
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 ottobre 2004
Al centro si vince, una favola elettorale
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Un cannoneggiamento sistematico, un fuoco di batterie campali cui seguono raffiche di mitraglia in attesa che entrino in campo le truppe corazzate. Questa è l´impressione che si ricava dall´esame di alcuni importanti mezzi di comunicazione che da molte settimane hanno lanciato una vera e propria offensiva mediatica con un duplice e molto evidente obiettivo: delegittimare la sinistra italiana, anche quella riformista e anzi soprattutto quella riformista; spostare al centro la linea del centrosinistra martellando lo slogan che al centro si vince, nella prospettiva di farlo diventare senso comune (o luogo comune che dir si voglia).
A condurre questa operazione mediatica e politica si sono mobilitati Bruno Vespa, Giuliano Ferrara, Panorama, Il Giornale, Il riformista, e soprattutto il Corriere della Sera e 24 Ore. La sequenza del quotidiano milanese è addirittura impressionante: coinvolge Della Loggia, Ostellino e Panebianco (ai quali fa eco Battista dalle colonne della Stampa) ma poi lo stesso direttore Stefano Folli con un duplice intervento domenicale. Infine, tra tanta ressa, si fa luce Giovanni Sartori che assume in proprio lo slogan "al centro si vince" confortandolo e rafforzandolo con la sua indiscussa dottrina, sicché quelle che erano fino a quel momento legittime quanto discutibili opinioni diventano assiomi scientificamente provati. Renato Mannheimer - valoroso esperto in sondaggi - ci mette sopra il bollo della statistica e il cerchio è completo. La fanteria, cioè i cronisti e gli intervistatori, seguono a schiere compatte. I titolisti fanno il resto.
Se dunque un fronte mediatico così vasto e composito batte e ribatte sullo stesso tema da giorni e suona la stessa musica, una ragione ci deve pur essere. E la ragione sta nel fatto che gli interessi di riferimento di questo settore mediatico sono largamente comuni. Il loro Dna ideologico è comune.
La parola "centro" viene ideologizzata come una sorta di numero aureo e ad essa si accompagna un´altra parola altrettanto aurea che è quella di "moderato".
Si vince al centro, afferma con sicurezza il professor Sartori e invoca a proprio sostegno (ma non ce ne sarebbe alcun bisogno perché Vanni Sartori fa dottrina anche da solo) la dottrina "classica" di Anthony Downs che prevede la vittoria di chi, mantenendo compatto il proprio elettorato tradizionale, riesca a conquistare voti nello schieramento avversario e soprattutto in quel limbo intermedio tra le forze contrapposte.
Alla dottrina classica di Downs si oppone quella di Stanley Greenberg (che Sartori definisce una "dottrinuccia") secondo la quale la vittoria è di chi "riesce a mobilitare il proprio elettorato stanando dalle tane i propri astenuti".
Non sono in grado di difendere la dottrinuccia di Greensberg perché per mia ignoranza non so nemmeno chi sia, ma personalmente condivido in pieno la sua tesi.
Sostiene Sartori che in America non ha mai vinto chi non ha fatto la corte ai voti del centro. Sarà pur vero, ma non nel caso di F. D. Roosevelt, che realizzò l´intervento pubblico in economia in un paese dove una tesi del genere era considerata l´equivalente d´una bestemmia, costruì attorno a quest´idea un vero e proprio blocco sociale composto da lavoratori, disoccupati, neri, minoranze povere, e con quello governò ininterrottamente dal ´32 al ´44, dodici anni ai quali seguì la presidenza Truman sostenuta dal medesimo blocco (vent´anni di seguito). Questo schieramento e questo blocco sociale tornarono a governare con continuità con la presidenza Kennedy e poi Johnson e Carter, per altri complessivi quindici anni.
Nessuno di questi, ch´io sappia, corteggiò l´elettorato centrista se non per quel tanto che tutti i candidati fanno per sedurre gli elettori di qualunque provenienza e cultura. Salvo un pazzo o un fanatico nessuno tratta a calci nei denti chi si accinge a votare.
Proprio in questi giorni il candidato Kerry cerca di battere Bush non corteggiando i moderati ma piuttosto cercando di acquisire nei vari Stati in bilico determinate categorie sociali: i neri e i portoricani, le donne, i cacciatori, alcune Chiese protestanti, i giovani disoccupati, i lavoratori privi di "welfare". Non so se riuscirà nell´intento in un paese che vede nonostante tutto in Bush il "commander in chief" d´una guerra di sicurezza imperiale. Ma è un fatto che il centro in quanto centro e i moderati in quanto moderati sono concetti del tutto evanescenti e neppure traducibili in categorie politiche.
* * *
Ma occupiamoci di noi, dell´Italia.
Qui il centro e i moderati di centro sono esistiti, eccome, all´epoca del sistema proporzionale e del centrismo degasperiano che durò dal ´47 al ´55.
Poi arrivò Fanfani, che certo di centro non era. E Gronchi. E Moro. Il centrosinistra con Nenni e poi De Martino vicepresidenti del Consiglio.
Andreotti governò di volta in volta con Malagodi, con La Malfa, con la sinistra del suo partito e con l´appoggio parlamentare del Pci di Berlinguer.
Poi venne De Mita, dopo il quale comincia l´ultima fase (moderata?) che prelude allo sfascio di Tangentopoli e al passaggio dalla proporzionale al bipolarismo.
Pongo anch´io una domanda: quanti sono e dove sono i moderati del Polo e della Casa delle libertà che vinsero nel 1994 e nel 2001? Non certo nel Msi e poi in Alleanza nazionale; non certo nella Lega. Nel partito di Follini, che vale oggi un 6 per cento nel suo insieme, ma non più del 4 se si tolgono dal conto le clientele siciliane che sono col piede sull´uscio.
Allora in Forza Italia? Non direi proprio. Forza Italia nasce da una sorta di ribellione contro lo Stato burocratico, i famosi lacci e laccioli, la voglia del "fai da te", l´irruenza produttiva del Nord-Est in cerca di rappresentanza politica, delle partite Iva, della "questione settentrionale".
Con nutrite clientele sudiste. Con la grande moda del nuovismo. Con il sogno dell´Eldorado dietro l´angolo. Il fisco nemico pubblico numero uno. Il sommerso. Si tratta di moderati o di estremisti di centro? Molti votavano a sinistra fino al ´96. Potrebbero ritornarci ma non sono centristi. A Bologna infatti sono ritornati. Con Cofferati. Illy è un moderato eletto con voti moderati o un imprenditore capace sostenuto dal centrosinistra? A Milano la provincia è stata conquistata dal segretario locale dei ds; nel collegio di Bossi ha vinto l´ex presidente della Rai e girotondino, Zaccaria. A Napoli il Polo ha perso il collegio in gran parte per i voti raccolti dalla Mussolini.
Voti moderati, amico Sartori?
Mi stupisce soprattutto il direttore del Corriere della Sera per il titolo del suo articolo di domenica scorsa: "Classe dirigente cercasi subito". Avete capito bene? Subito, non c´è un minuto da perdere. Perché una classe dirigente non c´è. A destra, scrive Folli, c´è Berlusconi che bene o male governa da tre anni; gli elettori lo giudicheranno per quanto ha fatto e non fatto. Ma al centrosinistra non c´è nessuno. Sì, c´è Prodi. Ma Prodi da solo non funziona.
Bisogna affiancarlo e ci vuole una squadra. Soprattutto per governare l´economia. Prodi non basta. Ma perché? Perché no.
Faccio osservare che Ciampi andò al Tesoro per scelta di Prodi fatta dopo le elezioni e vincendo le resistenze dello stesso Ciampi. Ma Folli lo vuole conoscere subito quel nome, a venti mesi dal voto. Ma perché? Perché Prodi da solo è bollito e i centristi con lui solo non marciano. E neppure il Corriere della Sera è disposto a marciare.
Guardate l´America: lì i grandi giornali, i giornali indipendenti, hanno preso posizione netta sui candidati. Il Washington Post, il New York Times, i giornali di Boston e di Los Angeles sono per Kerry. Altri di altri Stati e città per Bush. Ma nessuno ha chiesto ai due candidati chi nomineranno segretario di Stato e segretario della Difesa e neppure Consigliere del Presidente. Ma qui, perdinci, ci sono i moderati. Senza quel nome non si muoveranno.
* * *
A me tutto questo sembra un po´ grottesco. Capirei di più se i giornali sedicenti liberali scrivessero che qualora Berlusconi si candidasse come "premier" alle elezioni restando azionista di riferimento del gruppo Fininvest-Mediaset, la sua candidatura dovrebbe essere impedita dal pensiero e dall´azione liberale e dalla legge. In questo caso direi anch´io a Berlusconi, come Jannacci e come Folli, "no, tu no". Questa sarebbe una battaglia liberale. E se ci fossero veri moderati dovrebbero sostenerla con vigore. Ma ci sono?
Quel sondaggio che agita il Polo
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA - Per darsi e dare forza, Silvio Berlusconi ha rivelato ieri ai leader alleati che "secondo l'ultimo sondaggio di lunedì siamo quattro punti avanti all'opposizione". I dati però non solo stridono con la secca sconfitta del Polo alle suppletive, ma anche coi toni alterati e preoccupati del premier, che durante il vertice di maggioranza ha ribadito la volontà di tagliare le tasse, "perché soltanto mantenendo la promessa riconquisteremo il consenso del nostro elettorato". Eppure non c'è contraddizione tra quei numeri, il risultato emerso dalle urne e l'umore del Cavaliere: "La verità - ammette un autorevole esponente forzista dell'esecutivo - è che le condizioni in cui versa l'economia e la valutazione negativa sull'operato del governo influiscono pesantemente sul giudizio dell'opinione pubblica". Sono valutazioni che coincidono, guarda caso, con uno studio svolto da un importante istituto di ricerca, cui è affidato il compito di valutare mensilmente la forza dei partiti e la "fiducia nei leader". Nell'ultimo "report" l'indice di fiducia verso Berlusconi, in una scala di valori che va da zero a cento, ha segnato "quota 40", con un guadagno di tre punti rispetto al mese precedente. Il guaio è che Romano Prodi lo distanzia addirittura di dodici punti.
Si tratta di un sondaggio riservato, commissionato da forze politiche, e usato per analizzare flussi e tendenze. Proprio per questo viene usato a mo' di barometro, e gli indici testimoniano il gap tra il premier e il suo probabile avversario nella sfida del 2006. Quale sarà l'impostazione politica e programmatica di Prodi è ancora tutto da vedere, visto che il fondatore dell'Ulivo non è ancora formalmente rientrato in Italia. È certo che Berlusconi considera la prossima Finanziaria una sorta di spartiacque per rilanciarsi ed è deciso a puntare sulla riduzione delle aliquote fiscali, nonostante ieri al vertice della Cdl sia Fini che Follini abbiano tentato di proporre "un nuovo inizio", un cambio di strategia per riconquistare gli elettori delusi con "una nuova suggestione". Ma il Cavaliere non sente ragioni. È ottimista sulla ripresa dell'economia "quella mondiale va bene, quindi cresceremo anche noi" e ieri ha lasciato indirettamente capire di avere anche il presidente di Confindustria dalla sua parte sull'ipotesi del taglio delle tasse: "Ho parlato con Montezemolo, è d'accordo sul taglio agli incentivi a fondo perduto per le imprese".
Deve ridurre le distanze Berlusconi, nei venti mesi che lo separano dalle Politiche, epperò il "caso Buttiglione" rischia di ricacciarlo ancora più indietro, producendo effetti a catena, non solo a Bruxelles, ma anche a Roma. È vero, come ha commentato ieri al vertice Fini, che "se la Commissione non ottenesse la fiducia dall'Europarlamento e l'Unione rimanesse senza governo si potrebbe destabilizzare l'intero processo europeo". Ma è altrettanto chiaro che, qualora la Commissione presieduta da Barroso venisse bocciata, come ha ammesso lo stesso Berlusconi "faremmo una figuraccia noi".
La parabola di Milano
Giorgio Bocca su la Repubblica
Il collegio numero 3 di Milano - Porta Romana, Porta Vittoria - è abitato in prevalenza da borghesi della nuova classe manageriale il cui capitale consiste nella conoscenza della società contemporanea, soprattutto della sua finanza. Questo spiega in parte perché sia stato eletto il professor Roberto Zaccaria, un algido intellettuale forestiero già presidente della Rai.
Chiunque ma non un berlusconiano; eletto con otto punti di vantaggio sul suo avversario, il medico leghista che aveva scambiato la campagna elettorale per un ambulatorio misurando la pressione a centinaia di concittadini. Una delle ragioni, la principale, del successo dell´Ulivo l´ha centrata il calciatore Gianni Rivera, che non è di Milano ma ha capito Milano da quando ci è arrivato giovanissimo da Alessandria: "Ai milanesi le balle non puoi raccontarle all´infinito". E l´ultima balla del cavalier Berlusconi, accorso a Milano per il derby con l´Inter e per sostenere il candidato leghista, è stata la riduzione delle tasse, a cui, come testimonia un sondaggio, in questa nuova classe borghese non credeva nessuno.
Una specialità paranoica del Cavaliere è quella di credere che le sue balle siano irresistibili, ma nel caso del collegio 3, cioè di un elettorato composto in maggioranza da gente che sa di finanza, che si occupa di finanza, che amministra oculatamente i suoi beni, la pretesa di essere creduto era davvero eccessiva. Non li ha mai visitati, il Cavaliere, i quartieri borghesi di Porta Romana e di Porta Vittoria? La voglia di andare sul sicuro e in massima sicurezza la si vede dalle case, dal modo di vivere: case solide con portineria signorile, posto macchina assicurato con porte automatiche che si aprono con ronzii e soffi per far passare prima l´auto del capofamiglia, poi quelle dei fornitori e infine quelle delle signore, finché alle undici del mattino arriva l´ora dei portinai che hanno finito la loro mediazione con i servizi: fuori sul marciapiedi, soddisfatti del buon lavoro fatto, e già tocca alle colf asiatiche o sudamericane portare a spasso il cane e raccoglierne le cacche con la paletta. Una borghesia d´ordine, organizzata, che ha superato la lotta di classe incorporando i servizi e pagandoli a prezzo alto e altissimo senza fiatare.
Nel collegio di Milano 3 abitano quelli del benessere istruito, ed è stato un errore imperdonabile non tenerne conto, non accorgersi dell´aria nuova che tirava da un bel pezzo: l´aria che aveva cacciato i leghisti dal Comune di Monza, e poi eletto alla Provincia il dottor Penati, un comunista vestito dallo stilista Quirino Conti, e ora soffiava in sette collegi italiani su sette.
Che questa aria nuova sia destinata a durare sembra confermato dallo stato di apatia, di disorientamento della maggioranza governativa sconfitta che giustifica la batosta con l´astensionismo. Ma l´astensionismo nelle elezioni suppletive c´era anche quando vinceva la destra. L´avvocato Pecorella fu eletto con il 31 per cento dei voti. E l´astensionismo dei forzisti e di Alleanza nazionale non è un segnale di neutralità, ma un voto contro la maggioranza al potere, di un voto di delusione e di stanchezza.
La vittoria nel collegio numero 3 è stata accolta dall´Ulivo prima con incredulità e poi con gioia. C´erano stati numerosi segni della nuova tendenza, ma nessuno ci aveva creduto veramente: le liste di disturbo tutte nel campo della destra, i sondaggi demoscopici tutti favorevoli alla sinistra, uno recente fra gli imprenditori della piccola e della media impresa, al 54 per cento contrario al governo e alle sue politiche economiche.
E la conseguente insofferenza per il piccolo Cesare: ma cosa crede il nostro cavaliere che siamo tutti come i suoi cortigiani, pronti a bere le bugie più scoperte; a consolarci con gli abbracci a Bush e a Putin, a credere in una Italia nuova, più autorevole nel mondo, quando i fatti dicono il contrario, emarginati nell´Unione europea di cui siamo pure stati fra i fondatori, ignorati alle Nazioni Unite, retrocessi in tutti i rami della produzione e della ricerca.
Come Ulivo non è comunque il caso di cantar gloria, il grosso del lavoro lo ha fatto lui, il cavaliere in quattro anni di sovversione ha continuato imperterrito a perseguire i suoi interessi personali, a incoraggiare l´anarchia dei buoni affari, l´impunità dei potenti, il disprezzo per la legge eguale per tutti. La talpa del comunismo, si diceva una volta, scava profondo e in modo sorprendente: quando esce dalla terra è troppo tardi per fermarla. Qualcosa di simile avviene all´inverso con la talpa del malgoverno, del conflitto di interessi. Quando la misura è colma la svolta è irresistibile, fortezze imprendibili cadono, candidati imbattibili scompaiono.
L´aria è cambiata perché anche i suoi sostenitori si sono accorti che i difetti caratteriali del personaggio sono inguaribili e incontenibili. L´uomo che vede nemici dappertutto rischia di veder giusto. I suoi cortigiani sono pronti a farlo a pezzi se la fortuna lo abbandona.
Tasse ed elezioni, il premier contro gli alleati
Paola Di Caro sul Corriere della Sera
ROMA - Un muro contro muro, uno scambio di opinioni "diretto, molto diretto". E una conclusione brusca, all'irruzione della notizia che la Commissione europea stava per essere travolta dal no a Buttiglione. E' stato un vertice difficile e certamente non risolutivo quello di ieri mattina a Palazzo Chigi fra Berlusconi, i leader alleati e il ministro dell'Economia Siniscalco. Un vertice che riprenderà stamattina con lo stesso menu: Finanziaria, rapporti nella Cdl, Regionali. Ma non è detto che oggi sarà messa la parola fine. E' successo infatti che, una volta di più, si è registrata la grande distanza sul tema cruciale del taglio delle tasse (e su quello delle ragioni della sconfitta alle suppletive) tra Berlusconi da una parte, e Fini e Follini dall'altra. Il premier, irritatissimo, non ha fatto sconti a nessuno: "Se vogliamo vincere le prossime elezioni, non possiamo più presentarci divisi come questa volta: non è possibile che a Napoli il nuovo Psi se ne sia andato per conto suo, è assurdo aver perso il voto della Mussolini, e poi non ho visto l'impegno di tutti in campagna elettorale, così come è chiaro che ci sono stati candidati sbagliati nelle nostre roccaforti e certe dichiarazioni per difendere la propria identità non ci hanno fatto bene", ha detto menando fendenti agli alleati.
Ma se, ha aggiunto, l'incidente va visto anche "nella giusta luce, perché la verità è che le cose non vanno così male, l'economia è in ripresa, i sondaggi ci dicono che la nostra coalizione cresce del 4%", è vero però, ha ammonito "che abbiamo solo un modo per vincere: continuare nella realizzazione del nostro programma, e dunque tagliare le tasse con le tre nuove aliquote, senza tentennamenti che sono serviti solo a creare sconcerto tra gli elettori, sembrava che io volessi punire i ceti medi... Ma ora basta con i distinguo: per ridare fiato all'economia bisogna far restare i soldi nelle tasche di chi può produrre ricchezza".
Se Siniscalco - che pure Berlusconi scherzosamente ha definito "un ministro burocrate" - dopo aver illustrato le varie ipotesi di aliquote ha appoggiato il premier ("Non è vero che siamo in una situazione di miseria, il collocamento delle azioni Enel è andato benissimo e quelli sono investimenti delle famiglie"), Fini e Follini non hanno fatto mezzo passo indietro: "Non sono convinto che la linea da seguire sia quella di "devolution e meno tasse" del 2001. La Cdl vive una crisi, valutiamo anche altre strade: io credo che serva un nuovo inizio, una scossa, la situazione è molto difficile", ha detto il leader dell'Udc d'accordo, nel merito, su quanto ha scandito subito dopo Fini: "Se si vuole intervenire per dare potere d'acquisto alle famiglie, non ha senso diminuire le tasse a chi non ha il problema di arrivare alla fine del mese. Ci dobbiamo interessare della platea di 38 milioni di italiani che guadagnano meno di 70 mila euro più che degli altri, per questo insistiamo su una quarta aliquota al 42-43%. Se invece il problema è privilegiare la competitività delle aziende, allora bisogna abbattere l'Irap".
L'emendamento "salva-Previti" non piace alla maggioranza
Simone Collini su l'Unità
Prima il relatore, di An, che si dimette perché in disaccordo con un emendamento targato Forza Italia; poi la Lega e l'Udc che non votano il provvedimento in commissione Giustizia; poi anche il nuovo relatore, anche lui di An, che abbandona il suo incarico il giorno stesso dell'esordio a Montecitorio. A battersi per l'arrivo in porto della norma che l'opposizione definisce "salva Previti" sembra rimasta ormai solo Forza Italia.
Alla Camera è rispuntato il progetto di legge che già nell'estate del 2003 aveva scatenato un putiferio. Successe che al disegno originario del primo firmatario, Edmondo Cirielli (An), che prevedeva l'inasprimento delle pene per chi torna a delinquere, si era aggiunta, grazie a un emendamento firmato dal deputato di Forza Italia Mario Pepe, la drastica riduzione dei tempi di prescrizione dei reati e la diminuzione di un terzo della pena per gli incensurati. L'opposizione insorse, accusando la Casa delle libertà di voler salvare Cesare Previti dalle condanne a 5 e 11 anni inflitte nei processi Sme e Imi-Sir, e il provvedimento si bloccò prima ancora di arrivare in aula.
Ieri la maggioranza è tornata alla carica, sebbene con dei cambiamenti. Il relatore del progetto di legge, Cirielli, giovedì scorso si è dimesso dall'incarico per non meglio precisati "motivi personali". Al suo posto, in commissione Giustizia, si è presentato un altro deputato di An, Enzo Fragalà, che ha presentato un nuovo emendamento che, di nuovo, prevede la riduzione dei tempi di prescrizione dei reati.
Il centrosinistra è tornato a denunciare quello che il Verde Paolo Cento definisce il "conflitto di interessi" del centrodestra in materia di giustizia. "Siamo all'ennesima strumentalizzazione: centinaia di migliaia di processi mandati in prescrizione grazie all'emendamento Fragalà, sostenuto da Forza Italia", ha detto il diessino Francesco Bonito azzardando anche una scommessa: "Vuoi vedere che tra queste centinaia di migliaia di processi che andranno in prescrizione ce ne sarà anche qualcuno che può essere definito senza ombra di dubbio processo eccellente?". Sulla stessa linea anche la responsabile Giustizia della Quercia Anna Finocchiaro, che ha lanciato l'allarme sull'"effetto devastante" che avrà questa norma "su una quantità imprecisata di processi", compresi quelli di mafia.
Ma la novità è che a difendere il provvedimento è rimasta ieri solo Forza Italia, che con Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella e Francesco Nitto Palma ha negato che si tratti di una norma ad personam per il loro collega di partito. Perché per il resto, Udc e Lega non hanno votato il testo in commissione Giustizia, e poi lo stesso Guardasigilli Roberto Castelli ha preso le distanze dall'emendamento presentato da Fragalà: "Escludo che ci sia un'iniziativa concordata dalla Casa delle libertà". Parole che hanno finito per far esplodere il malumore fino a quel momento tenuto a freno dentro An: lo stesso Fragalà si è dimesso dall'incarico di relatore puntando il dito proprio sull'astensione di Lega e Udc e sulle dichiarazioni di Castelli: "Fanno venire meno il consenso di tutta la Cdl sull'iniziativa parlamentare che avevo assunto il compito di presentare". Poi il suo predecessore ha di fatto spiegato quali fossero, in realtà, i "motivi personali" che lo avevano portato ad abbandonare il progetto di legge che porta il suo nome. Cirielli ha detto che il provvedimento non può più dirsi suo dopo la presentazione dell'emendamento sulla prescrizione, "perché va in direzione diametralmente opposta", e anzi "An deve riflettere su questa vicenda": "Materie estranee, nel cui merito non si entra non devono stravolgere la proposta di legge che, con me, quasi tutto il gruppo di An aveva firmato".
Il testo sarebbe dovuto approdare nell'aula della Camera questa settimana, ma quanto accaduto in commissione Giustizia fa prevedere un nuovo arresto del dibattito.
Barroso chiede il cambio di Buttiglione
Marco Galluzzo sul Corriere della Sera
ROMA - Barroso lo ha chiesto a Berlusconi e il nostro premier ha girato l'invito a Buttiglione. Due distinte telefonate e un unico ragionamento: se il commissario italiano facesse un passo indietro, valutando sino in fondo i rischi di una bocciatura del Parlamento europeo e traendone le conseguenze, "sarebbe meglio per tutti".
"GESTO NOBILE" - Non una richiesta formale di dimissioni, ma un invito, il suggerimento di un "gesto nobile", esplorato con tutta la discrezione del caso. Il professore ci ha pensato un attimo, ma alla fine ha detto no: indisponibile. Oggi pomeriggio (a meno di un rinvio a sorpresa del voto) sapremo se la scelta del professore è stata azzeccata.
La telefonata fra Barroso e Berlusconi, ieri mattina, è stata all'insegna della preoccupazione. Il presidente della Commissione designata ha fatto tesoro di alcuni calcoli (che oggi lo vedrebbero bocciato) e chiesto in sostanza aiuto al presidente del Consiglio.
NUOVO CANDIDATO - Prima richiesta, secondo più fonti convergenti: "Aiutami a trovare i voti che mancano". Subordinata: esplorare l'ipotesi di un nuovo candidato italiano. Nuovo candidato in vista di una sostituzione-lampo (sfumata prima di nascere) di Buttiglione; di un possibile rinvio del voto; necessario in caso di bocciatura (probabile) della Commissione da parte del Parlamento europeo.
Ieri, quando da Strasburgo è arrivato il messaggio allarmato di Barroso, l'ipotesi di un cambio di portafoglio in corsa era ormai tramontata. Il rifiuto del professore non ha fermato comunque la ricerca di un candidato alternativo. Lo stesso Berlusconi ne ha parlato con gli alleati. La Lega avrebbe fatto il nome di Formigoni (che lascerebbe vacante la presidenza della Lombardia, che fa gola ai leghisti). La lista delle ipotesi si è allungata con Emma Bonino, l'ex ministro dell'Economia Tremonti, persino con l'attuale titolare degli Esteri, Frattini, che in chiave interna aprirebbe scenari rimasti finora solo ipotetici.
IRRITAZIONE - Nel governo confermano che è in corso una riflessione anche su questo punto, ma che ovviamente si tratta di ragionamenti prematuri. Nessun dubbio, invece, sull'irritazione di Berlusconi per tutta la vicenda: "Pensare che mi sono battuto per portare a Roma 25 Stati a firmare la Costituzione europea. Pensare che mi sono battuto per Barroso. E invece ora questa rogna, che figura....".
L'orgoglio del Parlamento
Andrea Bonanni su la Repubblica
BRUXELLES. Alla fine i rinforzi promessi dalle capitali non sono arrivati. E così, dopo una giornata convulsa di telefonate con Roma, Londra e Berlino al povero Barroso, presidente designato della Commissione, non è rimasto che sperare in un miracolo che oggi gli consenta di ottenere la fiducia da parte del Parlamento europeo. "Non ho margine di manovra", ha riconosciuto ieri sera di fronte ai liberali, nel disperato tentativo di convincerli.
Con scarso successo: due terzi del gruppo hanno annunciato che voteranno contro. Anche i socialisti sono irremovibili, nonostante le pressioni del Cancelliere Schroeder sugli eurodeputati tedeschi e di Tony Blair sui laburisti britannici. "Se non cambia qualcosa nella notte, domani la Commissione sarà battuta", ha pronosticato Graham Watson, capo del gruppo liberale.
Quello che potrebbe cambiare il quadro della situazione sono, naturalmente, le dimissioni di Rocco Buttiglione. Il ministro di Berlusconi è divenuto la pietra dello scandalo. Un po´ per le sue maldestre dichiarazioni su donne e omosessuali durante le audizioni parlamentari; molto per le ancor più maldestre dichiarazioni successive in cui si definiva vittima di una improbabile inquisizione anticristiana; moltissimo per la sua ostinazione nel voler restare al proprio posto creando un enorme problema alla commissione Barroso che lo deve tenere, al Ppe che lo deve difendere in Parlamento, e al governo italiano che deve giustificare la sua designazione.
Venerdì prossimo Berlusconi riceverà i capi di governo europei in Campidoglio per la firma solenne della Costituzione europea. Avrebbe dovuto essere l´occasione, fortissimamente voluta dal presidente del Consiglio, per celebrare la centralità anche solo formale dell´Italia in Europa. Rischia invece di trasformarsi in un drammatico e imbarazzante consulto di emergenza al capezzale di una Commissione bocciata dai "turisti della democrazia", come Berlusconi ha definito gli europarlamentari durante la sua ormai celebre visita a Strasburgo.
Ma la crisi che si è innestata in queste ore va ormai ben al di là del caso Buttiglione e mette in gioco poteri e competenze delle tre istituzioni comunitarie. Dopo l´esperienza di Romano Prodi, che contro venti e maree ha preteso di trattare da pari a pari con i governi dell´Unione, i leader europei avevano cercato, designando Barroso, un personaggio più malleabile e disponibile a riconoscere la loro autorità. La prova di forza era cominciata subito, con il presidente designato costretto ad accettare supinamente le nomine dei commissari notificategli dalle capitali, là dove Prodi aveva discusso preventivamente (e cambiato) più di un nome della sua squadra.
Barroso, per esempio, avrebbe voluto la riconferma di Mario Monti, e lo aveva dichiarato pubblicamente. Ma ha dovuto accontentarsi di Buttiglione quando Berlusconi ha cambiato idea.
E i governi sono rimasti inflessibili anche ai primi cenni di crisi.
Quando, sia pure in ritardo, Barroso ha cominciato a intravedere la possibilità di uno scontro in Parlamento ed ha cercato di capire quali margini avesse per cambiare qualche nome o almeno modificare la distribuzione degli incarichi, si è scontrato con una serie di veti.
Roma teneva duro su Buttiglione. Gli olandesi non volevano sentir parlare di un nuovo portafoglio per la Kroes. Copenhagen faceva quadrato attorno alla Fischer-Boel. Blair e Schroeder avevano incoraggiato il presidente designato a tenere duro, promettendogli i voti dei socialisti inglesi e tedeschi. "Conto su 363 voti", aveva dichiarato soddisfatto Barroso all´uscita da un incontro con il Cancelliere a Berlino. In fondo i socialisti britannici, tedeschi e spagnoli lo avevano già appoggiato a luglio anteponendo, come sempre finora, la fedeltà nazionale alla disciplina di partito.
Ma qualcosa è cambiato dietro le liturgie di un´Europa apparentemente immobile. Gli appelli dei governi sono caduti nel vuoto. Quelli dei commissari ai deputati della propria parte politica, anche. I parlamentari di questa nuova legislatura europea sembrano decisi a fare politica, rispondendo non alle proprie cancellerie ma ai propri elettori.
Barroso e i suoi commissari si sono trovati ostaggi del Ppe e delle destre. E quando, troppo tardi, il presidente designato si è deciso ieri a richiamare Roma per chiedere a Berlusconi la testa di Buttiglione, si è scontrato con il veto emesso questa volta non da Palazzo Chigi ma dal Partito popolare, che non può più sottrarsi alla sfida politica lanciatagli dal centro sinistra. La prova di forza è fissata per oggi all´una. Ma comunque vada a finire, qualcosa nei rapporti di forza tra le istituzioni europee è cambiato per sempre.
Il parlamento israeliano approva il ritiro da Gaza
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
I "due grandi vecchi" della politica israeliana hanno gli occhi lucidi per la commozione. Ariel Sharon e Shimon Peres. L'"ex generale bulldozer" che per una scelta di pace decide di rompere con i coloni oltranzisti di cui era l'idolo e mette in conto una possibile scissione nel suo partito, il Likud. E "Shimon il sognatore", l'ex premier, l'artefice degli accordi di Oslo, che schiera compatto il suo partito, il Labour, a sostegno del piano di ritiro da Gaza. Gerusalemme, ore 20 e 40. Shimon Peres si avvicina ad Ariel Sharon. Un sorriso. Una stretta di mano. Il presidente della Knesset, Reuven Rivlin (Likud, contrario al piano su Gaza) ha appena ufficializzato il risultato della votazione: 67 "sì" al ritiro unilaterale dalla Striscia; 45 "no"; 7 astenuti; 1 assente.
Un intero Paese ha trattenuto il fiato e seguito in diretta televisiva le ultime battute di un dibattito aspro, lacerante, drammatico. E con sentimenti contrastanti, Israele assiste al voto. "Arik" ha resistito. Ha resistito alla protesta della piazza, 15 mila coloni hanno "assediato" la Knesset il giorno del voto. Ha resistito alle minacce dei morte dell'ultradestra, ("farai la stessa fine di Rabin"), alle maledizioni dei rabbini eversivi. Ha resistito alle pressioni di sei ministri del suo partito che fino all'ultimo istante hanno cercato di strappare al premier il via libera ad un referendum popolare sul piano di ritiro.
Sharon non ha ceduto. E ha sfidato i "ribelli". A cominciare dal suo avversario interno di sempre: Benyamin Netanyahu.
Secondo Netanyahu il referendum è necessario per evitare una spaccatura nel Paese e una scissione nel Likud. Rilancia la sua sfida, Netanyahu. Una sfida che non sembra impensierire i più stretti collaboratori del premier. Il "sì" della Knesset "è un grande successo del primo ministro. È la prova che a Gaza non abbiamo nulla da fare", dichiara il ministro dei Trasporti Meir Shitrit, compagno di partito di Sharon.
Ma se "Arik" ce l'ha fatta lo deve in buona parte all'appoggio dell'altro "grande vecchio" della politica israeliana, Shimon Peres, 82 anni. I voti dei 21 deputati dell'opposizione laburista hanno garantito la maggioranza, compensando il voto contrario dei 18 parlamentari "frondisti" del Likud, su 40. Per il "sì" si sono pronunciati, oltre ai laburisti, i deputati del Likud fedeli a Sharon, i centristi del Shinui, la sinistra sionista e due deputati arabi-israeliani. Contro hanno votato l'estrema destra, i partiti ortodossi, i ribelli del Likud e gli altri arabi-israeliani.
L'altro ieri Peres aveva ammonito che un rigetto del piano di ritiro da Gaza sarebbe stato "una catastrofe per il Paese", mentre Sharon aveva aperto il dibattito parlamentare dichiarandosi determinato "ad andare fino in fondo". Quella del ritiro da Gaza, aveva sottolineato l'ex-campione della politica delle colonie, "è stata la decisione più difficile della mia vita".
Il "sì" incassato dalla Knesset è certo un successo per Sharon, ma non segna certo la fine delle difficoltà per il premier. Anzi. Il suo governo di centro-destra, già minoritario con 59 voti seggi su 120 in Parlamento, rischia di perdere altri pezzi dopo il voto di ieri sera. Coerente con gli avvertimenti dei giorni scorsi, dopo il voto Sharon è passato all'azione, convocando nel suo ufficio e consegnando la lettera di licenziamento al viceministro Michel Razon, che ha votato contro. E la stessa sorte tocca, di lì a poco, al ministro Uzi Landau, il solo titolare di dicastero ad aver votato ieri sera "no". "Ha mantenuto il proprio impegno", è il lapidario commento di Ranaan Gissin, portavoce del premier. A Sharon torna a rivolgersi anche la dirigenza palestinese. "Se il governo israeliano è serio sul processo di pace, deve tornare al tavolo dei negoziati con l'Anp, per applicare la Road Map e esaminare un ritiro dalla Striscia di Gaza nel quadro della Road Map", dichiara il ministro per gli affari negoziali Saeb Erekat.
Perché Sharon sfida l'odio dei coloni
David Grossman su la Repubblica
Il voto con cui ieri sera la Knesset israeliana ha approvato il ritiro dalla striscia di Gaza non è che l´inizio di un lungo percorso. I numerosi oppositori al piano di sgombero - soprattutto fra i sostenitori della destra - aspettano solo l´occasione per pregiudicarlo e non è assolutamente certo che alla fine vada in porto. Già oggi la questione del "disimpegno" lacera Israele sia da un punto di vista politico che sociale, religioso ed emotivo e non c´è dubbio che lo strappo si farà più profondo quanto più la data dello sgombero si avvicinerà.
Solo se l´intero piano verrà realizzato, fra un anno, potremo guardare al voto di ieri come a una svolta fondamentale nella storia del conflitto israelo-palestinese.
Ariel Sharon sta combattendo la battaglia politica più dura e complessa della sua vita. In questi giorni si pone contro la rigida ideologia di cui lui stesso è stato uno dei maggiori propugnatori ed esponenti per decine di anni. Dall´inizio degli anni settanta ha infatti sostenuto e favorito la costruzione di colonie israeliane nei territori occupati, badando a collocarle in luoghi dove la loro stessa presenza avrebbe compromesso il raggiungimento di un accordo e di un conseguente, possibile ritiro. Negli ultimi tre decenni Sharon ha fatto di tutto per sabotare ogni tentativo di dialogo con i palestinesi che avrebbe potuto, a suo avviso, concludersi con lo sgombero degli insediamenti.
Ora è impegnato in una lotta senza quartiere contro una realtà che lui stesso ha creato e un´ideologia di cui è stato uno dei fautori e dei simboli più importanti e carismatici. Sharon si trova anche a fronteggiare centinaia di migliaia di israeliani, non solo coloni, che vedevano in lui un leader, una guida e che ora lo considerano un traditore.
Non importa quali fossero le motivazioni nascoste che lo hanno spinto a formulare il piano di sgombero. L´attuale premier ha quasi sempre delle "motivazioni nascoste" e i suoi progetti nascondono spesso un "secondo fine". Lui stesso ha ammesso di recente di aver proposto questo piano per bloccare iniziative "disfattiste" nate dalla frustrazione per l´assenza di negoziati, quali, per esempio, l´accordo di Ginevra,.
Ma sia che le sue motivazioni possiedano dei secondi fini, sia che rappresentino un vero cambiamento di rotta, Sharon si trova ora a gestire uno degli eventi più importanti nella storia di israeliani e palestinesi dopo la guerra del 1967, una guerra che Israele non voleva e durante la quale ha conquistato la striscia di Gaza e la Cisgiordania.
Lo sgombero degli insediamenti di Gaza, e di altre quattro piccole colonie in Cisgiordania, rappresenta per la destra il riconoscimento che Israele non è in grado di governare i palestinesi con la forza. Sharon di sicuro non concorderà con questa affermazione, ma la proposta di questa evacuazione significa che ha accettato l´idea che un giorno, in futuro, Israele sarà costretto a ritirarsi anche dai territori occupati ancora sotto il suo controllo. Più che altro, però, l´approvazione del piano dimostra che l´ideologia della destra nazionalista e religiosa sostenuta a partire dall´inizio del ventesimo secolo e che negava la divisione del territorio in due stati, è tristemente fallita.
È quindi importante considerare quanto sta per avvenire in una luce reale: non si tratta di un accordo né di un processo di pace. Non bisogna nemmeno aspettarsi che la resistenza palestinese all´occupazione israeliana cessi, in quanto la maggior parte dei territori rimarranno sotto il controllo dello stato ebraico e in base alla legislazione internazionale, anche sotto la sua responsabilità. Lo stesso Sharon non nasconde che il disimpegno da Gaza è un passo importante per ottenere l´appoggio degli Stati Uniti (o meglio di George Bush) al fine di "legalizzare" e ratificare l´occupazione israeliana in Cisgiordania, dove vivono circa duecentotrentamila coloni. È lì il cuore e il fulcro degli insediamenti. La Cisgiordania è anche un´area verso la quale la maggior parte degli israeliani prova dei legami sentimentali, religiosi e nazionalisti molto più forti di quelli che ha verso Gaza. Rinunciando alle colonie di quella zona, Sharon compie dunque una mossa definita nel gioco degli scacchi "gambetto": sacrifica un pedone per salvare la "regina", ovvero la presenza israeliana in Cisgiordania.
Forse questa è anche la spiegazione dell´insolita furia con cui i coloni lottano contro lo sgombero. Benché non pochi di loro temano che la battaglia sia già persa, una piccola ma agguerrita minoranza pare intenzionata a trasformare questa lotta in un simbolo, a stamparla nella coscienza israeliana come un´esperienza scioccante o addirittura traumatica sul piano nazionale perché passino molti anni prima che un altro leader si azzardi a rischiare un nuovo sgombero di coloni dalla Cisgiordania.
In questa lotta accanita i coloni non risparmiano minacce alla vita del primo ministro e ostentano un totale disprezzo nei confronti del potere legislativo. La loro terminologia testimonia lo stato di grave ansia in cui si trovano: i funzionari governativi incaricati di organizzare lo sgombero vengono definiti Judenratt (il consiglio degli ebrei organizzato dai nazisti nei campi di concentramento per rendere più efficiente, tra l´altro, lo sterminio), mentre i militari disposti a parteciparvi, "nazisti", niente di meno. Rabbini ed esponenti della destra incitano i soldati a rifiutare di obbedire agli ordini e a non prendere parte alla "cacciata del popolo israeliano dalla sua terra". Da queste frasi è evidente che molti di loro considerano la democrazia israeliana solo uno stadio intermedio verso la realizzazione di un ideale più grande e nazionalista, religioso e messianico. La maggioranza silenziosa israeliana è inorridita nello scoprire quale sia il prezzo dell´indulgenza e della comprensione mostrate in tutti questi anni verso i coloni. Solo oggi, forse troppo tardi, l´israeliano medio realizza che la sua passività nei confronti delle malefatte dei coloni verso i palestinesi ha trasformato i primi in un pericolo anche per lui, per il suo governo, per la sua democrazia e per la sua nazione.
27 ottobre 2004