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sulla stampa
a cura di P.C. - 24 settembre 2004


Il labirinto dei proclami
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Il governo non è più del tutto convinto che sia aria fritta l´annuncio di Ansar Al Zawahiri ("Abbiamo ucciso Simona Pari e Simona Torretta con il coltello senza pietà"). Attenzione. Questa incertezza non significa che, come per il dramma che minaccia, il messaggio sia autentico. È un´incertezza che invita alla prudenza. Che impone di guardare meglio senza pregiudizi che cosa si nasconde tra le parole di quei proclami politici e dietro questa sigla finora sconosciuta o conosciuta soltanto dall´8 settembre. Il lento slittamento delle convinzioni del governo si avverte, quasi all´improvviso, nelle prime ore del pomeriggio. Fino a quel momento si raccolgono parole rassicuranti. Se l´annuncio di morte della notte diffuso dall´Organizzazione della Jihad è farlocco - si può sentir dire da fonti istituzionali - a maggior ragione è inattendibile questo secondo avviso, perché Ansar Al Zawahiri lo abbiamo già conosciuto. È apparso per la prima volta il giorno dopo il sequestro rivendicando il rapimento delle due Simone. Si è rifatto vivo il 10 settembre quando, lanciando un ultimatum di 24 ore, ha chiesto la "liberazione delle detenute irachene in cambio di pochissime informazioni".
Ansar Al Zawahiri, sempre, è stato giudicato inesistente e le sue minacce prive di credibilità. Meritevoli di un qualche interesse soltanto per una coincidenza. Anche Tawhid wal Jihad, la fazione di Al Zarqawi, chiede la liberazione delle donne irachene in prigione. La circostanza fa pensare che dietro il sequestro delle due Simone ci possa essere la mano di chi ha rapito Jack Hensley, Eugene Armstrong (decapitati) e Kenneth Bigley.
Accade ora che l´intelligence lavorando sul sito che ha ospitato l´ultima comunicazione di Ansar Al Zawahri e analizzando i messaggi inviati dall´username scopre che c´è un altro messaggio, il 19, e un ultimatum, il 21 settembre e quindi, con quello di ieri, sono cinque.
Nel primo messaggio, il gruppo racconta di aver affrontato un conflitto interno tra chi voleva subito eseguire la condanna a morte e chi riteneva di dover attendere la conclusione della visita del presidente iracheno al Yawar al capo dello Stato italiano. Nel secondo annuncia la morte delle due Simone "in risposta al rifiuto del governo italiano alle nostre richieste". È questa sequenza di minacce, richieste, ultimatum che raffredda la sicurezza dell´intelligence e del governo. Non è più la sortita solitaria di un mattacchione o di uno sciacallo. La serialità degli avvertimenti è un "discorso politico" che rimette tutto in discussione. Che impone di ricominciare l´analisi dell´attendibilità di Ansar al Zawahiri di nuovo e daccapo, senza prevenzioni. Senza dare nulla per scontato. Né la fondatezza delle minacce né la loro inattendibilità.

Quale che sia l´attendibilità di Ansar al Zawahiri e di quel che va dicendo, nessuna delle anomalie del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta, al diciassettesimo giorno, è stata rimossa. Non si sa se sono vive. Non si sa quale gruppo le ha rapite; quale le ha in ostaggio; quale detta le condizioni politiche del ricatto (ammesso che di ricatto politico e non economico si tratti). La nostra intelligence è al lavoro per raccogliere qualche informazione utile a illuminare almeno il primo aspetto della questione. Alla fonti irachene si chiede soprattutto di documentare le condizioni delle due Simone nella speranza che questa risposta apra la strada all´individuazione del gruppo e prepari un canale di trattativa. Ma finora questi tentativi non hanno fatto alcun passo in avanti. Al contrario più passano i giorni e maggiori sono i dubbi sollecitati dal caos di Bagdad dove anche il Consiglio degli Ulema, se discute delle due Simone, si contraddice. "Sono vive", dice Muthana al-Dhari. "Non sappiamo nulla", sostiene lo sceicco Abdul Settar Adul Jabarr.
Bisogna attendere, allora. Conservare la mente fredda e non lasciarsi travolgere dalla pena e dall´orrore. Bisognerà attendere - ritengono in molti - che si compia la crudele tragedia di Kenneth Bigley per toccare con mano se il sequestro di Simona Pari e Simona Torretta appartenga alla storia del terrorismo iracheno o sia un´altra pagina, un altro affare.


La nostra resa mediatica
Antonio Padellaro su
l'Unità

Ci dicono che i terribili messaggi web sulla sorte di Simona Torretta e Simona Pari non sono attendibili. Che fanno parte della guerra mediatica scatenata dai tagliagole per terrorizzare l'Occidente. La prima frase ci conforta. La seconda ci confonde. È vero, infatti, che in questo come in altri casi la strategia di morte mira a diffondere tra gli italiani sentimenti di impotenza e rassegnazione davanti a un nemico fanatico e crudele, che vuole apparire onnipotente, che si diverte a giocare con la vita delle due ragazze di pace. Ma se la risposta all'orrore è quella che abbiamo atteso, invano, in queste ore, è una guerra mediatica persa in partenza.
Prendiamo la drammatica notte tra mercoledì e giovedì. Le agenzie battono l'annuncio dell'avvenuta esecuzione. Nei giornali si cambia tutto, titoli, foto, commenti, attenti a non sbagliare, cercando di indirizzare il lettore nella direzione giusta: incredulità e angoscia ma anche l'invito a prendere la notizia con le molle. È tardi, ma il pubblico televisivo è ancora molto numeroso.
Quasi immediatamente "Sky News 24" e "La 7" riescono a improvvisare delle dirette sull'evolversi degli avvenimenti. Dopo un'eternità arrivano anche il Tg2 e il Tg3. Il Tg1 deve invece attendere nell'anticamera di Porta a Porta che si compia fino in fondo il sacro rito su Cogne. È ormai notte fonda e dentro le case dei tanti italiani rimasti incollati ai teleschermi entrano solo le immagini e le minacce del terrore. Il resto è silenzio. Dov'è la voce del governo? E cosa dice la Farnesina?

Qualche strana indiscrezione filtrata dai Servizi sulla esistenza in vita di Simona e Simona, e niente di più. Il governo è sembrato occuparsi di altro. Come se il dramma fosse uscito dalle stanze di Palazzo Chigi. Come se lo spirito dell'incontro unitario fosse già evaporato nel cielo delle buone intenzioni. Si è aperto un vuoto distratto che neppure lo choc dell'altra sera è riuscito a colmare. Ma nel momento in cui le attese di speranza subiscono un duro colpo e l'incubo si dilata, non ci si può accontentare di un presidente del Consiglio distratto, di un ministro degli Esteri lontano, di un servizio pubblico televisivo inadempiente. Un'assenza incomprensibile che non aiuta, che inquieta, che giova solo al nemico.


“Possiamo solo sperare”
Gli ulema di Bagdad
Ugo Cubeddu su
Il Messaggero

BAGDAD Il giorno più lungo. Con la schizofrenia di chi si aggrappa al sottile filo della speranza a cui vuole a tutti i costi credere e contemporaneamente vive queste ore con l'angoscia di potersi trovare di fronte a una terribile tragedia. Le due Simone, aspettando che possa arrivare quel video annunciato in cui vengono uccise, dicendosi che no, è inattendibile, falso, pieno di contraddizioni. Cercando il conforto del parere degli esperti che dall'Italia dicono di non crederci, ma anche smarriti di fronte alle voci di qui. Che continuano a ribadire di non poter dire niente di sicuro, di non sapere chi siano questi rapitori, di non avere nessun contatto, ma di essere solo convinti che siano "stranieri" e non uomini della guerriglia irachena. Cosa mai successa finora: specie tra gli Ulema, il Consiglio supremo dei sunniti, tanto confusi da smentirsi a vicenda. Prima Mouthanna Al Dhari (figlio del Segretario generale del Consiglio) dice: "Personalmente, non penso che abbiano ucciso i due ostaggi, il comunicato non dà nessuna prova e anche l'annuncio di un prossimo video di per sé non può costituire una prova".
Una frase poco chiara, e allora vai alla moschea di Umm Al Qadom, dove c'è la sede del Consiglio. C'è una brutta aria, tesa, anche se si sa perfettamente che non riguarda la sorte degli ostaggi, ma casomai quello che sta succedendo in questi giorni a Bagdad, con l'omicidio mirato di due Imam sunniti. Gli uomini di guardia che solitamente hanno i mitra appoggiati sul tavolo di fronte all'ufficio di Abu Salam Al Kubaisi, adesso te li spianano addosso, tengono il dito sul grilletto, ti perquisiscono anche se sanno chi sei. Arriva lui, tutti tirano il fiato. "No, è inutile fingere, non abbiamo nessun elemento per stabilire se l'annuncio di mostrare il video delle italiane che vengono uccise sia vero o meno", dice. "Possiamo sperare, questo sì, ma se sono stranieri come pensiamo, allora qualunque certezza non ha senso. E vorrei anche chiarire un elemento importante. Tutto questo è in ogni caso devastante per tutto l'Islam e ancora di più per l'Iraq. Perché per noi la donna è sacra, onorata e nessuno può uccidere così una donna. È una profanazione della religione, qualcosa che non ci appartiene. Chi le minaccia lo sa benissimo, sa cosa potrebbe voler dire per tutti noi ammazzare le due donne italiane. Per questo parlo di stranieri, di gente che ha in mente disegni e politiche che cercano di usarci, di servirsi di noi e che non sono veri musulmani. Inaccettabile, assolutamente: per la nostra dignità e per il nostro orgoglio di iracheni. Così anche per noi non resta che aspettare. Ma se dovesse succedere il peggio il Consiglio emetterà una Fatwa (un comando di condanna religioso, equivalente a una legge contro i sequestratori, n.d.r. ) contro di loro".

Ma la “ragion di stato” prevale, vince, stritola chiunque. Parla con la voce di Jack Straw, ministro degli Esteri ("Cedere significherebbe provocare molte più morti"), o del premier iracheno Jyad Allawi al Congresso americano che ringrazia l'America e racconta che "ormai il terrorismo è solo una seccatura, stiamo vincendo su tutti i fronti". Voci forti, onnipotenti. Che schiacciano lo strazio e il dolore delle due Simone, che spiegano come si vince anche se si perde, che cancellano le stragi quotidiane di Bagdad, di Samarra, di Najaf, di Baquba, di tutto l'Iraq. Perchè "va tutto bene, stiamo vincendo". È solo questo che conta.


Perché è legittimo sperare
Pierluigi Battista su
La Stampa

La strategia mediatica dei terroristi di una guerra santa fondamentalista basata sull'intensificazione progressiva della ferocia prevede, oltre all'esibizione dell'orrore, l'escalation dell'angoscia collettiva, il diffondersi del panico, della sensazione di essere sprofondati negli abissi di una brutalità irredimibile. La goccia cinese dei comunicati dalla paternità incerta che annunciano la morte atroce di Simona Pari e Simona Torretta non è la manifestazione di un sadismo gratuito e irresponsabilmente sanguinario. E' già in se stesso un messaggio, un gettare l'Italia, ma anche l'Occidente sgomento nel sabba degli sgozzatori, nel mondo buio che non conosce confini tra il vero e il falso, il plausibile e l'impossibile.

E' il giocare deliberatamente con l'esistenza di due volontarie colpevoli solo di essere italiane e "infedeli" nella vertigine di una crudele roulette russa in cui i signori del terrore, come le Parche incaricate di recidere arbitrariamente il filo della vita degli esseri umani, vogliono presentarsi come i signori di un destino capriccioso. Una dismisura che non si prefigge un obiettivo limitato per quanto oneroso, un riscatto, uno scambio, un sacrificio territoriale, una ritirata, un atto di sottomissione come condizione per il rilascio degli ostaggi.

No, amministra piuttosto il panico allo stato puro da cui si può solo scappare precipitosamente.

Ecco perché è legittimo sperare, sperare disperatamente, che l'annuncio dell'esecuzione delle due volontarie italiane sia (ancora) soltanto una manifestazione di deliberata perfidia. Di ora in ora il quadro può cambiare, un annuncio può smentire quello precedente. Il caos delle dichiarazioni e delle rivendicazioni può essere addirittura una cortina fumogena per cancellare la speranza che le due italiane siano ancora vive. Ma sono ipotesi, supposizioni, congetture.

Quel che è certo è che finché resta un motivo per rassegnarsi all'idea di un assassinio già eseguito, l'unico comportamento possibile è quello di non interiorizzare la sconfitta e la resa, e insieme di capire la portata di quello che sta accadendo, la manifestazione macroscopica di una guerra globale in cui i macellai armati di coltello vogliono trasmettere le immagini delle "bestie infedeli" che piangono, soffrono, muoiono, affogano nel loro sangue. L'apice del terrore che scaraventa chiunque nel terrore incondizionato. Questa è la posta di una guerra totale. Sperando fino all'ultimo che non sia così totale e risparmi la vita di due donne impegnate. Sperando, senza arrendersi.


Una guerra senza vincitori
Giorgio Bocca su
la Repubblica

Il presidente Bush dice che la guerra nell´Iraq non va abbandonata, ma vinta. È un proposito che torna quotidianamente sulla stampa nostrana filo americana. Purtroppo per Bush e i suoi amici trattasi di una guerra che non può essere vinta per ragioni teoriche e pratiche. Come tutte le guerre palesemente impari, decisamente impari, i contendenti non possono vincere o perdere, ma solo separarsi. Altrimenti non restano che l´imposizione della schiavitù o il genocidio, ma nemmeno un neoconservatore americano può chiamarli vittoria. Non ci sarebbe guerra e quindi vittoria se gli Stati Uniti mandassero nell´Iraq un milione di soldati, 10mila cannoni, 50mila aerei.
Ma semplicemente ci sarebbe la cancellazione della nazione, dello stato iracheno dalla faccia della terra. Una ben singolare liberazione, ricostruzione, accesso alla democrazia! L´unico progetto credibile di una occupazione permanente è stato quello nazista in Russia che prevedeva la separazione degli occupanti dagli occupati, chiusi in riserve prive di scuole, di comunicazioni, di relazioni umane, percorse dalle autostrade gigantesche che permettevano ai vincitori di spostarsi, ma non di comunicare con i vinti.
Vi è un´altra ragione per cui le occupazioni moderne non hanno possibilità di successo: che la resistenza degli occupati non è inerte, immobile, ma si adatta continuamente alle offese dell´occupante, per cui si crea una crescita inarrestabile del conflitto, vedi il Vietnam dove il corpo di spedizione americano aumentava continuamente in numero e in armi sino a superare il mezzo milione di uomini, ma non era mai sufficiente a chiudere la ribellione.
L´aumento dello sforzo repressivo si traduce in un aumento dell´impegno e delle responsabilità, la trovata di un gruppo di nostri filoamericani senza cervello di far intervenire in Iraq la Nato, significherebbe trasformare una guerra checché se ne dica coloniale in una guerra fra continenti e fra civiltà, in una vera guerra mondiale. Non basta seminare il mondo di nemici morti per porre fine a un conflitto. La differenza fra coloro che sono nati e cresciuti in un paese e quelli che ci sono arrivati per conquistarlo non scomparirà mai, i primi in quel paese ci devono e ci vogliono restare per sempre, i secondi ci sono di passaggio e malvolentieri, il turn over dell´esercito americano nel Medio Oriente è un enorme ricambio continuo nel giro di poco più di un anno. La resistenza europea ha dimostrato che quanto più cresceva la repressione degli occupanti tanto più si rafforzavano le ribellioni: le armi degli occupanti tendono a finire nelle mani degli occupati, e così le loro tecniche. In Iraq decine di elicotteri sono stati abbattuti da razzi iracheni e non ci sono difese dalle autobombe. C´è un fattore psicologico che gioca a vantaggio delle ribellioni: il successo agisce sullo stato d´animo dei contendenti, incoraggia i ribelli, avvilisce gli aggressori. I primi fanno la guerra per sopravvivere, i secondi per arrivare alla fine del loro turno al ritorno in patria. Si aggiunga che i primi sono volontari e che i secondi sono soldati di mestiere, o comandati e si capirà perché essi facciano mal volentieri una guerra che non è quella della loro salvezza.
Ci sono anche i numeri a far dubitare della vittoria americana. I servizi segreti italiani dicono che sono oltre centomila gli oppositori armati, ai quali vanno aggiunti i fiancheggiatori e i simpatizzanti. Questa era stata la forza della resistenza italiana, il suo tessuto connettivo. Nell´Iraq occupato si è formata una resistenza di massa grazie alla quale la ribellione si muove in Bagdad e nel territorio in sicurezza e di sorpresa, guidata e protetta da un esercito di collaboratori.
Potremmo aggiungere all´elenco anche i motivi economici. Gli Stati Uniti sono il paese più ricco del mondo ma non abbastanza per sostenere le spese di una guerra continua a migliaia di chilometri di distanza. È l´erario americano, sono i soldi dello Stato che devono provvedere a tutto, alle spese militari, agli imponenti e costosi servizi d´informazione, ma anche all´istruzione e al mantenimento degli ottantamila poliziotti iracheni. La povertà dell´Iraq in una simile guerra impari diventa un´arma formidabile per la ribellione armata. Sarà il dispendio folle di uomini e di mezzi a convincere i potenti che la guerra è un pessimo affare?


"Stiamo vincendo"
Bush e Allawi fianco a fianco
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON —A fianco a fianco nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, George Bush e Iyad Allawi parlano con una voce sola, da presidente e da premier di guerra e da candidati alle elezioni. Trasmettono l'identico messaggio agli insorti e ai terroristi in Iraq, e a John Kerry negli Stati Uniti: siamo ottimisti, stiamo vincendo, cedere ora significherebbe portare il nemico a combattere contro di noi in altri Paesi. Bush riconosce che "la violenza in Iraq aumenterà fino alle elezioni", ma insiste che "saranno gli iracheni non i terroristi a deciderne il futuro". E depreca gli attentati e le decapitazioni: "Sono disgustato, ma a Zarkawi dico: "Non ci farai ritirare con la brutalità, porteremo a termine la nostra missione"". Allawi è d'accordo. "L' Iraq voterà a gennaio — promette — abbiamo una strategia in tre punti, politica, militare ed economica: isolare i terroristi, garantire la sicurezza addestrando le forze irachene, e migliorare la vita della popolazione". Entrambi negano che il generale John Abizaid, il comandante delle operazioni, abbia chiesto più truppe. Ma Bush non esclude di darne altre ad Allawi "se il premier le vorrà", la prima ammissione che prepara un'offensiva post elettorale. E' il culmine di una mattinata cruciale per i due leader sotto assedio, martellati da giornalisti scettici. Bush e Allawi fanno muro: "L'Iraq è il fronte più importante della guerra al terrorismo", dice il presidente; "Con i terroristi non si tratta", insiste il premier. Criticano all'unisono i media: "Non evidenziano che la stragrande maggioranza degli iracheni vuole la libertà e la democrazia", lamenta Bush; "Su 18 province, solo 3 nel triangolo sunnita causano dei problemi — spiega Allawi — ma da Bassora alla zona curda è pace". Il presidente cita l'Afghanistan: "Ai dubbiosi di tre anni fa ricordo che il mese prossimo voteranno 10 milioni di afghani, un numero eccezionale". Il premier spiega che sta dialogando con gli insorti: "A loro chiedo cosa vogliano: il ritorno di Saddam Hussein, il regime di Bin Laden? E li invito a partecipare al processo politico". Bush, che elogia il sacrificio "dei membri della coalizione", e cita l'Italia, trova il modo di criticare il rivale democratico John Kerry: "Non si danno segnali ambigui al nemico, lo si imbaldanzisce, si spinge qualcuno ad andarsene dall'Iraq, come accadde con la Spagna". E' un riferimento all'ultimo spot tv contro Kerry: lo mostra mentre fa il surf cambiando continuamente direzione, a seconda del vento, a conferma che sarebbe "il candidato banderuola". Il "George e Iyad show", come lo chiama un giornalista nel Giardino delle Rose, è stato preceduto da un discorso del premier iracheno al Congresso in riunione plenaria, un onore riservato ai grandi leader. Allawi, che oggi parlerà all'Onu, è stato subissato di ovazioni, a cui ha dato il via il giubilante vicepresidente Richard Cheney, assiso sul podio alle sue spalle. Ha toccato tre punti: "Giorno per giorno, sconfiggiamo la barbarie; vi ringraziamo, il vostro sacrificio non sarà vano; noi, voi, il mondo stiamo meglio senza Saddam Hussein". Ha definito "difficile ma giusta" la decisione di Bush di fare guerra al rais; ha sottolineato che l'Iraq ha già 50 mila soldati, a gennaio ne avrà 140 mila e alla fine dell'anno prossimo 250 mila, e dispone di un corpo speciale contro il terrorismo e una intelligence sempre più preparata. Si è solennemente impegnato a tenere elezioni "non perfette ma libere e giuste", aggiungendo: "I nostri valori, il nostro sogno sono i vostri: la libertà e la democrazia". E come avrebbe poi fatto Bush, ha chiesto all'America di non abbandonarlo: "Quando i politici suonano la sirena del disfattismo, favoriscono la violenza". Si è accomiatato persino alla stessa maniera del presidente, come se ne seguisse il copione: "Dio vi benedica".


Seggio Onu, Parigi e Londra con la Germania
Maurizio Caprara sul
Corriere della Sera

NEW YORK — Collisione al Palazzo di Vetro tra altri tre grandi Paesi europei e l'Italia. Covato a lungo in uno scambio di messaggi a distanza, il contrasto sulla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è diventato ieri scontro aperto davanti ai 191 Stati membri riuniti nell'Assemblea generale dell'Onu. Il ministro degli tedesco Esteri Joschka Fischer ha reso solenne la richiesta di un seggio permanente per la Germania, analoga a quella già avanzata a New York per il Giappone dal primo ministro Junichiro Koizumi. La Francia e la Gran Bretagna, attraverso i capi delle proprie diplomazie Michel Barnier e Jack Straw, si sono schierate in favore del disegno di Berlino e Tokio, un progetto che cerca consenso tra i diseredati del mondo appoggiando le rivendicazioni di un posto fisso da parte di Brasile e India e prevedendone un altro per un Paese africano. Per l'Italia, lasciata sola dai partner europei di Parigi e Londra e che risulterebbe declassata rispetto agli altri due sconfitti della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone, il ministro degli Esteri Franco Frattini è sceso in campo con una controffensiva. "Cerchiamo soluzioni che non dividano", è stato il suo appello pronunciato in inglese al Palazzo di Vetro. La proposta italiana di istituire "nuovi seggi non permanenti", da assegnare su base regionale, è stata illustrata dal titolare della Farnesina come un'opportunità per le nazioni, povere e non, che non vedrebbero crescere i rispettivi ruoli se riuscissero nel proprio intento Berlino, Tokio e alleati: "Se gli Stati che occupano questi seggi (gli eventuali nuovi non permanenti, ndr) dovessero essere eletti periodicamente, diventerebbero responsabili di fronte all'insieme dei membri". In altre parole: Paesi medi e piccoli appoggiateci, sarete azionisti del patrimonio di peso politico che acquisirà il rappresentante del vostro continente. A quel traguardo, per di più, potranno aspirare anche alcuni di voi, condannati altrimenti ad accontentarsi al massimo della presenza biennale in vigore oggi, riservata a dieci membri del Consiglio oltre ai cinque permanenti. Contesa aperta. L'organismo riformato dovrà rispecchiare "ampi cambiamenti, come la decolonizzazione, la fine della Guerra Fredda e la globalizzazione", aveva sottolineato Fischer poco prima, definendo la Germania "pronta alla responsabilità di un seggio permanente". Chiosa di Frattini, davanti alla platea: "Alcuni Stati sponsorizzano l'aggiunta di seggi permanenti: per loro... Creerebbe divisione, frustrazione, e forse disimpegno". Poi il ministro italiano si è presentato di fatto come avvocato di arabi e musulmani, nel progetto tedesco e giapponese privi di un rappresentante: "Non ci sarebbe nessun seggio a quel tavolo per il mondo arabo e islamico. Può la comunità davvero permetterselo, mentre proviamo ad allargare il dialogo tra differenti fedi e culture?". Sul palco, dopo, il turno della nazione europea che mira a essere la migliore amica del mondo arabo, la Francia. "Sì ad ampliare entrambi la categorie, permanenti e non", ha affermato Barnier. Che non fosse un aiuto all'Italia, tuttavia, è apparso chiaro: "Abbiamo sempre espresso il nostro sostegno alle aspirazioni di Germania, Giappone, Brasile e India". Frattini era già uscito, e questo dà il senso del clima. Nei resoconti rimarranno altre sue parole: "Abbiamo sempre lavorato per autorizzare l'Unione europea a parlare con una singola, più influente voce. Ci rendiamo conto, certo, che ci stiamo impegnando in un processo graduale. Ciononostante, dobbiamo mantenere la linea, non mettere in pericolo il raggiungimento di questo traguardo". In Assemblea, Frattini non ha citato un seggio europeo. Il 27 agosto, in Parlamento, lo definì "un sogno", non previsto dall'ordinamento dell'Onu e sgradito a Francia e Gran Bretagna, attuali membri permanenti con Stati Uniti, Russia e Cina. Ma come mai gli europei non abbiano una posizione unica lo domandano spesso, alla delegazione italiana, vari Stati lontani. Con i giornalisti allora Frattini ha modificato un po' il tiro. "Riteniamo non si debbano aumentare i membri permanenti, bensì istituirne di non permanenti. Per questa categoria, in Europa l'elezione di un Paese a membro non permanente di lunga durata sarebbe a nome dell'Europa. Per cinque anni, quel Paese rappresenterebbe nel Consiglio non sé stesso, ma l'Europa". Anche in questa prospettiva, "non si possono sopprimere i seggi di Francia e Gran Bretagna". E il seggio europeo? "Quel sogno oggi lo vedo più realizzabile", è stata la tesi di Frattini. Mentre al Palazzo di Vetro è cominciata una battaglia, tra europei, che durerà almeno fino all'anno venturo.


Cimoli: le casse Alitalia quasi vuote
Bianca Di Giovanni su
l'Unità

"A fine settembre le casse di Alitalia si saranno prosciugate e la capacità di credito sarà ridotta a zero". Così l'amministratore delegato di Alitalia Giancarlo Cimoli disegna lo stato della compagnia davanti alla commissione Trasporti del Senato. A palazzo Madama il supermanager si dice comunque convinto che la crisi Alitalia può essere superata. "L'azienda ce la metterà tutta - dichiara - e sono convinto che, seppur con molto ritardo, ce la possiamo fare". Un segnale di fiducia raccolto subito dalla Borsa (+1,55), che mostra di credere nell'esito positivo della trattativa e quindi nell'imminente erogazione del prestito-ponte di 400 milioni di euro garantito dal Tesoro.
Quello di ieri è l'ennesimo allarme sui conti, lanciato nel giorno dello show-down con i sindacati sul piano industriale. Il confronto sul riassetto societario - nodo centrale da cui dipende l'ok del sindacato al piano - è slittato fino a tarda sera. Sul tavolo il rischio "spezzatino" per la compagnia di bandiera. Nel piano si prevede la costituzione di due società, la Az Fly e la Az Service, che imboccherebbero percorsi diversi al momento della ricapitalizzazione. La prima verrebbe privatizzata, la seconda ceduta a Fintecna, che in un secondo momento si preoccuperebbe di cedere i diversi asset ad altre aziende.

Per l'intera giornata di ieri Cimoli si è tenuto in contatto con l'azionista Tesoro. Nel frattempo è intervenuto in Senato, dove ha chiarito che il nuovo assetto societario "risponde anche alle necessità prioritarie di rendere possibile in tempi compatibili (primi mesi del 2005) l'indispensabile aumento di capitale di Az Fly". Il supermanager ha fatto anche qualche accenno alle strategie delle alleanze. Sul mercato domestico è "possibile" un'intesa con Meridiana, mentre sembra tramontare l'ipotesi riportata da indiscrezioni stampa di un accordo con Volare group. La compagnia aerea che per l'80% fa capo all'Aga Khan (il restante 20% vede la presenza di fondazione cariplo e dipendenti) sta già trattando da oltre un anno con alitalia per stringere un accordo commerciale ad ampio raggio. I tempi per il partner italiano sarebbero brevi, mentre si allungano quelli sul fronte internazionale. In questo caso, infatti, l'amministratore delegato non fa piena chiarezza. "Con Air France ci stiamo e ci vogliamo stare", dichiara Cimoli spazzando via l'ipotesi Lufthansa, rimbalzata sui giornali negli ultimi giorni. Ma aggiunge che "ci sono aspetti da ridiscutere", sottolineando la disponibilità già espressa da Air France a rivedere gli accordi.


Berlusconi: ritorno al proporzionale
Marco Galluzzo sul
Corriere della Sera

ROMA — Non è la giornata adatta per parlarne e infatti il vertice viene più volte interrotto. Ma prima della conclusione improvvisa, quando Berlusconi viene informato della seconda rivendicazione che riguarda le due Simone, la riunione di maggioranza produce almeno due risultati. Si torna a discutere di sistema elettorale proporzionale, e viene varata un'apposita commissione di studio. Viene poi fortemente stigmatizzata l'iniziativa di quei "governatori" che vogliono fare una lista elettorale, in vista delle Regionali, legata al proprio nome. In questo modo, è la frase minacciosa del premier, "si pongono fuori dal partito".
COMMISSIONE — Il vertice serve a fare il punto sulle prossime elezioni regionali, esaminare le candidature, verificare lo stato delle alleanze sul territorio. L'istituzione di una sorta di commissione per riformare la legge elettorale, primo incontro già la prossima settimana nella sede romana di Forza Italia, è il frutto delle richieste dell'Udc, che del ritorno a un sistema proporzionale ha fatto nei mesi scorsi una sorta di bandiera. Ma anche del convincimento sul punto di Berlusconi, che ancora ieri si è detto certo che "con il sistema maggioritario siamo certamente penalizzati, mentre con il proporzionale siamo più competitivi. Basti pensare che se solo Di Pietro si fosse alleato con l'Ulivo nel 2001 al Senato saremmo andati sotto".
I DUBBI DI AN — Del tavolo di studio su una nuova legge elettorale dovrebbero fare parte Vincenzo Nespoli (An); Lucio Malan (FI); Stefano Caldoro (Nuovo Psi); Mario Cutrufo o Giampiero D'Alia (Udc); Antonio Del Pennino (Pri). Ignazio La Russa, che per Alleanza nazionale ha partecipato insieme al vicepremier, precisa che il gruppo di lavoro valuterà le diverse ipotesi di legge elettorale, ma con il solo vincolo del bipolarismo: "Non è detto che debba essere per forza proporzionale". Mentre da parte della Lega "non esiste alcuna chiusura".

LE LISTE DEI GOVERNATORI — Il giro d'orizzonte sulle Regioni ha confermato che quasi ovunque si ripresenteranno i presidenti uscenti, in forse ancora le scelte relative a Calabria, Abruzzo e Campania. Ma è stata la decisione di alcuni presidenti (da Fitto a Formigoni e Storace) di correre con proprie liste, rappresentate dal proprio nome e non dal riferimento alla coalizione, a tenere banco. Berlusconi ha espressamente criticato la scelta, che rischia di compromettere il consenso dei singoli partiti, Forza Italia in testa. E minacciato conseguenze ben precise, pronunciando quel "così si mettono fuori dal partito". Una possibile soluzione, discussa ieri, sarebbe quella di presentare liste civiche collegate al candidato presidente di Regione, ma senza il riferimento esplicito al suo nome.


Milano, multe a 4200 tranvieri
Luca Fazzo su
la Repubblica

MILANO - Nessuno saprà se sarebbe stato un autunno tranquillo, quello di Milano. Cosa sarebbe successo se dai marmi del Palazzo di giustizia non fosse arrivato sui tranvieri milanesi l´annuncio delle 4197 condanne pronte a piombare su di loro per gli scioperi dell´inverno scorso. C´è chi dice che il clima in fondo sembrava volgere al bello, che in un modo o nell´altro l´azienda dei tram e i suoi lavoratori - la vecchia aristocrazia operaia dei manetta, ridotta oggi a precariato marginale da novecento o mille euro al mese - stavano trovando un modo per convivere senza pestare troppo i piedi all´incolpevole esercito dei passeggeri: e che l´iniziativa della magistratura rischia di mandare tutto all´aria. E c´è chi dice invece che la rabbia continuava a covare, e che comunque sarebbe venuta alla luce insieme alle altre rabbie di questa città scontenta, quella delle migliaia di inquilini con lo sfratto incombente, quella dei cassintegrati Alfa senza futuro che prendono a bastonate l´auto di Albertini: e che allora la lezione ai tranvieri, la condanna emessa senza neanche bisogno del processo, magari servirà da monito anche agli altri arrabbiati, ricorderà a tutti quanti che si può protestare, si può scioperare, ma poi ci sono delle regole che tengono insieme il vivere civile di una città, e che non si possono calpestare impunemente.

In realtà, questa opzione i tranvieri milanesi non l´avranno. Nei decreti che i computer della Procura stanno sfornando in questi giorni la pena prevista dal codice per chi viola la precettazione è già convertita in euro, d´autorità, e il condannato non potrà chiedere che si faccia marcia indietro. Dunque bisogna pagare, e basta. Ma questo è per alcuni aspetti ancora peggio, perché non si parla di condanne simboliche, ma di cifre che raggiungono e superano lo stipendio di un mese. Cifre ingombranti, se paragonate a quei venticinque euro di aumento intorno a cui si combatté a dicembre e a gennaio lo scontro che paralizzò la città. Cifre che vanno a pesare sui bilanci risicati delle famiglie. Che vanno a colpire i redditi da sopravvivenza dei tanti tranvieri-massa arrivati dal Sud con i contratti di formazione e lavoro, e che vivono in quattro per volta negli appartamenti di periferia. Era da loro, da questo inedito proletariato del trasporto pubblico, dalla loro saldatura con la inestirpata mentalità da sindacato di classe e di potere dei "vecchi", che nove mesi fa era partita la miscela incandescente che aveva spiazzato tutti: i vertici aziendali, le gerarchie sindacali, i malcapitati passeggeri. I milanesi un po´ si arrabbiarono, un po´ solidarizzarono, poi come al solito archiviarono tutto. Ora, di quei giorni di pioggia e di imprecazioni, rischiano di doversi ricordare in fretta.


   24 settembre 2004