
sulla stampa
a cura di P.C. - 23 ottobre 2004
Da San Giovanni a Piazza Montecitorio
Antonio Padellaro su l'Unità
Venerdì 15 ottobre, mentre il governo della destra festeggia lo stravolgimento, a proprio uso e consumo, di 43 articoli della Costituzione, mentre Silvio Berlusconi si lascia fotografare con un bouquet di rose bianche come una sposina felice, mentre i deputati lumbard telefonano a Bossi il bollettino della vittoria, il luogo di questo pessimo evento, piazza Montecitorio a Roma, è tutto completamente e soltanto loro. Loro nel senso che non c'è traccia di quella opposizione civile che un tempo non lontano riempiva le vie e le piazze italiane di voci e di energia.
Nessun girotondo circonda il palazzo della Camera dove è avvenuto lo scempio, e nei dintorni non c'è l'ombra di un cittadino che esponga un cartello o innalzi uno striscione o intoni una ironica canzoncina. Sembra passato un secolo dalle grandi mobilitazioni contro le leggi vergogna e dalla manifestazione che (appena due anni fa) riempiva piazza San Giovanni con oltre un milione di persone. Che fine ha fatto tutta quella gente e tutta quell'energia? Se non la vediamo in giro neppure quando la democrazia è minacciata da un ordigno della potenza di cento leggi Cirami e Schifani, non vorrà semplicemente dire che tutte quelle persone se ne sono ritornate a casa? Non significherà, forse, che tutta quella passione non c'è più? Oppure che viene impiegata in attività più gratificanti (Nanni Moretti, per esempio, che contro Berlusconi non farà un partito ma un film)?
È la Grande Menzogna Unificata che impazza, priva di resistenze apprezzabili, ormai detentrice dei discorsi che si sentono fare in giro e dei relativi comportamenti. Ha ragione Michele Santoro a interrogarsi sulle conseguenze, a lungo andare, di tale incessante alterazione della realtà e sul pericolo che l'assuefazione all'informazione unica stia cambiando la testa delle persone, abituandole in futuro a non chiedere più nulla di diverso. Come reagire a questo incubo se non con una nuova massiccia mobilitazione dei cittadini a difesa dei diritti costituzionali in pericolo e contro il potere illimitato e senza controllo di uno solo? Non è ora che quelli di piazza San Giovanni tornino a farsi vedere, e a farsi sentire, dirigendosi, questa volta, verso piazza Montecitorio?
Quando il Paese si sente povero
Giuseppe Turani su la Repubblica
L´ultimissima rilevazione dell´Istat sull´andamento dei consumi in Italia ci dice che in agosto eravamo sotto di quasi il 2 per cento rispetto a un anno fa. E ci dice anche che nei primi otto mesi dell´anno i consumi sono rimasti dov´erano, non sono cresciuti nemmeno di un millimetro. Il che significa che nei primi otto mesi di quest´anno gli italiani hanno consumato esattamente quello che avevano consumato nei primi otto mesi dell´anno scorso. Forse, quando saranno disponibili i dati disaggregati, scopriremo che magari hanno consumato un po´ più di pasta e di pane a dispetto di altri alimenti più pregiati che invece risulteranno in discesa.
Dati di questo genere non hanno quasi bisogno di commenti.
Forniscono immediatamente il ritratto di un paese che di colpo si sente povero, che non tenta più di uscire dal recinto dei propri consumi consolidati, ma che dentro quel recinto si aggira, sempre più guardingo e attento.
Sono numeri che, dentro di sé, concentrano anche tutto quell´insieme di ansie e di paure che spesso i sondaggi più specifici magari non registrano. Un paese ottimista, sicuro che le cose si stanno muovendo e che l´economia sta andando avanti, è un paese che aumenta i propri consumi, che sperimenta, che passa dal maglione di lana a quello di cachemire, dal pesce azzurro a qualche tipo di pesce un po´ raffinato e costoso e che, magari, ogni tanto si permette anche una bottiglia di vino come si deve.
Tutto questo, purtroppo, oltre a creare disagio nelle famiglie, innesca anche una spirale perversa e negativa. La cattiva congiuntura, se poi non si consuma, diventa ancora più cattiva e quindi obbliga la gente a consumare ancora di meno, con il risultato che la cattiva congiuntura si incattivisce ulteriormente.
Proprio due giorni fa la grande banca d´affari Morgan Stanley ha pubblicato uno studio in cui si spiegava che negli ultimi cinque anni l´Italia è il paese che ha aumentato meno di tutti i grandi paesi dell´area euro le proprie esportazioni. In compenso, diceva questo studio, in Italia (a differenza della Germania) i consumi tengono abbastanza, e questo consente all´economia di respirare, di non morire, anche se poi è noto che abbiamo avuto dei tassi di crescita inferiori a tutti gli altri.
Da ieri, purtroppo, sappiamo che anche i consumi, ultima frontiera di questa nostra strisciante e malandata economia, hanno ceduto.
La macchina è ferma in mezzo alla strada e la Finanziaria che dovrebbe rimetterla in moto è diventata, più che altro, una sorta di infinita sequenza di numeri quasi senza senso, un vero rompicapo algebrico: 24+6-12+7-9 fa sviluppo o fa bancarotta?
L'abbandono del centro
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Le elezioni si vincono al centro conquistando gli elettori intermedi tra destra e sinistra, oppure si vincono rinforzando il proprio campo, e cioè le identificazioni partitiche di chi è già di sinistra oppure di destra? Nel primo caso la strategia elettorale è di puntare sui trasferimenti di voto da un campo all'altro; nel secondo di puntare sul ricupero dei propri elettori incerti o latitanti, dei propri astenuti. La prima è la dottrina classica teorizzata da più di mezzo secolo da Anthony Downs. La seconda è una tesi estrosa una dottrinuccia che riemerge di tanto in tanto e che regolarmente porta chi la adotta alla sconfitta.
La questione è di attualità perché Prodi sta oramai rientrando in Italia per assumere la guida del centrosinistra e ha sinora dato mostra di sposare la seconda, la dottrinuccia che fa perdere. Se così non fosse, tanto meglio. Ma in ogni caso la questione deve essere chiarita.
Una prima precisazione è che il problema non si pone nei normali sistemi proporzionali. Il problema si pone, invece, nei sistemi bipartitici (Inghilterra e Stati Uniti), e nei sistemi di coalizione bipolare (il nostro) fondati su elezioni maggioritarie. E in Inghilterra i laburisti perdono quando si presentano in versione estremizzata e vincono, quando vincono, in versione moderata (vedi, da ultimo, Blair). Lo stesso è vero per gli Stati Uniti. Dal secondo dopoguerra in poi, la legge di Downs che impone la convergenza al centro è stata violata solo due volte: nel 1964 dal repubblicano di destra Barry Goldwater, e nel 1972 dal democratico di sinistra George McGovern; ed entrambi furono clamorosamente sconfitti. Il che non implica che un presidente non possa virare a destra o a sinistra nel suo governare, ma soltanto che sotto elezione gli conviene tornare a corteggiare l'elettore di centro.
Prodi, a quanto pare, non la vede così. A quanto pare si è lasciato convincere dalle tesi del professor Stanley Greenberg, secondo il quale quando gli elettorati si dividono stabilmente più o meno a metà non serve più cercare di conquistare gli incerti o comunque i voti dell'altro campo, ma serve invece rinforzare e mobilitare il proprio elettorato stanando dalle loro tane i propri astenuti. Questa dottrina (dottrinuccia) secondo me è tutta sballata. Ma qui mi preme solo dimostrare che è ancora più sballata la tesi che se ne può ricavare, e cioè che da noi un elettorato di centro non esiste più. Ma quando mai? Nell'ultima ricerca Itanes che ho sott'occhio, nel 2001 gli elettori che si autocollocavano al centro dello spazio destrasinistra erano quasi il 30% del totale. E dunque noi abbiamo un centro che oscilla tra 1/3 e 1/4 dell'elettorato.
Una questione diversa è se questo centro sia costituito da moderati. La risposta è sì se si intende che non è costituito da estremisti. Ciò precisato, il centro è un calderone di tutto un po': contiene elettori informati e anche totalmente disinformati, interessati o anche menefreghisti. Il che non toglie che quel bacino di pesca esista. Resta da chiedere: è pescabile? E di quanto? I dati di Mannheimer sono che oggi nel "centrodestra quasi un elettore su quattro esprime perplessità nel confermare la scelta di voto del giugno scorso", ma che questi indecisi non sono convinti nemmeno dall'Ulivo (Corsera,22 settembre). Senonché all'Ulivo questi indecisi del centrodestra non interessano più; la nuova "dottrinuccia" è di puntare sul ricupero degli astenuti di sinistra. Che però non esistono: Mannheimer dichiara le dimensioni di quel serbatoio "trascurabili" (Corsera, 18 ottobre).
Sembra proprio che Berlusconi sia nato con la camicia. I dati dicono che le elezioni del 2006 le dovrebbe perdere: ma grazie al provvidenziale arrivo in Italia di un malconsigliante guru americano, rischia di vincerle.
Il grande set del Premier
La Costituzione Europea a Roma
Concita De Gregorio su la Repubblica
La regia la farà Zeffirelli. Non una telecamera Rai, non una Mediaset: le riprese saranno di Euroscena, la società di cui il signor Luigi Sciò risulta titolare unico, Berlusconi se ne fida ciecamente: capterà le immagini, girerà il segnale a tutti e pazienza per le smanie di originalità degli altri. La scenografia di Mario Catalano, art director di Palazzo Chigi, quello di "Carramba che fortuna". Silvio Berlusconi andrà di persona in Campidoglio la notte del 27 per le prove generali, come per i Telegatti: prova luci e microfoni, figuranti al posto degli altri 24 presidenti. Sono tre mesi che ci lavorano e due settimane che gli abitanti del quartiere vivono reclusi. Cinquecento famiglie che minacciano denuncia per sequestro di persona, ma questo è un dettaglio. Quel che conta è l´Evento. Si firma la Costituzione europea, venerdì prossimo.
Mesi di riunioni. La più bella di tutte deve essere stata quella con gli alti funzionari della Farnesina, ambasciatori e feluche in grandi ambasce per l´arrivo di 25 delegazioni da tutta Europa, cerimoniali in fibrillazione a discutere di protocollo e gerarchie, sicurezza, controlli ai varchi e ordini d´arrivo. A un certo punto tutti zitti a sentire la proposta del signor Mario Catalano, scenografo di fiducia di Silvio Berlusconi: dice, Catalano, che la firma deve avvenire nella "prospettiva lunga" della sala Orazi e Curiazi, non in quella stretta come è successo per il Trattato di Roma del ´56 perché le inquadrature televisive "schiaccerebbero" i volti dei protagonisti. Insomma, in tv verrebbe male. Perciò si potrebbe, suggerisce, mettere un bel pannello coi capitelli e le colonne disegnate a coprire la statua di Innocenzo X dell´Algardi, spostare eventualmente l´altro papa del Bernini e caso mai coprire parte dell´affresco. Silenzio. Sommessamente qualcuno osserva che i Musei Capitolini sono tra i più antichi del mondo, e che come sfondo di per sé non sono male. Segue dibattito. Si conviene per la prospettiva lunga, ma i finti marmi a coprire gli Orazi no.
L´episodio è narrato in Campidoglio col vanto di un successo di tappa: da giugno la squadra tecnica capitanata da Catalano e dal suo stretto assistente il tecnico delle luci, entrambi già collaboratori di Raffaella Carrà, sta lavorando. Prima di arrivare, però, ai cittadini sequestrati in casa loro e ai negozianti in fila dall´avvocato per chiedere i danni causati dall´allestimento del faraonico set che paralizza il cuore di Roma conviene ricordare un dettaglio. Dal giorno del suo insediamento a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio ha varato un decreto, ora legge, che equipara i "Grandi eventi" alle calamità naturali. Ogni vertice, ciascuna kermesse è da trattarsi come un terremoto. Ne consegue che per i lavori non si ricorre a gara d´appalto, non ci sono candidati, progetti, proposte: come succederebbe per un nubifragio, invece, il più svelto che arriva vede quel che c´è da fare e fa. Più precisamente, le commissioni sono tutte assegnate direttamente dalla presidenza del Consiglio a società di sua fiducia. In questo caso i nove milioni di euro stanziati per la causa saranno assegnati in parti congrue agli enti interessati (un milione al Campidoglio, per esempio, che però ne ha spesi tre e mezzo: hanno suggerito allora da Palazzo Chigi di ricorrere agli sponsor, Veltroni ha declinato) e - a cascata - alle ditte che lavorano sotto la supervisione tecnico artistica di Catalano. L´uomo, tra gli architetti e gli ingegneri del ramo, è apprezzato e temuto: nato professionalmente negli studi tv di Cologno Monzese, vanta nella sua videobiografia su Internet oltre alle realizzazioni con la Carrà anche la "Posta del cuore" e "Navigator". Dal giorno in cui Berlusconi lo ha voluto con sé al governo ha lavorato al vertice di Pratica di Mare (lì fu il debutto delle finte colonne, e della zeppa al leggìo di Berlusconi perché non sembrasse più basso di Putin), poi la parata all´Eur per i dieci anni di Forza Italia, il restauro della sala stampa di Palazzo Chigi ora trasformata in una galleria di specchi e capitelli simil-corinzi. Anche in Campidoglio Catalano ha fatto le cose in grande, seppur un poco frenato dalle prudenze di Luca Odevaine, vicecapo di gabinetto del sindaco Veltroni delegato a casi simili. Nell´aula Giulio Cesare, quella che affaccia sulla piazza di Michelangelo, è appeso al soffitto un crocifisso metallico di faretti le cui luci speciali dovranno illuminare benevole ciascuno dei sette relatori. L´intera area che va dal Circo Massimo al Teatro Marcello, chiesa di San Giorgio al Velabro inclusa, è transennata da quindici giorni, coperta da tendoni bianchi. San Giovanni decollato è stata trasformata in un canyon di pareti di legno alte diversi metri. Passeggiandoci in mezzo (in fila indiana) si indovina quella che sarà "l´area mezzi tecnici" e la doppia sala stampa: per le tv vicina alla Rupe tarpea, per i giornali un po´ più lontana. Pasquale Palmieri, architetto, vive e lavora dentro il perimetro blindato: "Nessuno ci ha detto assolutamente niente, ci sono tizi in borghese che ogni tanto ci fotografano. Almeno quando vengono a girare un film mettono degli avvisi. Ora nulla. Un bel giorno siamo usciti e avevamo un muro di legno davanti. Mi chiedo: ci diranno come fare il 28 e il 29, per esempio?". Cinquecento famiglie sul punto di denunciare il Comune per sequestro di persona. Nove commercianti hanno presentato richiesta di risarcimento danni. Qualche centinaio di dipendenti comunali (quelli degli uffici dell´area bunker) sarà obbligato a restare a casa due giorni, ma siccome gli impiegati pubblici non si possono mettere in ferie forzate dovranno essere pagati, e siccome dovranno essere pagati per non lavorare chissà cosa ne penserà la Corte dei Conti. Odevaine ha sulla sua scrivania un carteggio alto così: lettere al prefetto, alla presidenza del Consiglio. "Il comune non c´entra - dice - la gestione dell´Evento è della presidenza del Consiglio ma è chiaro che poi i responsabili dell´uso che si fa del territorio di Roma siamo noi. Ho bisogno di disposizioni chiare e scritte, e però fatico molto ad averne".
Qualche giorno fa è arrivato Franco Zeffirelli. Ha fatto un giretto nella sala della Bandiere, nel cortile. Nella sala degli Orazi, poi, quella della firma: si devono alzare in 25 dai banchi laterali per andare a firmare sotto la statua del Papa. Certo, la diretta tv appassionante non sarà. Bisognerà lavorare sui palinsesti, forse addolcire la programmazione delle altre reti. Berlusconi si è fatto fare da Guido Bertolaso, responsabile della Protezione civile, una simulazione delle foto di gruppo davanti alla statua di "Roma assisa fra i barbari". Essendo "i barbari" in questo caso tutti qui convenuti la si chiamerà questa volta solo "Roma assisa", si è deciso. Poi magari il premier porta il presidente olandese e tutti gli altri a vedere il panorama dei Fori, alla finestra e braccio sulla spalla. Sempre che il sindaco in occasione dell´Evento sia così gentile da cedere anche la sua stanza.
Bertinotti fa aumentare i candidati alle primarie
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Il pericolo, per Romano Prodi, è che alla fine arrivi una grandinata di candidature per le primarie; che intorno alla sua fioriscano tanti piccoli protagonismi, destinati a esaltare le divisioni. Il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, si è limitato a confermare che scenderà in lizza. Ma è bastato a spingere i Verdi, i Comunisti italiani e la minoranza ds a minacciare di fare lo stesso; e forse non è finita. Così, un'operazione nata per consacrare la leadership prodiana, potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto diverso: una gara fra i singoli alleati del centrosinistra a ottenere il massimo di visibilità alle Regionali di primavera. Risultato: il voto plebiscitario per Prodi sarebbe eroso dalle candidature di minoranza.
I vertici diessini parlano di "effetto Bertinotti". Sostengono che le spinte di partito nascono dalla mossa del segretario del Prc. E temono che si inneschi una "logica del domino" per la quale, uno ad uno, anche gli altri leader e leaderini dell'opposizione saranno tentati di presentarsi in alternativa a Prodi, per farsi campagna elettorale. Il paradosso è che nessuno di loro ha in mente di scalzare il Professore, compreso Bertinotti. Ma l'effetto perverso di primarie fatte a ridosso delle Regionali, produrrebbe l'apparenza di una competizione vera, accanita: tale da dividere sia la sinistra filoProdi, che quella definita radicale.
Insomma, si potrebbe materializzare la "maionese impazzita" evocata ieri sul quotidiano Liberazione da Fabio Mussi, uno degli esponenti diessini della minoranza: "L'olio con l'olio, il limone con il limone, i riformisti coi riformisti, i radicali coi radicali". E' un esito che a parole si vuole scongiurare, ma che finora nessuno sembra in grado di fermare. L'unica contromossa sarebbe quella di ridimensionare il significato delle primarie volute da Prodi in tempi brevi; oppure rinviarle all'autunno. Ma si tratta di ipotesi poco verosimili, al momento. Così, c'è chi comincia a rassegnarsi ad uno scontro fra Prodi, candidato di Ds, Margherita e Sdi, e cioè "la federazione", e gli altri.
Bush e Kerry la corsa miliardaria
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Entusiasticamente convinti che "il danaro sia il latte materno della politica", come disse un deputato della California, Jesse Unruh, mai come in questa corsa 2004 i candidati alla Casa Bianca, alla Camera e al Senato americani si sono aggrappati alle mammelle dei finanziatori, succhiando somme da bilanci di uno stato africano. Costerà quasi 4 miliardi di dollari, questa stagione elettorale americana che l´odio reciproco e ideologizzato fra "kerrysti" e "bushisti" ha trasformato in una sorta di jihad incruenta, un miliardo e trecento milioni soltanto per la poltrona presidenziale, frantumando ogni record di spesa, ridicolizzando ogni pretesa di riforma, confermando quello che da anni, e invano, saggisti e studiosi indipendenti scrivono. Che il business della politica è ormai soprattutto business e la democrazia americana è "il miglior sistema politico che si possa comprare", come ha scritto il giornalista investigativo Greg Palast, colui che rivelò i brogli nella Florida del 2000.
In Pennsylvania, dove il numero degli elettori registrati ha superato già il numero dei residenti legali, dunque è palesemente falso, il partito democratico ha pagato ai militanti venti dollari per un milione di nuovi iscritti, dunque 20 milioni di dollari. In Florida, il comitato per la rielezione di Bush ha bruciato 15 milioni per assicurarsi che i cubani abbiano automobili per andare ai seggi, quel giorno. Non si sa chi avesse finanziato quell´attivista democratico che nel Wisconsin offriva dosi di crack gratuite a chi avesse garantito, non si sa con quanta affidabilità visto il vizietto, di votare per Kerry. Ma si sa che da lunedì prossimo i tre stati che tengono le chiavi dello studio ovale, nel gioco dei voti elettorali, Ohio, Pennsylvania e Florida (se ne devono vincere almeno due su tre per raggiungere la maggioranza) saranno bombardati di spot, al suono di 15 milioni di dollari al giorno per Bush e 16 per Kerry. I conti si faranno dopo. Anzi, li faranno coloro che hanno speso 4 miliardi per comperarsi una democrazia e che, a differenza della mamma, chiederanno conto di ogni poppata al vincitore.
E i padroni del tempio si facciano pagare il fitto, con leggi, provvedimenti, guerre, all´inquilino di passaggio.
Il duello apparente
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON La exit strategy, la via d'uscita dall'Iraq, è la grande innominata della campagna elettorale. Né Bush né Kerry pronunciano mai le due parole: il presidente e il senatore parlano di victory strategy, la via della vittoria. È semantica. Comunque la si chiami, la exit strategy sarà il percorso obbligato di chi sarà eletto. L'ha ammesso Rumsfeld, confidando a Martino che il premier iracheno Allawi vorrebbe accelerare il ritiro. Non è vero ciò che dice Kerry, che se rieletto Bush non cambierebbe linea.
Fonti diplomatiche riferiscono che la settimana scorsa, a una riunione del G8 (le potenze industriali) a Washington l'amministrazione Usa è sembrata alla ricerca di un "onorevole disimpegno" dall'Iraq. A differenza di Kerry, che promette di richiamare a casa le prime truppe entro il 2005, Bush non fissa scadenze. Ma spera di potere dichiarare "missione compiuta" in tempi non lontani.
Che la Casa Bianca, diversamente che in Bosnia e nel Kosovo, non avesse pianificato una lunga occupazione dell' Iraq è assodato. Lo sottolineano non solo i suoi ideologi, da Richard Perle a Daniel Pipes, ma anche media scettici sull'operato del presidente come il New York Times: Bush, ha svelato il quotidiano, nella primavera del 2003, dopo la caduta di Saddam, contava di ritirare le truppe entro pochi mesi. Sono stati l'insurrezione e il terrorismo, favoriti dagli sbagli americani sul terreno, e dal caos militare, politico ed economico, a inchiodare Washington a Bagdad. "Ma è una situazione che non può durare" rileva Perle "anche perché la crisi rischia di destabilizzare il Golfo Persico e il Medio Oriente". L'amministrazione lo capisce. La consegna in vista del voto è di rifarsi al "modello afghano" e ai progressi in Iraq, dando per certi la svolta democratica a Bagdad con le elezioni a gennaio, il trasferimento degli oneri della sicurezza agli iracheni, e un fattivo intervento dei paesi arabi. Ma queste sono appunto le tre tappe della innominata "exit strategy" delineate dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini.
La prova che, se rieletto, il presidente perseguirebbe la via del dialogo, sta nella convocazione della Conferenza internazionale sull'Iraq, da lui rifiutata per un anno e mezzo. In quella occasione, osserva il segretario di Stato Colin Powell, per la prima volta Washington siederà a un tavolo con Teheran, alla ricerca di un'apertura analoga a quella con la Libia. E tenterà di coinvolgere nel negoziato sul suo progetto di sviluppo del Grande Medio Oriente la Siria, senza cui le "tre paci" sarebbero impossibili. Una linea da cui Kerry, che rimprovera a Bush di avere abbandonato la road map israeliana e palestinese, non si discosterebbe molto. In un'intervista alla Associated Press in cui ha ribadito che gli iracheni devono tornare padroni del loro destino, il presidente ha asserito che sebbene a malincuore accetterebbe anche una Repubblica islamica: "La democrazia è democrazia. Non voglio imporre quella Usa" ha ricordato. Bush ha sempre distinto tra l'Islam e il terrorismo, e sa che la collaborazione con il primo è indispensabile per la sconfitta del secondo.
E' tutto normale
Domenico Starnone su il Manifesto
Viste a ridosso del 2 novembre, le campagne militari di Afghanistan e d'Iraq sembrano non risposte meditate all'11 settembre di tre anni fa, ma solo un momento importante della campagna elettorale di George W. Bush. Sono state considerate guerre facili, evidentemente, buone per dare al presidente il lauro del condottiero e riconfermargli a furor di popolo la carica. Ma la valutazione non si è rivelata fondata. La scadenza elettorale è prossima e Bush, incalzato da Kerry, è costretto a puntare sulla conquista furiosa di città piuttosto che di nazioni. Le bombe su Falluja sono come suoi ultimi volantini a pochi giorni dal voto.
Inventarsi guerre inutili, più inutili di quanto tradizionalmente siano le guerre, e mettere in circolazione un cospicuo numero di menzogne per giustificarle, è dannosissimo. Immaginarsele come un passaggio necessario per permettere al proprio gruppo, e agli interessi che esso rappresenta, di vincere una competizione elettorale e conservare il potere, è obbrobrioso. Ma noi ne parliamo e ne scriviamo ogni giorno come se fosse normale. Ci sembra normale che in Afghanistan si finga che ci sia una democrazia con il suo regolare rito elettorale. Ci sembra normale la finzione che sia iracheno un governo imposto da truppe di liberators che non sanno come liberare se stessi dalla trappola in cui sono finiti. Ci sembra normale fingere che elezioni debitamente imposte da eserciti stranieri daranno finalmente all'Iraq un governo democraticamente eletto, e non capiamo come possa accadere che un pugno di spietati fanatici si opponga seminando ogni giorno morte. Ci sembra normale che noi, alleati di truppe che abbattono dittatori, celebriamo commossamente i dolori del povero Mussolini nel salotto finto di Bruno Vespa. Ci sembra normale, persino, che i carabinieri di Nassiriya utilizzino i filmati degli scontri di Genova (quelli in cui fu ammazzato Carlo Giuliani: una delle pagine più inquietanti della gestione dell'ordine pubblico in una democrazia) per addestrare gli iracheni (gli iracheni, dico, nell'Iraq d'oggi; Genova come finta Baghdad) a difendere il voto popolare. La nostra normalità, insomma, è vivacchiare dentro finzioni, per quieto vivere o per connivenza.
Chi è il nemico, insomma, cosa ha nella testa, perché è così spietato, come mai è cocciutamente combattivo, cocciuto fino al punto da rompere le uova nel paniere elettorale di Bush? Se si legge, ad esempio, il libro di Jason Burke, Al Qaeda, la vera storia (Feltrinelli, 2004), tutto assume una tonalità diversa. Non meno inquietante, si badi bene, ma più sfaccettata. Burke, che è caporeporter dell'Observer , restituisce complessità storico-politico-religiosa alle pratiche del terrore. Mostra come Al Qaeda e Bin Laden siano di fatto semplificazioni utili per individuare un nemico senza il quale, come si sa, è impossibile fare la guerra. Dà informazioni sufficienti a convincerci che le guerre e la loro rappresentazione mediatica sono state una manna per la crescita di Al Qaeda e la diffusione di ciò che riduttivamente chiamiamo terrorismo (il terrorismo è una tattica, ci ricorda Burke: il problema è capire chi l'adotta, perché, a quali fini, e con quali tattiche gli si risponde e lo si batte). Comunica a chi legge che, proprio per la complessità delle sue ragioni storiche, politiche e religiose, per la sua estensione variegata, non riducibile a uno, il pericolo è di gran lunga più grande di quello che i media ci suggeriscono ogni giorno. Ci convince definitivamente che spianare montagne e città non solo non è servito a Bush a garantirsi senza ansie la rielezione, ma ha irrobustito il bisogno di reazione violenta contro tutto ciò che sa di Occidente.
Caso Buttiglione, Barroso affronta la conta
Romano Dapas su Il Messaggero
BRUXELLES- E'sicuro del fatto suo, un vero politico con grinta, il portoghese José Manuel Durao Barroso. Dopo aver messo sotto tutela Rocco Buttiglione ed avergli fatto scrivere una letterina di scuse, non sembra intenzionato a fare altre concessioni di alcun genere. Il neo-presidente dalla Commissione europea si prepara dunque ad andare allo scontro frontale, mercoledì prossimo, con gli eurodeputati che chiedono la testa del Filosofo, reo peraltro di collezionare gaffes che imbarazzano perfino i suoi sostenitori. Ieri mattina, il successore di Romano Prodi ha convocato i membri del nuovo Esecutivo Ue: una riunione a porte chiuse in calendario da settimane per organizzare i lavori della Commissione all'indomani dell'insediamento previsto per il 1 novembre prossimo. C'era anche Buttiglione. E manco a farlo apposta hanno parlato subito di lui per i commenti sgradevoli che egli avrebbe espresso, giovedì sera, nei confronti del commissario ceco, Vladimir Spidla, responsabile della politica sociale e componente del quartetto che vigilerà sulle sue competenze in materia di diritti civili e di anti-discriminazione. Buttiglione si è difeso come al solito, negando d'aver definito "un ex-comunista" il collega Spidla e facendo diffondere dal suo portavoce una nota nella quale si afferma, tra l'altro, che "un giornalista ha colto brandelli di una conversazione privata dando un'impressione sbagliata dello stato d'animo e delle valutazioni politiche del commissario designato".
A proposito dell'atteggiamento da tenere in vista del voto di mercoledì a Strasburgo, al termine della riunione è prevalsa la tesi caldeggiata dal presidente portoghese di accettare la sfida parlamentare nella speranza che non solo i popolari europei e la destra, ma anche i liberali e parte dei socialisti, se non altro per evitare una crisi istituzionale, finiranno col votare la fiducia alla Commissione. Nessun dubbio che Durao Barroso è convinto di spuntarla. Stando all'edizione online di Focus, mercoledì scorso durante la visita a Berlino, il neo-presidente avrebbe anticipato al Cancelliere, Gerhard Schroeder, di poter contare sul voto favorevole di 363 eurodeputati, una maggioranza sufficiente ad assicurargli il via libera, dal momento che alcuni dei 732 aventi diritto al voto certamente si asterranno. E anche Berlusconi si dice fiducioso: "Credo sia stato fatto un ottimo lavoro da parte del presidente Barroso. Ora spero che il Parlamento esprima un voto che corrisponda alla realtà e non sia determinato da ragioni di contrapposizione politiche". Qualora queste rosee previsioni non dovessero realizzarsi, Barroso non getterà la spugna. Avendo personalmente già ottenuto l'investitura da parte del Parlamento, lo scorso luglio, egli chiederà tempo per formare una nuova équipe d'intesa coi governi nazionali che dovranno designare i loro candidati.
Lo scenario di un Esecutivo Prodi che resta in carica perché il nuovo è rimasto impantanato rientra nel novero delle possibilità. Come ha precisato il portavoce, Gerassimos Thomas, "si tratta di una questione ipotetica, ma il presidente Prodi e la sua Commissione sono pronti ad assumere il loro ruolo con senso di responsabilità". A ben vedere, tutto dipende dalla decisione che prenderanno i gruppi socialista e liberale, emtrambi combattuti tra la forte spinta a votare contro e la preoccupazione per le possibili conseguenze sul piano istituzionale. Marco Pannella e Antonio Di Pietro, che fanno parte del gruppo liberal-democratico, hanno rivolto, ieri, un appello ai loro colleghi a votare la sfiducia, sostenendo che "la delega della Giustizia a Buttiglione è un colpo alla credibilità dell'Italia in ambito europeo".
Non è più un caso personale
Luigi La Spina su La Stampa
Il compromesso, dicono, è l'essenza della politica. Sarà anche vero, ma l'unica condizione a cui deve sottostare questa antica massima è che la mediazione funzioni. Altrimenti, neanche il cinismo assolve la politica dalla colpa più grave: l'errore. Ed è questo il rischio che corre la soluzione trovata dal presidente Barroso per risolvere il caso Buttiglione. A due giorni dalla solenne firma a Roma della Costituzione europea, infatti, l'eventualità di un braccio di ferro tra Parlamento e Commissione che si concluda, mercoledì prossimo, con un voto negativo dell'assemblea di Strasburgo è tutt'altro che scongiurata.
I commenti che si possono fare sulla situazione personale del commissario designato dall'Italia, naturalmente, sono del tutto ovvi e i giudizi, se non influenzati da ragioni di parte, sembrano persino scontati. Le sue scuse appaiono tardive e un po' umilianti. La tutela del presidente e l'affiancamento di un "direttorio" ledono l'autorevolezza e il prestigio su cui un commissario deve poter contare per esercitare le sue funzioni con la credibilità che si richiede in una posizione di tale importanza. Tutta la vicenda ha inflitto al governo e al nostro Paese una ferita che l'opinione pubblica continentale non dimenticherà facilmente. Ma, ora, occorre che tutti, amici e avversari di Buttiglione, si rendano conto che la questione supera il caso personale, supera la querelle sui rapporti tra Europa e valori cattolici, supera i confini tra maggioranza e opposizione, sia in Italia sia a Strasburgo. Investe direttamente i già difficili rapporti tra il Parlamento, la Commissione e il Consiglio dell'Unione europea. Rischia di aprire uno scontro di poteri clamoroso e gravissimo, assolutamente inedito tra le istituzioni comunitarie, visto che il caso Santer è del tutto imparagonabile.
Rocco Buttiglione è un uomo politico di lunga esperienza, di grande cultura, coerente nell'affermazione dei suoi principi cattolici che, in maniera assolutamente legittima, ritiene compatibili con il ruolo che dovrebbe ricoprire. Sta alla sua sensibilità giudicare se un gesto di generosità personale potrebbe contribuire a risolvere non tanto una vicenda pasticciata, piena di equivoci e anche di strumentalizzazioni, ma un contrasto così grave per il futuro, già così incerto, dell'Europa.
23 ottobre 2004