
sulla stampa
a cura di P.C. - 27 agosto 2004
L'innocente e i carnefici
Ezio Mauro su la Repubblica
Hanno ammazzato Enzo Baldoni, prigionieri del ricatto ideologico che avevano lanciato al nostro governo e al nostro Paese, un ricatto internazionale con le condizioni, l´ultimatum, la minaccia di morte. Ieri, scaduto l´ultimatum, l´Esercito Islamico in Iraq ha eseguito la sua condanna, incurante delle ultime parole pronunciate a testa alta da Baldoni davanti alle telecamere dei suoi carcerieri: "Vengo dall´Italia, ho 56 anni, sono un giornalista e faccio volontariato per la Croce rossa".
Dopo Fabrizio Quattrocchi, un altro italiano muore in Iraq ai margini della guerra, e la sua identità, le sue idee, il suo ruolo non contano perché il suo passaporto lo condanna, in quanto l´Italia per l´Esercito Islamico "è in testa alla lista di coloro che si devono combattere e uccidere". Si parla di immagini "agghiaccianti" nel video in cui gli assassini avrebbero filmato la loro esecuzione. Una crudeltà anch´essa ideologica, di cui i rapitori hanno già dato prova quando hanno assassinato nei mesi scorsi due ostaggi pachistani, e persino Al Jazeera si è rifiutata di trasmettere quelle immagini.
Davanti alla brutalità di questa tragedia (consumata con una rapidità tecnica da atto politico, che punta fin dall´inizio soltanto al suo esito scontato, senza lasciare spazio a qualsiasi soluzione diversa) contrasta ancor più l´inermità "innocente" di Enzo Baldoni, che davanti alle armi spianate dei suoi rapitori e carnefici sembrava ancora sentirsi in qualche modo al riparo della sua identità di giornalista free lance, volontario della Croce rossa, "uomo di pace", come ha detto con forte dignità sua figlia nell´ultimo inutile appello.
Di quello spirito di pace, i rapitori assassini non hanno saputo che farsene, non hanno voluto servirsene. Nel loro disegno - ripeto: ideologico - l´uomo che tenevano in mano, con la sua storia e i suoi ideali, non aveva alcuna importanza. Contava solo poterlo trasformare in fretta e fino in fondo in uno strumento politico per poter ricattare un governo occidentale, la sua opinione pubblica di riferimento, lo Stato e la democrazia, cercando di condizionarli con il terrore per imporre il ritiro dei nostri soldati.
Il terrorismo è ancora e sempre questo: il tentativo di negare autonomia alla democrazia, libertà alle sue scelte. Il tormento di giorni per la sorte di un ostaggio, il dolore per l´assassinio barbaro di un uomo inerme si deve accompagnare in ogni momento - dunque soprattutto oggi - al rifiuto di questo condizionamento. La scelta italiana di andare in Iraq è nel nostro Paese controversa, e a nostro giudizio sbagliata, anch´essa ideologica.
Ma la politica del legittimo governo di uno Stato democratico non è disponibile per i ricatti e i voleri violenti di un gruppo terroristico che pretende di determinare tempi, modi e risultati delle sue scelte. La libera democrazia ha in sé gli strumenti e le garanzie per giudicare se stessa, confermare i suoi valori e correggere i suoi errori. Non ci può essere spazio, né ambiguità, per interferenze esterne, nemmeno davanti ad una tragedia annunciata.
Naturalmente tutti dobbiamo riflettere, se vogliamo che la morte "innocente" di Baldoni non sia priva di un senso. Il governo deve capire che il suo coinvolgimento ideologico, più ancora che militare, espone l´Italia in modo particolare, e priva la nostra politica estera di un ruolo attivo ed efficace in Europa e in Medio Oriente, e cioè là dove si possono innescare le uniche novità politico-diplomatiche capaci di aiutare gli Usa ad uscire da questa crisi senza distruggere il concetto di Occidente. La sinistra deve capire un´altra lezione, parallela ma obbligatoria, dalla tragedia di Baldoni: nella crisi mondiale che si gioca in Iraq nessuno è salvo, nessuna identità è privilegiata, nessuna cultura è di riparo. Perché siamo occidentali, come ben sanno i rapitori di Baldoni e i suoi assassini. Dovremmo ricordarlo anche noi.
Quanto a quel pezzo di opinione che ha irriso gli ideali di Baldoni e deriso le sue scelte, perché questa volta l´ostaggio veniva da un mondo di sinistra, c´è poco da capire: questa è la destra di casa nostra, capace di distinguere tra ostaggio e ostaggio, tra morto e morto, perché le persone non contano, sull´altare dell´ultima feroce ideologia e della meschina barbarie intellettuale che si agitano nel bicchier d´acqua italiano, incosciente del contesto.
Generosità e terrore
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Non è facile parlare della morte di un uomo che si è rivolto con grande compostezza ai suoi connazionali di fronte a una telecamera due giorni fa, e a cui i figli hanno inviato un coraggioso saluto nelle scorse ore. Fra i tanti orrori della guerra irachena, il massacro di Enzo Baldoni è per noi un tragico, incomprensibile lutto italiano. Baldoni non era né un soldato né il dipendente di una ditta straniera. Era un testimone compassionevole, in parte reporter, in parte operatore umanitario. Se non fosse stata troppo usata, soprattutto fra i musulmani, la parola martire è forse quella che potrebbe meglio figurare sulla sua tomba. A noi resta il compito di comprendere, per quanto possibile, la logica della sua uccisione. Sappiamo che nel campo della rivolta esiste, accanto ad alcuni gruppi meglio conosciuti, una galassia di formazioni minori di cui è difficile analizzare composizione e ideologia. È probabile che alcune di esse siano politiche, decise a dimostrare la loro destrezza per meglio conquistare autorità. Ed è probabile che altre siano più semplicemente bande criminali, attratte soltanto dal prezzo del ricatto.
Politici o predoni, tuttavia, i rapitori di ostaggi hanno obbedito sinora a una logica relativamente comprensibile. Hanno catturato personale delle società di sicurezza, come nel caso di Quattrocchi e dei suoi amici, perché potevano sostenere che i prigionieri erano complici degli americani. E si sono impadroniti di impiegati di società straniere per costringere i datori di lavoro a lasciare il Paese o pagare in denaro la loro libertà.
Nel caso di Baldoni questa logica sembra completamente assente. Dopo le dichiarazioni del suo settimanale era evidente che egli non era "negoziabile". Il governo non avrebbe mai potuto cedere e il settimanale avrebbe potuto semplicemente promettere ciò che Baldoni faceva da tempo con una straordinaria carica di ingenuità e di entusiasmo: un appassionato lavoro giornalistico e umanitario. Non basta. La morte è giunta mentre i due maggiori esponenti della comunità sciita sembrano avere concluso a Najaf una sorta di armistizio e aperto qualche tenue prospettiva di pace. A qualcuno sembrerà forse che Baldoni sia morto per nulla. A noi sembra che sia morto per restare fedele al proprio personaggio in un mondo in cui la generosità e la fantasia vengono ogni giorno disprezzate e calpestate.
La follia di una guerra senza regole
Federico Geremicca su La Stampa
La stupidità. L'odio che annebbia, acceca e intontisce fino a portare alla più completa stupidità. Lo si è detto e scritto cento volte di fronte a vittime innocenti del terrorismo, prima nostrano e poi islamico: ma forse mai come per l'assassinio di Enzo Baldoni la stupidità e l'assenza di pietà dei killer ferisce e balza agli occhi. "E' in Iraq come uomo di pace - aveva provato a spiegare ai sequestratori la figlia Gabriella nell'appello tv di due giorni fa -. Tentava di salvare vite umane, aiutava la Croce Rossa". Enzo Baldoni non era un militare e non era una spia, non era un "falco" sostenitore delle ragioni della guerra in Iraq e non era nemmeno lì a difendere gli interessi di questa o di quella grande azienda del petrolio. Ma era un italiano: e tanto è bastato ai killer del terrorismo islamico per decretarne l'uccisione.
E' la logica terribile di una guerra senza regole, che ha sostituito alle convenzioni ed al rispetto dei prigionieri la mannaia del ricatto e della rappresaglia. E' la logica non più controllabile di una guerra combattuta non tra due eserciti nemici ma tra un esercito e bande criminali che si oppongono alla pacificazione dell'Iraq e alimentano il terrore con decapitazioni, colpi alla nuca e autobombe che falcidiano innocenti. E' la logica, per dirla con una parola, di una guerra non convenzionale: eppure sempre più dura e sempre guerra.
Forse è proprio l'aver perduto di vista per un momento tutto questo ad aver determinato l'ottimismo che si era diffuso ieri in Italia intorno alla sorte di Enzo Baldoni. E deve essere stata l'idea che il suo impegno pacifista e la sua faccia perbene potessero contare qualcosa per la banda dei sequestratori, ad aver animato la fiducia della sua famiglia. Così non è stato, purtroppo. E così non poteva essere, del resto. La logica del terrorismo, infatti, è cieca e stupida, e per alimentarsi ha bisogno di rimuovere la realtà. Solo questo può aver trasformato Enzo Baldoni in un nemico da assassinare. L'Italia lo ricorderà, assieme a Fabrizio Quattrocchi ed ai carabinieri di Nassiriya, come un nuovo martire di una guerra senza quartiere: la guerra infinita contro la follia omicida del terrorismo.
Fragili speranze di arginare il caos
Siegmund Ginzberg su l'Unità
La dice tutta che le speranze di evitare il caos totale in Iraq non sembrino più affidate alla potenza di fuoco Usa, alle truppe di occupazione, o alle forze di sicurezza del governo di Iyad Allawi, ma ad un vecchio di 74 anni, dal volto emaciato e sofferente, gravemente malato di cuore.
Il grande ayatollah Ali al Sistani è arrivato nella sua Najaf, con la zona tutt'attorno al mausoleo di Ali ridotta a cumuli di macerie fumanti, sull'onda delle notizie del massacro di decine, forse centinaia di suoi sostenitori, che aveva invitato a unirsi a lui da tutto il paese per riportare la pace nella città santa degli sciiti. E si è messo immediatamente a mediare, pur sfiancato dal lungo viaggio via terra, da Bassora via il Kuwait, dopo aver lasciato la clinica di Londra dove era stato sottopsto ad un intervento di angioplastica. La sola notizia del suo arrivo aveva già prodotto un miracolo sui mercati petroliferi, riportando il prezzo del greggio da 50 a 40 dollari al barile, malgrado la notizia che, nella stessa giornata di ieri, un attacco ad un nodo di 20 oleodotti che fanno capo ai campi di Rumeila, nel sud, avesse nuovamente dimezzato le esportazioni irachene. Ora ci si attende la lui un miracolo ancora più strepitoso: arrestare lo spargimento di sangue, quello che si ha tutte le ragioni di temere, e di cui i massacri di ieri potrebbero essere, se le cose continuano ad andare storte, solo una pallida avvisaglia.
È presto per predevere se il vecchio, accorto e prudente Sistani riuscirà ad essere il Mao dell'Iraq o il suo Gandhi, un po' l'uno un po' l'altro, o nessuno dei due. Si è mostrato paziente nei silenzi -al limite dell'ambiguità: molti avevano interpretato il suo silenzio sinora come una sorta di luce verde al tentativo di Allawi e degli Usa di usare la mano pesante per far uscire di scena l'ingombrante capofazione sciita Moqtada al Sadr- ed energico nella mobilitazione di massa. Il suo appello ai fedeli perché convergano su Najaf ricorda il Mao che scatenò la rivoluzione culturale facendo affluire gli studenti da tutta la Cina a Pechino. Predica la non violenza come Gandhi, non ha mai fatto appelli alla jihad contro l'occupazione, ma è chiaro a tutti che se lo facesse sarebbe molto più devastante di qualunque cosa potessero dire o fare i baathisti nostalgici di Saddam, i luogotenenti "stranieri" di Al Qaeda, lo stesso Moqtada.
Ci sono anche inquietanti testimonianze che ne fanno una strage in qualche modo preannunciata. Il giorno prima un gruppo di giornalisti, tra i quali gli inviati del New York Times, dell'Observer e della Cnn erano stati rastrellati all'hotel Sea of Najaf e portati di peso a quella che uno di loro, Christopher Allbritton, definisce "la più bizzarra conferenza stampa della mia carriera", nella sede locale della polizia irachena. Dove il capo della polizia di Allawi, agli ordini diretti del governatore nominato dagli americani, Ghaleb Hashem al Jazairi, ha spiegato loro che "i dimostranti pacifici fedeli a Sistani a Kufa erano in realtà gente dell'esercito del Mahdi, elementi di al Qaeda (il demonio assume le vesti più contraddittorie, non si limita a militare con uno solo dei cattivi) e andavano ammazzati". Questo il commento di Spencer Ackerman, sul sito online di New Republic: "Abbiamo addestrato e armato la nuova polizia irachena perché attacchi una manifestazione pacifica promossa dalla personalità più rispettata del paese? Non sarebbe il caso che l'ambasciatore Negroponte alzasse il telefono e chiamasse il governatore di Najaf?".
"Amo l´uomo, viaggio per la pace"
La vita di un italiano in prima linea
Pietro Del Re su la Repubblica
Un uomo di pace. Questo era Baldoni, come hanno cercato di spiegare i figli Guido e Gabriella, nell´appello lanciato un paio di giorni fa ai suoi sequestratori. Ma era anche un uomo che la voglia di raccontare aveva spinto nei punti più caldi del pianeta, senza biglietti di prima classe né alberghi prenotati, senza scorte armate né giubbotti antiproiettile. Per capire chi fosse Baldoni basta leggere il suo autoritratto: "Non c´è niente da fare: quando uno è ficcanaso, è ficcanaso. È insopprimibilmente curioso, gli interessano i lebbrosi, quelli che vivono nelle fogne, i guerriglieri. E poi non gli basta fare il pubblicitario, deve occuparsi anche di critica di fumetti, di traduzioni, di temi civili e perfino di cose un sacco zen".
Nella sua vita precedente, prima che la passione del reportage lo inghiottisse, era uno dei più creativi pubblicitari d´Italia, fondatore dell´agenzia "Le Balene colpiscono ancora". Era alto (1,86 metri) e robusto (un quintale di peso), Baldoni. E aveva il dono della simpatia. Chi l´ha conosciuto lo descrive come un idealista, un sognatore. Una persona generosa, cordiale e altruista: carica d´umanità.
Era nato nel 1948 a Città di Castello. Sposato e padre di due figli di 21 e 24 anni (la famiglia vive in Sicilia), Baldoni lavorava da tempo a Milano. All´attività di pubblicitario è arrivato però dopo aver fatto, si legge nel suo sito, "il muratore in Belgio, lo scaricatore alle Halles, il fotografo di nera a Sesto San Giovanni, il professore di ginnastica, l´interprete e il tecnico di laboratorio chimico".
Fu Emanuele Pirella a fargli capire che "fare il copy è meglio che lavorare". Tra le sue campagne televisive più note, quella del rasoio per uomini sensibili, in grado anche di "fare la barba" a un palloncino senza farlo scoppiare. Tra le sue trovate più famose c´è la rondine dell´acqua minerale San Benedetto.
Traduttore di fumetti, appassionato di Zen, amante delle vacanze ad alto rischio, Baldoni è diventato anche freelance per vocazione, pronto a raccontare su Linus, Specchio della Stampa, Venerdì di Repubblica le sue esperienze in giro per il mondo. Una vocazione nata per caso, nel 1996 in Chiapas, Messico. Baldoni conobbe il subcomandante Marcos, e da quel sodalizio nacque l´amore per il reportage. Un amore che lo portò nelle fogne di Bucarest e in Birmania a testimoniare lo sterminio dei Karen. Andò poi vedere i massacri di Timor Est, e le sofferenza nel lebbrosario di Kalaupapa. Baldoni mangiò riso e ranocchi con la portavoce dei ribelli Aye Aye Khing, si perse nella giungla tailandese alla ricerca dei Fratelli Htoo, i gemellini di 12 anni che guidano l´Esercito di Dio vantando poteri miracolosi. In Colombia finì in un campo di guerriglieri delle Farc, conobbe una comandante sul cui capo pendeva una taglia di un milione di dollari, intervistò la cupola del movimento guerrigliero. Due anni più tardi, sempre in Colombia, venne sequestrato da un paio di ragazzini col mitra e riuscì a farsi liberare diventando amico del comandante che aveva ordinato la sua cattura. Per giustificare questa sua passione tardiva, una volta disse: "Qualcuno pensa che io sia un mezzo Rambo che ama provare emozioni forti, vedere la gente morire e respirare l´odore della guerra come Benjamin Willard l´odore del napalm la mattina in "Apocalypse now", invece sono lontano mille miglia da questa mentalità, molto semplicemente sono curioso. Voglio capire cosa spinge persone normalissime a imbracciare un mitra per difendersi". Già , Baldoni era anzitutto un uomo curioso. Eppure si descrive come un gran pigro, che viaggia per caso, quando proprio non può farne a meno, sull´onda delle coincidenze.
In Iraq Baldoni era arrivato per la prima volta un paio di settimane fa, con un accredito di Diario. "Non ho una particolare paura della morte, l´ho conosciuta abbastanza bene. Alla mia sono andato vicino un paio di volte". Fino a quando la sua passione non l´ha spinto tra le braccia dei suoi assassini.
Premi a chi vuole innovare
Ma non è la ricetta italiana
Massimo Gaggi sul Corriere della Sera
Da noi si punta su generici rilanci all'economia anziché incentivare progetti ad alta tecnologia Riaprono le fabbriche, si torna a discutere di settori in crisi e a promettere "stimoli", un generico rilancio dell'economia. Forse abbiamo bisogno d'altro. Un'azienda scandinava di software ha introdotto recentemente sul mercato un sistema "antivirus" specifico per i telefoni cellulari. Lo sviluppo di un sistema analogo era stato progettato un anno e mezzo fa da un'azienda italiana che, però, resasi conto che non avrebbe potuto ottenere gli incentivi all'innovazione considerati necessari per un investimento di questo tipo in un arco di tempo ragionevole, aveva deciso di rinunciare. Un'occasione perduta di sviluppo dell'attività produttiva una tra una miriade di casi simili che illustra bene quanto sia fuorviante demonizzare l'euro o il patto di stabilità per la mancata crescita della nostra economia. Certo, in un Paese superindebitato come l'Italia, le risorse scarseggiano, anche nel sostegno all'innovazione tecnologica: un nuovo sistema di incentivazione varato nell'autunno del 2001 si bloccò nel marzo del 2002 per l'esaurimento dei fondi disponibili e da allora non è stato più rifinanziato. Ma anche laddove un po' di risorse ci sono, le cose non vanno molto meglio: le imprese che presentano progetti che dovrebbero attingere ai fondi Ue o a quelli della legge 488 devono comunque attendere tempi troppo lunghi per conoscere il destino della loro richiesta e subiscono un costo di intermediazione da parte delle banche concessionarie che non esiste nell'esperienza di altri Paesi. Intendiamoci: il sistema attuale rappresenta comunque un progresso rispetto al passato, quando una domanda poteva perdersi anche per un paio d'anni nei corridoi ministeriali. Oggi la legge dà un termine all'Amministrazione per adottare le sue decisioni dal momento dell'avvio della procedura. L'istruttoria affidata alla banca "concessionaria" viene effettuata in modo più rapido ed efficiente. Malauguratamente, però, ormai c'è l'euro. Demonizzatelo pure, se volete, ma solo perché costringe le economie europee a competere usando lo stesso metro. Spiazzati nelle produzioni a basso valore e bassa tecnologia dai Paesi con un costo del lavoro inferiore al nostro (col conseguente fenomeno della delocalizzazione degli impianti verso l'Est europeo), continuiamo a ripeterci che dobbiamo recuperare terreno spostandoci su produzioni a più alto contenuto tecnologico. Mentre si dedicano seminari e ariose interviste a uomini di governo per capire come si può arrivare fino alle porte dell'Eden, chi prova a lanciare nuovi prodotti utilizzando gli strumenti pubblici oggi disponibili, fa esperienze sconcertanti: non solo le procedure di esame della domanda, adozione delle decisioni, emissione del relativo decreto di finanziamento sono alquanto lunghe e complesse, ma nulla si mette in moto fino allo scadere dei termini del relativo bando ministeriale che, di proroga in proroga, può durare tranquillamente più di un anno. Il che significa che prima di un anno e mezzo, in genere non si decide nulla, anche se i soldi ci sono. A quel punto l'azienda ha la tentazione di "delocalizzare": stavolta non verso la Romania ma verso la Finlandia, la Spagna, l'Olanda, l'Irlanda: Paesi dove progetti di questo tipo vengono esaminati e finanziati in tre o quattro mesi, in genere senza dover passare per l'intermediazione di una banca (che trattiene per sé come commissione il 2-4 per cento del finanziamento pubblico). Per non parlare degli Stati Uniti dove le piccole imprese che concorrono ai fondi tecnologici ottengono il finanziamento entro sette settimane dalla presentazione del progetto, in un processo che non conosce interferenze politiche. Chi è già presente in altri Paesi europei sposta sempre più la sua attività verso quell'area. Gli altri aspettano, mentre i nuovi prodotti che hanno progettato, arrivano uno dopo l'altro sul mercato. Realizzati da qualcun altro. In una corsa che vede il continuo rinnovo di prodotti la cui vita media si riduce in continuazione Un tempo un modello di telefono o di tv restava immutato per anni e anni, oggi la Sony o la Motorola devono introdurre ogni settimana un nuovo prodotto per restare competitive. Ma forse i televisori dei ministeri hanno ancora le valvole.
Il visto negato
Michele Serra su la Repubblica
Nella fitta e tetra contabilità dei morti per emigrazione clandestina, eccone uno che non c´entra con la fame o la guerra, uno che aveva un lavoro decente (animatore turistico a Djerba), soldi abbastanza per tirare avanti, nessuna urgenza apparente di giocarsi la vita in quel periglioso passaggio a Nord che è diventato, in pieno Mediterraneo domestico e turistico, una rotta per temerari e per morituri. Aveva 35 anni, era tunisino.
È morto soffocato nel bagagliaio della Golf della sua fidanzata italiana, nel traghetto per Genova. Non sta a noi stabilire quanto l´amore, quanto la necessità o il calcolo abbiano spinto Amor Knis, così si chiamava, a stivarsi in quel guscio, uno dei tanti (carrelli d´aereo, containers, casse di legno, intercapedini di camion) che la storia favolosa e atroce dell´immigrazione ci ha costretto a scoprire adatti a contenere il corpo umano, spesso per trasformarsi in bara. Si sa soltanto che Amor era l´uomo di una giovane bresciana, madre di due bambini, e che avevano deciso insieme di non separarsi dopo le ferie a Djerba, desiderio di invincibile naturalezza per due amanti. Volevano tornare insieme in Italia senza che legge o prudenza bastassero a dissuaderli: da Djerba, come da qualunque luogo della costa africana, l´Italia non può che apparire un´attraente prolunga dell´Europa, così vicina da poterla quasi afferrare con lo sguardo e con le braccia, aggrappandosi a una vita più felice.
Gli ingredienti della tragedia (il villaggio turistico, la Golf, la storia d´amore ? una delle tante ? tra dirimpettai mediterranei) non rimandano alle apocalittiche migrazioni di affamati e sradicati disposti a tutto. Ci è più prossima, più familiare, rassomiglia alle cose, ai luoghi e alle abitudini del nostro benessere. Proprio per questo ci inchioda a una questione ? quella della libera circolazione delle persone, o perlomeno della loro legittima ambizione a farlo ? che abbiamo relegato, sbagliando, quasi al solo campo dell´ordine pubblico, o dell´equilibrio tra Stati ed economie.
Nessuno (nemmeno il più spocchioso dei politici o dei commentatori) può presumere di dipanare l´ingorgo mondiale di uomini in movimento con leggi e indirizzi davvero risolutivi, o per via restrittiva o per via liberale. Ma storie come quella di Amor e della sua vedova dicono una verità per niente ideologica e moltissimo fisiologica, che la gente non solo è costretta, ma desidera fortemente muoversi nel mondo, e che specie in un piccolo mondo come il Mediterraneo (che è come un enorme cortile gremito da secoli o per conoscersi o per scannarsi, o per fare affari o per amarsi) questo impulso è incoercibile, semplicemente incoercibile.
Del socialismo reale, forse perfino al di là delle censura e delle persecuzioni, ciò che ci impressionava di più era la pretesa di inchiodare gli uomini nei loro posti, equiparando il libero movimento a un reato. Vietato l´estero, e spesso erano malvisti e ostacolati perfino gli spostamenti interni. Nella società di mercato, che si vuole libera quasi per definizione, le merci hanno una mobilità infinitamente superiore agli uomini. Che anche quando viaggiano come merci, stivati sulle carrette proverbiali o tra le valigie di un´auto, spesso non hanno sbocco né soccorso né comprensione, fuorilegge come sono, clandestini, invasori.
Nel concreto: possibile che Amor non potesse ricorrere a un visto, e salvare la vita? Se avete mai frequentato un´ambasciata, italiana o straniera, alla ricerca di un varco agevole e agibile per qui o per là, saprete di certo che il solo voler partire è già ragione di sospetto e di malumore. Gli uomini sono una merce speciale, d´accordo: ma la sensazione è che questa specialità consista, rispetto alle merci che viaggiano, in una minorità universalmente stabilita, di qua e di là del Mediterraneo come di tutti i luoghi della Terra. Una minorità tale da spingere qualcuno (molti) a buttarsi alla cieca nel mare.
Muratore gettato nei campi
Abbandonato perché in nero
Vanna Ugolini su Il Messaggero
ASSISI - "Io non so cosa vuol dire odiare ma so che sono stato trattato come un cane. La cosa più brutta è che il mio datore di lavoro è venuto la sera a trovarmi e mi ha offerto una cena con un piatto di spaghetti e due mele e mi ha detto Stai pure a casa dieci giorni che te li pago. Non voleva che lo denunciassi". Absdalam F., 34 anni, marocchino, spostato, con due bimbe di 2 e 5 anni, regolare, in Italia dal 1994, una trafila di lavori come falegname, macellaio, operaio, muratore, è, tutto sommato, un miracolato. E' stato più forte di una caduta da un'impalcatura alta quattro metri. Più forte della malvagità di un datore di lavoro senza scrupoli che l'ha sfruttato e poi, quando l'ha visto a terra, l'ha caricato sul cassone di un autocarro, ha fatto 15 chilometri da Sant'Eraclio di Foligno alle campagne di Assisi e l'ha scaricato in un campo. Lo credeva morto dopo quella caduta in cantiere, il suo padrone, 41 anni, siciliano trapiantato a Perugia. Così, dato che lo faceva lavorare in nero, 35 euro al giorno, su e giù dalle impalcature, ha pensato che era meglio farlo sparire, quel corpo che sembrava senza vita, e ha agito con la complicità del figlio. Ma Absdalam era solo stordito, acciaccato alla testa, alle gambe, alle braccia, ma vivo. Forse sarebbe morto ma lo ha notato, l'altra sera, una pattuglia dei carabinieri di Assisi, coordinati dal comandante Florindo Rosa, e i militari credevano che fosse un ladro caduto nel tentativo di rubare da qualche appartamento. "Dove hai rubato?", gli hanno chiesto. No, non era così. Tra le nebbie dello stordimento la verità è venuta fuori. Incredibile. Dolorosa. "No, non ho rubato, sono un muratore. Ricordo solo un grande dolore e poi il suono delle sirene, i medici. Cosa ci faccio qui?". Allora sono partite le indagini, i carabinieri hanno ripercorso all'indietro il film di quel pomeriggio e, alla fine, tutto combaciava: Absdalam era stato buttato in un campo dopo una caduta dall'impalcatura perchè il suo datore di lavoro lo credeva morto e non voleva problemi con la giustizia. Omissione di soccorso, lesioni gravi, infrazioni alle leggi sulla sicurezza del lavoro sono le accuse di cui dovrà rispondere di fronte alla giustizia. Absdalam non vuole più saperne di lui: "Ora andrò in Marocco. Mi devo operare alla gamba e mia moglie potrà starmi vicina. Qui sono solo. Poi voglio tornare in Italia a lavorare. Ma non più con lui. Cerco qualcuno che possa darmi una mano".
Ratzinger e la donna
Il messaggio dell'ambiguità
Dacia Maraini sul Corriere della Sera
Forse è un documento della Chiesa indirizzato a eruditi prelati che poi dovranno "tradurlo" Leggendo il complesso e criptico testo scritto dal Cardinal Ratzinger, la prima domanda che viene in mente è: ma a chi si rivolge? Solo ai dotti prelati che adegueranno il loro atteggiamento alle erudite considerazioni, diffondendole e spiegandole poi ai parroci e alla plebe della Chiesa? O è rivolta anche ai fedeli, a coloro che, pur non conoscendo il linguaggio canonico, vogliano capire qualcosa del moderno pensiero della Chiesa sui sessi? Il largo uso di un gergo dottrinario ed ermetico direi che esclude in partenza la partecipazione dei fedeli. Senza volere tirare fuori l'Azzeccagarbugli manzoniano, le ambiguità, le oscurità del testo lo rendono di difficile accesso a chi non è padrone del linguaggio elitario della gerarchia ecclesiastica. Ratzinger spiega in modo contorto e fumoso che sbaglia sia chi considera ininfluenti le differenze biologiche fra uomo e donna, sia chi le accentua per stabilire la supremazia di un sesso sull'altro e su questo siamo perfettamente d'accordo. Ma poi si legge: "In secondo luogo tale tendenza (quella che rifiuta ogni condizionamento biologico) considererebbe privo di importanza e ininfluente il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto la natura umana nella sua forma maschile". Una frase a dir poco sibillina. Cosa vuol dire, che la Chiesa invece ritiene significativo che il Figlio di Dio abbia assunto la forma maschile? E perché? Non è spiegato. N on sono qui per fare una critica del contenuto, di cui si è parlato ampiamente, e che curiosamente ha messo d'accordo alcune note femministe con l'augusto cardinale. Vorrei, da scrittrice, fare due osservazioni concise sul linguaggio di questa lettera, così importante per l'atteggiamento della Chiesa nei confronti delle donne. Alcune parole mi hanno colpito nel saggio: primo, la sua pretesa di essere "documento", con quel tanto di normativo che si porta dietro un documento che vuole rappresentare il nuovo pensiero della Chiesa. Secondo: il suo proporsi contemporaneamente come lettera, ovvero qualcosa di molto più morbido e umano, come l'atto che compie un amico nei riguardi di un altro amico o un maestro nei riguardi dei suoi allievi. Già nell'uso parallelo di queste due parole c'è una contraddizione, evidentemente voluta, che distingue tutto il testo: da una parte vuole esprimere autorità e senso della gerarchia, dall'altra indica umilmente e magnanimamente le varie vie per raggiungere la verità . U n'altra parola ricorrente e che sta anche nel titolo è "collaborazione". Per quanto si pretenda che a collaborare siano i due sessi, al di fuori di ogni posizione dominante, in realtà ci si rivolge alle donne perché collaborino, in nome di una famiglia "naturale", con coloro che spesso fanno loro da padroni. La parola "collaborazione" infatti, storicamente, non si dà mai a doppio senso, ma sempre dal basso verso l'alto. È il più debole che collabora col più forte. In tempo di guerra la "collaborazione" assume addirittura un senso dispregiativo: collaborano coloro che se la intendono col più potente, in questo caso il nemico. Si dice anche "collaboratore di giustizia" e non si intende certo che il giudice cooperi alla pari con chi si pente, ma che il pentito "collabora" con la giustizia, ovvero chiarisce e consegna alla magistratura gli ordinamenti segreti della sua organizzazione. Si dice perfino "collaboratrice domestica" e nessuno capirebbe se si definisse "collaboratore domestico" il suo datore di lavoro. Guarda caso anche in questo caso si tratta quasi sempre di una donna, socialmente debole, che deve "collaborare" con chi la paga e la comanda. Insomma un testo ambiguo e contradittorio, che usa l'adulazione nei riguardi delle donne, ma non dice niente di nuovo sulle grandi questioni che agitano il nostro secolo.
Siniscalco e le Maestà degli Uffizi
Franco Bruni su La Stampa
Nella prima sala degli Uffizi sono raccolte tre Maestà, di Cimabue, Duccio e Giotto. Testimoniano le meravigliose e precoci radici del Rinascimento italiano. Sono molto grandi e perché si vedano bene occorrerebbe alzarle e illuminarle meglio. Perché rilucano nel nitore, la sala andrebbe rinfrescata. Ma la Galleria, uno dei tesori più visitati d'Italia, è povera di fondi al punto che provvedere a simili dettagli apparirebbe frivolo.
Il turismo estivo ci ricorda che la valorizzazione del nostro patrimonio artistico ha bisogno di ingenti risorse. Risorse molto redditizie, nella prospettiva di un modello di crescita adatto all'Italia. Ma il bilancio dello Stato le lesina sempre più, nonostante le proteste del ministro competente.
Altri esempi, un po' a caso, di come l'agosto italiano fa riflettere sul ruolo della spesa pubblica. Nonostante l'impegno degli organi di controllo dell'immigrazione, è chiaro che non dedichiamo abbastanza risorse per gestire, con una strategia non puramente difensiva, una questione cruciale sotto il profilo umanitario, dell'ordine pubblico e della sicurezza, della crescita e della produttività del Paese. Proteste e "suicidi" nelle carceri ricordano le loro condizioni inadeguate a farne un luogo decente e sicuro, di recupero umano e civile, come richiedono i principi stessi su cui fondiamo la nostra convivenza.
Che fare? Per l'arte cerchiamo sponsor privati; per l'immigrazione aiuti dall'Ue. Per le carceri cerchiamo di... pazientare e magari amnistiare. Tiriamo avanti, stando attenti al deficit pubblico.
Oppure cambiamo radicalmente l'approccio alla spesa pubblica? Non c'è ragione perché essa sia meno produttiva della spesa privata: i servizi pubblici sono anzi cruciali per il funzionamento e la competitività dei Paesi avanzati, sempre più complessi ed esigenti. La spesa pubblica è uno spreco quando va in direzioni diverse da quelle dell'interesse generale e quando è amministrata con disattenzione e inefficienza. Ma perché dobbiamo arrenderci e sforzarci più di diminuirne l'ammontare che di migliorarne la gestione?
Riorganizzare la spesa pubblica può essere più produttivo che tagliarla. Perché si formi sostegno e sensibilità politica in questa direzione dobbiamo tutti abituarci a discutere e decidere in modo più consapevole e trasparente quali servizi pubblici vogliamo e come vogliamo che siano erogati. E' paradossale che oggi un governo sia più ammirato se riesce a fare accettare tagli di spesa aggregati che se migliora gli asili e gli ospedali. L'antipatia per la spesa pubblica è comprensibile quando sostiene il disastro Alitalia, crea nuove Province inutili, aumenta le prebende dei politici, prolunga i privilegi delle pensioni di anzianità, sussidia la stampa di partito. Ma non deve diventare inimicizia per il settore pubblico come tale: deve rafforzare la richiesta di servizi pubblici di qualità nell'interesse generale.
Se fossimo tutti, compresa la Finanziaria che Siniscalco sta preparando con buona volontà, più attenti, esperti, severi ed esigenti nella microeconomia della spesa pubblica, e meno ossessionati dalla sua dimensione macroeconomica, credo ci sarebbe largo accordo, fra l'altro, per migliorare la presentazione delle Maestà degli Uffizi.
27 agosto 2004