
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 30 agosto 2004
Agguato ai carabinieri, nessun ferito
Giornalisti rapiti, appello di Arafat
sommari de l'Unità
Soldati italiani ancora nel mirino. Stanotte un ordigno è stato fatto esplodere con un radiocomando al passaggio di una pattuglia di militari italiani, a Nassiriya. Non ci sono stati feriti. Si fa più intensa l'attività diplomatica francese per provare a salvare i due giornalisti nelle mani dell'Esercito Islamico (che minacciano di ucciderli se non sarà abrogata la legge che vieta l'uso del velo a scuola). Arafat, dopo un incontro col ministro francese, lancia un appello: «La Francia è un'ottima amica dei palestinesi e del popolo iracheno». Sul sito Islamic Minbar - quello dove appaiono le minacce contro il nostro paese - si rincorrono gli appelli per la salvezza dei due inviati. «Non fate loro del male, la Francia ha rifiutato la guerra».
L'illusione perduta di Parigi
essere invulnerabili al terrore
Il ricatto dell'Esercito islamico che ha rapito i due reporter rivela che l'attacco non è solo contro i paesi coinvolti
Bernardo Valli su la Repubblica
PARIGI - La Francia si scopre coinvolta in un conflitto che non ha voluto, anzi che ha condannato, opponendosi l'anno scorso, sul terreno diplomatico e dei principi, alla bellicosa America di Bush. Le disastrose conseguenze della guerra in Iraq, annunciate e paventate dal suo presidente, allora capofila delle preveggenti e inascoltate cassandre europee, l'hanno infatti raggiunta. L'hanno sorpresa, ferita e in egual misura offesa. Anche noi! Lo stupore è stato forte, sabato sera, quando sono apparsi i video dei due giornalisti (di Le Figaro e di Radio France Internationale), rapiti e minacciati di morte dallo stesso "esercito islamico" che ha assassinato Enzo Baldoni. Quelle immagini hanno brutalmente dissipato l'illusione di essere un paese assicurato contro tutti i rischi, dal terrorismo alla presa di ostaggi.
Molti francesi pensavano tuttavia di meritare un riguardo particolare, visti i buoni rapporti che Parigi coltiva da decenni con il mondo arabo; e la presenza sul territorio nazionale della più numerosa collettività musulmana in Europa. Più di quattro milioni di uomini e donne che, pur non essendo un modello di integrazione sociale (come dimostra, tra l'altro, la loro difficile convivenza con la più sparuta comunità ebraica), hanno spesso ormai la cittadinanza francese, con i diritti politici e civili che essa comporta.
Non potendo imputare alla Francia una complicità con l'America, né esigere che ritiri le sue truppe dall'Iraq entro quarantotto ore, come nel caso dell'Italia gli estremisti islamici domandano alla Francia di abolire la legge che proibisce il velo musulmano nelle scuole (come del resto la kippa ebraica e le croci cristiane troppo vistose). La richiesta rivela che la loro lotta non si limita a prendere di mira i paesi coinvolti nel conflitto iracheno, ma l'insieme dell'Occidente, senza troppe distinzioni, o più semplicemente senza alcuna distinzione.
Questa conclusione può essere strumentalizzata da chi pretende che nessuno può sottrarsi al confronto tra le due civiltà. Penso al contrario che essa provi il disastro provocato dall'invasione dell'Iraq. Le cui conseguenze coinvolgono i complici come gli innocenti.
Nella Francia offesa e ferita, colpisce in queste ore il ritegno.
A giornali, radio e televisioni è stato suggerito di non alzare troppo i toni. E negli interventi degli uomini politici, al governo o all'opposizione, si nota un accurato dosaggio di parole. Le reazioni sono state immediate (ripetute riunioni d'emergenza all'hotel Matignon, sede del primo ministro, dichiarazioni e appelli alla televisione di ministri e dello stesso presidente della Repubblica, immediata partenza del ministro degli esteri per il Medio Oriente), ma in nessuna occasione è stata pronunciata una frase che potesse in qualche modo essere presa come pretesto dai rapitori per passare all'esecuzione degli ostaggi.
E' evidente che nessuno si sogna di abolire la legge sulla proibizione del velo musulmano (votata dal Parlamento in marzo e che entrerà in vigore proprio giovedì prossimo, giorno del rientro scolastico) e tuttavia nessuno, nel chiedere ai rapitori di rilasciare gli ostaggi, ha detto perentoriamente: la legge repubblicana non si tocca. Non ce n' era bisogno. Era ben chiaro a tutti. Era implicito nelle argomentazioni.
Ma il dirlo in modo asciutto ai remoti interlocutori poco inclini alle sottigliezze, sarebbe suonata come una risposta negativa; e quindi stralciata e considerata come un rifiuto senza appello. Sarebbe apparsa più un'esibizione di fermezza rivolta al pubblico interno, che agli sbrigativi terroristi iracheni. I quali pensano sia possibile ritirare un corpo di spedizione in quarantotto ore o di abrogare sui due piedi una legge votata dal parlamento.
Dominique de Villepin, il ministro degli interni, era circondato dai rappresentanti della comunità musulmana, tra i quali non mancavano coloro che nei mesi scorsi si erano opposti, spesso con manifestazioni di protesta, alla legge sul velo.
Una donna che lo esibiva ha detto: "Non voglio che venga insanguinato". E insieme ai capi di grandi moschee, come quella di Parigi, e a intellettuali arabi, ha chiesto la liberazione di Chesnot e Malbrunot.
La partecipazione di personalità musulmane ai pubblici appelli rivolti ai rapitori era - ed è- dovuta anche al timore che la sorte riservata ai due giornalisti ricada domani sulla loro comunità. Se si risolve nel peggiore dei modi, il dramma può creare forti traumi nella multireligiosa società francese. Ma, in questa fase, la Parigi musulmana serve da ponte nell'angoscioso dialogo con gli estremisti iracheni, e con tutti coloro che in Medio Oriente possono in qualche modo influenzarli.
La mobilitazione, anche fuori dai confini nazionali, è imponente. Sollecitati da affiliati parigini, i Fratelli Musulmani del Cairo, considerati gli antenati del fondamentalismo islamico, hanno espresso la loro solidarietà alla Francia e hanno promesso di intervenire. L'ampia ramificazione della diplomazia francese in quella regione si è messa in modo. Il ministro degli esteri Barnier è partito per il Medio Oriente al fine di dinamizzarla.
Il caso francese ci riporta a quello italiano, ormai senza speranza, ma troppo vicino per non essere evocato. Subito, quando non si era ancora risolto tragicamente, mi sono interrogato sul come veniva trattato. Mi ha sconcertato in particolare il nostro ministro degli esteri che a una televisione araba (Al Jazeera), mentre scade l'ultimatum, dice ai rapitori che le nostre truppe non saranno ritirate (se non dietro richiesta del governo provvisorio, pro americano di Ayad Allawi). È questa la finezza di un diplomatico?
Il rappresentante di un governo democratico aveva bisogno di dire a sconosciuti terroristi che una decisione del Parlamento, giusta o sbagliata, non può essere abrogata in quarantotto ore? Non ha pensato che la sua dichiarazione sarebbe stata interpretata come un "no". Forse il ministro voleva dimostrare la sua fermezza agli americani e ai suoi elettori. Ma il suo compito era di salvare un ostaggio italiano, non di rispondere a un ultimatum di fanatici senza nome. E a questi ultimi non doveva dire quel che era chiaro, scontato a noi tutti, ma non a loro che avrebbero preso le parole alla lettera. Speri che i colleghi francesi siano più fortunati.
L'Occidente in ostaggio
Andre' Glucksmann sul Corriere della Sera
Christian Chesnot e Georges Malbrunot, due giornalisti francesi, sono a loro volta minacciati di morte. Questa volta, nessuno può continuare a sbraitare assurdamente «è colpa di Bush». Questa volta la Francia governata da Chirac, l'anti-Bush mondiale, è a sua volta sottoposta al ricatto infetto degli assassini islamici. Un fascista non ha il senso delle sfumature: Parigi è contro l'intervento della coalizione in Iraq, e allora? Credete che i pendolari massacrati nella stazione di Atocha a Madrid fossero a favore? Pensate che a Enzo Baldoni sia stato chiesto un parere? Nessun rifugio per i giornalisti, nessun rifugio per le democrazie, nessun rifugio per i civili, camionisti turchi, lavoratori kuwaitiani, kenioti, americani, studentesse e studenti iracheni, nottambuli di Parigi o di Casablanca. La Francia si credeva al riparo, e il suo governo è stato piuttosto avaro di messaggi di sostegno e di compassione per gli italiani sottoposti da mesi agli atroci ultimatum dei ricattatori. L'Europa scopre che non serve a niente fare gli struzzi, con la testa nella sabbia, e deve ricordarsi che la guerra condotta dall'islamismo radicale non è cominciata con George Bush ma con Khomeini, e che questa sovversione terrorista pretende di essere senza frontiere. Ha luogo nelle scuole francesi come nel mausoleo di Alì contro tutti quelli che non ubbidiscono, credenti o non, musulmani o infedeli.
Teheran, 1979. Portato al potere da manifestazioni gigantesche dove liberali, rivoluzionari e religiosi si confondono, l'ayatollah Khomeini ordina immediatamente che le donne portino il chador. Tutte le iraniane devono nascondere il loro corpo sotto veli neri. Tutte, giovani, anziane, credenti e non credenti, dalla testa ai piedi, sotto pena di prigione, flagellazione, lapidazione e altre inezie, morte compresa. La guida suprema, ansioso di istituzionalizzare la sua rivoluzione islamica, vuole dare al nuovo regime fondamenta di roccia. E questa roccia è lo statuto di inferiorità concesso alle donne. Il velo dovrà rendere eterno il suo potere.
La strategia khomeinista si rivelò fruttuosa e contagiosa. Il pezzo di tessuto che le brigate dell'ordine morale imponevano a Teheran diventò uno stendardo politico universale, uno strumento di conquista, un'uniforme degna delle SA naziste, dice la mia amica Khalida Messaoudi, femminista algerina. Gli integralisti, tanto sunniti che sciiti, si erano ormai impossessati del messaggio: perseguitare, amputare, lapidare, sgozzare le donne che si ostinavano a rifiutare il velo.
L'ayatollah ha fatto scuola ad Algeri, e il tentativo di velare le liceali, coltello alla gola, porterà a una serie di massacri senza precedenti, dove chi si oppone, bambini compresi, ha il collo tagliato come i montoni della Eid el-Adha, la festa del sacrificio. La sorte riservata alle donne prefigura la punizione di tutta una società.
In Afghanistan, gli uomini rincararono la dose nel vietare l'esposizione di ogni più piccola parte di pelle. Il burqa , il velo integrale nella quale la donna soffoca e vede con difficoltà, si propagò e divenne l'emblema della dittatura dei talebani.
L'odio anti-occidentale è evidente. La nudità, la sessualità, l'uguaglianza degli uomini e delle donne sono regali avvelenati dei quali l'Occidente, nella sua grande perversione, si serve per sconvolgere le anime e i corpi. Khomeini ha visto giusto. Risvegliare un antagonismo che da millenni divide l'umanità non è un atavismo oscurantista destinato, a più o meno lungo termine, alla spazzatura della storia. Rischia, al contrario, di incendiare il XXI secolo per bruciare tutto il Pianeta.
Ricordiamo che la legge francese proibisce di portare il velo solo nelle scuole primarie e secondarie (elementari e liceo, ndr ), e non certo per strada. Niente di più totalitario della pretesa di decidere il regolamento interno di licei e collegi delle banlieues francesi attraverso una cattura di ostaggi in Iraq! E perché non intervenire, allora, anche sul menu delle mense scolastiche? E la promiscuità nelle piscine? Il terrorismo senza frontiere, né scrupoli, né tabù, è una spada di Damocle sospesa su tutte le democrazie d'Europa. Spetta a chi assassina i giornalisti, a chi lapida le donne, alle bombe umane, di decretare come deve vivere, insegnare e divertirsi chi abita a Roma, Londra, Parigi? Non Bush, ma i terroristi islamici hanno cominciato le ostilità.
IL VELO
La legge che divide la Francia
bandiera per laici e musulmani
Tahar Ben Jelloun su la Repubblica
Tutto ha avuto inizio in una città del nord della Francia un giorno del 1989, quando due ragazze marocchine si presentarono a scuola, nel loro liceo, con un foulard in testa. La cosa avrebbe potuto passare del tutto inosservata se il preside non avesse impedito alle studentesse di seguire le lezioni finché non si fossero tolte il velo e se i mezzi di informazione non se ne fossero occupati.
Una dozzina di anni dopo, indossare il velo diventa una questione politica che scatena accese discussioni. Non si tratta più di un caso isolato: il velo è diventato un simbolo ideologico e politico di resistenza contro la cultura occidentale. Quest'ondata di affermazione della propria identità rientra nel processo di integrazione. Sempre più frequentemente le giovani figlie degli emigrati maghrebini in Francia - e dunque di nazionalità francese - vogliono affermare la loro appartenenza all'Islam indossando un foulard che ne nasconda la capigliatura.
Indossare il velo, però, significa una cosa ben precisa: rifiutare la laicità, rifiutare la scuola pubblica, rifiutarsi di seguire le lezioni di ginnastica, le lezioni di biologia, le lezioni di musica, le lezioni di disegno e così via. Queste giovanette, queste giovani donne partono dal principio che la donna occidentale non è rispettata dall'uomo e che a partecipare a questa mancanza di rispetto sia lei per prima. Ciò che è effettivamente in discussione è lo stile di vita europeo, la libertà di ogni singolo individuo, specialmente della donna. Queste giovani così fedeli all'Islam sono spesso manipolate dai padri, dai fratelli, dal cugino o dal marito. Sono rare coloro che decidono da sé di portare il velo, molto più spesso obbediscono invece a pressioni famigliari o tribali.
La Francia, che ha convissuto pacificatamene con l'Islam - la seconda religione di questo paese - è un paese laico ed è l'unico di tutta Europa ad essere riuscito a ottenere nel dicembre 1905 la separazione tra Chiesa e Stato. Questa laicità è preziosa: è la base stessa del riconoscimento dell'individuo, la base del sistema democratico. Una legge in proposito è stata promulgata e approvata proprio perché il velo è stato considerato una minaccia contro la laicità. I musulmani di Francia e all'estero hanno inteso tutto ciò come una forma di aggressione, un rifiuto dell'Islam, una stigmatizzazione della loro religione, anche se la legge in questione parla chiaramente di altri segni di ostentazione di altre religioni.
L'Europa vive e continuerà a vivere insieme a una popolazione musulmana. È importante ammetterlo e definire un ambito preciso per questa coabitazione. La legge francese contro l'ostentazione dei simboli religiosi nelle scuole è stata concepita con questo spirito, anche se sfortunatamente non è stata spiegata bene, è stata raffazzonata e votata in un clima di odio.
Da ciò la sensazione di una legge fatta contro i musulmani. Occorreva invece spiegare ai cinque milioni di musulmani di Francia che la posta realmente in gioco quando si porta il velo è la condizione della donna, la libertà della donna quale la Francia la promuove. Perché questo è il nocciolo del problema: alcuni immigrati vorrebbero che le loro donne, le loro figlie e le loro sorelle vivessero nelle medesime condizioni dei loro concittadini rimasti in patria, rifiutano i diritti di cui godono le donne occidentali e non accettano che le loro donne ne possano trarre giovamento. Questo equivale a dire che hanno paura della libertà della donna e per mascherare questa paura si rifugiano nell'Islam. Ma le discussioni in proposito sono state molto più ideologiche che sociologiche, situazione che ha alimentato le mire degli estremisti che si preparano il 4 settembre a complicare la riapertura delle scuole in molte città della Francia.
(Traduzione di Anna Bissanti)
New York, la marcia dei 300mila "Vogliamo salvare l´America"
Rabbia contro la Casa Bianca: "L´impero del male"
Ragazze in topless, reduci di Najaf e gay: "Siamo i nemici del presidente"
"Ancora solo tre mesi", urlavano i dimostranti davanti al Madison Square Garden. I repubblicani: "Restiamo altri quattro anni"
"Portiamo a casa i nostri soldati" uno degli slogan più gridati. E l´avversario politico è la destra repubblicana più radicale
A guidare la protesta l´Oscar Michael Moore: "Questo Paese è contro la guerra"
La grande manifestazione si è svolta senza incidenti: pochi gli arresti
Alberto Flores D´Arcais su la Repubblica
NEW YORK - Il grande pannello digitale del Madison Square Garden cambia forme e colori, lo slogan sempre uguale a recitare "Thank You New York"; sotto il popolo della Grande Mela risponde a modo suo, sfilando, cantando e irridendo quelle poche decine di delegati in giacca (e qualche cravatta) che sfidando il solleone di una domenica di fine agosto guardano perplessi e un po´ irritati quel lungo e chiassoso serpentone che ironizza e maledice George W. Bush.
Alle 12 e 03 di ieri mattina due Americhe contrapposte si sono incontrate all´angolo della Settima Avenue con la 32esima strada, in quei pochi metri quadrati guardati a vista da un esercito di poliziotti pedoni, ciclisti o motociclisti (sui fiammanti scooter appena comprati dalla Piaggio), di agenti segreti con i capelli a spazzola e l´auricolare da adolescenti e da un esercito altrettanto numeroso di giornalisti e cameramen.
Due Americhe divise dal più odiato e il più amato dei presidenti, due mondi che inneggiano alla stessa patria e agli stessi valori, che vengono dalla stessa cultura e che mai come adesso appaiono divise praticamente su tutto. Perché lì, nei marciapiedi di Manhattan, si incontrano e si scontrano in un vociare di slogan simpatici e spiritosi, tetri e lugubri, le ali estreme dell´America del nuovo secolo: da una parte quella repubblicana, dei delegati compunti e sicuri di sé come dei gruppi neointegralisti venuti «a protestare contro la protesta», dall´altra quella che chiamare democratica sarebbe riduttivo visto che tra le centinaia di migliaia ieri in piazza c´era di tutto, diverse anime e diverse americhe alcune delle quali con il candidato democratico John Kerry hanno veramente poco a che fare.
A fare da collante, per i partigiani come per i nemici, è lui, George W. E a guidare la protesta dell´altra America non poteva essere che quel Michael Moore che molto più di "Jfk II" impersona la rabbia contro una Casa Bianca vista come 'impero del male´. «Chi è oggi in strada a New York è la maggioranza di questo paese, è una maggioranza contro la guerra che vuole riprendersi il paese», ha urlato il vincitore di Cannes dando il via al chiassoso corteo e galvanizzando gente già abbastanza galvanizzata con una delle sue frasi ad effetto: «I repubblicani sono depressi perché sanno che la fine è vicina, mancano solo un paio di mesi».
"Three more months", ancora (solo) tre mesi, urlavano a migliaia davanti al Madison Square Garden rispondendo muso contro muso ai fans di George Bush che dietro le transenne li stavano sbeffeggiando con il solito grido rituale ("Four more years", ancora quattro anni) che accompagna i presidenti che corrono per la seconda volta verso la Casa Bianca in un bell´esempio di tolleranza e democrazia.
Per la prima volta sono comparsi come gruppo organizzato ("Iraqi Veterans against the War") i reduci da Bagdad, Falluja o Najaf, i più cercati da giornalisti e telecamere con bandiere a stelle e strisce e cartelli inneggianti alla pace, circondati da amici e familiari che ritmano quasi militarmente gli slogan e le parole d´ordine: «portiamo a casa i nostri soldati», «Bush mente, chi muore?», «cacciamo la destra radicale», «salviamo l´America, cacciamo Bush».
Sfilano le organizzazioni sindacali, le organizzazioni ambientaliste e quelle gay, le donne e gli insegnanti, i gruppi etnici e i veterani delle guerre passate, numerosissimi quelli del Vietnam con i loro stendardi e le vecchie medaglie attaccate sul petto. Chiudono il corteo prima le "ragazze topless contro Bush" che sfilano a seno nudo, poi i "miliardari per Bush" i più ironici e divertenti tra i manifestanti, vestiti da banchieri e da signore dell´alta società che inneggiano - tra gli applausi di punk e anarchici - alla politica della Casa Bianca che favorisce i ricchi.
Se fosse in piazza, a John Kerry sarebbero venuti probabilmente i capelli ritti. La linea dettata da Michael Moore («l´America deve grandi scuse agli iracheni»), da Jesse Jackson («con questa marcia sfidiamo Bush, ma anche Kerry: se eletto, dovrà portare la pace e mantenerla») e dagli altri improvvisati leader della manifestazione farebbe fallire tutti gli sforzi che il candidato "eroe di guerra" sta facendo per apparire un moderato e conquistare così quei voti degli indecisi che saranno decisivi il prossimo 2 novembre.
Cecenia, la forza non basta
Occorre dare una risposta al bisogno d'autonomia
Matthew Evangelista su La Stampa
Il conflitto ceceno, iniziato nei primi anni Novanta come sviluppo di uno dei tanti movimenti per una maggiore autonomia regionale, ovvero come reazione all'eccessivo centralismo del sistema sovietico, è ora interpretato sia in Russia che all'estero quasi interamente in chiave terroristica. Questo sviluppo risale all'indomani degli attentati dell'11 settembre 2001, che fornirono a Putin l'occasione per collegare il conflitto in Cecenia alla minaccia del terrorismo internazionale, e dichiarare il proprio sostegno alla coalizione mondiale antiterrorismo guidata dagli Stati Uniti. Putin è stato il primo capo di governo estero a telefonare a George W. Bush per esprimere solidarietà e dolore per le migliaia di vittime di New York e Washington.
Gli ultimi due anni hanno visto un mutamento significativo dell'atteggiamento della maggioranza dei governi europei, e in particolare dell'amministrazione Bush, verso il conflitto in Cecenia: molta più comprensione per la posizione russa ufficiale e maggiore tolleranza dei suoi metodi, per quanto brutali. Nel caso degli Stati Uniti, il cambiamento è evidentemente dipeso da due fattori: la crisi degli ostaggi di Mosca del 2002 e lo sforzo dell'amministrazione Bush (rivelatosi vano) per ottenere l'appoggio della Russia alla guerra con l'Iraq nell'ambito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma anche i governi europei contrari all'intervento statunitense in Iraq, avevano buone ragioni per ammorbidire le critiche alla politica cecena di Mosca, al fine di tenere la Russia saldamente nel proprio campo. Nel caso particolare dei leader americani e britannici, sembra aver giocato a favore di Putin anche un secondo fattore: il desiderio del sostegno di Mosca a quella che era diventata una prospettiva piuttosto impopolare in ambito internazionale e interno, l'intervento militare in Iraq. Per esempio, nel marzo 2003, alla vigilia del conflitto iracheno, l'amministrazione Bush dichiarò che tre gruppi ceceni erano organizzazioni terroristiche un pronunciamento che il governo russo chiedeva da tempo. La scelta del momento era chiaramente legata alla situazione in Iraq.
Anche se l'amministrazione Bush non ha ottenuto l'appoggio della Russia all'intervento in Iraq, ha continuato a cercare il sostegno di Mosca alla propria politica postbellica. In una conferenza stampa congiunta del settembre 2003, il presidente Bush ha in sostanza confermato l'interpretazione di Putin circa gli interessi comuni dei due Stati, resa pubblica subito dopo l'11 settembre: «La Russia e gli Stati Uniti sono alleati nella guerra contro il terrorismo. Entrambe le nostre nazioni hanno sofferto per mano dei terroristi, ed entrambi i nostri governi hanno preso iniziative per fermarli. Nessuna causa giustifica il terrorismo. I terroristi vanno combattuti ovunque diffondano caos e distruzione, compresa la Cecenia». Le dichiarazioni di Bush sono andate anche oltre, con grande rammarico di quanti guardano con preoccupazione agli aspetti autoritari dell'evoluzione della politica di Putin: «Rispetto la visione del presidente Putin riguardo alla Russia: quella di un Paese in pace entro i suoi confini, coi suoi vicini, e col mondo, un Paese in cui democrazia e libertà e diritto possano prosperare».
Anche in Europa voci importanti si sono levate in difesa del quadro del conflitto ceceno tracciato dal presidente Putin. Alla conferenza stampa dopo l'incontro al vertice del novembre 2003 a Roma, il primo ministro italiano Silvio Berlusconi ha interrotto Putin, che stava per rispondere alla domanda di un giornalista sulla Cecenia. Assumendo il ruolo di «avvocato non richiesto», Berlusconi ha difeso la politica russa in Cecenia sostenendo che ha portato alla normalizzazione della situazione locale. Sebbene in quel momento Berlusconi fosse presidente di turno dell'Unione Europea, funzionari della Commissione Europea si sono affrettati a precisare che la sua dichiarazione non rispecchiava il punto di vista dell'Unione sulla Cecenia. Ma nell'insieme l'Ue non ha assunto una posizione ferma sulla violazione dei diritti umani e delle leggi di guerra da parte della Russia. Un'eccezione degna di nota è quella del parlamentare Oliver Dupuis, che ha effettuato uno sciopero della fame per protestare contro le politiche genocide del governo russo in Cecenia.
L'interpretazione di Mosca del conflitto ceceno come un caso di terrorismo internazionale, negando che rivendicazioni legittime siano alla base della resistenza all'occupazione militare russa, è sfociata in una sanguinosa situazione di stallo, da cui non si sa come uscire. L'accettazione delle tesi di Mosca da parte degli Stati Uniti ha privato Washington di qualunque leva capace di contribuire a una soluzione pacifica del conflitto. Per di più, il governo americano, coinvolto nei casi di tortura e maltrattamento di prigionieri in Iraq, in Afghanistan e a Guantanamo, ha perso anche l'autorità morale per criticare gli abusi di altri Paesi. Washington ha già dimostrato scarsa attenzione per l'opinione pubblica internazionale (e interna) invadendo l'Iraq col rischio di crearsi la propria Cecenia. Non c'è ragione di pensare che eventuali critiche americane sarebbero prese sul serio dalla Russia.
Il punto decisivo è che i ceceni sono stati spinti a cercare appoggi esterni solo dopo la scelta di Mosca di fare della forza militare la principale contromossa all'aspirazione dei ceceni a una maggiore autonomia. Finché non darà una risposta a quell'aspirazione, Mosca non sarà in grado di risolvere il problema ceceno.
Perfino oggi, i veri e propri combattenti della guerra santa rappresentano solo una piccola parte della resistenza cecena, nonostante l'impressione opposta generata dalla presa degli ostaggi a Mosca e dei successivi attacchi terroristici. Penso, per esempio, alle immagini delle attentatrici suicide infagottate da capo a piedi nei burka e con l'esplosivo incerottato sul corpo. Non è certo questo l'abbigliamento tipico della donna cecena. La Cecenia non ha alcuna tradizione, e fino a tempi recenti, non aveva nessuna esperienza, in fatto di attentati suicidi. Purtroppo, vari episodi hanno dimostrato che donne cecene, soprannominate «le vedove nere» dai media russi, oggi sono pronte a sacrificarsi per compiere attentati mortali.
Il presidente Putin sostiene che se la situazione in Cecenia non sarà messa sotto controllo, il Paese potrebbe diventare un nuovo Afghanistan sotto il regime talebano: un santuario del terrorismo internazionale. Purtroppo, negli ultimi cinque anni ha dimostrato con le parole e con i fatti di non saper affrontare il conflitto ceceno in modo da pervenire a una soluzione pacifica.
La diffidenza verso ogni partecipazione internazionale alla soluzione della crisi cecena è diffusa in tutta l'amministrazione russa. Per esempio, nel luglio 2003 Abdul-Khakim Sultygov, inviato di Putin in Cecenia per i diritti umani, ha espresso posizioni ufficiali quando ha accusato alcune organizzazioni non governative per i diritti umani di legami col terrorismo. «La Cecenia dimostra chiaramente che le attività terroristiche procedono mano nella mano con la guerra psicologica, la propaganda e il terrorismo morale condotti dalle Organizzazioni non governative», ha affermato Sultygov. «Occorre indagare le fonti di finanziamento di queste organizzazioni, comprese quelle con status internazionale, circa possibili legami con la rete del terrorismo internazionale». Nel momento in cui i membri dell'organizzazione di soccorso «Medici senza frontiere» chiedevano l'aiuto dell'amministrazione Putin per rintracciare uno dei loro colleghi rapito in Daghestan l'anno precedente, dichiarazioni così aggressive non potevano che aumentare i pericoli corsi dagli operatori umanitari. Nel discorso del maggio 2004 sullo stato dell'Unione, Putin in persona ha ripetuto analoghe critiche ai gruppi per i diritti umani, in quanto potenzialmente al servizio di interessi stranieri: «Per alcune di queste organizzazioni, la priorità è diventata un altro obiettivo in particolare, ricevere fondi da influenti fondazioni straniere e nazionali e per altre, servire gruppi di dubbia reputazione e interessi commerciali».
Se Vladimir Putin è convinto che il conflitto ceceno è fondamentalmente un problema internazionale il risultato di una cospirazione terroristica globale dovrebbe dare il benvenuto ai tentativi di trovare una soluzione internazionale, invece di criticarli. E se i capi di Stato internazionali sono d'accordo con l'interpretazione del conflitto ceceno data da Putin, dovrebbero insistere per un ruolo della comunità internazionale nella sua soluzione con il dispiegamento di osservatori internazionali e, nell'ipotesi più favorevole, l'invio di una forza di pace per fare rispettare la cessazione delle ostilità. In ultima analisi, però, spetta agli stessi cittadini russi chiedere la soluzione pacifica del conflitto ceceno, prima che le dannose ripercussioni di anni di lotta feroce minino la loro società dopo avere distrutto quella cecena.
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SU «VITA E PENSIERO»
L'articolo di cui anticipiamo in questa pagina un brano è tratto dal nuovo numero di Vita e pensiero, il bimestrale dell'Università Cattolica di Milano in distribuzione da oggi. L'autore, Matthew Evangelista, è uno dei più noti politologi americani, Professor of Government e Director of the Peace Studies Program alla Cornell University (Ithaca,NewYork). Il suo libro più recente si intitola The Chechen Wars: Will Russia Go the Way of the Soviet Union?
L'italiano che voleva capire
Uno speciale di la Repubblica su Enzo Baldoni
LA CRONACA E I MISTERI
"Lo hanno ucciso"
La notizia, e la storia della colluttazione, poi smentita
Non è stato un omicidio casuale
di Luca Fazzo
L'ultima e-mail: "Qui morirò felice"
LA CRONOLOGIA - IL FORUM
IL RICORDO
L'uomo dei mille mestieri di Pietro Del Re
La favola del dio pasticcione di Luigi Bolognini
Ogni giorno cercava tre sorrisi
La famiglia: "Lasciateci soli"
I COMMENTI
L'innocente e i carnefici di Ezio Mauro
La porta sbagliata di Giuseppe D'Avanzo
Quella Milano controcorrente di Curzio Maltese
MULTIMEDIA
L'appello della famiglia
Il video del rapimento
Le foto 1 - 2 - 3
I mille mestieri e la curiosità di un giramondo
«Io, Rambo? Macchè, voglio solo cercare di capire». Così diceva di sè Enzo Baldoni, il pubblicitario con il giornalismo nel sangue.
su Il Sole 24 Ore del 27.08
Enzo Baldoni, rapito una settimana fa in Irak e ucciso dal sedicente "Esercito islamico", era nato a Città di Castello (Perugia) nel 1948. Sposato e padre di due figli, Guido e Gabriella, di 21 e 24 anni, lavorava da tempo a Milano, dove aveva un'agenzia pubblicitaria. A questa attività era arrivato dopo aver fatto il muratore in Belgio, lo scaricatore alle Halles, il fotografo di nera a Sesto San Giovanni, il professore di ginnastica, l'interprete e il tecnico di laboratorio chimico. Tra le sue campagne televisive più note, quella del rasoio per uomini sensibili, in grado anche di "fare la barba" a un palloncino senza farlo scoppiare.
Traduttore di fumetti, appassionato di Zen, Baldoni era diventato anche freelance per vocazione, pronto a raccontare su Linus, Specchio della Stampa, Venerdì di Repubblica le sue esperienze, anche rischiose, in giro per il mondo. Aveva iniziato nel 1996 in Chiapas (Messico), dove aveva incontrato il subcomandante Marcos; poi era stato in Birmania, Timor Est, Colombia. «Qualcuno pensa che io sia un mezzo Rambo che ama provare emozioni forti, vedere la gente morire e respirare l' odore della guerra - aveva detto una volta -, invece sono lontano mille miglia da questa mentalità, molto semplicemente sono curioso. Voglio capire cosa spinge persone normalissime a imbracciare un mitra per difendersi».
Irak, l'ultimo viaggio di Baldoni
In Irak Baldoni era arrivato per la prima volta quest'anno, un paio di settimane fa, con un accredito di "Diario". Aveva intenzione di scrivere articoli per il settimanale milanese e di raccogliere materiale per completare un progetto di libro da pubblicare. "Guerriglieri", era il titolo provvisorio. «Non ho una particolare paura della morte», aveva detto qualche tempo fa in un'intervista apparsa su Comunicazione.it. «L'ho conosciuta abbastanza bene. Alla mia sono andato vicino un paio di volte. Poi mi sono morte diverse persone tra le braccia. Ormai è una vecchia compagna di viaggio». Giunto il 6 agosto a Baghdad, si era spostato tre giorni dopo a Falluja, per poi ritornare nella capitale irachena e partecipare, il 15 agosto, ad una spedizione della Croce Rossa italiana e della Mezzaluna Rossa che ha portato acqua e assistenza ai seguaci di Moqtada al Sadr asserragliati dentro il mausoleo di Alì a Najaf. Tornato a Baghdad per curare una lussazione alla spalla, giovedì 19 agosto era ripartito per Najaf con un convoglio della Croce Rossa italiana che portava viveri, spostatosi successivamente nella vicina città di Kufa per medicare numerosi feriti. Il convoglio della Cri è ripartito il giorno seguente per Baghdad. E' durante questo viaggio, nella zona di al Mahmudia, che si verifica l'agguato. Il cadavere dell'autista interprete che lo accompagna, Ghaareb viene ritrovato e identificato ufficialmente il 24 agosto, lo stesso giorno in cui è stato diffuso il primo video dei rapitori di Baldoni.
La testimonianza di "Diario"
Il settimanale "Diario", per il quale Enzo Baldoni scriveva dedica al proprio collaboratore numerose pagine, a cominciare dalla copertina, con una foto che ritrae il giornalista italiano seduto accanto ad un uomo iracheno in carrozzella. Un articolo del direttore, Enrico Deaglio, e una raccolta delle corrispondenze di Baldoni dall'Irak e dalla Colombia, inviate anche alla tv araba Al-Jazeera, fungono da testimonianza all'attività del giornalista free-lance barbaramente ucciso.
L'oro più bello
All'Italia l'oro di Maratona
Titoli di Corriere e Repubblica
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| Stefano Baldini |
Pechino con il suo progetto 119 si prepara a stupire il mondo
La Cina lascia la Grecia con un raccolto di trentadue ori e già pensa al futuro: per il 2008 si prepara a modificare gli equilibri dello sport mondiale con una pianificazione statale centralizzata
Fabio Cavaliera sul Corriere della Sera
ATENE Staffetta. La bandiera olimpica passa dalle mani del sindaco di Atene alle mani del sindaco di Pechino. Si entra in un futuro che si chiama «progetto 119». Progetto carico di significati che ci porta in una nuova era. L'era nella quale la Cina, sede dei prossimi Giochi nel 2008, modificherà gli equilibri dello sport mondiale. E' un passaggio simbolico ma pieno di fascino e di conseguenze. C'è un dato che colpisce e dal quale occorre partire: la Cina lascia la Grecia con trentadue ori, appena tre in meno degli Stati Uniti. Esce dai confini delle tradizionali discipline nelle quali ha sempre dimostrato di essere davanti a tutti, il tennis da tavolo o i tuffi o il badminton o la ginnastica o il sollevamento pesi o il judo. E conquista uno spazio inedito nell'atletica, nella pallavolo, nella canoa, persino nel windsurf. Si affaccia nel basket e nella boxe. Segno che il «miracolo Pechino» sta alterando la vecchia scala dei valori sportivi. Il grande impero maoista era isolato, chiuso in se stesso. La prima delegazione cinese sfilò nel 1984 all'Olimpiade di Los Angeles. La nuova Cina si apre e di conseguenza lo sport viene considerato alla stregua di un mercato di beni e di servizi nel quale chi è più forte vince e chi vince è giusto che monetizzi. La filosofia della competitività si sta radicando nello sport come già nell'economia. Ad Atene si sono mossi 367 giornalisti cinesi, dodici televisioni, una decina di radio. Una copertura pressoché totale degli avvenimenti con riscontri di audience altissimi.
Il portabandiera della delegazione cinese all'inaugurazione è stato il cestista Yao Ming, giocatore professionista nella Nba americana. Popolarissimo in Patria. E non è un caso. Gli sport che nell'Occidente raccolgono più risorse e più capitali, gli sport più ricchi cominciano ad avere anche in Cina un forte seguito di appassionati. A Pechino si gioca a basket a due passi da piazza Tiananmen. Sui bus di linea c'è l'immagine di Ronaldo che sponsorizza prodotti alimentari. I bambini indossano magliette dell'Inter, del Milan, del Manchester, del Real Madrid e della Juve. Le discipline di squadra come il calcio o la pallacanestro o la pallavolo, un tempo tenute lontano dalla tentazione dei ragazzi stanno guadagnando milioni di spettatori e di praticanti. Le emittenti trasmettono partite dei campionati esteri ogni sabato e domenica. E' un processo che ad effetto domino si trasmette all'atletica, al nuoto, al windsurf, alla canoa-kayak e persino alla formula uno che con le Olimpiadi nulla ha a che vedere ma che sta per sbarcare a Shanghai (a fine settembre) con il suo carico di contratti plurimiliardari, di diritti tv, di pubblicità, di sponsorizzazioni.
E' troppo facile sostenere che i cinesi sono un miliardo e trecento milioni e che è dunque ovvio che eccellano. Non è cosi. Il discorso è assai più complesso. Pechino si era preparata per ben figurare, sperava di conquistare una ventina di ori (lo avevano annunciato i dirigenti dello sport) e ne riporta a casa trentadue. C'è in questo record una forte componente di pianificazione centralizzata, di pianificazione statale, vecchio retaggio del più rigido e autoritario sistema comunista, ma vi è pure la dimostrazione che popolarizzandosi determinati sport una volta considerati «capitalisti», allargandosi la base che li pratica, diventando il basket o il calcio o l'atletica sport di strada, la Cina scopre di essere potenza di prima grandezza non soltanto nelle sue discipline tradizionali. L'impegno più grande sarà profuso per Pechino 2008, il palcoscenico che ci consegnerà definitivamente una nuova Cina. Il «progetto 119» è la sintesi di queste tendenze: pianificazione e popolarizzazione. Centralismo statale e mercato. Il sistema dello sport cinese è ancora governato dalle autorità. La selezione dei talenti, 20 mila «top atleti» scremati da una base di 185 mila ragazzi delle 1.782 scuole finanziate dallo Stato, esprime tuttora una forte tendenza alla costruzione del futuro campione secondo passaggi ben programmati.
Fra quattro anni i nostri occhi si spalancheranno su un Paese che si è aperto ai valori dell'economia di mercato ma che è ancora troppo condizionato dalla identificazione fra Stato e partito. Un Paese che però ha deciso di confrontarsi con l'Occidente. Persino di stupirlo. Fra quattro anni a Pechino l'Olimpiade sarà un avvenimento epocale e segnerà l'addio della Cina ai vecchi stereotipi della politica, della economia collettivista, dello sport pianificato e diverranno l'occasione per ammettere che non vi possono essere Olimpiadi, somma manifestazione di pace, se non vi è riconoscimento profondo e non formale dei diritti umani. Pechino, 14 milioni e mezzo di abitanti, un ritmo di crescita del dieci per cento che si ripropone da cinque anni, è una megalopoli in piena evoluzione. Vi hanno sede 191 mila imprese, nel 2003 ha attirato investimenti per 26 miliardi di dollari, ha conosciuto un volume di vendite al dettaglio pari a 23 miliardi di dollari. Ogni città che organizza i Giochi olimpici si trasforma e diventa più bella, più ospitale, più verde. Per Pechino e per la Cina i Giochi saranno molto di più di una vetrina. La vera grande occasione per fare dimenticare piazza Tiananmen.
Il medagliere
su La Gazzetta dello Sport
30 agosto 2004