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sulla stampa
a cura di P.C. - 24 agosto 2004


I fantasmi del Vietnam
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Dal cimitero degli "sporchi trucchi" elettorali dove ogni campagna presidenziale americana va a scavare, torna quella guerra in Vietnam che tutti proclamano sepolta, ma che non vuol sapere di restare morta, conferma della presa angosciosa che la catastrofe Indocinese continua a esercitare sulla memoria delle generazioni al potere. L´ossessione sembrava essere stata "superata" nel 1991, come aveva detto frettolosamente George Bush senior dopo la vittoria nella guerra contro Saddam.
Poi parve rimossa per sempre dal 1992, quando l´America elesse il renitente Bill Clinton e poi nel 2000, quando scelse l´imboscato Bush. Ed ecco invece che oggi, mentre si combatte una guerra vera, il segno di contraddizione e di rissa che George W. Bush e John Kerry si rinfacciano fino agli insulti e alle scuse pubbliche (Bush, ieri) non è l´Iraq, dove si muore ogni giorno e i caduti americani avvicinano quota mille. E´ quel Vietnam dove l´ultimo soldato Usa morì 31 anni or sono.
Il fatto che una guerra morta spodesti una guerra viva nelle polemiche e negli insulti tra le forze politiche, è la prova dello stato confusionale e dell´imbarazzo con i quali tutta la classe dirigente americana, di destra come di sinistra, si colloca di fronte al "sanguinoso pasticcio" (parole di un deputato repubblicano dimissionario) iracheno dal quale nessuno sa davvero come uscire con onore e con successo. Dunque il Vietnam diviene, almeno nelle intenzioni di Kerry che non propone una vera alternativa alla occupazione per timore di apparire "soft", molle, diviene l´ombra indiretta dell´Iraq, la proiezione e il surrogato poco serio di una discussione seria sulla cosiddetta "guerra al terrore" che le parti non hanno il coraggio di affrontare. La rissa metaforica fra Kerry l´eroe che si presenta come il "soldato Johnny" capace di guidare l´America e la corte di Bush l´imboscato con la coda di paglia che organizza una controffensiva indiretta per dargli del millantatore, ha dominato l´intero mese di agosto, come se meriti o demeriti conquistati 35 anni or sono da "W" o da "JFK" avvalorassero le loro credenziali per guidare l´America fino al 2009.

E´ semmai l´incantesimo perverso che questa parola, Vietnam, ancora sa esercitare, 31 anni dopo la fuga ignominiosa da Saigon a colpire, nella dimostrazione che la "sporca guerra" resta indigerita e mai metabolizzata sullo stomaco di una nazione. Può essere una questione generazionale, che svanirà quando i trentenni, per i quali il Vietnam è un noioso documentario sui canali di rievocazioni storiche, prenderanno il potere e gli eroismi, le viltà, le furbizie, le diserzioni, gli errori dei loro padri schizzati per sempre dal fango di quella guerra diverranno irrilevanti. Sempre che la prossima generazione di leader politici non debba, fra dieci o venti anni, rimproverarsi, azzannarsi e calunniarsi su quello che essi fecero attorno all´anno 2004, per salvare l´onore dell´America in Iraq.


Don Benedetto la Costituzione le garanzie
Giuseppe Galasso sul
Corriere della Sera

È proprio così brutta la Costituzione italiana come dice Piero Ostellino? Così illiberale che perfino quel poco di liberalismo che è in essa (peraltro, tradotto dal tedesco da Benedetto Croce) è permeato di un profondo antindividualismo? Davvero la sua redazione è stata monopolio di marxisti, gentiliani e crociani, in una comune, teologica e teleologica avversione al liberalismo? Se è così, si è avuto poco modo di accorgersene. La Costituzione ha bene assecondato sessant'anni di un progresso senza precedenti nella storia dell'Italia moderna e con pochi eguali al di fuori. Un progresso per nulla limitato al campo economico, in cui, pure, ha rovesciato la precedente condizione dell'Italia in quella di Paese fra i primi del mondo per struttura dell'economia e per prodotto nazionale e redditi individuali. Un progresso che ha visto un rapido passaggio dai costumi di una società tradizionalista, ancora molto immersa nella ruralità, a quelli di una società allineata alle più libere di oggi, con un formidabile incremento degli spazi di libertà individuale (figli, giovani, donne, gay…). Prevedo una risposta: quel che si è fatto, lo si è fatto malgrado la Costituzione, che lo ha subìto, non agevolato. Spiegazione che, per noi, spiega male. Un quadro istituzionale davvero avverso al movimento delle cose e della società ne viene travolto in modo che, per la Costituzione italiana, solo per paradosso o per polemica o per altri motivi strumentali si può dire che sia accaduto.
Che lo si riconosca o no, alcune piccole osservazioni vanno comunque fatte ai giudizi di Ostellino. 1) Nel redigere la Costituzione non operò affatto, da solo, ammesso che se ne possa parlare, un odioso trio marx-gentilian-crociano. Come si può dimenticare, ad esempio, il ruolo avuto in quella redazione, in positivo e in negativo, dai cattolici, che, tra l'altro, avevano il 40% dei seggi della Costituente? Succubi, i cattolici, del trio? Via! 2) Il contenuto di socialità lamentato come limitativo dei diritti individuali in quel testo non fu affatto un anormale caso italiano. Nacquero allora anche altre Costituzioni europee, e in tutte vi fu la tendenza ad ampliare sul piano sociale il quadro tradizionale dei diritti, senza voler affatto derogare dall'individualismo e dal liberalismo. 3) Questo ampliamento non era, a sua volta, una fisima europea. La liberal-democrazia americana lo aveva già precorso nel New Deal del grande F. D. Roosevelt (che si dové fare perciò una Corte costituzionale conforme a tale esigenza) e lo avrebbe poi proseguito col Fair Deal di Truman; anzi, lo sta ancora facendo, dalla presidenza Clinton allo sforzo programmatico di Kerry. 4) Non si può credere che socialità e individualismo si escludano a vicenda. È vero che nella Costituzione vi sono relitti corporativi e d'altro genere, eredità del passato (ve ne sono anche nella liberalissima Inghilterra); ma non sono essi a dare il tono all'insieme e sono stati e possono essere via via eliminati con le procedure familiari dei regimi liberi, a cominciare dal referendum, che la stessa Costituzione prevede. 5) Le istituzioni italiane sono quelle di un regime di larghe garanzie: libertà più ampie delle quattro di Roosevelt, bicameralismo, Corte costituzionale, habeas corpus, triplice grado di giustizia sia penale e civile che amministrativa e tributaria, ampio diritto del lavoro, pubblicità delle procedure, referendum… Insomma, lo schema canonico, in questo campo, nell'Occidente contemporaneo. 6) Ci si chieda, però, se il liberalismo, o altro regime, possa mai riposare solo sul suo quadro istituzionale: Mussolini in Italia e Hitler in Germania hanno detto qualcosa al riguardo. Le istituzioni liberali e le loro garanzie non sono nulla se entro di esse non vive e vigila e opera lo spirito etico e politico della libertà (si diceva un tempo che la monarchia inglese era più repubblicana di molte repubbliche; e questo, non altro, è il senso della posizione di Croce, che non era un mero scoliasta di Hegel e non traduceva, come liberale, dal tedesco, bensì dal piemontese di Cavour e dal francese dei Constant, Guizot, Tocqueville). Ed è perciò che le istituzioni sono innocenti quando sembrano aprire alla loro negazione una via, che è invece responsabilità della loro gestione e del loro vissuto. Lungi dal pensare che l'ordinamento italiano sia il meglio del meglio o che esso non ponga problemi e mali da affrontare, e anche gravi, o che rispetto ad altri Paesi non vi siano differenze apprezzabili, io prendo, però in buona parte le ragioni di Ostellino. Le prendo, cioè, come un ammonimento (brusco, ma valido) alla vigilanza e allo sviluppo liberale della costituzione e come un' esortazione (rude, ma sensata) a eliminarne i residui passatistici.


Stanno arrivando le tempeste d'autunno
Massimo Riva su
la Repubblica

Un bel sole sta ancora illuminando quest´ultimo scorcio d´estate, ma le premesse d´un autunno tempestoso diventano ogni giorno più visibili. Insegnano i meteorologi che dall´incontro tra un fronte caldo e uno freddo nascono sempre i peggiori disastri. E oggi, purtroppo, fa caldo, troppo caldo, sul versante della politica, mentre fa freddo, troppo freddo, su quello dell´economia. Entrata già a pezzi e bocconi nella pausa estiva, la maggioranza berlusconiana sta per uscirne ancor più spaccata e divisa.
Le polemiche feriali, tanto sulle riforme istituzionali quanto sul tema dell´immigrazione, stanno scavando solchi profondi fra anime incompatibili all´interno della Casa delle libertà. Sopra tutti gli altri il nodo della cosiddetta devolution sembra diventato la metafora fedele di una sorta di incontrollabile volontà di dissolvimento dell´alleanza politica su cui regge il governo Berlusconi.
Chiunque padroneggi un minimo di conoscenza costituzionale e non soffra di miopia politica sa che sul percorso di questa riforma incombe la finale minaccia di un referendum popolare, che ha scarsissime probabilità di chiudersi con successo senza una forte intesa con le opposizioni. Ma la Lega di Umberto Bossi insiste nel ricattare i soci della maggioranza per ottenere una vittoria di Pirro in parlamento che ha ottime probabilità di trasformarsi in una disfatta nel voto popolare. È proprio come se una ventata di volontà autolesionista si stia impossessando della Casa delle libertà senza che nessuno abbia il coraggio politico decisivo per fermare questa deriva suicida.
Nessuno, neppure i più duri critici del progetto leghista - come i vari Follini e Buttiglione - trova il coraggio di uscire allo scoperto gettando sul tavolo la carta risolutiva: cioè, il richiamo alla realtà di un referendum a rischio assoluto.
Il fronte interno della maggioranza resta così sempre più caldo ed agitato da polemiche che, però, girano a vuoto e non trovano uno sbocco né in positivo né in negativo, con riflessi destabilizzanti un po´ su tutte le questioni aperte sull´agenda governativa dell´autunno incombente. Che sono tante e tutte molto serie. La prima, decisiva per il governo e soprattutto per il paese, è la manovra economica da approvare con la Finanziaria 2005.
Il buco che il ministro Tremonti ha lasciato in eredità, secondo i calcoli del suo stesso successore e già stretto collaboratore, richiede un intervento da non meno di 24 miliardi di euro. Stima, per giunta, effettuata prima che i continui rialzi del prezzo del petrolio mutassero in peggio il quadro delle previsioni tanto sulla crescita del prodotto interno lordo quanto sulla corsa dei prezzi. Il presidente del Consiglio continua a sfoderare messaggi rassicuranti promettendo che il suo governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani ed, anzi, manterrà l´impegno di un drastico taglio alle tasse.

Finora, anche se sbagliando regolarmente le previsioni, l´ex ministro Tremonti ha sempre cercato di far quadrare in rosa i suoi conti, gonfiando le stime sulla crescita del Pil con temerari atti di fede nel traino della congiuntura internazionale. Ma stavolta la triplice congiunzione della smascheratura degli errori tremontiani con il brusco rincaro della bolletta energetica e la perdita di competitività del made in Italy preclude il ricorso a simili trucchi. Dopo tante mirabolanti fanfaronate del presidente del Consiglio, la Casa delle libertà sta arrivando alla resa dei conti con la realtà di una situazione finanziaria e di una congiuntura economica che richiederebbe scelte difficili, anche impopolari, purché guidate da una mano politica capace di cercare e di creare vasto consenso nel paese, anziché giocare sulla divisione del sindacato, sulla demonizzazione degli avversari politici e sulla frammentazione degli interessi sociali.
Ma è proprio su questo punto che il freddo autunno dell´economia porta a leggere il pronostico di tempo pessimo sul barometro del paese. Finanziaria, petrolio, prezzi, rinnovi contrattuali, bassa crescita e debito alle stelle: una maggioranza che perde il suo tempo a dividersi e a polemizzare attorno a una riforma senza senso amministrativo e senza sbocco politico come la famigerata devolution è, purtroppo, la più seria garanzia di tempeste incombenti. Resterebbe solo da sperare che le grandinate colpiscano chi sta seminando vento e non anche il resto del paese. Ma è una pallida illusione: gli errori di un governo finiscono sempre nelle tasche dei cittadini.


Gli interessi senza sintesi
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera

Perché in Italia l'impiego pubblico è un intreccio di diritti acquisiti che nessuno riesce (e per la verità nessuno si propone) di ridimensionare? Perché in Italia gli ordini professionali sono una roccaforte di privilegi corporativi che né la destra né la sinistra hanno mai provato a smantellare? E perché nel nostro Paese quasi tutti coloro che non esercitano un lavoro manuale — dai commercianti ai tassisti — possono agevolmente proteggersi dietro un sistema di licenze, di concessioni e permessi, utili solo a far pagare più cari ai consumatori beni e servizi? In altre parole: perché gli interessi costituiti (tra i quali, dimenticavo, ci sono anche a uno dei primissimi posti le cosiddette pensioni di anzianità) da noi sono sempre vincenti? La risposta è scontata: perché essi ricevono una tutela costante da parte di tutti gli schieramenti politici e a tutti i livelli, dal più piccolo Comune fino allo Stato centrale. Nessun partito, infatti, è così sciocco da volersi alienare l'appoggio elettorale dei gruppi sociali che stanno dietro quegli interessi e, dunque, che esso sia al governo o all'opposizione, cerca di non inimicarseli. Tutto ciò sembrerebbe la più beffarda smentita del suffragio universale, il quale, concepito per proteggere gli interessi potenzialmente di tutti, sembra tramutarsi in ottimo strumento per la tutela delle minoranze privilegiate (e organizzate). Ma non è così: in realtà, proprio il suffragio universale indica il rimedio. Proprio esso, infatti, consente a un attore politico paladino dell'interesse generale di compiere sulla propria battaglia, sulla propria capacità di convincere l'opinione pubblica, una grande puntata, e di riportare il massimo consenso. Certo, il rischio, nello staccarsi dal comodo approdo degli interessi costituiti, c'è: ma dove si può guadagnare molto è inevitabile che si debba anche rischiare. Da almeno un paio di decenni, tuttavia, in Italia questo rischio nessuno lo vuol correre. Qui da noi la politica appare dominata dalla difesa e dalla mediazione continue degli interessi particolari, dalla più scialba routine compromissoria perfino quando si affrontano riforme costituzionali come quella federalista. Il punto è che in una democrazia l'interesse generale può trovare spazio (e relativa attuazione programmatica) solo se a monte della politica c'è un'idea, cioè una visione generale del Paese, delle sue vicende e dei suoi problemi: se c'è un'ispirazione e il proposito vero di obbedirvi, insomma se c'è nel Paese, in specie nella classe politica, una cultura civica.



Castelli: l'Europa difende gli assassini
Federica Fantozzi su
l'Unità

Polemiche e accuse incrociate dopo la fuga di Cesare Battisti, l'ex terrorista rifugiato in Francia e sottrattosi da due settimane all'obbligo di firma. Il governo italiano è in imbarazzo: sebbene il mandato di arresto europeo non si applichi a reati commessi oltre vent'anni fa quali gli omicidi imputati a Battisti, l'esecutivo - con il Guardasigilli in prima fila - ne ha ostacolato in tutti i modi il recepimento, rallentando di fatto la costruzione dello spazio comune di giustizia e sicurezza.
Adesso Castelli e il centrodestra accusano la Francia e gli "intellettuali della sinistra francese ed europea" per una scomparsa "prevedibile".

Al di là dei comportamenti francesi, la probabile seconda latitanza di Battisti ha riaperto con veemenza le polemiche sull'euromandato di cattura. L'Italia è rimasta l'ultimo Stato dell'Unione Europea a non aver recepito la relativa decisione-quadro. Il provvedimento è stato approvato dalla Camera a maggio scorso e alla ripresa dei lavori comincerà l'esame del Senato, con ampio ritardo rispetto alle prescrizioni di Bruxelles che ne richiedevano l'approvazione entro il 2003.
E su questo aspetto attacca l'opposizione: il dielle Pierluigi Castagnetti si augura che il portafoglio Giustizia e Immigrazione attribuito a Buttiglione nella nuova Commissione Barroso aumenti la "disponibilità" del governo ad approvare il mandato. Il diessino Giovanni Kessler ribadisce l'utilità in generale di questo strumento giudicando "scandaloso che le autorità francesi non abbiano prevenuto la fuga di Battisti". Per Marco Rizzo (Pdci) "chi la fa l'aspetti, il governo che ha sempre operato contro l'euromandato è rimasto vittima delle proprie contraddizioni".
Ma anche esponenti del centrodestra auspicano un'accelerazione nell'iter del provvedimento. Per l'azzurro Gaetano Pecorella l'euromandato "avrebbe accelerato i tempi dell'estradizione di Battisti, ma non serve in assenza di controlli vigili". Se la prendono con la Francia il suo collega Gargani ("Ha tenuto bordone a Battisti, lo dimostra l'intervento tardivo") e Anedda di An.


Scuola, la rivolta anti-tutor
Mario Reggio su
la Repubblica

ROMA - Basta con le sperimentazioni. Dal 16 settembre la prima parte della riforma Moratti diventa legge. Ma rischia di trasformarsi nell´ennesimo flop. Nelle scuole elementari dovrebbe apparire, come per incanto, il maestro "tutor". Un altro fiore all´occhiello, assieme allo slogan "inglese, internet, impresa" della prima "vera riforma dopo quella Gentile", come ama ricordare spesso il presidente del Consiglio. Ma con il passare dei giorni, il maestro unico, si sta trasformando in una illusione. A Milano, tutte le scuole elementari, a pochi giorni dall´inizio dell´anno scolastico hanno deciso che le nomine possono benissimo attendere. Stessa musica a Roma, Bari, Bologna. A Palermo, invece, prevale la linea: tutti tutor o nessuno.
Ma cosa è in realtà questa misteriosa figura che dovrebbe rifondare le nostre scuole elementari? Secondo gli ideatori dovrebbe essere il maestro che valuta i piccoli studenti, tiene i rapporti con le famiglie, consiglia i percorsi educativi del bimbo e redige il "portfolio delle competenze" che dovrebbe accompagnarlo fino all´università. E gli altri insegnanti? Dovrebbero dare una mano al "tutor" ma verrebbero espropriati di molte delle loro competenze attuali. Alla fine dei conti si tornerebbe al "vecchio" maestro unico, tanto caro a De Amicis.



"La crisi Alitalia peggiora"
Giuliana Ferraino sul
Corriere della Sera

MILANO — "Ad Alitalia restano 20 giorni di vita", ha detto ieri senza giri di parole Giancarlo Cimoli alla delegazione ristretta dei sindacati, che ha partecipato a un incontro preliminare prima dell'avvio ufficiale della trattativa questo pomeriggio. Quindi: se azienda e sindacati non trovano un accordo sui rinnovi dei contratti e sul piano di ristrutturazione entro questa scadenza, niente prestito ponte di 400 milioni garantito dalla Stato. Ma il consiglio di amministrazione chiederà il commissariamento o addirittura la liquidazione. Perché, come ha ricordato ieri il presidente di Telecom Marco Tronchetti Provera, "le regole del gioco in economia non possono essere forzate oltre ogni limite, altrimenti non si sta sul mercato". Nonostante il periodo di vacanza, la situazione della compagnia aerea, che nel primo semestre ha perso 330 milioni, ha continuato a deteriorarsi, ha spiegato Cimoli. Con due dati: 17 milioni di ricavi in meno del previsto a fine estate e un'ulteriore erosione delle quote di mercato, in particolare su quello domestico, in calo dal 46-47% di pochi mesi fa all'attuale 43%, ma era del 66% nel 2001. E diminuisce anche il reddito medio per passeggero (-2,5%). Due sono i fattori sul banco degli imputati: assenteismo (troppo) e produttività (poca).

Ieri non si è parlato di esuberi, che arriveranno oggi sul tavolo della trattativa per i rinnovi contrattuali. Si comincia con gli assistenti di volo questo pomeriggio. Domani sarà la volta del personale di terra (area manutenzione). Giovedì toccherà dell'handling aeroportuale. Venerdì ai piloti. E' slittato invece al 27 agosto l'incontro tra Cimoli e il presdiente dell'Enac Vito Riggio. Il piano prevedrebbe la riduzione da 4 a 3-2, a seconda delle rotte, del personale di bordo e un taglio delle ferie, da 45 a 30 giorni. Come reagirà il sindacato? "La situazione è drammatica, serve uno sforzo da parte di tutti per evitare che l'azienda chiuda. Il tempo stringe e dobbiamo confrontarci sul piano industriale senza pregiudizi, ma anche il governo deve fare la sua parte", afferma Claudio Claudiani della Fit-Cisl. E Scotti aggiunge: "Noi stiamo al tavolo per fare l'accordo, ma va condiviso nel suo insieme. Però diciamo subito no allo spezzatino". Giuliana Ferraino


L'Alitalia: "Ci restano venti giorni di vita"
Luciano Costantini su
Il Messaggero

ROMA Altro che ultima chiamata, per l'Alitalia è l'ultimo volo. Forse. Perché gli introiti di giugno e luglio sono stati disastrosi, comunque al di sotto delle previsioni e adesso le casse della compagnia sono drammaticamente vuote: i soldi che restano saranno appena sufficienti per pagare gli stipendi di settembre dei 22.000 dipendenti, ma soltanto perchè verrà acquistata a credito una parte del carburante. Sperando che le ditte non chiudano prima i rubinetti. L'alternativa era ed è pagare il kerosene e non gli stipendi. Oltre tutto si è ampliata la piaga dell'assenteismo, se è vero - secondo l'azienda - che gli ultimi dati aziendali registrano una quota dell'11,5%, rispetto al 2% dell'industria in generale, al 2-3% del trasporto aereo e al 2% di Lufthansa. Come dire che ogni giorno oltre 2.000 dipendenti Alitalia marcano visita per ragioni più o meno legittime. In questo scenario sarà assai difficile - fanno intendere al quartier generale della Magliana - confezionare le buste paga di ottobre. O almeno, il rischio è che gli stipendi possano essere decurtati. "Senza rinnovi contrattuali, alla compagnia resterebbero 20 giorni di vita", ha sentenziato il responsabile delle risorse umane, Massimo Chieli. Il quale, evidentemente, allude a contratti al ribasso o a forti incrementi di produttività.
Una situazione quasi drammatica, illustrata nella sua crudezza dal presidente e amministratore delegato, Giancarlo Cimoli, che vuole chiudere la partita sui rinnovi e quella sul piano industriale entro e non oltre il 15 settembre. "I documenti che verranno presentati nei prossimi giorni non sono negoziabili", ha avvertito il top manager Alitalia. Cioè un prendere o lasciare.
Se verrà trovato un accordo, Cimoli chiederà lo stanziamento del prestito ponte (400 milioni) che dovrebbe garantire stipendi e l'avvio del piano di salvataggio. In caso contrario, solleciterà il commissariamento della compagnia. Con la conseguenza che ad ottobre le casse aziendali saranno inesorabilmente vuote.



Anziani, un'estate in panchina
Maurizio Chierici su
l'Unità

Stanno tornando e le città ricominciano con le abitudini che il vuoto delle vacanze aveva sospeso. I vecchi abbandonati da figli e badanti abbronzate possono rimettere il naso nei supermercati. Quelle panchine salvagente del ministro Sirchia. Non sono mai state depositi per anziani senza collare anche se qualche signore vi si rifugiava per disperazione. Parcheggiati davanti alla frontiera delle casse, potevano ammirare avventori affannati per l'afa che stringeva la città, ma anche un po' felici quando attraversavano i banconi con carta igienica e formaggi, vino e bistecche. Piegavano i soldi nei portafogli spingendo il carrello.
Gli occhi dei vecchi sgolosavano i pacchi cercando le facce dei clienti nella speranza di un saluto, tanto per scambiare una parola. Ma nessuno salutava. E per poter parlare, gli spettatori delle panchine avrebbero dovuto comprare, lusso proibito anche alle inquiline delle panchine di fronte un po' di signore con la stessa solitudine. Le ho viste consultarsi sottovoce in una infelicità senza desideri pur essendo immerse nel paradiso di ogni ben di dio. Ma potevano solo guardare, ore e ore. Mai toccare. Ogni tanto si guardavano le scarpe e le scarpe somigliavano a chi le calzava. Raggrinzite. Un tempo dovevano essere belle. Come gli abiti la cui sobrietà impallidiva fra magliette palme e fiori, minigonne e jeans dei clienti che le sfioravano per guadagnare l'uscita. Soglia che ai parcheggiati era proibito attraversare. Raccomandazione del medico di famiglia. Dovevano accettare l'ospitalità nel supermercato fino a quando figli e nipoti non fossero passati a raccoglierli: come pacchi. Il ministro Sirchia era stato categorico: per evitare la strage dell'estate 2003 ogni mercato coperto aveva il dovere morale di predisporre panchine per anziani sotto il soffio dell'aria fresca. E i Super hanno risposto con affettuosità. Specie di day hospital o villeggiatura dentro al quartiere. Quasi un epilogo dei campi sole che i signori delle panchine avevano attraversato in divisa: balilla o giovani italiane. Ormai una vita fa. Ombre lontane dai programmi del Nuovo che prevede sinergia tra pubblico e privato. Quante vite risparmiate dalla folgorazione della terapia che non costa niente, se parliamo di soldi, ma il comfort della panchina si trasforma in un palcoscenico dal quale annunciare ad estranei di passaggio il distacco di un anziano dalla società normale. Diventa una sottopersona rimodulando l'emarginazione del protagonista imprigionato da una mostruosa insonnia intellettuale ne "La panchina della desolazione" di Harry James.
In ogni città che l'estate mi ha costretto ad attraversare cercavo un supermercato e cercavo le panchine per capire se l'Italia era ovunque la stessa. Dalla Lombardia alla Puglia i villeggianti immobili non cambiavano. Pochi, ma con una somiglianza appesa allo stesso filo: la rassegnazione. Rassegnati a guardare chi compra mentre loro non hanno soldi per comprare. Pensioni all'osso, e il "privilegio" di zoppicare, e il peso di occhiali profondi come fondi di bottiglia dentro i quali la luce si spegne, o le mani che ormai non sanno stringere la mano di un saluto; questi "privilegi", vengono messi in dubbio dal sospetto delle false invalidità. Minacciano la ripresa economica del paese. Un po' è colpa loro se le cose vanno male. Loro da smascherare subito, non importa se l'estate ancora incombe. Non importa se i figli sono in vacanza e i poveri indagati restano soli in città, alle prese con la burocrazia che non può aspettare. E le commissioni medico-militari del governo dei miracoli stanno per convocarli per controllare se recitano l'infelicità degli imbrogli o davvero la loro vita ha bisogno di aiuto.
Storie di un mese fa. Vacanze ormai agli sgoccioli. Ho ricominciato a cercare le panchine, non c'è quasi più nessuno. Forse stremati dalla frustrazione dei ben di dio che non potevano toccare. Forse le prime piogge che intiepidiscono. Forse le minacce vere o false di attentati. Meglio l'aria chiusa di casa. Ma l'assenza può nascondere un turbamento inconfessabile. Avevo osservato come certi clienti, appena più giovani dei ricoverati nelle corsie dello yogurt o nel reparto detersivi, girassero al largo dalle panchine. Torneranno forse a sedersi in autunno affranti dalle promozioni degli altoparlanti. Breve riposo tra un acquisto e l'altro senza l'impiccio di dar di gomito ai derelitti in parcheggio, perché riposare fra i degenti dei giorni caldi voleva dire confondersi con fantasmi dai soldi contati nel cassetto. Ammettere il tramonto al quale cercano di sfuggire. Non piace a nessuno sentirsi così.
Invece fra i pompieri la vita è allegra. I ministri del governo dei miracoli sono d'accordo. I pompieri fanno rumore ma è un rumore più eccitante del trillo delle casse supermarket. I pompieri restano ragazzi che sorridono dentro le divise da cartoons. I pompieri salvano gatti prigionieri sul cornicione, strappano dal gas vecchie signore svagate. Nel giorno di San Lorenzo (in obbedienza all'apposita circolare del ministro Pisanu ) i pompieri hanno fatto festa e gli anziani sono diventati ospiti speciali. Il ministero apprezza. Brindisi e fisarmoniche, tutti a tavola come nelle gite fuoriporta. In certe caserme si gioca a biliardo, ma i vecchi signori non hanno voglia di piegarsi sotto le lampade delle sale calde: preferiscono montare sulle autopompe sperando prima o poi di affrontare un incendio. In fondo la vacanza è una dimensione dello spirito e tornare bambini diventa una vacanza speciale. Con qualche preoccupazione per i mangiafuoco. La raccontano i pompieri di una cittadina bollente del Salento. Sono divisi in due squadre. Una di pattuglia nelle pinete lungo il mare: estate vuol dire anche piante che bruciano. L'altra in caserma per le emergenze. Gli anziani vanno a trovarli, ma al momento di correre a spegnere qualcosa, a malincuore la pattuglia deve metterli alla porta. Impossibile lasciarli vagare fra le trappole degli scivoli dell'emergenza aperti nel pavimento. Solo occhi esperti riescono ad evitarle. Ma sono davvero anziani i fans dei pompieri? Vecchi come i signori dalle scarpe vecchie ? Vecchi come le signore che non guardavano il ben di dio? Per tanti di loro gli anni del silenzio sembrano ancora lontani. Forse il vuoto della pensione appena arrivata li mantiene curiosi fra le pompe dei pompieri. E i pensionati d'antan? Ecco il problema che già inquieta la prossima estate. Perché l'invecchiamento delle statistiche continua, e le risorse continuano a rimpicciolire. Chissà cosa inventeranno i ministri nelle vacanze 2005 per salvare la folla dalle teste stanche. Serve un'idea. Cantieri grandi opere e ponte di Messina suggerirebbe benevolmente l'ingegner Lunardi al professor Sirchia, e il professore sta decidendo se per tener alto il morale degli anziani la polvere degli sventramenti possa avere controindicazioni. L'importante è che ogni invenzione della nuova assistenza non costi un centesimo. Chi ormai non produce non può pretendere di mangiare i soldi delle missioni di pace che fanno amare l'Italia a Nassiriya. I superstiti delle prime repubbliche non si rendono conto quanto costino un carro armato ed ogni pallottola che i nostri eroi sono obbligati a sparare per pacificare democraticamente gli iracheni. Senza contare che il ruolo dell'Italia nel mondo impone regali babilonesi cari alle damacce dell'indimenticabile Milano da bere. Cornucopie a Bush, a Putin e almeno un ricordo al povero Aznar. Blair ha già avuto la sua vacanza. E le volpi grigie? Devono aver pazienza, qualche soluzione verrà fuori. Ma sempre a costo zero per permettere al governo di far bella figura sulla porta di servizio del Consiglio di Sicurezza Onu.


Da seduti è meglio
Massimo Gramellini su
La Stampa

Se domenica sera avete ignorato le repliche di Lino Banfi su Raiuno, non vi sarà sfuggita l'impresa straordinaria del ginnasta Tampaicos, quello che stava aggrappato agli anelli e sembrava dicesse: aiuto, tiratemi giù. Data l'ora, le nove del mattino, è invece probabile che vi siate persi l'avventura della marciatrice Tsoumeleka, che come capita spesso per strada a noi ritardatari, andava di corsa facendo finta di camminare. Due medaglie d'oro che confermano la bontà della massima di De Coubertin: l'importante è partecipare, ché a farti vincere ci pensano le giurie.

Qualche cronista malevolo si è accorto che i due mortali baciati dal Fato avevano un elemento in comune: entrambi erano greci. Altri cronisti, ancora più malevoli, hanno messo in relazione questa coincidenza con il fatto che i Giochi quest'anno si svolgano in Grecia. Insinuare che gli arbitri siano olimpici solo di nome - in realtà bambinoni emotivi e condizionabili dalle esigenze dell'organizzazione - è sintomo di un animo cinico e prevenuto. Nondimeno le ultime vicende ateniesi spalancano interessanti scenari all'Italia che si appresta a ricevere il mondo a Torino per le Olimpiadi Invernali del 2006.

1. Convocazione di Pavarotti e Galeazzi per la gara di pattinaggio artistico su ghiaccio. Una giuria veramente competente non mancherà di premiare col massimo dei voti le loro sederate carpiate in avvitamento triglicerico e altre strabilianti piroette ai quattro formaggi.

2. Rafforzamento della squadra di slalom con i vincitori dei "Trials" democristiani, più Clemente Mastella iscritto d'ufficio. Gli anni e gli acciacchi possono aver tolto un po' di elasticità a questi artisti dello zig-zag. Un inconveniente facilmente superabile, se giurie rispettose e sinceramente liberiste avranno cura di lasciarli andare dritti per la loro strada, anziché obbligarli a sottostare all'antistorica dittatura dei paletti.

3. Inserimento del motore di Schumacher sul bob di "Italia 1" e di quello di Barrichello su "Italia 2". Ovviamente la giuria imporrà a tutti gli altri equipaggi di fermarsi a metà discesa per un pit stop.

4. Innesto di un simpatico tapis roulant sotto gli sci da fondo degli azzurri. Qualora un avversario andasse egualmente in fuga, un commissario di gara rispettoso dello spirito olimpico provvederà a sguinzagliargli dietro un branco di lupi sponsorizzati.

5. E infine, nuove regole in discesa: libera per gli azzurri, ma non troppo per gli altri, costretti a scendere a spazzaneve e con l'obbligo delle catene.

Gli eventuali reclami contro le limpide vittorie italiane andranno presentati al Giury d'Appello, presieduto da due uomini di legge al di sopra delle parti: Previti e Taormina.


   24 agosto 2004