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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 25 settembre 2004


Falluja, cercano miliziani e fanno una strage.
Baghdad, raid in una moschea
sommari de
l'Unità

Sospendere i raid, almeno nei delicati momenti delle trattative per liberare gli ostaggi. L'hanno chiesto molti, per ultimo un Ponte per. E' avvenuto, sta avvenendo l'esatto contrario. In queste ore in Iraq è un susseguirsi di azioni militari da parte del comando alleato. La più dura, la più drammatica a Falluja. Qui il bilancio di un raid è di almeno otto morti e quindici feriti. Fra di loro sono anche una donna e tre bambini. A Baghdad ennesimo agguato contro iracheni in fila per arruolarsi: sette morti. Gli americani compiono un raid in una moschea in uno dei quartieri sunniti della capitale.


Fondamentalismi dietro le spalle
Ambiguità (e necessità) di un Islam moderato
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

L'esistenza di un Islam moderato, a cui il Corriere ha dedicato inchieste e commenti, è oggetto di parecchi dubbi e di molto scetticismo. Se i moderati esistono, perché non denunciano più esplicitamente gli orrori del fondamentalismo islamico? Se sono davvero moderati, perché condiscono le loro prese di posizione con riserve, giustificazioni, attenuazioni? Da queste domande e dalla mancanza di risposte soddisfacenti molti traggono la convinzione che l'Islam moderato sia soltanto la maschera di uno spietato fenomeno eversivo e rivoluzionario, qualcosa di simile al partito Sinn Fein, per molto tempo braccio politico dell'organizzazione militare irlandese (Ira) che dichiarò contro la Gran Bretagna la guerra del terrore. Sono personalmente convinto che vi sia nella società internazionale e nelle nostre comunità nazionali un Islam ragionevole, tollerante, aperto all'influenza dell'Occidente e desideroso di uscire dal baratro di arretratezza in cui il mondo musulmano è andato progressivamente scivolando dopo i secoli del suo splendore. Lo dimostra la frequenza con cui gli «eretici» (buoni o cattivi, poco importa) sono finiti nel mirino dei fondamentalisti. Fra la morte del leader egiziano Sadat, ucciso dai fratelli musulmani, e i tre attentati degli ultimi mesi contro il presidente pachistano Musharraf vi è una ininterrotta sequenza di tentativi falliti, insurrezioni e manifestazioni terroristiche. A queste minacce i Mubarak, i Gheddafi, gli Assad e i Saddam hanno reagito con una durezza che suscita indignazione, ma dimostra quale sia la natura dello scontro. La vera guerra, per Osama, non è quella che si combatte fra Al Qaeda e noi; è quella che si combatte fra lui e i regimi arabo-musulmani modernizzatori, laici o, come l'Arabia Saudita, interessati al petrolio quanto al Corano. Ma perché allora permettono nelle loro società manifestazioni di pensiero fondamentalista e voltano le spalle quando i loro giornali o le loro televisioni diventano portavoce di messaggi violenti? Perché gli imam delle società occidentali chiudono un occhio, giustificano l'estremismo dei loro fedeli o addirittura permettono che le loro moschee diventino centri di reclutamento? La spiegazione è nella fragilità dei regimi politici e delle comunità musulmane.

Sanno di governare società irrequiete, scontente e attraversate da ondate di nazionalismo frustrato a cui la politica post-coloniale delle grandi potenze e quella di Israele hanno fornito, in qualche caso, buoni argomenti.

I leader sono ambigui perché sanno che il fondamentalismo esercita una forte attrazione su una parte importante dei loro cittadini e devono guardarsi le spalle. Il quadro non è incoraggiante. Le situazioni internazionali sfuggono in buona parte al nostro controllo e quelle nazionali sono state amministrate sinora con molti pregiudizi e parecchia negligenza. Ma negare l'esistenza di un Islam moderato significa dare una carta in più a Osama Bin Laden, giocare il match dalla sua parte. Per quanto difficile, non abbiamo altra soluzione fuor che quella di tenere distinti i nemici dagli interlocutori possibili. I primi vanno combattuti duramente, i secondi vanno incoraggiati a diventare veramente moderati. Magari evitando errori che hanno reso il loro atteggiamento ancora più ambiguo e acrobatico.


E il sequestro scuote l'Islam sul web
I forum su internet
Francesco Battistini sul
Corriere della Sera

Il Clemente: «Piaccia ad Allah che le due Simone possano tornare vive». Il Vendicatore: «No, sangue chiama sangue». Il Misericordioso: «Ma quelle due facevano del bene!». Il Paziente: «Se il messaggio che le hanno uccise fosse veritiero, pazienza!». Colui che tutto ascolta: «Adesso le agenzie pubblicano notizie da Internet senza riscontri?». Colui che vigila: «Togliete dai forum i messaggi che parlano di esecuzioni, è questione di sensibilità!». Il Saggio: «C'insegna il Corano che dobbiamo combattere senza eccessi, difficile non vedere un eccesso nel rapimento di due volontarie». L'Ultimo: «Dio rafforzi la mano che tiene quel benedetto coltello!». Se Allah ha 99 nomi, il web ha migliaia di nickname. E per i forum dei musulmani d'Italia, nelle madrasse telematiche d'Europa è tutt'un cliccare nervoso su «questa situazione difficile dell'Islam» (Mullah XXX), sulla «guerra in Iraq che è stata un bene per l'Islam» (Najis), sui «sequestri = inciviltà» (Fatima). Chi sgozza col mouse, chi esegue il download dell'indignazione, chi blogga rabbia e paura. Il dramma delle due Simone non modera il linguaggio dei feroci saladini, ma ridà argomenti ai moderati senza lingua. Scrive il truce Princebinladen: «Hanno ucciso con i bombardamenti tante donne irachene, che soffrano anche loro!». Gli rispondono Hishiar e Najdawi: «Aiutavano bambini e disabili: a quando lo sgozzamento di bambini e disabili?». Un certo Saber ha solo dubbi d'opportunità: «I mujahidin sbagliano: libereremo l'Iraq in questo modo?». Ma quali fratelli che sbagliano, lo scuote una furiosa Fashtalla: «Sgozzare delle donne! Ma siete degli uomini?».

Ma cliccatissimo, e senza repliche, è un Miguel Martinez che chiama Quattrocchi «mercenario», sgrida Berlusconi perché non tratta con rapitori che chiedono «cose ragionevoli», si stupisce di tanto clamore sulle due Simone («hanno rapito una ragazza italiana in Venezuela, ma nessuno ne parla»), adombra che il sequestro sia roba di servizi («una specie di piazza Fontana»), alla fine osa chiederselo: «Non so che senso abbia, condannare certe azioni». Già, che senso ha? Al Salamu 'aleikum, arrivederci al prossimo sgozzamento.

Vauro su il Manifesto    Staino sull'Unità


LE DIFFERENZE COL PASSATO
La paura creata dall'incertezza totale
I ”nuovi terroristi” sequestrano e uccidono senza voler intavolare vere trattative
Fabio Isman su
Il Messaggero

ROMA Può sembrare paradossale, ma il classico terrorismo d'un tempo (fosse quello nazionale, o internazionale: a parte le stragi, che rientrano in un discorso diverso e più delicato), nonché l'antico banditismo, ci avevano abituati si fa per dire meglio. Compivano azioni spesso efferate e terribili: però concedevano, almeno, qualche concretezza. Rivendicavano le proprie imprese con certezza di comunicati e univocità di simboli (talora, perfino di testine rotanti delle macchine per scrivere: vedi “caso” Moro); affermavano il possesso degli ostaggi offrendo dei dettagli in grado di confermare l'assunto; precisavano le loro folli intenzioni magari allegando dei reperti, che allora usavamo definire macabri (ma oggi, a quali aggettivi potremmo mai ricorrere? Forse, ci fa difetto anche il vocabolario), come ad esempio il lobo d'un orecchio (“caso” Paul Getty e altri); e in chi non voleva credere, il massimo livello d'incertezza si compendiava in giornate di discussioni e verifiche, se per caso quel lobo non appartenesse a qualche animale. Ora, tutto è cambiato: oggi viviamo nell'incertezza più totale, appesi con la speranza a un orrido documento visivo che, per fortuna di tutti, non arriva; abbiamo coniato un nuovo termine, e parliamo di “terrorismo mediatico”.
Le Brigate rosse, e le altre simili organizzazioni, si facevano riconoscere con certezza; anzi, questo era proprio uno dei loro obiettivi. Avevano modi sicuri attraverso cui farsi identificare, e perfino inconfondibili per recapitare i loro messaggi, sia pur quelli di morte. I sequestratori, sardi o di altre regioni dello Stivale, erano obbligati, per intavolare una trattativa, a garantire che l'ostaggio si trovasse proprio nelle loro mani; e, in più, che godesse anche qui, si fa per dire di decente salute: “Lallo lo zoppo”, al secolo Laudavino De Sanctis, che ne uccide uno (“caso” Palombini), e poi di quando in quando lo cava da un frigorifero per spedire delle foto atte a farlo credere ancora in vita, rappresentava una autentica eccezione, e ha fatto versare fiumi d'inchiostro sulla sua ferocia, crudele e disumana.

Il “nuovo terrorismo”, prima in Afghanistan e ora, di più, in Iraq, sequestra e detiene, uccide e sgozza, spesso senza aver dato certezze di se medesimo; e, generalmente, senza intavolare serie trattative. Se pretende dei contraccambi per la vita degli ostaggi (e non sempre lo fa), sono prezzi il cui pagamento, già quando la richiesta viene formulata, si sa che sarà impossibile. Più di terrorismo, sembra odio: manca perfino un reale interesse a concrete trattative. Dei sequestrati si uccidevano anche un tempo: ma se ne faceva ritrovare il corpo; di solito, si forniva la dimostrazione che erano stati uccisi. Il corpo di Enzo Baldoni non è stato restituito, né ancora ritrovato; e le dimostrazioni delle uccisioni (in realtà, spesso il secondo messaggio che proviene da chi li ha sequestrati: il primo, è quello che li mostra prigionieri), sono divenute solo gli orribili e cruenti filmati delle esecuzioni. Il “terrorismo mediatico” è forse meno voluto e calcolato, negli effetti che produce, che non si crederebbe; può anche essere soltanto il frutto di mille difficoltà, locali, o contingenti. Per continuare con i parallelismi, siamo ridotti a sperare che i messaggi in Internet sulle “due Simone” siano solo l'equivalente del famoso comunicato sul Lago della Duchessa, attribuito alle Br ai tempi di Moro: un falso di chi cerca d'inserirsi in una situazione. Ma a quali fini, scopi, o interessi, se non il puro odio, continua a rimanerci del tutto oscuro.


Cina, in cella dopo lo scoop
Zhao Yan, 42 anni, lavora nell'ufficio di Pechino del «New York Times»
Il giornalista aveva anticipato le dimissioni di Jiang Zemin
Paolo Salom sul
Corriere della Sera

In prigione per uno scoop. Un giornalista cinese è stato arrestato dagli agenti dell'Ufficio per la sicurezza dello Stato con l'accusa di aver fornito «indiscrezioni» a un quotidiano estero. Zhao Yan, 42 anni, collaboratore dell'ufficio di corrispondenza del New York Times nella capitale della Repubblica popolare, è stato prelevato nel cuore della notte, il 17 settembre scorso, mentre si trovava a Shanghai per poi essere trasferito in un carcere di Pechino. Ma la notizia è stata diffusa soltanto ieri dal quotidiano americano. La sua colpa? Aver rivelato «segreti di Stato a stranieri», come riporta l'ordine di detenzione rilasciato dagli agenti nelle mani dei familiari di Zhao Yan. A quanto è emerso, il giornalista cinese sarebbe sospettato di essere all'origine dell'anticipazione del Times che, per primo, aveva diffuso la notizia delle imminenti dimissioni di Jiang Zemin dalla carica di presidente della potente Commissione militare centrale. Il quotidiano ha pubblicato la notizia il 7 settembre. E domenica scorsa, al termine del plenum del Comitato centrale del Partito comunista, Jiang ha lasciato il suo posto al suo successore, Hu Jintao. Chiusa la questione «trasmissione di poteri», le massime autorità della Cina si sono probabilmente chieste come avesse fatto un giornale straniero a pubblicare notizie tanto dettagliate sui segretissimi (e spesso misteriosi) processi decisionali dei vertici comunisti. «La risposta è stata facile — spiega Stacy Mosher, dell'organizzazione non governativa Human Rights in China (Diritti umani in Cina) — sono andati a prelevare il collaboratore più esposto dell'ufficio di corrispondenza: Zhao Yan, un giornalista noto, in Cina, per i suoi numerosi articoli di denuncia su casi di corruzione e abusi». Era lui, evidentemente, l'unico possibile contatto con la «gola profonda» nelle stanze del potere. Dalla sede del New York Times, la smentita è secca, anche se appare una mossa obbligata nel tentativo di proteggere un collaboratore. «Siamo molto, molto preoccupati per l'arresto di Zhao Yan — ha detto Susan Chira, caporedattore esteri del quotidiano —. Mentre stiamo facendo di tutto per ottenerne il rilascio, possiamo assicurare che Zhao Yan non ha passato al nostro giornale segreti di Stato di alcun genere».



Intesa per l'Alitalia, ora tocca al governo
sommari de
l'Unità

L'intesa è arrivata con le prime luci dell'alba: l'accordo sul riassetto di Alitalia c'è. Dopo otto ore di trattativa aziendale il sindacato è riuscito a sventare il rischio «spezzatino» e a incassare le garanzie sull'unitarietà della società. Delle nove sigle sindacali presenti in azienda, soltanto il Sult non ha siglato l'intesa. L'accordo sarà siglato martedì a Palazzo Chigi e successivamente sottoposto al referendum tra i lavoratori. Manca però l'ultimo tassello del complicato puzzle Alitalia: quello degli ammortizzatori sociali per i circa 3.700 esuberi dichiarati.


Il governo prepara lo statuto dei lavori
Riunione al ministero del Welfare con le parti sociali. Doveva restare segreta nonostante la sede ufficiale. Il progetto? Smantellare lo Statuto del '70. E si accelera sulla modifica dell'articolo 18.
Giovanna Ferrara su
il Manifesto

Parte l'attacco conclusivo ai diritti dei lavoratori: il prossimo passo sulla via della flessibilità si chiama «statuto dei lavori», che il governo sta preparandosi a lanciare proprio in questi giorni. E che ci sia l'intento di accelerare verso lo smantellamento delle tutele, lo dice chiaro il documento di istituzione dell'apposita commissione: «Progetto originariamente delineato nel libro bianco sul mercato del lavoro». E ieri, infatti, si è tenuto in segreto un incontro tra le parti sociali e la commissione nominata dal ministero del Welfare. I rappresentanti di sindacati e imprese sono stati convocati ufficialmente, e la riunione si è tenuta nella sede del dicastero. Nessuna comunicazione alla stampa, però, e i responsabili della commissione, da noi interpellati, hanno dichiarato di non aver ricevuto «alcuna investitura dall'esecutivo», come se l'incontro fosse dunque da considerarsi informale. Di informale, però, sembra esserci ben poco: la «commissione statuto dei lavori», che ha indetto la riunione con l'intenzione di raccogliere i contributi di sindacati e imprese, è stata istituita con decreto ministeriale il 4 marzo 2004. E si è data anche una scadenza: per il 31 dicembre di quest'anno deve redigere una o più ipotesi di Statuto dei lavori. Difatti, entro il prossimo mese si tenterà di stilare un'agenda di temi, rispetto alla quale si cominciano a raccogliere i «contributi». Il progetto, come si legge nello stesso sito del ministero, è stato proposto anche nel «patto per l'Italia» del cinque luglio del 2002 (ma fonti della commissione governativa da noi interpellate dicono che «l'intesa del 2002 non c'entra niente»). Questo sembra essere, comunque, l'aspetto politico più interessante della vicenda: riproporre il patto per l'Italia (l'intesa siglata tra esecutivo e sindacati, con l'esclusione della Cgil) in un periodo in cui la convergenza sindacale sembra una strada percorribile.

Sarebbe, cioè, il tassello che completa il mosaico della riforma del lavoro. Dopo la normativa 276/03, che rappresenta l'appendice applicativa della legge 30, il governo starebbe tentando di accelerare il percorso legislativo della legge 848/bis, che prevede la sospensione (in via sperimentale per tre anni) dell'articolo 18 per le aziende con più di 15 lavoratori. Martedì è infatti prevista un'audizione delle forze sociali da parte della commissione lavoro al Senato.

La Cgil si dice, comunque, disposta a discutere di revisioni ma solo nell'ottica delle proprie proposte di legge, per la cui presentazione sono state raccolte oltre 5 milioni di firme. «L'importante è che la commissione non serva alla manomissione dei diritti».

«Patto per l'Italia? Ventisei mesi dopo è inutile parlarne: non è stato rispettato». Così ha detto Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, secondo il quale sono ancora tutti attuali i temi che furono al centro di «quel tentativo sfortunato, che noi ormai riteniamo vecchio». E aggiunge di «non vedere pericoli dietro il lavoro della commissione, ma opportunità, soprattutto in materia di ammortizzatori sociali e tutela dei lavoratori. C'è la necessità, ora, che il dialogo tra i sindacati risulti utile, anche se restano delle valutazioni diverse che spesso rendono le questioni difficili. Noi, comunque, ci auguriamo convergenza sindacale sulla finanziaria e sulle tutele dei lavoratori, sugli ammortizzatori sociali e sui contratti».


Un'indagine rivela le preferenze: «1984» è seguito da «Cent'anni di solitudine»
Cristina Taglietti sul
Corriere della Sera

Che fine ha fatto Hermann Hesse? Che ne è stato di quel misto di malinconia, introspezione, spiritualismo, nutrimento di almeno cinque generazioni di ragazzi che trovarono in questo scrittore tedesco, contemporaneo di Thomas Mann, una cultura «altra», diversa e complementare a quella occidentale? L'autore di Siddharta, precursore delle avanguardie europee, amato dai figli dei fiori, è il grande assente dalla biblioteca ideale dei ragazzi di oggi. Escluso dall'Olimpo dei più amati, ma non dalle librerie, dal momento che Siddharta è in realtà un bestseller tascabile continuamente ristampato. Il che significa, probabilmente, che è un libro ancora letto ma non viene più considerato fondamentale per la formazione. Le preferenze dei giovani, i loro libri di culto, quelli da leggere e rileggere, da consigliare agli amici, che incarnano modelli e aspirazioni, emergono da una ricerca fatta per «Parole nel tempo. Editori in mostra», la fiera dei piccoli editori che si apre oggi a Belgioioso e che espone i cento titoli più citati. Un'indagine che è stata fatta spedendo a biblioteche, centri sociali, siti Internet frequentati dai giovani una breve comunicazione in cui si chiedeva ai ragazzi di indicare i cinque libri «da portarsi nello zainetto». Le risposte di circa 700 lettori tra i 18 e i 25 anni, hanno composto una top ten che rivela qualche sorpresa. E se non stupisce più di tanto il primo posto di George Orwell, con 1984, rappresentazione avveniristica di un mondo governato dal grande fratello che, a oltre cinquant'anni dalla pubblicazione, sembra essersi avvicinato alla realtà, sorprende forse il terzo posto di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, che con questo libro del 1953, portato sullo schermo da François Truffaut, rinnovò il genere fantascientifico trasferendo su pianeti e galassie la sua critica all'evoluzione della società verso gli estremismi tecnologici. Dimenticati autori come Sartre e Camus, ormai decisamente fuori moda, avanza una narrativa di evasione dove l'impegno è filtrato dalla metafora. Lo dimostra anche il secondo posto di Gabriel García Márquez, con i suoi Cent'anni di solitudine, altro libro di culto della generazione post-sessantottina, quella della ribellione ai modelli di vita borghesi, quella delle comuni che spesso si chiamavano Macondo, in omaggio proprio alla città immaginaria inventata dallo scrittore colombiano. Il realismo magico sudamericano continua a fare proseliti anche attraverso Isabel Allende, all'ottavo posto con La casa degli spiriti, mentre è evidente che il fantasy di Tolkien è un rientro al traino degli effetti speciali cinematografici. Scontata la presenza del Piccolo principe di Saint-Exupéry, fiaba per grandi e piccini, continuamente ripubblicata (in Italia l'editore Bompiani ne stampa ogni anno circa 180 mila copie), in questa top ten di inizio secolo mancano i grandi classici (Shakespeare, Tolstoj, Kafka, Mann, per fare qualche esempio a caso, ottengono solo qualche sporadica citazione), ma forse non erano nemmeno tra i libri prediletti dai giovani trent'anni fa. Esclusi anche i classici di casa nostra (negli zainetti sopravvive qualche sparuto Manzoni, Pirandello, Calvino), tra gli autori italiani nella top ten si trovano soltanto Il nome della rosa di Umberto Eco, al quinto posto, e Se questo è un uomo di Primo Levi, al nono posto.

Ma le sorprese maggiori emergono spulciando l'intero elenco dei cento libri. Se negli anni Settanta non si poteva non leggere L'uomo a una dimensione di Marcuse, oggi i giovani più impegnati citano No Logo di Naomi Klein o Stupid White Man dell'antiBush Michael Moore. E mentre non ci sono i nomi di Proust, Musil, Flaubert, c'è chi ha pensato di mettere tra i cinque libri più importanti per la sua vita le opere di Dan Brown (il famigerato Codice da Vinci, bestseller del momento), Jeffrey Deaver, Marion Zimmer Bradley, Nicholas Sparks (Il melenso Le parole che non ti ho detto, omologo di Love Story negli anni Settanta), Tracy Chevalier (La ragazza con l'orecchino di perla) o addirittura È una vita che ti aspetto di Fabio Volo, professione comico.

dal Corriere della Sera


  25 settembre 2004