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a cura di Fr.I. - 29 settembre 2004


il Manifesto

Ora gli iracheni
Un ponte per... su
il Manifesto

L'unica notizia possibile, l'unica notizia che aspettavamo è arrivata. Dopo 22 giorni durissimi, avvelenati, senza respiro. Sappiamo che Ra'ad, Mahnaz, Simona e Simona sono liberi. Non sappiamo quando li abbracceremo, ma ci siamo abbracciati tutti noi, impazziti di gioia. I secchi di lacrime trattenute per tutto questo tempo, svuotati. Il cuore leggero. La testa che ancora si interroga. Ubriachi di libertà. Ci sarà tempo per ricostruire, ora vogliamo solo ringraziare tutti coloro che hanno collaborato a questo meraviglioso risultato, a partire dal mondo arabo e musulmano che ovunque, e soprattutto in Iraq, si è mobilitato in modo corale. Ricordiamolo oggi, una volta di più. Dalle donne algerine, alle Ong palestinesi, da gruppi radicali del Medio Oriente alle comunità di Falluja, dalla moschea Al Azhar de Il Cairo a tutte le comunità italiane. Uno speciale ringraziamento alla società civile, alle forze politiche, alle organizzazioni religiose, alle organizzazioni della resistenza irachena. In tanti si sono esposti, hanno rischiato, hanno fatto tutto quello che potevano per darci conforto e denunciare il rapimento dei nostri quattro. Non era scontato. Sappiamo le difficoltà che vivono anche oggi, mentre noi abbiamo qualcosa da festeggiare.

Un ringraziamento alla società civile e alle forze politiche italiane. Senza la straordinaria mobilitazione di tutti e tutte voi, senza le margherite che avete fatto crescere non ce l'avremmo fatta. Un ringraziamento ai governi, a quello italiano e a quelli dell'area, partecipi della linea del dialogo e della collaborazione. Lo riconosciamo con tutto quello che ci separa politicamente. E per questo non è un ringraziamento solo formale. Abbiamo detto all'inizio di questa vicenda che il rapimento dei nostri quattro operatori di pace era una terribile metafora della guerra. Che in Iraq ci sono milioni di altre persone ostaggi, della guerra e della violenza, prigionieri delle carceri e rapiti. Abbiamo provato anche in questi giorni a continuare a occuparci di loro e non li scorderemo. Fate lo stesso. Non scordateli. Ora, la liberazione delle nostre margherite speriamo possa diventare una metafora della fine della guerra e dell'occupazione, che come è valso per Ra'ad, Mahnaz, Simona e Simona, possa prevalere anche per tutti gli iracheni la linea del dialogo e della collaborazione, e che tacciano le armi. Crediamo che questo debba essere l'impegno di tutti e tutte. Questa è la prima cosa che avremo in testa da oggi. Troppe le domande di libertà e dignità che ancora attendono risposta.
Le compagne e i compagni di «Un Ponte per...»


La sconfitta del fanatismo
Bernardo Valli su
la Repubblica

Due giovani vite hanno da sole un valore impareggiabile. Il ritorno delle due Simone ci toglie un macigno dalla coscienza. La loro perdita avrebbe significato la nostra incapacità a salvare quanto di meglio sa esprimere la nostra società. Le due ragazze sono infatti l´espressione più pacifica e amica che l´Occidente possa offrire all´Oriente per dimostrare che non c´è un conflitto di civiltà. Le immagini della loro liberazione ? le loro facce che emergono dai burqa color inchiostro ? valgono più di una battaglia vinta armi alla mano. In quanto a un eventuale riscatto che potrebbe essere stato pagato, ha avuto ragione l´opposizione, che, interpellata dal governo, ha risposto di non avere obiezioni da fare. Le vite delle due ragazze non avevano un prezzo.
Al ritorno di Simona e Simona va aggiudicata un´altra rara, anzi rarissima qualità. Esso è il risultato dell´eccezionale unità di un Paese abitualmente diviso, rissoso, e non sempre efficace nei momenti di emergenza. La solidarietà nazionale, estesa a tutte le forze politiche e alle varie espressioni della società civile, ha spronato l´esecutivo, l´ha reso più sicuro e libero nelle sue iniziative, gli ha consentito di agire con intelligenza. E´ un avvenimento da mettere agli atti come esempio da seguire, nei tempi difficili che non mancheranno. Al sollievo per il recupero delle due ragazze, sane e salve, va dunque aggiunta la soddisfazione per il volto di un´Italia compatta che, offrendo il suo profilo più generoso, ha saputo sollecitare e ottenere l´indispensabile aiuto di istituzioni e governi musulmani, in grado di capire cosa avrebbe significato la perdita delle due ragazze. Sarebbe equivalsa al naufragio di quel che resta in Iraq del senso di umanità.
Quando le due Simone furono sorprese e portate via dalla loro casa di Bagdad, la mattina del sette settembre, fummo in molti ad invitare il governo di Roma a seguire l´esempio di quello di Parigi, dopo il rapimento di due giornalisti (del Figaro e di Radio France Internationale) e del loro autista siriano. Il governo francese, appoggiato da tutte le forze d´opposizione e dalla ampia comunità musulmana, aveva inondato il Medio Oriente di suoi inviati (ministri, alti funzionari e notabili francesi di origine araba) al fine di raccogliere solidarietà e collaborazione da governi e istituzioni religiose dell´Islam. Il governo italiano ha seguito quella strada, trascurata nei casi precedenti (conclusisi con l´uccisione di Quattrocchi e di Baldoni), e lo ha fatto con uno slancio che ha condotto a risultati invidiabili per gli stessi francesi. I quali attendono ancora la liberazione dei loro giornalisti, caduti in mano ad altri rapitori, ma adesso pure loro, sembra, sul punto di essere liberati.

All´ansia per la sorte delle due ragazze in preda a fanatici religiosi o a guerriglieri sconfinati nel terrorismo o a semplici criminali, si aggiungeva infatti la sensazione di essere in qualche modo responsabili del dramma sempre sul punto di girare in tragedia.
Mi sentivo, in qualche modo, personalmente responsabile, per la solidarietà che provavo, e che non nascondevo, quando incontravo le due Simone a Bagdad; una solidarietà dalla quale affiorava l´ammirazione per l´azione umanitaria che esse svolgevano in quella giungla di fanatismi; e quell´ammirazione poteva comportare una responsabilità, in quanto poteva apparire un´esortazione ad affrontare gli evidenti rischi nel paese quotidianamente insanguinato. Certo le Simone avevano ben altri incentivi morali. Non avevano bisogno del sostegno di un anziano cronista, che sarebbe stato orgoglioso di averle come figlie. Ma il fatto di considerarle «dei nostri», ossia nemiche della violenza imperiale degli occupanti e al tempo stesso distanti mille miglia da ogni forma di simpatia per il terrorismo, poteva essere un elemento di colpevolezza. Se non altro perché la loro posizione al di sopra delle parti non le aveva risparmiate.
Le due ragazze erano state ingoiate dalla voragine irachena; sui bordi della quale si erano tenute a lungo in equilibrio, sfidando disarmate la violenza che bolle e trabocca dal paese come la lava da un vulcano; ma noi contavamo sul loro ritorno; la voragine ce le avrebbe restituite.
Incolumi. Il loro rapimento non poteva che essere un errore. O il frutto di criminali comuni assetati di denaro. Il silenzio era comunque rivelatore: poteva essere la prova dell´imbarazzo in cui si trovavano i sequestratori.

Infatti alla fine, il fanatismo non ha prevalso, non ha travolto le due Simone. Non le ha dilaniate. Le ha guardate in faccia e ce le ha restituite. Non erano pericolosi avversari. E quindi i rapitori, probabilmente semplici criminali, hanno capito che non potevano venderle ai gruppi dell´insurrezione armata, ansiosi di avere ostaggi da esibire alla televisione. Cosi le due Simone sono sfuggite agli assassini che con le loro azioni danno ragione a chi predica la guerra quale unica soluzione, come se nel nostro mondo, nella nostra epoca, ci fosse spazio soltanto per la forza.

Avevano contribuito alla riparazione della biblioteca di Bagdad, patrimonio di tutti gli iracheni; le scuole che avevano riattivato o dotato di materiale educativo erano aperte a sciiti e a sunniti; gli aiuti che garantivano agli ospedali non avevano un´etichetta politica.
Ma pur prodigandosi in tutte le direzioni, analizzavano le situazioni con lucidità; e i loro giudizi, pur evitando di essere manichei, non si diluivano nell´opportunismo. Hanno carattere le due Simone. Pacifiste? Se pacifismo significa rassegnazione, o arrendevolezza, loro ne sono molto lontane. Chi, quando sono state rapite, ha ironizzato sul loro pacifismo, come se l´impegno umanitario fosse un capriccio, si è distinto per la viltà. Né ha capito molto chi ha paragonato la loro sorte a quella dei soldati impegnati in Iraq. Il fatto che siano ritornate a casa sane a salve ci riconforta. E´ un po´ come se con loro fosse riemerso un briciolo di ragione.


La prima vittoria italiana in Iraq
Antonio Padellaro su
l'Unità

La liberazione di Simona Torretta e Simona Pari è la prima vittoria italiana in Iraq. Perciò, all'immensa gioia per il ritorno a casa delle due coraggiose ragazze di pace, sane e salve, si deve accompagnare l'apprezzamento per chi ha reso possibile questo successo. Il giorno del rapimento, in un clima plumbeo e tra pensieri foschi, questo giornale si augurava di dover tessere, quanto prima, le lodi del governo poiché ciò avrebbe significato che tutto si era concluso per il meglio. Siamo qui a tener fede volentieri al nostro impegno. Il governo è stato attivo, tempestivo, efficace. Quando Berlusconi dice che il merito principale della trattativa è di Gianni Letta, per una volta siamo d'accordo con lui. Il sottosegretario di Palazzo Chigi è stato il terminale di tutti i fili politici, diplomatici e operativi. Senza dimenticare il lavoro svolto nelle capitali mediorientali dal ministro degli Esteri Frattini e il ruolo del presidente della Croce Rossa Scelli a cui le due italiane sono state riconsegnate nei pressi di una moschea illuminata.

Al governo si deve anche la richiesta di collaborazione rivolta all'opposizione, e che l'opposizione ha immediatamente accettato, firmando con grande senso di responsabilità una sorta di garanzia in bianco.
Apertura di credito che subito qualcuno ha voluto chiamare unità nazionale, definizione che alla luce di quanto accaduto in questi ventuno giorni di attesa andrà meglio precisata.
Unità nazionale ha significato, innanzitutto, la condivisione di un profondo rispetto per ciò che le due Simone sono e rappresentano. I loro ideali di pace, le loro scelte di vita così votate al rischio e alla generosità, il loro mondo di riferimento: quello del volontariato, dei medici senza frontiere, dei ponti per. Rispetto che nei confronti di persone del genere sarebbe considerato dovuto in qualsiasi paese civile ma non in Italia dove esistono giornali che possono definire le due Simone delle stupidotte in cerca di emozioni annunciandone perfino la decapitazione avvenuta, tanto per togliersi il problema. Probabilmente un maggiore rispetto, una maggiore attenzione, una maggiore tempestività nell'intervento diplomatico avrebbe potuto salvare anche la vita di Enzo Baldoni.
Unità nazionale ha voluto dire una riconsiderazione in chiave umanitaria della cosiddetta politica della fermezza. La scelta, pretesa dal centrosinistra, di non lasciare nulla d'intentato per le due Simone ha generato un circolo virtuoso di iniziative internazionali, contatti riallacciati, mondi riavvicinati. I viaggi di Frattini hanno riattivato i canali con la Siria, la Giordania e i paesi del Golfo. In una regione, cioè, nella quale l'Italia un tempo svolgeva un ruolo poi sciaguratamente rinnegato.
Affidata al Sismi la strategia del negoziato ha dato i frutti sperati dimostrando che i nostri Servizi, messi nella condizione di operare senza incertezze o sovrapposizioni compiono le missioni. L'unica via d'uscita era quella di pagare un riscatto, di un milione di dollari si dice. Se è andata così, mai soldi sono stati spesi meglio. Chi adesso obietterà che è stato finanziato il terrorismo preferisce evidentemente dare spazio alla politica delle teste tagliate. Infine, dopo il prodigarsi del mondo islamico più vasto e rappresentativo (associazioni, intellettuali, esponenti religiosi) vedremo chi avrà il coraggio di parlare ancora di scontro di civiltà.

Unità nazionale non è e non può essere nulla che non sia dettato da situazioni straordinarie in cui è richiesto lo sforzo comune. Non è inciucio o trattativa sottobanco. Non è ricerca di nuovi modelli di potere o di equilibri più avanzati. Per questo domani mentre continueremo a festeggiare Simona e Simona, l'opposizione tornerà a chiedere il ritiro del contingente italiano dal terreno di una guerra insensata. Sarebbe di nuovo unità nazionale se il governo accettasse di discutere l'uscita dall'incubo. Che non vuol dire abbandonare l'Iraq al suo destino. Ma che significa tornarci nel quadro della legalità internazionale e con lo spirito di solidarietà dimostrato da Simona Torretta e Simona Pari.


Così è stato pagato il riscatto
Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica

Il riscatto è stato pagato, e non c´è da vergognarsene. L´emissario del governo italiano ha consegnato i primi cinquecentomila dollari lunedì notte. Gli è stato concesso di accertarsi anche che Simona Pari e Simona Torretta fossero vive e in buona salute. Le ha potute addirittura vedere, a quanto pare. Gli altri cinquecentomila dollari sono stati pagati all´alba, ieri, a Bagdad. Si poteva avere fiducia, allora, dello sceicco che si era proposto come mediatore. Non racconta frottole. Non è una trappola, si sono detti gli uomini delle nostra intelligence. L´incubo stava per concludersi dopo otto giorni di pena e di dubbi. Quel canale era giusto? Era davvero affidabile? Queste domande frullavano come mosche nella testa dei funzionari del governo, il 23 settembre. Forse lo si ricorderà, quel giovedì fu terribile. Per il governo e per un´Italia soffocata dall´angoscia.
Nella notte l´Organizzazione della Jihad annuncia che le due Simone sono state uccise. Qualche ora dopo Ansar Al Zawahri - che già ha diffuso un ultimatum 48 ore prima - comunica che le volontarie italiane sono state giustiziate. Incomprensibilmente quella notte il governo appare preoccupato, quasi intimidito. I messaggi sono con tutta evidenza farlocchi e privi di ragionevolezza. Perché lasciarsene terrorizzare? Perché Palazzo Chigi prende sul serio quella robaccia in internet? Le ragioni di quella apprensione ora sono più chiare. La trattativa è, in quelle ore, nella fase più delicata. L´emissario del governo, martedì 21, ha rifiutato ogni dialogo politico. Nessuna trattativa su quel terreno, dice. Nessuna liberazione delle donne irachene detenute (gli americani continuano a dire che, tranne due personalità del regime saddamita, non ci sono donne irachene detenute). Nessun ritiro delle truppe è negoziabile. Nessuna domanda politica sarà presa in considerazione. Facile dire di no, più difficile prevedere che cosa ti potrà arrivare sulla testa dopo quel rifiuto. Come avrebbero risposto i sequestratori?

Il gruppo che ha catturato le nostre Simone e due iracheni, Mahanz Bassam e Ra´ad Ali Abdul Raziz, è una fazione che fonti arabe definiscono «moderata, nazionalista», lontana dal fondamentalismo religioso. Sono musulmani laici, baathisti. A quanto pare, a quanto dicono i mediatori, non vogliono la guerra all´Occidente, vogliono che il destino dell´Iraq sia nelle mani solitarie e autonome degli iracheni. Guardiamo a quei tre giorni di silenzio (22/23/24) dal loro punto di vista. Immaginiamoli che discutono se insistere sulla rivendicazione politica e uccidere le due Simone o ripiegare su una richiesta economica, salvare la vita alle due volontarie italiane, raccogliere le risorse necessarie per la missione che si sono dati. Il quadro che hanno dinanzi è per loro politicamente desolante.

Il fallimento politico della loro impresa, i sequestratori lo misurano anche, e soprattutto, quando guardano alle reazioni della comunità della diaspora musulmana. Non c´è imam, non c´è moschea, non c´è comunità religiosa o laica che non avverta in Italia prima il disagio per quel rapimento e poi la ferma ostilità per una minaccia di morte di cui - loro, chi vive oggi in Italia e solo loro - pagherà a caro prezzo. Con il sospetto, con il disprezzo, con la discriminazione. Lo si può dire anche così: il gruppo di musulmani laici vede il nostro Paese unito e non soltanto negli italiani, ma in ogni etnia e soprattutto nella comunità musulmana che vive la stessa angoscia degli italiani. E´ in quei tre giorni di silenzio che i sequestratori perdono la loro partita politica. Devono rendersene conto se cambiano rapidamente regime. Chiedono soldi ora, molti soldi. Cinque milioni di dollari. Questa volta è lo sceicco-mediatore a rintuzzare le loro richieste. Gli ostaggi sono donne. Sono donne indifese che mai avrebbero dovute essere sequestrate, che mai avrebbero dovuto diventare merce di scambio. Anche a Roma quella richiesta di cinque milioni di dollari muove pericolosamente le acque mettendo a rischio l´equilibrio politico definito dal sottosegretario Gianni Letta. Alleanza Nazionale non è del tutto convinta che si debba pagare e mostra freddezza per la strategia definita da Letta, per la sua disponibilità ad accettare il ricatto economico per aver salve le due Simone. E´ in quelle ore che si valuta anche la possibilità di «una soluzione aggressiva». La prigione alle porte di Bagdad è stata ormai individuata con una ragionevole approssimazione. Il blitz si potrebbe tentare. L´opzione cade ancora prima di essere presa davvero in considerazione. Berlusconi è contrario. Letta è contrarissimo. Contrarissima l´opposizione che chiede di far prevalere «una soluzione pacifica». È domenica 26 settembre, ormai. Le buone notizie arrivano dall´appartamento dove sono prigioniere Simona Pari e Simona Torretta. I sequestratori ridimensionano le loro richieste. Un milione di dollari. Soltanto un milione di dollari, chiedono ora. Da Roma arriva il via libera. L´uomo sul campo prende le sue cautele. Paga la prima tranche, ma prima di consegnare la seconda vuole vedere le due ragazze. All´alba il riscatto è tutto pagato finalmente, e non c´è di che cosa vergognarsi. Simona e Simona tornano a casa. Alle 23,29, tenendosi per mano, sono sulla pista dell´aeroporto di Ciampino. Tutti possiamo essere soddisfatti. Per una volta, il successo, la vittoria ha molti padri.


Il giornale delle rivelazioni: «Per noi è un successo umano»
Il direttore che ha anticipato la svolta: ero pronto a dimettermi. «Sei giorni fa un emissario incontrò le ragazze» I contatti intensificati dal 19. «I carcerieri rischiavano di essere macchiati da un atto infame e hanno cercato una soluzione»
Elisabetta Rosaspina sul
Corriere della Sera

KUWAIT CITY — Non le avranno liberate loro, ma hanno contribuito ad accorciare di qualche giorno l'angoscia italiana: è questa la vittoria dei giornalisti di Al Rai Al Aam, «L'Opinione pubblica», 56 pagine e centomila copie quotidiane, il quotidiano del Kuwait che da sabato scorso annunciava la fine imminente del sequestro. E che oggi, in sostanza, titola così il lieto fine: «Dopo le nostre buone notizie, libere le due italiane». Respira di sollievo il vice direttore, Ali Ballout: «La verità? Siamo ancora più felici sul piano umano che su quello professionale». Da almeno quattro giorni questa palazzina a due piani a Shuweik, quartiere industriale della città, tra un cantiere navale e una ditta di trasporti, è il più attendibile «radar» orientato su Bagdad, a captare le ultime fasi del rapimento di Simona Pari e Simona Torretta. Da qui è partita la notizia che le ragazze erano vive e stavano bene, proprio mentre l'Italia stava sprofondando nel pessimismo, dopo l'annuncio online addirittura della loro morte. E' andata come il giornale aveva previsto, meglio di quanto avesse previsto: uno dei due corrispondenti da Bagdad aveva avuto garanzie da una fonte misteriosa che le due italiane sarebbero tornate a casa entro venerdì prossimo. E da quando aveva accordato fiducia al suo reporter e pubblicato la promessa, il direttore, Al Roz, aveva smesso di dormire: «Non soltanto per le continue telefonate dall'Italia, ma anche per la paura di aver commesso un errore». Sorride finalmente, Al Roz: «Se tutto non fosse finito bene per le italiane, non avrei cambiato soltanto cellulare, ma anche lavoro». Tra i 70 giornalisti di Al Rai Al Aam, in queste ore, si respira la stessa aria che tirava probabilmente al Washington Post, nei giorni del Watergate: aria di scoop. Non è la prima volta: il giornale ha fatto dimettere sei ministri in nove anni, per differenti scandali, ha indotto il parlamento a sciogliersi e ha fatto cadere un governo per via di una edizione imprecisa del Corano, pubblicata qualche anno fa dal ministero dell'informazione del Kuwait. Ma stavolta è diverso: «E' un successo umano, più che giornalistico — insiste il direttore editoriale, Jassim Boodai, alla guida del giornale dal 1995 —. Il rapimento delle volontarie italiane era per noi un caso molto importante. Come musulmani, volevamo dimostrare al mondo che non siamo d'accordo con questi metodi. Avevamo preso informazioni e sapevamo che le due ragazze erano in Iraq per nobili ragioni».

il quotidiano kuwaitiano sta per sfornare altre informazioni esclusive al riguardo: «Una delegazione italiana è arrivata a Bagdad lunedì 19 settembre, per cercare un contatto coi rapitori — Ballout anticipa le notizie del giorno —. Gli italiani hanno incontrato i capi delle tribù locali e il consiglio degli Ulema che controllano il triangolo sunnita. Quando hanno visto respinte le richieste di ritiro delle truppe italiane e di un riscatto di cinque milioni di dollari, i rapitori hanno fatto diffondere in internet i messaggi di morte, come forma di pressione sul governo. Gli italiani hanno offerto allora un milione di dollari, di cui la metà subito, in cambio della possibilità di verificare se le ragazze erano ancora vive». Giovedì 23, secondo quanto sarà pubblicato oggi da Al Rai Al Aam, un componente della tribù intermediaria, scelto dagli emissari italiani, è andato nella prigione delle due Simone e ha accertato che erano vive. «Noi lo abbiamo saputo il giorno stesso, ma abbiamo preferito attendere sabato per pubblicarlo, per non intralciare le trattative. Lunedì alle 16 è stato consegnato il primo mezzo milione di dollari, ieri è stata pagata la seconda rata. Per questo sapevamo che la liberazione sarebbe potuta avvenire addirittura in giornata». La banda aveva fretta: «Per i carcerieri stava diventando sempre più complicato trattenere le due donne. Nel loro ambiente, rischiavano di essere marchiati da quest'atto infamante, soprattutto se le italiane non fossero state restituite sane e salve» considera Al Roz. Il giornale va in macchina: belle notizie in arrivo, anche per i lettori di Al Rai Al Aam.


Devolution, primo via libera ai nuovi poteri delle Regioni
Camera, votate le competenze su sanità, scuola e polizia amministrativa. Appello del premier all'opposizione
Lorenzo Fuccaro sul
Corriere della Sera

ROMA — La devolution entra a fare parte della Costituzione alle 17,28, quando l'aula di Montecitorio approva (261 sì, 208 no, 6 astenuti) l'articolo 34 del progetto di riforma che modifica a sua volta l'articolo 117 della nostra carta fondamentale. Un voto, questo, che viene salutato da un lungo applauso dei deputati della Casa delle libertà. Un voto che scalda il cuore di Umberto Bossi e che gli fa esprimere «un apprezzamento a Roberto Calderoli per avere portato avanti una riforma difficile, il tempo poi perfezionerà le cose».
COMPETENZE — In pratica con il via libera di ieri si ridisegnano le competenze legislative di Stato e Regioni. Quest'ultime avranno la potestà esclusiva di fare leggi su alcune specifiche materie (assistenza e organizzazione sanitaria, su organizzazione scolastica e gestione degli istituti di formazione di specifico interesse specifico delle Regioni, sulla polizia amministrativa regionale e locale). Non solo. Nella nuova formulazione dell'articolo 117 si legge che le Regioni potranno avere la potestà esclusiva anche «su ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato».

INTERESSE NAZIONALE — La giornata si apre con i deputati delle minoranza che chiedono di intervenire in massa e così facendo rallentano i lavori dell'Aula. In ogni caso, l'assemblea di Montecitorio approva tra l'altro alcune norme che modificano la cosiddetta «bozza Calderoli». Queste norme, redatte dal comitato dei nove della commissione affari costituzionali, semplificano la procedura per attivare la clausola di supremazia, ovvero come tutelare l'interesse nazionale. In pratica, si stabilisce che sarà il Parlamento in seduta comune a decidere se una legge regionale vulnera l'interesse nazionale, e non invece una commissione paritetica come in un primo tempo si era pensato. Infatti il governo può invitare un Consiglio regionale a rivedere una legge se ritenga che leda l'interesse nazionale. Il Consiglio ha quindici giorni di tempo per farlo, ma se trascorrono senza alcun intervento, l'esecutivo può sollevare la questione davanti alle Camere in seduta congiunta che possono annullare la legge. Sarà, però, il Presidente con un decreto di annullamento a decidere in via definitiva sulla sorte della legge regionale incriminata.
VOTO — Infine si passa alle dichiarazioni di voto. Gli esponenti della Casa delle libertà (Saponara, Volontè, Carrara e Fontanini) difendono ovviamente la devolution, quelli delle opposizioni invitano la maggioranza a fermarsi per riflettere e preannunciano il voto contrario. Il diessino Violante, in particolare, pronostica per effetto di questa legge «l'apertura di un conflitto continuo su tante materie tra pezzi dello Stato, e un disordine istituzionale al quale sarà difficile porre rimedio». Oggi si continua a esaminare la riforma che dovrebbe essere approvata a Montecitorio entro l'8 ottobre, anche se è probabile uno slittamento di qualche giorno. Dopo il sì della Camera, il testo dovrà essere rivisto dal Senato, e poi tornare ancora un'altra volta in entrambi i rami del Parlamento per il varo definitivo.


Giustizia, è scontro nel governo L´Udc: "Castelli imiti Calderoli"
I centristi non ritirano gli emendamenti e attaccano il ministro, che ribatte: su questi temi non c´è più maggioranza
Liana Milella su,
la Repubblica

ROMA - Dice alle 16 il Guardasigilli leghista Castelli: «Ho fatto di tutto per convincere l´Udc a ritirare gli emendamenti sulla riforma dell´ordinamento». Alle 20 i centristi, dopo una riunione con il segretario Follini, gli rispondono «niet». Le richieste di modifica restano, e se fossero bocciate in commissione verrebbero ripresentate in aula. A dargli la notizia, a spiegargli perché l´Udc non può né vuole fare il passo indietro, è il capogruppo al Senato D´Onofrio. Una figura che Follini ha scelto come "messaggero" perché offre la caratura istituzionale necessaria per superare la personalizzazione dello scontro visto che i rapporti tra il ministro e il sottosegretario centrista alla Giustizia Vietti non sono proprio rose e fiori.

Che l´Udc fosse intenzionata a non mollare si era capito dalla mattina. Borea, esponente Udc in commissione Giustizia, aveva fatto visita a Castelli e lo aveva avvertito: «Vogliamo disarmare l´Anm che non avrà il pretesto per far sciopero ed evitare un altro schiaffone del Colle». Ma dalla mattina era impossibile prevedere quanto i rapporti tra Castelli e l´Udc si sarebbero deteriorati col passar delle ore. È stata una nota della Lussana, responsabile Giustizia della Lega, a far precipitare un equilibrio già precario. La "Caterina" chiede, «come per le riforme», che l´Udc «si ravveda» e ritiri gli emendamenti. Ci va giù pesante: «Dispiace che ci siano alcuni esponenti dell´Udc che prendono le distanze dalla maggioranza e che, di fatto, fanno da sponda a quella parte della magistratura che dietro l´alibi della riforma tenta la difesa a oltranza dei privilegi». Passa una manciata di ore ed ecco Follini che affida al capo della sua segreteria Libè una piccata risposta che invita Castelli «a fare come Calderoli, accettare gli emendamenti». Poi un affondo personale: «Faccio fatica a vedere l´ingegner ministro della Giustizia ragionare con la serietà e la pacatezza che hanno contraddistinto positivamente il ministro Calderoli. Certo, se Castelli si dovesse redimere ringrazieremmo lui e la brillante Lussana».

Si riuniscono Follini, D´Onofrio, Vietti, Borea, Cirami. Il senatore passato alla storia per la legge filo Cavaliere propone di rinviare gli emendamenti in attesa di una mediazione politica. L´idea resta, ma non è un ripensamento, solo un eventuale escamotage. La posizione dell´Udc è chiara: i centristi non demordono su modifiche che correggono gli svarioni del testo e possono salvarlo dalla censura del Quirinale. In cambio, l´Udc è disponibile a ragionare su un successivo passaggio indolore alla Camera. Ma i centristi invitano Castelli a evitare drammatizzazioni perché c´è tempo per varare la riforma. Su questo Castelli è in disaccordo. Ieri ripeteva: «Siamo al finale di partita, se passa qualche mese la legge muore. Basta col teatrino della politica». All´Anm che chiede un incontro per illustrare le conclusioni del congresso di Napoli e tentare il dialogo estremo, il ministro fissa un appuntamento per domani ma dice: «Il tempo è scaduto». Né a Castelli né all´Udc sfugge che gli emendamenti rischiano di passare con i voti del centrosinistra. Il Guardasigilli chiosa: «Vorrà dire che non ci sarà più una maggioranza sulla giustizia».


La grande illusione del pacifismo
Adriano Sofri su
la Repubblica del 28.09

Che cosa si può fare del programma di armamento nucleare iraniano? In Israele qualcuno pensa di andare a bombardare le stazioni atomiche in Iran. Idea avventurista, brigantesca? Certo, certo. Però successe già. Aerei israeliani andarono a far fuori l´ultramoderno reattore nucleare di Osirak, alla periferia di Bagdad, 70 megawatt, fornito dalla Francia e sostenuto dagli italiani. Ci furono universali proteste: briganti, criminali internazionali. Non so, senza quell´impresa criminale, se si sarebbe trovato un altro modo di impedire a Saddam Hussein di dotarsi dell´atomica fin dagli anni ´80 ? C´era la guerra con l´Iran.

Che cosa fare dunque dell´atomica iraniana? Forse non sappiamo che cosa rispondere, ma che la domanda ci riguardi è un fatto.
Ho letto le memorie di Richard N. Gardner, che fu ambasciatore americano in Italia nel 1977-81, gli anni della presidenza Carter. ("Mission: Italy", Mondadori). In quegli anni si compirono due eventi fatali: l´assassinio di Aldo Moro, e la decisione sull´installazione dei missili Cruise. Sui giorni di Moro il libro è piuttosto svelto. Gli preme di ribadire l´assurdità dei sospetti su una regia americana del sequestro brigatista: assurdità scontata per chiunque non abbia bisogno di consolarsi cercando zampini altrui in una vicenda così tragicamente nostra. Sugli euromissili la ricostruzione è molto interessante, anche perché ne dipende il bilancio finale sugli anni di Carter. Nel 1977 l´Urss sostituì i missili nucleari SS4 e SS5 con i molto più potenti SS20. All´inizio del 1979 un centinaio di SS20 era già operativo. L´estremismo senile aveva spinto Breznev a quella sfida, con una gamma di intenzioni, dalla devozione sovietica alla Potenza e al suo spiegamento militare, alla tentazione di staccare dall´Europa, teatro d´azione degli SS20, l´America, che restava fuori dalla loro gittata. (La pazzia militarista brezneviana sarebbe arrivata alla fine del 1979 all´invasione dell´Afganistan, vera origine, con la rivoluzione khomeinista, della guerra dei mondi attuale). In risposta, la Nato decise nel dicembre 1979 di dispiegare 572 missili nucleari Pershing 2 e Cruise. L´adozione dei Pershing 2 era stata accettata dalla Germania di Helmut Schmidt alla condizione che almeno un altro membro continentale della Nato accogliesse i Cruise. Belgio e Paesi Bassi si sottrassero per evitare l´opposizione della sinistra e di gruppi cattolici. L´Italia del 1979 era il Paese più vacillante e sospetto agli occhi della Nato e degli americani, per l´instabilità interna, la violenza terrorista, e l´imminenza apparente dell´avvento del Pci al governo. All´incontro della Guadalupa, nel gennaio 1979, dove si prese la decisione fra Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania, l´Italia fu esclusa. Secondo Cossiga il cancelliere Schmidt premeva per sospendere dalle responsabilità Nato politici e militari italiani. Il governo italiano, al contrario, si impegnò. La decisione di accogliere 112 Cruise fu presa nel 1979, col governo Cossiga, e il sostegno determinante di Craxi. La designazione di Comiso e i lavori per l´installazione andarono dal 1981 a tutto il 1983, e videro la crescita di un´enorme mobilitazione pacifista, la vera antenata del pacifismo di questi anni.
La domanda di allora era: che cosa si può fare per smantellare gli SS20? Dal variegato arcipelago pacifista, così come dal Pci, non venne una risposta più che simbolica. Una parte era apertamente prosovietica. Una parte ebbe cura di cercare un legame con l´opposizione dissidente dell´Europa centrale e orientale: intenzione importante, ma fragile sul piano pratico, data l´enorme sproporzione fra la libertà e capacità di mobilitazione dell´Europa occidentale e la repressione dirimpetto, compresa la Polonia di Solidarnosc e di Jaruzelski. Una parte ripeteva il proposito del disarmo unilaterale, tradotto nelle denuclearizzazioni comunali, troppo nobile per essere vero, cioè per impensierire i sovietici, che al contrario se ne sarebbero congratulati.

Gardner riconosce che il Pci fu sobrio nella mobilitazione della piazza sugli euromissili. Fu invece impressionante il movimento per la pace lungo quegli anni. Manifestarono in centinaia di migliaia a Roma il 24 ottobre 1981, e a Madrid, Atene, Amsterdam, Barcellona nei giorni successivi. (Il 10 ottobre a Bonn 300.000 persone avevano manifestato contro Pershing Nato e SS-20 sovietici: solo che gli SS20 erano già installati e operativi da due anni). Il 22 ottobre 1983 sfilarono a Roma in un milione: «Comiso non sarà la nuova Hiroshima». La mobilitazione a Comiso fu praticamente quotidiana, ed ebbe una straordinaria creatività, una enorme partecipazione internazionale, una caratteristica rissosità, e una forte ingenuità e inefficacia. Nel 1984 i Cruise erano installati a Comiso.
La questione era ormai passata nelle mani di Ronald Reagan.

Gardner ribadisce energicamente, a proposito degli euromissili, il merito di iniziatore di Carter, troppo oscurato dal realizzatore, Reagan. Al di là della fedeltà dell´ambasciatore al suo presidente, il bilancio dei fautori degli euromissili è netto: essi costrinsero i sovietici a tirarsi indietro, li portarono al negoziato sul disarmo e alla fine allo smantellamento reciproco dei due sistemi, firmato nel 1987 da Reagan e Gorbaciov, vigilia dello sfaldamento dell´impero militare sovietico. E dunque la stessa decisione dei governi italiani rivendica la sua quota di merito nella ricaduta planetaria di quel confronto. Arrigo Levi, nella prefazione a Gardner, afferma: «Quella nostra decisione... contribuì in modo straordinario, forse persino decisivo, alla caduta dell´impero sovietico e alla fine del comunismo»; e lamenta che quel contributo sia ancora troppo ignorato.
Non so se dal variegatissimo movimento pacifista di allora siano venute riflessioni che si misurassero col senno di poi. Io stesso - che fui attore insignificante di quel movimento, benché acquistassi, su istigazione di Alexander Langer, qualche metro quadrato di terra al confine con l´aeroporto di Magliocco, di cui non so che uso si faccia oggi, spero a giardino - non ci ho ripensato abbastanza. Certi commiati dalle idee che avemmo sono stati così taglienti da indurre a travolgere tutti gli effetti di quelle idee nella loro decadenza. Ma non è così che può farsi la storia, semplicemente capovolgendola, come una clessidra svuotata. Mettiamo che io riconosca che, sul confronto per gli euromissili, il ministro Lagorio avesse più ragione del mio amico Aldo di Comiso: questo non toglie che io sia contento di essere stato dalla parte di Aldo, e di innumerevoli altre persone che animarono quella mobilitazione. La questione si ripropone tal quale oggi. Ho una critica forte del pacifismo, della sua ingenuità, unilateralità e inefficacia (non parlo delle complicità, che pure vi allignano, con stati tirannici e bande terroriste, in nome dell´antimperialismo) e ho una simpatia forte per la gran parte delle persone che si sentono pacifiste. Temo che la distinzione debba valere, benché in grado variabile, per qualunque raggruppamento umano: fra comunismo e comunisti, fra fascismo e fascisti, e perfino, in un grado estremamente ridotto, fra nazismo e nazisti. E il reciproco: che dalla parte dell´"ismo" di volta in volta storicamente e moralmente giusto possono trovarsi anche persone non giuste. Tutto questo può sembrare scandaloso, oppure, più probabilmente, ovvio: tuttavia non è ovvio nei fatti, e non c´è nuova mattina che non lo mostri. Quanto al pacifismo, se n´è avuta appena una dimostrazione, la più dolorosa, nelle figure diventate improvvisamente così pubbliche di Enzo Baldoni, di Simona Pari, di Simona Torretta. (Non so se a Baldoni si addicesse il titolo di pacifista: di odiatore della guerra sì). Persone cui si vuol bene, di cui si vorrebbe essere amici, alla cui vita si è riconoscenti: che si condivida o no l´ispirazione politica di "Un ponte per...".
L´ambasciatore Gardner può rivendicare di aver avuto ragione, e con lui Cossiga, e Craxi, e Pertini, e Spadolini e Lagorio. (Craxi prese il primo posto nella polemica, com´era nel suo temperamento, contro i "pacifisti demagoghi"). Può obiettare chi abbia la temerarietà di giudicare una sciagura la sequenza che portò dalla crisi degli euromissili al crollo del muro di Berlino. Io me ne rallegro, sebbene non mi pieghi affatto all´idea che tutto ciò che si realizza sia razionale e buono. Le cose potevano andare in un altro modo, possono sempre andare in un altro modo. Ma rispetto alle migliori speranze profonde che ispirarono il movimento per la pace, il disarmo reciproco, il superamento dei blocchi militari, la liberazione dell´altra metà dell´Europa, l´installazione di Pershing e Cruise fu efficace, mentre la vasta, lunga e coraggiosa opposizione rischiò di rafforzare l´arroganza militarista sovietica. Gorbaciov ha scritto del Breznev degli SS20: «Un imperdonabile errore... commesso nell´ingenua convinzione che i movimenti pacifisti avrebbero impedito all´Occidente di prendere concrete contromisure».
Può darsi che la storia si diverta proprio così, a mescolare a casaccio i suoi soldatini di piombo, la gente giusta dalla parte sbagliata e viceversa. Può darsi: ma non diventi una consolazione ai nostri sbagli, e nemmeno la rassegnazione a non cercare di mettere assieme la gente giusta con la parte giusta. In fondo, è il traguardo ultimo del genere umano: mettersi insieme dalla parte giusta ? senza di che il gioco finirà. La Pace ? lo scrivo controvoglia con la maiuscola, per segnarne la distanza dalla pace possibile che dobbiamo sperare e difendere ? offre la Parte Giusta per definizione, e molti vi si rifugiano di tutto cuore. Bella illusione, ma illusione.
L´amore per la pace è diventato a volte un irenismo insidiato dalla cecità o dalla viltà: dallo "spirito di Monaco". Fu il retaggio più amaro e nobile delle due guerre e di Hiroshima, ma fu a lungo tradito dalla soggezione al mito del comunismo sovietico. Rinacque, alla fine degli anni ´70, in una dubbia riconversione del sogno esausto della rivoluzione sociale e politica, e però anche nella conversione dalla vita intesa come lotta e violenza all´impegno per la nonviolenza e la solidarietà con la terra. L´ecopacifismo di quegli anni restò a mezza strada fra conservazione e conversione, e il "movimento dei movimenti" è ancora a quella mezza strada. La mobilitazione contro gli euromissili sedimentò una sensibilità alla pace e un impegno personale: resta il paradosso di un retaggio pacifista nutrito dalla lotta contro una misura che portò a un mutuo disarmo. Dire sì alla pace e no alla guerra, dirlo sul serio, nella propria vita personale e nel proprio impegno in solido, è una magnifica cosa. Un magnifico privilegio della vecchia Europa, finché dura. Ma non è un punto di arrivo, al contrario. Bisogna farsi lo stesso tutte le domande. C´è quella dannata situazione, in Iraq. C´è la faccenda delle armi nucleari nell´Iran dei mullah. Riguarda l´Aiea, gli americani, Israele, l´Onu. E noi?


Cern, mezzo secolo di scienza europea
Il 29 settembre 1954 entra in vigore il trattato istitutivo, firmato da 12 Paesi tra i quali l'Italia, del Centro europeo per la ricerca nucleare di Ginevra. Oggi il Cern festeggia i primi 50 anni di scoperte sull'origine della materia. Gli italiani che vi lavorano sono oltre 1.500. Carlo Rubbia, premio Nobel nel 1984, è stato direttore generale del Centro dal 1989 al 1993.
Carlo Rubbia sul
Corriere della Sera del 29.09

La creazione del Cern, di cui celebriamo oggi i 50 anni, si annovera tra i più importanti eventi della scienza moderna, per i profondi mutamenti che questa organizzazione ha introdotto nel modo di fare istituzionalmente ricerca a livello internazionale, in un'epoca in cui questo era ancora un concetto conosciuto da pochi e straordinariamente innovativo. Senza dubbio la scienza è per sua stessa natura internazionale. Ogni sforzo della mente umana, che ci ha rivelato che la terra è rotonda o che l'universo nacque 15 miliardi di anni fa, oppure che la materia è composta di quark e leptoni, diviene una verità irreversibile, inalienabile e proprietà comune di tutta l'umanità. Questo fatto ha da sempre spinto gli scienziati a ricercare collaborazioni al di fuori delle loro frontiere nazionali. Fin dall'inizio della scienza moderna, che, non va dimenticato, nacque in Europa, il libero scambio delle idee avvenne spontaneamente in assenza di organizzazioni specifiche, se si escludono le nascenti Accademie. Due guerre mondiali dovettero devastare il nostro Continente, prima che il valore di un nuovo approccio alla collaborazione scientifica internazionale fosse in grado di emergere di nuovo a livello planetario. Fu nella conferenza dell'Unesco di Firenze nel 1950 che lo scienziato americano Isidore Rabi notò l'immenso contrasto tra l'elevatissimo potenziale intellettuale e scientifico dell'Europa e l'esiguità dei mezzi finanziari di ciascuno dei Paesi europei per dotarsi delle installazioni sempre più costose necessarie per continuare la ricerca fondamentale. In questa circostanza emerse come fatto profondamente innovativo che la collaborazione scientifica internazionale non abbisognava solamente della messa in comune di idee, ma anche di complessi, costosi e avanzatissimi strumenti di ricerca. Con una rapidità straordinaria, se confrontata con il mondo di oggi, in meno di tre anni, grazie agli sforzi di un piccolo numero di scienziati e uomini politici, la Convenzione fu firmata da 12 Paesi europei. Va ricordato il ruolo essenziale di Edoardo Amaldi in Italia e di Pierre Auger in Francia. Essi furono entrambi associati anche alla creazione della Agenzia spaziale europea. Edoardo Amaldi predisse il futuro ruolo dell'Europa nello Spazio già negli Anni Cinquanta. A immagine del Cern furono create anche l'Eso per la ricerca astronomica e l'Embl per la materia vivente. Senza dubbio il modello del Cern fu l'inizio di una lunga serie di internazionalizzazioni nella ricerca europea. La ricerca delle componenti ultime della materia e delle loro interazioni richiede potentissimi strumenti. Ciò non è il frutto della fantasia degli scienziati, ma il risultato inevitabile delle leggi della Natura. Gli acceleratori di particelle sono gli equivalenti per gli astronomi dei telescopi e delle sonde spaziali. Penetrando sempre più profondamente nello spazio, a causa delle leggi della fisica, abbiamo bisogno di particelle di sempre più grande energia. Nel fare ciò ci proiettiamo anche indietro nel tempo. Particelle di altissima energia permettono la creazione di forme di materia altamente instabile che esisteva solamente durante i primi attimi dell'universo, 15 miliardi di anni fa. Nessuno negli Anni Cinquanta avrebbe potuto prevedere in dettaglio fino a che punto fossero necessari gli strumenti di ricerca. Ma fisici come Rabi, Amaldi e Auger avevano intuito l'ineluttabilità del passaggio da piccoli strumenti da tavolo a strumenti quasi industriali con grandi collaborazioni di centinaia di scienziati ed ingegneri. Essi ebbero l'intuizione di comprendere che questa sarebbe stata la tendenza prevalente della scienza moderna. Oggi il Cern con ben 25 Stati membri, ha brillantemente superato le più rosee speranze dei visionari padri fondatori degli Anni Cinquanta. Nei 50 anni che ci portano al Cern di oggi, vorrei in particolare ricordare due importanti evoluzioni. Anzitutto l'estensione del Cern ai Paesi dell'Est. Va sottolineato che, anche nei periodi più neri della cortina di ferro, le comunicazioni tra scienziati delle due parti non furono mai interrotte. Questi Paesi si unirono al Cern appena fu politicamente possibile, con più di un decennio di anticipo rispetto alla loro entrata nell'Unione Europea. Evidentemente la collaborazione scientifica si sviluppa più facilmente che il progresso politico: ma essa può rappresentare un test importante, anticipatore di un'unione politica ed economica. Il secondo evento di grande importanza fu la trasformazione del Cern da un semplice Laboratorio europeo ad un'istituzione di importanza planetaria. Ciò è avvenuto gradualmente negli ultimi decenni. Come risultato più evidente, la competizione internazionale tra l'Europa e gli Usa, estremamente forte inizialmente, si è trasformata in una collaborazione paritaria, con programmi ben coordinati e una libera e ampia collaborazione tra i Paesi delle due sponde dell'oceano. Ad essi si sono aggiunti anche la Russia, il Giappone e più recentemente la Cina e l'India. Il Cern si è per così dire guadagnato le sue medaglie sul campo attraverso una serie di originali sviluppi. Tra essi vanno ricordati una serie di straordinari acceleratori che hanno consentito le collisioni tra fasci, anche sull'esempio italiano di Adone e l'impulso, tra gli altri, di Bruno Touschek. Ad essi si aggiungono un serie di tecnologie strumentali (camera a fili, calorimetri ecc.), egualmente rivoluzionarie e senza le quali le più importanti scoperte sarebbero state impossibili. Infine va ricordato che il Www (World Wide Web) fu inventato anch'esso al Cern, come strumento per assicurare la necessaria comunicazione nel mondo scientifico, e che oggi è diffuso in ogni immaginabile attività del mondo moderno. Vorrei concludere con una breve nota personale. Io venni per la prima volta a vivere al Cern nel 1960. Oggi, oltre 45 anni dopo, mi sento sempre motivato ed entusiasta come lo fui il mio primo giorno. Il Cern è stato per me un «crogiuolo» straordinario, una vasta comunità di giovani e rimarchevoli talenti provenienti da esperienze e Paesi diversi. Vivendo insieme, per così dire sotto lo stesso tetto, con una disponibilità adeguata di risorse, siamo riusciti ad operare in un clima di assoluta libertà scientifica con un entusiasmo e motivazione immensi. Abbiamo goduto di una situazione in cui la combinazione risultante del team è stata sempre ben più rilevante della somma dei contributi apportati da ciascuno di noi. Abbiamo apprezzato grandemente la «belle époque» del Cern e siamo fieri di quello che siamo riusciti a compiere. E' oggi tempo per un ricambio generazionale e un nuovo Cern è in azione. Le premesse per il futuro non potrebbero essere migliori.


  29 settembre 2004