vorrebbe sentirsi dire?
"Constato semplicemente che l'abolizione dell'Irap e la riduzione a due sole aliquote 23% e 33% dell'Irpef sono un obiettivo impossibile da raggiungere entro il 2006, vista la condizione dei conti pubblici e il modesto trend di crescita previsto per il 2005. Noi dobbiamo dirlo. E dobbiamo anche impegnarci a scrivere un nuovo programma fino al termine della legislatura. Penso a un programma apparentemente poco ambizioso, in realtà concreto e realistico, che centrerei quasi esclusivamente sugli aspetti economico-sociali più gravi. Bisognerà fare delle scelte che sono ormai ineludibili, indicando le priorità. Se le risorse finanziarie sono esigue, non si può pensare di dare qualcosa a tutti, perché alla fine scontenteremmo tutti. Faccio un esempio. Se nel 2005 le risorse disponibili per la riforma fiscale, e reperibili con tagli alle spese e non agli investimenti, ammontano a 5,5 miliardi di euro, si deve anzitutto sciogliere un nodo: con la riforma fiscale vogliamo tutelare il potere d'acquisto dei lavoratori e delle famiglie o rilanciare la capacità produttiva delle imprese?".
Quale sarebbe la sua opzione?
"La decisione va presa collegialmente. Se la risposta fosse la prima, andrebbe abbassata l'Irpef mantenendo però almeno per il 2005 un'aliquota alta per quei 650 mila contribuenti oltre i 70 mila euro, su una platea di 38 milioni, che non hanno certo il problema di arrivare a fine mese o di rinunciare alla pizza. Tutelare il potere d'acquisto dei lavoratori e delle famiglie è indispensabile. Lo si può fare diminuendo le tasse ma anche contenendo i prezzi e le tariffe, cosa che stiamo facendo, e rinnovando i contratti di lavoro scaduti. Non si può dire ai pubblici dipendenti non ti rinnovo il contratto, ma in cambio ti abbasso le tasse. Se invece si ritiene che ridurre le tasse serve per rilanciare la produzione, si deve intervenire sull'Irap e sul Sud, come chiedono tutte le associazioni d'impresa. Pensare, con 5,5 miliardi di euro, di fare entrambe le cose, significa sognare a occhi aperti".
Intanto i sindacati hanno indetto lo sciopero generale.
"Lo considero uno sciopero pretestuoso. Sanno perfettamente che la Finanziaria tiene sotto controllo i conti pubblici. Anziché manifestare contro i conti in ordine, non sarebbe male se Cgil, Cisl e Uil avanzassero proposte. Specie ora che con Siniscalco all'Economia c'è quel dialogo con le parti sociali che la personalità di Tremonti aveva reso problematico".
Per vincere, Berlusconi pensa di allargare i confini del centrodestra ai radicali e alla Mussolini.
"Non ha senso allargare la coalizione inseguendo una logica di sommatoria aritmetica, spesso un po' schizofrenica: eppoi in politica due più due raramente fa quattro. Chiediamoci cosa vogliamo fare, e solo dopo verifichiamo chi è disposto a farlo con noi, dando disponibilità a recepire le proposte degli eventuali nuovi alleati".
Quindi niente rimpasto.
"Varato il nuovo programma per l'ultima parte della legislatura, magari anche attraverso la convocazione degli Stati generali della Cdl, potrebbe anche nascere un nuovo governo".
Accetterebbe di inserire nella trattativa sul nuovo programma anche la riforma della legge elettorale in senso proporzionale?
"Bisogna essere consapevoli che la legge elettorale non è mai neutra: il proporzionale rafforza lo spirito identitario dei partiti, mentre il maggioritario mette l'accento sullo spirito di coalizione. Vorrei che quando si discute di questi temi ne fossero tutti consci. In ogni caso non siamo contrari a discutere di ipotesi di riforma, a patto che salvi la democrazia dell'alternanza e la logica bipolare".
Lei ipotizza un Berlusconi-bis, intanto non si sa se il ministro Buttiglione diverrà commissario europeo.
"Abbiamo fiducia nel presidente Barroso e in Buttiglione. Siamo certi che si troverà una soluzione positiva".
Ritiene che dietro l'offensiva contro il candidato italiano si celi una vendetta contro il governo italiano?
"Le difficoltà emerse sono frutto di una serie di fattori. C'è in effetti la volontà di qualcuno di colpire il governo italiano: penso alla sinistra italiana e ai molti che nell'Europarlamento non si rassegnano al fatto che Berlusconi governi. Poi penso a quanti, usando le dichiarazioni di Buttiglione, hanno colto l'occasione per delegittimare il ruolo dei cattolici in politica. Altrimenti non si capirebbe perché il Ppe ha fatto quadrato attorno a Buttiglione. C'è anche una ragione legata al ruolo che l'Europarlamento rivendica all'interno dell'architettura istituzionale dell'Unione. E infine un'ultima ragione: la tentazione di votare contro la Commissione alla vigilia della firma del Nuovo Trattato a Roma, per colpire il processo europeo".
Il 30 novembre sciopero generale
Felicia Masocco su l'Unità
Si farà martedì 30 novembre il quinto sciopero generale contro il governo Berlusconi. È il secondo dall'inizio dell'anno ed è la risposta di Cgil, Cisl e Uil a una manovra economica giudicata "iniqua e sbagliata", "inadatta" a far fronte alla crisi del paese e a mettere le basi per una prospettiva di sviluppo. Lo stop sarà di quattro ore per tutte le categorie e sarà articolato su base territoriale. Per lo stesso giorno si fermerà anche l'Ugl, il sindacato vicino ad An, e uguale minaccia viene dalla Cisal. Il 3 dicembre toccherà invece alla Cub, la confederazione dei sindacati di base.
La manovra economica è da cambiare, la mobilitazione del mondo del lavoro chiede questo. Le confederazioni dicono che il ricorso alla più pesante delle forme di lotta si è imposto per "l'indisponibilità e l'insensibilità" del governo a prendere in considerazione le ragioni della vasta platea di cittadini che il sindacato rappresenta. È come se non ci fossero. Se il ministro dell'Economia avesse mantenuto l'impegno di convocare i due tavoli, le due sedi confronto con le parti sociali sulla politica dei redditi e la competitività, Cgil, Cisl e Uil avrebbero detto che il taglio delle tasse con il quale il premier si ripropone di imbonire l'elettorato, non solo non è opportuno in una fase come questa, ma è anche iniquo. Perché cancella il criterio della progressività della tassazione e, fatti due conti, finisce per premiare i redditi alti e molto alti "mentre si diffonde una preoccupante riduzione del potere d'acquisto dei redditi medio bassi". Per questo il Welfare va mantenuto e non smantellato. E bisogna investire sul Mezzogiorno.
Ma quei tavoli non ci sono, come non ci sono mai stati neanche gli undici tavoli promessi l'anno scorso dopo il Dpef. "Un'occasione sprecata", "il governo ha costretto il movimento sindacale ad una risposta di mobilitazione unitaria", dice Pierpaolo Baretta segretario confederale della Cisl. Il sindacato di Pezzotta è sempre stato il più riluttante ad agitare lo spettro della lotta senza prima aver praticato la via del confronto. Ora anche la Cisl è convinta, lo sciopero ha avuto una gestazione lunga, ma è unitario. E questo è l'altro aspetto importante della mobilitazione.
Dopo l'appuntamento mancato con Confindustria, alla metà di luglio, quando la Cgil lasciò viale dell'Astronomia perché la stavano mettendo davanti al fatto compiuto sulla revisione del modello contrattuale, sono state settimane e mesi di gelo tra Epifani, Pezzotta e Angeletti. Il governo li ha rimessi insieme anche se ancora qualche giorno fa il sottosegretario Maurizio Sacconi si diceva convinto che Cisl e Uil non avrebbero fatto scioperi "politici". Il fatto è che a questo esecutivo i sindacati piacciono soltanto divisi come insegnano le vicende dell'articolo 18 (derubricato finanche da Confindustria che ha lasciato solo il ministro Maroni ad insistere sui licenziamenti facili) o il Patto dell'Italia, cui un emendamento di Forza Italia (fatto proprio dal premier) ha dato il colpo di grazia proponendo che il taglio delle tasse venga finanziato anche con i 750 milioni di euro che dovrebbero servire per la riforma degli ammortizzatori sociali.
Lo sciopero non è politico, con buona pace di Sacconi poggia su una piattaforma espressione del più tradizionale dei metodi sindacali. Poco meno di tre pagine zeppe di buone ragioni per scioperare, e di proposte con annesse indicazioni di finanziamento.
Sono tutti convinti, tranne Sacconi: "Lo sciopero generale per la sua natura preventiva, si iscrive nella logica del conflitto pregiudiziale proprio della Cgil, che finirà inevitabilmente per egemonizzarlo", afferma il sottosegretario in modo un po' irrispettoso verso Cisl e Uil. Quanto al ministro Roberto Maroni, sceglie la linea dura: "Lo sciopero non bloccherà la Finanziaria". Come dire, non servirà a nulla.
Commissione, fallisce l'asse Roma-Londra-Varsavia
Danilo Taino sul Corriere della Sera
STRASBURGO - Contro le solide certezze di Rocco Buttiglione, alla fine, la New Europe si è rotta la testa. Doveva essere il nuovo cuore pulsante del Vecchio Continente, doveva diventare l'alleanza che sostituiva l'asse franco-tedesco come motore della Ue, doveva aprire le porte a un nuovo ciclo politico: ha invece mostrato di non essere - o di non essere ancora - capace di tenere il volante dell'Unione Europea. Londra, Roma, Varsavia, Lisbona - le capitali che avevano incoronato José Manuel Barroso a capo della Commissione di Bruxelles - hanno dovuto ieri osservare, nell'Aula del Parlamento di Strasburgo, la resa senza condizioni del sovrano su cui avevano puntato.
Le conseguenze della rocambolesca vicenda Buttiglione-Barroso non sono rivoluzionarie "ma saranno comunque rilevanti", dice Graham Watson capogruppo a Bruxelles dei liberaldemocratici, il gruppo che è stato decisivo nell'opposizione al rappresentante italiano. E tutti concordano.
In realtà, i fatti di ieri introducono molte novità. Innanzitutto, è opinione diffusa che, almeno in parte, sia entrato in crisi lo status della Commissione. Renato Brunetta, eurodeputato di Forza Italia, dice che "la Commissione è sempre più un vaso di coccio: non legittimata da alcun processo democratico, stretta tra il Parlamento da un lato e i governi nazionali dall'altro che invece hanno una forte legittimazione popolare". Insomma, la Commissione Barroso, già fortemente plasmata dai governi, è stata messa se non sotto tutela almeno sotto l'influenza anche del Parlamento di Strasburgo. Quando Watson invita a "non buttare il bambino Barroso assieme all'acqua sporca di Buttiglione" intende proprio questo: d'ora in poi il presidente dell'esecutivo Ue dovrà venire a patti anche con noi.
Ma ancora più rilevanti sono gli effetti del caso Buttiglione sui rapporti tra le capitali Ue. La nomina di Barroso a presidente della Commissione, l'estate scorsa, fu una sconfitta non da poco dell'asse storico Parigi-Berlino sul quale si è formata nei decenni la Ue. Jacques Chirac e Gerhard Schröder avevano visto bocciato il loro candidato - il belga Guy Verhofstadt - da un'opposizione guidata da Tony Blair; e vissero male quel passaggio. Il presidente francese, in particolare, non nascose l'irritazione per l'alleanza vincente tra britannici, italiani, polacchi e portoghesi.
Negli ultimi due anni si è creata una rottura tra alcune capitali europee - sull'Iraq, sulla Costituzione, sul Patto di stabilità - che va al di là degli schieramenti politici. Nella cosiddetta New Europe , per esempio, convivono governi di destra con il laburista Blair: si incontrano su un'idea di Europa meno burocratica, meno interventista e meno federalista di quella pensata da francesi e tedeschi (ora anche dagli spagnoli). E questo è stato un elemento di rottura delle consuetudini europee: la nascita di un'entità nuova, non allineata a Parigi e Berlino.
Ieri, però, è arrivata la crisi di quella giovane alleanza e la vicenda Barroso-Buttiglione ha dimostrato che i Paesi che si erano implicitamente candidati a guidare la Ue in alternativa a Francia e Germania non sono per ora in grado di garantire il successo delle operazioni che mettono in campo: oggi, Barroso è un'anitra zoppa, Buttiglione è un'anitra abbattuta e la Nuova Europa di Londra, Roma, Varsavia, Lisbona e di alcuni dei nuovi membri dell'Unione di certo non ha ancora i piedi per terra. Insomma, l'asse franco-tedesco non ha superato i suoi limiti e le sue contraddizioni ma l'alternativa dei "nuovi" resta debole e ha visto crollare il suo progetto finora più ambizioso, l'imposizione di un presidente della Commissione. Quella tra martedì e mercoledì, quando la sconfitta di Barroso ha preso corpo, "sarà - ha detto il presidente del Parlamento europeo Josep Borrell - una notte che politicamente sarà ricordata". A Strasburgo, ma anche nelle cancellerie europee.
La corsa dei gamberi
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Come nei sogni agitati delle notti peggiori, più l´America corre verso l´elezione e più il traguardo sembra allontanarsi. Quando pareva che a cinque giorni dal voto la corsa si fosse concentrata su un tris di Stati in altalena, Ohio, Pennsylvania e Florida, la partita si riapre inaspettatamente in territori che erano dati per sicuri. Lo sprint finale è diventata una corsa dei gamberi, una competizione all´indietro per vedere chi, fra i due, perderà meno consensi tra adesso e martedì prossimo. Tornano "in play", a dondolare, Stati come le lontanissime Hawaii democratiche, il Nevada repubblicano, il New Jersey democratico, il Missouri che Bush credeva di avere in tasca, il Michigan della grande disoccupazione industriale, stati rustici come l´Arkansas e stati prosperi come l´Oregon. I sondaggi nazionali riflettono nella loro alternanza schizofrenica la confusione che si allarga su tutta la nazione e che sta sfiancando i due candidati sbattuti da un oceano all´altro come palline in un flipper. Ogni mattina i loro staff elettorali consultato i "tracking polls", quei sondaggi che seguono giorno per giorno sempre lo stesso campione per avere qualche continuità di giudizio, e non ci si raccapezzano. Per stare nel sicuro, devono riaprire i portelloni degli aerei e i borsellini, riversando comizi del loro uomo e costosi spot elettorali in terre che parevano assegnate. Ogni zona del fronte è a rischio e dunque ogni zona va difesa, dimenticando la aurea regola strategica, secondo la quale "chi difende tutto finisce per non difendere niente". Bush non si sente più sicuro in Florida, dove questa volta potrebbe non bastare neppure il fratello e gli avvocati della "squadra brogli" democratica hanno già presentato sei mozioni in tribunale per denunciare irregolarità. Kerry sente tremare sotto i piedi la terra del Wisconsin e dell´Ohio, Stati che deve vincere se vuole accumulare quei 270 voti elettorali di maggioranza sui 538 in palio, e gli avvocati repubblicani stanno spulciando le liste dei nuovi elettori reclutati dai democratici denunciando i brogli altrui. Tutti si preparano a denunciare tutti e i due campi puntano sul "ground game", sul gioco a terra, come si dice nel gergo politico sportivo americano, sulla mobilitazione individuale degli elettori nel giorno del voto, spinti ai seggi con le buone, con le cattive o con qualche banconota opportunamente fatta scivolare in tasca ("walking money", danaro da passeggio, si chiama) ma è proprio nel gioco a terra che si aprono le possibilità peggiori di manipolazioni e di sospetti. Sei americani su dieci sono persuasi che ci saranno brogli e che il risultato avrà un lungo strascico giudiziario. I lettori di foglie di tè annaspano, nella impossibilità di leggere una tendenza chiara. Citano la massa informe dei nuovi elettori iscritti, come i diciottenni che questa volta dovrebbero finalmente andare alle urne e che sono per natura imprevedibili.
Nessuno dei due riesce a oltrepassare la soglia di sicurezza del 50% nei favori dell´elettorato. E questa è la prova che, fuori dalla cerchia dei fanatici del partito preso, al grosso degli elettori questa scelta non piace e non convince. Tra Bush "l´incompetente" e Kerry "l´inaffidabile" qualcuno dovrà vincere per forza, ma sarà la rassegnazione, non l´entusiasmo, a decidere fra i due gamberi.
"Arafat in fin di vita"
Mara Gergolet sul Corriere della Sera
GERUSALEMME - "Yasser Arafat è molto, molto malato". E' un ministro palestinese, che non vuole rivelare il proprio nome, a confermare verso mezzanotte ciò che la televisione israeliana aveva annunciato due ore prima: "La salute del presidente palestinese si sta deteriorando". Mentre era a cena con Abu Ala e Abu Mazen, il presidente sarebbe stato colto ieri sera da forti conati di vomito. Trasportato nella clinica interna, per almeno dieci minuti, avrebbe perso conoscenza. E' la drammatica conferma di voci su una grave malattia del raìs, che da almeno due settimane si sono alternate a smentite ufficiali, o che gli zelanti funzionari hanno tentato di contrabbandare per un'influenza. Il portavoce di Arafat, Abu Rudeina, ha propinato questa versione anche ieri sera: "Il presidente ha bisogno di più tempo per riposarsi perché è esausto". Ma è la reazione del governo israeliano che dà la misura della gravità della situazione: "Yasser Arafat è libero di andare a curarsi dovunque voglia". Libero, finalmente, di uscire dalla Mukata, la residenza semidiroccata nella quale è rinchiuso da oltre due anni. E magari, di non tornarci più.
Appena la notizia si è diffusa, in più di una moschea della Cisgiordania si sono alzate preghiere per Arafat. Davanti alla Mukata, centinaia e centinaia di persone, qualche bandiera in mano, chiedevano notizie. Poche ore prima, un'ambulanza con tre medici di Ramallah è entrata nel compound . E con loro sono stati convocati nell'ufficio del raìs il premier Abu Ala e il suo predecessore Abu Mazen, i due "delfini" più rappresentativi della vecchia guardia dell'Olp. I servizi segreti palestinesi sono in stato d'allerta.
Ma che cos'ha Arafat? Dalla fitta cortina di riserbo, di stampo quasi sovietico, che da decenni lo circonda, nei giorni scorsi sono trapelate alcune notizie. Intanto, a metà della scorsa settimana Arafat è stato sottoposto a un'endoscopia: un esame utile - non esclusivamente - per rilevare eventuali tumori all'intestino.
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Più o meno da allora sulla stampa israeliana si rincorrono voci che Arafat abbia un cancro all'intestino. Pare anche che la moglie Suha, da anni residente a Parigi, abbia chiesto e ottenuto un visto per andare a trovarlo. Così come hanno sollevato le più nefaste e maligne ipotesi le parole del ministro della Difesa Shaul Mofaz, tre giorni fa: "Permetteremo ad Arafat, se vuole, di andare a curarsi in Egitto", salvo non precisare poi se nell'autorizzazione è incluso il diritto al ritorno.
La salute di Arafat è, da decenni, tenuta sotto stretto controllo dai servizi di sicurezza di Gerusalemme che gli hanno diagnosticato una forma di Parkinson. Così come esistono, nei cassetti del ministero della Difesa, dell'ufficio del primo ministro e del capo del servizi segreti tre dossier intitolati: "Piano per la morte di Arafat". Prevedono, fin nei dettagli, come reagire, nel caso del decesso: rafforzamento dei check point, controllo dei telefoni, una dettagliatissima campagna di propaganda per scacciare il sospetto che Israele ci abbia messo lo zampino. Soprattutto, l'obiettivo è di impedire che il feretro del raìs sia portato sulle spalle da Ramallah fino alla moschea di Al Aqsa di Gerusalemme, per essere sepolto come un Profeta. Piani che sicuramente in queste ore vengono rivisti. Anche se, ufficialmente, a Ramallah continuano a giurare che il raìs "è solo esausto".
28 ottobre 2004