
sulla stampa
a cura di G.C. - 26 ottobre 2004
Il centrosinistra alle suppletive vince 7-0
Barbara Jerkov su la Repubblica
ROMA - Sette a zero, contro il quattro a tre del 2001. Il centrosinistra ha vinto le elezioni suppletive per la Camera dei deputati in tutti e sette i collegi in cui si è votato ieri e domenica, anche se il numero dei votanti, come sempre accade con turni elettorali straordinari, è stato decisamente basso, il 40,2%, rispetto all´80,7 delle scorse politiche. "Le suppletive saranno un segnale per il governo", aveva dichiarato appena l´altro giorno Silvio Berlusconi, facendo personalmente campagna elettorale. "Ecco, adesso quel segnale è arrivato", commenta a caldo il leader dei Ds, Piero Fassino. "Ha vinto l´astensionismo", è invece la lettura dei vertici di Forza Italia, che insieme agli alleati negano "significato politico generale" al risultato.
Sta di fatto che si è trattato di un en plein per il centrosinistra, che conferma i seggi espressi alle ultime elezioni in Toscana, Emilia e Puglia. Mentre la Casa delle libertà perde tre collegi che nel 2001 avevano eletto un deputato di centrodestra: Milano, Genova, Napoli.
Particolarmente significativa la sconfitta nel capoluogo lombardo. Qui si votava infatti nel collegio di Umberto Bossi. Ma il candidato dell´Ulivo, l´ex presidente della Rai Roberto Zaccaria, ha battuto con un largo margine il medico del Senatur, Luciano Bresciani, candidato della Cdl. A Napoli-Ischia, invece, vittoria solo di misura per l´ex leader della Cisl, Sergio D´Antoni, candidato del centrosinistra. Nel capoluogo campano il centrodestra ha però scontato la concorrenza di una fortissima Alternativa sociale, la lista di Alessandra Mussolini (che nel 2001 era stata eletta in quello stesso collegio, con la Cdl), che conquista oltre il 9%. Ma pure quella della Fiamma tricolore. E perfino la concorrenza del Nuovo Psi, che ha scelto di correre separato dal resto della coalizione. In tutto, oltre tredici punti in meno per il candidato della Cdl, per il quale appena venerdì scorso si era mobilitato lo stesso Berlusconi. Un serio problema, in prospettiva, se i leader del centrodestra non riescono a ricucire i rapporti al loro interno, recuperando in particolare l´estrema destra, prima delle politiche del 2006.
Nel collegio di Genova Nervi il centrosinistra non era mai riuscito a prevalere. Ieri invece, il sorpasso di Stefano Zara su Roberto Suriani. Per il resto, solo conferme. In Toscana, sia nel Mugello sia a Scandicci, l´Ulivo ha stravinto. Non torna quindi a Montecitorio l´ex parlamentare forzista Peppino Calderisi. Nettissima la vittoria anche in Emilia, nel collegio di Fidenza-Parma, dove nel 2001 era stato eletto l´ex ministro della Quercia Pierluigi Bersani. Pure a Gallipoli, il collegio di Massimo D´Alema, l´Ulivo ha vinto senza difficoltà, sfiorando il 60%.
Risultato inequivocabile, insomma. E i leader del centrosinistra si ritrovano a festeggiare il riuscito debutto della "Gad", la Grande alleanza democratica messa in piedi da Romano Prodi.
Nel centrodestra si tende a minimizzare. "Purtroppo questa è la dura legge delle suppletive, che hanno percentuali di affluenza molto basse", dice ad esempio Gianni Alemanno, "ma il risultato non ha valore politico". Il solo ad ammettere francamente la sconfitta è Marco Follini: "Non è un cataclisma", afferma, "ma le cose vanno chiamate con il loro nome, non servono giri di parole". Una sconfitta, appunto.
Cappotto autunnale
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
Silvio Berlusconi è il primo a sapere, per motivi universalmente noti, che tra politica e calcio c'è un qualche legame. Un sette a zero è un sette a zero, un risultato che parla da sé, esalta magari oltre misura il vincitore e, per quanto riguarda gli sconfitti, si presta assai poco a sottili distinguo, puntigliose messe a punto, malmostose recriminazioni. E dunque forse esagera, ma fa tutto sommato una parte almeno del suo mestiere (l'altra, più importante e più disattesa, consisterebbe nell'indicare finalmente un programma, e prima ancora nel mettere in campo una classe dirigente), chi nel centrosinistra leva inni di esultanza. Ma di sicuro sbaglia, e induce anche a qualche sorriso, chi nella Casa delle Libertà pensa di cavarsela mettendo l'accento sul fatto che stavolta gli elettori chiamati a votare erano pochi, che la grande maggioranza di loro (il 60 per cento) si è ben guardata dal rispondere all'appello, che in qualche collegio l'esito del voto era scontato e che in qualche altro il centrodestra avrebbe prevalso se non si fosse diviso.
Queste considerazioni possono anche essere fondate. Ma ciascuna di esse dovrebbe suggerirne delle altre, tutte vagamente inquietanti. E' vero, stavolta si votava solo in 7 collegi: ma per il centrodestra le cose sono andate male proprio come in tutte le ultime tornate amministrative, e proprio come alle elezioni europee. E' vero, l'astensionismo è stato assai alto: ma il centrosinistra è riuscito a mobilitare il proprio elettorato più di quanto sia riuscito a farlo il centrodestra. E' vero, quelli di Fidenza, Scandicci e il Mugello potevano bene essere considerati collegi sicuri dalla Grande alleanza democratica, e tali si sono confermati: ma anche Milano 3, dove nel 2001 fu eletto Umberto Bossi, fino a poco tempo fa era stimata dalla Casa delle Libertà una certezza, eppure ciò non è bastato a impedirne la caduta. Ed è vero pure che a Napoli-Ischia, se il Nuovo Psi non avesse deciso di fare una corsa solitaria, il centrodestra avrebbe potuto vincere: ma le divisioni di una coalizione rappresentano un problema politico, non una giustificazione.
Dunque? Dunque, forse sarebbe meglio per la maggioranza, piuttosto che fare spallucce, chiamare sconfitta la sconfitta e, se è in grado di farlo, ragionarci un po' su. Significherà pure qualcosa, il moltiplicarsi dei campanelli d'allarme. Ma, per provarsi a definire una terapia efficace, bisognerebbe, prima di tutto, azzeccare la diagnosi: capire, cioè, se questo voto, e quelli che lo hanno preceduto, tutti di segno analogo, sono spie solo di un malessere passeggero, o piuttosto di qualcosa di ben più grave, del venir meno, cioè, o dell'incrinarsi, di quel che resta del rapporto di fiducia tra il centrodestra (e il suo leader indiscusso e indiscutibile) e una parte importante degli elettori che, nel 2001, gli hanno assicurato la vittoria.
Le buone ragioni
Furio Colombo su l'Unità
Berlusconi va e viene e fa bagni di folla da Napoli a Milano. Pensa ancora che la sua presenza sia taumaturgica, che il lasciarsi toccare dalla gente possa compiere il miracolo. Il miracolo non si compie. La gente non cambia idea. O meglio, la cambia in silenzio. Chi si è reso conto dell'errore del 2001 non è andato a votare. Chi va a votare mette nell'urna la scelta del centro-sinistra.
Ci troviamo dunque - nel giorno di questa bella vittoria che nega e cancella mesi di Tg 1 e di editoriali specializzati nel sostegno della destra (9 su 10 quasi tutti i giorni) apparsi sui giornali di regime e sui giornali intimiditi o affiliati - di fronte ad alcuni fatti che vale la pena di esaminare.
Il primo è la fine della magia di Berlusconi. Naturalmente era un fenomeno indotto da ondate di false promesse, un gioco ingannevole e perverso nato negli studi televisivi della Rai con la complicità di giornalisti servizievoli. Servizievoli al punto da fornire finti mobili presidenziali e cavalletti muniti di carte d'Italia da ricalcare per mostrare i progetti delle grandi opere. I giornalisti di quel tipo non hanno smesso di essere servizievoli. Perché il gioco non funziona più? Una ragione è che l'Italia di Berlusconi va troppo male e non basta il blocco delle comunicazioni a impedire che i cittadini lo sappiano. Lo sanno ogni giorno. Quando lavorano, e quando spendono quello che riescono a guadagnare.
La seconda ragione è certo lo stile della campagna elettorale condotta dal centro-sinistra. Sapendo di non poter contare né sulle sue Tv né sui giornali (penso a Zaccaria a Milano) i candidati si sono impegnati in una campagna di strada, di incontri, di piccoli e grandi gruppi, dalle discoteche alle scuole, dalle parrocchie ai negozi.
In un mondo berlusconiano di personaggi inventati e di scenografie finte, da Pratica di Mare al Grande fratello, dall'Isola dei famosi agli azzurri nel mondo che riuniti a Lugano ascoltano Berlusconi per telefono, il contatto fisico con persone vere trasforma di nuovo gli spettatori in cittadini, restituisce dignità e diritti ad un Paese assediato dai monologhi di un leader immobile, fatuo, pericoloso.
La terza ragione è probabilmente un desiderio di liberazione dal cerchio di cattiveria volgare in cui si è sentita stretta l'Italia, fra i culattoni di Tremaglia e il tentato linciaggio delle due pacifiste, tra l'omicidio sbeffeggiato di Enzo Baldoni e l'obbligo del tricolore per chi odora di An (con aggressioni ai giudici, non importa se di destra, che si permettono di fare domande). A questa cattiveria si aggiunge quella del ministro della Giustizia Castelli che chiama impedimento ciò che l'opposizione annuncia in Parlamento contro il suo progetto di distruzione della Giustizia, quella del sindaco di Treviso che vuole proibire, nei giorni del Ramadan, che i credenti musulmani (che lavorano legalmente e con beneficio di tante imprese della regione) possano pregare, quella di Calderoli che assicura che bisogna passare sul suo cadavere prima di dare a un naufrago la possibilità e le ragioni di chiedere asilo politico. Forse, inavvertitamente (data la natura di alcuni suoi componenti) il centro-destra ha passato il limite di cattiveria tollerabile persino per chi non fa troppo caso alle sfumature.
Una quarta ragione è certo stata la tenacia con cui il centro-sinistra - in Parlamento - ha reagito a tanti messaggi e stimoli, anche in buona fede, a fare insieme almeno un frammento di legge con una maggioranza di destra ormai segnata a dito in tutta Europa. È una destra che a differenza della Thatcher incoraggia l'illegalità o invita a conviverci. Una destra, che a differenza di Chirac o dei tedeschi, onora e rimpiange Mussolini, una destra che, a differenza di Le Pen, che sta ai margini della vita politica del suo Paese, qui controlla Giustizia, Lavoro e Riforme. Tenersi lontani, opporsi, mostrarlo e dirlo con fermezza ha immensamente giovato.
Una quinta ragione è stato il modo in cui i candidati del centro-sinistra hanno attirato gli elettori indecisi. Come? Primo, si sono presentate persone per bene, con una vita, una professione, un passato. Secondo, non hanno fatto finta, per gentilezza, di non sapere che l'Italia di Berlusconi è un disastro. Lo hanno riconosciuto e dimostrato con chiarezza.
Quanto al medico di Bossi, è certo un buon sanitario e una brava persona. Ma lui lo sa che è stato messo lì, nel collegio abbandonato di Bossi, come il cavallo di Caligola.
Fassino: "Romano decisivo, unità per vincere al centro"
Goffredo De Marchis su la Repubblica
ROMA - È in corso un party telefonico nella stanza di Piero Fassino a Via Nazionale. Chiamano i neodeputati. Chiama da Milano Roberto Zaccaria. Il segretario dei Ds sorride: "Te l´avevo detto, bravo. Abbiamo fatto bene noi a insistere e tu a crederci". Fassino ha già festeggiato così, nei primi commenti a caldo: "Un cappotto chiaro e inequivocabile. Berlusconi era andato ad Ischia per sostenere il suo candidato dicendo che con le suppletive si sarebbe misurato il consenso all´azione di governo. Mi pare che gli italiani abbiano espresso un giudizio netto...". Adesso, seduto nel suo studio, analizza il voto con più calma. Dice che "Prodi torna e non sarà un uomo solo al comando, come avviene nel centrodestra. È l´espressione di una classe dirigente che esiste. E che si vedrà". E dal risultato delle suppletive, isola anche un altro messaggio rivolto agli alleati dell´Ulivo: "È vero che c´è il problema di conquistare gli elettori di centro, ma non è una prerogativa dei moderati del centrosinistra. È compito di tutti inseguire questo obbiettivo, lo si realizza solo con una coalizione unita".
Andiamo oltre l´immagine del "cappotto" e vediamo i segnali più importanti di queste elezioni.
"La destra ha perso in tre collegi, Genova-Albaro, Milano e Napoli-Ischia, nei quali, da quando è in vigore il maggioritario, aveva sempre vinto. È un dato molto significativo. Vuol dire che si consolida un trend elettorale che dura da tre anni. Questa è ormai la sesta occasione di vittoria del centrosinistra. Ci sono state le amministrative del 2002, quelle di Verona, Gorizia e Monza per intenderci, poi le amministrative del 2003, il Friuli, la provincia di Roma, poi ancora le elezioni del Trentino e le suppletive a Trieste. Nel 2004 sono arrivati i successi nelle amministrative e nelle Europee, le regionali in Sardegna e il risultato di ieri. La continuità dimostra che è cambiato qualcosa di fondo nella società italiana e il centrodestra non convince più. Non è servito il martellamento di Berlusconi con il ritornello della riduzione delle tasse, negli ultimi giorni. Non ha convinto proprio nessuno".
Nemmeno nella ricca Milano...
"Nemmeno a Milano. Del resto, è impossibile nascondere il bilancio fallimentare del governo. L´economia è ferma e i conti pubblici sono al disastro grazie al duo Tremonti-Siniscalco. Sul piano sociale sappiamo quanto è cresciuta l´incertezza. Sul piano istituzionale tutti vedono il pericolo di una lacerazione del Paese e infine, sul piano internazionale, la vicenda Buttiglione è la testimonianza lampante della nostra emarginazione in Europa e nel mondo".
Si può parlare di effetto Prodi su queste elezioni?
"Sì, c´è stato anche un effetto Prodi. Il fatto che sia stato di più sulla scena in questo periodo e che stia tornando in Italia, ha dato alla coalizione quel leader che fin qui non aveva avuto. L´effetto Prodi ha fatto decollare la Grande alleanza democratica, ha accelerato la federazione dell´Ulivo che serve a dare un timone riformista alla coalizione. Stiamo creando le condizioni per competere davvero con il centrodestra. C´è un proverbio cinese che dice: anche un cammino di mille chilometri comincia con un passo. Adesso parte una lunga corsa che ci porta, tra otto mesi, alle regionali e, tra venti, alle politiche".
Ecco il punto: il centrosinistra è pronto a vincere anche quando i numeri diventeranno più grandi e l´astensione non toccherà livelli record?
"Il centrosinistra ormai ha vinto in ogni tipo di elezione, grande e piccola, generale e parziale, amministrative ed Europee. È in grado di competere con il centrodestra in qualsiasi sfida".
Sta cadendo nella trappola dell´"abbiamo già vinto"?
"Guai a pensarlo. Non dico affatto che abbiamo già vinto. Dico che questi tre anni, voto di ieri compreso, dimostrano che possiamo vincere. Non credo che la vittoria sia già nelle nostre mani, ma è a portata di mano. Tocca a noi afferrarla".
Come?
"Prima di tutto, ci rafforza il ritorno di Prodi dal primo novembre, un Prodi non più inibito dal ruolo istituzionale, ma presente ogni ora, ogni minuto. E a differenza di Berlusconi, non sarà un uomo solo al comando, sarà l´espressione di una classe dirigente che esiste. E che si vedrà. Con le primarie gli daremo la massima investitura popolare. Il suo arrivo coinciderà con il via al cantiere programmatico. Abbiamo già accumulato molte proposte, su scuola, lavoro, sanità, fisco. Dobbiamo dare a quelle proposte la sostanza di un progetto di governo. Dobbiamo anche far decollare la federazione, quel soggetto federativo e riformista che è il perno di un´alleanza più larga, l´alleanza che si presenterà alle regionali del prossimo anno".
Farete cappotto anche nelle regioni?
"Vogliamo prenderne il maggior numero possibile. Il voto di ieri ci dice che nessun territorio è prerogativa esclusiva della destra".
Pensa soprattutto a Milano?
"L´esperienza di Penati ci aveva detto che si poteva vincere. E c´era un dato che non ha avuto molto risalto: Penati ha preso più voti in città che in provincia. Ieri è arrivata la conferma. Bravo Zaccaria a crederci".
Zaccaria è un girotondino della prima ora, un esponente dell´Ulivo più radicale, D´Antoni un centrista dichiarato, addirittura un transfuga del Polo. Qual è il senso del successo, sotto la stessa bandiera, per due uomini così diversi?
"È la dimostrazione che la forza del centrosinistra sta nella sua coesione. Noi dobbiamo puntare sempre a due obbiettivi. Il primo: fare il pieno di tutti quelli che nel centrosinistra già si riconoscono. Il secondo: intercettare il voto dell´elettorato in fuga dalla Cdl. Non sono due obbiettivi disgiunti, vanno tenuti insieme e li possiamo raggiungere solo se il centrosinistra si presenta unito. Penati non ha spaventato nessuno a Milano eppure era il segretario locale dei Ds... Il centrosinistra unito può farsi rappresentare sia da un candidato moderato sia da un candidato più radicale".
Insomma, la questione della corsa al centro è una falsa questione?
"Il problema di conquistare gli elettori di centro esiste. Quello che voglio dire è che non è una prerogativa dei moderati del centrosinistra, ma un compito di tutti. Che si realizza meglio tanto più siamo uniti tra di noi. E non lo dico io, lo dicono i numeri. Zaccaria e Penati hanno vinto con le stesse percentuali di D´Antoni a Napoli e Ria nel Salento".
Giustizia, Castelli agita la fiducia
Liana Milella su la Repubblica
ROMA - Continua a dirlo da una settimana, ma ogni volta l´effetto è dirompente. Lo ha ripetuto ieri a Lussemburgo, durante la riunione dei ministri europei della Giustizia. Annuncia il Guardasigilli Castelli: "Se l´opposizione decide di fare melina sulla riforma dell´ordinamento saremo a malincuore costretti a ricorrere alla fiducia". Aggiunge: "Non vorrei assolutamente arrivarci, per non spezzare il dialogo, ma il centrosinistra deve rinunciare all´ostruzionismo, mi preoccupano quei 500 emendamenti". Il dibattito al Senato si apre oggi alle 10 nel modo peggiore. Alla vigilia, i timori di Castelli vengono letti come la minaccia di un nuovo voto di fiducia dopo quello della Camera. Non serve una rassicurante sottosegretaria forzista alla Giustizia Santelli ("Al momento non c´è alcuna intenzione di soffocare il dibattito"), la polemica lievita. La alimenta l´aennino Bobbio ("C´è ragione di temere un´operazione ostruzionistica"). Il centrosinistra da un lato, toghe e avvocati dall´altra, criticano una fiducia data per scontata. Polemizza il capogruppo diessino Angius. "Castelli metterà la fiducia anche contro Rognoni e Onida?" (cioè Csm e Consulta). Poi rassicurante: "Dal centrosinistra nessun ostruzionismo, solo emendamenti di merito". Il capogruppo diellino Bordon constata: "Mai visto un simile en plein negativo: due scioperi, degli avvocati e dei magistrati". La fiducia? Per Bordon è "annunciata da tempo". Di mezzo si mette l´Udc con Ronconi: "La sinistra accetti un contingentamento dei tempi, rinunci all´ostruzionismo, noi ci spenderemo per evitare la fiducia".
Cade nel vuoto un nuovo richiamo del vicepresidente del Csm Rognoni, dopo quello lanciato sabato in contemporanea con le raccomandazioni del presidente della Consulta Onida, e a ridosso degli allarmi di Ciampi. "Attenti all´isolamento dei giudici" avverte Rognoni. Un´attenzione duplice. Delle toghe a non autoisolarsi, della politica a "non collocarle in posizioni isolate". Lo scontro alle Camere pare fatto apposta per spingerle sulle barricate.
Barroso all'Europarlamento: "No al rimpasto"
Redazione de l'Unità
Ora si andrà davvero alla conta, fidando nelle amnesie di qualche europarlamentare e nei miracoli delle diplomazie notturne. José Manuel Barroso, l'ex premier portoghese incaricato di formare la nuova commissione europea, non ha né proposte né risposte da portare al Parlamento di Strasburgo il giorno prima del voto che deciderà il suo futuro. Preferisce congelare la situazione così come è, con una dichiarazione che ostenta realpolitik e trasuda impotenza: "Un rimpasto creerebbe più problemi istituzionali che risolverli", dice martedì mattina nel suo atteso intervento. La traduzione è: ho le mani legate, non posso mettermi contro i governi che appoggiano la mia commissione, primo fra tutti quello italiano. Dunque si va alla sfida all'ultimo voto nell'Europarlamento.
La linea di difesa, evidentemente concordata con il Partito popolare, si basa sulla tutela delle prossime scadenze istituzionali. La bocciatura della commissione, come ricorda anche il capogruppo popolare Poettering, peserebbe negativamente sulla firma del trattato costituzionale europeo attesa tre giorni più tardi. E così la sintesi politica del discorso di Barroso si riduce a un appello: "Viviamo momenti cruciali, è tempo di passare all'azione, questa Commissione è degna della vostra fiducia, faccio appello alla vostra responsabilità per avere un'Europa più forte".
Barroso non ha voluto nominare i commissari sotto accusa, ma si è limitato a ricordare che il Parlamento europeo "ha individuato delle debolezze", passando in rassegna alcuni incarichi. Unica menzione per Rocco Buttiglione, la pietra dello scandalo: "Non accetterei mai - ha sottolineato Barroso - un commissario le cui idee non siano compatibili con la Carta dei diritti e sono convinto che Buttiglione si conformerà e crederà nei trattati". Se fino ad oggi non lo ha dimostrato, ha aggiunto, è stato a causa di "uno sfortunato incidente" dal quale "si può trarre qualcosa di buono" passando, in materia di diritti, dalle parole ai fatti. Barroso ha quindi confermato che un gruppo di commissari "vigilerà su tutte le iniziative e sarà anche il motore politico" per quanto riguarda le politiche anti discriminazione. A questo comitato di garanti (o badanti che dir si voglia) si affiancherebbe la creazione di un'Agenzia per i diritti fondamentali con sede a Vienna e il varo una Direttiva quadro contro ogni forma di discriminazione.
La soluzione, com'è noto, non piace ai socialisti, il cui capogruppo Martin Schultz ha seccamente replicato: "Se le cose rimangono così sarà molta difficile per il nostro gruppo dare la fiducia a questa Commissione". La richiesta del Pse non cambia: vuole un cambio di portafogli, e se questo non avverrà "sarà un ostacolo enorme". Se Barroso sarà bocciato, ha concluso, "non ci sarà crisi, ma una normale procedura di un Parlamento democratico nei confronti dell'esecutivo".
Ma la replica più importante al discorso di Barroso è quella che viene da Graham Watson, capogruppo dei liberaldemocratici: "Non cambieremo i nostri principi in cambio delle convenienze politiche", ha annunciato con evidente riferimento polemico ai maldestri tentativi di mediazione fatti nei giorni scorsi da Buttiglione. Sono stati i capi di governo, ha aggiunto Watson, a creare una commissione "debole" (fra gli accusati Silvio Berlusconi, reo di aver indicato un nome dicendo "do questo e basta"). Ora i liberaldemocratici non intendono correre "in suo soccorso".
Il giorno più difficile, Sharon si gioca tutto
Antonio Ferrari sul Corriere della Sera
GERUSALEMME - Ariel Sharon ha ammesso: "E' il momento più difficile della mia vita". Ma alla fine ha ascoltato soltanto la propria determinazione, e ha voluto ignorare le minacce di morte e il clima di crescente ostilità, che ha spinto persino il suo principale avversario politico, il leader laburista Shimon Peres, a lanciare l'allarme, cogliendo nell'ira dei coloni contro il premier la stessa carica d'odio che precedette l'assassinio di Yitzhak Rabin.
Ma il primo ministro è un duro, e come Peres ha la tempra dei padri fondatori di Israele. Convinto di agire per il bene del Paese, ha deciso di chiedere un voto definitivo al suo piano, che prevede lo smantellamento degli insediamenti ebraici della Striscia di Gaza. Ben cosciente di dover giocare l'ultima mano di un poker al buio, con una posta altissima, e sapendo di sfidare la minaccia di una guerra civile. Se ce la farà, passerà alla storia come il leader che ha infranto il tabù della sacralità della terra. Se fallirà, il suo declino sarà inevitabile. Il premier, a disagio tra gli opportunismi dei politici di professione, è tornato a indossare la divisa da generale e vuol dimostrare con i fatti quali siano le "dolorose concessioni", che aveva spesso annunciato e sempre evitato di indicare.
In verità, Sharon ha temporeggiato finché ha potuto, cercando di compensare il suo piano con le uccisioni mirate, il pugno di ferro contro gli estremisti palestinesi, e profondendo giudizi sprezzanti sulla leadership dell'Anp, prigioniera di rancori incrociati, impotente, e incapace di parlare con una sola voce. Già sa, Sharon, che il premier Abu Ala è pronto a dimettersi, e che l'isolato Arafat, nella sua disperata partita per il potere, è tornato inutilmente a stuzzicare le ambizioni di Abu Mazen, rioffrendogli quel che l'anno scorso gli aveva sottratto.
Temporeggiare ancora? Impossibile, perché le pressioni sono fortissime, l'ansiosa società israeliana chiede certezze, e i territori rischiano di esplodere.
Ci ha provato più volte, Sharon, a strappare il consenso del suo partito. Lui, uomo della destra e garante della sicurezza del Paese, era convinto che il Likud fosse pronto a inghiottire l'amara medicina, nonostante molti parlamentari avessero ricevuto il voto proprio dai coloni. Ha fallito. Il referendum nel partito, che nessuno lo obbligava a fare, è stato una disfatta. La coalizione di governo ha cominciato a perdere i pezzi, e a quel punto alcuni erano convinti che il primo ministro cercasse disperatamente una via d'uscita. Grave errore di valutazione, dice Naoum Barnea, editorialista dello Yedihot Ahronot , uno dei più bravi e preparati giornalisti del mondo.
All'inizio, Sharon aveva probabilmente pensato che il processo di pace si potesse congelare sine die . Ma lo stato di instabilità permanente stava diventando pericoloso (come segnalava l' intelligence ), e il premier ha colto al volo gli umori di una società turbata: diversa da quella che lo aveva spinto al vertice di Israele, e che oggi vuole aggrapparsi al coraggio e prepararsi a riaprire il dialogo con la parte moderata del mondo palestinese.
Ecco perché Sharon si è convinto che lo smantellamento degli insediamenti di Gaza sia l'unica strada percorribile. Stasera deve affrontare un voto drammatico, sapendo di potercela fare spaccando, però, il suo partito: poco più della metà dei deputati del Likud lo sosterrà, gli altri voteranno contro. Un risultato che, paradossalmente, verrà letto come una vittoria della sinistra, compatta nel chiedere l'evacuazione di 7.500 coloni infuriati, che le cospicue compensazioni economiche non hanno placato.
Non solo. A preoccupare il premier è soprattutto l'appello di numerosi rabbini, che invitano alla disobbedienza gli ufficiali e i soldati, che il prossimo anno dovranno procedere allo sgombero. Sharon sa che alla Knesset avrà i numeri per procedere, ma sa anche che da dopodomani dovrà aprire a coloro che lo sosterranno.
Altrimenti, le elezioni diventeranno inevitabili per rispondere alla domanda che molti hanno cercato di scongiurare: possono duecentomila coloni, e in particolare alcune migliaia di estremisti, tenere in ostaggio Israele?
Clinton e Gore riuniti da Kerry
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - Nel 2000, fu il sogno democratico: il vice presidente Al Gore, il candidato, e il presidente uscente Bill Clinton fianco a fianco nella campagna elettorale, uniti nella battaglia contro Bush. Il sogno non si realizzò mai: Gore temette che il Sexgate, lo scandalo della relazione di Clinton con Monica Lewinsky, potesse compromettere le elezioni, e tenne lontano il presidente, un errore che gli costò la Casa Bianca. Ma il sogno si è realizzato ieri, quando a Gore, da due giorni in Florida, si è accodato Clinton, sia pure da lontano, in Pennsylvania.
Per i democratici, indietro nei sondaggi a una sola settimana dal voto - Zogby Reuters assegna a Bush 3 punti di vantaggio - è un momento inebriante, atteso 4 anni. Nel ritorno del "dream team", l'accoppiata che diede all'America il periodo più prospero e sicuro in mezzo secolo, vedono l'asso nella manica di Kerry, quasi una promessa di sorpasso. E vedono la rivincita di Gore, "il vero presidente". E' Gore che ha restituito ai democratici il sogno svanito nel 2000 recandosi in pellegrinaggio nelle chiese nere della Florida, lo Stato che grazie a suffragi negati, schede indecifrabili e una discussa sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti decretò la sua sconfitta per 537 voti dopo 36 giorni di feroci dispute.
Il pellegrinaggio della vendetta, sebbene dai pulpiti l'ex vice presidente abbia esortato i fedeli a non abbandonarsi alla violenza, anzi "ad amare il prossimo tuo come te stesso". Un appello a tutte le minoranze emarginate alle ultime elezioni a votare Kerry in massa, a fare giustizia del passato. "Se qualcuno crede che il suo voto non conti alcunché - ha gridato Al Gore - venga a parlarmi! Non cedete alla rabbia, sognate il futuro!". E ancora: "In Florida molti seggi sono aperti. Votate subito, correte, sarà molto più difficile ignorare o scartare il vostro voto". La folla, fitta anche fuori delle chiese, impazziva.
Sbarbato, appesantito, combattivo ma pronto a ironizzare su se stesso, l'ex vice presidente, che alle primarie si era opposto a Kerry, ha elettrizzato i neri come nel 2000. Ha ricordato che stavano meglio prima di Bush: "L'economia è in panne, molti vengono licenziati. Vi offrono posti di lavoro solo a salari inferiori". E con una risata: "E' il mio caso". Poi uno spietato attacco al presidente sull'Iraq: "Una guerra sbagliata, scatenata con una serie di menzogne, condotta male. Ci ha creato molti nuovi nemici e resi più insicuri". Infine un richiamo alla Bibbia: "Se il suo leader manca di visione, un popolo muore. Ma il leader può essere cambiato, tocca a voi agire. L'allarme sta suonando". Quando da Jacksonville, la prima tappa, è passato a Broward County e Palm Beach, l'epicentro del terremoto elettorale di 4 anni fa, c'era un'enorme folla ad aspettarlo, con cartelli con su scritto "Mai più!" e "Gore riscatterà l'America!".
Anche Clinton, in Pennsylvania, si è rivolto ai neri. La mattina, l'ex presidente era apparso alla tv, smagrito e pallido dopo il quadruplo bypass al cuore del 6 settembre: "Avverto una debolezza al petto quando mi alzo, ma vado a camminare e mi sento subito meglio", aveva detto. E aveva spiegato: "Mia moglie e i medici non vogliono che esageri, ma Kerry mi ha chiesto di aiutarlo e lo farò. Le elezioni sono troppo importanti e incerte, e le divisioni troppo profonde perché io non vi prenda parte. Credo che Kerry possa vincere: l'America è spaccata in due, il 45 per cento per parte, più un 10 per cento di indecisi". Quando si è presentato a Filadelfia in abito blu e cravatta verde, Kerry gli è andato incontro e lo ha abbracciato. Il Love Park, il parco dell'Amore, straripava di gente, e si è udita un'ovazione interminabile. "Che cosa puoi dire di Bush?", ha chiesto Kerry. Clinton ha sorriso: "Che tra 8 giorni e 12 ore sarà un ex presidente come me". Visibilmente affaticato, "il ragazzo che torna sempre a galla" come amava definirsi, ha parlato solo 12 minuti, tra il suo inno alle elezioni del '92, Dont' stop thinking about tomorrow dei Fleetwood Mac (Non smettere di pensare al domani), e quello di Kerry, No surrender di Bruce Springsteen, (Niente resa). "Kerry farà dell'America il Paese che torna sempre a galla - ha detto -. Quando la scelta è tra la paura e la speranza, scegliete la speranza". E, la mano sul petto, ha ringraziato: "Se la vostra accoglienza non mi fa bene al cuore, non so cosa potrebbe farlo".
Secondo Mike McCurry, l'ex portavoce di Clinton e attuale portavoce di Kerry, in Florida Gore otterrà la sua rivincita grazie alle minoranze: "E non solo in Florida", dichiara, citando i sondaggi sui Grandi elettori negli interi Stati Uniti, che vedono Bush in lieve svantaggio, 207 a 211 su un totale di 538.
I repubblicani pensano che sia troppo tardi per cambiare il panorama elettorale. Il vicepresidente Richard Cheney, sottolinea che la maggioranza dei suffragi bianchi è a favore di Bush, e pronostica che il presidente vincerà con il 52 per cento contro il 47 per cento.
26 ottobre 2004