
sulla stampa
a cura di P.C. - 21 settembre 2004
Kerry all´attacco sull´Iraq
"Un errore la guerra di Bush"
Alberto Flores d´Arcais su la Repubblica
MILWAUKEE - "La guerra lanciata da George Bush in Iraq è stato un errore di dimensioni colossali, ha provocato una crisi di dimensioni storiche e rischia di portarci a una guerra senza fine". Sollecitato dai suoi "guru" e da una base del partito irritata da sondaggi che lo indicano quasi ovunque perdente, John F. Kerry ha cambiato strategia e passo, lanciando l´offensiva sul tema più caldo della campagna elettorale: la guerra all´Iraq.
Dopo un mese di incertezze, con appiccicata addosso l´etichetta di candidato flip-flop (tentennante e insicuro) ieri Jfk II ha scelto un palcoscenico amico - la New York democratica e pacifista, ma anche città-martire degli attacchi di Al Qaeda - per fare quello che aveva evitato alla Convention di Boston, attaccare direttamente George W. Bush, il presidente degli Stati Uniti: "Il presidente sostiene che questo è il pezzo forte della sua guerra al terrorismo. In realtà l´Iraq è stato una deviazione netta da quella guerra e dalla battaglia contro il nostro più grande nemico, Al Qaeda. E se non cambiamo direzione ci aspetta una guerra senza fine".
Davanti alla platea della New York University - presenti le madri delle vittime dell´11 settembre e quelle dei militari in Iraq che hanno deciso di appoggiare il candidato democratico - Kerry ha ricordato come lo stesso Bush sia stato costretto ad ammettere gli errori nelle previsioni della guerra e nella conduzione del dopoguerra. "E´ stato uno dei più clamorosi casi di ammissione di colpa nella storia americana recente. I suoi non sono stati semplici errori di calcolo ma una colossale mancanza di giudizio e la capacità di giudizio è proprio quello che vogliamo da un presidente".
Ha provato ad anticipare critiche e risposte di Bush - che ieri lo ha accusato di "incoerenza" e che oggi illustrerà alla tribuna delle Nazioni Unite le "nuove iniziative internazionali" - annunciando un suo piano in quattro punti: "George W. Bush non ha un piano per l´Iraq, io sì. Bush non dice la verità sulla situazione ma continua ad ingannare l´America. Il presidente ha presentato 23 diverse motivazioni per questa guerra e se il suo obbiettivo era confondere e ingannare gli americani, c´è riuscito. Non avrei mai creduto che ci sarebbero state così tante bugie. Ventitré, e le due principali - la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa e i legami tra l´Iraq e i terroristi di Al Qaeda - si sono rivelate false, lo ha ammesso anche il segretario di Stato Colin Powell. Solo il vicepresidente Dick Cheney continua a dire che la terra è piatta".
All´insegna dello slogan "più forti in patria, più rispettati nel mondo", Kerry ha chiesto al presidente un "onesto dibattito" sull´Iraq e dopo aver affermato che contrariamente a quanto sostiene la Casa Bianca la coalizione degli alleati americani in Iraq "non è una grande coalizione", ha spiegato i "quattro passi" per uscire dall´Iraq: 1) Ottenere più aiuto da altri paesi. 2) Dare un migliore addestramento alle forze di sicurezza irachene. 3) Ricostruire il paese in modo che gli iracheni ne ricavino vantaggi veri. 4) Fare in modo che elezioni democratiche possano davvero svolgersi entro gennaio come previsto.
Mentre il New York Times rivela che Bush e Kerry sono cugini di "nono grado" (entrambi discendenti di famiglie radicate da secoli nel New England) i due candidati si sono ieri sera quasi incrociati nella "Grande Mela". Il presidente a raccogliere fondi allo Sheraton, lo sfidante all´Hilton. Strade incrociate proprio nel giorno in cui vengono confermati i tre dibattiti presidenziali, e quello tra i candidati vice - che si terranno a partire dal 30 settembre in Florida, Missouri, Ohio e Arizona.
Nord, Sud e il referendum
Marcello Sorgi su La Stampa
Una regola non scritta della politica italiana vuole che il referendum funzioni da scombinatore e poi da aggregatore di maggioranze e minoranze imprevedibili, trasversali agli schieramenti del momento. Dal divorzio, fino ai referendum elettorali, che videro andare sotto, tutto insieme, il sistema dei partiti della Prima Repubblica, è sempre accaduto così: e la regola potrebbe essere confermata in due scadenze prossime e importanti.
La prima è il referendum sulla fecondazione assistita, legge che ha visto, nel centrodestra, l'esplicita contrarietà del ministro per le Pari opportunità Stefania Prestigiacomo, che si sta adoperando per cambiarla ed evitare la consultazione. Nel centrosinistra, invece, si assiste a una spaccatura tra Prodi e la Margherita, contrari anche loro al voto referendario, da una parte, e dall'altra i Ds e la sinistra, che stanno aiutando i radicali a raccogliere le firme.
La legge, va detto, è riformabile prima e dopo il referendum; non si comprendono quindi gli allarmismi che accompagnano l'ipotesi di un voto popolare. Un compromesso sulla modifica della legge (e sul blocco del referendum) vedrebbe un'inedita maggioranza neo-centrista da Prodi all'ala moderata di Forza Italia e An. Un via libera al referendum, oltre a far vincere i radicali che lo hanno promosso, si risolverebbe in uno scontro tra le estreme dei due schieramenti.
Ma se in questo caso, comunque si concluda la partita, gli esiti non sarebbero travolgenti, è il secondo referendum, quello costituzionale previsto in caso di varo della riforma della Costituzione con una maggioranza inferiore ai due terzi, che rischia di aprire una prospettiva dirompente. Se ne parla molto, in questi giorni, per via delle polemiche, interne al centrosinistra e agli stessi Ds, sull'astensione data dall'opposizione al voto di giovedì sul primo articolo della riforma.
Questa astensione, e non l'opposizione frontale che adesso riprenderà, a un progetto di riforma che dall'interno del centrosinistra è stato definito perfino "golpista", nasceva da due ragioni: l'appello lanciato da Ciampi due giorni prima delle votazioni in favore di un vero confronto parlamentare sulle riforme; e la necessità, più avvertita dai Ds, di non trovarsi in contraddizione con il federalismo e il premierato, riforme che, sia pure in termini diversi da quelli del centrodestra, la Quercia in passato aveva sostenuto. Adesso Prodi dice che è stato un errore, per l'opposizione, schiudere uno spiraglio alle riforme del Polo, e attorno a lui c'è chi propone di attrezzarsi fin d'ora per il referendum costituzionale che dovrebbe seguire la riforma approvata a maggioranza semplice.
Va ricordato che referendum di questo genere, di recente, ce n'è stato uno solo, nel 2001, sulla riforma federalista approvata dal centrosinistra. Pur avendo nel frattempo vinto le elezioni ed essendo arrivato al governo con l'intenzione di realizzare una nuova riforma, il centrodestra, in quella consultazione, scelse di dare libertà di voto, cioè in sostanza di favorire l'approvazione popolare della riforma che si apprestava a cambiare. Fu una scelta responsabile e in qualche modo obbligata: proporre un rifiuto della riforma federalista infatti avrebbe significato mettere contro l'elettorato del Nord e quello del Centro-Sud sulla frontiera di quale e quanto federalismo, e con che conseguenze per i cittadini di aree diverse del Paese, il sistema avrebbe potuto consentirsi.
L'alternativa di allora, a parti rovesciate, è valida ancor oggi: di qui il problema per l'opposizione, che si troverà a contestare la riforma del governo, di calibrare il proprio atteggiamento. Il centrosinistra può ancora cercare di emendare, prima che passi, un testo di legge che ritiene sbagliato, alleandosi con parti della maggioranza come l'Udc, o con forze rilevanti della società civile, come i vescovi e la Confindustria. E può naturalmente - è un suo pieno diritto - opporsi radicalmente, lasciando alla sola maggioranza l'onere di approvare la sua legge. L'unica cosa che dovrebbe cercare di evitare è di pensare al referendum costituzionale come occasione di rivincita. Chiamare la metà centromeridionale del Paese (candidata a subire le conseguenze di una riforma malfatta) a votare contro l'altra metà settentrionale provocherebbe una spaccatura geografica prima che politica, favorendo un'ondata secessionista di cui presto si piangerebbero le conseguenze.
Referendum sulla Fecondazione
Soluzione, non problema
Enrico Morando su l'Unità
I referendum sulla fecondazione assistita rischiano di "spaccare" (Amato) e "dilaniare" (Prodi) il Paese? No. Rimettiamo le cose in ordine (anche cronologico): a spaccare drammaticamente il Paese sono stati la maggioranza di centro-destra e il governo (che ha deciso in Consiglio dei ministri di impegnarsi a sostegno della legge, così vincolando a una vera e propria disciplina di schieramento l'intera Casa delle Libertà), quando hanno respinto tutti gli emendamenti e imposto all'Italia una legge intollerabilmente ingiusta verso la donna, verso la coppia e, soprattutto, verso quei malati che sperano in nuove cure dalla ricerca e si sono sentiti dire - non da politici, ma da scienziati della statura del prof. Veronesi - che la legge n. 40 rende quella ricerca più difficile, se non impossibile.
In questo contesto di drammatica rottura culturale e sociale, i referendum parzialmente abrogativi che abbiamo promosso - lungi dal costituire il problema da risolvere - sono la precondizione per qualsiasi ipotesi di soluzione. Solo se ci saranno le firme necessarie - forza! Ci siamo vicini, ma restano pochissimi giorni - la legge n. 40 potrà essere radicalmente modificata a vantaggio delle donne, delle coppie, dei malati.
Noi che stiamo raccogliendo le firme anche in questi ultimi giorni prima del 30 settembre (a proposito: purché siano inviate al Comitato Nazionale complete di certificazione, si possono raccogliere fino al 28 prossimo) non abbiamo dunque motivo di temere alcuno scippo dei referendum dall'iniziativa di quanti intendono impegnarsi per modificare in Parlamento questa legge che tutti (referendari e parlamentaristi) riteniamo profondamente ingiusta. È troppo chiedere a questi ultimi di non considerarci costruttori di problemi, ma sostenitori di soluzioni?
Non dobbiamo aver paura del referendum
Chiara Saraceno su La Stampa
Perché si dovrebbe temere di "spaccare il paese" ricorrendo al referendum per abrogare in tutto o in parte la legge sulla procreazione assistita? Gli italiani possono dividersi, e sono in effetti divisi, su questa come su altre importanti questioni, senza per questo mettere a rischio l'unità del paese. Sono altre le leggi e le riforme che mettono a repentaglio la già fragile coesione della repubblica. Evocare gli spettri di divisioni insanabili, di rotture laceranti è non solo fuorviante, ma anche un po' irresponsabile. Significa definire a priori il terreno dello scontro come un conflitto tra il bene e il male, tra i buoni e i cattivi. Era già successo in occasione del dibattito parlamentare sulla legge, allorché si sono sprecate metafore e accuse da bassa macelleria, senza spazio per confronti pacati, ancorché conflittuali. Con il risultato che anche una parte di chi allora approvò quella legge, o, come la ministra Prestigiacomo, si astenne per fedeltà di partito e di governo, tardivamente ora sostiene che si dovrebbe cambiarla e che alcune sue parti sono lesive, non già della unità del paese, ma della libertà e dignità delle persone. Per altro, queste persone non si muoverebbero oggi se non ci fosse il timore del ricorso al referendum.
Chi teme, o meglio evoca, la spaccatura in realtà teme due cose diverse. Da un lato ha paura, forse fondatamente, che nella campagna referendaria ciascuno - tra i politici, i protagonisti dei talk show, opinionisti e predicatori vari - dia il peggio di sé, esattamente come è avvenuto durante la discussione parlamentare. Con il risultato di sollecitare non già pacate riflessioni, ma reazioni irrazionali ed emotive. E' un problema certo, che non solo i sostenitori del referendum, ma anche le persone equilibrate e per bene che sostengono l'attuale legge dovranno affrontare e contrastare. Ma non è un problema "del paese". Piuttosto di chi pretende di rappresentarlo. Dall'altro lato si ha paura che "il paese" si dimostri più sensato dei propri governanti: che non pretenda arrogantemente di definire il monopolio del bene e del giusto in un campo così controverso, problematico, spesso anche doloroso, come quello dell'aiuto a chi ha problemi a generare figli. Che anche chi per sé non accetterebbe di adire a determinaìte pratiche, o ne ha timore, non pretenda di far valere i propri valori e/o paure per tutti.
E' vero, su questioni di vita e di morte non è opportuno procedere a colpi di maggioranza. Ma questa è una lezione che dovrebbe essere ben chiara innanzitutto ai governanti e al Parlamento, che viceversa sembrano dimenticarla sistematicamente proprio in tutte le questioni che hanno a che fare con le libertà personali. Il referendum è l'unica arma che rimane ai cittadini per difendere il bene prezioso della propria e altrui libertà. Speriamo siano più saggi di chi li rappresenta.
Il cattivo costituente
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
L'altro giorno, giovedì, ho letto quasi dappertutto questo titolo: la Camera vota il Senato federale. E mi è venuta in mente l'Araba fenice immortalata dal verso di Metastasio: "Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessuno lo sa". Che si adatta così al nostro cosiddetto Senato federale: che ci sia ciascun lo dice, ma in Italia proprio non c'è. Non c'è perchè il nostro sbandierato Senato federale tale (federale) non è. La rappresentanza può essere individuale oppure territoriale; e in questo secondo caso l'eletto rappresenta il territorio, e cioè la regione o lo Stato nel quale viene eletto. Questa architettura è nitidissima nel primo Stato federale dell'evo moderno, gli Stati Uniti. Lì la Camera bassa esprime la rappresentanza individuale (ogni cittadino pesa eguale) e il Senato la rappresentanza territoriale (ogni Stato pesa eguale, con due senatori ciascuno, a prescindere dalla sua popolazione). Il che equivale a dire che la natura federale di un'assemblea è stabilita dalla sua composizione, cioè dal criterio con il quale viene eletta. Questa elezione può essere diretta (negli Stati Uniti) oppure indiretta e di secondo grado, come in Austria o Germania, dove il "Bundesrat" accoglie i rappresentanti delle assemblee regionali oppure dei governi regionali eletti come tali. In Italia invece no. Noi abbiamo escogitato un Senato che dovrebbe essere delle regioni senza rappresentanza territoriale, e che dunque non riflette la struttura federale alla quale si reclama. Ma se il nostro Senato federale è finto, riesce lo stesso a creare molte più complicazioni di un Senato federale vero. A parte le materie scorporate e passate alla potestà legislativa esclusiva delle regioni la ben nota devolution di sanità, scuola e polizia (amministrativa?) nel nuovo sistema avremo: 1) leggi monocamerali a volontà prevalente della Camera; 2) leggi monocamerali a volontà prevalente del Senato; 3) leggi bicamerali a partecipazione paritaria; una tripartizione fondata su lunghi elenchi di materie. Che è come avere una vasca piena di anguille che scappano di mano e che aprono una voragine di conflitti di giurisdizione e di competenze. È già molto se il lettore mi avrà seguito sin qui; e quindi gli risparmio le molte (moltissime) bellurie restanti. Dalle quali emerge un insieme di incredibile macchinosità che nasce già grippato. Dunque i nostri legislatori sono dei pessimi costituenti. Ma questo si sapeva, la loro incompetenza non è una sorpresa. La sorpresa è, invece, che nel voto di giovedì scorso il grosso dei Ds e della Margherita si sia astenuto. Resto stecchito (dalla sorpresa). Possibile? La riforma costituzionale è ormai in dirittura di arrivo. Ed è stata interamente disegnata da una maggioranza che per anni si è chiusa a riccio. Pertanto l'opposizione sa che l'unica battaglia che può vincere è quella del referendum. Eppure la sua prima mossa è un voto di astensione. A me sembra incredibile. Tanto più che risulta che Fassino e Violante si proponevano addirittura di votare sì, e che è stato Rutelli a fermarli. Fassino e Violante hanno spiegato di voler soltanto dimostrare, votando a favore, "di non avere pregiudizi". Pregiudizi? Direi che la sinistra sta sempre più dimostrando di non avere "giudizi", cioè di non avere più capacità di giudicare e di pensare. La verità è che la sinistra ha la coda di paglia: i guasti del federalismo (e altri) cominciano da lì, da loro. Ricordo che ad un convegno Cesare Salvi disse: ammetto di avere sbagliato, e quindi cambio idea. Perché D'Alema, Fassino (e altri) non sottoscrivono, e non si liberano così della falsa coscienza che li obnubila?
A piccoli passi verso l'unità
Curzio Maltese su la Repubblica
Sarà stato anche un vertice "molto positivo" quello dell´Ulivo, secondo il coro dei leader convenuti, ma al solito chi ci capisce qualcosa è bravo. Prodi ha detto che le opposizioni non aiuteranno più Berlusconi a sfasciare la Costituzione, come con l´astensione sul Senato federale, e questo era ovvio per gli elettori del centrosinistra.
Ora ci sono arrivati anche i dirigenti, evviva. Per il resto, le primarie si faranno "di sicuro" ma fra un anno che è come dire "vedremo". Sulla federazione dell´Ulivo "decideranno i partiti". La lista unitaria alle regionali? Dipenderà da regione a regione. A voler essere ottimisti si tratta di una serie di piccoli passi ma soprattutto della fine della guerra a sinistra. Era ora. Ma intanto ancora una volta, si spera l´ultima, i capi dell´Ulivo si sono ritrovati a parlare dei problemi loro e non di quelli reali del Paese. Di fronte ai quali i cittadini si sentono soli e abbandonati dalla politica come soltanto negli anni di Tangentopoli, stretti fra un governo che cerca di mettere la bandana sulle stangate autunnali e un´opposizione che non ha deciso ancora come si chiama.
A sinistra si rischia di assistere a un film già visto nel ?96, il suicidio dopo la vittoria. La conferma che per l´Ulivo battere Berlusconi non è difficile: è inutile. Quattro mesi fa l´opposizione era uscita dal voto con un largo successo e la prospettiva di una probabile crisi di governo in autunno.
Il centrodestra era (ed è) profondamente diviso sulla politica economica. La guerra in Iraq era (e rimane) molto impopolare. Gli italiani erano e sono sempre di più delusi da chi prometteva miracoli e ha portato il più lungo stallo economico dal dopoguerra. Si erano insomma invertite di colpo le parti fra il vincente Berlusconi e l´Armata Brancaleone degli oppositori.
All´Ulivo sarebbe bastato a giugno fare un paio di cosette semplici, a cominciare da un programma economico di poche pagine, quindi aspettare l´inevitabile collisione del sogno ignorante della destra con la brutale realtà della crisi. Ora la collisione è alle viste. La prima finanziaria dopo Tremonti e la fine della "finanza creativa" lascia all´esecutivo una misera alternativa. O presentare un conto salatissimo ai contribuenti oppure portare la finanza pubblica al fallimento. In entrambi i casi, nella primavera prossima all´Ulivo e al suo capo sarebbe toccato naturaliter il ruolo di salvatori della patria.
Una trama troppo chiara e facile. I dirigenti del centrosinistra hanno allora provveduto a complicare tutto, prendendo a contorcersi su temi astrusi e impopolari, tanto da infilzarsi da soli nella spada del Tecoppa.
Ora almeno si sa che la federazione si farà. Quindi secondo la logica dovrebbe essere confermata nella maggioranza delle regioni la lista unitaria. Altrimenti che senso avrebbe federarsi per dividersi subito? Quanto alle primarie s´è capito che non si faranno mai. O comunque non saranno vere primarie ma al massimo una festa d´investitura per Romano Prodi alla vigilia della campagna elettorale. E questo è un peccato. Perché le primarie nel centrosinistra si sarebbero dovute fare. Non l´anno prossimo ma dieci anni fa.
Era l´unico strumento per stroncare dal principio l´eterna e forse inevitabile guerra per bande e per leader. In tutta Europa i candidati premier sono i capi del partito di maggioranza relativa della coalizione vincente. In Italia non è così per tante ragioni legate all´anomalia complessiva della seconda repubblica. Grandi primarie con veri concorrenti alla vittoria (ieri D´Alema e Prodi, oggi Rutelli e Prodi, domani Veltroni o Letta o Bersani) avrebbero fornito un verdetto popolare e inappellabile. Avremo invece piccole primarie con finti concorrenti, visto che la scelta continua a compiersi nel chiuso dei vertici dai presunti saggi, dopo aver consultato i presunti oracoli dei sondaggi. Detto questo, se hanno deciso che il popolo del centrosinistra non è ancora maturo, così sia. L´importante è voltare pagina, come ha detto il segretario dei Ds. In questi mesi i dirigenti dell´opposizione si sono parlati fra di loro, ora devono tornare a parlare agli elettori. Prima che ci pensi qualcun altro. Non saremmo in grado di reggere un altro dibattito sul deprecabile avanzare dell´antipolitica.
Recite a soggetto
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
È il nostro leader, parli. Quante volte si è chiesto a Romano Prodi di tagliar corto con le polemicuzze che agitano l'Ulivo e di far sentire il suo peso provvedendo in prima persona a indicare la rotta? Bene, Prodi ha cominciato a farlo, e su questioni davvero non secondarie, come le riforme istituzionali e la fecondazione assistita. Dichiarandosi sconcertato per le tentazioni compromissorie che emergerebbero nel centrosinistra sulle prime. E preoccupato, a proposito della seconda, di un referendum che, a suo dire, dilanierebbe il Paese. Piuttosto che fare chiarezza, però, le sue parole sembrerebbero aver aumentato la confusione. Per motivi di merito e di metodo. Può darsi che gran parte del centrosinistra abbia sbagliato ad astenersi alla Camera sul "Senato federale". Ma davvero non si può dire che il "Senato federale" sia una novità sconvolgente per l'Ulivo. Per contrastarla fieramente in via di principio, il centrosinistra avrebbe dovuto ripudiare, e con grande solennità, gran parte del federalismo propugnato, a torto o a ragione, in questi anni. E quella astensione non esclude affatto, anzi, che, quando si entrerà nel merito, lo scontro sulle riforme si faccia assai aspro. Dunque? Forse il candidato premier dell'opposizione si è scoperto radicale a costo di mettere in ulteriore difficoltà i suoi stessi sostenitori? Forse sì, forse è possibile. Ma anche in questo caso resterebbe da spiegare l'altro appello, quello per trovare in fretta, sulla fecondazione assistita, una soluzione legislativa che sbarri la via ai referendum. Non si può escludere che l'intesa ragionevole cui lavorano in tanti venga raggiunta in extremis. Ma stupisce che proprio alla stretta finale, e nelle stesse ore in cui Piero Fassino chiamava i suoi a mobilitarsi per la raccolta delle firme, Prodi abbia rappresentato il referendum alla stregua di una iattura. Come se divorzio e aborto, già tanti anni fa, non avessero insegnato nulla in proposito. Quanto al metodo, è vero. Il leader, per essere tale, deve dire la sua, farla pesare, battersi perché prevalga anzitutto nel proprio campo. Ma non è né un profeta né un oracolo né un commentatore. Il consenso se lo deve guadagnare, la sua voce deve levarla quando la decisione politica si forma, e nelle sedi dovute. Purtroppo, nel centrosinistra, non si sa quali siano esattamente queste sedi e come la decisione si formi. Capita, così, che un po' tutti rischino di recitare a soggetto.
Ulivo, primarie sì, ma tra un anno
Luana Benini su l'Unità
Un vertice importante e molto atteso quello di ieri. Caricato di grandi aspettative dopo tante polemiche. La prima riunione di Romano Prodi con i leader del Listone. Presenti Massimo D'Alema, Giuliano Amato, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Enrico Boselli, Roberto Villetti, Arturo Parisi, Giuliana Sbarbati. Tutti intorno a un tavolo in una sala al piano terra dell'ex Hotel Bologna. Quasi quattro ore di discussione e tanta carne al fuoco in un clima freddino e senza grandi slanci proprio nel giorno in cui su tutta la stampa sono riportate le bacchettate del professore sul referendum per l'abolizione della legge sulla procreazione assistita che "divide il paese" e sul voto di astensione al primo articolo della riforma costituzionale.
Insomma, un vertice difficile introdotto da Prodi. Nel quale i partiti hanno sviscerato le loro posizioni. Non senza divisioni. E alla fine Prodi ha tratto le conclusioni fissate in un documento.
Come si presenterà il Listone alle regionali? "Saranno i livelli regionali a valutare le convenienze sulla base delle condizioni e dei sistemi elettorali di ciascuna regione". Anche questo un compromesso fra Prodi che fino all'ultimo ha spinto per liste unitarie e Rutelli, contrario, che ha tenuto il punto. Il programma? "Da novembre avvierò un viaggio nella società italiana, nei suoi problemi". Perché "il programma è la via primaria per costruire l'unità della coalizione", e "non può essere un pacchetto chiuso".
Anche se "non partiamo da zero": "C'è il mio manifesto per l'Europa, c'è il programma europeo di Amato...". È stato D'Alema a sollecitare nel vertice una accelerazione: "Va bene che c'è tempo ma non lo si può fare pochi mesi prima: almeno mettiamo giù due-tre cose, le più importanti".
Intanto però una data si è fissata: "Proporremo ai partiti del centrosinistra - ha spiegato Prodi - una riunione il 4 ottobre per definire insieme agenda dell'opposizione, modo di presentarsi alle regionali, modi e tempi delle primarie, programma". E proprio all'opposizione allargata si è rivolto in serata Prodi proponendo alla festa di Liberazione un nome per "L'Ulivo allargato": "Alleanza democratica".
"Tu devi fare il ministro"
E il Professore lancia Fausto
Antonello Caporale su la Repubblica
ROMA - Fredda come una lama di ghiaccio adagiata sul viso. E´ stato terribile ascoltare quella proposta ieri sera. "Ministro? Certo che sìììì", ha detto Romano Prodi in uno dei suoi soliti soffi acustici, quelle frasi che iniziano intere e poi si smorzano fino a divenire un soufflè labiale, un rumore sordo che si chiude col sorriso eterno. La compagna Rina impietrita ("ma che sta a di´! In un certo senso è pure provocatorio, almeno a me così me sembra"), il resto della platea ha atteso silente che Fausto si riprendesse.
Lo choc dura un attimo. Bertinotti mette il suo corpo tra sé e il ministero. Infatti lo sporge dalla poltrona: "Tu sai che non ho nessuna intenzione di accettare". La erre arrotondata, ieri dialogante, finisce però impastata dal secondo sorrisone del Professore: "Dobbiamo decidere dove, in quale posto. Però è giusto che ci si misuri con la pratica del governo". A quel punto anche la erre si irrigidisce, Bertinotti tronca il discorso: "Caro Prodi, abbi rispetto per il libero arbitrio".
E´ finita lì, ma si è temuto il peggio. La poltrona brandita come una sciabola è stato l´unico momento di crisi, il resto invece non ha riservato sorprese né emozioni. Due amiconi sul palco, l´uno spiegava, l´altro annuiva. Il primo incontro pubblico dopo il voltafaccia del ?98, la rottura del patto, la caduta del governo. "Io me lo ricordo bene, proprio bene", ha detto Prodi. Si riferiva a quell´anno, a quando Bertinotti in Parlamento prese la parola e... Pienone di militanti ai magazzini generali di Roma per la festa di Liberazione. L´ex alleato, poi nemico, oggi di nuovo amico è sul palco. Da qualche settimana gira per le feste di partito. Essendo tanti i partiti del centrosinistra, e dunque moltissime le feste, Prodi si ritrova da fine agosto a calpestare la scena politica con l´auricolare e quei sottilissimi microfoni da teatro a cingere la giugulare. Genova, la Puglia, Telese, poi Roma. La curiosità è tanta. Finalmente è qua. Tribune complete in ogni ordine di posti. L´ospite è trattato con riguardo, raccoglie applausi, non eccessivi ma nemmeno tristi. Né troppi né pochi. Prodi non è nervoso, incespica l´indispensabile. La prende alla larga, com´è suo solito. Bertinotti non affonda. I due fanno melina a centrocampo ("Come diciamo? Grande alleanza? Noi siamo per una grande coalizione, ma va bene anche grande alleanza").
Spunti di un qualche interesse quando, non volendo, Bertinotti rievoca: "Come sai, siamo abituati a stupire". Ferruccio de Bortoli, che modera il confronto, se lo fa ripetere: "Stupirete come ?nel 98?". Ah il novantotto, "io me lo ricordo bene" dice Prodi. "Anche io", risponde l´altro. Fausto ricorda che c´era la desistenza, "noi non avevamo nessun accordo sul programma. Che invece adesso vogliamo". "Il programma, anzitutto", borbotta il leader dell´Ulivo. "Comunque dopo di te è venuto D´Alema, non Berlusconi". Ahi! Questa volta Prodi affonda: "Diciamo che sono andato via io. Nel ?98 avevo ragione, ma pace, mettiamoci una pietra sopra... "
Il presidente della commissione europea prova il raddoppio. "Non abbiamo televisioni né danaro. Bisogna utilizzare il tam tam. Stavo per dire il porta a porta ma non mi sembra il caso... ". I rifondaroli sorridono, il Professore si guadagna una razione aggiuntiva di applausi. Clima buono, serata davvero serena, i due nemici sono quasi amici. Prodi segue il filo del discorso terzomondista, l´America latina affamata dal Fondo monetario, lo segue ma fino a un certo punto. Svirgola sulla patrimoniale ("più equità" dice soltanto), ma accoglie pienamente le critiche alla guerra in Iraq ("Con noi mai sarebbe potuto accadere, mai l´Italia si sarebbe trovata in queste condizioni"). Ricorda che tra un po´ si ripresenterà in giro per l´Italia, Bertinotti gli chiede di portare con sé il programma comune sottoscritto e approvato da tutti. Andate da un notaio? chiede de Bortoli. "Il notaio no", dice il Professore, ripensando a Vespa. Trova i fischi, gli unici veramente compatti e compiaciuti, quando si schiera contro il referendum per l´abrogazione della legge sulla fecondazione assistita. Nel mare magnum dei mille colori del centrosinistra la questione non appare decisiva. Infatti Bertinotti sorvola, sono in gioco le coscienze non è tema di programma.
Non piove, come è accaduto altrove, né va via la luce, come pure altrove è successo. La serata è dolce, i due leader vanno a cena insieme, c´è un via vai di carrozzelle. Per i bimbi più grandi sono in vendita anche le pistole (ad acqua). In zona Cesarini Prodi si procura il rigore. Succede che l´intervistatore, interrompendolo, dica "mi consenta". Mi consenta noo, noooo e poi nooooo... .
L'agricoltura è alla frutta
Paolo Andruccioli su il Manifesto
I prezzi della frutta e della verdura? Troppo bassi, quindi noi regaliamo i prodotti o li distruggiamo. Sono state diverse le reazioni del mondo agricolo agli annunci del governo sui prezzi. Ieri, a Celano, in provincia dell'Aquila, ruspe e trattori della Cia, la confererazione italiana degli agricoltori, hanno sotterrano svariati chili di ortaggi raccolti nella zona per protestare contro la "politica dei prezzi stracciati". Poco distante da Celano, gli agricoltori della piana del Fucino aderenti alla Coldiretti, la conferedazione dei coltivatori, storica base della Dc che fu, hanno invece regalato i loro prodotti al vescovo dei Marsi, monsignor Lucio Renna. I prodotti invenduti, è l'intenzione della Coldiretti, dovranno essere distribuiti ai più bisognosi. E mentre nelle campagne crescono le manifestazioni di protesta, nei grandi supermercati metropolitani si fa muro contro la politica del governo. Secondo le associazioni dei consumatori, il blocco dei prezzi annunciato da Berlusconi, è solo uno spot pubblicitario. Non è dello stesso avviso il ministro delle attività produttive, Antonio Marzano, secondo il quale il governo andrà avanti comunque. Il ministro si rivolge infatti con lo stile populista del suo governo, direttamente ai cittadini, i quali "saranno sicuramente d'accordo con noi". L'intera operazione vacilla prima di partire, anche se il governo cerca anche di estenderla ai settori dei servizi. E' di ieri infatti l'invito del ministro Siniscalco alle banche, per arrivare a un accordo sui costi bancari. Intanto il ministero dell'economia e tutto il suo governo sono alle prese con una delle più difficili manovre degli ultimi anni, una finanziaria che pare lievitare ogni giorno che passa. Siamo già a 35 miliardi più i 12 per la riforma fiscale.
A proposito del taglio delle tasse ieri si sono registrate due prese di posizione, quella del Fondo monetario internazionale, secondo cui il taglio delle tasse, senza interventi strutturali non si potrà fare e quella del viceministro all'economia, Mario Baldassarri, secondo il quale la riforma fiscale si potrà realizzare solo modificando il Patto di stabilità.
Per quanto riguarda la finanziaria ci sono poi due questioni sul tappetto molto pesanti: il taglio ai trasferimenti agli enti locali e la discussione sul possibile blocco (o ridimensionamento) del rinnovo dei contratti nazionali dei dipendenti pubblici.
21 settembre 2004