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a cura di Fr.I. - 31 agosto 2004


Le ore dell´angoscia
Bernardo Valli su
la Repubblica

PARIGI - La regia dei sequestri è sempre più sofisticata e morbosa. Non si limita più a due atti: l´esibizione dei rapiti, accompagnata da un ultimatum; e l´annuncio dell´eventuale esecuzione con annesse immagini. Si è arricchita di un intermezzo, che aumenta la suspense e con essa l´angoscia. Questo è accaduto con i due ostaggi francesi, apparsi in un video in cui invitano i connazionali a manifestare contro la proibizione del velo musulmano nelle scuole, al fine di fare abolire la legge, come esige l´Esercito islamico dell´Iraq, del quale sono prigionieri. Altrimenti saranno uccisi. Alla scadenza dell´ultimatum di quarantotto ore, ieri sera, mentre la Francia attendeva notizie col fiato sospeso, è arrivato quel rilancio, che allunga i tempi di ventiquattr´ore: ossia fino a domani, alla vigilia della riapertura delle scuole, quando entrerà in vigore la legge sul velo. La ripresa dell´anno rischia cosi di fare da cornice al dramma. La regia dei rapitori ha ideato nuovi effetti speciali.
Il governo francese non intende comunque né sospendere, e ancor meno annullare la legge. Il suo portavoce lo ha escluso con chiarezza, precisando quel che il presidente della Repubblica e il primo ministro avevano implicitamente già detto. La Francia conta sul sostegno del mondo arabo, e sulla solidarietà della sua comunità musulmana forte di quasi cinque milioni di uomini e donne, per piegare l´intransigenza dei sequestratori di Christian Chesnot di Radio France Internationale e di Georges Malbrunot del quotidiano Figaro. Finora dal variegato mondo arabo, e non soltanto dalle sue pieghe più moderate, si sono alzati numerosi appelli in favore dei due giornalisti.
Decine, centinaia di inviti sono stati rivolti ai rapitori, da parte di prestigiose istituzioni religiose musulmane, di alte autorità sunnite e sciite, di sindacati, di Università, di televisioni private, di leader politici e di intellettuali, affinché liberino gli ostaggi. E´ impossibile stabilire come queste voci dal Maghreb, dal Cairo, da Damasco, da Amman, dalla stessa Bagdad, siano arrivate all´Esercito islamico che detiene Chesnot e Malbrunot in chissà quale località della valle del Tigri e dell´Eufrate.
E, se sono arrivate fino là, si ignora quale effetto abbiano prodotto quelle voci sui destinatari. Assai scarso, a giudicare dai nuovi video, ricevuti dalla solita televisione del Qatar.

* * *

Resta che la vasta ed efficace rete diplomatica francese raccoglie in queste ore numerose e spesso prestigiose adesioni nei Paesi arabi. Condannano il sequestro dei due giornalisti Yasser Arafat (con due forti messaggi); l´università cairota di Al Ahzar, mente e cuore del mondo musulmano sunnita; la confraternita dei Fratelli musulmani, all´origine del fondamentalismo in tutte le sue forme, compreso quello terroristico; la stessa televisione Al Jazeera, proibita a Bagdad perché considerata portavoce dell´opposizione armata; Abu Mussa, capo della Lega Araba, ed eroe degli arabi non sempre moderati. L´Italia non ha usufruito di tutto questo. Le sue posizioni nel mondo arabo immune dal virus dell´integralismo, quello di cui l´Europa ha bisogno, si sono via via sgretolate. Sono state numerose e robuste, per decenni, prima che la politica estera venisse gestita come se si trattasse di rapporti privati, tra un uomo d´affari e i suoi partners preferiti.
La Francia ha soprattutto avuto la solidarietà, nella tempesta, della sua comunità musulmana. Una solidarietà che potrebbe segnare una svolta nell´integrazione degli immigrati, fedeli alle origini islamiche e rispettosi della democrazia europea. Ma la vicenda non è ancora conclusa. E tutto dovrà essere riesaminato quando saremo all´epilogo.


L´alleanza tra Chirac e l´Islam non radicale
Parigi riesce a coalizzare intorno a sé gli stati arabi: "Noi contro la guerra, voi contro la barbarie"
Bernard Guetta su
la Repubblica

PARIGI

In Francia vivono 5 milioni di musulmani: quasi un decimo della popolazione. Molti di loro, anche se contrari al velo e magari atei, vivono con disagio la nuova legge, come un marchio sulla loro comunità. Giovedì prossimo riapriranno le scuole. Una minoranza di fondamentalisti aveva annunciato da tempo la volontà di difendere le ragazze che nonostante tutto si presenteranno in classe con il velo. La prova di forza covava, i poteri pubblici erano preparati, ed ecco all´improvviso quest´ultimatum dall´Iraq: gli islamisti che volano in soccorso dei musulmani di Francia, e senza chiederne il parere li arruolano di fatto nella loro Internazionale, vogliono renderli complici delle loro minacce di assassinio, precipitandoli in uno scontro con la terra in cui sono immigrati.
Il calcolo è tanto chiaro quanto cinico, e mentre i telefoni squillavano nelle redazioni il ministro dell´Interno Dominique de Villepin, figlio spirituale di Jacques Chirac e ministro degli esteri durante il braccio di ferro franco-americano sull´Iraq, convocava i responsabili delle organizzazioni musulmane francesi, senza distinzione di correnti. A mezzogiorno meno un quarto di domenica, la prima manche era vinta. Tutto l´islam francese si era schierato, facendo fronte comune con la Francia. All´uscita da quella riunione, Fatiha Ajbli, la pasionaria velata dell´Unione delle organizzazioni islamiche di Francia - lo stesso movimento che intendeva condurre la resistenza contro la legge - dichiarava davanti ai microfoni e alle telecamere, al fianco di Dominique de Villepin: «Non voglio sangue sul mio velo». Non solo: la stessa Fatiha Ajbli si è offerta come ostaggio, insieme a una delle sue compagne, in sostituzione dei suoi «compatrioti francesi». Nel giro di poche ore, la barbarie dei "folli di Dio" aveva creato una scorciatoia, facendo guadagnare parecchi anni all´integrazione dei musulmani di Francia. Forte di questo successo, Jacques Chirac ha potuto passare alla seconda parte della strategia elaborata sabato sera: la chiamata a raccolta delle capitali arabe, tutte desiderose di esprimere la propria solidarietà alla Francia, di descrivere i rapitori come pecore nere dell´islam e di azionare tutte le leve possibili per ottenere la liberazione di Christian Chesnot e Georges Malbrunot. Da oltre trentasei ore, implicitamente ma talora anche molto esplicitamente, i dirigenti francesi ricordano ai loro omologhi arabi che la Francia non aveva esitato a esporsi in prima linea per tentare di impedire l´intervento americano in Iraq, e che ora tocca a loro assumersi il rischio di evitare un nuovo deterioramento dei rapporti tra Islam e Occidente.
La Francia è unita e al meglio, intelligente e forte, ma al tempo stesso tremendamente preoccupata, perché in questo dramma sta vivendo tutto ciò che aveva temuto e pronosticato. Nel tentativo di dissuadere George Bush dall´intervento in Iraq, aveva spiegato due cose. Innanzitutto, che questa guerra non avrebbe portato alla democrazia ma al caos. E la minaccia di assassinio che ora pesa su Christian Chesnot e Georges Malbrunot è un´ulteriore prova della fondatezza dei suoi avvertimenti. Non solo - come l´Italia sa anche troppo bene - in Iraq la violenza è quotidiana, ma oltre tutto gli americani e il governo ad interim che hanno istituito non cessano di perdere terreno, sul piano militare come su quello politico. Falluja, la città sunnita che speravano, la scorsa primavera, di riprendere sotto il loro controllo mobilitando le truppe del deposto regime, è nelle mani di islamisti fanatici che governano in nome di Dio, e da quel bunker organizzano attentati e rapimenti.
Sul versante sciita, Moqtada al-Sadr, il giovane religioso che infiamma i più poveri tra i suoi correligionari, ha potuto sfidare per varie settimane le truppe americane a Najaf e quindi ritirarsi, libero, mentre i suoi uomini non hanno neppure consegnato le armi. Giorno dopo giorno, il paese si sfalda, esplode, sprofonda nell´anarchia, tanto che non si riesce a vedere come si potranno tenere elezioni nel gennaio prossimo. Il futuro dell´Iraq è oscuro, e se ora la Francia deve pagare a sua volta l´errore dell´America, è perché anche la seconda delle sue previsioni si è avverata. L´occupazione americana e il caos iracheno - aveva detto - offriranno un nuovo campo di manovra ai jihadisti, agli esaltati delle reti islamiste che dall´Afghanistan sognano di sfasciare l´Occidente, come credono di aver sfasciato l´Urss a Kabul. Prima dell´intervento americano, quella nebulosa era in regresso. In Algeria, gli islamisti segnavano il passo. In Tunisia erano in rotta, in Turchia si stavano ricentrando, in Afghanistan avevano perduto il potere e l´Iran, culla dei folli di Dio, li respingeva in massa e si avviava verso la democrazia. Il jihadismo ormai annaspava, ma questa guerra, sommata allo scontro israelo-palestinese, gli ha ridato forza facendo nascere nuove cellule, e l´idea di scatenare la lotta finale tra Islam e Occidente ha ripreso corpo in Iraq.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)


Gli arabi sul Web: «Sgozzateli». «No, loro sono diversi»
LIBERATELI «E' un Paese contrario alla guerra: se li ammazzate, fate un regalo agli Usa»
NESSUNA PIETÀ «Pronunciate la formula "In nome di Dio misericordioso ...", e tagliate la gola»
Cecilia Zecchinelli sul
Corriere della Sera

DOHA — E' un vero dibattito quello esploso ieri tra il popolo del Web della mezzaluna, sui siti islamici più o meno estremisti schierati in genere compatti contro l'occupazione dell'Iraq e a difesa del diritto degli iracheni e dell'intera nazione araba a lottare per la liberazione del Paese. Ma le minacce di morte nei confronti degli ostaggi francesi, due giornalisti e per di più cittadini di un Paese «amico», hanno scatenato interventi contrastanti tra gli internauti musulmani. Divisioni inusuali, a volte sorprendenti, che stridono con l'unanime e massiccia condanna del mondo ufficiale islamico — sunnita e sciita, politico e intellettuale — nei confronti del rapimento e dell'uccisione di civili stranieri in Iraq. «La presa in ostaggio di reporter può contribuire alla liberazione dell'Iraq?», chiedeva Al Jazira ai suoi fedeli, sul sito web in arabo della controversa televisione del Qatar, che ieri ha preso ufficialmente posizione contro la «cattura, l'uccisione e le restrizioni nei confronti di tutta la stampa in Iraq e nel mondo». E il 78,4% degli oltre 15 mila visitatori che hanno risposto nelle prime ore (il sondaggio durerà fino al 2 settembre) ha risposto «no», non servirà all' Iraq. Il 21,6% ha detto «sì». Ma se l'attenzione di Al Jazira si è concentrata su ruolo e diritti dei giornalisti in Iraq al di là della loro nazionalità («per noi, i reporter italiani o francesi sono uguali, sono professionisti e innocenti», ha dichiarato la tv al Corriere), il dibattito sui siti Internet non ufficiali e più integralisti del mondo islamico ha assunto un tenore diverso. Un tenore in cui il Paese d'origine degli ostaggi conta, e molto, ovviamente legata alla posizione assunta dai governi rispetto all'Iraq, ma non solo. Così si spiegano le numerose voci a favore della liberazione dei due francesi, perfino sui siti estremisti e spesso con motivazioni tutt'altro che moderate. «La Francia è sempre stata contraria alla guerra in Iraq, non ha voluto prendere parte all'alleanza degli americani: se i due ostaggi verranno uccisi sarà un regalo per gli Stati Uniti», scrive ad esempio Yusef, sul sito integralista Islamic Minbar.

Ancor più drastiche, e con una motivazione che va al di là dell'Iraq, la maggior parte delle risposte di un altro sondaggio, in cui la nazionalità francese dei rapiti viene sottolineata ma in senso negativo: la quasi totalità delle risposte ad Ansarnet.ws (il più noto sito integralista islamico) si è schierata per l'esecuzione di Christian Chesnot e Georges Malbrunot. Un tale Mohamed Al Jazairi («Mohamed l'algerino») spiega perché: «La Francia — scrive — svolge un ruolo essenziale nella caccia a Osama Bin Laden in Afghanistan, dove ha impegnato oltre 200 uomini delle sue forze speciali». E quindi va punita. Tareq, un altro internauta sul sito Islahi.net, aggiunge: «Che differenza c'è tra uccidere i nostri fratelli afghani e i fratelli iracheni?». E nello stesso forum un fantomatico «Salafita Mostruoso» (così almeno si firma) si dice pienamente d'accordo e consiglia infatti all'Esercito Islamico in Iraq di cambiare la condizione per il rilascio dei due ostaggi: «Invece dell' abolizione della legge sul velo — propone — chiedete ai francesi di ritirarsi dall'Afghanistan, così dimostriamo l'unità dei musulmani». Accanto alla firma un'immagine del leader qaedista Musaab Al Zarkawi e una frase che non lascia dubbi: «Pronuncia la formula "In nome di Dio...", e taglia la gola». Posizioni estreme, anonime e non rappresentative della nazione araba, che ieri si è invece schierata compatta nella richiesta di liberare i due francesi e di interrompere le violenze nei confronti dei civili. Ma posizioni che esistono e che fanno paura.

Quello che è certo, è che se pur in minoranza le voci estreme del mondo islamico esistono. Anche quel 21% che ad Al Jazira risponde di essere favorevole alla presa in ostaggio dei giornalisti in Iraq lo dimostra.


I genitori di Daniel Pearl «Difendersi è possibile»
una lettera sul
Corriere della Sera


Noi, genitori di Daniel Pearl, insieme a milioni di cittadini impegnati in tutto il mondo, siamo colpiti e avviliti dal barbaro assassinio di Enzo Baldoni, giornalista e marito, padre e figlio, filantropo e messaggero di pace. Due anni e mezzo fa, quando il mondo ha reagito con indignazione al brutale omicidio di nostro figlio, speravamo che le vite dei giornalisti non sarebbero mai più state usate come merce di scambio tra parti in conflitto. Ci sbagliavamo. Speravamo anche che il mondo civile si sarebbe unito per difendersi da questa nuova ondata di malvagità che si vanta della propria crudeltà e ritualizza la disumanità. Ci sbagliavamo. La recente serie di omicidi dimostrativi in Iraq, culminata nell'assassinio di Baldoni e nella cattura di due giornalisti francesi, prova che questa nuova ondata di follia non mira a un singolo Paese, a un tipo di politica o a un'istituzione, ma al tessuto stesso della società civile.
E' un'ondata di follia indirizzata a tutti noi. E va fermata da tutti noi. Le persone perbene di ogni estrazione devono attivarsi e agire insieme perché certi atti barbarici vengano nuovamente percepiti come inconcepibili. Se nessun tipo di consolazione può alleviare il dolore della famiglia di Enzo Baldoni né quello degli italiani, vogliamo assicurarvi che al vostro fianco si sta raccogliendo una comunità di persone con dei princìpi, fermamente convinta che la nuova ondata di follia può essere fermata. Nei due anni e mezzo trascorsi, affrontando la nostra tragedia, abbiamo avuto prova di una partecipazione crescente da parte di musulmani, cristiani ed ebrei che fa da contrappeso alla barbarie e ci fa capire che non siamo impotenti. Ci sono molte cose che possiamo fare per contribuire a preservare il tipo di società che vogliamo. Innanzitutto, dobbiamo dare un messaggio inequivocabile a coloro che perpetrano questi crimini affinché capiscano che le loro azioni non porteranno avanti i loro obiettivi. In secondo luogo, possiamo fare pressione sui leader della comunità internazionale perché dichiarino tutte le forme di omicidio dimostrativo — l'assassinio di una persona innocente finalizzato a trasmettere un messaggio di offesa — un crimine contro l'umanità, con tutte le conseguenze morali e legali che tali crimini comportano. Terzo, dovremmo chiedere ai leader religiosi di ogni denominazione di proclamare questi crimini un peccato capitale, o apostasia, punibile con le pene più dure di cui la religione dispone, dalla scomunica alla dannazione. Quarto, guardando alle nostre vite, possiamo domare l'odio che genera questi crimini promuovendo il dialogo interculturale e il rispetto per le differenze in tutti i Paesi e a tutti i livelli della società. Rendiamo onore agli italiani per non essersi piegati alle richieste dei terroristi e per aver preso una posizione ferma contro il bigottismo e la xenofobia. Vi siamo inoltre grati per aver sostenuto la nostra famiglia nei momenti di difficoltà e nel nostro impegno più recente per promuovere la tolleranza. Speriamo e preghiamo che i due giornalisti francesi, Christian Chesnot e Georges Malbrunot, vengano rilasciati sani e salvi e che tutti i giornalisti possano continuare l'importante lavoro di tenere il mondo informato. Che la memoria di Enzo Baldoni possa infondere forza nei nostri cuori e che tutti possano trovare conforto nel vedere trionfare l'umanità.
Judea e Ruth Pearl
(traduzione di Nicoletta Boero)


«Quel viaggio era un suicidio, noi li avvertimmo»
Mazin Abdullah Salloum, di Mezzaluna Rossa: «Il convoglio per Najaf era una follia» «L'attività di Scelli fa sembrare la Croce Rossa italiana non più neutrale agli occhi degli iracheni»
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

BAGDAD — «Una follia. Il convoglio della Croce Rossa per Najaf è stata una vera follia. Ed è andata già bene che sia stato assassinato solo Baldoni. Poteva essere molto, molto peggio». E' tutt'altro che velata la critica della Mezzaluna Rossa nei confronti delle scelte assunte dai dirigenti della Croce Rossa Italiana a Bagdad. Ieri ci siamo venuti per cercare di capire la dinamica del rapimento di Enzo Baldoni, dopo che alcune agenzie stampa citavano un loro rappresentante che si sarebbe trovato sulle auto degli italiani. Qui Mazin Abdullah Salloum, 32 anni, dal 1992 impiegato dalla Mezzaluna locale e oggi responsabile dell'ufficio per le relazioni internazionali, ha però negato ogni informazione in questo senso. «Il nostro personale non era sul convoglio del 19 e 20 agosto per il fatto molto semplice che lo consideravamo suicida. Non sappiamo dove si trovasse Baldoni al momento dell'attacco. Ma mi sento di dire in tutta coscienza che gli italiani erano stati avvisati: "Non andate, non andate con i vostri simboli sugli automezzi, non impiegate personale italiano e certo non portate con voi giornalisti o attivisti di qualsiasi tipo perché potrebbero venire facilmente accusati di essere spie"», dice Salloum, senza esitare a condannare tout court anche l'operato del Commissario Straordinario, Maurizio Scelli.

Noi dicemmo subito che sarebbe stato assurdo per loro andarci, rischiavano di venire attaccati sulla strada o sul posto. Ci offrimmo invece di portare noi le loro medicine. Cosa che facemmo il 14 agosto con un piccolo convoglio di personale esclusivamente iracheno. Qualcuno di loro cercò di mettere le decalcomanie della Croce Rossa sui nostri camion. Ma le strappammo prima di partire e tutto andò bene. Poi però organizzarono un loro convoglio per il 19 agosto senza accettare alcun consiglio». Scusi, ma che c'è di male nei simboli della Croce Rossa? «Siamo in zona di guerriglia e banditi. Per alcuni estremisti il solo simbolo della croce, anche se rossa, è sinonimo di stranieri, cristiani, occidentali e dunque americani. Meglio evitarlo. E c'è di più». Cioè? «Negli ultimi tempi il lavoro della Croce Rossa italiana è molto screditato tra parte degli iracheni. Certo l'opera dell'ospedale italiano a Bagdad resta fantastica, unica, impagabile. Ma purtroppo gli sforzi di Maurizio Scelli per cercare di liberare gli ostaggi italiani rapiti in aprile hanno adombrato la presenza del suo personale di una luce diversa, quasi l'ospedale fosse uno strumento del governo Berlusconi. Insomma la Croce Rossa italiana rischia di non venire più considerata come un'organizzazione neutrale.

Ma gli italiani non si coordinano con voi o con i rappresentanti della Croce Rossa internazionale a Bagdad? «Assolutamente no. In aprile Scelli mise a serio rischio il suo personale andando a portare aiuti a Falluja nella speranza di cercare contatti con i rapitori dei 4 italiani. E noi gli abbiamo detto tante volte che doveva evitarlo, assolutamente. Lo stesso ha fatto il suo rappresentante all'ospedale due settimane fa, Giuseppe De Santis».



Bush a caccia dei voti nella trincea di Manhattan
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

NEW YORK - Due popoli alieni che per quattro giorni accettano diffidenti di coabitare sullo stesso pianeta come un tempo le famiglie sovietiche dividevano lo stesso appartamento odiandosi, Republicans e Newyorkers vivono da separati in casa quel teatrino dell'assurdo chiamato "Convention", cordialmente detestandosi ed evitandosi. Se non avete i mille dollari (carte di credito accettate) necessari per entrare nel party organizzato da Newsweek al "Four Seasons Hotel" o non volete andare alla chiesa di Saint Mark nella Bowery per partecipare al "Vomitorium" dei nauseati da Bush e vomitare gratis, la Convention è un'estranea di passaggio.

New York, dice il direttore della sezione locale dello Fbi, l'italo americano Damuro, ha "la tredicesima forza armata del mondo", se fosse una nazione autonoma, e si vede. La città che ha subito il grande martirio dell'11 settembre, ora deve vivere il piccolo martirio di un'occupazione militare.

Come già Boston un mese addietro, così New York conosce il tormento della rigida divisione di casta che colpisce queste città sopra le quali, come Genova ricorda, si abbatte la maledizione del grande evento voluto per prestigio e poi subito per danni. Vive la feroce discriminazione tra chi ha "l'accreditamento" e chi non ce l'ha. Con un aggravante. Che il Madison Square Garden è piantato nel cuore di Manhattan, sopra il principale snodo ferroviario, stazione e crocevia del traffico di auto e di pendolari e non può essere sigillato e chiuso come furono le linee del metrò sotto il palazzetto dei democratici a Boston. I treni a lunga percorrenza che arrivano alla stazione sotto il Garden sono fermati a Newark, l'ultima fermata prima di New York. I passeggeri identificati uno per uno. I loro bagagli ispezionati. E al minimo dubbio arrestati, come è stato arrestato e trascinato il mio vicino di viaggio, sul rapido "Acela" numero 2222 alle ore 19 e 30 di domenica proveniente da Washington, perché la targhetta sulla sua valigia portava il nome della moglie, diverso dal suo nella patente.

Il Garden occupato dai Bush Boys sta nel cuore di Manhattan come una cisti dolorosa ma benigna, perché destinata a scomparire spontaneamente fra quattro giorni, irritante perché l'incistamento dei 10 isolati che lo circondano è garantito da chilometri di transenne d'acciaio, da muraglie di jersey di cemento, da scavatrici e schiacciasassi giganti strategicamente piazzati per bloccare le strade e fermare ogni autobomba, in una incruenta, ma esemplare metafora di quella "zona verde" a Bagdad fortificata per proteggere gli occupanti e i loro collaboratori locali.

Nessuno sa con precisione quanto vasto sia l'esercito di occupazione nella "Bagdad sull'Hudson", perché la cifra è segreta, ma l'esercito di uomini e donne armate calati su Manhattan per proteggere George Bush dalla propria nazione, deve superare tranquillamente i centomila militi e avvicinare la forza del contingente d'occupazione in Iraq (128 mila).

I treni dei commuter, dei pendolari, sono semivuoti, come vuoti sono i rapidi da Boston e da Washington, occupati esclusivamente dal popolo della tesserina magica, reporter e groupies della politica con l'accreditamento, che permetterà di fare la spola fra i due mondi, quello vero della città e quello artificiale del Congresso. Universi che non si parlano e non si ascoltano. Fuori le centoventimila persone (secondo la polizia) e trecentomila secondo i giornali, che ancora brulicano per la città e si radunano a Central Park, stempiando ancor di più il sindaco Bloomberg che aveva speso 18 milioni di dollari per ricoprire di zolle d'erba fresca il grande prato centrale.

Dentro i trentamila annoiati fino alle lacrime da discorsi riscaldati al microonde, che nuotano nell'aria azzurrina e liquida da acquario tipica di gli studi televisivi, per fare il loro dovere di comparse al grido di "Four more years", ancora quattro anni per Georgie.

Tra una Convention e la città martirizzata non ci può essere alcun rapporto perché i congressi non parlano alla città, parlano sopra la sua testa, si rivolgono al solo pubblico che conti, quello della televisione, per il quale queste sagre della banalità sono sceneggiate. Di una New York, che non voterebbe per Bush neppure se corresse da solo, al burattinaio elettorale di "W", Karl Rove non potrebbe importar di meno. E' stata scelta cinicamente per essere quello che a Hollywood si chiama il "backdrop", lo sfondo, lo scenario, nella speranza che l'associazione tra Bush e il cratere, tra lui e la guerra al terrore scuota le network tv nazionali, che dedicheranno soltanto tre ore di diretta alla Convention come fecero a Boston.



La Russia: "E' stato un attentato"
Giallo su due donne kamikaze
Le cecene che si sono fatte esplodere in volo vivevano con due compagne di cui si è persa ogni traccia dal 22 agosto
su
la Repubblica

MOSCA - Doppio attentato terroristico. L'ipotesi formulata subito dopo la caduta di due Tupolev in Russia la notte del 24 agosto e poi via via rafforzata dal ritrovamento di tracce esplosive su entrambi gli aerei, è ora una certezza. Lo hanno confermato i servizi russi, spiegando che entrambi i velivoli, il Tupolev 154 diretto a Soci, sul Mar Nero, e il Tupolev 143, diretto a Volgograd, sono esplosi in volo. Il capo del dipartimento tecnico-scientifico dei servizi di sicurezza russi (Fsb), Andrei Fetisov, ha dichiarato oggi che è ormai "confermata al 100%" l'esplosione a bordo dei due Tupolev.

Ma il giallo dei due Tupolev rischia di arricchirsi ora di un ulteriore capitolo: la scomparsa di altre due sospette donne kamikaze, che potrebbero essere ancora in circolazione. In attesa di colpire. A prospettare l'incubo è l'edizione di domani del giornale Izvestia, sulla base di elementi raccolti in un ampio e dettagliato reportage realizzato in Cecenia.

Il giornale ha indagato sull'origine delle due passeggere sospettate di aver scatenato l'inferno sui Tupolev - Aminat Nagaieva e Satsita Dzhebirkhanova, 29 e 37 anni - e ha scoperto che esse abitavano insieme a Grozny e dividevano un piccolo appartamento anche con altre due giovani donne (la sorella della Nagaieva e una certa Mariam Taburova). Di queste ultime due però si è persa ogni traccia.

Le ultime tracce di Aminat e di Satsita si ritrovano poi tra i passeggeri dei Tupolev della morte, sui quali le due donne risultano essere salite all'ultimo momento dopo aver comprato i biglietti, ancora una volta insieme, nell'aeroporto moscovita di Domodiedovo.

Delle altre due inquiline non si sa invece nulla, scrivono le Izvestia, che ipotizzano pure per loro un destino da "shahidke", secondo la parola russa di derivazione araba con cui la stampa moscovita indica le terroriste suicide. Il giornale riporta peraltro anche alcuni elementi ancora da chiarire, a cominciare dal fatto che - a quanto pare - nessuna delle quattro risultava avere parenti legati alla guerriglia islamico-indipendentista arrestati o uccisi dalle forze federali russe.

Circostanza che esclude il movente della vendetta, richiamato ad esempio per le "vedove nere" imbottite di tritolo, quasi tutte mogli di guerriglieri uccisi in azione, che parteciparono al sequestro del teatro Dubrovka di Mosca nell'ottobre del 2002. E in ogni caso rende meno spiegabile il loro eventuale reclutamento da parte di gruppi fondamentalisti.



Per questo
Gabriele Polo su
il Manifesto

Guerra e civiltà sono parole inconciliabili: quando l'occidente ha rimosso questa lezione (e lo ha fatto spesso nella sua storia) ha provocato la propria e l'altrui rovina. Di solito lo ha fatto per spirito imperiale, o per paura. In entrambi i casi ha distrutto le sue libertà, quelle che gli antichi consideravano le basi della civiltà. Quando qualcuno (uno stato come una setta) si appella a valori assoluti per esigerli con la forza impone una chiamata alle armi che non ammette defezioni. Lo fa chi dice di esportare la democrazia a mano armata, lo fanno quelli che vogliono imporre il velo a una donna. E' questa la guerra che entra nel profondo delle nostre vite.

La tragica parodia dello «scontro di civiltà» non risparmia nessuno: chi non è obnubilato dagli integralismi o corrotto dagli interessi ascolta il richiamo delle sirene che intonano l'inno del «male minore», quel «meno peggio» che sta diventando una filosofia di vita per la sinistra europea. E' meno peggio il tank o il kamikaze? Abu Ghraib o i decapitatori? L'imposizione del volto scoperto o del velo? E' così che si rinuncia: non ai sogni di un altro mondo ma perfino alla propria autonomia, si finisce arruolati. E' la fine della libertà, della critica razionale, della ricerca di un'alternativa. E si prepara la propria fine. Seguendo un simile buon senso l'Internazionale socialista, un secolo fa, decise che il colonialismo europeo in Africa era cosa buona e giusta: portava la civiltà, che - ovviamente - avrebbe fatto nascere anche lì il movimento operaio. Qualche anno dopo l'Internazionale si dissolveva nell'appoggio al massacro della prima guerra mondiale.

Non ci stiamo. Di fronte alla barbarie di mondi impauriti che per sopravvivere o per perpetuare privilegi si chiudono nelle appartenenze scegliamo la diserzione, l'esodo. L'andare altrove non è una fuga, è una ricerca. Abbiamo imparato da tempo che il nemico del nostro avversario non è per forza un nostro amico, ma anche che il fine (nemmeno la democrazia, il comunismo o la felicità) non giustifica i mezzi che snaturano quel fine. Meglio sottrarsi al gioco delle semplificazioni e continuare a cercare le radici del male per dare voce ai mondi più scossi dai bagliori accecanti degli orrori. Mondi che esistono anche dove la legge della forza sembra cancellare tutto. Per questo vogliamo il ritiro delle truppe dall'Iraq, precondizione per la fine della guerra, per questo facciamo questo giornale, che seguendo la logica del male minore non sarebbe nemmeno nato: per essere in questo mondo senza esserne divorati.


Il peggior "gesto olimpico"? Per gli americani è quello di Bush
Maurizio Licordari su
l'Unità

La campagna elettorale di George Bush subisce un nuovo duro colpo dai media americani. E questa volta arriva dallo sport, esattamente da Espn. Il più importante network sportivo Usa ha tracciato un bilancio alla fine dei Giochi di Atene. Premiati i migliori atleti - Phelps in testa - le gare più belle (emozionante la finale dei cento metri) e l'organizzazione dei greci, che hanno portato a termine una splendida edizione.
Ma il sito distribuisce anche medaglie per i più brutti atteggiamenti collegati all'evento di Atene. La bocciatura è arrivata per i media americani, per i giudici della ginnastica e a sorpresa per il presidente statunitense. George Bush ha vinto la medaglia di bronzo nella categoria “Peggior gesto Olimpico”. Sotto accusa la sua campagna: «Non c'è niente di sbagliato – si legge nelle motivazioni – nel mischiare Olimpiadi e politica. Succede tutte le volte. Ma prima di usare una squadra come brillante esempio di successo della politica estera sarebbe meglio verificare, per sapere se gli atleti condividono il tuo punto di vista. E gli iracheni, molto probabilmente, non lo fanno».
Bush aveva dichiarato di fare il tifo per la squadra di calcio dell'Iraq, splendida sorpresa dei Giochi, quarta dietro l'Italia alla fine dei Giochi. Immediata era arrivata la risposta dei giocatori della nazionale. «Ci lasci in pace», avevano detto dopo aver saputo delle dichiarazioni del presidente.

Insomma, la scelta di Bush di farsi pubblicità attraverso la nazionale irachena non ha avuto gli effetti sperati neanche negli States, trasformandosi ben presto in un clamoroso autogol. E intanto le elezioni si avvicinano.


Il tagliaerbe del leghista
Bruno Ugolini su
l'Unità

Un sito molto politicizzato, molto etichettato come quello dell'”Unità on Line” può anche risultare punto di riferimento, spazio di dialogo e discussione. Con la capacità di coinvolgere donne e uomini che dal punto di vista ideale possono sembrare lontani mille miglia dalla sinistra ufficiale e che potrebbero - magari - diventare futuri lettori del giornale di carta. Abbiamo pensato a questo leggendo, tra le altre, le opinioni di un giovane “leghista” padano nel recente “Forum” dedicato al tema degli orari di lavoro e ad un autunno che si annuncia colmo di rischi per il mondo del lavoro.
L'iniziativa ha preso le mosse in agosto ma presto la redazione è stata sommersa da decine e decine di messaggi. E' la testimonianza che il tema appassiona e “costringe” la gente a prendere la parola, come se partecipasse ad una specie d'immensa assemblea telematica. Il pretesto per il Forum è stato dato dalla pubblicazione, sull'Unità di articoli di Angelo Faccinetto, Felicia Masocco e il sottoscritto, dedicati, appunto, ad impellenti temi sociali come quelli sollevati dal ricatto messo in atto in numerose fabbriche europee (Siemens, Opel, Bosch, Daymler-Chrysler, eccetera).
Ed ecco che avanza il Leghista, tra i vari capitoli degli interventi con titoli spesso stravaganti (E adesso che si fa?, Viva la globalizzazione, Meno ore e più salari per tutti?, La mossa di Epifani, Cos'è il sindacato, Come imparare a fottersi con le proprie mani ed essere felici, eccetera). Lui, naturalmente, se la prende con gli immigrati sfuggiti alla rete della Bossi-Fini. Li descrive come un esercito di affamati che bussano alle porte e per molto meno di un minimo sindacale sono disposti a fare un lavoro qualunque “purché consenta di pagare una baracca di casa, mangiare un cous-cous, mantenere una Tipo scassata ed avanzare un po' di soldi da mandare a casa”. Il sindacato in nome della solidarietà favorisce gli arrivi in massa. Invece, bisognerebbe (oltre che sbarrare le frontiere) fare come suggerisce la Lega Nord, ovverosia stabilire un sistema di dazi, Paese per Paese, collegati ai diversi sistemi sociali. Un modo per impedire agli imprenditori, sostiene, d'ottenere facili guadagni all'estero e costringere i diversi Paesi poveri ad aumentare le protezioni sociali. La rivoluzione con i dazi, o, meglio, un ritorno al Medioevo quando fiorivano Stati e Statarelli, Vassalli e Valvassori. Molte sono le voci che si levano nel Forum, improntate spesso all'ironia verso chi intenderebbe scardinare tutte le regole che governano il commercio internazionale. Ma lui, il Leghista, insiste e porta l'esempio del tagliaerba fabbricato in Vietnam ad un costo nettamente inferiore all'Unione Europea. Quel tagliaerba vietnamita dovrebbe essere gravato di dazi, fino a renderlo compatibile al prezzo "finito" europeo. Dazi da ridurre se migliorano le condizioni sociali. Un'idea semplice.
Gli spiega però un altro partecipante al Forum che il famoso tagliaerba non è prodotto in Vietnam da un'impresa vietnamita. “E' prodotto dall' Honda, rispettabilissima impresa giapponese”. L'intera ideuzza crolla. “Noi non siamo invasi da prodotti cinesi e vietnamiti”, spiega il forumista. Sono le aziende italiane che se ne vanno ne “e reimportano i prodotti sui mercati occidentali con marchi occidentali”. La produzione la fanno altre ditte “poi le ditte occidentali ci mettono il marchio e aggirano ogni ostacolo doganale”.

Un altro forumista scrive da Astendarm dimostrando come a queste assemblee telematiche si possa partecipare digitando da tutto il mondo e racconta come da quando sta in Olanda abbia già cambiato lavoro tre volte perché hanno delocalizzato in Messico, Cina o India. “Ormai non delocalizzano solo call center o fabbriche di telefonini: delocalizzano gli uffici tecnici, l'amministrazione, il management”. Per mantenere in Europa certe attività, prosegue l'interlocutore, “puoi solo assumere quelli che voi con molta classe chiamate bingobonghi. Ma non li volete. E allora è un cane che si morde la coda. Un'occhiata fuori dai confini della Padania per capire il mondo dove sta andando gliela date ogni tanto?”.
E' un dibattito spesso ricco d'interventi non banali. Scrive ancora un altro lettore: “Nel giro di qualche anno vi renderete conto che nessuna delle previsioni di Marx sulla crisi del capitalismo era sbagliata, e toccherà riesumare quel cadavere… Ma vi rendete conto che tutti i postulati di base del libero mercato sono disattesi?”. C'è poi chi consegna testimonianze personali: “Lavoro da quasi tre anni in una ditta di distribuzione pubblicitaria. Sono partita dal basso, dal fare i lavori più semplici fino ad arrivare ad occupare la scrivania dell'ufficio. Ovviamente le responsabilità si sono moltiplicate così come le ore di lavoro. Bene... lo stipendio è sempre lo stesso, gli straordinari non mi vengono pagati e non posso nemmeno rifiutarmi di farli. Cambiare lavoro? Quasi impossibile, ho quasi 30 anni, non ho un diploma (non per poca voglia di studiare, ma per motivi economici familiari) anche se sto faticosamente cercando di prenderlo, facendo le serali. E non importa a nessuno se parlo tre lingue e se so fare praticamente di tutto. Sono COstretta COme una COgliona a rimanere a lavorare in questa ditta, con questo Contratto. E pensare che per me le 40 ore settimanali, le 13sime, la malattia e le ferie pagate rimangano solo un misero sogno. Questa è la mia sconfitta.”



  31 agosto 2004