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a cura di Fr.I. - 28 settembre 2004


Devoluzione in salsa italiana
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Oggi la Camera approverà con la consueta maggioranza a prova di bomba la cosiddetta devolution (detta in inglese per sottolineare il poliglottismo dei padani), e cioè approverà l'elemento caratterizzante dell'assetto federale che si vuole dare al Paese. E così come è scontato che tutta la riforma costituzionale passerà come la impone la maggioranza, in queste condizioni è anche scontato che l'opposizione si opporrà a oltranza. Ma che una opposizione si opponga è anche normale, e non è motivo di scandalo. Quel che non è normale, e che fa scandalo, è che una riforma costituzionale venga attuata a dispetto degli esperti, e cioè dei costituzionalisti, e platealmente infischiandosi del loro parere. E' noto, dovrebbe essere noto, che in larghissima maggioranza i nostri costituzionalisti giudicano la riforma Bossi-Berlusconi una pessima riforma. Ora, siccome studiare le Costituzioni è il loro mestiere, si deve presumere che i costituzionalisti sanno quello che dicono. E se i politici li ignorano, si deve presumere che non sanno quello che fanno. Difatti. Scrivendo su queste colonne ho sollevato due problemi: uno di costo, l'altro di cattiva ingegneria. Ho chiesto: questo federalismo quanto costerà? E poi mi sono chiesto: sta in piedi o no? Sul costo Berlusconi ci ha fatto sapere che non costerà niente. Troppo bravo; è anche bravissimo chi gli crede (io, senza offesa, no). Invece il ministro Calderoli ha dichiarato che le riforme costituzionali affermano principi che non possono essere sottoposti a valutazioni di costo. Sì e no. Sì, se il costo sarà prevedibilmente modesto; ma no se potrà essere colossale. Una delle stime che circolano arriva a prevedere addirittura 100 miliardi di euro (200 mila miliardi di vecchie lire) gradualizzati in cinque anni. E dunque c'è poco da scherzare.

Un costo zero richiede che lo Stato centrale si sgonfi esattamente di quanto i sotto-Stati regionali si andranno a gonfiare. Invece lo Stato centrale non si sgonfia (Sabino Cassese nota che dal 2002, da quando funzioni, uffici e personale statali dovevano essere trasferiti alle Regioni, è successo invece che le strutture centrali dello Stato sono «aumentate in modo cospicuo»); ed è sicuro che i sotto-Stati regionali si gonfieranno ben oltre il necessario per sistemare clientele e compagnucci di partito. Il costo zero è davvero una favola per bambini di 5 anni (al massimo).

L'altro quesito è se il federalismo in salsa italiana stia in piedi oppure no. Ho già risposto no una settimana fa. No, perché si fonda su gambe sbagliate, su un Senato federale che non è federale (come i futuri governatori delle Regioni hanno capito), e anche perché fabbrica un sistema complessivo di dissennata macchinosità che sarà anche un paradiso di litigi e di conflitti di competenze. Prima parlavo di costo finanziario. Ma esistono anche «costi decisionali», il danno provocato da ritardi, non-decisioni e disfunzionalità. E anche questi costi andranno sicuramente a crescere. Di questo papocchio devolutivo federale chi vuol esser lieto sia. Ma lo sono davvero, nel segreto del loro cuore, i deputati che lo stanno votando?


Elia boccia la riforma della Cdl "Avventurista e vendicativa"
Il presidente emerito della Consulta: piena di vizi di incostituzionalità palesi e di impianto.
Il testo rivela un chiaro intento punitivo, mira a ridurre indipendenza e autonomia dei giudici.
Liana Milella su
la Repubblica

ROMA -Piena di «vizi» d´incostituzionalità. Da quelli «puntuali e palesi» a quelli «d´impianto». Con un carattere «avventurista» e con «radici rancorose e vendicative» contro le toghe. L´ex presidente della Consulta Leopoldo Elia boccia la riforma dell´ordinamento. Lo ha fatto a Napoli, al congresso dell´Anm. Lo ribadisce con Repubblica.
Perché definisce «avventurista» la riforma?
«È un atto di avventatezza, di leggerezza, di non consapevolezza delle conseguenze che potrà avere un provvedimento con serie obiezioni d´incostituzionalità. Il testo rivela un chiaro intento punitivo. Mira a ridurre l´autonomia e l´indipendenza dei giudici. È una replica impropria alla stagione di Tangentopoli, com´è emerso a Napoli dalle improvvide parole di Gargani quando ha detto: "Se si fosse fatta la riforma dell´ordinamento la Dc non sarebbe caduta".

Per quali motivi Ciampi potrebbe non controfirmarla?
«La riforma presenta una duplicità di vizi. Ve ne sono di puntuali, su aspetti singoli, come la posizione di privilegio concessa ai magistrati del ministero. Viene violato il principio di uguaglianza e quello della distinzione dei giudici solo in base alle funzioni. Poi vi sono vizi più difficili da giudicare perché sono il frutto di una serie di norme che prese di per sé non sarebbero incostituzionali, ma una volta aggregate in un certo modo portano all´incostituzionalità. Con gravi conseguenze sull´impianto globale e sul modello individuato».

La riforma altera l´equilibrio tra i poteri dello Stato?
«La separazione del potere giudiziario dagli altri due deve essere nettamente assicurata, altrimenti l´influenza della maggioranza pro tempore può avere il sopravvento. Solo una forte indipendenza garantisce il contrappeso. Tutto ciò assume maggiore importanza alla vigilia di una più ampia e profonda emergenza costituzionale».
Ritiene che la prova psicoattitudinale sia incostituzionale?
«È un punto molto grave della riforma. Collocata tra gli scritti e gli orali, svolta da psicologi e psichiatri, espone a gravi rischi d´arbitrio».
È fuori della Costituzione il potere dei procuratori?
«La Consulta garantisce l´assoluta indipendenza anche ai singoli sostituti perché ciò è presupposto imprescindibile per il libero esercizio dell´azione penale. Togliere un grado di libertà d´azione può compromettere la scelta di avviare l´azione penale».
Si riducono i poteri del Csm?
«Basti pensare alla scuola della magistratura, dove il Csm ha due rappresentanti su sette. E poi quei concorsi metteranno il Csm di fronte a graduatorie fatte fuori del suo ambito. La limitazione c´è ed notevole».


L'ombra di Prodi
Furio Colombo su
l'Unità

Dopo giorni di profonda incertezza in cui in tanti ci siamo domandati come si è creata, quando, perché una tensione fra Romano Prodi e l'Ulivo, abbiamo ricevuto ieri una risposta illuminante dall'editoriale del giornale Il Riformista .

Il testo del Il Riformista a cui ci riferiamo è, nel gergo anglosassone, un “position paper” . Ci annuncia, in modo organico e motivato, perché l'Ulivo fino a pochi giorni fa era una coalizione che stava per diventare una federazione e aveva un leader - Romano Prodi - e adesso forse diventerà una federazione ma il leader non c'è.
O almeno il nuovo nome non è stato rivelato a chi non ha le buone fonti del Riformista. L'articolo può essere riassunto in alcuni punti. Ciascuno contiene una rivelazione e cercheremo di essere recensori accurati.
1. Prodi era stato scelto non per risolvere problemi ma per coprirli. Niente rivalità interne, niente conti con il passato. Un ariete per sfondare un po' alla cieca le palizzate berlusconiane e poi via come prima. Si sente un certo disprezzo per quel “prima”, dal modo in cui vengono fatti i nomi di Visco, di Bassanini, della Bindi di cui - ci dice Il Riformista - non c'è proprio niente da rimpiangere.
2. Prodi avrebbe potuto legittimarsi, nonostante una nascita così poco gloriosa alla nuova guida dell'Ulivo, se solo avesse fatto una vera scelta riformista. Gli suggeriscono anche le parole: avrebbe dovuto dire e ripetere ad alta voce: «Il mercato non è un problema ma è la soluzione».
Disgraziatamente Prodi non l'ha detto, forse perché conosce benino la situazione dei 40 milioni di americani - tra cui un mare di bambini - tagliati fuori, per esosità delle compagnie di assicurazione o per precariato e “outsourcing” cronico del lavoro, dal mercato della salute.

Forse perché ha presente quanto poco il mercato abbia salvato dal precipitare nell'abbandono totale milioni di argentini vittime non di carestie o improvvise carenze di beni ma del cattivo governo dei privilegi e dell'illegalità.
Prodi - come sanno in altre parti del mondo - non è un nemico del mercato. Crede in una certa armonia tra capitalismo, legalità e interventi sociali come quelli che hanno ispirato l'America di Roosevelt, di Kennedy, di Carter, di Clinton (il Presidente che da un lato ha tentato in tutti i modi di correggere la grave ingiustizia sanitaria e dall'altro ha dato al suo Paese il benessere che George Bush e i suoi neo-conservatori hanno dissipato).
3. Però non basta. È inutile fare carinerie. Senti in te «la spinta riformista» (citiamo testualmente) o «stai rafforzando l'ala più radicale»? La risposta è dura e immediata, dettata dal realismo, non dalla cattiveria. Prodi è radicale. Qui, ovviamente, radicale significa più a sinistra. Così a sinistra da non poterlo collocare neppure in area Bertinotti. E certamente da non poterlo presentare nei salotti accanto a Consolo (quello di Telekom Serbia) o al pacato Giovanardi. Ma cosa significa, in questo contesto, sinistra?
4. La risposta viene alla fine, in due paragrafi. Nel primo si dice di Prodi, come estrema ragione di discredito, che vuole «andare in giro per un anno ad ascoltare il Paese». L'ipotesi è indicata come il colmo. E infatti l'articolista - che è il direttore del giornale e dunque particolarmente credibile - ci dice che, a questo punto, «sia i federatori che gli innovatori hanno dubbi sulla leadership di Prodi».

Siamo maliziosi se vediamo affiorare in questi innovatori anonimi l'incubo malevolo dei girotondi, l'odiosità dei cittadini auto-convocati, l'insopportabile pretesa dei non addetti ai lavori di interferire con la politica?

Nel mondo degli innovatori emerge una curiosa unità di misura. A che distanza sei da un rapporto di organicità e disciplina con un partito? Su quella distanza, - e non sul vecchio asse destra-sinistra - si misura il radicalismo. Se è così, per Prodi e per alcuni di noi butta male.


La mancia dei deputati ai loro collegi. Per legge
I parlamentari si destinano finanziamenti per 500 milioni, dagli aiuti al museo del corallo a quelli per la cremazione. Nel 2003 la Consulta fermò la norma ad hoc
Marco Galluzzo sul
Corriere della Sera

ROMA — Sarà approvata oggi alla Camera, salvo sorprese, la cosiddetta «mancia dei parlamentari». Una leggina di appena 2 articoli, che ha ottenuto la corsia preferenziale, con il via libera dell'opposizione, e che prevede stanziamenti per 547 milioni di euro (più di mille miliardi di vecchie lire). Fondi destinati ad arrivare in quasi tutti i collegi elettorali di deputati e senatori. Che dovranno essere spesi secondo un elenco che ora è segreto, e tale potrebbe rimanere. Si tratta di finanziamenti in alcuni casi «chirurgici»: dall'illuminazione di un campo di calcio all'istituzione di un Museo del corallo, dal recupero di antiche terme alla costruzione di un tempio crematorio.

L'elenco misterioso e ancora provvisorio contiene centinaia di voci, copre quasi tutti i collegi elettorali d'Italia, prevede opere e interventi per più di 500 milioni di euro. Per l'esattezza 547, poco più di mille miliardi di vecchie lire, in tre anni. Alla Camera pochissimi deputati (meno di una decina) lo posseggono, tantissimi hanno contribuito a formarlo, tutti negano di averlo.

La «mancia dei parlamentari», altrimenti detto il «bottino», così viene volgarmente chiamato il provvedimento, diventerà legge oggi, salvo sorprese, all'ora di pranzo, in commissione Bilancio. Sede legislativa, dunque, con il via libera dell'opposizione. Anno dopo anno si dice sempre che è l'ultima volta, ma poi nessuno riesce a resistere. Il governo incassa l'approvazione indolore della Legge finanziaria, deputati e senatori ottengono un sorta di «obolo» da riversare sul territorio di provenienza.

Due articoli in tutto che recano come titolo «Interventi in materia di programmazione dello sviluppo economico e sociale» e che non fanno menzione alcuna dell'elenco. Quelli stanziati sono soldi statali, a pioggia, diretti agli enti locali, inseguiti in modo trasversale, da destra e da sinistra. In parte già resi disponibili dalla Legge finanziaria dell'anno scorso, in parte stornati dal Fondo speciale del ministero dell'Economia. Un modo per mantenere il contatto con il proprio elettorato, rispondere alle esigenze del territorio, «fare cose utilissime, con denari che vengono certamente spesi sino all'ultimo euro, per carità — ricostruiscono in modo riservato i funzionari del Parlamento —, ma che forse non sono proprio il modo migliore per un reale e armonico sviluppo economico». In tempi di vacche magre, tetto del 2% alle spese e vincoli imposti dall'enorme debito pubblico, si potevano forse prevedere altre destinazioni. In uno degli elenchi circolati negli ultimi giorni, ancora provvisorio, si trovano voci di tutti i tipi. Fra i desideri dei parlamentari più di 3 milioni di euro per il recupero delle Antiche Terme di Termini Imerese. La realizzazione del Museo del corallo a Torre del Greco, spesa triennale prevista circa 400 mila euro. La manutenzione e ristrutturazione, a Forza d'Agrò, degli spogliatoi del campo di calcio Scifi, 260 mila euro. La costruzione di un Tempio della cremazione di Treviso, un milione di euro. Un sottopasso ciclopedonale di Caravaggio, 950 mila euro.

C'è chi dice che l'elenco misterioso potrebbe diventare pubblico oggi, sotto forma di ordine del giorno approvato dalla commissione Bilancio, in modo da impegnare il governo a spendere i 547 milioni di euro secondo le destinazioni individuate. Forse sarà così, forse no: le ultime di ieri sera raccontavano che potrebbe restare riservato e transitare dopo la pubblicazione della legge in Gazzetta ai ministeri competenti. In modo ufficioso. Contro la pubblicità alcuni motivi di opportunità, ma anche una giurisprudenza della Corte costituzionale che ha già bocciato — sulla scorta dell'attuale Titolo V della Costituzione — la possibilità per lo Stato di determinare nel dettaglio interventi finanziari così capillari a favore degli enti locali. L'anno scorso fu così per due articoli della Finanziaria, con i giudici che in pratica mandarono in fumo la preparazione di una leggina ad hoc che doveva contenere l'elenco degli interventi. La questione è dibattuta, la giurisprudenza non univoca, ma un elenco che rimane misterioso e una legge con il titolo generico sullo «sviluppo economico e sociale» del Paese forse risolve il problema.


La Casa Bianca si gioca in tv
Il candidato democratico all´assalto. Il team Bush: "Lo faremo sudare".
Lo sfidante, in ritardo nei sondaggi, tenta il sorpasso: ma il presidente non ha mai perduto un dibattito.
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON - Tuona lo strano Dio della democrazia americana: tu vincerai senza sudore. Maledetto sia per sempre colui che traspira in diretta. Si possono impunemente bruciare vite umane e miliardi in guerre, si possono avere due opinioni opposte su ogni argomento, ma l´arma di distruzione elettorale che da 44 anni ogni candidato alla Casa Bianca teme più di ogni altra cosa sono quelle goccioline di sudore sul labbro che nel 1960 stroncarono Nixon e che ancora una volta, giovedì sera, potranno decidere il futuro politico degli Stati Uniti. «Speriamo di far sudare John Kerry» dicono apertamente i preparatori chiusi da giorni con Bush nel suo ranch texano, come "trainers" nel campo di un pugile, e la loro non è una speranza metaforica. Nell´era dei grandi fratelli e della falsa reality tv, anche in politica conta più la traspirazione dell´ispirazione.
Nei 44 anni trascorsi da quel 26 settembre del 1960 quando un incauto Nixon struccato, febbricitante e con un ginocchio dolente per una botta, permise alla micidiale umidità di imperlargli il labbro superiore mentre il truccatissimo JFK lo guardava asciutto, i dibattiti televisivi sono divenuti eventi talmente falsi che soltanto le ghiandole sudorifere possono spezzare.

Nella realtà, a proposito, è assai dubbio che i due o tre incontri diretti fra gli opposti campioni repubblicani e democratici che segnano l´ultima fase della campagna elettorale possano davvero cambiare la partita. E´ impensabile non accettare il confronto, perché sarebbe un´ammissione implicita di vigliaccheria e di sconfitta, ma non è essenziale vincerlo, è essenziale non perderlo. Ricerca dopo ricerca, da quel primo duello vinto dal truccatore di JFK che spalmò sul volto del giovane senatore del Massachusetts una maschera bronzea, indica che il pubblico li guarda per confermare le proprie simpatie e antipatie. Dunque soltanto gaffe colossali, tic o segni di confusione mentale acuta possono spostare opinioni di voto.

Tutti gli osservatori assegnarono la vittoria al più intenso Nixon, mentre il pubblico preferì il più superficiale, ma attraente Kennedy, al quale era stato insegnato anche a sedere sempre con le gambe accavallate, in una posa composta che piacque molto alle signore.
E´ una comprensibile illusione della squadra in ritardo nei sondaggi - in questo caso il Team Kerry - che il dibattito possa produrre quel "colpo della domenica", quel fortunato tiro da lontano che rovesci il risultato. E´ accaduto, nella storia della democrazia del sudore, ma raramente. Avvenne in negativo con Gerald Ford, che aveva fama di brav´uomo stordito da una pericolosa propensione a picchiare la testa contro tutti gli stipiti, quando dichiarò, nel 1976, che «la Polonia non era sotto il controllo dell´Unione Sovietica», dimostrando una preoccupante impreparazione geopolitica. Fu bravissimo Reagan a ridicolizzare garbatamente il suo avversario Carter, pignolo ingegnere navale di formazione e predicatore battista di vocazione, che il vecchio attore smontava con un sospiro e una battuta: «... e rieccolo che ricomincia». E disastroso fu Gore, che, opposto al gioviale e impreparato Bush, apparve alla maggioranza silenziosa dei somari come l´insopportabile primo della classe, emettendo grugniti di disapprovazione quando George parlava e straparlava.
Quasi sempre la spontaneità è studiata, come nel caso di Bill Clinton, che dell´attore aveva l´istinto, se non la formazione.

Proprio per evitare queste astute gigionate, soprattutto nel formato "town hall" che Bush non voleva, i negoziatori dei team hanno fissato questa volta una serie di regole minuziose, che vietano sospiri e gemiti fuori inquadratura, leggii di altezza diversa che favoriscano il più alto Kerry e proibiscano "domande trabocchetto" fatte per mettere in imbarazzo l´altro, alla maniera di Lyndon Johnson che fece chiedere a un suo avversario elettorale «se fosse vero che amoreggiava con le galline». Un falso, ovviamente, che costrinse il poveraccio a smentire, in tv, che lui si accoppiasse con pollame. Ma ancor più delle insinuazioni e delle gaffe, l´aureo segreto di questi eventi si chiama "aspettative". La condizione indispensabile per vincere è abbassare le aspettative sulla prestazione propria ed esaltare invece le attese sull´avversario. Gore si presentò come il leone che avrebbe sbranato George l´agnello e la discreta prova di Bush parve un trionfo. Così, oggi la squadra Kerry esalta le capacità dell´interlocutore, ricorda che Bush non ha mai perduto un dibattito, che dietro la sua posa da Bertoldo texano e i suoi strafalcioni si nasconde una mente abilissima nell´occultare la storia del raccomandato rampollo venuto dal privilegio. In questo gioco a nascondino, nel quale è fondamentale nascondere più che scoprire, sta l´inganno di fondo di queste sfide da Ok Corral televisivo, dove l´elettorato è chiamato a decidere chi, fra destra e sinistra, usi l´antitraspirante migliore.


Elezioni Usa, Jimmy Carter accusa: «In Florida rischiamo un altro 2000»
su
l'Unità

La Florida di Jeb Bush non è in grado di rispettare gli standard elettorali. L'America rischia di ripetere la figuraccia del 2000, quando la vittoria di Al Gore fu ribaltata dalle manovre dei funzionari della Florida, che mandarono alla Casa Bianca George W. Bush. Un'elezione che fu salutata con un eloquente «Hail to the thief» (Salute al ladro) dalla stampa di mezzo mondo. L'accusa non viene da un militante qualunque o da un “complottista”. Ma da Jimmy Carter, uno che di democrazia e di regole elettorali se ne intende, avendone fatto uno ragione di vita. Anche dopo essere stato alla Casa Bianca (1977-1981), dove ottenne grandi risultati, tra cui gli accordi di Camp David del 1978 tra Egitto e Israele e la ratifica del trattato Salt II con l'Unione Sovietica, per la non proliferazione delle armi strategiche.
Ma veniamo alle perplessità espresse da Carter, in un intervento sul Washington Post. Nell'articolo, dal titolo Still Seeking a fair Florida Vote (Cerchiamo ancora un voto giusto in Florida), Carter scrive: «Quattro anni fa, la responsabile dello scrutinio in Florida, nonché segretario di Stato della stessa Florida, Khaterine Herris, era anche la responsabile della campagna elettorale dell'accoppiata Bush-Cheney. La stessa cosa accade ora, visto che le è succeduta Glenda Hood, che sempre nel 2000 fu un “grande elettrice” di Bush». Militanza allora, militanza oggi. Quando in realtà i responsabili dello spoglio dei voti dovrebbero essere personaggi neutrali e di garanzia, come sottolinea Carter.
Altro problema è quello relativo al voto degli afro-americani. Carter ha accusato la Hood, una repubblicana, di aver cercato di mettere sulla scheda il nome del candidato indipendente Ralph Nader, ben sapendo che avrebbe rubato voti ai democratici e ha aggiunto che «un goffo tentativo è stato fatto di recente per squalificare 22 mila afro-americani (potenzialmente elettori democratici) ma solo 61 ispanici (potenzialmente repubblicani) come presunti criminali».
Infine la bacchettata al governatore della Florida, Jeb Bush, fratello del presidente americano e chiaramente suo strenuo sostenitore. «Jeb Buh non ha fatto nulla per correggere queste imperfezioni e non ha apportato nessuna riforma per prevenirle in futuro». Il riferimento è al fatto che la Florida non ha recepito l'Help America Vote Act dell'ottobre 2002, promulgato dopo uno studio condotto da Jimmy Carter e dall'altro ex presidente (repubblicano) Gerard Ford, in cui i due elencarono una serie di raccomandazioni per evitare un nuovo caso Florida. Caso Florida, che come ammette Carter, ha tutte le “carte in regola” per ripetersi.


Bush e Blair la tecnica dell'azzardo
Michele Salvati sul
Corriere della Sera

Verso la metà del luglio scorso, per una singolare coincidenza, vennero resi pubblici i rapporti dell'Intelligence Committee del Senato americano e del Butler Committee britannico: oggetto di entrambe le indagini erano le prove del possesso di armi di distruzione di massa (Adm) da parte dell'Iraq, l'argomento principale addotto da Bush e Blair per giustificare la decisione di invadere quel Paese. Commentando i due rapporti, ricordo che l'Economist coniò una efficace definizione dei due leader: sincere deceivers, ingannatori in buona fede. Definizione senz'altro efficace, ma forse non rispettosa delle conclusioni delle indagini. Le quali dicono, in sostanza, che la buona fede del presidente Usa e del premier britannico non poteva essere esclusa: entrambi potevano ragionevolmente credere che l'Iraq disponesse di quelle armi e fosse pronto ad usarle. E potevano credere questo perché le informazioni ricevute dai servizi di spionaggio — chiamiamo le cose col loro nome — erano confuse e ambigue: i due rapporti hanno proprio per oggetto la cattiva qualità dei servizi e non lesinano, soprattutto quello americano, giudizi pesantissimi. Insomma, i due leader sono assolti per insufficienza di prove della loro menzogna, non per accertamento della loro sincerità. Lo stesso era avvenuto pochi mesi prima, nel caso britannico, quando venne pubblicato il rapporto finale della ben più drammatica e pubblicizzata indagine voluta dal governo e affidata a Lord Hutton.
Non credo però esistano molte persone, tra quelle informate dei fatti, che scommetterebbero sulla buona fede dei due leader; e quelle poche opterebbero, come spiegazione alternativa alla mala fede, per una straordinaria incompetenza o irresponsabilità. La stessa opinione pubblica poco informata è convinta in larga maggioranza che i veri motivi dell'invasione dell'Iraq siano stati altri e la storia delle Adm sia stata concepita per «vendere» al pubblico una decisione azzardata, poco popolare e contraria ai principi di diritto internazionale che si sono consolidati in materia. Motivi — quelli «veri» — che possono essere giusti o sbagliati, ragionevoli o irragionevoli, ma sono certamente troppo complicati e controversi per essere venduti a un largo pubblico.

Dell'alternativa «mentitore o incompetente», il primo corno, quello letale di fronte all'opinione pubblica, non può essere provato. Il secondo corno è un giudizio che molto dipende da come andrà a finire l'intera vicenda: se la situazione attuale evolverà in modo accettabile — mi riferisco sempre alla valutazione prevalente dell'opinione pubblica — il prezzo politico che Blair dovrà pagare potrebbe anche essere modesto o addirittura nullo. Vorrei concludere questa storia con un esercizio un po' cinico di umorismo britannico. Se siete un leader democratico e volete far passare una decisione della cui giustezza siete convinti ma i cui motivi veri non sarebbero accettati dall'opinione pubblica, raccontate una menzogna. Fate però in modo che il processo informativo risulti sufficientemente ambiguo e confuso da fornire buoni appigli ad una eventuale commissione d'indagine non ostile. Meglio incompetente che mentitore. Michele Salvati


Zapatero sfida la Chiesa spagnola
In nome della laicità la Spagna punta a tagliare i privilegi del clero con una revisione del Concordato che porti all'abolizione dei vantaggi fiscali e all'eliminazione del crocifisso dai luoghi pubblici. La Chiesa: «E' una persecuzione»
Alberto D'Argenzio su
il Manifesto

La Spagna di Zapatero punta decisa verso uno stato in tutto per tutto laico, un obiettivo che passa immancabilmente attraverso la fine dei privilegi accordati alla religione cattolica. Privilegi che sono frutto della tradizione, ma soprattutto del franchismo e degli accordi Spagna-Santa sede del 1979, firmati soli pochi giorni dopo l'entrata in vigore della Costituzione e da allora mai più ridiscussi. La rotta verso il laicismo è stata annunciata dal sottosegretario alla giustizia Luis Lopez Guerra la settimana scorsa durante una conferenza all'Università di Cadice: «Il governo sta disegnando una, per così dire, road map, per arrivare ad un effettivo status aconfessionale dello Stato, che intende limitare il carattere ufficiale di qualsiasi religione. Nessuna può essere più ufficiale dalle altre, perché nessuna può essere ufficiale». La settimana scorsa la cosa passava però praticamente inosservata. Venerdì il giornale El Mundo l'ha recuperata ed ha lanciato la pietra, sbattendo la proposta in prima pagina e provocando la levata di scudi della gerarchia ecclesiastica iberica e pure del Partido popular. La prima rispolvera la parola «persecuzione», il secondo parla di «iniziativa radicale». Il governo, per bocca della vice premier Maria Teresa Fernandez de la Vega, ammorbidisce i toni, ma non smentisce. Fernandez ha negato l'esistenza di una «road map», ma ha pure affermato che «siamo in uno stato aconfessionale, e quindi laico, così lo stabilisce la Costituzione, e proseguiremo il nostro lavoro per questa strada».

Il governo punta infatti ad una revisione del Concordato del 1979 (l'anno prossimo non verrà rinnovato automaticamente, ma verrà rinegoziato), al porre fine alle facilitazioni fiscali della chiesa (che praticamente vive in un paradiso fiscale), alla revisioni dei finanziamenti alle entità o associazioni cattoliche ed all'eliminazione dei crocifissi dai luoghi pubblici, siano scuole, caserme o carceri. Il tutto per arrivare ad un trattamento uguale per tutte le confessioni. Ormai vivono in Spagna oltre mezzo milione di musulmani, assai forte è la chiesa avventista, soprattutto tra i gitani, mentre si conta un fiorire di sette, con un totale di due milioni e mezzo di seguaci, un fenomeno legato anche questo all'immigrazione. Inoltre, secondo indagini sociologiche, ormai il 20% degli spagnoli si dichiara laico o aconfessionale, praticamente la medesima percentuale dei cattolici praticanti.

I motivi di frizione tra Chiesa cattolica e governo socialista non finiscono però qui.

Questa iniziativa arriva dopo che Zapatero ha già soppresso la legge del precedente governo Aznar in cui la religione veniva equiparata alle altre materie nella valutazione dell'alunno. Venerdì il consiglio dei ministri approverà la proposta di legge che legalizza i matrimoni omosessuali riconoscendo inoltre alle coppie gay il diritto all'adozione o a tenere figli. In cantiere c'è pure una legge per permettere l'eutanasia ai malati terminali e per aumentare i casi in cui si può ricorrere all'aborto.

Non siamo certo al bienio negro, quei due anni tra il 1936 e l'inizio della Guerra Civil in cui le chiese finivano spesso bruciate, ma la gerarchia cattolica si sente comunque sotto assedio. Il portavoce della Conferenza Episcopale, Juan Antonio Martinez Camino, ha chiesto ai fedeli di opporsi «per strada» alla politica dei socialisti: «porteremo nelle strade la visione cristiana sulle questioni sociali che sono di attualità». I vescovi danno la loro benedizione alle mobilitazioni ma non si piazzeranno dietro agli striscioni perché, precisa Martinez, «la Chiesa non ha mai convocato ne convocherà manifestazioni».


G8, i pm portano i filmati della vergogna Diaz
su
l'Unità

I pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini hanno ribadito e formalizzato nell'udienza preliminare in corso a Genova, la richiesta di rinvio a giudizio per i 28 poliziotti, dirigenti, funzionari, capisquadra e agenti, indagati per la sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz, avvenuta nella notte del 21 luglio del 2001 durante il G8. Toccherà al gip Daniela Faraggi decidere se archiviare o disporre il processo, anche se è prevedibile che i lavori dell'udienza preliminare si protrarranno ancora per parecchie settimane. L'accusa ha depositato anche nuovo materiale probatorio, soprattutto numerosi filmati fatti durante il G8 da operatori televisivi e provenienti da fonti amatoriali.
Nell'udienza precedente i pubblici ministeri avevano depositato una memoria di 261 pagine con le motivazioni dei vari capi d' accusa: falso, calunnia, lesioni gravi, falso ideologico, furto, e irruzione arbitraria. Queste le accuse di cui a vario titolo sono chiamati a rispondere personaggi che ancora oggi sono ai vertici della polizia. Secco il giudizio della procura genovese: il blitz alla Diaz si è basato su una colossale montatura e per giustificarne la regia i poliziotti hanno mentito. «Non si è chiesto - hanno scritto i magistrati nella loro memoria - il rinvio a giudizio degli imputati per veder loro applicato una sorta di contrappasso, ma si è cercato al contrario di distinguere ed analizzare le responsabilità in un modo che non è stato certamente usato nei confronti delle vittime della operazione Diaz».
Tra i personaggi per cui si chiede il processo, lo ricordiamo, ci sono l'ex vice dirigente dell'Ucigos Giovanni Luperi, l'ex capo dello Sco Francesco Gratteri (ieri presente all'udienza) Vincenzo Canterini capo del primo reparto mobile di Roma che con un'iniziativa autonoma sferrò l'attacco alla Diaz. Per citare solo alcuni dei nomi più noti.



La Cina sfida l´incubo smog via libera solo alle auto pulite
Traffico caos e cancro ai polmoni in aumento, il governo impone motori meno inquinanti che negli Stati Uniti.
Federico Rampini su
la Repubblica

PECHINO - George Bush riceve una lezione di ecologia e risparmio energetico da dove meno se l´aspetta: per combattere lo smog e ridurre i consumi petroliferi, la Cina vara per le sue automobili dei limiti ai gas di scarico più severi di quelli americani. Con un´altra iniziativa che risponde ai desideri degli ambientalisti, Pechino inaugura anche una revisione delle sue statistiche ufficiali per introdurre il "Pil verde". E´ una nuova definizione del Prodotto interno lordo che non si accontenta di misurare l´aumento della ricchezza materiale, ma ne sottrae i costi per la distruzione della natura e i danni alla salute.
Questi segnali di una conversione "verde" da parte delle autorità cinesi avvengono per la verità sotto la pressione di un´emergenza ambientale senza precedenti. Se ogni paese ha conosciuto punte di inquinamento in coincidenza con le fasi di rapida industrializzazione - fu leggendario lo smog londinese dell´800 - il boom economico cinese è unico per rapidità e dimensioni; ha portato un paese di 1,3 miliardi di abitanti dal Terzo mondo al rango di superpotenza industriale in due decenni.
La coltre di polvere tossica che ricopre quotidianamente Pechino e Shanghai, Chongqing e Guangzhou, è un fenomeno che neanche i leader del partito comunista possono fingere di ignorare.

In questi giorni uno studio della Croce rossa rivela che il 75% degli abitanti delle grandi città cinesi soffrono di patologie urbane legate al traffico e all´inquinamento; e per la prima volta dopo anni di progresso nella longevità, la speranza di vita media dei cittadini ha cominciato ad arretrare. Il calo della longevità colpisce i colletti bianchi, le persone più istruite, cioè proprio le categorie socio-professionali nel nuovo ceto medio urbano. A Zhongguancun, detta la "Silicon Valley" di Pechino per l´alta concentrazione di industria tecnologica, si muore in media a soli 53 anni contro una longevità nazionale di 72 anni. Secondo la Banca mondiale la Cina ha 16 tra le 20 città più inquinate del pianeta. Quattrocentomila decessi prematuri avvengono ogni anno per cancro ai polmoni e malattie respiratorie, di gran lunga la prima causa di mortalità.
Oltre a quelli umani, anche i danni economici sono considerevoli.

Le piogge acide costano ogni anno 13 miliardi di dollari in danni alla salute, all´agricoltura e alle foreste. L´insieme delle devastazioni ambientali distruggono 170 miliardi di dollari all´anno, il 12% del Pil cinese.
Le cause del disastro ecologico sono diverse. C´è l´uso prevalente del carbone, di cui la Cina è ricchissima, come combustibile per il riscaldamento urbano e per le centrali elettriche (questo sta spingendo le autorità di Pechino verso il nucleare come alternativa meno inquinante, anche se impopolare tra i verdi). C´è il boom di consumi di prodotti difficilmente riciclabili: alla periferia di Shanghai si sono accumulate discariche di 100.000 tonnellate di computer e frigoriferi, condizionatori d´aria e telefonini, i rifiuti del nuovo benessere cinese. Ma la causa prevalente dell´inquinamento urbano, come in tutto il mondo, è l´automobile. La motorizzazione di massa procede inesorabile, in un paese dove le dimensioni del fenomeno fanno impallidire qualunque paragone. La Pechino delle biciclette di vent´anni fa ha lasciato il posto a una megalopoli costantemente intasata dal traffico, nonostante gli investimenti massicci per adeguare la rete stradale: la capitale è ormai un reticolato di "autostrade urbane" a otto-dodici corsie, con sei anelli concentrici di scorrimento e circonvallazione, il più largo dei quali racchiude una superficie uguale al Belgio.

Il parco auto nazionale supera i 25 milioni di vetture, per ora concentrate nelle grandi città, ma il ministero dei Trasporti calcola che ce ne saranno 140 milioni in circolazione fra 15 anni, e la crescita si stabilizzerà solo dopo aver raggiunto i 250 milioni. Sono stime prudenti, perché escludono che in un futuro anche lontano la diffusione dell´automobile possa arrivare a livelli americani: in quell´ipotesi infatti il parco-macchine cinese potrebbe arrivare fino a 600 o 800 milioni, quante ce ne sono oggi su tutto il pianeta.
Pechino non può permettersi che questa crescita esponenziale distrugga l´ultimo ossigeno ancora disponibile. Di qui la decisione presa nei giorni scorsi, di imporre alle case automobilistiche dei massimali rigorosi sui gas di scarico. Entro il luglio 2005, stabilisce la nuova legge, ogni nuova vettura fabbricata o importata in Cina dovrà percorrere almeno 30 miglia con un gallone di benzina (più le auto sono econome in benzina, meno inquinano). E´ una regola più severa di ben due miglia a gallone rispetto a quella in vigore negli Stati Uniti. Diventerà ancora più rigorosa nel 2008, quando scatta la seconda fase della riforma cinese e le auto dovranno essere più "risparmiose" di cinque miglia. Negli Stati Uniti invece - con l´eccezione della California - l´Amministrazione Bush ha sempre ceduto alle pressioni dell´industria automobilistica. Perciò a Washington non sono passati quegli standard più severi che sarebbero richiesti dal Trattato di Kyoto per la limitazione delle emissioni carboniche.

Insieme con le regole sui gas di scarico, parte un esperimento interessante per misurare in modo diverso la crescita economica. Con il via libera del governo centrale, sei tra regioni e province che includono grandi aree metropolitane (Pechino, Shanghai, il Guangdong, Jilin, Shaanxi) cominciano a raccogliere le statistiche del loro reddito sottraendo il costo delle distruzioni ambientali. L´esperimento è assistito dagli economisti dell´Accademia delle scienze sociali di Pechino, che hanno già svalutato di un terzo il Pil dello Shanxi, a causa dei danni provocati alle risorse naturali. E´ il concetto di "Pil verde", difeso dal ministro dell´Ambiente Pan Yue. Cita questo dato: «Nelle grandi città i bambini respirano un´aria così inquinata che le radiografie ai loro polmoni sono identiche a quelle di chi fuma due pacchetti di sigarette al giorno». Il "Pil verde" dovrebbe servire a cambiare la cultura della crescita economica, incorporando finalmente anche la qualità dello sviluppo.


  28 settembre 2004