
sulla stampa
a cura di P.C. - 21 ottobre 2004
Finanziaria: ingiustizia e falsità
Laura Pennacchi su l'Unità
Il surrealismo che ammanta la Finanziaria per il 2005 sta emergendo in tutta la sua inquietante portata. Ogni giorno di più si ingarbuglia la matassa creata dal duo Berlusconi-Siniscalco, a partire dal tentativo di mascherare la drammatica realtà dei "tagli" alla spesa chiamandoli "tetti", per arrivare alla disgiunzione temporale tra manovra finanziaria e misure per lo sviluppo. Una disgiunzione fatta a bella posta per non consentire di valutare la credibilità dell'una e la solidità delle altre, che pure dovrebbero contenere la controversa riduzione della pressione fiscale.
Fin qui ci si è chiesti quando e quanti emendamenti sarebbero stati presentati dal governo sugli sgravi fiscali, sui quali impazza una girandola di ipotesi di per sé lesiva della dignità del Parlamento, tenuto all'oscuro di tutto, senza che tuttavia si sia riusciti ad occultare che essi - contengano o no il contributo di solidarietà sui benestanti (in sostanza una quarta aliquota IRE, da aggiungere a quelle al 23, al 33 e al 39 per cento) - saranno inevitabilmente a vantaggio dei più ricchi e a penalizzazione dei ceti medi, oltre a essere più che neutralizzati dai numerosi aggravi di imposta contenuti in altre parti della manovra e dall'inevitabile incremento dell'imposizione locale.
Ora, secondo alcune informazioni, sembrerebbe che nel governo serpeggi addirittura la tentazione di ricorrere prestissimo al voto di fiducia sull'intero testo della Finanziaria non appena questa verrà inviata (entro il 4 novembre) all'aula della Camera, una volta terminato l'esame della Commissione Bilancio alla quale, tanto per darsi una patina di rispettabilità istituzionale, verrebbe consentito invece un lavoro disteso. Si tratterebbe di un atto di una gravità inaudita, un vero e proprio esproprio delle funzioni e dei poteri del Parlamento, la cui risposta non potrebbe non essere di portata altrettanto straordinaria.
Del surrealismo che quest'anno ha contraddistinto fin dall'inizio la sessione di bilancio hanno offerto testimonianza le severe analisi delle istituzioni - Corte dei Conti e Banca d'Italia in primo luogo -, la rivolta delle regioni e degli enti locali, le profonde insoddisfazioni delle categorie, le proteste delle organizzazioni sindacali che sulla contestazione del complesso della politica economica e sociale del governo basano il ritrovato slancio unitario.
È dilagato il dubbio che il surreale esercizio pirotecnico a cui è stata data vita serva proprio a ridare alimento alla sfibrata possibilità dell'inganno illusionistico, con lo sguardo rivolto alle prossime scadenze elettorali e alla cattura demagogica del consenso piuttosto che al bene della nazione. Il surrealismo, intanto, ha già prodotto seri guasti, essendo stato utilizzato per disseminare nella Finanziaria, insieme ad aspetti di vaghezza, gravi aspetti di illegittimità. Su questi è bene non sorvolare, anche perché sono proprio essi a gettare molte ombre sulla efficacia della manovra e dunque sulla sua credibilità, ombre amplificate dallo svuotamento a cui si sono già massicciamente impegnati vari esponenti del governo, capeggiati dallo stesso presidente del consiglio.
Condono, il Tesoro gela le attese
Roberto Petrini su la Repubblica
ROMA - Forza Italia punta i piedi sulla riduzione delle tasse e annuncia un "no tax day" per dicembre mentre in Parlamento avanza il pressing per un nuovo condono fiscale, che viene però subito smentito da Domenico Siniscalco, ministro del Tesoro. Il partito del premier ieri è uscito allo scoperto con la sua proposta, più radicale di quella elaborata dal Tesoro e ancora di più di quella di An. Gli "azzurri" vogliono tre aliquote al 23, 33 e 39 per cento ma con lo scaglione centrale, per i ceti medi, più alto di quello del Tesoro (il 33 per cento si pagherebbe fino a 40 mila e non solo fino a 33 mila, mentre per beneficiare del 39 si dovrà arrivare oltre i 40 mila e non fermarsi ai 33 mila euro di reddito). Forza Italia propone anche di alzare, seppure con gradualità e tenendo conto di detrazioni e deduzioni per la famiglia, la "no tax area" che sarebbe portata a 10 mila euro (contro i 7.500 della proposta del Tesoro). Palle incatenate contro la proposta di Gianfranco Fini, cioè della quarta aliquota da collocare al 43 per cento per far pesare sui più ricchi, cioè sui redditi oltre i 500 mila euro. "E´ importante - ha detto il responsabile economico di Fi Luigi Casero nel corso di una conferenza stampa - che l´aliquota più alta sia sotto l´aliquota del 40 per cento". Il costo della manovra di Fi, che propone anche di reiterare il blocco delle addizionali Irpef locali, è valutato in 5 miliardi. Secondo i calcoli del Tesoro, avanzati nei giorni scorsi, la sola "no tax area" a 10 mila euro costerebbe più di tutti i 6,5 miliardi.
Intanto il Parlamento continua a strapazzare la Finanziaria: si annunciano oltre 100 emendamenti di An: abrogazione del rincaro degli estimi e della polizza anti-calamità; no all´automatismo per gli studi di settore; 200 milioni di gettito in più sulle sigarette; modifiche sul lotto e per i Comuni. La Commissione Ambiente ha espresso parere negativo, alla unanimità, sulla polizza obbligatoria anti-calamità e il presidente dell´Antitrust Tesauro è sembrato annunciare un parere negativo. La Commissione Finanze ha bocciato, nel suo parere, gli automatismi per l´aggiornamento dei ricavi degli studi di settore (inoltre ha chiesto che gli accertamenti non siano allargati ai contribuenti passati alla contabilità ordinaria). La Commissione Giustizia ha invece dato il semaforo rosso all´introduzione di un bollo di 30 euro per i processi sotto i 1.100 euro (liti condominiali e infortunistica stradale) fino ad oggi gratuiti. "Si rinnega la manovra di Siniscalco", ha detto Ventura (Ds).
Regionali, mine da Mastella e Bossi
Paola Orefice su Il Messaggero
ROMA - Grane nel centrodestra. Problemi nel centrosinistra. Le candidature per le elezioni regionali nell'aprile del prossimo anno stanno mettendo in difficoltà Casa delle Libertà e Grande alleanza democratica. Ma è il Polo, con la Lega di traverso che rivendica la presidenza della regione Lombardia, ad avere i problemi più concreti. Almeno rispetto alla Gad che vede scalpitare l'Udeur Clemente Mastella che punterebbe alla presidenza della Puglia con Ida Dentamaro.
Ufficializza la richiesta di un leghista quale governatore della Lombardia al posto dell'uscente Roberto Formigoni, Alessandro Cè. Il capogruppo dei deputati del Carroccio spinge. E forte: "La Lega può rivendicare legittimamente una grossa posizione di visibilità visto che è determinante al Nord, quindi non è una ipotesi astratta la richiesta di una candidatura leghista alla regione Lombardia". In merito già si pensa a Roberto Maroni o a Roberto Castelli. Cè sostiene che la Lega, messa alle strette, potrebbe presentare un candidato in concorrenza con Formigoni perchè "una volta attuato il federalismo c'è bisogno di una persona che ne favorisca l'attuazione nella realtà amministrativa e cosa c'è di meglio di un presidente di Regione".
Ferma su Formigoni è Forza Italia. Il vicecoordinatore Fabrizio Cicchitto sostiene: "Ci rifletteremo sopra ma ricordo che la Lega già avanzò una richiesta a cui fu data soddisfazione, il Friuli". Inoltre Formigoni "ha tutte le carte in regola per essere ripresentato". Attacca Maurizio Lupi, responsabile territoriale di FI: "Non vorrei che fossimo di fronte ad un'involuzione partitocratrica della Lega". C'è anche chi come Maurizio Bernardo, coordinatore milanese di FI, ricorda come "nel 2000 la Lega non fu determinante per la vittoria. Non vedo come possa diventarlo ora". Ricorda il capogruppo lombardo Giulio Boscagli la candidatura del leghista Massimo Zanello in contrapposizione a Ombretta Colli alle scorse provinciali a Milano. Anche Ignazio La Russa, coordinatore di An, pensa che la richiesta del Carroccio "può non essere pertinente", invitando gli alleati a non aprire "l'ufficio complicazioni cose semplici" dove "è pacifico" che venga confermato "un candidato forte e sicuro" come Formigoni".
Nel centrosinistra mentre Mastella scalpita per ottenere una regione del Sud, preferibilmente la Puglia, e minaccia che se continua senza accordo si "rischia di finire male", Rifondazione comunista candiderebbe per la presidenza della regione Puglia in contrapposizione a Fitto (CdL) Nicky Vendola. In ogni caso, come richiesto da Prodi, la Gad completerà entro fine ottobre le candidature. Per ora sarebbero 6 le regioni dove c'è una soluzione condivisa da tutti: il Lazio con Piero Marrazzo; l'Emilia Romagna con il ds Vasco Errani; la Liguria dove correrà il ds Claudio Burlando; l'Umbria con la presidente uscente Maria Rita Lorenzetti dei Ds; la Toscana con il ds Claudio Martini. E le Marche dove ci sarebbe un accordo sul dl Gianmario Spacca. I nodi più intricati sarebbero in Piemonte e Lombardia. Per il Piemonte sono in campo due ipotesi: il segretario della federazione regionale Ds, Pietro Marcenaro, e il coordinatore regionale della Margherita, Gianfranco Morgando. Situazione spinosa in Lombardia: per ora si fanno i nomi di Umberto Veronesi, Gianni Rivera e Giuliano Pisapia (Prc), ma non si escludono sorprese. Un caso a parte è costituito dalla Campania, dove è data ormai per certa la conferma di Antonio Bassolino che però, secondo esponenti a lui vicini, non sarebbe proprio entusiasta di questa prospettiva.
Riduzione delle deleghe
Buttiglione non dice no
Roberto Zuccolini sul Corriere della Sera
ROMA A Bruxelles si consuma la battaglia delle deleghe in attesa del verdetto finale. E Rocco Buttiglione? Lui se ne sta a Roma, nel suo ufficio di ministro. Non ha ancora mollato, anche se fa capire che alla fine qualcosa dovrà mollare. Nel senso che la logica, sua e soprattutto di Silvio Berlusconi, porterebbe a fargli accettare una ridisegnatura delle sue competenze. Ma non ha ancora deciso, anche perché finora nessuno gli ha fatto una proposta ufficiale per risolvere il pasticcio in cui "si è messo da solo", secondo alcuni, "l'hanno messo apposta", secondo altri.
Per tutta la giornata circolano le voci: riduzione delle deleghe, eliminando quelle che riguardano le Libertà. O addirittura un cambio di portafoglio, cosa caldeggiata da liberali e socialisti. Lui ascolta da Roma. Gli arriva anche la notizia che si parla del Mercato Interno, incarico prestigioso anche se già promesso all'irlandese Mc Creevy, assolutamente "altro" dalle attuali deleghe e con l'handicap che bisognerebbe ricominciare tutto da capo, comprese le audizioni. E lui? "Per ora dice ai suoi collaboratori metto a postole carte della mia scrivania, c'erano troppi dossier da sistemare". Le ore però passano. A fine mattinata l'esuberante voglia di ordine sembra confermare l'addio alla poltrona romana: "Devo lasciare cose ben fatte al mio successore". A tarda sera invece lascia pensare a un colpo di scena: "Metto in ordine prima di tutto per me stesso. Non voglio ritrovarmi di fronte a situazioni troppo ingarbugliate". Resterà? Ma davvero?
No, al momento l'ipotesi sembra piuttosto peregrina. Anche perché il presidente del Consiglio, che si è proposto suo garante sin dall'inizio della querelle su diritti dei gay, donne, famiglia e quant'altro, lo ha sentito anche ieri, giornata di intense trattative. E lo ha fatto per rassicurarlo. Anche perché Berlusconi ha tutto l'interesse di risolvere il caso e non lasciarlo aperto alla vigilia della firma romana del Trattato sull'Europa. Per non parlare della situazione complicatissima, per il suo governo, di un Buttiglione che scegliesse di restare a Roma, appunto nel suo ufficio di ministro delle Politiche comunitarie: altroché "rimpastino".
Certo, un compromesso proposto da Barroso, se accettato da socialisti e liberaldemocratici e avallato da Berlusconi, potrebbe portare alla sottrazione non indolore di alcune deleghe. E a questo sta pensando Buttiglione, anche se è tormentato da una scelta comunque non facile. Dal suo ufficio romano dice significativamente che continua a nutrire "massima fiducia" in Barroso. E ai suoi dispensa battute del tipo: "Assicuro, non l'ho fatto apposta. Ma almeno per un po' di giorni ho fatto parlare di fede all'Europa".
La giornata non era cominciata bene. Per via di un articolo sul Daily Telegraph che parlava di un'indagine su Buttiglione, avviata tempo fa e poi archiviata: una presunta vicenda di riciclaggio di denaro a Montecarlo. Immediata la risposta del commissario in pectore che decide di querelare il giornale inglese: "Hanno rimestato vecchi articoli pubblicati anni fa da media italiani che, a loro volta, avevano lasciato cadere l'argomento per la mancanza di conferme". Poi l'attesa "fiduciosa" ma sempre più impaziente di ciò che verrà da Bruxelles.
Chi gioca con le Br
Bruno Gravagnuolo su l'Unità
In fondo è il solito giochino. Dividere l'opposizione in buoni e cattivi. Tra legalitari riformisti e perniciosi massimalisti. Con i primi, ben intenzionati a risolvere in spirito "bipartisan" i problemi. E i secondi, volti ad alimentare odio, violenza, terrorismo. Ancora una volta le tardive rivelazioni sui files della Banelli - 30 schede, 3000 pagine - si prestano a meraviglia, per criminalizzare tutta l'opposizione (malgrado tra le vittime potenziali delle Br ci siano oppositori come Letta, Visco, Passigli!). E per delegittimare anche la parte più "ragionevole" di essa, a motivo del suo essere "inquinata" e inabilitata. Ricattata insomma dalle spinte più radicali, nonostante la sua buona volontà. In mezzo naturalmente, e come al solito, c'è la Cgil. Infiltrata, irresponsabile, ostinata a non volere la politica dei redditi del governo, la legge 30 e l'abolizione dell'articolo 18. Le battaglie sul quale sarebbero state un brodo di cultura del partito armato, o giù di lì.
Non siamo più, è vero, alle torbide accuse di Berlusconi di un tempo: "Terrorismo? Regolamento di conti a sinistra". E nemmeno a certi indegni fervorini "terzisti" con cui dalle colonne del Corriere si accusò addiritura Cofferati di viltà sull'omicidio Biagi. Ma il leit-motiv è sempre lo stesso. Da una parte, si legge di nuovo sul Giornale e Libero, ci sono i riformisti. Quasi un "cavalierato" sacro e insindacabile. Elargito dall'alto da chi comanda, propone e dispone. Fuori e contro invece, i malnati. I criptoterroristi, e con riferimento particolare all'area pacifista, cattolica e laica. Quinta colonna non solo dell nuove Br, ma persino di Al Qaeda. Sentite quel che scrive amabilmente Renato Farina in una furente paginata di Libero: "Indicammo nei campi antimperialisti di Assisi il luogo di proselitismo e di amplificazione ideologica dell'epoca da rivoluzione armata. Il tempo mostrerà come la cattura e l'assassinio di ostaggi italiani sia passata da questo tipo di movimenti". E ancora: "Attraversa quei luoghi, la nuova pericolosissima strada di congiunzione tra uomini delle Brigate Rosse o simili con il terrorismo islamico". Non male come seminagione d'odio "riformista". Che ha di mira uno scopo preciso. Isolare nell'immaginario collettivo la sinistra non partitica e di movimento, schiacciandola al muro dell'infamia. E dividere i riformisti di sua Maestà, dai riformisti d'opposizione. Rispolverando una distinzione vetusta e bugiarda, spazzata via dalla storia della sinistra occidentale, e ormai da decenni: quella tra massimalisti e no.
Sì, perché il punto è proprio questo. Vogliono un'opposizione a loro immagine e somiglianza. E reclamano un "potere battesimale" che separi l'opposizione consentita da quella vietata. La giusta condotta parlamentare e politica, da quella potenzialmente terroristica. Parlano in tal senso le accuse a Prodi, un dì "maschera di D'Alema" e oggi "maschera di Bertinotti", che osa volersi contrapporre nettamente, tanto alla devastazione premierale della Costituzione, quanto alla finanziaria.
L'Italia degli immigrati
I regolari sono 2,1 milioni
Dino Martirano sul Corriere della Sera
ROMA Mentre il Senato approva il decreto correttivo della Bossi-Fini, che prevede più garanzie per le espulsioni ma anche manette più facili per i clandestini, il ministro dell'Interno snocciola alla Camera le ultime cifre sull'immigrazione: "Gli stranieri che oggi soggiornano regolarmente in Italia sono 2.193.999". Ma Giuseppe Pisanu, che pure deve affrontare l'ingorgo nelle questure intasate dalle pratiche dei rinnovi dei permessi di soggiorno, si preoccupa anche di quel bollettino quotidiano fatto di irregolari, sbarchi e tragedie in mare.
QUOTE EUROPEE "Questi non li ferma nessuno. Sono padri di bambini affamati che vengono qui perché da noi c'è il pane", si sfoga il ministro in un corridoio di Montecitorio: "E l'unico modo per fermare l'immigrazione clandestina è quello di favorire quella legale". C'è una logica in tutto questo, insiste un Pisanu più loquace del solito, che parla di "un problema molto complesso da affrontare". La logica, dunque: "Mi rendo conto che le quote europee non vanno bene perché costringono alcuni Paesi ad accollarsi un peso che non possono sopportare. Dobbiamo ragionare diversamente: l'Italia potrebbe garantire quote crescenti di immigrazione legale a quei Paesi che assicurano accordi di riammissione per gli irregolari che arrivano qui da noi".
Pisanu è dovuto tornare alla Camera per rispondere sui ritardi per il rilascio dei permessi di soggiorno: "In America ci vogliono anche due anni, ad Arezzo 15 giorni anche se so bene che Arezzo non è l'Italia...". I conti di Pisanu si basano su milioni di pratiche: "I permessi in scadenza quest'anno sono 1.316.179. Quelli rinnovati, aggiornati o rilasciati ex novo dal 1 gennaio ad oggi sono 1.147.194. Le pratiche giacenti nelle questure sono 260 mila". Ma, visto che il rinnovo del permesso di soggiorno è annuale, presto tutti si rimetteranno in fila.
Il ministro accredita un'attesa media di 113 giorni, con punte di efficienza a Prato (15 giorni) e ingorghi pazzeschi a Roma (11 mesi). Un anno di attesa a Roma, Milano e nelle altre grandi città durante il quale la badante, il giardiniere e l'operaio non possono tornare nei rispettivi Paesi, con l'unica eccezione dei lutti in famiglia, per le ferie. Se lo fanno perdono tutto. Ma per Pisanu qualcuno sta soffiando sul fuoco: "Qualche anima pia cerca persone da tesserare nei partiti e nei sindacati. C'è chi dice: "Tesserati da me che poi la pratica per il rinnovo del permesso te la seguo io...".
IL COLLASSO Così nei piani del Viminale che assiste al collasso delle grandi questure ci sono le Poste o altri "concessionari di pubblici servizi", che presto potrebbero raccogliere le domande e riconsegnare le risposte agli interessati. Come anticipato dal Corriere della Sera, ieri il Senato ha approvato un emendamento sollecitato dal governo al decreto correttivo della Bossi-Fini che apre le porte alle Poste, l'unica rete capillare ed affidabile di sportelli già in grado di "dialogare" con le banche dati di questure e prefetture. Qualcuno al ministero ha pensato anche ad Ancitel, la rete dell'associazione dei comuni, o alle grandi banche che gestiscono le esattorie. Ma il problema è temporaneo: "L'aiuto esterno per i rinnovi riguarderà solo la prima fase perché entro 3 anni prevediamo di arrivare a un modello definitivo basato sulla collaborazione tra prefetture, questure e comuni, con costi decrescenti per gli immigrati".
Garanzie anche per loro
Tito Boeri su La Stampa
Sono due milioni e duecentomila gli immigrati che oggi risiedono con un regolare permesso di soggiorno in Italia, come ha ricordato proprio ieri il ministro Pisanu. Contribuiscono già oggi a circa il 6% del nostro prodotto interno lordo. Svolgono per lo più lavori da cui gli italiani rifuggono, come la conceria delle pelli o la raccolta dei pomodori. Bassi salari anche se magari hanno un diploma di scuola secondaria o, addirittura, una laurea. Tappano le falle del nostro sistema di protezione sociale, fornendo assistenza agli anziani non autosufficienti a costi accessibili. E quando non spinti a lavorare in nero, contribuiscono a pagare le nostre pensioni.
Ma sono ancora in molti a guardare con diffidenza, se non con aperta ostilità, a una risorsa così importante per la nostra economia. Secondo i sondaggi Eurobarometro, quasi un italiano su due ritiene che gli immigrati abusino dei nostri servizi sociali. Vero? Solo in minima parte e per colpe in gran parte nostre. Non è vero che gli immigrati ricevano in Italia più trasferimenti sociali degli italiani. Dato che risiedono quasi tutti in aree dove la disoccupazione è più bassa e sono molto più giovani dei nostri connazionali, la percentuale di chi non lavora tra di loro è più bassa che tra gli italiani. Portano via tempo alle nostre amministrazioni i controlli dei permessi di soggiorno. Ma questo è un costo evitabile, voluto dalla legge Bossi-Fini che impone controlli eccessivi, onerosi non solo per le nostre burocrazie, ma soprattutto per gli immigrati. In alcuni casi, è vero, portano via posti agli asili nido, perché hanno redditi più bassi, più figli e, quindi, passano davanti agli italiani nelle graduatorie. Talvolta anche gonfiano le classi in cui mandiamo i nostri figli e, anche per ritardi nell'imparare la nostra lingua, sono di freno al completamento dei programmi. Ma anche questi sono problemi risolvibili se affrontati per tempo.
Il fatto è che mentre gli immigrati hanno investito per venire da noi, sostenendo costi economici e umani molto elevati, noi non abbiamo fatto altrettanto. Eppure dal successo della loro integrazione in Italia dipenderà non poco del nostro futuro. Più rapida la loro integrazione, più grande il beneficio, anche solo fiscale, che otterremo dalla loro presenza. Perché immigrati che si integrano rapidamente possono accedere a lavori che generano più valore aggiunto, che pagano più contributi, sono più stabili e li incoraggiano a investire essi stessi nell'integrazione loro e dei loro figli, con meno rischi di finire intrappolati nel lavoro nero e di continuare a parlare un'altra lingua.
Dobbiamo poi investire di più nei figli, nostri e degli immigrati. Ciò significa più asili nido e meno sprechi di risorse in bonus figli annunciati all'ultimo minuto e interrotti dopo un anno, non in grado perciò di incoraggiare la fertilità e offerti anche a chi non è in condizione di bisogno. Mentre gli immigrati che non sono cittadini dell'Unione Europea, gli unici che forse beneficerebbero davvero di questi trasferimenti, vengono esplicitamente esclusi dall'accesso al bonus figli.
Fra dieci giorni a Roma verrà formalmente approvata la Costituzione Europea. Sancisce il diritto di chiunque risieda e si sposti legalmente all'interno dei confini dell'Unione di ricevere protezione sociale. E' un principio giusto. Non solo sul piano dell'equità. Escludendo gli immigrati dalla protezione sociale si finisce unicamente per spingerli al lavoro nero e ritardarne l'integrazione.
Il telescomando
Spegne tutte le tv che incontra
Aldo Grasso sul Corriere della Sera
Un gioco? Una minaccia? Uno strumento di rieducazione? Si chiama Tv-B-Gone e si presenta come un nuovo telecomando. Anzi, sarebbe più giusto chiamarlo "telescomando" perché la sua funzione principale è di oscurare i televisori accesi che incontra sul suo cammino.
Grande quanto un portachiavi, Tv-B-Gone racchiude in un chip un patrimonio di duecento codici grazie ai quali riesce a spegnere mille diversi modelli di televisori. Il suo inventore, Mitch Altman, sostiene che il micidiale dispositivo è un'arma di liberazione.
Uno entra in un bar e viene invaso dal frastuono di una partita di calcio: zac, un colpetto di "telescomando" e il video si annerisce in una manciata di secondi. Così negli aeroporti, nelle sale d'attesa, nelle case degli amici, nelle abitazioni di vicini di casa particolarmente fastidiosi: zac e la conversazione rinasce finalmente affrancata dall'oppressione televisiva; zac, e il silenzio regna tonificante! A metà strada fra le teorie di Ned Ludd (quello che sabotava i telai meccanici ai tempi della prima rivoluzione industriale) e di Karl Popper (quello di "Cattiva maestra televisione"), il nostro Mitch Altman sogna "un mondo in cui la nostra coscienza non sia costantemente invasa dal flusso televisivo".
Siccome alla tv non si può dire "silenzio!" ed è difficile invitarla a tacere, lui ha pensato bene di staccarle la spina, senza chiedere permesso. Per un istante, s'immagina, visto che molti non gradiranno l'intrusione pedagogica. Al momento il "telescomando" costa 14,99 dollari (come usa negli Usa, mai prezzo pieno) e si sta rivelando un vero affare; ne esiste anche una versione europea che si compra sul web a 15 dollari.
Quelli dal simbolo facile avevano individuato nel telecomando il nuovo simulacro del potere familiare: la bottoniera impartiva sì ordini all'apparecchio televisivo ma, per processo metonimico, anche all'intera famiglia. Nel territorio dei colti il telecomando era stato subito surrealismo, un'incarnazione del postmoderno: strumento dello spettacolo totale, affossatore dei tempi morti, artefice principale dello stile narrativo del nostro tempo. E così, quasi per incanto, il telecomando era diventato un potente mezzo di creazione che apriva vie traverse a collages unici e irripetibili nel territorio domestico. Adesso arriva questo Altan col il suo "telescomando", un illuminista alla rovescia: oscura per riportarci alla ragione.
I travestimenti del Cavaliere
Giulio Anselmi su la Repubblica
Si è sprecata molta retorica sull´ultimo Berlusconi, emerso, tirato a lucido, dalle vacanze nel mar di Sardegna. Lo stile meno nevrotico ed aggressivo, l´atteggiamento cauto e pacato hanno indotto a un´immediata equazione: toni nuovi, politica nuova. Come se dalla sconfitta elettorale di giugno e dalle successive baruffe nel centro-destra non fossero passate soltanto poche settimane, qualcuno ha voluto vedere nel cambiamento una vera rivoluzione, altri, più prudentemente, l´inizio di una stagione di mezzo, dopo la fase eroica del berlusconismo e in attesa di nuovi equilibri con sullo sfondo, chissà, il Quirinale.
L´equazione, però, era indimostrata. Di incontrovertibile c´è soltanto il rovesciamento della strategia di comunicazione del Cavaliere, consapevole di dover recuperare competitività al mercato della politica, ritrovando la sintonia con l´opinione pubblica; di consueto c´è l´incapacità dei suoi avversari di sparigliare le carte. Era già successo la scorsa primavera, quando Berlusconi cercò di prendere d´assalto le urne a colpi di populismo mediatico e il centro-sinistra si adeguò ai suoi toni, impressionato dal cannoneggiamento di interviste tv, conferenze-stampa, interventi radiofonici, spaventato dal premier in modello "bossizzato", senza capire che era vittima di un incattivimento che gli faceva dimenticare i fondamentali dettami del marketing: includere, non escludere. Ed è puntualmente capitato di nuovo col leader in versione "centrista": l´opposizione ancora una volta è stata colta di sorpresa, incapace di non stare al gioco.
Vicende come il rapimento delle due Simone hanno favorito l´edificazione del Berlusconi autunnale, serio e sobrio, apparentemente generoso: capace di attenzioni umane, come quella di cedere il passo per il primo abbraccio ai genitori delle due ragazze; e perfino disposto a sorvolare con nonchalance sulle loro dichiarazioni maldestre. Venti giorni di "unità nazionale", tanti quant´è durata la prigionia, sono apparsi la riprova della disponibilità al dialogo di un capo del governo-pater familias, che mostrava pubblicamente di augurarsi la riedizione della stessa intesa con l´opposizione su altri terreni e in altre occasioni.
Di diverso c´era solo la tattica. Non ha senso interrogarsi su quale sia l´incarnazione più aderente al vero: il Cavaliere è sempre lo stesso, nei centomila travestimenti che possono servirgli a raggiungere i suoi scopi. Ha capito che "la gente vuole vederci compatti, altrimenti ci punisce" e si è adeguato.
Sarà una battaglia difficile, anche se gli alleati sembrano aver perduto l´energia con cui rivendicavano un ruolo più autonomo e il centro-sinistra continua a fornire, con le sue divisioni, una efficace copertura alle manovre governative. Come sempre accade, soprattutto in tempi di congiuntura cattiva, gli italiani si sono inoltrati in una lunga stagione elettorale guardando al proprio portafoglio. E questa è una delle ragioni per cui il premier ha abbandonato le fanfaluche sulla crescita per parole più misurate. Ma qui i toni bassi non bastano: la propensione alla propaganda lo tradisce, facendogli dimenticare che i numeri sono l´unico linguaggio universale.
Per questo ha fatto bene Prodi, malgrado le resistenze di un malinteso riformismo, a scegliere la Finanziaria come primo terreno di scontro da capo dell´opposizione: la legge con tutto quel che contiene, compreso il boomerang fiscale, è oggi la sintesi e il simbolo di una politica da battere perché ha gravemente deteriorato le condizioni del paese. E, bandana o cilindro, sui numeri non si può mentire, a lungo, troppo spudoratamente.
La saga fotografica del Cavaliere
Filippo Ceccarelli su La Stampa
Continua la saga fotografica berlusconiana, vera e propria somministrazione controllata di immagini destinate a catturare gli sguardi e quindi ad accrescere la leggenda ipnotica del Cavaliere.
Stavolta si tratta di un riutilizzo d'intimità perché le foto, secondo il rotocalco Mediaset "Chi", che ha avuto l'esclusiva, escono dallo "straordinario album personale" del presidente e si riferiscono a un passato in verità piuttosto remoto. Ma è questo il bello, e forse proprio qui sta il senso politico-visuale dell'operazione. Si vede infatti Berlusconi neonato e nudo su un cuscino (ma tagliato); poi Berlusconi bambino con la riga che parla al telefono (finto) e il Berlusconi con il cappellino; c'è l'adolescente in smoking che canta sulle navi; meno visto, sempre nel servizio, lo studente modello; un po' da fotoromanzo il bell'imprenditore capellone, una specie di Lando Fiorini in versione tenebrosa. In tutto sono 14 istantanee, più una di mamma Rosa a trent'anni (molto bella).
Ma due su tutte paiono designate ad accendere la fantasia del pubblico, principalmente femminile. Nella prima, in studiatissima posa, il diciassettenne Silvio ha la pipa in bocca, un incredibile foulard al collo e fa "ok" con il pollicione. Con poetica indulgenza la didascalia rimarca un look "inconfondibilmente british". Nella seconda c'è un Berlusconi in costume da bagno che oltre al ciuffo ostenta una prestanza fisica da culturista su uno sfondo balneare di proto-bungalow.
Ora: sul corpo del leader - nudo, per giunta - la riflessione, dalla politica inesorabilmente finisce per sfumare nell'antropologia culturale. E tuttavia, anche senza addentrarvisi, varrà la pena di riconoscere nel servizio di "Chi", ieri debitamente ripreso sulla prima pagina del "Giornale", una ulteriore pietra miliare nel percorso che contribuisce a fare del berlusconismo uno straordinario fenomeno di auto-agiografia, pure iconografica o visionaria.
Quante foto del Cavaliere, in effetti, viste e anche non viste. Quelle "venute male", per dire, e come tali requisite a caro prezzo alla fonte (agenzie, singoli fotografi, redazioni) da Mity Simonetto secondo una fabula che comunque ha a lungo impedito che circolassero smorfie, pancette, aloni di sudore sulla giacca, pietre d'inciampo e cattive frequentazioni. Come pure le foto "non riconosciute", e anche un po' sdegnosamente, tipo quella in cui il giovane Berlusconi, vestito da calciatore, faceva la reclame per un gelato Motta.
Egli è sempre stato un personaggio e poi anche un leader evoluto, laddove l'evoluzione si sviluppava in senso figurativo, attacco e difesa, gestione e protezione della propria immagine, in nei dettagli. A Montecitorio ancora sudano freddo al ricordo dell'estenuante negoziato su un libro celebrativo dedicato alla vita della Camera dal fotografo Giansanti. In una delle foto, quasi impercettibilmente, il Cavaliere aveva le gambe storte. Ebbene: furono raddrizzate.
Senza la lezione di Berlusconi, per intendersi, D'Alema non avrebbe mai avuto il suo fotografo personale, e il suo book civettuolo su Internet. Né, senza la medesima smania icononica, gli italiani avrebbero mai gustato quell'eccezionale cartolina dalle Bermudas, più che una foto un sogno, più che una corsa un rito: Berlusca in avanti e dietro di lui, in bianca uniforme ginnica, Confalonieri, Galliani, Dell'Utri e Letta concentrati in quella fitness al tempo stesso iniziatica e fantozziana.
Perché nulla più di un volto e di un corpo offerto in visione restituiscono il segno non solo di un ego, ma di un'epoca, di un potere, di un mutamento. Si pensi all'opuscolo "Una storia italiana", spedito in milioni di copie ai cittadini: 128 pagine e 250 foto di Berlusconi. Si pensi alle disseminazione di faccioni dell'aspirante premier per le strade, sui giganteschi poster 3 per 6 metri, lungo le ultime campagne elettorali. Si pensi alla famosa foto delle corna. Si pensi infine - ma non è la fine, figurarsi - alla copertina di Panorama taroccata, il pennarello nero per rinfoltire i capelli sulla nuda pelata presidenziale. Ritocco virtuale che preludeva alla chirurgia del lifting, e questa a sua volta preludeva al trapianto, pietosamente celato dall'eccentrica bandana...
E adesso pure l'archeologia da rotocalco, come soluzione d'immortalità. Quel bimbo bello, quel giovane Ercole: "Che bel fiol che xeri!" pare di sentire sospirare mamma Rosa. Silvio, ormai tre volte nonno, seduttore attempato, per la prima volta davvero incerto sulla quantità dei consensi. Eccolo "in versione vitellone sfrecciare", asciutto e ridente, "alla guida di un motoscafo". Un caso di vanità retrospettiva, si direbbe: certo non il suo vizio peggiore.
21 ottobre 2004