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sulla stampa
a cura di P.C. - 23 settembre 2004


Il buio
Gabriele Polo su
il Manifesto

Speriamo che non sia vero. Solo questo riusciamo a dire in questa notte d'incubo. Speriamo che l'annuncio dell'assassinio di Simona Pari e Simona Torretta si riveli altrettanto infondata di quelle altre notizie, di segno opposto, che davano per prossima - forse con troppa leggerezza - una loro liberazione. Speriamo che almeno per una volta i servizi segreti italiani abbiano ragione nel dire che quel messaggio è poco credibile. Restiamo aggrappati a questa speranza, vogliamo pensare che la virtualità di quel mezzo - il web, un prodigio dell'occidente che i terroristi hanno rivoltato nella sua ossessione - presupponga l'nfondatezza di una rivendicazione piombataci addosso nel cuore della notte. Ci aggrappiamo persino all'ipotesi che il silenzio sulla sorte degli altri due volontari iracheni rapiti con le italiane non sia uno sfregio per ostaggi di "serie b" - cioè nemmeno degni di nota - ma rappresenti una conferma alla nostra speranza.

Ci stavamo interrogando sulla sorte dell'inglese rapito insieme ai due americani appena assassinati - sulla sua supplica a Blair, sul suo volto implorante e terrorizzato - quando è arrivato l'annuncio della presunta esecuzione di Simona e Simona. In una continuità fatta di orribili soprassalti, in cui gli orrori si susseguono quasi a volerci far rassegnare. Per toglierci le ragioni che ci avevano spinti a batterci contro la guerra, a dire che il terrorismo si sconfigge con la politica e la solidarietà, ad affermare la necessità di continuare a stare lì, vicino al popolo iracheno, nostro fratello nella tragedia. Ragioni che rimangono intatte, ma che verrebbero annichilite nella loro forza, indebolite nella ricerca della verità, nello sforzo di capire perché siamo caduti in questo incubo, nel cercare di distinguere per non essere impotenti spettatori.

Restiamo aggrappati a quella speranza, vogliamo farlo. Sarà anche semplicistico, ma è così. Perché sono in gioco delle vite, perché non vogliamo cadere nel buio della rinuncia cui ci vogliono cacciare gli assassini.


Le pedine del terrore
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON
- Dal pozzo di disperazione nel quale è rinchiuso, l'ostaggio inglese esce con la sua voce e la sua immagine a sparigliare le carte della sola e vera coalizione che ancora combatta sul serio la guerra in Iraq, l'asse Washington-Londra. Semmai ci fosse stato bisogno di un'altra prova della spietata sofisticazione con la quale il nemico combatte, il video di Ken Bigley con la richiesta di grazia fatta non ai boia che lo detengono, ma a Blair, sarebbe la conferma di come essi sappiano giocare sulla scacchiera dell'Occidente, muovendo vite umane e teste come pedine d'avorio. Non avevano neppure provato a spedire video e implorazioni a Washington da parte deigli americani Armstrong e Hensley, sapendo che Bush e quest'amministrazione non avrebbero potuto, neppure se lo avessero voluto, muovere un dito per salvarli.

E per concedere anche soltanto la finzione di un negoziato, come altri governi fanno. Armstrong e Hensley andavano semplicemente e rapidamente sgozzati proprio per creare le premesse, e per dare credibilità, al grido del terzo morituro, dell'inglese e quindi mettere Blair ancora più sotto pressione, in un'Inghilterra dove ormai l'opposizione alla guerra è divenuta plebiscitaria e, discretamente, sono state decise riduzioni del contingente a Bassora, sotto il pretesto della "rotazione".

Forse è questa la chiave per interpretare la cautela, il pudore con il quale i grandi media americani, dalle reti tv ai quotidiani come il Washington Post e il New York Times, a differenza di quelli europei, rifiutano di cadere nel sensazionalismo grandguignolesco della "foto dello sgozzato" sbattuta in prima pagine, che lasciano ai bassifondi di Internet e ai tabloid come il New York Post che ieri sparava la foto del secondo ucciso americano sotto un enorme titolo bastone: "BUTCHERS!" Macellai! Aizzare la rabbia e l'indignazione della gente, quando nulla si può o si vuole fare per mettere fine al macello, significa soltanto "fare il gioco dei beccai", scoperchiare la pentola di domande senza risposta, spiega il più ascoltato osservatore americano di media, Howard Kurtz, credendo scioccamente di mobilitare la gente alla guerra santa. "Dobbiamo chiederci sempre che cosa vogliono quei carnefici quando diffondono i video delle loro oscenità", dice Kurtz e che cosa abbiamo noi da guadagnare mostrandoli, nascosti dietro l'ipocrita pretesto del diritto di cronaca. E quella voce dall'oltretomba del morto che parla, dell'inglese, rammenta da vicino una frase che un ex tenente di Marina tornando dal Vietnam disse davanti al senato americano: "Chi vuole essere l'ultimo a morire in una guerra sbagliata?". Non Bigley l'inglese. Non le due Simone


Massima pressione
Magdi Allam sul
Corriere della Sera

Per l'Italia è stata la notte più lunga. La sfida frontale del terrorismo islamico che ha preso di mira il nostro Paese ha colpito nel segno. L'ansia e la tensione per la sorte delle due Simone hanno raggiunto il culmine. A poche ore dallo sventato attentato alla nostra ambasciata a Beirut, l'annuncio dell'uccisione delle nostre connazionali, anche se si rivelerà infondato - come tutti gli italiani sperano - sembra confermare il diabolico piano di piegare la nostra resistenza per obbligarci a quanto da tempo Al Qaeda esige: il ritiro delle nostre forze armate dall'Iraq. Tuttavia lo scetticismo è forte. L'annuncio dell'uccisione di Simona Pari e Simona Torretta non convince. La stessa sigla "Organizzazione della Jihad" in Iraq è del tutto sconosciuta. In realtà l'intera vicenda del sequestro è avvolta dal dubbio e dal mistero. Un sequestro eseguito da uomini in divisa che si sono comportati in modo professionale come se stessero assolvendo a degli ordini. Poi il buio più totale. E' il primo caso in cui il bersaglio sono due donne. E' l'unico caso di cui non si ha un video che confermi l'autenticità del sequestro e la credibilità delle rivendicazioni. Un sequestro di cui si è chiamato fuori il famigerato Abu Musaab al Zarkawi, il luogotenente di Bin Laden in Iraq, quasi a prenderne le distanze. D'altra parte va anche detto che, nel contesto religioso e ideologico degli integralisti islamici, con la morte non si scherza. Secondo il Corano la morte, al pari della vita, appartiene a Dio. Guai a annunciare il falso sulla morte di una persona. La punizione divina si abbatterà sui mentitori. Non è mai successo, ad esempio, che i terroristi di Al Qaeda abbiano nascosto la morte di uno dei l oro leader, preoccupati per le conseguenze sul morale dei loro militanti. L'unica certezza è che il sequestro delle due Simone è parte integrante di una strategia del terrore che mira a costringere le forze europee a ritirarsi dall'Iraq, per isolare gli Stati Uniti e agevolarne la sconfitta. Una strategia chiaramente delineata in un documento strategico di Al Qaeda, redatto lo scorso 8 dicembre, e finora attuato con estremo scrupolo. Il primo passo, vi si leggeva, è il ritiro delle forze spagnole. Dopo la Spagna è il turno dell'Italia. Dopo l'uccisione di Fabrizio Quattrocchi e di Enzo Baldoni, il terrorismo è tornato all'offensiva con il sequestro delle due Simone. Non è chiaro chi siano gli autori: la criminalità organizzata che ha fatto dei sequestri il business più fiorente, oppure il terrorismo islamico che usa la vita degli occidentali per ricattare i loro governi. Tra queste due realtà esiste una fattiva e intensa collaborazione. La vicenda della liberazione di Agliana, Cupertino e Stefio l'ha confermato. Si è riusciti a trarli in salvo corrompendo uno dei carcerieri che apparteneva alla criminalità comune, a cui i nostri connazionali erano stati temporaneamente affidati dai terroristi islamici. Per conoscere la sorte delle nostre due Simone non ci resta che attendere. Servono informazioni serie e attendibili. La credibilità e maturità dell'Italia si misura anche dalla nostra capacità di non farci travolgere dalla guerra di propaganda del terrorismo islamico.


L'ora cruciale del ritiro
Sandro Viola su
la Repubblica

Non c´era bisogno che lo dicesse l´altro giorno Kerry, perché questo lo sapevamo tutti: la situazione in Iraq appare ormai irrimediabile, e presto sarà insostenibile. La "ricostruzione" e i tentativi di pacificare il paese sono falliti. Invece di ridursi, il rigetto della presenza straniera s´estende. Al momento, l´approssimarsi delle due elezioni, le presidenziali americane e le politiche irachene, impediscono il ritiro delle forze della coalizione. Ma all´inizio del prossimo anno, verso la primavera come dice Kerry, la Casa Bianca e il governo britannico dovranno decidere di lasciare l´Iraq. L´idea che fra 5 o 6 mesi il peggio potrebbe essere passato, non ha più alcun fondamento. In Iraq esplodono ogni giorno due o tre autobomba per mano d´altrettanti kamikaze il che significa che le centrali terroristiche dispongono di decine e decine, forse centinaia, d´aspiranti suicidi. Non c´è sosta nella presa d´ostaggi, nei ricatti che ne conseguono, e nello sgozzamento o decapitazione d´una parte dei prigionieri. Il mortaio dei rivoltosi spara contro americani e inglesi dal centro stesso di Bagdad e Bassora, i giovani iracheni che vorrebbero arruolarsi nell´esercito e nella polizia del governo provvisorio vengono falcidiati dinanzi ai centri di reclutamento. In situazioni come queste ? s´insegna nelle scuole di guerra ? gli stati maggiori devono preparare i piani d´evacuazione.
Così, l´approccio al dramma Iraq cambia radicalmente. Dibattere se bisognasse o no fare la guerra a Saddam, indignarsi per la miopia politica e l´impreparazione militare con cui Bush e i suoi lanciarono un anno e mezzo fa l´attacco su Bagdad, elencare i mille e madornali errori commessi dopo la dissoluzione dell´esercito iracheno, non ha più senso. Su questi aspetti della questione è stato detto tutto quel che c´era da dire. I calcoli dei neoconservatori erano sbagliati, gli americani si sono mossi in Iraq altrettanto ciecamente e stolidamente dei sovietici in Afghanistan, e il risultato è che il terrorismo jihadista colpisce anche più forte di quanto facesse prima della guerra.
Perciò è necessario avviare un nuovo e diverso dibattito sull´avventura irachena. Una discussione che non riguardi più quel che è avvenuto sin adesso a Bagdad e dintorni, bensì l´ora cruciale del ritiro. I giorni in cui le navi e i grandi aerei da trasporto imbarcheranno le truppe occidentali. Le sere in cui le immagini di quell´imbarco (che molto probabilmente avverrà sotto il fuoco di varie fazioni e vari gruppi terroristici) appariranno sugli schermi televisivi di tutto il mondo. Di questo bisogna adesso discutere, partendo da una domanda grave: le opinioni pubbliche e i governi occidentali sono consapevoli della portata storica, politica e strategica che avrà il ritiro dall´Iraq?

È questo che seguirà ai giorni in cui le divisioni angloamericane e i contingenti dei paesi che hanno sostenuto l´avventura irachena, faranno armi e bagagli per rientrare a casa. Due diverse percezioni di quanto è avvenuto in Iraq domineranno in Occidente e in Oriente. Da noi una labile e confusa coscienza della sconfitta, che si cercherà in ogni modo di rimuovere. Nel mondo arabo-islamico, invece, l´esultante coscienza d´una grande vittoria. Quella che non cambierà, è la mappa appesa al muro delle centrali terroristiche: con l´America e Israele consapevoli del pericolo che incombe loro sul capo, quindi ben difesi, e un´Europa che non ha ancora focalizzato la gravità della minaccia, dunque più facile da aggredire.
Sì, in Iraq le truppe della coalizione non possono più restare.
Dovranno andarsene. Perciò è bene cominciare a discutere sul significato e le conseguenze che avrà il ritiro. Sperando che la discussione induca l´Occidente ad affrontare compatto, con un comune progetto difensivo e senza rissose recriminazioni al suo interno, le conseguenze del colpo che l´America ha subito a Bagdad. Le brecce che si son aperte dinanzi all´arab rage sono già troppo vaste e pericolose: rischiare d´allargarle mostrandosi disuniti, pensando di far fronte alla Jihad in ordine sparso, con approcci, metodi e linguaggi diversi, questo sarebbe una pazzia.


Siniscalco e la manovra
Luna di miele a rischio
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

La battuta è stata scherzosa, innocente. "È disposto a collaborare con il governo?" ha chiesto Gianfranco Fini al mago illusionista che partecipava con lui a una trasmissione televisiva. "Se avessimo lei, avremmo risolto i problemi con l'arrivo di un sacco di soldi in cassa". Ma le parole del vicepresidente del Consiglio e leader di An stanno diventando una sorta di manifesto involontario sulle difficoltà della maggioranza in materia finanziaria. Nel giorno in cui Silvio Berlusconi, affiancato dal ministro dell'Economia Domenico Siniscalco, rilancia la riduzione delle tasse e consiglia fiducia, la sensazione è che i problemi arrivino adesso; che l'esecutivo sia condannato a prendere tempo. Il premier insiste sull'esigenza di evitare "indicazioni allarmistiche" e parole come "tagli e stangate". Ieri sera ha assicurato a sindacati e imprenditori che la Legge finanziaria sarà messa a punto "con un nuovo metodo" proprio per scongiurare misure drastiche. E il coro di consensi che si alza nel centrodestra per i tagli fiscali, ridimensiona la solitudine della quale Berlusconi si era lamentato il giorno prima. La maggioranza punta sulla credibilità di Siniscalco. I vertici di FI sostengono che l'opposizione non potrà lanciare "accuse alla cieca di mandare al collasso il Paese, per l'autorevolezza e la serietà indiscusse di Siniscalco". In realtà, le accuse stanno già fioccando. E lasciano capire che la luna di miele fra il successore di Giulio Tremonti e i suoi interlocutori sta per finire. Il diessino Pierluigi Bersani già imputa al governo di avere fatto "saltare l'equilibrio della finanza pubblica". Avendo deciso il muro contro muro sul federalismo, il centrosinistra continua a chiedere quanto costerà la riforma voluta dalla Lega; e mette in giro cifre inquietanti. Gli enti locali spalmano scetticismo sui provvedimenti di Palazzo Chigi. La Confindustria applaude il metodo ma aspetta i fatti. E nella maggioranza, l'Udc ironizza sulla fioritura di "ipotesi o proposte di ogni genere... Aspettiamo una sintesi esauriente da parte del ministro Siniscalco". In parte, si tratta dell'atteggiamento negoziale inevitabile quando parte una manovra dai contorni ancora sfuggenti, e a rischio di impopolarità: ogni gruppo di pressione cerca di difendere preventivamente il proprio perimetro di interessi. Ma si avverte anche la consapevolezza che sarà difficile uscire dall'emergenza finanziaria in tempi brevi. La stessa riduzione fiscale per sei miliardi di euro nel 2005, resa nota da Siniscalco, dovrà essere sottoposta a una trattativa con le parti sociali. Per questo, Berlusconi martella sulla necessità di mostrare "unità di intenti". È sulla fiducia, ha aggiunto, che si gioca "la ripresa dei consumi e, nel medio periodo, la competitività". Su quest'ultimo punto, l'allarme ormai è unanime. Ieri, da Oslo, anche Carlo Azeglio Ciampi ha parlato di "situazione veramente grave". Così, quando Berlusconi afferma di "avere dimostrato da tempo" di essere "il premier di tutti gli italiani, ecumenico dentro"; e quando esprime stupore per le contestazioni, visto che "da sempre agisco per il bene del Paese", sembra voler aprire una nuova fase. La decisione dell'ex ministro Tremonti, di passare dalla commissione Finanze a quella Esteri della Camera, viene vista come un segno dei tempi.


Alta tensione Berlusconi-Siniscalco
Marco Conti su
Il Messaggero

ROMA - "Lo volete capire che se la riforma fiscale esce dalla Finanziaria e finisce nel collegato il taglio delle tasse non si può più fare!". Più rassegnato che arrabbiato, Silvio Berlusconi ieri mattina ha accolto così la pattuglia di parlamentari azzurri che, con il capo cosparso di cenere, chiedevano conto della sortita genovese e di quel "sono rimasto solo a chiedere la riduzione delle tasse" che ha colpito indiscriminatamente alleati, ministri e la stessa Forza Italia. Il presidente del Consiglio non ha nessuna intenzione di mollare, ma tra lo scoraggiato e lo sconcertato, non può fare a meno di sottolineare come ci sia nelle file della sua maggioranza, una gran voglia di mettersi sotto le scarpe uno dei punti qualificanti del programma di governo.
La nottata appena trascorsa in compagnia del ministro dell'Economia, fa capire subito al gruppetto di azzurri ricevuto di prima mattina a palazzo Grazioli che l'indice del presidente del Consiglio è puntato diritto anche verso Domenico Siniscalco colpevole, a detta del premier, di non riuscire a ”gestire” il bilancio dello Stato in modo da trovare le risorse per mantenere fede alla promessa. La tensione tra premier e superministro dell'Economia è altissima. Berlusconi non ha gradito quei "provate a convincerlo voi che bisogna rinviare il taglio delle tasse" che Siniscalco ha sparso tra una serie di ministri e stretti collaboratori del premier. Via XX Settembre è in difficoltà perché all'appello mancherebbero anche i soldi della manovra aggiuntiva.
Raccontano che in questi giorni il morale del premier sia particolarmente basso. Comunque sia ieri mattina Berlusconi con i suoi azzurri è stato chiaro: "La Lega sventola la bandiera del federalismo, l'Udc ha il Sud, An la famiglia. E noi?". Il messaggio è stato subito recepito, tanto che il capogruppo della Camera Elio Vito ha chiesto ieri mattina un incontro urgente al ministro dell'Economia. L'appuntamento di Siniscalco con il direttivo azzurro e i componenti la commissione Finanze della Camera è fissato per le 13 di oggi. "Ascolteremo cosa ha da dirci sui contenuti della Finanziaria", spiega abbottonatissima Isabella Bertolini. In realtà ad ascoltare potrebbe essere Siniscalco perché, raccontava ieri uno dei componenti il direttivo, il ragionamento che l'agguerrita pattuglia azzurra dovrebbe fare sarà più o meno questo: se la riforma fiscale non sarà nella Finanziaria o comunque non andrà di pari passo con la legge di Bilancio, Forza Italia potrebbe non garantire una rapida ed indolore approvazione della Finanziaria stessa.
La contromossa che si immaginava ieri sera a via XX Settembre porterebbe alla stesura di un disegno di legge contenente il taglio delle aliquote che si trasformerebbe in corso d'opera in un emendamento della Finanziaria. Tecnicismi a parte resta il nodo delle risorse che non ci sarebbero per fare tutto ciò che Berlusconi ed alleati vorrebbero fare. All'ordine del giorno del vertice di maggioranza convocato per stamane a palazzo Chigi si dovrebbe parlare solo di regionali e suppletive, ma non è detto che alla fine non si arrivi a discutere di Riforme e Finanziaria. Ad allontanarsi vieppiù è invece il rimpasto. Berlusconi ha detto a Buttiglione di rinviare sino all'ultimo le dimissioni da ministro. Prima di procedere ad aggiustamenti della squadra Berlusconi vuole incassare il taglio delle tasse e portare il più possibile avanti la riforma federalista.


"Non scarichiamo tutto su Prodi"
Intervista a Piero Fassino
Marco Cianca sul
Corriere della Sera

ROMA — Piero Fassino ci mette passione. Ricorda un po' Luciano Lama che alla guida della Cgil ripeteva sempre, anche quando con Cisl e Uil volavano gli stracci, "l'unità sindacale è il bene più prezioso". Il segretario dei Ds, 55 anni, sembra avere lo stesso spirito nei confronti della Margherita. Tesse la tela e si adonta con chi evidenzia le lacerazioni. Domenica scorsa, chiudendo la festa dell'Unità a Genova, lei ha detto, invocando l'unità del centrosinistra: "La possibilità di tornare a governare il Paese è alla nostra portata. Nessuno ci perdonerà di non esserci riusciti per le nostre divisioni". Il giorno dopo, nell'incontro con Prodi, non avete però voltato pagina e l'immagine resta quella di un'alleanza riottosa, percorsa da veleni, con un leader a sovranità molto limitata. "Partiamo da un dato. Dopo tre anni di governo la destra presenta un bilancio fallimentare. Basta elencare gli episodi delle ultime quarantotto ore. Berlusconi, con un grido di dolore, dipinge se stesso come una sorta di ultimo dei mohicani, l'unico a credere ancora nella riduzione della tasse. I rettori universitari hanno avanzato una critica ad alzo zero nei confronti del ministro Moratti. La Confindustria invoca investimenti per le ricerca e per lo sviluppo denunciando che dal 2001 sono di fatto bloccati. Mario Monti boccia come illegittima la Tremonti bis. Parto da qui per dire quanto sia infondato il luogo comune che Berlusconi stia recuperando credito. Dove? Non c'è nulla che lo indichi. Anzi, tutto, compresi i sondaggi come quello pubblicato ieri proprio dal Corriere, dimostra che si sta acuendo la crisi di credibilità che ha portato il centrodestra alla sconfitta elettorale delle Europee e delle amministrative". Questo che c'entra con le divisioni del centrosinistra? "C'entra perchè adesso il centrosinistra deve accelerare il suo sforzo per rendere credibile l'alternativa di governo. E l'incontro di lunedì è importante perchè per la prima volta abbiamo definito le modalità con le quali Prodi, a partire dal 1 quando lascerà la commissione europea, guiderà il centrosinistra. Abbiamo scelto Prodi almeno per tre motivi: ha già sconfitto Berlusconi; è stato presidente del Consiglio nel periodo più fecondo del centrosinistra; con la sua esperienza a Bruxelles è l'unica persona in grado di rimettere l'Italia, sospinta ai margini dal centrodestra, al centro dell'Europa. E solo chi ha una mentalità da complottista può pensare che qualcuno di noi voglia mettere in discussione il suo ruolo". Ma le primarie avete deciso di farle solo nell'autunno del 2005. Fino ad allora chi è Prodi? Che investitura ha avuto? "Prodi è già da ora il leader incontestato del centrosinistra. Le primarie sono solo un' utile modalità di investitura. La prima cosa che ha detto di voler fare è un viaggio nella società italiana per ascoltare la gente. Un confronto costante per definire il programma. E parallelamente renderà sempre più evidente la costruzione della squadra di governo". Non teme che possa gettare la spugna di fronte alle tante difficoltà che ha di fronte? "Non credo. Il centrosinistra deve affrontare questa fase così decisiva con grande solidarietà, non caricando sulle sue spalle tutti i problemi della coalizione. Il centrodestra si affida ad un uomo solo al comando, ma la cultura del centrosinistra non è questa". E' vero che nella riunione di lunedì Rutelli frenava? "Non amo le dietrologie e non ho il costume di fare illazioni. Dico che la richiesta fondamentale che ci viene posta dai cittadini è l'unità. Si tratta di un vincolo e di un obbligo morale e politico che nessuno di noi può disattendere".

Lei si è detto favorevole al referendum mentre Prodi e Rutelli sono contrari. "La legge è pessima, così brutta che ora il centrodestra vorrebbe cambiarla proprio per la paura del referendum. Se adesso si vuole fare una buona legge, che prima con sordità e arroganza non hanno voluto, siamo pronti a discutere. Il referendum non è un obiettivo in sé ma uno strumento. Naturalmente occorre serietà. Noi vogliamo una buona legge, non una mossa finta. Altrimenti si va al referendum. Che sarà un confronto civile e non spaccherà il Paese". Spaccherà la neonata federazione... "No, perchè su un tema di questa rilevanza, che ha a che fare con la vita, sono comprensibili posizioni diverse, etiche, religiose, culturali. Non penso che la federazione debba dare indicazioni di voto". Non ci sono solo i temi etici a dividere il centro sinistra. Con Rifondazione, ad esempio, c'è un abisso sulla politica estera. A fine ottobre Prodi firmerà la nuova costituzione europea mentre Bertinotti sarà in piazza a manifestare contro. Come si fa a trovare una sintesi? "Bisogna discutere. L'accordo con Bertinotti non si sigla solo perchè lo si vuole fare, bisogna trovare un'intesa vera sui contenuti. Prodi e Rutelli, Bertinotti e Fassino, una cosa la sanno e non la possono dimenticare: gli elettori non ci perdonerebbero se ci presentassimo divisi alle elezioni politiche del 2006. Questo è il vincolo al quale tutti dobbiamo piegare i nostri comportamenti". Si chiamerà Grande Alleanza Democratica? "Grande lo diranno gli elettori. Alleanza Democratica mi piace".


“Prodi è il leader, ora lo faccia”
Intervista a Francesco Rutelli
Massimo Giannini su
la Repubblica

ROMA - Onorevole Francesco Rutelli, dunque lei è il frenatore capo del centrosinistra?
"Sciocchezze".
Come sciocchezze? Sulla riunione di lunedì scorso, dall´entourage di Prodi, esce fuori questa versione non smentita da nessuno: "Tiravamo in otto, uno solo frenava". Quell´uno era lei. È così?
"Ricostruzioni fasulle. Strumentalizzazioni sulle quali non voglio mai più entrare. Con quella riunione abbiamo finalmente concluso una lunga, complicata fase di discussione interna, alla quale abbiamo dedicato troppo tempo e sulla quale si sono fatte troppe polemiche. Abbiamo finalmente preso decisioni importanti. Per la prima volta in 55 anni di vita repubblicana nasce in Italia una federazione di partiti democratici che rappresenta un terzo degli elettori. Abbiamo convenuto, tutti, che dall´unità della coalizione nessuno si tirerà più indietro per vincere le elezioni e per battere la destra: adesso, con la federazione dell´Ulivo, abbiamo assicurato la nascita dell´asse riformista del centrosinistra. A me pare davvero un passaggio politico decisivo".
Lei semplifica. Non è chiaro cosa dovrà e potrà fare questa federazione, né che poteri avrà rispetto ai partiti che la compongono.
"È chiarissimo, invece. È una svolta enorme che su alcune materie i partiti devolvano i propri poteri e la propria sovranità alla federazione...".
Ma risulta che lei si sia battuto proprio per circoscrivere l´ambito delle materie "devolute" alla federazione. È così?
"Risulta male. Nessuno ha proposto un´estensione diversa di quelle materie, dunque io non mi sono affatto battuto né ho circoscritto alcunchè".
E risulta anche che lei si sia battuto per non presentare ovunque la lista unitaria nel 2005. È così?
"Bisogna intendersi sugli obiettivi. Se il nostro obiettivo è perdere le elezioni regionali, allora sarebbe giusto presentarsi ovunque con la lista unitaria. Ma noi vogliamo vincere. E allora la scelta di decidere regione per regione è quella più sensata ed efficace. Come dimostrano le elezioni della primavera scorsa, ci sono regioni in cui si prendono più voti con le liste di tutti i partiti, e in queste ci presenteremo divisi. Ci sono altre regioni in cui la lista unitaria raccoglie più consensi, e in queste ci presenteremo uniti. Dov´è il problema?".

In tutte le cose che dice è evidente lo sforzo di marcare una posizione di centro, in una coalizione che, come ha rimproverato lei stesso a Prodi, rischia di pendere pericolosamente verso sinistra. C´è o non c´è questo disegno neo-centrista con l´Udc, nel suo orizzonte?
"Lasciamo perdere le sciocchezze sul "disegno neo-centrista". La strategia della Margherita è e rimane sempre la stessa; innovazione nei contenuti ed equilibrio nella linea politica. Quanto al resto, siamo e saremo sempre una forza di centrosinistra, Certo, una forza attenta anche a concorrere alla raccolta di consensi nell´area elettorale delusa e in uscita dal centrodestra".
Sarà dura, vista la virata neo-centrista del Cavaliere in questi ultimi due mesi.
"Non vedo alcuna virata. Vedo un Berlusconi più accorto, ma la sua spinta si è esaurita. E il suo fallimento è totale".
Non la faccia così facile. Dovete ancora vincere.
"È vero. Per questo dobbiamo metterci a lavorare. Mai più conflitti tra noi. E basta con quelli che io chiamo i "no-ismi" del centrosinistra. Dire no a Berlusconi non ci basta più. La gente vuole sapere come vogliamo governare l´Italia. Sulle scelte per il futuro vale la pena discutere, appassionarsi, per poi trovare una sintesi alta, non un compromesso al ribasso".


La devolution costerà 100 miliardi
Luana Benini su
l'Unità

"Il mostro giuridico" prende corpo, comma dopo comma. Un pezzo ce lo mette An e un altro la Lega. Quanto ci costerà? Anche ieri l'opposizione è andata all'attacco con tutti i capigruppo. E Luciano Violante ha preso di petto il ministro Roberto Calderoli che continua a ripetere che i costi di questa riforma non sono quantificabili. Com'è, ha attaccato Violante, riferendosi a un trafiletto comparso sul Sole 24 ore, che "sul sito del governo da due giorni è stato cancellato uno studio sui costi della riforma condotto dell'Alta Commissione per il federalismo fiscale?". Una "censura"? Calderoli risponde che lo studio non è stato censurato ma spostato nella sezione documenti. E che riguarda i conti della riforma dell'Ulivo della scorsa legislatura. Ah sì? replica Violante. Allora "se quel calcolo è relativo alle norme vigenti si può fare un'ipotesi sul futuro. Se voi siete più federalisti di noi la vostra riforma costerà più di quanto non sia costata la nostra...". La polemica sui costi, spiegano nell'opposizione, non viene fatta per mero ostruzionismo. Il problema è grande come una casa. "Tutti, tranne il governo - incalza Violante - riconoscono che con questa riforma i costi aumentano. Gli studi del Sole 24 ore parlano di 93 miliardi di euro, una cifra enorme che equivale a cinque Finanziarie, Quindi la maggioranza ci deve dire quanto costa".

L'altra novità riguarda il via libera alla "polizia amministrativa regionale e locale". Frutto di un braccio di ferro interno alla Cdl. Con An che voleva depotenziare la potestà legislativa delle Regioni sulla "polizia locale" (così recitava la devolution leghista). È passata dunque la nuova dizione (253 voti favorevoli, 208 contrari, 2 astenuti) che assegna alle competenze dello Stato "l'ordine pubblico e la sicurezza ad esclusione della polizia amministrativa regionale e locale". L'opposizione resta fortemente contraria. "Ora ogni regione - grida Giannicola Sinisi, Dl - potrà avere un proprio apparato di polizia" con "ineguaglianze" tra le diverse regioni. E Gabriella Mascia, Prc: "Questo è uno dei punti più delicati della devoluzione e il termine amministrativo non risolve alcun problema". Dall'emiciclo di destra, Nuccio Carrara, rintuzza che la dizione usata è quella "del decreto legislativo 112 della riforma Bassanini".
Contraria l'opposizione anche all'emendamento presentato dalla Cdl sulla "sicurezza del lavoro" (affidata alla competenza esclusiva dello Stato). Il centrosinistra avrebbe voluto insieme alla sicurezza anche "la tutela del lavoro". Ed è stato voto negativo sull'unico punto sul quale avrebbe potuto verificarsi una convergenza bipartisan.


Muoversi tra pubbliche menzogne
Lietta Tornabuoni su
La Stampa

Il presidente del Consiglio s'è lagnato perché i suoi non gli hanno dato sostegno quando ha promesso di ridurre le tasse ai cittadini, ha rimproverato i ministri per il loro appartato silenzio, ha deplorato che pure gli alleati non abbiano detto una parola: "Sono rimasto solo, sono l'unico in Italia, ma vado avanti lo stesso". Per impermalito che sia, possibile non capire il desiderio altrui di non venir coinvolto nella promessa più impraticabile, nella bugia più vistosa?

Altre menzogne non sono mancate, nell'ultimo periodo. L'accordo minimo con i supermercati è stato presentato (anche dai media) come un blocco totale dei prezzi nazionali e un veicolo di ricchezza per i consumatori. E pensare che era annunciato sino a dicembre, appena tre mesi: cosa vorrà dire, che i prezzi dovrebbero aumentare invece tutti i mesi? Tutte le settimane? Tutti i giorni? Il rapimento in Iraq delle due volontarie italiane è stato accompagnato da dichiarazioni di cui qualcuno dovrà pur vergognarsi (ammesso che sappia provare vergogna). L'episodio terribile è stato sfruttato per invocare un'unità tra forze politiche che serviva a tutt'altro e che specificamente serviva a nulla: in quale modo l'unità avrebbe potuto essere utile alle sequestrate, cosa diamine vuol dire "ora dobbiamo essere tutti uniti per riportare a casa le nostre ragazze"? Non c'è causa-effetto, non c'è logica.

Vivere tra le menzogne è veramente troppo umiliante. C'è chi non se ne accorge, chi le beve tutte e se non altro si sente più speranzoso. Ma chi capisce campa male, assediato di continuo da bugie pubblicitarie sempre esistite però mai state tanto elaborate e ridicole, bombardato sempre da bugie politiche mortificanti per la loro stupidità e per il disprezzo che ne traspare verso i cittadini considerati creduloni e scemi. La nuvola costante di pubbliche bugie guasta il carattere rendendolo sospettoso, diffidente, polemico, mai rilassato; induce a provare rabbia verso i creduloni, isola; fa sentire il peso del menefreghismo di vertice verso i cittadini. La personalità ne risulta alterata, e non in meglio: d'altro canto, insieme con le bugie semplici ("ridurremo le tasse") procedono quelle più complicate, meno facilmente riconoscibili, dalle quali è meno semplice difendersi. Allora? E' ovvio sentire rancore verso chi costringe a un'esistenza così faticosa, poco serena, priva di fiducia: e per di più le bugie più crudeli sono spesso dette in silenzio.



   23 settembre 2004