
sulla stampa
a cura di G.C. - 22 ottobre 2004
Ciampi: "Frenare i prezzi"
M. Br. sul Corriere della Sera
ROMA - "La ripresa dei consumi delle famiglie dipende dal livello di fiducia che si riesce a diffondere nel sistema. Per avviarla, uno sforzo nella riduzione dei listini per i beni di largo consumo potrà costituire un'importante spinta". E' questo l'invito che il presidente della Repubblica rivolge al Paese, in un intervento pronunciato ieri davanti ai nuovi cavalieri del lavoro ma che è rivolto appunto all'intero sistema economico: imprenditori, parti sociali e governo (rappresentato al Quirinale da quattro ministri e dallo stesso premier Berlusconi). Ridurre i prezzi per rilanciare i consumi ed evitare un ristagno dell'economia - così da produrre un cortocircuito positivo - è un'idea che Ciampi formula avendo in mente certi tentativi avviati di recente proprio in questo senso, e con qualche successo: dal caso di Torino a quello francese. Ma naturalmente non è l'unica strada che indica, in un discorso a 360 gradi, mentre la legge finanziaria è al vaglio delle Camere e mentre i nostri conti pubblici sono sotto osservazione a Bruxelles e al Fondo monetario.
Esortativo alla sua maniera, e insieme impietoso, il capo dello Stato alterna timori e speranze. Come chi è consapevole che il sapore della lucidità - in questo caso una lucidità illuminata da dati in discesa - è quasi sempre amaro. Dice: "Se volgiamo lo sguardo all'economia di oggi, prevalgono le note di preoccupazione: congiuntura debole e problemi strutturali complessi. La nostra economia da anni perde terreno in termini di competitività e, quindi, di quote di mercato, anche se negli ultimi tempi le esportazioni stanno manifestando segni di risveglio. La produttività non aumenta. Resta ancora sensibile il divario tra infrastrutture ed esigenze delle imprese. La spesa globale in ricerca, privata e pubblica, stenta ad aumentare, e tutto ciò si riflette sulle possibilità di crescita e sul potenziale produttivo".
Insomma: uno scenario sconsolante (e l'ha impressionato la notizia che l'Italia è al 47° posto, dietro il Botswana, nella classifica del World Economic Forum), anche se non dobbiamo rassegnarci, visto che "in passato abbiamo superato ben altre difficoltà". Dunque, per Ciampi c'è da avere "fiducia che l'Italia saprà risalire le graduatorie della competitività e rimanere ai primi posti tra i Paesi industrializzati". Purché, aggiunge, "si intervenga nell'immediato, avendo la prospettiva e il coraggio di impostare e avviare strategie di lungo periodo". Il che significa "sfruttando al meglio l'euro, "che offre i vantaggi di stabilità e bassi tassi d'interesse, ma che impone un radicale cambio di mentalità".
Meglio ispirarci - incita - ai diffusi "esempi di straordinario successo" (ossia "capacità di adattamento al mercato globale") dimostrate da tante nostre imprese: quelle che varano le navi più grandi del mondo, o aerei civili e militari e, in definitiva, l'Italia che quando crede in se stessa vince la concorrenza.
E se pure resta un "interesse strategico che il sistema produca ricerca" e incoraggi una "formazione permanente in grado di catturare conoscenze e saperi", per Ciampi è decisivo che "un nuovo patriottismo ispiri anche gli imprenditori. " Il Canto degli Italiani dice: "Stringiamoci a coorte". Dobbiamo chiederci: lo facciamo abbastanza?"
Soap opera Mussolini
Curzio Maltese su la Repubblica
Ho letto dell´ira di Wim Wenders per il film su Hitler dapprima con indignazione, quindi con un vago dubbio e infine con imbarazzata invidia.
Massì, beato lei, caro Wenders, che può concedersi il lusso di manifestare la "rabbia del ventre" per un film distribuito in poche sale che (forse) minimizza l´orrore del nazismo. Mentre noi italiani siamo costretti a ingoiare l´elegia su Mussolini di Bruno Vespa direttamente a casa, dagli schermi della tv di Stato, finanziata coi soldi pubblici.
Come alcuni milioni d´italiani, non guardo quasi più la televisione se non per controllare a che punto sono arrivati i notiziari e i talk show. L´altra sera Vespa è giunto a un livello impensabile perfino per lui. Non si può parlare di apologia del fascismo. Sarebbe un reato ma anche paradossalmente qualcosa di più onesto e di meno volgare. Tantomeno si può definire revisionismo storico, nel senso per esempio di Untergang, tratto dal libro di Joachim Fest. Per fare revisionismo, sia pure del genere bonario o frescone alla moda italiana, bisogna comunque portare argomenti e documenti, insomma studiare. Quello che ha fatto Vespa è la soap opera della famiglia Mussolini, lo sdoganamento del fascismo attraverso la banalizzazione quotidiana: la "fondazione dei fasci di compatimento". Due ore di "storia di un italiano" simpatico e sportivo, buon marito, ottimo padre, suocero affettuoso, nonno indimenticabile, che incidentalmente è stato dittatore per un ventennio, con gli inconvenienti noti ma da non esagerare.
Soltanto il povero professor Villari, ostaggio di turno, ha provato a ricordare un po´ di storia, con la s minuscola o maiuscola, quindi ha almeno implorato di non offendere la memoria delle centinaia di migliaia di italiani mandati a morte dalla buonanima, negli intervalli fra una cavalcata e la fiaba della buonanotte ai nipotini. Nel clima di struggente nostalgia del set familiare, scaldato con una bella dose di filmati dell´Istituto Luce, lo storico faceva la parte dell´inutile pignolo, l´insopportabile grillo parlante.
La vera protagonista della serata è stata Alessandra Mussolini, che almeno era l´unica nella parte, autentica nipote fra tanti parenti acquisiti. Ma chissà che cosa scriverebbe Wenders se la tv di Stato tedesca ospitasse, una sera sì e l´altra pure, un´Alexandra Hitler erede del Fuehrer e parlamentare europea.
Una riabilitazione che non ha le ambizioni scientifiche e quindi i limiti razionali del revisionismo. Lo sdoganamento del Duce avviene con gli stilemi della telenovela da tinello, col nonno burbero ma tanto buono, si chiami Benito o Vittorio Emanuele o Lino Banfi. È del resto la traduzione fedele del revisionismo allo champagne lanciato da Berlusconi, dove Mussolini appariva gentile e inoffensivo, uno che "pagava le vacanze ai dissidenti", purtroppo diffamato dalla stampa cattiva e comunista. Nei modi della fiaba da rotocalco è tanto più facile che nei ponderosi saggi far passare un radicale rovesciamento della realtà storica e umana. La dinastia dei Savoia è uscita dalla dynasty mediatica come una bella famiglia incomprensibilmente esiliata e perseguitata, magari per invidia, da un popolo malvagio e traditore.
Alessandra Mussolini può serenamente affermare che "la mia famiglia non può perdonare". L´ipotesi che siano i Mussolini e i Savoia a dover chiedere il perdono al popolo italiano per le sofferenze e i tradimenti è naturalmente esclusa a priori dalla rappresentazione.
Beato Wenders, che può scandalizzarsi perché in un singolo film tedesco, uno solo e privato, non viene mai usata la parola "assassino" per definire Hitler. Si potrebbe ancora definire assassino il buon Mussolini sulla tv di Stato italiana, senza essere linciati in diretta? Che cosa accadrebbe se un regista italiano in un articolo di giornale osasse scrivere di Mussolini "e finalmente quel porco è morto", come scrive Wenders di Hitler? La coincidenza fra lo scandalo tedesco per Untergang e la normalità di "Casa Mussolini" alla Rai, che non ha scandalizzato nessuno tranne il direttore di Radio Radicale, è curiosa e un po´ deprimente ma significativa.
Serve a riflettere su quanto si è elevata in Italia, in pochi anni, la soglia della vergogna. L´hanno capito i dirigenti di An che con quattro chiacchiere sui crimini del fascismo o la cittadinanza agli immigrati hanno ottenuto il massimo punteggio sulla patente democratica, quindi sono tornati a parlare di "culattoni" e a farcire i palinsesti pubblici di serate Mussolini, premi Almirante, sceneggiati su fascisti troppo umani. Altro che l´allarme tedesco per l´avanzata dell´estrema destra in Sassonia.
Wenders ha il vantaggio di vivere in un Paese che si è assunto con dolore e fatica le colpe collettive di un regime popolare. Non come noi italiani, "brava gente" anche quando deportavamo gli ebrei, condannati a ripetere la storia come farsa, anzi telenovela.
Immigrazione, governo confuso
Redazione de l'Unità
Pisanu o Calderoli? Qual è la linea? L'opposizione si pone questa precisa domanda, dopo aver assistito al nuovo botta e risposta sull'immigrazione tra i due ministri. Il responsabile degli Interni ha dichiarato: "L'Europa apra gli occhi e smetta di guardare con paura lo straniero che arriva in cerca di lavoro per mantenere la sua famiglia". Un gesto di apertura o se non di apertura, perlomeno finalizzato a rimuovere un cliché, quello relativo alla relazione tra immigrazione e criminalità, alimentato dalla Lega Nord.
Il ministro degli Interni ha dichiarato di voler aumentare i flussi regolari. "Senza l'importazione di manodopera sottolinea Pisanu l'Europa negli ultimi dieci anni avrebbe perso due punti di Pil ogni dodici mesi. E per quanto riguarda l'Italia se nel prossimo decennio non avessimo immigrazione perderemmo tre milioni e mezzo di lavoratori attivi. È per questo che anche i flussi regolari devono essere aumentati". In questo senso, Pisanu, ha accolto le raccomandazioni del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, più volte spesosi in favore di un aumento delle quote di ingresso. A chiedere che la politica sull'immigrazione venga "ricalibrata" è stata anche la Confederazione Italiana Agricoltori alla luce dei dati diffusi ieri alla Camera dal ministro dell'Interno. Per la Cia "gli oltre due milioni di stranieri regolari presenti nel nostro Paese sono il segno di un processo irreversibile" ma allarmano "i 260.000 stranieri in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno e i 113 giorni che di media occorrono per l'espletamento delle procedure".
La Lega, però ha subito lanciato una controffensiva. Controffensiva che si inserisce a pieno diritto nella tradizione anti-immigratoria leghista. Il mese scorso Pisanu era stato oggetto di una forte critica da parte di Castelli. Il ministro della Giustizia aveva attaccato Pisanu, accusandolo di essere remissivo sulla concessione dei permessi di soggiorno. Il battibecco era scaturito da una lettera aperta di Pisanu al direttore di Le Monde, che aveva lamentato un atteggiamento razzista, da parte delle forze dell'ordine, nei confronti del figlio, durante il controllo di documenti e bagagli all'aeroporto di Venezia. Castelli aveva a sua volta pubblicato sul Giornale una lettera aperta, dove da un lato polemizzava con Colombani e dall'altro stigmatizzava Pisanu.
Anche questa volta la Lega non ha fatto attendere la sua risposta. "Pisanu dovrà passare sul mio cadavere", ha affermato il ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, che ha aggiunto: "A me il numero degli extracomunitari presente, tra regolari e irregolari, sembra già eccessivo. Tanti, troppi e a giudicare dalla loro percentuale sulla popolazione carceraria, neppure troppo buoni".
Nel mirino del ministro delle Riforme, sono finiti pure gli imprenditori: "Ciascuno di noi deve essere libero di vivere la propria vita e di essere padrone a casa propria senza dover subire oltraggi, violenze o condizionamenti di chi è stato fatto venire per accontentare gli eccessivi appetiti di imprenditori che preferiscono usare gli schiavi del terzo millennio piuttosto che dare lavoro ai nostri concittadini". Il centrosinistra, intanto, continua a chiedersi: Pisanu o Calderoli, qual è la linea?
La terza via di Bertinotti
Edmondo Berselli su la Repubblica
E Bertinotti rinasce, come rinasce il ramarro: il verso di "Nuvolari", parole di Roberto Roversi, musica di Lucio Dalla, sembra tagliato su misura per il leader di Rifondazione comunista riapparso a nuova vita. È cominciata la sua terza avventura: dopo il Bertinotti sindacalista ingraiano della lotta "dura e bellissima" nella Torino operaia, dopo il Bertinotti socialista anarchico che rianima con un flautato bocca a bocca il partito della Rifondazione, adesso si profila un inedito Bertinotti numero tre.
Eh sì, che cosa sia il Fausto-ter ancora non lo sa nessuno. In genere c´è poco interesse per la visione politica di Bertinotti, perché lo si interpreta in genere come un uomo tutto charme e disimpegni, l´Houdini a cui la mitologia assegna l´apocrifo record di non avere mai firmato un contratto, a causa dell´amore per lo sciopero e dell´orrore per il compromesso; e anche adesso gli disegna addosso il profilo di minaccia incombente su qualsiasi governo di centrosinistra, passato ed eventualmente futuro.
Perché il soi-disant keynesiano Fausto significa tassazione dei Bot, imposta patrimoniale, 35 ore, e inoltre lo scherzo assassino dell´ottobre 1998, quando sfilò la sedia sotto il sedere di Romano Prodi, fu accusato di tradimento, e lui rivendicò con durezza la ragion politica: "Ma di che cosa si straparla, adesso al governo c´è Massimo D´Alema: siamo più o meno a sinistra?".
Bertinotti è al tempo stesso l´autore e la vittima del proprio ruolo politico. Al "Parolaio rosso", secondo la definizione di Giampaolo Pansa, è stata attribuita ogni disfatta dell´Ulivo. Come nella celebre sentenza di Nanni Moretti al Festival di Cannes, dopo la sconfitta del 2001: "Bertinotti?", pausa, occhi sconsolati, e poi la convenzionale accusa di avere reso possibile il trionfo di Silvio Berlusconi: "non capisco come il Cavaliere ringrazi milioni di persone, gli basterebbe ringraziarne una sola". E fa nome e cognome del Parolaio.
Ma forse Fausto III nasce proprio dopo la sconfitta del 2001. Non è uno sprovveduto, non è pura ecolalia postmoderna, non è un cicisbeo da talk show. Ha in mano il partito. Anzi, il partito è lui. Identificazione totale. E guardando dentro il partito il comandante Fausto si accorge che la situazione non è affatto rosea.
Fra le politiche del 1996 e del 2001 Rifondazione ha perduto una costola, ovvero i Comunisti italiani di Cossutta e Diliberto; ma oltre ai 600 mila voti della scissione ne ha lasciati sul campo altri 700 mila. L´astronomico 8,6 per cento del '96 diventa il meschino 5 per cento del 2001. I deputati, che erano 35, si riducono a 11. Nelle roccaforti come il Piemonte, la Liguria, la Toscana e l´Umbria, la Campania e la Calabria, il partito quasi si dimezza.
Diagnosi: partito vecchio. Ce n´è abbastanza per una svolta. Radicale, secondo una di quelle espressione che più piacciono a Bertinotti. Anche perché nel frattempo si è assistito allo spegnersi della parabola di Sergio Cofferati. Il quale alla fine ha deciso di ritirarsi a Bologna, ma per qualche mese ha avuto in mano i movimenti, i partiti della sinistra, la Sinistra tout court. Nei primi giorni del 2003, a Firenze, insieme con l´immancabile Nanni Moretti al Palacongressi, Cofferati rappresenta il coagulo di tutti i movimenti. I nuovi protagonisti si chiamano Agnoletto e Casarini. Bertinotti sembra fuori gioco. Ha ballato per alcune stagioni, e poi adieu.
Sì, buonanotte. Un politico si distingue dal fiuto. Quando Cofferati esce dalla comune per entrare in Comune, e i movimenti si placano, e infine Romano Prodi lancia il tema delle primarie, Fausto, che pure è andato bene alle europee di giugno, alza un dito. E fra lo stupore generale dice: "Potrei candidarmi io", per rappresentare la sinistra "altra": "è una iniezione di democrazia". E aggiunge qualche altro corollario. Come quello secondo cui in futuro, dentro la coalizione, si potrebbe ipotizzare il delinearsi di maggioranze e minoranze: il che significa la rinuncia implicita al potere di ricatto. È più o meno un evento storico. Prodi distende le labbra nel più largo dei sorrisi.
Sembra il frutto di una iniziativa estemporanea, e invece è l´avvio di una diplomazia a distanza, fatta di piccoli passi, accostamenti, mosse di sbieco, scarti improvvisi.
Ciascuno sembra avere il suo interesse. Ma bisogna anche spiegare per quale ragione il dialogo del subcomandante con il Professore sia così facile, così oliato, così naturale. C´è una tesi accademica, secondo cui per Prodi è molto più comodo parlare con Bertinotti proprio grazie alla propria personalità non-ideologica. "Romano è un pragmatico", dicono i membri del suo staff, "e quindi può discutere con il capo di Rifondazione senza mettere in gioco visioni conflittuali del mondo". Già, fra Margherita e Ds ci può essere una concorrenza elettorale, fin dai tempi in cui Prodi lanciò l´Asinello e lo slogan "competition is competition". Fra Ds e Rifondazione l´attrito può essere stridente, proprio per la loro contiguità politica. Invece Prodi non ha un patrimonio elettorale da curare con gelosia, può guardare a Bertinotti con spregiudicatezza, e negoziare ipotesi e programmi.
Solo che Fausto III non si accontenta di essere colui che fa quadrare il cerchio della coalizione. Ha cominciato a ridefinire il disegno ideologico del suo partito, collocandolo su uno sfondo pacifista e non violento. E poi ha colto una possibilità nuova. Facciano il partito democratico, i prodiani, o almeno ci provino. Intanto lui tiene viva l´inquietudine tenendo aperta l´ipotesi di candidarsi alle primarie: "Bene, e se poi tira su il 25 per cento dei voti", si mormora fra i Ds, "noi che cosa facciamo, assistiamo desolati al trionfo politico e mediatico di Faustino?".
Peggio, peggio. Perché Bertinotti è audace politicamente. Ha fatto fuori uomini robusti come Sergio Garavini e Armando Cossutta, non si fa spaventare da un po´ di dialettica interna alla sinistra. Dialettica che diviene aspra quando il leader di Rifondazione lancia l´opa sui resti del Correntone.
Però la mossa di Bertinotti terzo è tutt´altro che irrazionale. Intravede una specie di ripulitura politica, un altro modo di razionalizzare la sinistra. Mettere insieme ciò che rimane del Correntone, i Comunisti italiani, forse i Verdi, un po´ di occhettiani, forse qualche dipietrino, facendo una "Cosa" nuova, in cui Rifondazione comunista può mantenere il sostantivo e perdere l´aggettivo. Altro che pace nel centrosinistra, altro che il vasto ombrello "democratico" del partito unico.
C´è anche la possibilità paradossale che Prodi sia partito per un luogo e finisca in un altro. Può anche darsi che la Gad sia salpata verso il mare del partito democratico all´americana, e si ritrovi in terra sconosciuta, a dover mettere insieme una coalizione di sinistra riformista e una forza di sinistra alternativa. Un partito, quest´ultimo, che raccolga quel 12 per cento che alle europee è risultato fuori dal listone unitario, forse di più. E con Fausto Bertinotti, l´uomo della terza vita, che si frega le mani per avere detto, con la creazione di una super-Rifondazione, senza se e senza ma, e anzi con un sorriso lievemente beffardo, il primo sì politico della sua vita.
Ecofin, i conti italiani fuori controllo
Blitz di Forza Italia per il taglio delle tasse
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Mentre l'Europa avverte che i conti italiani non sono affatto in ordine, in Parlamento FI (su diktat del premier in persona?) gioca al rialzo, presentando l'emendamento-spot sugli sgravi fiscali e le tre aliquote sognate da Berlusconi. Una norma che potrebbe mandare all'aria l'intero bilancio faticosamente costruito da Domenico Siniscalco. Una stangata che da sola non basta neanche a stare dentro i parametri di Maastricht: parola di Joaquin Almunia che giudica il deficit italiano di quest'anno e l'anno prossimo intorno al 3% (e non al 2,9 e 2,7, come sostiene il tesoro). Ma per i forzisti è l'immagine quello che conta, non i conti. Così parte il blitz che, per troppa "fedeltà" al capo, rischia di mettere in crisi la stessa maggioranza.
Ad anticipare tutti è stato di Antonio Leone, vicepresidente del gruppo azzurro, il quale ha pensato bene di "propagandare" il testo con la formula magica del 23, 33 e 39% (e i relativi scaglioni di reddito fino a 26mila euro, da 26mila a 33mila e oltre i 33mila) nel primo pomeriggio, e solo in un secondo tempo cercare di reperire tra le tabelle del bilancio la copertura di 6,5 miliardi (un quarto della manovra).
Gli alleati di FI non sono più teneri. Anzi, la mossa di Leone equivale a un vero terremoto nella casa delle libertà. "Sia ben chiaro che è una furbata di Forza Italia - commenta secco il capogruppo Udc Luca Volontè - se e come sarà modulata la riduzione delle tasse si deciderà con un confronto attento, proficuo tra l'intera maggioranza". "Se è così, vuol dire che mandiamo tutto all'aria", aggiunge Bruno Tabacci. An, che in mattinata aveva annunciato una manovra per il 60% in favore delle famiglie e per il 40% delle imprese, a questo punto preferisce tacere. Solo in serata gli esponenti di FI (Guido Crosetto e Luigi Casero, ma non l'autore della proposta) frenano, parlando di emendamento-civetta o di escamotage tecnico. "È una forzatura di Forza Italia e la mossa è rischiosa perché gli alleati potrebbero decidere di sabotarla - osserva l'ex ministro Vincenzo Visco - nella maggioranza ciascuno chiede cose parzialmente diverse. An sembra accontentarsi della quarta aliquota, che è solo una foglia di fico: questo sistema impoverirà i ceti medi in ogni caso, anche con la quarta aliquota. A questo punto il problema è vedere se c'è anche una forzatura nei confronti di Siniscalco. Resta, comunque, il fatto che non hanno una lira".
Tasse a parte, "piombano" sulla Finanziaria centinaia di emendamenti (oggi si saprà il numero esatto). La Lega "colpisce" il pubblico impiego, mentre tra le file dell'Udc spunta la proposta ispirata da Antonio Fazio sull'istituzione delll'Alta commissione di controllo sui conti pubblici. L'opposizione, oltre agli emendamenti dei singoli gruppi, presenta un "pacchetto" di 20 proposte firmate da tutti i partiti (da Rifondazione all'Udeur) su sette punti, tra cui la lotta al carovita, alla povertà e alla precarietà, e gli investimenti al Sud.
Oggi Siniscalco sarà ascoltato ancora dalla Commissione Bilancio (probabilmente ancora sul tetto del 2%). Ma fino a ieri il ministro ha dovuto "duellare" con la Commissione Ue, che ha messo i conti Italiani sotto i riflettori. Per l'Ue ci sono rischi sull'efficacia della manovra-bis varata a luglio: mancano due miliardi ancora da reperire. Inquietante il commento di Siniscalco. "La loro è una stima - ha detto - la nostra è una stima caratterizzata dalla volontà politica
"
La carta di Barroso, ruolo ridotto a Buttiglione
G. Sar. sul Corriere della Sera
BRUXELLES - Barroso ritocca le competenze di Rocco Buttiglione, gli sovrappone un "comitato" che si occupi di "non discriminazione", ma lo lascia, o meglio vorrebbe lasciarlo, sulla poltrona di Commissario per la "Giustizia, la libertà e la sicurezza". Il neo presidente della Commissione europea si è presentato ieri davanti ai capigruppo dei partiti con una proposta "tecnica", accompagnata da una lettera di scuse inviata da Buttiglione allo stesso Barroso. Il "pacchetto", però, non sembra bastare per garantire una maggioranza certa nell'Europarlamento. Se ci fosse una schedina del Totocalcio da giocare, sarebbe obbligatoria la "tripla" (1, X, 2): al momento qualsiasi risultato è possibile nel voto di fiducia di mercoledì prossimo a Strasburgo. Barroso dice di essere "certo" di passare.
VOTO A RISCHIO - Ieri, però, ha raccolto solo due "sì" chiari. Quello di Hans-Gert Pöttering, a nome del Ppe (268 voti), che deve fare i conti con lo sganciamento dei conservatori inglesi (28 seggi) orientati verso l'astensione; e quello di Brian Crowley, in rappresentanza della destra (Uen, Unione per l'Europa nazionale, 27 deputati). Netto il no del Pse, dei Verdi e della Sinistra unita. Anche gran parte dei liberaldemocratici considera "insufficiente" la mossa di Barroso. La procedura complica le cose: gli eurodeputati dovranno pronunciarsi, con voto palese, su tutta la Commissione. Ieri Barroso ha comunque detto che non ha intenzione di tornare in Portogallo anche in caso di bocciatura. Il neo presidente ha ricevuto la fiducia parlamentare a titolo individuale e quindi il Trattato gli consente di ripresentarsi con una nuova squadra. Nel frattempo rimarrebbe in carica la Commissione uscente, guidata da Romano Prodi.
IL CAPPELLO SU BUTTIGLIONE - Barroso è subito andato al punto, cioè al "caso Buttiglione". Ha detto che "gran parte del problema" è legato all'uso della parola "peccato", con cui il ministro italiano aveva definito, in termini morali-religiosi, l'omosessualità. "Non è una definizione che serve in politica - ha detto il neo presidente - e non ho sufficienti competenze teologiche per andare oltre". Il portoghese ha quindi sventolato il messaggio di Buttiglione, leggendo, davanti ai giornalisti, il passaggio più autocritico: "Caro signor presidente, sono profondamente dispiaciuto per le difficoltà e i problemi che sono sorti in conseguenza della mia audizione davanti alla Commissione delle "Libertà pubbliche". Io non intendevo in alcun modo offendere i sentimenti di nessuno e in particolare delle donne e degli omosessuali".
COMITATO DI SALVEZZA - Dopo il lungo cappello politico, Barroso ha tirato fuori la proposta "operativa". Buttiglione non sarà più il titolare unico della sezione che riguarda i "diritti fondamentali" e la "non discriminazione tra cittadini". Queste competenze, cui si aggiungeranno quelle sulle "pari opportunità", ricadranno sotto la "sorveglianza" di un comitato di commissari, composto dalla svedese Margot Wallstrom (Relazioni istituzionali e strategia di comunicazione), dal ceco Vladimir Spidla (Occupazione, affari sociali e pari opportunità), e infine dallo stesso Buttiglione. In sostanza il ministro italiano non scompare dal tabellone delle "Libertà pubbliche", ma non potrà fare da solo. "Riconosco - scrive lo stesso Buttiglione nella lettera - che i provvedimenti sul principio di non-discriminazione... cadano nella sfera di competenza dell'intera Commissione. E io accetto che vi sia la supervisione diretta e la garanzia del Presidente". Barroso ha chiuso così: "Io avrò la responsabilità politica diretta sulle libertà civili e la non discriminazione".
MURO SOCIALISTA - Durissima la reazione del capogruppo del Pse, Martin Schulz, che in pratica ha accusato Barroso di "voler prendere in giro il Parlamento".
Anche i liberaldemocratici sono delusi, il capogruppo Graham Watson, osserva che "la proposta di Barroso non è abbastanza". A questo punto, aggiunge Watson, "sarebbe meglio che Buttiglione si dimettesse".
Rispunta la diffidenza verso l'Italia del premier
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Nel gioco delle iniziali si parla delle "due B": quelle di Rocco Buttiglione e di José Manuel Barroso. Ma l'opposizione italiana, e non solo, ha cominciato a indicarne tre: ai cognomi del commissario designato dall'Italia e del presidente della Commissione Ue, aggiunge quello di Silvio Berlusconi. Così, la decisione di Barroso di confermare Buttiglione, ma mettendolo sotto la tutela di quattro controllori sui diritti civili, sta esasperando in modo esagerato le frizioni fra Italia e Parlamento europeo. Il problema non è più quello, evocato e usato strumentalmente, della fede cattolica del commissario; ora, l'ostacolo sembra diventato la sua nazionalità. L'accusa che ieri il neopresidente portoghese ha dovuto rintuzzare riguarda l'opportunità di scegliere un italiano alla Giustizia. "Non c'è ragione per discriminare un commissario per la sua provenienza", ha risposto Barroso: "soprattutto se è originario di un grande Paese democratico come l'Italia. Vogliamo escludere qualcuno perché viene da un certo Paese?". Domanda retorica ineccepibile; eppure, la risposta di un pezzo del Parlamento di Strasburgo è tutt'altro che scontata. Non si esclude ancora una bocciatura della Commissione, sebbene Buttiglione abbia scritto una lettera contrita dopo le sue parole incaute su omosessuali e universo femminile.
Anche perché ormai la polemica non coinvolge soltanto lui. Il compromesso sui "quattro saggi" è stato giudicato "umiliante" dal diessino Massimo D'Alema; e "pilatesco" e "non decoroso" perfino dal leghista Alessandro Cè. Ma soprattutto, chiama in causa la Commissione e coinvolge Palazzo Chigi. L'opposizione italiana insiste su una sorta di "peccato d'origine" di Berlusconi sulle questioni giudiziarie, nella scia di quanto ha detto ieri a Strasburgo il capolista socialista Martin Schultz: lo stesso cui il premier l'anno scorso aveva dato del "kapò" nazista in Aula, reagendo alle sue critiche.
Per questo si è parlato anche di una vendetta dell'europarlamentare tedesco. Ma sono spiegazioni parziali, rispetto ad una situazione di incertezza e di indebolimento complessivo della Commissione fin dai suoi primi passi: una delegittimazione che il caso Buttiglione e la soluzione pasticciata hanno aggravato, ma non provocato. D'Alema vede un "rischio di frattura" con il Parlamento Ue. E sposta la questione sul piano politico. "Al di là delle parole di Buttiglione", sostiene, "c'è in molti Paesi europei preoccupazione per le scelte del governo Berlusconi sulla giustizia. E' un governo che sta ostacolando gli accordi sul mandato di cattura europeo".
Sulla carta, Barroso è sostenuto da una coalizione maggioritaria. E, nonostante le bordate del centrosinistra, incassa gli auguri del suo predecessore Romano Prodi, capo dell'opposizione in Italia. "Mi auguro" dice "che alla firma della Costituzione, la Commissione presieduta da José Manuel Barroso sia presente nella sua pienezza e con tutti i commissari". La firma è prevista il 29 ottobre, a Roma. Comunque vada, la capitale italiana si troverà al centro di un'attenzione speciale e, si teme, non proprio benevola.
Soru: "Via gli Usa dalla Maddalena"
Pier Giorgio Pinna su la Repubblica
LA MADDALENA - Nei giorni scorsi un primo affondo: "Il patto segreto che ha consentito la nascita del punto d'approdo per la Us-Navy sull'isola di Santo Stefano dev'essere reso pubblico". Ieri l'assalto finale: "Lo dico in amicizia: è arrivato il momento nel quale è necessario che gli americani abbandonino la base per i sommergibili nucleari". Appena conclusa la visita nell'arcipelago del Nord Sardegna al distaccamento della marina statunitense durata quasi tutta la giornata, il nuovo presidente della giunta regionale sarda, Renato Soru, non ha nascosto le sue convinzioni: "Abbiamo fatto la nostra parte per 32 anni, ci sentiamo come un esercito rimasto al fronte per tanto tempo e che adesso ha bisogno di un ricambio".
Nelle ore precedenti Soru si era incontrato con i rappresentanti del ministero della Difesa italiano e della presidenza del Consiglio e con i vertici di marina, esercito e aeronautica del nostro Paese. Le stesse parole pronunciate in una conferenza stampa al termine della visita sono state poi ripetute dal capo del governo regionale davanti a una folla raccolta nell'aula consiliare del Comune della Maddalena, che ha risposto alle dichiarazioni con un lungo applauso.
"Le servitù militari sono uno dei temi in agenda trattati durante l'incontro con Silvio Berlusconi", ha poi aggiunto, ricordando come anche il poligono di Capo Teulada, nell'estremità sud occidentale dell'isola, debba essere dismesso in virtù di un'intesa firmata nel 1987 dall'allora presidente della Regione Mario Melis e dall'allora ministro della Difesa Spadolini. "Quell'impegno è stato disatteso - ha ricordato - Ora noi vogliano riproporlo in un contesto di riduzione del territorio riservato alle servitù militari".
Soru ha poi riaffermato l'esigenza di garantire un'azione di monitoraggio costante per eliminare ogni dubbio relativo alla presenza di radioattività alla Maddalena. Di recente, soprattutto dopo un incidente a un sommergibile nucleare americano a poca distanza dalla base appoggio, sono infatti riemerse preoccupazioni circa i livelli d'inquinamento radioattivo E alcune indagini indipendenti hanno mostrato come effettivamente siano stati rilevati tassi preoccupanti di sostanze fortemente nocive nelle acque marine.
In Sardegna la presenza dei soldati è di fatto imponente: quasi 38mila ettari, il 60 per cento di tutte le servitù militari italiane, si trovano infatti nell'isola, sottratti sin dal Dopoguerra agli usi civili. Si tratta, come ha rammentato lo stesso Soru, di ridistribuire questo peso e, nel caso della Us-Navy e dell'accordo bilaterale tra il Pentagono e il governo italiano circa La Maddalena, di rinegoziare la presenza americana.
Per quanto possa apparire paradossale, mentre cresce la protesta e nonostante la pronuncia negativa del comitato misto paritetico Stato-Regione, un recente piano di ampliamento della stessa base non conosce soste. Si parla dell'arrivo di altri marines, che dovrebbero così passare in breve tempo da 2500 a oltre 4000 uomini e della modernizzazione di una serie di approdi.
Un progetto complessivo che prevede alla fine la costruzione di infrastrutture fisse, attorno alla nave appoggio per i sommergibili nucleari Emory Landi, per un totale 57 mila metri cubi. Davvero un processo anacronistico e quasi surreale in un'area ambientale tra le più suggestive del Mediterraneo che di recente è stata trasformata in un grande parco naturale.
USA: la sanità "scontata" per cattolici rigorosi
Massimo Gaggi sul Corriere della Sera
Mentre in un'Europa in cui prevalgono gli atteggiamenti laici, il richiamo alle radici cristiane non trova spazio nella Costituzione e il caso Buttiglione alimenta scontri politici e discussioni su come far coesistere relativismo etico e cristianesimo radicale, l'America trasforma la fede addirittura in campo di battaglia elettorale: Bush e Kerry si sfidano anche dai pulpiti delle chiese, reclutano sacerdoti cattolici e pastori protestanti nei loro "team", si procurano in parrocchia l'indirizzario dei fedeli. Ma negli Stati Uniti il contesto è assai diverso: il radicalismo conservatore di questa Amministrazione è penetrato in vasti settori della società, ha investito politica, etica e religione, fino a portare i temi della fede nel territorio dell'economia. La Casa Bianca cerca da tempo nuovi terreni per iniziative politiche a favore delle fedi - esiste un apposito fondo di un miliardo di dollari - e ora ha deciso di offrire ai lavoratori del pubblico impiego un'assicurazione sanitaria costruita su misura per i cattolici.
Unico vincolo: i dipendenti in questioni devono comportarsi davvero da cattolici rigorosi, almeno nei campi in cui hanno rilevanza le prestazioni sanitarie.
Il programma, che comincerà a funzionare a novembre in Illinois e Michigan, si basa su uno schema semplice: in America la salute si tutela con polizze assicurative basate su un piano di servizi garantiti. Chi ne vuole di più, paga di più. Se un gruppo di cittadini si impegna a non usare una certa gamma di prestazioni - contraccezione, aborto, inseminazione artificiale, sterilizzazione - perché non offrirgli uno sconto? Tecnicamente il ragionamento fila, ma è la prima volta che una prestazione economica viene esplicitamente associata a materie di fede.
Se quello delle polizze cattoliche è un sentiero nuovo che non è ben chiaro dove porterà, il clima culturale che si è andato diffondendo con l'attuale Amministrazione ha già spinto alcune organizzazioni di matrice cristiana ad appellarsi ai tribunali per vedersi riconosciuto il diritto di non pagare i contributi sanitari ai propri dipendenti per la parte relativa alla contraccezione. I giudici della California hanno già rigettato il ricorso di alcune opere pie di Sacramento, attive nei servizi assistenziali. Queste organizzazioni caritatevoli, che si sono poi appellate alla Corte Suprema, sostengono che obbligarle a pagare anche per la contraccezione equivale a violare il libero esercizio della religione, protetto dal Primo emendamento della Costituzione. I giudici supremi (nessuno dei quali nominato con Bush presidente) hanno respinto il ricorso, senza commenti. Qualche mese fa, però, la Corte aveva rigettato un altro ricorso contro la legge sulla contraccezione, rilevando che le chiese sono già esentate dalla sua applicazione, mentre le altre organizzazioni di ispirazione cattolica hanno dipendenti che nella stragrande maggioranza dei casi cattolici non sono.
Bush promette che, se resterà alla Casa Bianca, cambierà a fondo la Corte. Forse anche questo giudizio verrà ribaltato. Per ora i riflettori sono tutti sulle elezioni presidenziali che in molti Stati sono accompagnate da referendum per mettere al bando i matrimonio tra gay. In un'America politicamente sempre più divisa e col fronte progressista da tempo sulla difensiva, le questioni etiche rischiano di costare care a Kerry.
22 ottobre 2004