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sulla stampa
a cura di P.C. - 27 settembre 2004


Una crepa nel silenzio
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Può essere la prima vera, buona notizia di questa crisi. Il livido silenzio che, come una bolla, circonda il sequestro di Simona Pari e Simona Torretta comincia a incrinarsi. Se le informazioni raccolte da Al Rai Al-Aam sono attendibili, bisogna prendere in considerazione l´ipotesi che Alì Rooz, il direttore dell´autorevole quotidiano del Kuwait, sia il "mediatore". Il "canale" che i sequestratori delle due Simone hanno scelto per avviare finalmente una trattativa. E´ un´anomalia. Quasi per definizione, in questi affari, il "canale" è occulto, clandestino. Il "mediatore" è solitamente un uomo senza nome in contatto, da un lato, con l´intelligence e, dall´altro, con i carcerieri: segretamente fa le sue mosse e, nell´ombra, svolge il suo lavoro. Il lavoro di un giornalista, al contrario, è per definizione pubblico. E pubblicamente infatti Alì Rooz rilancia da due giorni i messaggi dei rapitori, le rassicurazioni sulle condizioni degli ostaggi, le richieste per rimetterle in libertà. Non c´è dubbio che questa mossa sia inconsueta. La nuova anomalia di un "caso", punteggiato fin dal primo momento da sorprendenti anomalie, non dovrebbe scoraggiarci più di tanto.
Da diciotto giorni attendiamo che qualcuno si faccia avanti per dirci che le nostre ragazze sono vive e in buona salute e ora quell´uomo è apparso sulla scena. Con le informazioni attese. Simona Pari e Simona Torretta ? scrive Alì Rooz ? sono in buona salute. Psicologicamente sofferenti, com´è naturale, ma rispettate, protette "dalle regole dell´Islam che impongono di trattare bene i prigionieri". Sono nelle mani di un gruppo che il direttore di Al Rai Al-Aam definisce "islamico" e non jihadista. Buona cosa. Perché non sono state catturate da una fazione della guerriglia o del terrore. Non sono ostaggio né di Tawhid wal Jihad né di Abu Musa Al Zarqawi, e questo (se vero) consola.
I carcerieri delle nostre ragazze dovrebbero appartenere a un´area baathista, nazionalista, non radicale, non "religiosa", lascia intendere Alì Rooz. Non c´è finora la prova dell´esistenza in vita delle ragazze, ma le assicurazioni che "chiedono del cibo particolare" - biscotti, ad esempio - e hanno privilegi particolari, come l´acqua minerale, vuol dire che il gruppo è disponibile ad offrire presto qualche dato certo che dimostri l´esistenza in vita delle due Simone. C´è poi la richiesta, per così dire, politica.

Simona Pari e Simona Torretta sono state sequestrate da personaggi del vecchio regime. Baathisti. Saddamiti. Forse da uomini del vecchio servizio segreto di Saddam Hussein, il Mubharakat, che si sono riorganizzati per riempire il portafoglio e non per liberare il Paese dagli occupanti. Sono uomini che conoscevano l´attività e i volontari di "Un Ponte per...". Ne conoscevano la condizione e soprattutto la fiducia che avevano nella comprensione degli iracheni per il loro lavoro di volontari di pace. Sapevano che le due Simone erano indifese. Ne conoscevano i tempi, i luoghi, le routine. E´ stato un gioco da ragazzi portarle via. Più difficile organizzare il ricatto e mettere le mani sul denaro. E´ impopolare, anche nel crudele Iraq di oggi, tenere in ostaggio delle donne, e poi due donne così vicine agli iracheni. Come mostrarle in un video? Come rivendicare il sequestro? Come rendersi identificabili e credibili per chi deve allargare i cordoni della borsa? Nel caos della comunicazione scatenato dai messaggi in rete, i sequestratori possono avere deciso di tenersi lontano dagli abituali mezzi utilizzati dalla guerriglia e dai terroristi. Si sono ricordati di quel vecchio contatto, di Issam Fahm. Gli hanno telefonato l´altra notte. Ha ragione Alì Rooz. Se la fonte è buona, tornerà a farsi sentire. Se tornerà a farsi sentire, il sequestro delle nostre due Simone entrerà in un nuovo, più delicato momento.


Tra propaganda e realtà
Siegmund Ginzberg su
l'Unità

"Sì, la situazione in Iraq sta peggiorando. Ci confrontiamo con un'intensificazione della rivolta (insurgency)", ha detto il segretario di Stato americano Colin Powell. Amettendo che non è solo in Iraq che le cose stanno peggiorando: "Abbiamo visto un aumento dell'antiamericanismo nel mondo musulmano..., non lo nego". Un po' diverso da quello che il suo presidente, George W. Bush aveva ripetuto qualche giorno prima dalla tribuna dell'Onu: "Oggi i popoli iracheno e afghano sono sulla via della democrazia e della libertà... queste due nazioni saranno un modello per il più largo Medio oriente". Esattamente il contrario di quel che era andato ripetendo, dalla stessa tribuna, e in tutte le tappe della sua “trasferta” americana il premier ad interim Ayad Allawi: "Il mondo deve sapere che stiamo vincendo, stiamo facendo progressi, stiamo sconfiggendo i terroristi". Aggiungendo che la situazione sarebbe quasi dappertutto tranquilla, con la sola eccezione del "centro di Falluja", anzi che la situazione della sicurezza sarebbe "buona da poter tenere le elezioni anche domani", in 15 delle 18 province del Paese. Non ce ne saremmo accorti, si era lamentato, solo perché "i media non hanno coperto i significativi progressi".

Ciascuno fa il suo mestiere. Bush ha da pensare alle elezioni in America, non a quello che succede in Iraq. Si capisce che non possa ammettere che lì è un disastro, o peggio, che la guerra ha finito per dare al jihadismo e ad al Qaida un spazio che nemmeno potevano sognarsi. Sa benissimo che dovrà inventare qualcosa di nuovo, correggere la strategia declamata sinora, anche e soprattutto se verrà rieletto. Il suo sfidante John Kerry ha deciso di sfidarlo direttamente sulle questioni Iraq e terrorismo, farne il tema centrale, molto più di quanto avesse fatto sinora. Hanno concordato che proprio a questo argomento sia dedicato il primo dibattito in diretta tv, questa settimana, anziché l'ultimo, come originariamente preferiva la Casa bianca. Sinora avevano sfidato Kerry a dire puntualmente cosa avrebbe fatto o farebbe di diverso da Bush. Ma questo punto Bush Bush è costretto a sostenere che i piani di Kerry per l'Iraq sarebbero "esattamente quello che stiamo facendo". Anche se è lui che appare costretto ad adeguarsi alle posizioni di Kerry proponendo in extremis, "in ottobre", cioè appena prima delle elezioni in America, una "conferenza internazionale" sull'Iraq del G8, che finora ritenevano inutile.
Su quanto ha detto Allawi, sono proprio pochi quelli che l'hanno bevuta. Nei commenti sulla stampa Usa, prevale il dileggio per l'impressione che, più che farsi propaganda per le prossime elezioni irachene, sembri impegnato a far propaganda per Bush e i suoi nelle elezioni presidenziali americane. I suoi discorsi potrebbero averglieli scritti gli speech-writer della Casa bianca, ironizzano. In effetti, quando ha detto dinanzi al Congresso Usa che "coloro che dubitano rischiano di sottostimare il nostro Paese (l'Iraq) e rischiano di rinficolare le speranze dei terroristi", a molti era sembrato Cheney quando ha detto che Kerry sarebbe il candidato preferito da Al Qaeda, e la sua elezione incoraggerebbe i terroristi. Ma nessuno in America si era spinto a dire che tutto sta andando nel migliore dei modi. Ad eccezione forse di Donald Rumsfeld, ma anche lui con qualche cautela. "Bello che sia il premier iracheno a dire queste cose anziché un'autorità americana di occupazione", aveva commentato il suo numero due al Pentagono, l'ideologo capo dei neocon Paul Wolfowitz. Aggiungendo però che "la questione è a questo punto: Allawi può vincere?". Molto più difficile comprendere è perché questi evidenti eccessi di propaganda abbiano trovato tanto entusiasti creduli dalle nostre parti.



Blair ammette: la guerra cambia pelle
Roberto Bertinetti su
Il Messaggero

L'obiettivo di George Bush e di Tony Blair non è cambiato rispetto alla primavera del 2003, quando i due leader si incontrarono alle Azzorre. Washington e Londra, ha ripetuto ieri il primo ministro britannico, lavorano per far nascere un Iraq libero e democratico, in grado di andare alle urne nel gennaio del prossimo anno per scegliere il suo futuro governo. A diciotto mesi di distanza dal vertice delle Azzorre, sia gli Stati Uniti sia il Regno Unito stanno però mutando la loro strategia per raggiungere quel risultato. Essenzialmente per due ragioni: le enormi difficoltà incontrate dagli anglo-americani nella gestione del dopoguerra e il ritiro delle truppe di alcuni Paesi che nel 2003 decisero di inviare i loro soldati nel Golfo. Se Bush è obbligato a non cambiare passo in maniera aperta prima delle presidenziali Usa di novembre per non offrire armi polemiche al suo rivale nella corsa verso la Casa Bianca, Blair sta invece mandando chiari segnali all'opinione pubblica britannica e alla comunità internazionale sul fatto che sia indispensabile un diverso approccio per tentare di risolvere per via politica i problemi ancora aperti in Iraq.
Mentre a Brighton si apriva ieri l'annuale congresso del New Labour e i sondaggi segnalavano che oltre il settanta per cento degli inglesi chiede una data certa per la fine delle operazioni militari nel Golfo, Blair ha ammesso alcuni errori nelle scelte compiute dopo la caduta di Saddam e ha, di fatto, riaperto il dibattito sulla strategia più utile per combattere il terrorismo, definito "la più grave minaccia che oggi il mondo si trova a fronteggiare". Come garantire la sicurezza in Iraq e nell'intero Occidente costituisce, a giudizio di Blair, la priorità per tutti i governi. Sia per quelli che si sono assunti in maniera diretta il compito di garantire libere elezioni a Bagdad, sia per gli esecutivi che nel 2003 contrastarono le decisioni di Washington e Londra. Adesso Blair ha però ripetuto ieri quanto già detto pochi giorni fa al premier iracheno Allawi: si sta combattendo una guerra diversa da quella intrapresa per abbattere Saddam, ora il nemico è il terrorismo e le armi che usa sono i rapimenti, gli omicidi degli ostaggi e gli attentati.
L'uso della forza militare e il controllo del territorio non sono dunque sufficienti per ottenere la vittoria in questo nuovo conflitto in corso. Convinto che occorra concordare in tempi brevi un'iniziativa politica efficace, Blair ha chiesto a Siria e Iran "interventi più seri" per blindare le loro frontiere con l'Iraq. A Washington, intanto, il segretario di Stato americano Colin Powell affermava che "occorre aumentare gli sforzi per battere il terrorismo". Gli interventi di Blair e di Powell sembrano una risposta alle dichiarazioni rilasciate poche ore prima da Donald Rumsfeld, che aveva ipotizzato un ritiro Usa prima della stabilizzazione dell'Iraq. Blair e Powell rifiutano questa ipotesi e chiedono che la comunità internazionale metta a punto una strategia condivisa per affrontare il nuovo conflitto in corso. E' un tema che il primo ministro britannico certamente tornerà ad affrontare durante il suo intervento di domani al congresso laburista. Sul quale sembra opportuno che le forze politiche inizino a discutere anche in Italia, lasciandosi alle spalle le polemiche del passato. Perché se Blair e Powell hanno ragione non ci possono essere divisioni sulle scelte da compiere per battere gli eredi di Saddam e i militanti della legione straniera del terrore.


Giustizia, tutti i dubbi di Ciampi
Potrebbe non firmare la riforma del Polo
Massimo Giannini su
la Repubblica

Un altro sciopero dei magistrati per il Quirinale sarebbe intollerabile. Ma l´ultima riforma Castelli sull´ordinamento giudiziario rischia di fare la stessa fine della prima riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo. Bocciata dal presidente della Repubblica per manifesta incostituzionalità. Rinviata alle Camere, senza la firma che ne integra la promulgazione: quella di Carlo Azeglio Ciampi. In queste ore il Capo dello Stato vive, come tutti gli italiani, l´angoscia profonda per la sorte delle due Simone rapite a Bagdad. Continua a lanciare appelli accorati per la loro liberazione. Continua a chiedere un impegno comune, di tutta l´Europa, per sostenere l´Onu e il ripristino di una strategia multilaterale che consenta una via d´uscita dall´inferno iracheno.
Ma Ciampi segue anche con attenzione e apprensione crescente il destino delle riforme. Su quelle istituzionali ha già lanciato un monito chiaro, la settimana scorsa. Sulla riforma dell´ordinamento giudiziario non si è ancora espresso con altrettanta nettezza. Ma il dossier è sulla sua scrivania. Ed è un dossier voluminoso. Pieno di perplessità politiche e di dubbi costituzionali. Con ogni probabilità, se dovesse controfirmare oggi quel testo, così come sta transitando al Senato, le ragioni per respingerlo prevarrebbero di gran lunga su quelle che lo indurrebbero a un via libera.
La nuova legge che riscrive le regole della giustizia italiana è all´esame di Palazzo Madama. Cambia il sistema delle carriere e dei concorsi dei magistrati, con tanto di test di idoneità psicoattitudinale. Modifica lo status dei pubblici ministeri. Ridefinisce la formulazione degli illeciti disciplinari. Altera il rapporto tra il Csm e il ministro della Giustizia. Per questo, ha aperto una frattura insanabile tra la politica e la magistratura, come confermano i giudizi inappellabili arrivati in questi ultimi due giorni dal congresso dell´Anm di Napoli. Ha spaccato radicalmente i due Poli. Ma ha anche creato l´ennesima crepa nella Casa delle libertà. In Commissione sono stati presentati ben 500 emendamenti al testo. Quasi tutti dell´opposizione, tranne una quindicina, che sono dell´Udc e che marciano in netta controtendenza rispetto alle norme sostenute da Forza Italia, Lega e An.

Questi rilievi sono in bella evidenza, nel dossier che gli uffici del Quirinale hanno predisposto per Ciampi. Il Capo dello Stato ne ha parlato a più riprese con Virginio Rognoni. Il risultato dei colloqui è che il vicepresidente del Csm, proprio la settimana scorsa, in un convegno a Courmayeur è tornato ad affondare il colpo sugli effetti distorsivi ed eversivi della riforma. Come dire: come già accadde per la Gasparri, il Quirinale comincia a lanciare segnali precisi. E chi vuole capire, capisca.
Tra questi, evidentemente, non c´è Castelli. Giusto mercoledì scorso, in una rutilante intervista al "Sole 24 Ore", il ministro ha rilanciato la sfida al Colle: "Ormai i giochi sono fatti: la riforma è blindata, e la blindatura per la Lega è irrinunciabile". In altre parole: il testo non si tocca. Se questa linea dura sarà fatta propria dall´intera Cdl, è molto probabile che il governo Berlusconi, per la seconda volta nella legislatura, andrà a sbattere contro le mura del Quirinale.


Prodi, ora i Ds temono il "gran rifiuto"
Maria Teresa Meli sul
Corriere della Sera

ROMA — Raccontano che ieri sera Piero Fassino sia stato avvertito (unico tra i leader dell'opposizione) dagli ambasciatori di Romano Prodi che il Professore non ha cambiato idea. Che, allo stato delle cose, "il vertice del centrosinistra previsto per il 4 ottobre non si terrà". Dicono che il segretario dei Ds sia corso ai ripari, per convincere Prodi a recedere. Ma il Professore appare determinato. "Senza chiarimento — è il succo del suo ragionamento — il vertice è inutile. Senza il progetto politico si rischia di non vincere. Eppoi, che senso ha che io faccia il candidato premier appeso al nulla per un anno e mezzo?". Dunque, la situazione è tesa come non mai. Prodi potrebbe fare un'altra sortita delle sue il 2 ottobre, al Congresso del movimento di Antonio Di Pietro. E non ha contribuito a migliorare le cose l'idea di Fassino di assumere una presa di posizione comune con Rutelli di fronte all'ultimatum del Professore. Il leader della Quercia aveva pensato che per il bene del Listone fosse quanto mai "sbagliato" isolare l'ex sindaco di Roma e, magari, arrivare fino alla lacerazione della Margherita. "Ci ritroveremmo peggio di prima", era stata la sua riflessione. Non si era reso conto ( l'aveva capito solo in un secondo tempo) che quello di Prodi era un ultimatum vero e proprio, con tanto di minaccia di rinunciare anzitempo alla candidatura. I Ds sono andati capendolo più tardi. E a quel punto è subentrato Massimo D'Alema in un tentativo di mediazione. Il presidente della Quercia, convinto com'è "che se ci fosse stata già la federazione non saremmo in queste condizioni", ha cercato di tessere la sua tela. A Prodi ha chiesto di pazientare, di non spaccare il Listone e di attendere i "tempi della politica" che, inevitabilmente, porteranno alla Federazione. Il presidente della Quercia, in poche parole, si è fatto garante di questa operazione. Ma al Professore non sta bene. Ritiene che "occorra affrettare i tempi, non dilatarli ancora". Ragion per cui la minaccia del "gran rifiuto" di Prodi resta nell'aria. Non si tratta, quindi, solo di "discussioni surreali", come le definisce il pdci Oliviero Diliberto. I Ds e la Margherita, che oggi hanno due appuntamenti importanti (rispettivamente, il direttivo e l'ufficio di presidenza) dovranno affrontare la questione. Ma mentre dalla Margherita partono segnali di insofferenza, nei Ds, che pure non nascondono i loro malumori nei confronti del Professore e della "troppa acquiescenza che pretende dal nostro segretario", la delicatezza della situazione preoccupa. Rutelli, ufficialmente, fa finta di niente. Insiste nel sostenere che l'ipotesi di andare insieme alle Regionali "va affidata alle decisioni locali" che verranno prese nelle differenti realtà. Ciriaco De Mita, invece, attacca Prodi. Lo paragona a un piccolo Berlusconi e avverte: "Non può pretendere il consenso in anticipo". Nei Ds, al contrario, i vertici del partito, da D'Alema a Fassino, si chiedono che cosa succederebbe se, veramente, il Professore abbandonasse il campo. E, soprattutto, che accadrebbe se lo facesse alla vigilia di un congresso, quello dei Ds, che si profila come una "passeggiata" per Fassino, ma che tale non sarebbe più se Prodi consumasse il suo "strappo". Per la Quercia gli esiti sarebbero devastanti. Fedele alla sua linea pragmatica, il segretario Ds tenta la tattica del "giorno per giorno". Intanto, il suo primo obiettivo è il summit del 4. Ma anche dallo Sdi si avanzano dubbi sul vertice: "Senza chiarimento — ammonisce Roberto Villetti — è meglio rinviarlo". A ingarbugliare ancor di più le cose interviene anche il clima di pessimismo che sembra aver contagiato il centrosinistra. "Se Bush dovesse vincere per noi sarebbe una tragedia", profetizzava Prodi qualche settimana fa...


Ulivo, la "sfida" per il vertice
Giovanna Casadio su
la Repubblica

ROMA - Una settimana di chiarimenti nel "listone", senza i quali il vertice allargato del centrosinistra il 4 di ottobre - primo passo per costruire l´alleanza democratica anti Berlusconi - salterà. Romano Prodi è più che mai determinato a proseguire nell´ultimatum lanciato con la lettera a Repubblica. Si aspetta che oggi il direttivo dei Ds (che affronterà i nodi del congresso di gennaio) e soprattutto l´ufficio di presidenza della Margherita sempre oggi (domani c´è l´esecutivo dei Dl) diano il segnale giusto: la fine cioè delle "resistenze assurde" al progetto della federazione riformista, altrimenti, ha detto e ribadisce il Professore, "io non ci sarò".
La sinistra alternativa (Rifondazione, Pdci, Verdi) ma anche Mastella (Udeur) e Di Pietro (Idv) fanno pressing perché non ci siano frenate nell´incontro per definire il programma, vera bussola -affermano - dell´alternativa di governo a Berlusconi. Sia Margherita che Ds puntano a gettare acqua sul fuoco delle divisioni e delle polemiche e puntano a confermare la riunione allargata. Francesco Rutelli, leader dei Dl, ripete che "è stato varato un processo appassionato e positivo di unità, che Fassino ed io abbiamo rilanciato con convinzione". Sulle divergenze nell´Ulivo non risponde: non ci sono novità, "gli italiani vogliono sentirci parlare di cose concrete, dei problemi del sud"; per le regionali "si deciderà caso per caso". Però nella Margherita, Ciriaco De Mita critica Prodi: "Il consenso non va chiesto in anticipo", e denuncia "tentazioni di semplificazione e personalizzazione della politica", insomma "i piccoli Berlusconi che sono in noi". I Ds poi fanno sapere che "nessuno ha mai sconvocato nulla" e di essere disponibile a anticipare le primarie. La sinistra del partito tuttavia dissente: Cesare Salvi annuncia una mozione contro la federazione e propone al "correntone" di presentarla insieme.
Ma l´entourage del Professore spiega che un vertice allargato il 4 di ottobre senza avere prima sgombrato il campo dai dubbi e dai traccheggi sulla federazione sarebbe inutile: "Più che inutile, dannoso". Prodi intanto incassa il massimo dei consensi nel sondaggio pubblicato ieri da Repubblica: è il preferito del centrosinistra. "È una scelta chiara di Prodi come leader - commenta Walter Veltroni, ritenuto nello stesso sondaggio il politico che ispira maggiore fiducia - spero corrisponda presto una piena operatività". Chi in questi giorni ha incontrato Prodi lo ha trovato "più che mai determinato", come racconta Luciana Sbarbati (Repubblicani europei). "A me pare che siamo a un punto fermo, nonostante le rassicurazioni e l´apprezzabile dichiarazione di D?Alema nell´intervista a Repubblica", chiosa Enrico Boselli, presidente Sdi. "Senza un chiarimento il vertice del 4 ottobre va rinviato", per Roberto Villetti. Spiega che il dilemma del centrosinistra è semplice: o un nuovo soggetto federato che sia il timone riformista della coalizione, su cui Prodi vuole stringere i tempi, o un´alleanza in cui il lavoro sia diviso tra centro e sinistra e che può aprire la strada al grande centro. "Basta liti incomprensibili, Prodi convochi la costituente di programma", esorta il verde Pecoraro Scanio. Diliberto (Pdci) indica i temi di programma su cui confrontarsi; e Fausto Bertinotti, il leader di Rifondazione, avverte del rischio di una strategia dei due tempi e insiste: "Urge l´incontro".


Liste civiche: un partito?
“Non fa per noi”
Alessandro Trocino su il
Corriere della Sera

MILANO — Giurano che non diventeranno un partito, che l'approdo naturale della loro esperienza, nata nei Comuni e nelle Province, è alle elezioni regionali di aprile e che grazie a loro il centrosinistra porterà a casa consensi che altrimenti sarebbero rimasti al centrodestra o fuori dall'urna. Sono le 400 liste civiche, che hanno deciso di federarsi in una "rete" e di adottare un simbolo comune: la città ideale di Leonardo, di colore "rosso arancionato", che campeggerà nei simboli delle liste regionali. Rappresentano tre milioni di elettori, sostengono, e quasi tutti di centrosinistra. Non a caso al loro fianco si sono schierati Prodi e Fassino, Pecoraro Scanio e Violante. Unica nota stonata, la Margherita, la più esposta a un'emorragia di consensi. "Pazzesco — si indigna Roberto Alagna, coordinatore delle liste —. Sembra quasi che non gli interessino i nostri voti. Se vogliamo continuare così, suicidi e masochisti, basta dirlo". Di un nuovo partitino, assicura Alagna, non se ne parla: "Vogliamo solo traghettare i nostri elettori alle Politiche. Per questo basterebbe prevedere nell'alleanza democratica una rappresentanza civica per l'elaborazione del programma". La differenza tra una lista e un partito la spiega Bruno Malattia, capogruppo di Cittadini per il presidente, lista friulana: "Non abbiamo gerarchie e strutture e non abbiamo la tentazione dell'eternità". "L'elettore civico — spiega Alagna — non si riconosce in un partito, ma in uno schieramento". Per non perderlo la ricetta è semplice: "Attenuare i contenuti ideologici e aumentare quelli programmatici". L'"esercito di irregolari" — come li chiama Emilio Arcuri, già vicesindaco di Orlando e animatore della "Primavera siciliana" — avanza a passi veloci, facendo proseliti nella società civile. "Non tanto tra gli intellettuali, come accadde ai girotondi, che anzi ci guardano con un certo snobismo — spiega Pamela Pantano, assessore della Lista per Veltroni —. Quanto nelle famiglie e tra le persone semplici". Non tutte le liste civiche regionali sono pronte a partire. In Umbria, per esempio, qualche sigla è schierata a destra e allora, spiega Alagna, "alla fine, se ci sarà, sarà una lista terzopolista". In Emilia, poi, i Ds sono troppo forti e sicuri del successo per dare spazio ai "civici" e in Toscana liste create dai fuoriusciti diessini creano troppi problemi politici. "Attenzione a non diventare refugium peccatorum" avverte la Pantano. Ma le difficoltà più gravi arrivano dai rapporti con la Margherita, che potrebbero pregiudicare l'alleanza nel Piemonte. A uno dei centristi più critici, il viterbese Giuseppe Fioroni, Alagno risponde così: "A Viterbo è possibile che la lista civica abbia rubato uno 0,1 per cento alla Margherita. Il fatto è che ha sottratto il 2,5 per cento al centrodestra". Il rischio è che i partiti usino le liste e poi le fagocitino: "Nonostante l'ottimo risultato — spiega Paola Votto, capogruppo della "Piacentini con Reggi" — hanno appena fatto un rimpasto, ridimensionando il nostro peso in giunta e regalando due posti alla Margherita". Rischi che si corrono e anche per questo nasce la rete delle liste, per dare loro forza e consapevolezza: "Non siamo certo la lista dei governatori — dice Alagno — come quella di Storace, operazioni personalistiche condannate persino da Berlusconi. Noi in Lazio mettiamo insieme 30 liste comunali ben radicate sul territorio, con una dote di 100 mila voti. Ci pensi, l'Ulivo, se questi voti gli fanno comodo o li vogliono regalare".


Si arresta in Renania la caduta di Schröder
Paolo Valentino sul
Corriere della Sera

BERLINO — Si dichiarano tutti o quasi vincitori, i partiti politici tedeschi, nelle elezioni comunali del Nord Reno-Vestfalia. E tutti, a loro modo, hanno qualche ragione per farlo. I cristiano-democratici, che perdono oltre 6 punti ma rimangono il primo partito. La Spd del cancelliere Schröder, che registra solo un piccolo calo, blocca l'emorragia e vede quindi confermata la tendenza, che la vuole ormai in uscita dalla crisi. I Verdi e i liberali della Fdp, che fanno entrambi un consistente balzo in avanti e sono i soli a vincere veramente, nel senso tecnico del termine. Le prime proiezioni danno la Cdu al 44% dei voti. Aveva il 50,3% nel 1999, miglior risultato di sempre. L'Unione cristiano-democratica si consola con il primo posto, ma deve registrare la perdita di importanti città, fra cui probabilmente Colonia. Per contro, la Spd limita i danni perdendo meno di un punto: i socialdemocratici infatti scendono dal 33,9 al 32%, che è sì il loro peggior risultato del Dopoguerra nella valle del Reno, ma consente al leader locale, Harald Schartau, di affermare che la "Spd si è stabilizzata". Confermano il loro momento i Verdi, in una regione dove hanno le loro radici storiche: gli ambientalisti, che avevano il 7,3% nel 1999, superano per la prima volta quota 10 e si confermano saldamente al terzo posto. Bene anche la Fdp, che passa dal 4,3 a oltre il 6%. Nessun ruolo, invece, per i partiti di estrema destra, che avevano destato sensazione e preoccupazione la scorsa settimana negli Stati orientali della Sassonia e del Brandeburgo. Ndp, Dvu e Republikaner erano presenti soltanto in alcuni comuni, ma non hanno raccolto che poche manciate di voti. A conferma che, all'Ovest, la protesta rimane incanalata nelle forze e nelle forme tradizionali. Ieri, per esempio, c'è stata una bassa partecipazione al voto: si è recato alle urne solo il 53,5 per cento dei 14 milioni di aventi diritto, la percentuale più bassa nella storia del Land. "Non si tratta di vincere i concorsi di bellezza, ma di ottenere delle maggioranze", ha commentato, un po' autoconsolatoria, Angela Merkel, presidente della Cdu. "Non è il caso di drammatizzare", ha aggiunto il premier cristiano-sociale della Baviera, Edmund Stoiber. In realtà, per la Cdu si apre adesso una fase piuttosto incerta. Quello di ieri è stato l'epilogo della lunga maratona di quest'anno, che ha visto ben 14 appuntamenti elettorali, tutti invariabilmente negativi, quando non catastrofici, per i socialdemocratici del cancelliere, che hanno pagato la politica delle riforme e i tagli allo Stato sociale. Ma, una volta messo alle spalle senza troppi danni il capitolo renano, Gerhard Schröder può ora respirare, navigando con più tranquillità e maggior fiducia verso il 2005, quando dovrà affrontare, in febbraio, il voto regionale dello Schleswig-Hollstein e, in maggio, quello ritenuto decisivo dello stesso Nord Reno-Vestfalia, entrambi Länder a guida rosso-verde. Se la Cdu, come suggerirebbero i sondaggi attuali, dovesse conquistare sia Kiel che Düsseldorf, avrebbe una maggioranza di due terzi nel Bundesrat, la Camera Alta del Parlamento espressione dei Länder e sarebbe così in grado di bloccare ogni singolo atto del governo federale. A quel punto, il cancelliere e il suo governo sarebbero ostaggi dell'opposizione e non è difficile immaginare una ribellione interna della Spd, per sostituire in corsa Gerhard Schröder. Questo scenario ipotetico, dato per scontato ancora poche settimane fa, appare adesso invece quantomeno affrettato. "Il voto di ieri — spiega il politologo Karl-Heinz Nassmacher — conferma che la Cdu ha già superato il vertice della sua parabola, mentre la frana della Spd si è fermata". Un cambio di clima e di trend, che sta già avendo conseguenze negative per la signora Merkel, la cui leadership sul partito non è mai stata indiscussa e che ora, in calo di popolarità, vede il coro dei critici incoraggiato dagli insuccessi alle urne.


Il bruqa vuol dire sfiducia
Chiara Saraceno su
La Stampa

Indossare il velo islamico (che copre i capelli) e indossare il burqa sono due cose diverse, anche se discendono dalla stessa tradizione. D'altronde, tradizionalmente, le donne cattoliche portavano il velo in Chiesa. Le suore cattoliche hanno quasi totalmente abbandonato il soggolo e forse non si tagliano più i capelli, come atto di mortificazione quando prendono i voti; ma tuttora nella maggior parte dei casi portano il velo. Ancora oggi, una donna non può apparire al cospetto del papa senza velo. Nelle campagne, e nel Mezzogiorno, fino a pochi anni fa le donne portavano sempre un fazzoletto in testa quando erano fuori casa. La richiesta di coprire il capo e il corpo femminile quindi non è esclusivamente islamica. Possiamo non condividerla; possiamo operare perché si amplino gli spazi di libertà e di autodeterminazione. Ma dobbiamo anche accettare, come facciamo per le suore, che alcune o molte donne lo scelgano come segnalatore di identità e appartenenza. Per questo non condivido la legge francese sulla laicità.
Diversa è la questione del burqa. Al di là della norma del codice civile che impone, per motivi di sicurezza, di non coprirsi il viso nei luoghi pubblici, vi è la questione della mancanza di fiducia, della negazione di apertura ai rapporti con estranei, uomini o donne, che il burqa insieme simboleggia e provoca. La signora marocchina di Treviso fermata perché portava il burqa, pur in Italia da diversi mesi, non conosce l'italiano e ha bisogno della mediazione del marito per comunicare. Quanto sa - le lasciano sapere - del mondo in cui vive e delle opzioni disponibili? Chiederle di non indossare il burqa, spiegarle che mostrare il volto è una condizione di interazione nella società in cui ha scelto di vivere e di far crescere i propri figli, è un primo passo verso l'ampliamento dei suoi spazi di libertà. Formulare la questione del burqa solo in termini di sicurezza (quindi di multe ed eventuali arresti) rischia di contrapporre le esigenze di due diverse autorità - la polizia e la comunità o i mariti islamici - senza attenzione per la libertà delle donne.
Proprio perché il burqa costituisce una radicale sfiducia nella comunicazione e nelle relazioni con il mondo circostante, trovo particolarmente inaccettabile che esso sia utilizzato come sfida da italiane convertite. Nessuno impedisce loro di vivere in clausura, se lo desiderano. Ma rivendicare la libertà di burqa in contesti in cui questo è un segno di profonda umiliazione femminile, mi sembra un atto non solo irresponsabile, ma insultante nei confronti delle donne che sotto il burqa soffrono e contro di esso e ciò che rappresenta combattono.


Mediaset offre a Mentana due serate
Per lasciare il Tg5
Alberto Guarnieri su
Il Messaggero

ROMA - Forse nemmeno questa sarà l'occasione giusta. "Dirigo il Tg5 dalla sua fondazione e sono ormai passati 13 anni. Dal primo anniversario del Tg5 non è passato anno senza che circolassero le voci di una mia sostituzione" ricorda Enrico Mentana. E la sua ricostruzione è perfetta. Con l'aggiunta della complessa partita di giro tra direttori big che il suo addio metterebbe in moto, coinvolgendo testate del calibro di ”Panorama” e ”Gazzetta dello sport”.
Di diverso stavolta c'è che a Mediaset, sia pure a mezza bocca, ammettono che il tentativo di cambiare il direttore del Tg5 esiste. Che lo si sta perseguendo in silenzio ma con determinazione. Ma allora dov'è il problema, visto che lo stesso Mentana ricorda con fair play di essere "ben consapevole del fatto che è diritto di un'azienda cambiare quando vuole la direzione dei suoi giornali"? La realtà è che il problema è squisitamente politico.
Mentana si è costruito la fama di giornalista indipendente, un direttore che pur lavorando per Silvio Berlusconi sa quando e come dire no al premier-editore. Mandarlo via significherebbe automaticamente spalmare una patina di illiberalità su Mediaset.
Ed ecco allora - visto che il Cavaliere pare davvero intenzionato a cambiare - maturare un'offerta che salverebbe capra e cavoli, mantenendo in azienda Mentana. Un'offerta che prevede per il direttore del Tg5 ben due serate su Canale 5, probabilmente le stesse che Maurizio Costanzo ha da poco lasciate libere per concentrare il suo show in tre appuntamenti settimanali. In queste serate Mentana potrebbe spaziare sull'attualità a tutto campo, come Bruno Vespa fa sulla Rai.
Ma il direttore del Tg5 sembra intenzionato a rispondere picche. "Sarebbe strano - ha dichiarato - che la mia sostituzione avvenisse adesso, visto che il tg è ai suoi massimi d'ascolto e di credibilità. Però - conclude lanciando un chiaro segnale - ognuno ha il suo ruolo ed io non posso fare altro che continuare a fare al meglio il mio lavoro fin quando mi sarà consentito di farlo: poi ognuno trarrà le sue considerazioni".


   27 settembre 2004