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a cura di G.C. - 25 ottobre 2004


Berlusconi: taglio le tasse (ma solo ai ricchi)
Bianca Di Giovanni su
l'Unità

Da Lugano il premier rilancia il suo spot fiscale: tre aliquote da gennaio prossimo. E tutte sotto il 40%. In soldoni significa un risparmio di qualche decina di euro per i redditi più bassi e di 6.165 euro per quelli oltre 100mila euro di imponibile. Un affare per i ricchi. An frena: occorre tutelare il Mezzogiorno, avverte Alemanno. Ma anche il partito di Fini, assieme a Udc e Lega, hanno varato un anno fa la delega fiscale che regala "sconti" ai più ricchi. A questo punto non possono tirarsi indietro. Così usano la foglia di fico di un contributo di solidarietà. Intanto sui conti continuano ad addensarsi incognite. Il sindacato: sciopero contro una Finanziaria iniqua.
Sulle tre aliquote fiscali sui redditi familiari Silvio Berlusconi insiste: arriveranno dal primo gennaio. "Così gli italiani avranno più soldi in tasca e potranno destinarli ai consumi e agli investimenti", spiega il premier. Il problema è: quali italiani avranno più soldi in tasca. E quali italiani, invece, saranno costretti a tirare la cinghia per reperire gli oltre si miliardi necessari per coprire gli sgravi. L'emendamento di FI fatto proprio dal premier prevede tagli per il fondo per la disoccupazione, nuove tasse per le cooperative, una stretta sui finanziamenti di vecchie e nuove leggi. Un vero salasso. Anche se si utilizzerà. E chissà se basterà. Stando agli esperti (vedi www.lavoce.info) portare le aliquote Ire (Irpef) al 23, 33 e 39% per le fasce di reddito fino a 26mila euro, da 26mila a 33mila e oltre quella cifra costa 6,9 miliardi.
Ci sono davvero spazi equi e credibili per coprire questo maxi-sconto ai ricchi? In settimana sbarcheranno a Roma gli ispettori dell'Fmi (Fondo monetario) che passeranno al setaccio i conti italiani, già messi sotto "osservazione" dall'Ue. Così l'incognita deficit piomberà sul tavolo del governo proprio in contemporanea con la partita fiscale. Un binomio inconciliabile. Così il centrodestra sembra aver dimenticato il primo pilastro (conti), per propagandare ogni giorno il secondo (meno tasse).

La foglia di fico di An
Quel modello è stato votato anche da An, che oggi tenta di ritagliarsi il ruolo di forza con sensibilità sociale. "Per alcune fasce di reddito, ad esempio quelle che guadagnano 500 mila euro l'anno, si potrebbe prevedere un contributo aggiuntivo oltre il 39% - azzarda Maurizio Gasparri - Contributo che può avere anche delle finalizzazioni ad esempio nel sostegno alla ricerca". Il ministro per le Comunicazioni non ci prova neppure a nominare la quarta aliquota: preferisce la parola contributo. Così lo spot del premier non andrà in rovina. Su fisco e Finanziaria scende in campo anche Gianni Alemanno, dicendo tutto e il suo contrario. "Da questa Finanziaria deve uscire una manovra a favore del Mezzogiorno - dichiara - Noi abbiamo sottolineato che non ci possono essere riduzioni di tasse per i redditi più alti ma soltanto per quelli medio-bassi e una riduzione dell' Irap con il varo di una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno, come del resto chiedono anche Confindustria e le imprese e le aree più sensibili del Nord Italia".C'è una cosa che Alemanno sa bene e non dice: non si possono prevedere risorse per il Mezzogiorno e contemporaneamente tagliare le tasse (a ricchi o poveri che siano).
Il trucco delle coperture
Tant'è che Domenico Siniscalco i soldi per gli sgravi li vuole prendere proprio lì: dal Mezzogiorno. Naturalmente non lo dirà mai. Anzi, parlerà di un fondo rotativo a favore delle imprese di 6 miliardi. Tradotto vuol dire che gli incentivi (soprattutto alle aziende del Sud), pari a circa 20 miliardi di euro, verranno azzerati in cambio dei 6 miliardi dati in prestito.

La doppia faccia dell'Udc
Per i partiti di maggioranza, come s'è detto, il problema coperture non esiste. Anche la formazione guidata da Marco Follini si sbraccia a far passare messaggi "solidaristici": un fisco per la famiglia. Eppure anche loro hanno detto sì alle due aliquote "flat", tutte sbilanciate in favore dei più ricchi. In quel modello, che è il traguardo finale voluto da Berlusconi, i due terzi delle risorse sono destinati al 10% degli individui con reddito imponibile più elevato (sopra 30mila euro), mentre chi sta sotto i 20mila euro annui non riceverà più del 10% della torta, valutata complessivamente in 21,5 miliardi. (vedi www.nens.it). Questo hanno votato i centristi un anno e mezzo fa, insieme agli altri partiti del centro-destra, Lega inclusa.
Contribuenti traditi
Mentre i politici si scatenano attorno a messaggi rassicuranti, gli italiani aspettano ancora 15-20 miliardi di crediti dal fisco. A tanto ammontano le somme pagate in più che devono essere restituite. E non solo. All'appello manca il drenaggio fiscale per un miliardo e mezzo all'anno. Un altro miliardo è la "soprattassa" pagata sul Tfr dopo il primo modulo della riforma.



Rutelli: non spostiamoci a sinistra
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA - "Noi dovremo saper conquistare il centro dell'arena". Ora che "le polemiche sono superate", e che "appare chiara l'estrema lealtà con cui si è sempre mossa la Margherita" nei confronti di Romano Prodi, ora Francesco Rutelli intende riaffermare quanto ripete da tempo, e cioè che "per vincere alle Politiche, il centrosinistra dovrà mettere in campo un progetto e una coalizione credibili, capaci di intercettare anche il voto incerto e fluttuante e i delusi dal centrodestra": "Perché si illude chi pensa che basti sensibilizzare solo il nostro elettorato". E per sottolineare la bontà della tesi, e riconoscerla nei concetti espressi da Giovanni Sartori sul Corriere , il leader della Margherita vuole sfatare "il mito dell'astensionismo di sinistra": "E' utile farlo, e non solo per ragioni di verità storica, ma anche perché spero che l'argomento non venga più usato come alibi politico. Nel '96 l'Ulivo ebbe meno voti del Polo, ma vinse grazie alla loro divisione con la Lega. Nel 2001 Silvio Berlusconi vinse perché riuscì a convincere la maggioranza degli elettori. E' una leggenda che perdemmo perché parte dei nostri elettori non ci votò: alle urne andò l'82% degli aventi diritto. E' ovvio che sarà di nuovo fondamentale motivare i nostri elettori, ma per vincere dovremo conquistare giovani e indecisi: sono loro che faranno la differenza".
Su questo tema a settembre scoppiò una disputa tra lei e Prodi. Dietro la battuta sul "bello guaglione", il Professore l'accusava di voler spostare la Margherita su posizioni centriste, e disse che "tanto per prendere voti in quell'area ci pensa Clemente Mastella".
"Non ci può essere una lettura topografica del centro. Io penso che la vittoria si giochi sul profilo complessivo del centrosinistra, e penso che non dobbiamo avere un baricentro spostato a sinistra. Vinceremo se terremo il centro dell'arena, se saremo noi a formare l'agenda del futuro. E' stato così che in Europa e negli Stati Uniti si sono aperti dei cicli di governo riformisti. Oltre a Bill Clinton, i laburisti inglesi di Tony Blair hanno vinto presentandosi come "centrosinistra", e i socialdemocratici tedeschi di Gerard Schröder hanno vinto con lo slogan del "neue mitte", il nuovo centro.

Quando ne parlavo nei mesi passati, tutti adombravano il sospetto di intese sottobanco con Follini... La verità è che mi batto per posizionare la Margherita, e con la Margherita l'Ulivo, nel cuore dell'arena. Quanto all'Udeur, è un elemento della coalizione, specialmente importante in alcune regioni, che vale su base nazionale l'1%. Ma per sconfiggere Berlusconi dovremo essere credibili, e non apparire condizionati da posizioni radicalizzate. Dovremo saper conquistare l'anima profonda dell'Italia, che è un errore definire centrista, moderata o proporzionalista, e perciò disponibile a votare partiti e partitini che si definiscono di centro, moderati o proporzionalisti".
Prodi concorda ora con lei?
"Prodi è conscio che la partita si vince lì. E' un riformista, certo non un massimalista, ed è consapevole che deve presentarsi con una nuova missione. Per riuscirci va spostato in avanti l'orologio del programma, facendoci identificare come un'alleanza capace di entrare in sintonia con il sentimento prevalente del Paese, che ha bisogno di un'iniezione di fiducia".
Come pensate di intercettare quella fascia di elettorato, se Fausto Bertinotti sembra dettare l'agenda politica dell'alleanza?
"Con Bertinotti si è aperta una sfida politica e non di contrapposizione ideologica. E devo ammettere che questa sfida mi piace. Voglio complimentarmi con Fausto, che porta avanti il suo progetto con apprezzabile senso di coalizione. Ora toccherà ai partiti della Federazione riformista dare una risposta programmatica credibile, perché è l'anima profonda dell'Italia a chiedercelo, quella che vota per chi è capace di governare. Si è aperta una sfida creativa nel centrosinistra, ed è su questo punto che si vince o si perde.

E' un obiettivo da raggiungere se Marco Tronchetti Provera, giorni fa, ha detto che "al momento l'opposizione sta cercando una strada. Non riesco ancora a vedere qual è, ma non credo che la veda neanche l'opposizione".
"Abbiamo il tempo per convincere quanti sono rimasti delusi dal centrodestra ma non sono ancora convinti di votare per il centrosinistra. Perciò è necessario un progetto innovativo. In Italia c'è un motivo per cui al centrodestra non si oppone un'alleanza di sinistra. Nessuno pensa che si possa avere una coalizione espressione di una politica post Pci. I Ds oggi a congresso rivendicano il fatto di essere usciti dalla crisi, e vogliono consolidare il loro peso organizzativo. E' positivo. Però se non ci fosse la Margherita la coalizione non ci sarebbe. Abbiamo solo tre anni di vita, vogliamo essere un partito di centrosinistra a due cifre, capace di aggregare una parte di quanti non hanno trovato casa nei partiti tradizionali. Penso per esempio a chi non ha trovato un approdo dopo la diaspora socialista: la Margherita può diventarlo. Prodi avrà la capacità di garantire all'alleanza un equilibrio di centro-sinistra e non di sinistra-centro".
Intanto dovrà garantirsi la leadership con le primarie, che stanno provocando forti fibrillazioni nel partito di Piero Fassino.
"Saranno un evento importante, e penso che i Ds non avranno da preoccuparsene. Serviranno a scegliere il candidato premier e anche le linee di strategia programmatica. Noi, ovviamente, voteremo per Prodi e per le linee guida di questo progetto di governo. C'è poi il test delle Regionali che sarà importante, anche nella scelta dei candidati nelle regioni del Nord, anzitutto in Lombardia. Dovranno essere personalità su cui fare un investimento per competere ma anche per il futuro, e attorno a cui far crescere la nuova classe dirigente e radicare un rapporto solido con il sistema produttivo. Un seme gettato in vista delle Politiche. Perché il Nord sarà l'area decisiva, dove si vinceranno o perderanno le elezioni".


TV e diritti, la dottrina Zapatero
Guido Rampoldi su
la Repubblica

Si discute molto, dentro il Psoe di Zapatero e fuori, di cosa fare della televisione spagnola. Val la pena di seguire come andrà a finire. E non soltanto perché al tempo di Aznar la Tve statale fosse l´azienda più prossima alla Rai-tv. O perché l´Italia sia l´unico Paese dell´Unione in cui l´informazione è libera solo "parzialmente", secondo quanto certifica il rapporto 2004 dell´americana Freedom House, presieduta da un ex capo della Cia. Se infatti la questione si riducesse alla manipulacion informativa, quel mutilare e omettere alcune notizie e gonfiarne altre affinché ingombrino come aerostati i nostri orizzonti, la Spagna l´avrebbe già risolta. Caduto Aznar, i telegiornali sono più corretti di quanto fossero ancora l´anno scorso, quando la Tve fu condannata a rettificare nel modo più umiliante il falso col quale aveva fatto passare per fallito uno sciopero generale ad alta partecipazione. Ma il potere d´influenza della televisione non risiede tanto nei tg, quanto nel contribuire con l´intero palinsesto all´atmosfera d´un Paese - percezioni, comportamenti, valori dominanti. Poiché di questo i socialisti spagnoli sono consapevoli e hanno ancora adiacenze col mondo delle idee, invece di affidare la Tve ad un famiglio affinché invertisse la direzione dell´ossequio hanno nominato direttore generale una cattedratica in comunicazione audiovisiva, e chiesto indicazioni ad un comitato di cinque "saggi" altrettanto titolati. È possibile inventare una televisione diversa dai modelli correnti? Sia l´incombere dei "saggi" oppure del ministero del Tesoro, che vorrebbe privatizzare uno dei due canali pubblici, la Tve sta cercando di aumentare la qualità del prodotto.
Per la prima volta ha trasmesso documentari in prima serata, una scelta in Italia considerata suicida; imbottito il palinsesto autunnale di trasmissioni "colte"; e inaugurato dibattiti non pilotati sui temi più controversi, come l´eutanasia. Però ha mantenuto in orario di punta il cosiddetto famoseo, notiziario quotidiano su gravidanze d´attrici, sfidanzamenti di nobildonne e nozze di calciatori. Per i cinque "saggi" di Zapatero quella è telebasura, spazzatura: ma ha il suo pubblico, aiuta l´audience e comunque è offerta anche dalle tv private. Insomma in un´economia di mercato la telebasura è inamovibile. A meno che in gioco non vi sia il diritto dei bambini e degli adolescenti ad una crescita sana. E questo in Spagna potrebbe cambiare la televisione pubblica e privata, almeno fino alle dieci di sera.
Il governo ha deciso di esiliare in seconda serata la telebasura pubblica e privata. La settimana prossima convocherà tutte le televisioni e ripeterà il rude aut-aut di Zapatero: o i privati si atterranno in modo "inflessibile" ad un codice di autoregolamentazione, oppure sarà inflessibile con loro il governo. Quest´ultimo ha dalla sua la legge del '94, che con formula pericolosamente vaga vieta di mandare in onda prima delle 22 "programmi suscettibili di pregiudicare lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori". Invece il codice di autoregolamentazione è uno strumento comune ad altre democrazie europee (dal 2003 esiste anche in Italia). Ma non è applicato con il rigore richiesto da Zapatero e comunque prevede regole più blande di quelle proposte dalla direzione della Tve, per le quali fino alle 22, e con più rigore fino alle 21, sarebbero banditi i programmi caratterizzati da un´immagine della donna "irrispettosa", una violenza gratuita o compiaciuta, allusioni sessuali, amoralità degli "eroi", insomma quanto si può trovare in tanti serial di successo. Ma qui si aprono questioni non da poco. Può la maggioranza relativa degli elettori decidere attraverso il governo i gusti dei telespettatori? Può la maggioranza relativa dei telespettatori imporre attraverso gli indici di ascolto forma e contenuti dell´offerta televisiva? Siamo al preludio della censura, come gridano alcuni, oppure è cominciata finalmente la ribellione contro il nuovo Soviet supremo, l´audience?

Insomma non è privo di conseguenze ripensare la società a partire dai diritti dei bambini. Se sono prioritari, allora il Psoe non può affermare in modo così perentorio il diritto degli omosessuali ad adottare, almeno fin quando non sia definitivamente chiaro se i minori cresciuti da coppie gay non risentano di quella condizione particolare. Ricerche americane darebbero ragione ai socialisti, ma i dubbi residui dovrebbe consigliare prudenza: in questo l´obiezione mossa dal primate di Spagna, il cardinal Rouco, è cruciale e condivisibile. Però la controffensiva del vertice ecclesiastico contro i matrimoni omosessuali non muove da lì, ma dal diritto naturale, bussola un po´ smagnetizzata da quando la scienza ha complicato la nozione di "natura" e l´ordine razionale conseguente ("la legge eterna di Dio" ribadita nell´enciclica Veritatis splendor). A loro volta i socialisti intendono affermare l´eguaglianza dei diritti (degli adulti), principio nell´occasione astratto ancorché considerato irrinunciabile dalla potente "lobby rosa". È un conflitto tra due assoluti: esclude il compromesso. Eppure proprio i diritti dei minori, in primo luogo dei bambini, circoscriverebbero un territorio neutrale sul quale gli uni, senza nulla rinnegare, potrebbero diventare più problematici, cioè più laici, perfino sull´aborto; e gli altri mitigare i furori nominalistici e misurarsi con la sostanza delle cose.

Eppure è evidente che la scienza e la storia ci stanno preparando tempi complicati, nei quali forse dovremo reinterpretare il precetto kelseniano per il quale in una democrazia liberale "i giudizi di valore hanno una validità soltanto relativa", dato che "tutti devono rispettare l´opinione politica degli altri, giacché tutti sono uguali e liberi". Ma senza rinnegarlo, e sempre praticando l´esercizio, a quanto pare sconosciuto a certi suscettibilissimi prelati, cui giorni fa ci richiamava il cattolico Francesco Paolo Casavola: "Guardare il mondo con gli occhi altrui e non solo con i nostri".


La cultura industriale non abita più qui
Mario Pirani su
la Repubblica

Un tempo fioriva in Italia una ricca cultura dell´industria. Con questa definizione intendo riferirmi a quell´assieme di iniziative, di riviste, di movimenti, di reti intellettuali che facevano capo ad alcune delle maggiori grandi imprese, ne arricchivano e ne caratterizzavano il profilo al di là del mero fattore produttivo, ibridavano il pensiero umanistico con quello scientifico, tecnologico, urbanistico, sociologico. La letteratura e l´arte s´incrociavano con l´economia di fabbrica. La Olivetti, l´Iri, l´Eni, la Fiat e altre aziende, anche minori, si distinsero in quest´opera. Sorsero prestigiose riviste come Civiltà delle macchine, Pirelli, la Casa editrice Comunità, uno spazio espositivo di rinomanza internazionale come palazzo Grassi (oggi in vendita) e molte altre cose. Solo più tardi si moltiplicarono le sponsorizzazioni che, però, son cosa diversa, consistendo in finanziamenti, non collegati, comunque, alla crescita specifica di una cultura industriale.
Da questo punto di vista, anzi, l´arretramento è impressionante ed ormai di quel patrimonio resta un deserto. Se il tramonto delle grandi imprese ha trascinato con se la preziosa sovrastruttura culturale, le privatizzazioni hanno spento ogni vocazione nel management sopravvenuto.
Queste nostalgiche riflessioni mi sono state suggerite proprio in occasione di una conferenza che ho tenuto in un paese di 4.000 abitanti, Montereale Valcellina, a 20 km. da Monfalcone, dove una giunta di centrosinistra porta avanti assieme ad altri otto comuni del circondario una pregevole iniziativa culturale multimediale. Conversando col sindaco e con l´assessore alla cultura son venuto a sapere di un altro impegno assunto da questo comune che va ben oltre le dimensioni locali: il salvataggio, il restauro e la fruizione culturale di un grande monumento di archeologia industriale, la prima mega-centrale idroelettrica dell´Alta Italia che produsse energia e portò la luce nel Veneto fino a piazza San Marco fino allora illuminata a gas. Venne costruita nel 1900-1905 allo sbocco della Val Cellina ed ha funzionato fino al 1988. È ancora lì nella sua imponente struttura e con i suoi macchinari targati 1901, ormai fermi ma perfettamente utilizzabili a fini didattici. Ho chiesto di visitarla e sono rimasto impressionato per la mole, la struttura in pietra, l´eleganza floreale degli interni lastricati in lucidissimo granito. Le foto degli anni della costruzione sono toccanti: si vedono migliaia di uomini che scavano la montagna e un esercito di donne che trasportano a spalla gerle cariche di pietre. E´ difficile nell´assieme trovare una testimonianza così composita e completa della storia energetica italiana. La cosa era tanto evidente che l´Enel, ancora interamente pubblica, quando dislocò la produzione in centrali tecnologicamente più moderne, annunciò, diffondendo anche un documentario cinematografico in merito, la trasformazione della vecchia centrale, ritenendola "uno dei più emblematici esempi di architettura industriale degli inizi del secolo", in museo nazionale dell´energia idroelettrica, sia a fini espositivi che pedagogici per far conoscere dal vivo agli studenti delle facoltà tecniche il funzionamento di macchine ormai scomparse.

Con la privatizzazione, pur essendo l´Enel ancora controllata dal Tesoro, ogni passione culturale si è spenta. Il progetto di riutilizzo è stato abbandonato e lo stesso edificio è stato salvato dal degrado solo per l´intervento volontario dell´associazione degli ex dipendenti. Nel frattempo l´Enel ha messo in vendita su Internet tutta la struttura e le adiacenze, compreso un bellissimo parco. Il rischio di una trasformazione devastante e di una speculazione sulle aree incombeva. Il comune si è allora fatto avanti. Ha ottenuto dalla Sovrintendenza il vincolo sull´intangibilità del bene. Ha presentato all´Unione europea e alla Regione un progetto di utilizzo sulla linea un tempo avvalorata dall´Enel, ha ottenuto dalle due istituzioni un contributo a tal fine. A questo punto si è presentato ai vecchi proprietari proponendo un acquisto, sperando in un prezzo simbolico.
Il Comune si era però illuso. All´Enel non sanno ormai che farsene di quell´impianto sfruttato per un secolo, ma quando sentono parlare di cultura non mettono mano alla pistola ma aprono le fauci: l´amministrazione locale dovrà sborsare 900 mila euro, Iva compresa, per l´ambito acquisto. Malgrado le sovvenzioni resterà così assai poco per avviare e gestire un´impresa di rilievo nazionale. Possiamo dire che è una indegnità?


Tramonta l'era dei Co. co. co
Roberto Mania su
la Repubblica

ROMA - Co. co. co è stato un acronimo di successo. E' entrato nel linguaggio comune, ed è stato declinato al maschile e al femminile. Ha rappresentato nello stesso tempo la precarietà del lavoro e l'autonomia del lavoratore. Le collaborazioni coordinate e continuative sono state riconosciute prima dal fisco, poi, con la riforma Dini del '95, anche dalla previdenza. Non erano né lavoro autonomo, né subordinato: erano parasubordinato. Ora vanno in pensione. Da oggi si volta pagina: scadranno tutti i contratti di collaborazione stipulati prima dell'entrata in vigore della "legge Biagi" (il 23 ottobre del 2003). Sopravviveranno ancora per un anno solo le collaborazioni rinnovate con un accordo di transizione con i sindacati. Al loro posto arriveranno le collaborazioni a progetto.
L'obiettivo della riforma è quello di introdurre una rete di norme per la disciplina delle collaborazioni. Norme che prima non c'erano, il che rendeva molto elastico il ricorso a questo tipo di prestazione. Con abusi evidenti a cominciare dai contratti di collaborazione che nascondevano, di fatto, veri e propri rapporti di subordinazione.

Non c'è un numero esatto dei "veri" Co. co. co, considerando questi solo coloro che vivono di collaborazioni. Probabilmente non sono più di 6-700 mila, contro i quasi tre milioni di iscritti al Fondo speciale dell'Inps nel quale affluiscono, per esempio, anche gli amministratori di condominio, categoria ben diversa dai lavoratori precari o flessibili.
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In base alla nuova legge i Co. co. co saranno trasformati in collaborazioni a progetto. Diversamente dal passato, la collaborazione dovrà avere una finalità chiara e definita per iscritto nel contratto. Avrà un inizio e una fine, che coinciderà con il raggiungimento del risultato. In concreto: un commesso di un negozio non potrà più avere un contratto di collaborazione, ma in un negozio potrà essere assunta una persona per fare l'inventario. Una volta esaurito il "progetto", il rapporto di lavoro terminerà.

Ma molte incognite restano anche sul futuro delle collaborazioni. Il Nidil, il sindacato della Cgil che si occupa dei nuovi lavori, ha svolto una ricerca a Milano, i cui risultati, per quanto parziali, danno ragione a chi ha giudicato rischiosa l'operazione sui Co. co. co.
Secondo l'indagine del Nidil solo il 3% dei vecchi contratti di collaborazione si sono trasformati, nel periodo giugno-settembre 2004, in contratti standard di lavoro dipendente. Dallo studio è anche emerso che il 26% dei collaboratori è stato costretto ad aprire una partita Iva pur di non perdere il posto di lavoro, diventando un lavoratore autonomo.

Una conferma del rischio paventato da molti giuristi del lavoro. "Non è per niente vero che questa sia la tendenza. Sostenerlo è una sciocchezza inaudita", replica il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi. Da un monitoraggio che sta facendo il ministero, il quadro, infatti, sarebbe diverso: "Intanto - dice Sacconi - non c'è alcuna fuga nel sommerso, poi i vecchi contratti si stanno trasformando, quando ci sono i requisiti, in contratti di lavoro a progetto".
E le partite Iva? "Non ci risulta questo fenomeno. Certo nel caso di professionisti che prestano la propria consulenza alle aziende è normale il ricorso alla partita Iva, dal momento che il contratto ha un progetto indefinito". Sacconi, poi, difende la logica della riforma: "La carenza di una disciplina aveva creato un mercato del lavoro di serie B. Lo scopo è quello di ripulire il bacino delle Co. co. co e di rafforzarne le tutele (dalla maternità, alla malattia, all'infortunio)".



Iraq, la strage delle reclute
Gabriel Bertinetto su
l'Unità

Due file di corpi senza vita distesi lungo il ciglio della strada. Quarantanove in tutto, divisi in due gruppi, distanti poche centinaia di metri l'uno dall'altro. Giovani, quasi tutti vestiti con i pantaloni neri e la camicia azzurra, la divisa delle reclute della nuova polizia irachena. Tutti con un buco in testa. Il foro di una pallottola sparatagli a bruciapelo nella nuca, dopo che, inermi, erano stati costretti a sdraiarsi proni a terra.
Li hanno trovati così, nella notte tra sabato e domenica, gli abitanti di Mandali, un villaggio lungo la strada che sfiorando il confine iraniano, unisce Kirkuk al sud dell'Iraq. Dalle loro case avevano sentito le grida ed i colpi, e si erano avventurati fuori dell'abitato per capire cosa fosse accaduto. Quando, più tardi, sul posto sono affluite autorità e giornalisti, molti ancora piangevano e imprecavano contro la barbarie di cui erano testimoni. Una barbarie di cui a tarda sera, su un sito Internet, ha rivendicato la paternità l'"Organizzazione Al Qaeda della guerra santa nel paese di Rafidain (Mesopotamia)", il nuovo nome di "Tawhid wal Jihad", cioè il gruppo di Al Zarqawi.
I poveretti, reduci da un corso di addestramento, viaggiavano a bordo di cinque autobus da Kirkuk verso le loro zone di origine, le città di Amara, Kut, Nassiriya, dove avrebbero dovuto prendere servizio. In uniforme, ma ancora senza armi. Senza alcuna scorta. Troppo facile per gli aggressori bloccare il convoglio, forse ostruendo la strada con un automezzo, costringere gli occupanti a scendere, ordinare loro di mettersi a terra, faccia in giù, e ammazzarli come bestie al macello. Le vittime, 44 futuri agenti e 5 autisti, non hanno potuto opporre resistenza. Gli assassini dovevano essere in un gruppo numeroso. Il fatto che la maggior parte dei cadaveri non abbia altre ferite se non quell'unico foro nella nuca, lascia pensare che gli assassini abbiano sparato pressoché contemporaneamente a ciascuno di loro, senza dare tempo a quasi nessuno di rivoltarsi neanche per qualche secondo prima di essere a sua volta eliminato. Un'ipotesi è che dodici di loro abbiano in un primo momento tentato la fuga. Sono i dodici trovati a una certa distanza dagli altri.
Riacciuffati quasi subito, sono stati a loro volta massacrati.
Non è la prima volta che gruppi ribelli iracheni attaccano la polizia o l'esercito del governo provvisorio. Sinora per lo più la tecnica usata era stata quella dell'autobomba lanciata a tutta velocita da un terrorista kamikaze contro caserme, posti di blocco o gruppi di aspiranti reclute ammassate nei luoghi di reclutamento. Ma è la prima volta che la strage viene effettuata in questo modo: cattura in massa ed esecuzione immediata. Tecniche diverse per un unico messaggio: questo è quello che rischiate se collaborate con il governo Allawi.
Il massacro delle reclute non è stato il solo episodio di violenza domenica in Iraq. Presso l'aeroporto di Baghdad è stato ucciso un dipendente dell'ambasciata americana. Si chiamava Ed Seitz, e dirigeva i servizi di sicurezza presso la rappresentanza diplomatica. È rimasto vittima di un attacco con colpi di mortaio.



Kerry conquista il sostegno dei grandi giornali
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Se votassero i giornali americani, Kerry non vincerebbe, stravincerebbe le elezioni. Secondo Editor and publisher , la Bibbia del settore, sinora 120 quotidiani e riviste si sono schierati per lui contro i 70 che hanno scelto Bush. Una disparità che si riflette anche nel numero dei lettori: 14 milioni e 200 mila per il senatore, 6 milioni 600 mila per il presidente. Rispetto al 2000, a 8 giorni dal voto Bush ha perduto l'appoggio di 27 giornali, di cui 15 di destra. Alcuni sono passati a sinistra, come il Chicago Sun-Times nell'Illinois e l' Orlando Sentinel in Florida, lo Stato in bilico per antonomasia. Altri si sono astenuti, come il Detroit Free Press nel Michigan e il Times Picayne a New Orleans nella Louisiana. Sono rimasti con il presidente la Chicago Tribune , il New York Post e il Denver Post del Colorado. Ma sono dati provvisori, tra breve dovrebbero pronunciarsi per lui anche il Los Angeles Times e il Wall Street Journal .
L'ultimo giornale a schierarsi con Kerry ieri, dopo il prestigioso settimanale New Yorker , è stato il Washington Post . Una sorpresa, perché il Washington Post , a differenza del New York Times , un bastione liberal, aveva sostenuto Bush nella guerra dell'Iraq. Ma il quotidiano è tornato alle posizioni del 2000, quando parteggiò per il candidato democratico Gore. In un lungo editoriale intitolato Kerry for president , ha scritto che Bush "non si è guadagnato un secondo mandato" e che "tutto sommato, Kerry, con la sua promessa di essere risoluto ma saggio e aperto, può meglio rivendicare la guida del Paese nei prossimi quattro anni". Un endorsement (investitura) non entusiasta, al pari di molti altri, precisa l'editoriale, dovuto più agli errori del presidente in Iraq e alla sua "avventata" politica economica che non alle virtù del senatore.
Il "no" dei giornali a Bush non sembra però preoccupare i repubblicani. Innanzitutto, rileva il direttore della sua campagna elettorale Ed Gillespie, in maggioranza essi sono tradizionalmente più a sinistra dell'elettorato. In secondo luogo, tra le radio e tv locali il rapporto di forze viene rovesciato, come ammettono anche i democratici, sebbene non ci siano statistiche ufficiali in merito. L'influenza degli editoriali sugli elettori, infine, è storicamente limitata. Inoltre, in alcuni Stati in bilico i quotidiani appoggiano il presidente: caso tipico è quello del Columbus Dispatch nell'Ohio. Gillespie sottolinea che i sondaggi continuano a dare un lieve vantaggio a Bush: il 2 per cento secondo lo Zogby Reuters , il più seguito; 222 grandi elettori contro 211 secondo il Wall Street Journal (per essere eletti, ne occorrono 270).
Ma a parere degli esperti le elezioni del 2004 non sono elezioni normali per un motivo inaspettato: che potrebbero votare da 118 a 121 milioni di persone, contro 105 milioni nel 2000. Come voterà il nuovo elettore, questo sconosciuto?



L'Afghanistan e il signore della guerra
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

HERAT - Dopo l'euforia delle elezioni, restano i "signori della guerra", i banditi sulle strade, l'estremismo islamico, la paura del personale straniero. Venire nelle province più occidentali significa ritrovare l'Afghanistan di sempre. Sono racconti poco noti. Per esempio, un paio di mesi fa vennero distribuite decine di volantini inneggianti "all'assassinio immediato" di qualsiasi afghano lavorasse con "crociati, spie sioniste e nemici stranieri". Firmato: Movimento Islamico dei Talebani. Di fronte alla Masjid-e-Jam, l'antica moschea di questa che una volta era considerata la Firenze dei Medici della regione, ti spiegano che la taglia su ogni occidentale è 3 mila dollari.
Minacce di cui fu quasi vittima l'anno scorso un tecnico dell'organizzazione non governativa italiana Alisei. Lorenzo Bianchi venne aggredito da un gruppo di uomini armati nella provincia di Farah: l'auto bruciata, l'autista picchiato. "Fu costretto a terra. Derubato di tutto, stavano per sparargli alla nuca quando si mise a recitare in arabo i primi versi del Corano. Gli erano stati insegnati per le situazioni di pericolo. Ha avuto il sangue freddo di ricordarli. E' stato risparmiato", dicono alla sede locale.
Ci eravamo un po' illusi che l'inaspettato successo delle elezioni presidenziali del 9 ottobre significasse anche un Paese nuovo, sulla via della normalizzazione. "Non è assolutamente così. Chi parla di Afghanistan post-conflitto non conosce la realtà", sostengono all'unisono i responsabili di Onu, Croce Rossa Internazionale e organizzazioni non governative straniere a Herat. "Rispetto a un anno fa la situazione è anzi peggiorata. Ormai nessun occidentale viaggia più fuori dalle città. Intere province restano terra di nessuno, non ci vanno neppure le pattuglie americane".
L'insicurezza è generale ma basta la situazione di Herat per spiegare lo stato d'anarchia generato dal potere dei "signori della guerra" e dal retaggio di oltre un quarto di secolo di conflitti. In questa regione di oltre 2,2 milioni di abitanti dal 1979 spadroneggia Ismail Khan. Lo chiamano l'"emiro di Herat" da quando si mise alla testa di 20.000 mujahidin nella lotta contro i sovietici, sostenuto allora da Iran e Usa. Dopo la ritirata dei russi arrivarono però i talebani, nel 1995, e Khan si rifugiò in Iran per tornare a Herat nel 2001. Da allora l'emiro diventa re assoluto. "Khan si dimostra un bravo amministratore. Herat è presto pacificata sotto il tallone di ferro dei suoi miliziani. Ma non rispetta il governo di Karzai. Vieta alla tv locale di ritrasmettere i programmi di Kabul, blocca la stampa che arriva dalla capitale. Si oppone al liberalismo nei confronti delle donne che invece vorrebbe Karzai", spiega Saeed Haqiqi, uno dei più noti giornalisti della città. Una situazione insostenibile per il governo di Kabul.
Così agli inizi di quest'anno Karzai tesse una rete di alleanze con tre "signori della guerra" della regione: Amanullah Nikzad nel sud, Zoher Nokeb a est e Ibrahim Malekzodeh a nord. Il 21 marzo infliggono un duro colpo quando viene assassinato a colpi di mitra e bazooka il primogenito di Khan, Mirwais Sadiq. Ne seguono quindi vendette e battaglie urbane con oltre 200 morti. In palio c'è anche il controllo del mercato dell'oppio e dei dazi al confine con l'Iran, almeno 4 milioni di dollari al mese. L'attacco dei tre rivali si intensifica a ferragosto, altri 100 o 200 morti e il ritiro di Khan dalle periferie. Ma il colpo più grave giunge l'11 settembre, quando Karzai nomina un nuovo governatore locale, Mohammed Khair Khuwa, diplomatico di carriera. "A sole 48 ore dalla nuova nomina abbiamo assistito a una ventata di libertà senza precedenti. Alla tv sono apparse annunciatrici donne, tutti i gruppi politici hanno avuto accesso ai media. I preparativi per le elezioni sono diventati molto più seri", aggiunge Haqiqi. Però Khan lancia la sua vendetta, attaccando sedi Onu e di organismi umanitari. E da allora, salvo che per il giorno delle elezioni, nessun osservatore occidentale si reca più nelle province. Molti vengono invece evacuati all'estero. "Herat è tornata ai tempi della guerra civile", protestano in molti.
Ma la logica di Karzai sembra vincente. A Khan offre il ministero di Miniere e Industria. Questi rifiuta. Ma poi si dice pronto a ricevere quello degli Interni o della Difesa.
"Andrò presto a Kabul per parlarne con il presidente, se venisse confermato dal voto", dice ai giornalisti. Noi lo incontriamo nel giardino coltivato a roseti nella sua gigantesca villa, attorniato da uno stuolo di consiglieri e miliziani. C'è chi ritiene stia tessendo la vendetta, ma anche sia alla ricerca di un compromesso onorevole.



  25 ottobre 2004