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a cura di P.C. - 22 settembre 2004


Il grande gelo all'Onu
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Nel gelo cimiteriale di un´aula rivestita di marmo scuro come i volti delle 191 delegazioni, è andato in scena all´Onu un nuovo atto di quella che Kerry chiama "una crisi di proporzioni storiche", il dramma del grande gelo in Occidente, dell´America contro tutti e del tutti contro l´America. È stato un altro giorno nero della guerra, un´altra sequenza d´orrore, un´altra sconfitta dell´umanità nella persona del secondo ostaggio sgozzato, ma neppure l´assedio della realtà a questo luogo lugubre e surreale fa scendere Bush dall´allucinazione messianica e disarma il resto del mondo dalla animosità contro la sua America, vissuta sempre più come un´aliena.
Non ci si parla più e non ci si ascolta più, nel cimitero di marmo dentro il Palazzo di Vetro, ci si detesta reciprocamente o al massimo ci si teme o ci si adegua. In poco più di tre anni, si è passati dal discorso commovente di George Bush sull´onda del massacro di Manhattan all´attacco educatamente feroce che il segretario generale Kofi Annan gli ha sferrato ieri, condannando la "prepotenza dei più forti sui più piccoli", e tra i due fatti sembra trascorsa un´era geologica. La solidarietà affettuosa per un´America offesa è diventata l´esecrazione sempre più diffusa per l´invasione "illegale" dell´Iraq che sta tramutandosi in astio trasversale per l´America intera, ben oltre le piazze arabe o islamiche. Persino i morti americani, in uniforme da Marine o in maglietta da camionista che siano, vanno a indurire e non ad ammorbidire il gelo reciproco, nell´impronunciabile mormorio del "se lo sono cercati".
Sarebbe stato sufficiente osservare gli applausi riservati ad Annan mentre condannava la guerra americana e la violazione della rule of law, del principio di legalità internazionale, e poi confrontarla con il silenzio tombale rotto soltanto da colpetti di tosse che ha accompagnato i 30 minuti di Bush, per misurare il danno devastante che questa presidenza insieme miope e ideologica sta infliggendo all´immagine dell´America, mentre pretende di esportarne i principi e la prassi. E più ancora della indifferenza ostentata dai rappresentanti del mondo per l´ennesimo replay del "Bushspeak", che ha raccolto dieci miseri secondi di applausi finali di cortesia, è stata l´improvvisa e inedita audacia di Kofi Annan nel bacchettare Bush a darci la misura del freddo.
Mai conosciuto per la sua avventatezza e per la sua spregiudicatezza, il ghanese che Washington non avrebbe voluto eleggere alla segreteria generale - e oggi vediamo bene il perché - ha avvertito, con la sua sensibilità di interprete di umori altrui, che la pervicacia con la quale Bush difende ed esalta l´avventura irachena come "una grande occasione per estendere il cerchio della libertà" ("the circle of liberty", frase che sembra ripresa dal "circle of life" del cartone animato "Il Re Leone") ha stancato. Di fronte a una coalizione che sta perdendo nazioni lungo la strada, al massacro quotidiano di iracheni "liberati" che seppellisce terroristi insieme con innocenti, vecchi e bambini sotto i bombardamenti, ai 1.035 soldati americani morti, e allo stillicidio bestiale contro ostaggi colpevoli di null´altro che di essere stranieri, esaltare "il successo delle nuove democrazie in Afghanistan e in Iraq" ? come ha fatto Bush ? è suonato, più che irrealistico, insolente. Ha osservato subito uno dei più moderati senatori dell´opposizione democratica ? quel Joe Biden, numero due della commissione Esteri del Senato che votò inizialmente per la guerra ? che tra le parole di Bush e la realtà esiste un "disconnect", una distonia assoluta, come se lui e i fatti ormai marciassero su rotte divergenti. "Siamo sulla strada giusta", annuncia Bush. Questa strada è fuori dalla legge internazionale e dalla carta dell´Onu, gli risponde Annan. Questa è la strada del cimitero, dicono le notizie, fredde e imparziali. È lo stesso "disconnect" che esiste fra questa amministrazione americana e il grosso delle altre nazioni, esclusi alcuni governi satellite inchiodati a scelte che non sanno neppure loro più come difendere.
Ma non ci sono in giro mappe stradali più attendibili, solo reciproche condanne, e il dialogo tra i sordi dell´unilateralismo prepotente alla Bush e del multilateralismo ottimista alla Kerry continua. Soltanto un presidente americano credibile e ammirato potrebbe spezzare il gelo e riconnettere le linee di comunicazione, ma non è Bush l´uomo capace di farlo. Si era sperato che il Presidente cogliesse l´occasione di questo che potrebbe essere il suo ultimo discorso da capo dello stato davanti al sinedrio delle nazioni, per offrire qualche scenario più concreto e serio dei soliti proclami "vinceremo".
Quello che gli ottimisti, e i 191 ministri e capi di governo raccolti ad ascoltarlo, non avevano forse capito è che tutto ormai, per i 40 giorni che mancano al voto del due novembre, è semplice e triste platea elettorale, e tutto deve essere comizio. Sarebbe stato davvero sbalorditivo se, a 40 giorni dal voto, Bush avesse riconosciuto di avere commesso errori e di avere oscillato e sbandato nella condotta dell´occupazione e della guerra, lui che fa della propria cocciutaggine il solo programma elettorale efficace.
Mentre Bush parlava, ripetendo come in una compilation musicale già sentita tutti i refrain che ascoltiamo da tre anni senza tenere conto della situazione reale e dell´assedio delle notizie dal fronte, si aveva appunto la sensazione che qualcuno avesse staccato la sua presa dalla realtà. Laggiù sul fronte orientale si muore. Una nazione inesistente si disintegra. Quaggiù ci si guarda in cagnesco, senza applaudire, senza confessare, senza il coraggio di cambiare rotta, guardando in silenzio il gelo che scende sull´Atlantico e invade quell´obitorio di marmo nero dove giacciono i resti della legalità internazionale.


La doppia amnesia
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

L'Assemblea delle Nazioni Unite si apre mentre la storia cambia il mondo senza requie e fa apparire nel suo vortice i leader piccini, schiacciati dalle sfide future. Tra cinque anni la Cina sarà gigante economico grande quanto due Germanie. Tra mezzo secolo Cina e India saranno Paesi leader della produzione e non si accontenteranno del primato di ricchezza. La democrazia, che metteva boccioli alla fine del millennio scorso, avvizzisce. Forse l'ex consigliere della Casa Bianca Zbigniew Brzezinski esagera a considerare Vladimir Putin "Mussolini a Mosca" e la Russia "fascismo con i pozzi di petrolio", certo la svolta autoritaria del Cremlino è passata nell'impacciato silenzio del mondo. La diaspora dei Paesi atlantici, l'offensiva del terrorismo e il caos seguito alla guerra unilaterale in Iraq, il perdurare delle ingiustizie e delle epidemie chiamerebbero a una fase di unità vera, come alla fondazione dell'Onu. Purtroppo poco di questo spirito aleggiava ieri su New York. Il segretario generale Kofi Annan s'è appellato nel suo discorso alla "forza della legge" per prevenire gli abusi contro i diritti civili, dimenticando però che la messe diabolica dei genocidi, delle torture e delle discriminazioni, dal Darfur alla Birmania, è protetta dalla "legalità" di regimi che siedono all'Onu e che, come il Sudan, fanno magari parte della Commissione diritti umani.

Molti ambasciatori hanno stretto furtivamente la mano alla sorella del candidato democratico Kerry, funzionaria Onu, mormorando "Speriamo vinca suo fratello". Schiacciato tra Annan e Bush, ha parlato anche il presidente brasiliano Lula che, abbandonati i panni del populista, propone un'agenda moderata, riforma del Consiglio di Sicurezza aperta ai Paesi nuovi, G8 a 24 posti, sviluppo economico e tolleranza come ricetta contro la miseria. All'Onu il pianeta sembrava diviso in due satelliti, uno piccolo ma irto di antenne tv, ipnotizzato dai campi di battaglia in Iraq e dai torti e ragioni presunti di quella campagna, l'altro enorme e senza voce, che prepara la storia, i poteri, gli equilibri di un'economia globale che moltiplichi la ricchezza, apprestandosi al referendum cruciale: il "secolo giovane" sarà libero o sprofonderà nella palude di un totalitarismo mal truccato da civiltà? Ignorando il dilemma, i grandi della Terra hanno sprecato ieri un'opportunità preziosa.


“Avete ucciso il diritto internazionale”
Kofi Annan a Bush
Roberto Rezzo su
l'Unità

Lo stato di diritto e il diritto del più forte, sono le due visioni del mondo che si sono scontrate all'apertura della 59° Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nel suo intervento il segretario generale, Kofi Annan, ha denunciato "illegalità da entrambe le parti" nella guerra al terrorismo e invitato i leader del mondo "a cessare una vergognosa mancanza di rispetto delle leggi". Il presidente George W. Bush ha ribattuto che gli Stati Uniti "sono in Iraq per costruire una democrazia".
Davanti ai rappresentanti dei 191 Paesi membri, tra cui 66 capi di Stato e 28 capi di governo, Annan ha sottolineato che dopo l'11 settembre s'è innescato un meccanismo di progressivo deterioramento della legalità, sia per colpa dell'America che dei fondamentalisti islamici.
È partito dal codice di Ammurabi, dalle radici della civiltà umana, per ammonire che "nessuno è al di sopra della legge e chi non sottostà alle regole sarà duramente giudicato dalla storia". Ha indicato in Sudan, in Israele e in Iraq i casi più eclatanti di abuso: "In Iraq vediamo civili massacrati a sangue freddo, giornalisti, volontari e altro personale che non è lì per combattere rapiti e messi a morte nella maniera più barbara. Allo stesso tempo abbiamo visto prigionieri iracheni atrocemente torturati. In Israele vediamo civili, fra cui bambini, deliberatamente presi di mira da dinamitardi suicidi palestinesi. E in Palestina vediamo case distrutte, territori occupati, vittime ingiustificate tra la popolazione civile a causa dell'eccessivo uso della forza da parte di Israele".
Bush ha difeso la sua decisione d'invadere l'Iraq sostenendo che così il Paese diventerà un bastione della democrazia e della libertà in Medio Oriente. Ha quindi esortato "tutte le nazioni libere" a non cedere di fronte al terrorismo. Quanto alla violenza che divampa in Afghanistan come in Iraq, s'è giustificato dicendo che "il cammino che porta verso la libertà impone sempre di pagare qualche costo".
Il presidente che aveva sfidato le Nazioni Unite a seguirlo in guerra per scongiurare il destino di trasformarsi in un luogo di chiacchiere, in un'organizzazione politicamente irrilevante, martedì ha abbassato il tono: "Il popolo americano rispetta l'idealismo che ha dato vita a questa organizzazione, e rispetta gli uomini e le donne delle Nazioni Unite che difendono la pace e i diritti umani in ogni parte del mondo". Senza però rinunciare a salire in cattedra: "L'Onu deve fare di più per aiutare l'Iraq a diventare sicuro, democratico, federale e libero".

La gelida accoglienza che l'intervento di Bush ha incontrato al Palazzo di Vetro testimonia che così la pensa anche gran parte del mondo. Venerdì all'Onu parlerà Ayad Allawi, primo ministro del governo provvisorio iracheno.
Ai margini dei lavori dell'Assemblea generale è previsto un incontro informale tra Stati Uniti, Unione Europea e Russia, quelli che avevano disegnato la "road map" per il processo di pace tra israeliani e palestinesi. Per i diplomatici arabi si tratterà soltanto di prendere atto che il piano di pace, per l'indifferenza di Washington, è moribondo.


Il mistero sulle italiane
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Fiorisce un ottimismo ingiustificato e irresponsabile. Si dice - lo dicono "fonti dell'intelligence" alle agenzie Agi, Adnkronos, Ansa - che è stato "rintracciato un canale che potrebbe rivelarsi valido" e che sarebbe stato "dato un nome al gruppo che ha effettuato il sequestro delle due volontarie italiane". Ad accentuare l'euforico scenario, uno spensierato sussurro accredita l'ipotesi che il governo abbia autorizzato il trasferimento a Bagdad d'una somma di denaro adeguata a pagare il riscatto. Ci siamo, dunque? Ancora poche ore, pochi giorni e Simona Pari e Simona Torretta saranno a casa? Purtroppo no. Non c'è alcun motivo, allo stato delle cose, per essere meno preoccupati degli ultimi 14 giorni.

La verità è che non c'è nessun "canale" utile a risolvere la crisi. Intendiamoci su che cosa è, in questi casi, un "canale". È un tizio che si propone come mediatore capace innanzitutto di dimostrare che gli ostaggi sono vivi e almeno una di queste altre tre cose: sa chi li ha catturati o chi li ha in custodia; ha con il gruppo dei rapitori un "rapporto attivo". Il "mediatore" non c'è ancora, purtroppo.

"Ci sono - dice il direttore del Sismi Nicolò Pollari al Comitato di controllo parlamentare - dei contatti, tanti contatti attivati". Per dirla in un altro modo, Pollari rassicura che i suoi uomini si stanno dannando l'anima. Vuole dire che cercano informazioni attendibili nel buco nero dove ancora non c'è una rivendicazione, un proclama, un'immagine, una richiesta economica o politica, il perché del sequestro di quattro volontari che lavorano per il popolo iracheno.
        

Come orientarsi? Dove muoversi? A quale porta bussare? Dice Pollari: "Abbiamo individuato una serie di contatti che possono raccogliere informazioni capaci di dirci chi ha rapito Simona Pari e Simona Torretta". Il lavoro della nostra intelligence è dunque ancora in questa "fase primaria" in una Bagdad dove le forze in campo, le alleanze e i conflitti mutano nell'arco di dodici ore e dove anche gli ulema, le maggiori autorità religiose sunnite, cominciano ad orientarsi a fatica (due membri del Gran Consiglio, Hazem al Zaida e Mohammed Jadou, sono stati ammazzati in 24 ore). In questo caravanserraglio, sembra voler dire Pollari al Parlamento, è già tanto avere delle convinzioni. Il direttore sostiene di averne un paio. La prima è che "Simona Pari e Simona Torretta sono vive". La seconda è che il messaggio diffuso in Internet la notte scorsa è inaffidabile. Quel messaggio attribuito ad Abu Musa al Zarqawi, sostiene che "le italiane non sono state comprate", smentendo così le dichiarazioni del viceministro degli esteri iracheno. Hamid al Bayati aveva detto che le nostre ragazze erano state "sequestrate da organizzazioni criminali, che potrebbero averle vendute a elementi del gruppo di al Zarqawi".

"Non sono state comprate" è però una formula così ambigua da lasciare le cose nella nebbia densa dov'erano. Non le hanno comprate, perché le ha catturate direttamente Tawhid wal Jihad? O Tawhid wal Jihad non ha nulla a che fare con il sequestro delle Simone? Se il messaggio Internet è falso - come crede Pollari e come credono a Bagdad - si sgombra il campo dall'equivoco e si resta alle prese con la stessa domanda di sempre. Chi ha rapito le Simone? Pollari, in questo caso, non azzarda convinzioni, ma - dice - che se dovesse scommettere un nichelino direbbe che Simona Pari e Simona Torretta sono nelle mani di al Zarqawi.

La certezza, si è pensato, si avrà soltanto con un video. Solo l'attendibilità delle immagini potrà dirci se le Simone sono vive, e chi le ha rapite, e che cosa vuole per liberarle. Oggi, anche l'ipotesi del video è debole perché i sequestratori - a quanto pare - avrebbero difficoltà a far comprendere alla propria gente che, in questa guerra, è necessario aggredire pure le donne nonostante i precetti del Corano. Mentre al Zarqawi decapita i suoi ostaggi (Hensley, Armstrong), attendiamo così un comunicato per orientarci in questo enigma, per sapere se siamo nel peggio o nell'orribile. Dov'è la ragione dell'ottimismo?


Turchia dilemma d'Europa
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

L'Europa non può dire "no" alla Turchia e non lo dirà. Certo, prima la Commissione e poi il Consiglio soppeseranno ogni virgola della loro disponibilità al negoziato di adesione. Il placet europeo sarà legato al completamento delle riforme avviate da Ankara. Molti si impegneranno, anche se nessuno lo ammetterà, a tirare in lungo la trattativa. Ma un rifiuto è fuori questione, perché la Turchia può contare, beninteso senza averlo cercato, sul più convincente degli alleati: il terrorismo islamico. Mentre ovunque in Occidente ci si interroga sul modo migliore di combattere la piovra stragista, mentre l'Iraq è sull'orlo del caos e pochi sperano ancora di esportare la democrazia in punta di baionetta, respingere la candidatura turca vorrebbe dire per l'Europa tradire le priorità del momento e lasciarsi sfuggire una occasione storica: quella di ancorare stabilmente al modello liberaldemocratico un grande Paese musulmano, dimostrando, più di quanto abbia già dimostrato la Turchia pilastro della Nato, che fede islamica e democrazia compiuta non sono inconciliabili. Alla portata di un messaggio tanto attuale e alla parallela esigenza di non far esplodere, in Turchia, una pericolosa frustrazione, l'Europa dei Venticinque non potrà sottrarsi. Ma la sua volontà politica ben difficilmente farà scomparire i mille dubbi che accompagnano la candidatura di Ankara, che da anni la frenano e che oggi rischierebbero di bloccarla se non fosse per quel perverso alleato.

Si capisce allora perché l'obbligatorio "sì" alla Turchia sia destinato a rendere più acuta la crisi identitaria che l'Europa già vive. Ma dopo il "sì" al negoziato, e ben prima dell'adesione, l'Europa dovrà decidere se adottare il suo nuovo trattato costituzionale. E da questa scelta, che si annuncia difficile, potrebbe nascere l'Unione delle molte velocità, delle avanguardie e delle seconde file. Se sarà questa l'Europa nella quale la Turchia entrerà un giorno, molti timori di oggi perderanno validità: perché gli esami, anche per Ankara, non finiranno mai.


Il Polo e l'Ulivo muro contro muro
Carlo Fusi su
Il Messaggero

C'è un che di surreale nel modo in cui il Parlamento sta affrontando la riscrittura della Costituzione, e la disciplina di Roma Capitale ne è buon esempio. Si vota sulla madre di tutte le leggi, la riforma delle regole del gioco politico di un Paese, l'atto più significativo e gravido di conseguenze per chi ha ricevuto dai cittadini il mandato parlamentare. E si arriva ad uno dei punti nodali: come deve funzionare la capitale di uno Stato, quali poteri deve avere, chi glieli deve consegnare. Partendo dal presupposto che proprio perché si tratta della città immagine di una comunità quella che ne deve trasmettere i valori fuori dai confini nazionali e rappresentarne la fisionomia che la contraddistingue facendola unica debba essere considerata patrimonio di tutti, qualcosa per il quale valga la pena spendersi in uno slancio comune. Succede invece che, come accaduto in precedenza al Senato, anche a Montecitorio i partiti si accapiglino e si dividano in una logica consona più a due tifoserie che a schieramenti parlamentari di pura contrapposizione; che dal gradino più alto scende coinvolgendo e avviluppando tutte le istituzioni. Con il risultato che non solo Polo e Ulivo si lanciano anatemi reciproci sull'intero corpus del provvedimento, ma nel caso di Roma Capitale il governatore del Lazio, Francesco Storace, esalta il via libera alla riforma parlando di un grande passo verso l'autonomia e il riconosciuto spessore della città, mentre il sindaco Walter Veltroni boccia senza appello il pronunciamento parlamentare, che a suo giudizio derubrica Roma a semplice capoluogo regionale, con tanti saluti allo status di capitale del Paese.

Quello che accade su Roma Capitale e sul resto della riforma istituzionale è il perverso risultato del mancato dialogo bipartisan su materie per le quali dovrebbe, al contrario, essere scontata regola. Nella scorsa legislatura fu il centro-sinistra a fare lo strappo; adesso è la Casa delle Libertà, la prossima volta chissà. Perché nessuno impara dagli errori dell'altro. E avanti così.


"La legge sulla fecondazione resta com'è"
Fini contro il referendum
Maria Zegarelli su
l'Unità

Il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini prende atto che ormai è fatta: il quorum di firme per i referendum sulla procreazione assistita sarà raggiunto. La verifica finale sarà questione di poche settimane e allora, se sarà "sì" "si valuterà l'opportunità di modifiche legislative compatibili con i quesiti referendari". Ma sa bene che "non bastano modifiche qualsiasi": ne occorrono di mirate e di "sostanza". Di fatto si tratterebbe di smontare per intero la legge 40, fortemente voluta dal centro destra e da qualche petalo della Margherita. Ecco perché secondo Fini non funzionerebbe neanche il tentativo di ragionare sulla proposta del ministro di Fi, Stefania Prestigiacomo che punta tutto sul disegno di legge Tomassini-Bianconi (sul quale Lanfranco Turci, tesoriere del Comitato per i referendum dice che c'è chiusura totale dei Ds). E allora, adesso, inutile cercare mediazioni dell'ultima ora. Si possono agitare spettri, però. Quelli sì.
Avvertenze da vice E se non fosse bastato il monito dei giorni scorsi - senza legge si rischierebbero tanti Frankenstein in giro per le strade - Fini rincara la dose: "Chi chiede l'abrogazione della legge si assume un'enorme responsabilità. Il far west in una materia come questa comporta dei rischi altissimi. In materie come questa non esiste una legge perfetta". Lui stesso a suo tempo ha inviato l'ordine di scuderia alla sua squadra alla Camera per votare le legge "perché l'assenza totale di una legge avrebbe implicato un problema per me insolubile, relativo al fatto che se non esiste un confine alla libertà della scienza si può arrivare a conseguenze aberranti". Frankenstein, appunto. Daniele Capezzone ne agita un altro di spettro: "E se fosse Fini ad ammalarsi?". Ovviamente, non glielo augura, ma si chiede: "Accetterebbe che fosse una legge dello Stato a sbarrargli la strada verso la vita e la guarigione?". E infine, gli dice che la responsabilità non è di chi vuole abrogare, ma "è vero il contrario".

Contro le donne Critiche a Fini, invece, e sono arrivate per tutto il pomeriggio e la sera da parte di tutti gli esponenti del centro-sinistra e qualcuno del centro destra. "Errare è umano, ma perseverare è diabolico - dice la verde Loredana De Petris, membro del direttivo del Comitato promotore - . È grave e da irresponsabili approvare prima e difendere poi una legge mostruosa contro la salute delle donne e contro la vita". Pa la ds Katia Zanotti il far west "è stato creato proprio da chi ha voluto introdurre" una legge come quella che abbiamo. Dunque, "i ripensamenti dell'ultima ora non servono a nulla, nè è possibile che questa maggioranza concorra a migliorare una legge che il centrodestra ha voluto così". Ecco perché c'è distanza anche dalle posizioni di Romano Prodi al riguardo. "Legittime", come dice Luciano Violante, ma distanti. D'altro canto, aggiunge, "non siamo in caserma".


Gardini e Zanicchi
La (mancata) svolta rosa agita Forza Italia
Maria Latella sul
Corriere della Sera

ROMA — Il Cavaliere forse non è del tutto d'accordo, ma Sandro Bondi ne è convinto: "Se c'è un partito con un'anima femminile, questo è Forza Italia". Talmente certo, Bondi, da sviluppare una vera e propria teoria sull'argomento: "L'anima femminile crede nella concretezza dell'operare, crede in certi valori: sono le stesse convinzioni, gli stessi atteggiamenti del popolo di Forza Italia". Forte di questa sua certezza, il coordinatore degli azzurri al ruolo delle donne in politica ha dedicato alcune pagine del suo "Giorni felici per tutti". Poi, passando dalle parole ai fatti, si è dimostrato tenace sostenitore della proposta di nominare una donna a portavoce del partito. Senonché, da una settimana, proprio le donne di Forza Italia sono al centro di polemiche che costringono il coordinatore a imprevisti sforzi da paciere. Ultimo caso: scoprendo di non essere più candidata alle suppletive nella sua Emilia, Iva Zanicchi ieri ha apertamente incolpato la tosta deputata Isabella Bertolini. In via dell'Umiltà, naturalmente, si scontrano a questo punto due versioni. C'è chi vede nella tradizionale, e masochistica, rivalità femminile la spiegazione di tutto. E chi invece sospetta che, sotto sotto, gli uomini di Forza Italia non siano poi tanto dispiaciuti delle polemiche tra donne. Al punto da alimentarle? "È sempre stato così", sospira la sospettata Bertolini. "Qualcuno non mi voleva portavoce", ha subito pensato Elisabetta Gardini dopo che una sua chiacchierata al ristorante è finita sui giornali. E pure Iva Zanicchi ha pensato al complotto, in questo caso indicando in Isabella Bertolini la regista del boicottaggio che le ha impedito di raccogliere le firme necessaria per presentarsi alle elezioni suppletive. "Quella cicciona" ha scandito l'Aquila di Ligonchio davanti al cronista, sganciando in pubblico l'arma letale che ogni donna teme quasi quanto l'altro, tremendo anatema: "Cellulitica". L'oggetto della sororale notazione, una modenese tosta che ha cominciato a far politica al liceo nella Gioventù liberale, preferisce buttarla in politica.

E l'attacco della Zanicchi? "La capisco — scandisce senza fare una piega la politica Bertolini — Era in uno stato d'animo particolare, in un momento in cui le erano state date informazioni sbagliate. Non c'è stato alcun complotto contro di lei. Semplicemente, il suo incaricato non è riuscito a raccogliere in tempo le firme necessarie e quando le ha avute era troppo tardi. Mancava un minuto alle otto, e ci siamo trovati davanti a un bivio: o restavamo senza candidato, o sceglievamo Villani, il nome stabilito da tempo. D'altra parte, fino a venerdì scorso, della Zanicchi alle suppletive nessuno sapeva niente". Infatti. Venerdì, è stato lo stesso Silvio Berlusconi a decidere il cambiamento e adesso, pare, non è del tutto contento. "Altro che "homo hominis lupus" come sosteneva Hobbes. Sono le donne le lupe più feroci" teorizza filosofico un esponente di Forza Italia. Ma Bondi assicura che tra il caso Gardini e il caso Zanicchi non c'è relazione: "Son storie diverse". Con il che si capisce che almeno uno, per lui, sarebbe chiuso: "Non abbiamo preso ancora una decisione, ma penso che Elisabetta sarà una grande portavoce di Forza Italia. Anzi, del popolo di Forza Italia. Può far meglio di me. Io in fondo rappresento più un legame con la politica, con la cultura. Lei saprà interpretare il popolo".


Alfa, il giorno dell´ira
"Ridateci il nostro lavoro"
Andrea Montanari su
la Repubblica

Urla, fischi, insulti e qualche spintone ad Albertini e Formigoni. Calci e pugni contro la Mercedes d´ordinanza del sindaco. Così, ieri, è esplosa la rabbia di una sessantina di cassaintegrati dell´Alfa Romeo di Arese, che hanno contestato Gabriele Albertini e il presidente della Regione Roberto Formigoni, accusandoli di non interessarsi abbastanza del loro futuro. In particolare, dopo che la Fiat ha ribadito proprio ieri che non produrrà più auto ad Arese, dove ha di recente messo in cassa integrazione altri 300 lavoratori. L´occasione è stata la presentazione alla Bicocca del primo distributore in Italia per auto a idrogeno. La rabbia degli operai è scoppiata quando al termine della cerimonia Formigoni si è rifiutato di incontrarli. Qualcuno, in precedenza, li aveva illusi, forse per ottenere una tregua. Ma quando le tute blu hanno scoperto che il governatore e il sindaco stavano lasciando la manifestazione da un ingresso posteriore, si sono sdraiati sull´asfalto, costringendo a una inchiodata la Bmw del presidente della Regione. Formigoni, prima ha deciso di proseguire a piedi tra gli insulti ("solo i ladri scappano così"). A quel punto, ha deciso di affrontare i manifestanti, che nel frattempo lo avevano aggirato, pur sotto la protezione delle forze dell´ordine. "Non vi avevo promesso alcun incontro - si è giustificato il governatore -. Non sarebbe stato corretto verso gli altri sindacati. Ci vediamo con tutti il 10 ottobre. Avete la mia parola: il polo si farà nel 2005. Quanto alla Fiat, il suo atteggiamento è inaccettabile, ma Montezemolo non mi ha più risposto". Parole che non hanno placato gli animi dei lavoratori ormai esasperati. È andata peggio, però, al sindaco. Che, visto quanto stava accadendo, è salito nella sua auto, che però è subito stata accerchiata da un gruppo di manifestanti, che hanno iniziato a battere sul tetto con i pugni e i bastoni delle loro bandiere.
Poi, l´auto è riuscita a farsi largo, rischiando però di travolgere sia i manifestanti, sia lo stesso Formigoni. A quel punto, anche il governatore ha fatto fatica a farsi ascoltare. Soprattutto da una donna che in lacrime gli ha urlato: "Perché non si è fermato? Non volevamo arrivare a tutto questo. Siamo disperati: non ci abbandonate. Perché ci hanno picchiato?" E Formigoni: "Signora non pianga, voglio parlarle. Vi assicuro che faremo di tutto. Se è vero che l´hanno picchiata, ne chiederò conto".

La polemica è subito diventata anche politica, con scambi di accuse in Regione tra la maggioranza e l´opposizione di centrosinistra. Per il consigliere regionale della Margherita Paolo Danuvola: "Formigoni deve rendersi conto che con il lavoro non si scherza. Sotto la sua presidenza la regione è entrata in crisi". Immediata la replica della maggioranza. "Il centrosinistra non usi i problemi dell´Alfa per fare propaganda politica - ha detto il capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale Giulio Boscagli - La Regione è stato l´unico soggetto che ha investito risorse, per dare un futuro a questi lavoratori".


I giornali di guerra censurano anche le idee
Editoriale su
Il Riformista

Il problema con i giornali di guerra è che tendono alla censura. Se non aboliscono le notizie, quantomeno tendono ad abolire le idee. Il Foglio di Ferrara, autodichiaratosi giornale di guerra, soffre di questa malattia. La sua guerra non è la guerra dell'America (e, si spera, dell'Occidente) contro il terrorismo islamista. E' la guerra di Bush contro il resto del mondo. Per combatterla bisogna essere puri, mondi da pensieri indecenti, bisogna aver fatto le abluzioni e inchinarsi cinque volte al giorno in direzione della Mecca occidentale. L'ambasciatore britannico a Roma Ivor Roberts è invece caduto nella tentazione del pensiero, e ne ha espresso uno in una sede privata, in quel club che si riunisce ogni anno a Pontignano proprio per avere pensieri indecenti, liberi, non vincolati dalle rispettive responsabilità pubbliche, e perciò potenzialmente capaci di far scintillare quello che nel mondo anglosassone si chiama brain storm. Ma in Italia siamo anglosassoni a giorni alterni. Così Ferrara, avendo appreso da una fuga di notizie pubblicate sul Corriere che l'ambasciatore Roberts ha pensato l'impensabile, che poi è ciò che pensa la metà del mondo più uno, e che cioè la strategia di Bush in Iraq non sia stata un successo nella lotta ad Al Qaeda, gli ha aperto contro la solita furiosa (ed efficace) campagna mediatica, di fatto chiedendone l'allontanamento da Roma.

Qualche anno fa Ferrara si divertì per mesi a sfottere casa Flores. Il pensatore di Micromega aveva invitato a cena D'Alema e poi aveva spiattellato in giro quello che in privato il leader dei Ds gli aveva detto. Giustamente, il Foglio lo impiccò a questo gusto sguaiato del gossipismo tutto italiano. Ora Ferrara riserva lo stesso trattamento all'ambasciatore Roberts, che per giunta quelle cose le ha dette non in casa Ferrara, ma a casa sua, in un convegno italo-britannico organizzato dal British Council. E tenta di trascinare nella stessa scortesia anche il presidente del Senato Marcello Pera, scrivendo che la seconda carica dello Stato avrebbe disdetto una cena all'ambasciata inglese per quella frase, cosa non vera - come ha precisato con una nota ufficiale l'altra sera il Senato - e smentita dal fatto che ieri Pera ha ricevuto un illustre ospite del governo di Sua Maestà, Lord Falconer, accompagnato dall'ambasciatore Roberts. La furia dell'elefantino è sempre un grande spettacolo per il lettore, ma quando si esercita in un negozio di cristalleria è perniciosa. Se serve a far litigare due alleati in Iraq, l'Italia e la Gran Bretagna, finisce per assottigliare, non per ampliare, la schiera dei willing. Da qualche giorno non risparmia nemmeno Frattini, il ministro colpevole di fare ciò che tutti dichiarano: tentare con ogni mezzo di salvare la vita a due italiane.
La gente va in battaglia contro un nemico comune se se ne conquista il cuore e la mente. Ferrara invece vuol trasformare il campo d'Agramante dell'Occidente in un campo di concentramento, di cui lui, chissà perché, si è autonominato kapò. Ma nel mondo anglosassone, che lui e noi tanto riveriamo, i kapò non sono ammessi, e la gente non smette di pensare, nemmeno in tempi di guerra.


   22 settembre 2004